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VERREBBE naturale per chi scrive su un giornale nel giorno della Pasqua cristiana affrontare il tema della passione, della morte e della resurrezione di Gesù di Nazareth, della preghiera nell´orto del Getsemani, della disperazione del Figlio dell´uomo quando si sente abbandonato da Dio, delle parole misteriose che egli rivolge ai suoi discepoli quando li esorta ad armarsi, lui che ha sempre predicato la pace, la non violenza e l´amore anche per chi ti colpisce e ti uccide. Secondo il Vangelo di Luca fu durante l´ultima cena di Gesù con i suoi discepoli: «Ma adesso chi ha una borsa la prenda e così la bisaccia e chi non ha spada venda il suo mantello per comprarla... E quelli dissero: Signore, ecco qui due spade. Ed egli: Basta!».

Verrebbe naturale di scriverne per cercar di capire ancora una volta il senso di quello splendido racconto del Figlio dell´uomo, della sua vita, della sua gioia, del dolore, del suo amore, della sua crocifissione: il Figlio dell´uomo che è il Figlio di Dio fatto carne per salvare il mondo; oppure il Figlio dell´uomo che gli uomini hanno trasfigurato nel Figlio di Dio costruendo un modello per andare oltre se stessi predicando vita e amore contro le ombre dell´odio e della morte.

Ma più naturale ancora viene di trasferire quel racconto nel nostro presente, mentre una sorta di Apocalisse infuria dovunque e il suo epicentro si svolge proprio in quelle regioni che videro il contrastato sorgere dell´Unico Dio nelle terre di mezzo che stanno tra il Tigri e il Giordano, tra il mare Arabico e il Mediterraneo, tra Bagdad e Gerusalemme.

Quelle terre sono sconvolte dall´odio, devastate dalle stragi, disseminate di rovine. Odio chiama odio, sangue chiama sangue, i combattenti uccidono invocando il nome del loro dio, che non è più l´Unico da quando ciascuna delle parti in guerra ha scritto quel nome sulla propria bandiera.

Proprio nei giorni della Pasqua questo scempio è arrivato al culmine, la violenza ha scacciato la pietà e sembra che il Figlio dell´uomo non debba mai più risorgere dal sepolcro dove il suo corpo flagellato fu riposto.

Di questo bisogna scrivere oggi e del perché l´odio ha invaso il mondo e la Bestia ha assunto le sembianza dell´Uomo.

"L´età dell´odio" è un libro appena uscito in Italia. L´ha scritto una cinese che si chiama Amy Chua e insegna alla Law School della Yale University.

Umberto Galimberti l´ha ampiamente recensito su questo giornale, ma ci ritorno su perché la sua lettura è terribilmente attuale. Nell´enorme folla di libri che da tre anni si accatastano per spiegarci con tesi e analisi diverse e contrapposte perché siamo arrivati a questa generale follia, Amy Chua è la sola che, distaccandosi dai fatti che avvengono quotidianamente sotto i nostri occhi, ha saputo entrarvi dentro meglio d´ogni altro arrivando alla loro radice e osservando le cause che li hanno determinati.

Le cause sono chiarissime. Scrive Galimberti: "Il mercato concentra la ricchezza, spesso stratosferica, nelle mani d´una minoranza economicamente dominante, mentre la democrazia accresce il potere politico della maggioranza impoverita. In queste circostanze l´introduzione della democrazia innesca un etno-nazionalismo dalle potenzialità catastrofiche che scaglia la maggioranza autoctona, facilmente istigata da politici opportunisti, contro la minoranza facoltosa e detestata". E scrive Amy Chua: "Negli ultimi vent´anni abbiamo promosso con energia nel mondo intero sia l´apertura liberista al mercato sia la democratizzazione. Così facendo ci siamo tirati addosso l´ira dei dannati".

Questo (e il libro lo dimostra ampiamente con una dovizia di analisi e di esempi che spaziano su quattro continenti) è il fondamento dell´odio antiamericano che stupisce gli americani; questa è la ragione vera della rivolta irachena contro i «liberatori» e delle "intifade" palestinesi contro Israele, ma così avviene dovunque, dalla Cecenia allo Zimbabwe, dall´Indonesia alle Filippine, dal Venezuela alla Sierra Leone, dalla Serbia alla Bolivia e al Ruanda.

Questo è anche il motivo che rende precaria la sorte dei regimi arabi moderati e amici dell´Occidente, gli Emirati, l´Arabia Saudita, l´Egitto e perfino il Marocco e gli altri Paesi del Maghreb. Con una differenza per altro essenziale che rende ancora più drammatico il problema mediorientale: proprio lì, in Iraq, in Iran, in Arabia, negli Emirati, giacciono nel sottosuolo gli otto decimi delle riserve petrolifere mondiali. La maggioranza povera, l´esercito dei dannati, per usare il linguaggio di Amy Chua, ha individuato un capro espiatorio e un tesoro inestimabile che in qualche modo gli appartiene.

Ma è pur vero che lasciarlo in quelle mani equivarrebbe a una rivoluzione planetaria dei rapporti di forza. La trappola irachena è questa: non ci si può né restare impigliati né uscirne. Non è il Vietnam, è molto peggio del Vietnam.

* * *

Una situazione del genere si verificò nel XIX secolo anche in Europa, che deteneva allora il potere mondiale; e nel XX secolo nel Nord America. Cioè in quei Paesi che nel loro complesso costituiscono l´Occidente.

Anche in Occidente la rivoluzione industriale aveva concentrato la ricchezza nelle mani d´una minoranza dominante mentre la democrazia, gradualmente conquistata, accresceva il potere della maggioranza povera, dell´esercito di riserva dei disoccupati, dei lavoratori che soggiacevano alla «legge bronzea» dei salari, infine ai "dannati" di Amy Chua.

Ma in Occidente la rivoluzione industriale aveva suscitato una borghesia vasta, un ceto medio produttivo, un´aristocrazia operaia e anche una cultura laica che aveva creato prima ancora della democrazia lo Stato di diritto, la separazione dei poteri e gli istituti di garanzia che ne costituivano i pilastri. Queste forze capirono che la combinazione tra pauperismo-democrazia-liberismo avrebbe provocato conflitti esplosivi.

Perciò intervennero, moderarono, contribuirono a modificare la natura stessa del capitalismo.

Sotto la pressione dei partiti socialdemocratici, delle leghe contadine, dei sindacati operai e della borghesia liberale nacque un capitalismo sociale che diffuse più rapidamente i benefici derivanti dal profitto e dall´accumulazione della ricchezza.

I "dannati" non sono scomparsi, ma non sono stati abbandonati a se stessi e il loro perimetro si è gradualmente ristretto anche se, proprio dal 1989 in poi, il "pensiero unico" liberista imperversante in tutto l´Occidente ha determinato un´inversione di tendenza molto preoccupante, un aumento degli indici di povertà e un indebolimento pericoloso dello Stato sociale e della redistribuzione della ricchezza.

Questa però è la storia dell´Occidente. Purtroppo questa storia non è stata esportata. L´impero americano ha seguito un modello del tutto diverso. Ha fatto sognare i miracoli del mercato e la democrazia di massa in paesi dove lo Stato di diritto non era mai esistito, dove la religione era totalizzante quanto l´autorità civile era evanescente e dove i tassi di natalità delle masse povere erano elevatissimi.

Per evitare che la conflittualità sociale desse esiti catastrofici, la democrazia è stata manipolata in modo da favorire dittature e gruppi locali resi partecipi della ricchezza. La storia politica ed economica del Sud America, dell´Africa, del Medio Oriente ne fornisce una plastica rappresentazione, iniziata dal colonialismo europeo (anglofrancese soprattutto) e proseguita con fresca irruenza dagli Stati Uniti, a partire da Theodore Roosevelt in poi. Bush Junior ne rappresenta oggi il concentrato insieme alla sua corte di neocon, che ai suoi Cheney, ai suoi Rumsfeld, alla sua Condi Rice, ma è stato soltanto l´ultimo di una lunga serie.

Qualcuno si stupisce di quanto sia accaduto in questi giorni? Qualcuno si scandalizza delle parole di Giovanni Paolo che ricorda continuamente i deboli e gli oppressi della terra? Qualcuno pensa che quelle parole e le parole dei pacifisti di buona fede siano belle utopie spazzate via dall´intelligenza della realpolitik, mentre invece proprio quelle parole contengono una saggezza politica che è la sola a poter portare l´Occidente fuori dalla trappola mediorientale e alleviare la condizione dei "dannati"?

* * *

L´Onu, in queste condizioni da mattatoio, non andrà in Iraq, questo è ben chiaro. Del resto cambiare il colore del casco ai militari Usa non servirebbe a niente.

Molti ormai riconoscono che la guerra contro Saddam Hussein è stata una pura follia, ma raccomandano di pensare non più a ieri ma ad oggi e a domani.

Non vogliono capire che per pensare al domani bisogna essere ben consapevoli degli errori spaventosi commessi ieri: dal governo di Bush e dai governi che l´hanno affiancato condividendo con esso l´errore esiziale d´una guerra pericolosissima nonché la rottura grave della legalità internazionale.

Occorre dunque, come primissima cosa, che cessi il mattatoio, che i soldati americani smettano di sparare nel mucchio come sta accadendo a Falluja e in gran parte delle città irachene. Questo non fermerà il terrorismo di Al Qaeda ma indebolirà la spinta ribellistica delle milizie sciite di Al Sadr e darà respiro agli iracheni meno propensi alla violenza che forse rappresentano la maggioranza d´una popolazione così duramente provata.

Se cessa il mattatoio forse l´Onu tornerà a Bagdad ma ci tornerà alla sola condizione che non solo l´assistenza e la consulenza politico-costituzionale ma anche la gestione della sicurezza e dell´ordine pubblico siano concentrate nelle sue mani e in quelle del costituendo governo provvisorio iracheno (il simulacro di governo insediato da Bremer è in corso di rapida liquefazione e va inevitabilmente rifatto).

L´ordine pubblico deve essere negoziato, come hanno fatto i nostri bravi militari a Nassiriya dopo aver dovuto eseguire l´ordine dissennato del comando inglese di Bassora, a sua volta indirizzato dal comando supremo Usa in Qatar, di sgombrare con la forza i tre ponti sul Tigri. Un episodio del genere non dovrebbe mai più essere ripetuto da un contingente militare che è stato proclamato non belligerante e umanitario.

Negoziare l´ordine pubblico non con i terroristi ma con le fazioni tribali e religiose irachene. Con i terroristi o con chi ne adotta i metodi non si può e non si deve negoziare nulla; personalmente condivido al cento per cento la decisione di non trattare per il rilascio degli ostaggi rapiti. Non c´è altra strada se non si vuole che il caos di oggi si moltiplichi per mille. Ma poi?

* * *

Poi bisogna che l´Occidente fornisca all´Onu i mezzi economici per ricostruire il Paese, sanarne le ferite, rilanciare la produzione e la vendita del petrolio incassandone i proventi e destinandoli alla ricostruzione.

Alla domanda su che cosa debba fare l´America la risposta, nell´interesse dell´America, è una sola, dettata dalla ragione: l´America deve passare la mano mettendo i suoi generali e le sue truppe, insieme a tutte le altre che già sono sul terreno e a quelle che dovrebbero andarvi ora, agli ordini di un comando multinazionale integrato che risponda direttamente al segretario generale delle Nazioni Unite.

Se gli Usa e i loro attuali alleati non capiranno che questa è la sola svolta possibile e auspicabile, allora gli Usa se la sbrighino da soli o con chi sciaguratamente voglia restare.

L'Unità del 5 marzo pubblica in Prima pagina i titoli di alcuni giornali del giorno prima. Il tema era un progetto di viaggio di Silvio Berlusconi a Nassiriya in concomitanza con la serata di chiusura del Festival di Sanremo. Come vedete tre quotidiani hanno raccolto in forma di titolo la notizia e uno, il nostro, ha usato in prima pagina la notizia di quella ipotesi di viaggio («Berlusconi vuole andare a Nassiriya per apparire a Sanremo»). Ma la notizia era già stata oggetto di una interrogazione in Parlamento (del sen. Zanda, Margherita) di innumerevoli spunti, accenni, battute e scherzi sul palcoscenico di Sanremo. E su tale possibile evento, la sera del 3 marzo, vi era stata questa autorevole precisazione di Bruno Vespa: «Se il presidente va a Nassiriya, il collegamento televisivo deve avvenire con Porta a Porta e non con il teatro in cui si svolge il Festival». La parola “autorevole” a proposito di Vespa qui non è usata con ironia ma come sinonimo di “buona fonte”. Vespa ha parlato dell’evento e ha posto una condizione.

Poiché non è tipico neppure per Vespa dettare condizioni a un personaggio scarsamente controllabile come l’attuale presidente del Consiglio, la frase è apparsa un affidabile riferimento a un evento possibile.

Per essere sinceri con i nostri lettori, diciamo subito che non abbiamo atteso le parole di Vespa come una conferma. I titoli di un giornale si fanno molto prima, e noi lo avevamo scritto intorno alle 20.00 di mercoledì. Abbiamo indicato il viaggio come una intenzione («Berlusconi vuole...») non come un annuncio.

Ora ci giungono smentite importanti. Tenete conto della parola, “importanti”. Lo sono per la fonte e per il linguaggio.

Ecco la prima: «Mettere insieme Nassiriya e le canzonette è il peggio che si potesse inventare la sinistra divisa su tutto e unita solo dall’odio e da questa campagna di leggende metropolitane contro il presidente del Consiglio». Firmato Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Ecco la seconda: «I comunisti e i fascisti erano dei dilettanti rispetto alle tecniche di aggressione, di falsità e di odio di cui è capace questa sinistra. Ora basta. Altrimenti il Paese rischia di precipitare in uno scontro dalle conseguenze imprevedibili». Firmato Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia.

Prendiamo atto delle parole dei due statisti e notiamo: primo, il sottosegretario Bonaiuti non aveva mai, prima d’ora, usato un simile linguaggio. È noto come una persona cauta che ha dovuto parare ben altre gaffe e risolvere ben altri problemi del suo assistito.

Chi gli ha dettato la frase - questa volta - sembra mosso da collera, forse perché è stato punto sul vivo. Impossibile non notare qualcosa di atipico rispetto alle dichiarazioni di un abile portavoce: c’è ira, c’è insulto. Ma non c’è smentita.

Secondo. Le parole di Bondi sono tipica reazione caratteriale del personaggio, che richiederebbe la presenza costante di un Crepet, invece distratto dalle canzonette di Porta a Porta . Ma questa volta Bondi aggiunge la minaccia, quasi l’annuncio, di «uno scontro dalle conseguenze imprevedibili».

Chiunque può perdere il controllo e usare frasi pesanti. Ma se è uno che ha in mano il potere, si tratta di un importante notizia politica che passiamo ai notisti e commentatori dei tanti, liberi, giornali antiberlusconiani di cui - come dice il premier - è affollato il Paese.

Terzo. Forse Silvio Berlusconi non andrà mai a Nassiriya. Di certo anche gli eventi accaduti tra Baghdad e Karbal martedì scorso non lo hanno incoraggiato e il nostro presidente del Consiglio finora ha dimostrato molte cose, anche al di là della linea della sua convenienza politica, ma non il coraggio. Se ci andasse, immaginate che lo farà senza adeguata rappresentazione pubblicitaria? Sarà certamente collegato in diretta, sarà certamente protagonista lui e non i soldati che va a visitare, perché questo è il suo tipico, unico “modus operandi”, ed è inimmaginabile, anche per chi lo ama, un Berlusconi che non sia «migliore attore protagonista» di quella continua serata degli Oscar che è la sua vita. Forse gli abbiamo accreditato un gesto che richiede coraggio per essere compiuto, e di questo ci scusiamo. Per questo è criticabile l’evento da noi indicato come un suo progetto. Non nella natura spettacolare. C’è qualcuno in Italia(e ormai possiamo dire nel mondo) che riuscirebbe a immaginare Berlusconi nel comportamento di un normale presidente del Consiglio che non viene dall’unica esperienza e dall’unica fede della televisione?

Quarto. Confermiamo quello che dice, nella prima parte della frase, l’on. Bonaiuti. Fare un unico spettacolo di soldati italiani che rischiano la vita (e molti di essi sono morti) e di canzonette è una cosa indecente. Ma questa cosa indecente avviene in quella parte dell’evento Sanremo detto “dopofestival” .

La sera di mercoledì nello studio di Porta a Porta si è ballato e cantato intorno alla fila di sedie in cui erano seduti alcuni sopravvissuti della strage di Nassiriya.

Con grande dignità un colonnello e due giovani caporali (un uomo e una donna) hanno detto solo poche parole senza dare il minimo segno di partecipazione alla festa, eppure Apicella si era appena esibito - anche con canzoni originali del presidente del Consiglio - intorno a loro. La loro risposta è stata segnata da una evidente tristezza. Ma il tentativo di mischiare soldati italiani che rischiano la vita e canzonette, iniziativa giustamente giudicata “indecente” da Bonaiuti, c’è stato davvero, davanti agli occhi di milioni di spettatori.

Quinto. Ci sono state molte chiacchiere su rapporti e amicizie del nuovo “patron” di Sanremo, sul versante detto “mob” nei film di genere americani. Solo chiacchiere, forse. Ma è di cattivo gusto agganciare carabinieri, alcuni dei quali sono eroi delle missioni a cui hanno preso parte, per esibirli come segno di legalità nello spettacolo di un personaggio molto discusso dalle due parti dell’Oceano.

Come si vede, di indecenza ce ne è molta in questa storia. E non dipende dal mancato viaggio di Berlusconi a Nassiriya. Dipende da alcuni protagonisti della storia. Registrarlo (certo, con rischio, a giudicare dalle parole di Bondi) è dovere di cronaca

Eddyburg ©

L’articolo di Gianni Vattimo “Rifare la DC, capisco. E la sinistra?”, comparso sull’ Unità del 5 marzo 2004 mette sul tappeto un tema centrale dell’attuale strategia nel centro sinistra nel nostro paese, sia in vista sia delle elezioni europee, sia per quel che riguarda una candidatura forte e rappresentativa al governo del paese, da sancire con la vittoria alle prossime elezioni politiche. Indipendentemente dall’ipotesi ammaliante (ma politicamente un tantino sfocata) della ricostituzione di una “nuova DC”, è indubbio che la lista unitaria per le europee che raggruppa DS, Margherita, SDI e Repubblicani “progressisti”, sancisca la nascita di una forza di centro sinistra moderata. Una forza le cui opzioni politiche – benché ancora non chiarite nella loro articolazione programmatica – paiono puntare sulla classica “conquista del centro”, presentando una serie di istanze e proposte che, se certo si differenziano da quelle del Polo delle Libertà, rinunciano, almeno per ora, ad ogni presa di posizione chiaramente progressista su principali temi dell’agenda politica e sociale di questi anni.

Si considerino a tal proposito le prese di posizione del “triciclo” sui seguenti temi: 1) i rapporti tra economia, mercato e regole statuali e sovrastatali relative al governo di tale mercato (significativa ad esempio la sostanziale convergenza delle proposte di legge Fassino e Tremonti, relative alla regolamentazione dei bilanci aziendali, della raccolta del risparmio e del governo del credito); 2) la perdita di potere d’acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti, dovuta anche ad una precisa scelta economica del governo Berlusconi (sintomatica la sostanziale indifferenza della maggioranza diessina e della Margherita verso le recenti le lotte salariali degli autoferrotranvieri); 3) lo smantellamento delle garanzie normative nell’ambito del mercato del lavoro, soprattutto per coloro che sono alla ricerca di una prima occupazione (prevale ancora tra i dirigenti moderati del centro sinistra una visione “darwinista” del mercato del lavoro); 4) la questione della riforma delle pensioni (si consideri ad esempio l’apertura di credito al progetto Maroni-Tremonti, espressa in questi giorni da Rutelli), 5) le linee guida della politica estera italiana (l’astensione sul “pacchetto” legislativo che prolunga la missione militare in Irak sembra essere del tutto organica alle scelte di fondo del “triciclo” in merito alle grandi questioni sul “governo del mondo”).

Ne consegue che, dal punto di vista del programma elettorale della lista moderata dell’Ulivo (di cui è responsabile Giuliano Amato, personaggio che incarna in maniera inquietante taluni aspetti di continuismo con le scelte economiche e sociali del craxismo) non sia stato sino ad oggi formalizzato alcun chiaro impegno sulla necessità di una serie di future iniziative legislative che sanino in modo virtuoso e progressista la sciagurata attività parlamentare del Polo in merito al governo dell’economia, al mercato del lavoro, alla scuola e alla ricerca, alla giustizia, alle riforme istituzionali, all’”aziendalizzazione integrale” della sanità, alla politica estera, al governo del territorio e alla difesa dell’ambiente.

Di questa situazione la “sinistra-sinistra”, come la definisce Vattimo, deve prendere atto con chiarezza e proporsi di costruire una proposta politica alternativa non solo a quelle del governo Berlusconi, ma anche alle scelte politiche oggi in statu nascendi nei settori più moderati della nuova formazione ulivista. E’ chiaro che le cose sono in tal senso rese più difficili dall’abbandono da parte di Sergio Cofferati del suo ruolo di protagonista della scena politica nazionale, abbandono che ha di fatto lasciato privo di leadership quel vasto agglomerato politico che va dai settori dei Democratici di Sinistra meno proni al “dalemismo”, a una vasta area dei lavoratori sindacalizzati, all’arcipelago dei movimenti, all’area del progressismo cattolico non allineato, sino a settori giovanili che sentono gravemente minacciati i loro diritti nel campo del mercato del lavoro, della scolarizzazione e della formazione professionale.

Oggi a rappresentare tale area in modo organizzato vi è solo Rifondazione Comunista, che - nonostante alcuni interessanti mutamenti della propria linea politica intervenuti negli ultimi tempi - rimane una forza a mio avviso insufficientemente attrezzata per rappresentare da sola con nuovo slancio la “sinistra-sinistra”, nella prospettiva di un’azione politica su più livelli volta a condizionare in modo virtuoso la formazione ulivista moderata in vista delle prossime scadenze. Vi è invece bisogno di una più larga intesa a sinistra del “triciclo” finalizzata alla verifica di un comune programma elettorale, al rilancio di iniziative di lotte di massa contro l’attuale governo, soprattutto sulle questioni della perdita del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e della controriforma delle pensioni, e infine al contenimento delle spinte “neoconsociative” che tornano a far capolino soprattutto tra i leader della Margherita e di alcuni settori dei DS.

E’ quindi di cruciale importanza rilanciare scelte politiche che, anche a livello organizzativo, puntino alla creazione di un “altra gamba” dello schieramento progressista, capace di confrontarsi efficacemente con la componente moderata, e ne condizioni con spirito unitario le scelte programmatiche e la definizione delle issues di governo. Tale nuovo slancio politico della “sinistra-sinistra” non può aver sostanziarsi solo in ambiti angustamente partitici (Rifondazione Comunista, il “correntone” diessino, i Verdi, il rassemblement Di Pietro-Occhetto), ne guardare con rassegnazione alla grave perdita propulsiva delle iniziative “movimentiste”, ma deve sforzarsi una volta ancora – come nella grande tradizione storica della sinistra europea – di costruire alcune linee guida che tengano unite entrambe le realtà, articolazioni partitiche e movimenti, e dia nuovo impulso all’ iniziativa politica della sinistra, bruscamente inceppatasi dopo la straordinaria prova di “energia sociale” culminata nella grande manifestazione indetta lo scorso anno dalla CGIL a Roma.

Solo così sarà possibile condizionare l’attività dell’ala moderata dell’Ulivo e far si che essa venga realmente a patti con la componente di sinistra dello schieramento progressista per candidarsi al governo del paese, rinunciando ad ogni integralismo “neodirigista” e a nuove iniziative che - sfruttando impropriamente il termine “bipartisan” – inaugurino una stagione prelettorale di compromesssi con il Polo e di forsennata (e perdente ) “corsa al centro”.

Come dimostrano le vicende delle tre elezioni politiche svoltesi con il nuovo sistema maggioritario, per essere vincente lo schieramento progressista deve reggersi per l'appunto su due “gambe” – una riformista moderata, una di sinistra – alleate e tra loro in rapporti di forza non eccessivamente sbilanciati. Nel 1994 nell’Ulivo mancava di un settore moderato, e andò incontro ad una secca sconfitta; nel 2001 si presentò agli elettori senza alcun accordo con Rifondazione Comunista, ripropose l’esperienza di governo moderato-consociativa del tandem D’Alema/Amato. e perse nuovamente. Vinse invece nel 1996 quando riuscì a far convivere dialetticamente - pur fra mille difficoltà - le “due gambe” del proprio “corpo sociale”.Oggi il problema si ripresenta in una prospettiva gravemente sbilanciata: l’opposizione progressista moderata si è organizzata, mentre la componente di sinistra della coalizione appare dispersa e confusa. E’ tempo invece di trovare nuovo slancio e di porre sul tappeto - con il giusto melange di unitarietà e di conflittualità “virtuosa” – istanze programmatiche e scelte politiche di “sinistra-sinistra”, che non rifiutino la radicalità quando essa sia politicamente necessaria, e persegua con spirito unitario una scelta politica di alto profilo, che contrasti ogni “riformismo” a senso unico e ogni integralismo economicistico. Un Ulivo che cammini solo con la “gamba moderata” sarà certamente votato ad un’altra sconfitta - elettorale, politica e culturale - a tutto vantaggio della destra oggi al governo.

«Luciano Liboni non è la belva che è stata descritta». Nella cappella del cimitero di Montefalco, dove ieri si sono svolti i funerali, è toccato a don Angelo Nizzi, parroco di Trevi, chiedere che si metta la parola fine al passato violento del Lupo. «E' giusto difendere la sua dignità di uomo - ha aggiunto il sacerdote - perché è una creatura di Dio e un uomo che Dio stesso ha voluto». Sono parole che riportano la vita di Liboni dentro i confini dell'umanità, dopo che è stato descritto come pericolo pubblico numero uno, marginale bandito e criminale, malato allo stato terminale, oltre che assassino efferato. La pietas cristiana spinge il sacerdote a parlare di «una montatura» orchestrata ai danni di un uomo che ha visto in faccia il Male e si è lasciato travolgere rovinosamente.

Le spoglie di Liboni arrivano a bordo di un carro funebre al cimitero comunale di Montefalco intorno alle 17,30. A bordo c'è una corona di fiori composta da crisantemi gialli e da gigli, oltre ad un mazzo di rose rosse dei familiari. Ad attendere il feretro nella cappella la madre Giuliana, le sorelle Tiziana e Giovanna e il fratello Giancarlo con la moglie. «Sono dispiaciuto, mortificato per tutto il sangue innocente che è stato versato», fa sapere Giancarlo attraverso il suo legale, Cristina Vinci. «Non ha mai ucciso nessuno, non capisco perché l'ha fatto ora». Un rapporto tormentato, il loro. Sembra infatti che non si parlassero dal 2000 a causa di un violento litigio avvenuto nel carcere di Spoleto durante il quale Giancarlo si era rifiutato di continuare a pagare le spese processuali di Luciano. La distanza tra i due fratelli si allargò a dismisura proprio in quel momento. Giancarlo lo denunciò per minacce e lesioni e non ci fu modo per giungere ad un accomodamento. I due fratelli si sarebbero ritrovati davanti ad un tribunale nel prossimo gennaio.

Al dolore, e all'incredulità della famiglia per un destino maledetto che appariva segnato sin dai primi anni dell'adolescenza di Liboni, partecipa anche un'ottantina di persone che hanno attraversato nel bene e nel male i suoi 47 anni, ad un tempo brutali e lancinanti. Qualcuno di loro prova a ricordarlo, il Lupo. Ricordi che si perdono negli anni, ma tutti concordi nel dire che Luciano ha sbagliato e che il delitto del carabiniere Alessandro Giorgioni rimane ingiustificabile. «Era un uomo come tanti altri - afferma un conoscente - è sempre stato sfortunato che non ha saputo scegliere la strada giusta».

Dice la sua anche Fausto Gentile, il benzinaio di Todi ferito due anni fa da Liboni con un colpo di pistola alla testa: «No, non riesco a dimenticare il male che mi ha fatto - dice -. Presto mi recherò sulla sua tomba per rendermi veramente conto che è tutto finito». Al funerale partecipa simbolicamente anche un sedicente «Comitato anarchico toscano Freccia rosso-nera» che ha affidato un messaggio ad Indymedia: «Liboni è uno degli eroi sacrificati dallo Stato giustizialista che riduce a morte i ribelli».

Nel frattempo, proprio accanto alla porta d'entrata della cappella, qualcuno ha deposto una piantina di fiori gialli con un fiocco viola e un biglietto con la scritta a stampatello: «Per Liboni con sentite condoglianze da Stefania e figli». Una leggera pioggia cade su un nutrito gruppo di giornalisti, con fotografi e teleoperatori al seguito, assiepato dietro le transenne disposte dal sindaco Valentino Valentini. Dall'interno si sente un urlo: «Andate via, vi avevo detto di non venire, lasciate in pace quest'uomo. Siete dei delinquenti». E' Giovanna, la sorella del Lupo, che maledice a perdifiato.

Quando critichi questa manovrina-stangatina che nel 2005 dovrà inevitabilmente trasformarsi in una manovrona-stangatona, ti senti obiettare: c´era forse una soluzione alternativa? Siete in grado di proporla? Coraggio, fuori la proposta.

In realtà sì, c´era una soluzione alternativa; c´erano molte soluzioni alternative, ma c´era soprattutto una premessa alternativa: non bisognava arrivare a questo punto, non bisognava imboccare tre anni fa questa politica economica e finanziaria dissennata, fondata su presupposti miracolistici inesistenti e ingannevoli. Se una persona è debole di cuore o di polmoni e se la si cura per tre anni con salassi e fanghi caldi riducendola uno straccio, è poi difficile rimetterla in piedi dallo stato di prostrazione in cui è precipitata. Il medico ha sbagliato fin dall´ inizio e invece di guarirlo rischia di ammazzare il suo paziente.

La cura Tremonti è stata esattamente questo: quando l´esperto fiscalista fu insediato sulla poltrona di Quintino Sella, la finanza e l´economia italiane erano state da poco dimesse dall´ospedale. Erano tornate in buona forma e facevano rispettabile figura tra i dodici paesi dell´euro e tra quelli del Gruppo dei Sette. La finanza pubblica era tornata solida, la cura Ciampi aveva risanato il bilancio, le partite correnti registravano un consistente attivo.

L´altissimo debito pubblico ereditato dalla gestione del decennio Forlani-Cossiga-Spadolini-Craxi-Andreotti era stato fermato ed era cominciata una virtuosa tendenza discendente. Inflazione e tassi d´interesse erano tornati alla normalità. La lira infine era stata convertita nella moneta europea comune. A questo punto, per legittima volontà del popolo sovrano, la barra del timone cambiò mano e passò all´accoppiata Berlusconi-Tremonti. Cominciò una fase radicalmente nuova. L´economia italiana e i suoi operatori, risparmiatori, contribuenti, furono lusingati e indotti a comportarsi sconsideratamente: la pace sociale fu stracciata, la concertazione abolita e relegata tra i ferri vecchi, il sindacato umiliato e incattivito. L´asse della politica economica fu spostato di 180 gradi, l´opera di risanamento abbandonata.

La conseguenza fu che le entrate rallentarono il passo, il fabbisogno si accrebbe e con esso aumentò il livello del debito pubblico. Ma poiché l´impegno era stato quello di arrivare ad una generale e radicale diminuzione della pressione fiscale, cominciando soprattutto a liberare gli spiriti animali dei ceti più ricchi, si ebbe come conseguenza che il finanziamento del fabbisogno di cassa e del disavanzo di competenza furono affidati ai condoni, alle vendite dei cespiti di patrimonio, alle anticipazioni bancarie sulle entrate future. In tempi di vacche magre ed anzi magrissime si scommise sul futuro facendo apparire un presente roseo che in realtà aveva colori di tutt´altra natura.

Perciò la domanda: esiste una alternativa alla stangata di oggi, è mal posta. La risposta è l´antico monito che s´impartisce a chi è stato bocciato agli esami: «Oportebat studuisse», bisognava aver studiato.

* * *

Allo stato in cui è arrivata la finanza italiana, con un rapporto deficit/Pil ormai oltre la soglia del 3 per cento, valutato al 3.5 dalle maggiori istituzioni di analisi internazionali e addirittura oltre il 4 nell´anno venturo, è evidente che una manovra sulla spesa e sulle entrate fosse indispensabile.

L´assurdo consiste nel fatto che ancora nel maggio scorso il "premier" negò perfino l´ipotesi di una qualsiasi operazione di bilancio e il suo ministro dell´Economia fu del medesimo avviso. Va bene che gli italiani sono scordarelli, ma c´è un limite. La frase «i nostri conti vanno benissimo» è stata detta addirittura da Berlusconi e dal suo "doppio" Tremonti ancora nel giugno e ancora la sera prima che il ministro dell´Economia si dimettesse.

Quando il nostro "premier" divenuto anche ministro interinale dell´economia è tornato dalla riunione dell´Ecofin di lunedì scorso, sembrò - stando ai resoconti televisivi della Rai e di Mediaset - che tornasse vincitor come il Radames dell´Aida. Marcia trionfale. Accordo completo a Bruxelles. Conti in perfetta regola come avevano sempre predicato e conclamato i Tremonti, i Bondi, i Cicchitto, gli Schifani.

Ma che cosa in realtà era accaduto all´Ecofin e che cosa è stato formalizzato venerdì dal Consiglio dei ministri? Era accaduto che il premier aveva assunto l´impegno in una assise internazionali a realizzare entro dieci giorni una manovra da 7,5 miliardi di tagli di spesa e di aumento di entrate. E questo è stato formalizzato nel decreto di venerdì. Dunque era completamente falso che i nostri conti andassero bene. I conti andavano male anzi malissimo e continuano ad andar male anzi malissimo anche dopo la manovra realizzata in modo insufficiente e sbagliato.

Il benestare dell´Ecofin non entra nel merito ed è motivato semplicemente dal fatto che in ogni caso abbiamo per ora evitato di superare la soglia del 3 per cento.

L´abbiamo evitato attraverso provvedimenti depressivi che frustano un cavallo anemico per indurlo a correre come fosse il destriero di Orlando. Ma non è il destriero di Orlando, è un ronzino sfiatato che avrebbe avuto bisogno di ben altre cure e questa è l´amara verità che tuttora continua a non venir detta al paese da quel raggruppamento politico che, come ha detto salacemente il governatore del Lazio Storace, si è trasformato in un «Casino delle libertà».

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Sono stati tagliati 1 miliardo e 250 milioni di euro di incentivi alle imprese. L´80 per cento di questo taglio riguarda imprese operanti nel Mezzogiorno. Ma quel che è peggio non è soltanto il taglio alla legge 488 e ad altre provvidenze incentivanti, ma il blocco imposto alle erogazioni del ministero delle Attività produttive. Doveva erogare 1 miliardo e 750 milioni ma ora tutto dovrà slittare al 2005 insieme ai bandi di concorso delle imprese e a 45 mila posti di lavoro previsti. Le regioni più colpite sono Campania, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia.

Un altro dei capitoli della manovra è l´aumento delle imposte su assicurazioni, banche, fondazioni, per 1300 milioni di euro che si riverseranno inevitabilmente sui costi dei servizi (polizze, interessi sui prestiti, etc.).

Infine i 2 miliardi di euro che dovranno venire anche da vendite di immobili dello Stato riaffittati dallo Stato stesso costituiscono un´operazione basata anch´essa su un´assurdità. Si aggravano le spese correnti per pagare i canoni di affitto e le si alleggeriscono vendendo cespiti patrimoniali. Con un debito pubblico ai livelli enormi che conosciamo le vendite di cespiti patrimoniali dovrebbero essere mirate a ridurre lo stock del debito e non le spese correnti. Risulta francamente incomprensibile l´adozione di un criterio di questo genere.

Ciò che tuttavia non è stato chiarito al pubblico consiste nel fatto che le misure strutturali contenute nella manovra riguardano il secondo semestre 2004. Taglio di spese e aumento di imposte si ripeteranno inevitabilmente raddoppiate nel 2005 mentre la parte non strutturale della manovra (vendite di cespiti patrimoniali e rinvio nelle erogazioni dei ministeri) dovranno essere rimpiazzate con altri tagli e altre imposte.

Domenica scorsa scrissi che per mantenere nel 2005 il rapporto deficit-Pil entro la soglia del 3 per cento sarebbe stata necessaria un´altra manovra da due punti di Pil. Quella attuale è di un punto scarso e depurata dai 2 miliardi di una tantum scende a mezzo punto. Ci attende dunque nel 2005 un´altra stangata di oltre 20 miliardi di euro. Ecco i primi esiti d´una gestione che ci ha portato sull´orlo del disastro finanziario.

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C´era, sì, l´alternativa ed era quella di adottare fin dall´inizio misure di sostegno dei redditi familiari e di incentivare i crediti al consumo e alle imprese. Era il solo modo per rilanciare la domanda in una fase congiunturale depressa, migliorando per questa via sia la dinamica del Pil sia, di conseguenza, il rapporto deficit-Pil.

Questa strada non è preclusa anche se il ritardo nell´imboccarla dopo tre anni di dilapidazione delle risorse la rende oggettivamente più difficile.

L´idea di un fondo rotativo finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti è positiva se verrà adottata rapidamente e affidata alla gestione del sistema bancario, senza peraltro che ciò giustifichi ulteriori tagli agli incentivi a fondo perduto.

Non ci sono scorciatoie in politica economica, né miracoli. Sono tre anni che ripetiamo questi suggerimenti di buona amministrazione. Quello che manca oggi non sono le idee né gli esempi. Mancano nella gestione delle pubbliche finanze persone come Ciampi, Andreatta, Visco. Si vede. Eccome se si vede

Ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all´occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica.

(da "La prima indagine di Montalbano" di Andrea Camilleri ? Mondadori editore, 2004 ? pag. 126)

La citazione riportata qui sopra, tratta dall´ultimo romanzo di Camilleri, si può ben applicare anche alle donne, a certe donne, come il presidente della Rai Lucia Annunziata. Chiamata a svolgere un ruolo di garanzia in nome di un´improbabile formula del "quattro + uno", è riuscita finora a districarsi dalle trappole di un Consiglio di amministrazione ostile senza cadere prigioniera o rimanere ostaggio della maggioranza. Quale che sia l´esito di questa vicenda, Lucia Annunziata ha fatto onore al suo impegno e a quello di tutte le donne che, a volte anche più e meglio degli uomini, di certi uomini, sanno assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.

Non possiamo invece dire altrettanto per i "quattro consiglieri dell´Apocalisse" nominati al vertice della Rai né tantomeno per un direttore generale che passerà alla storia ? si fa per dire ? come il commissario liquidatore del servizio pubblico. Con l´ultimo (in ordine di tempo) incidente a "Porta a porta", la gestione Vespa-Cattaneo ha toccato ormai il fondo. E come spesso accade in questi casi, l´eccesso di partigianeria e di servilismo non ha giovato alla fine neppure al beneficiario, se è vero che mercoledì scorso l´esibizione del presidente del Consiglio, il suo ennesimo one man show, ha fatto crollare gli ascolti al 17 per cento.

In questa occasione il conduttore della trasmissione ha sbagliato tre volte. Ha sbagliato innanzitutto sul piano giornalistico andando fuori tema con le divagazioni sulle cosiddette "grandi opere", all´indomani della battaglia di Nassiriya e mentre infuriavano le polemiche sul prolungamento della missione italiana in Iraq. Ha sbagliato sul piano professionale eliminando di fatto il dibattito e rinunciando lui stesso a qualsiasi contraddittorio. Ma ancor più ha sbagliato sul piano istituzionale replicando alle legittime critiche di Claudio Petruccioli, presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza, fino a parlare di "aggressione ignobile" e di "squallida iniziativa elettorale".

Quest´ultimo, fra i tre, è senz´altro l´errore più grave e intollerabile. La Vigilanza è un organismo di garanzia, composto da rappresentanti dei due rami del Parlamento, affidato perciò alla guida di un esponente dell´opposizione, come la Commissione di controllo sui servizi segreti. Giuste o sbagliate che fossero nel merito le censure di Petruccioli, e a nostro parere erano più che giuste, un dipendente dell´ente pubblico televisivo non può ribellarsi impunemente all´autorità che per legge ha il dovere di sorvegliare sul funzionamento del servizio medesimo.

Bruno Vespa, come qualunque giornalista della Rai, ha certamente tutto il diritto di difendere il proprio lavoro. Ma ha facoltà di farlo nelle sedi opportune, all´interno o all´esterno dell´azienda, e soprattutto nei modi appropriati. Offendere in questo modo il presidente Petruccioli significa offendere l´intera Commissione e l´intero Parlamento che l´ha eletta.

Non sorprende più di tanto che il direttore generale della Rai - per coprire in realtà il flop televisivo di "Porta a porta" - si sia affrettato a esprimere la propria solidarietà a Vespa, mettendosi così anche lui in una posizione oggettivamente eversiva rispetto alla Vigilanza parlamentare. Né che il giorno dopo abbia fatto altrettanto il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, artefice di quella "legge di sistema" sulla tv che tende a sistemare in primo luogo gli affari del presidente del Consiglio. Quanto alle reazioni di Forza Italia che ha chiesto addirittura le dimissioni di Petruccioli, evidentemente il partito-azienda non perde occasione per dimostrare di essere una filiale politica di Mediaset, un´agenzia che cura e amministra gli interessi privati del suo leader.

Eppure, proprio alla vigilia dell´ultimo soliloquio di Berlusconi sulla rete ammiraglia della tv pubblica, il centrosinistra era riuscito in Commissione di Vigilanza a far approvare un nuovo regolamento sulla par condicio in campagna elettorale, con il voto determinante dell´Udc di Casini e Follini. È un richiamo per l´attuale gestione della Rai, faziosa e cortigiana. Ma è anche un segnale, un avvertimento per la maggioranza di centrodestra.

Mezza Italia s´è già ribellata mercoledì scorso a questo malcostume televisivo e politico, disertando "Porta a porta", bocciando una trasmissione a senso unico, rifiutando il duetto tra il suo conduttore e il suo ospite d´onore. Adesso, se in campagna elettorale le disposizioni della Vigilanza non saranno rigorosamente rispettate, agli esponenti dell´opposizione non resterà che boicottare il salotto televisivo di Vespa: anzi, Fassino, Rutelli e magari Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio, forse farebbero bene ad annunciare che in questo caso non parteciperanno più ai programmi della Rai. E gli elettori del centrosinistra, defraudati di un loro diritto fondamentale al pluralismo dell´informazione e al confronto delle opinioni, potranno anche disdire in massa il canone d´abbonamento a un servizio pubblico che vìola il contratto con lo Stato e con ciascun cittadino telespettatore.

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Tra i libri sui mass media che arrivano a questa rubrica, ne voglio segnalare qui uno scritto in forma di romanzo. S´intitola "Elen nella tempesta", autore Enzo Mangia, edito da Guida. Si tratta in realtà di un pamphlet sul dopo-Tangentopoli che cerca di risalire alle "fonti del terrorismo in Italia", come recita il sottotitolo.

È un dialogo fra due giornalisti, il moderato Victor e la rivoluzionaria Elen, impegnati in un confronto sulle ragioni della "democrazia malata". L´impianto narrativo non toglie forza all´indignazione civile. E alla fine, un´ampia rassegna di citazioni giornalistiche e satiriche completa la lettura.

Adriano Olivetti è stato un appassionato editore. Quella di disegnare riviste e progettare libri era un’attività che si armonizzava con i suoi interessi in campo industriale, politico, estetico, associativo. Il suo bisogno di diffondere idee e programmi si concretava, spesso, nella nascita di un periodico o di una collana editoriale: non è esagerato sostenere che il suo fervore inventivo si manifestasse, di pari passo, in fabbrica e in tipografia.

Già all’inizio del 1937, poco prima di assumere la presidenza della società d’Ivrea, l’ingegnere Adriano licenziava le bozze di stampa del primo numero della rivista Tecnica e organizzazione. Temi importanti del periodico erano l’analisi della struttura organizzativa delle imprese, lo studio dei perfezionamenti tecnico-produttivi, l’assistenza sociale, l’architettura industriale, l’istruzione professionale. Si delineava già quell’insieme di interessi culturali che avrebbe richiamato l’attenzione dell’imprenditore nei decenni successivi.

E’ del marzo 1946, dopo una gestione iniziata nei mesi della Liberazione, la nascita di Comunità, la rivista in cui le questioni che appassionavano l’imprenditore si sarebbero articolate in un ampio ventaglio interdisciplinare. L’elenco delle rubriche di cui si componeva questo quadrimestrale - politica, economia, urbanistica, architettura, filosofia, narrativa, poesia, arti figurative, cinema - può dare il senso della ricchezza del progetto. Esso era tenuto insieme da un’ispirazione di base, che andava precisandosi nelle opere dello stesso Adriano Olivetti: L’ordine politico delle comunità, che è del 1947, e Società, Stato, Comunità, uscito cinque anni più tardi. Ciò che l’industriale di Ivrea aveva in mente era una politica d’un timbro particolare, che non si riconosceva nei partiti tradizionali e tendeva a collegarsi con i movimenti d’opinione e le realtà associative locali. Al fondo delle sue concezioni, e del Movimento da lui creato, c’era la Comunità come cellula primaria dell’organizzazioine statuale. Essa - per dirlo con Geno Pampaloni, che fu per oltre un decennio un intellettuale «organico» dell’olivettismo - era «l’espressione compiuta del radicamento dell’uomo al paesaggio e al tema della sua vita». Questa ideologia, pur presente, non faceva di Comunità in quanto rivista un veicolo di tesi esclusive, ma piuttosto un punto d’incontro di varie istanzi civili: laiche, cattoliche, socialiste.

Ad animare questo concerto di voci contribuivano da un lato il fascino personale del fondatore, dall’altro la qualità dei collaboratori a lui subentrati nella direzione o nella cura del periodico: da Giorgio Soavi a Renzo Zorzi, un veneto taciturno e pacato, colto e tenace, che l’avrebbe diretto per molti anni anche dopo la morte di Olivetti. La redazione era composta da Pier Carlo Santini, Egidio Bonfante - scomparso appena la settimana scorsa - e L. Di Malta; e i collaboratori andavano da Franco Ferrarotti a Paolo Portoghesi, da Norberto Bobbio a J. K. Galbraith, da Jurgen Habermas a Isaak Singer. L’attenzione all’aspetto grafico della rivista s’accordava con quel nitore estetico che distingueva la "comunicazione" olivettiana, sia nel campo progettuale (il design) che in quello pubblicitario.

Di lì a poco, Comunità diventa una casa editrice. Anche qui, la gestazione è stata lunga e graduale. Fin dal 1943, l’imprenditore canavesano ha dato vita alle Nuove Edizione di Ivrea, un marchio di breve durata che riesce però ad assicurarsi i diritti di importanti testi stranieri. Ora, in vista delle edizioni di Comunità, Olivetti fa ricorso a una suggestiva trama d’ingegni: da Bobi Bazlen a Ernesto Bonaiuti, da Alberto Carocci a Leonardo Sinisgalli, a quel Luciano Foà che vent’anni più tardi fonderà la Adelphi.

Ai testi di urbanistica, di sociologia politica, di filosofia aziendale cominciarono ad affiancarsi, nel catalogo, le opere di spiriti religiosi come Soren Kierkegaard, Simone Weil, Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, Martin Buber, Nicolaj Berdiaev. Un apostolo terzomondista come Albert Schweitzer s’inseriva in questo quadro accanto a un pioniere industriale del rango di Frederik Winslow Taylor, a un urbanista come Lewis Mumford, a uno scienziato della politica come Giuseppe Maranini.

Direttore, nel ‘37, del piano regolatore della Val d’Aosta, Adriano Olivetti entrò nel consiglio direttivo dell’Istituto Nazionale di Urbanistica fino a diventarne, nel ‘50, presidente. Ma già da un anno aveva assunto la direzione della rivista dell’Istituto, intitolata appunto Urbanistica. Questa parola e questa disciplina erano intese - citiamo sue parole - a «colmare il "distacco" tra la cultura e lo Stato, tra Paese e Governo». «Cultura e Paese - egli sosteneva - reclamano la fine del disordine, la protezione della salute e dell’incolumità personale, l’eliminazione degli sprechi e dei rumori, il pieno impiego, l’unità armonica della vita».

Intorno alla capofila -perché tale restava Comunità - si andò presto formando una costellazione di periodici delle più varie specializzazioni, dalla Rivista di filosofia, diretta da Norberto Bobbio e poi passata editorialmente alla Einaudi, a Metron Architettura, da Architettura-cronache e storia fino a Selearte, l’agile rivista di informazione artistica diretta a Firenze da Carlo Ludovico Ragghianti. Nel 1955, finanziato da Olivetti, esordiva L’Espresso, frutto di una lunga riflessione: inizialmente, l’ingegnere Adriano, d’accordo con Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari, pensava a un quotidiano, sorretto dall’alleanza di varie "firme" industriali, ma poi si scelse la periodicità settimanale, economicamente meno impegnativa. Nei tardi anni Cinquanta, Olivetti chiese a Carlo Caracciolo - che dell’Espresso possedeva una piccola quota - di subentrargli nel controllo del settimanale (oltre che della maggiore fra le testate di architettura nate intorno al movimento di Comunità). L’industriale di Ivrea fu dunque il creatore di un gruppo editoriale che si sarebbe, col tempo, ramificato e consolidato.

In un campo assai diverso anche il mensile meridionalista Nord e Sud, diretto da Francesco Compagna, s’era giovato, nascendo a Napoli nel 1954, dell’appoggio finanziario erogato, in varie forme, dalla Olivetti e dal suo capo. A me, proveniente da quella esperienza napoletana, toccò di partecipare, fra il ‘57 e il ‘58, a una delle ultime iniziative editoriali olivettiane: un settimanale, con redazione a Torino, intitolato La via del Piemonte: regione, quest’ultima, nella quale l’ingegnere di Ivrea si presentava candidato al Parlamento (venne eletto, e più tardi gli subentrò, nel seggio, Franco Ferrarotti). Ma, in corrispondenza con lo spirito insieme ideale e pragmatico del suo fondatore e patron, la prospettiva elettorale non esauriva gli interessi del settimanale diretto da Geno Pampaloni. Ricordo, in redazione, Giovanni Giudici, Stefano Petrovich, Giulio Crosti, Carla Perotti, e fra i collaboratori Carlo Fruttero, Luigi Carluccio, Massimo Fichera, Antonio Spinosa, Valerio Castronovo: una piccola rappresentanza di coloro che Adriano Olivetti associò, lungo i decenni, alla sua multiforme avventura, all’interno della quale l’editoria assunse uno spazio privilegiato.

Una lista delle persone che egli chiamava intorno a sé, coinvolgendoli nei suoi progetti, rischia di diventare interminabile o lacunosa, fra letterati, urbanisti, architetti, grafici, designer, esperti di edilizia popolare, giornalisti, analisti della politica, studiosi di problemi meridionali (e qui torna alla memoria Riccardo Musatti, autore di un saggio pieno di intuizioni e speranze, La via del Sud, e poi direttore dell’ufficio pubblicità e stampa della Olivetti). Sull’affluenza degli intellettuali in azienda, sotto Adriano, si è fatta molta letteratura. Non apparirà comunque retorica l’etichetta di «ex olivettiani», di «adrianèi» della quale tanti si sono fregiati o a volte ancora si fregiano, riconoscendosi fra loro. In nome di una remota, contagiosa utopia.

L’effetto petrolio sui sogni del Cavaliere

Eugenio Scalfari

Si riteneva fino a poco fa da parte dei maggiori centri mondiali di analisi economica che la ripresa congiunturale Usa avrebbe continuato a tirare energicamente per tutto l´ultimo quadrimestre dell´anno. Reddito nazionale, domanda interna, esportazioni, creazione di nuovi posti di lavoro, plusvalenze provenienti da una Borsa in rialzo, tassi d´interesse in moderato e già metabolizzato aumento: queste le formidabili forze che avrebbero trainato l´economia mondiale definitivamente fuori dal pantano in cui era caduta subito dopo lo sgonfiamento della bolla speculativa del 2000 e le successive drammatiche vicende del 2001. E se qualche vagone o vagoncino non avesse potuto agganciarsi al grande treno in corsa, pazienza: dopo la lunga stagnazione, un capitalismo risanato avrebbe dimostrato la perenne validità del libero mercato e della sua capacità di diffondere insieme benessere e libertà.

Ma per qualche ragione ancora non interamente chiara ma già individuabile nelle sue grandi linee, qualche elemento essenziale del quadro sta marciando storto, qualche meccanismo dev´essersi inceppato. Quasi di sorpresa infatti l´andamento dei consumi Usa ha rallentato e così pure la produzione industriale e la creazione di nuovi posti di lavoro. La Borsa ha invertito la tendenza specie nei settori di alta tecnologia e in quelli manifatturieri.

Intanto il prezzo del petrolio continua a salire e forse è proprio questo l´elemento determinante di quest´inattesa frenata. Se non invertirà rapidamente la tendenza al rialzo ci troveremo in mezzo ad una vera e propria crisi petrolifera capace di modificare profondamente tutte le previsioni fin qui formulate sull´andamento dell´inflazione, dei tassi d´interesse, del finanziamento dei disavanzi, del commercio internazionale.

Mai come in questo momento l´incertezza è dunque al culmine e i mercati sono privi di orientamento. In realtà nessuno aveva immaginato una situazione del genere anche se non mancavano i segnali per avvistarne la gravità.

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I prezzi del greggio sono ininterrottamente al rialzo da cinque anni. Dai 18 dollari al barile del maggio ´99 per il petrolio quotato sui mercati di New York e di Londra, siamo arrivati nell´agosto 2004 a 44 dollari (41 per il Brent quotato a Londra). L´aumento medio è stato cioè del 60 per cento.

Se si considerano i dodici mesi che vanno dalla fine della guerra in Iraq al giugno 2004, l´andamento del greggio registra un rialzo da 28 a 39 dollari per barile.

Ciò avviene in una fase in cui dal punto di vista congiunturale la tensione della domanda e la disponibilità dell´offerta avrebbero dovuto generare un virtuoso equilibrio intorno al prezzo di 22-24 dollari al barile. Siamo invece ad uno sballo esattamente del doppio che non accenna a diminuire.

Diventa sempre più chiaro dunque che a cause congiunturali si sono sovrapposti mutamenti strutturali sia nella domanda che nell´offerta. La prima è strutturalmente aumentata a causa dell´irrompere dell´Asia (e della Cina in particolare) sul mercato petrolifero e carbonifero. La seconda è strutturalmente diminuita a causa dell´arresto degli investimenti nella ricerca petrolifera e nelle nuove fonti d´energia diverse dal petrolio. La documentazione di questi mutamenti profondi è stata analizzata in questi ultimi mesi da numerosi interventi sulle riviste specializzate del settore (tra i quali segnalo un recente saggio di Alberto Clò) e dai giornali economici più attenti ( Wall Street Journal, Financial Times, Economist).

Sperare che basterebbe un po´ più di buona volontà da parte dei produttori Opec, un rapido ritorno sul mercato del petrolio iracheno, del gas russo, del greggio venezuelano nonché l´utilizzo calmieratore delle riserve Usa, è pura illusione.

La crisi petrolifera è ormai un dato di fatto. Gli effetti possono essere molto pesanti sui mercati globali e in particolare sulle economie degli Stati Uniti e di Eurolandia nonché su quelle dei paesi emergenti non petroliferi.

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Si comprende meglio in questo contesto quale sia stato il drammatico errore compiuto dal governo italiano nel triennio 2001-2004 durante la gestione Berlusconi-Tremonti della politica economica: per tener fede all´impegno elettorale di «non prender denaro dalle tasche degli italiani» ci si è affidati ai condoni e alla finanza creativa puntando tutte le carte sulla ripresa internazionale.

Gli effetti nefasti di questa politica sono stati quelli di distruggere l´avanzo primario delle partite correnti, di interrompere la diminuzione del debito pubblico, di diminuire le entrate tributarie e di far correre più velocemente il fabbisogno e il rapporto deficit/Pil.

Questa politica è arrivata ai piedi di un invalicabile muro e Tremonti ne ha fatto le spese. Per la stessa ragione il Berlusconi di agosto ha cambiato politica: ora ha bisogno come dell´aria che respira dell´appoggio del sistema bancario, della Confindustria, della Banca d´Italia, dei poteri forti o almeno di quello che ne è rimasto. Farà concessioni, farà promesse.

Circola voce che voglia vendere le sue televisioni a operatori «nazionali». Forse è soltanto un´esca, un modo per distribuire qualche "per cento", un osso da dare ai cani che minacciano di mordergli i polpacci alla ripresa di settembre. Vedremo.

Ai sindacati promette una sorta di scala mobile costruita su misura dei pensionati. Non è farina del suo sacco perché sono anni che i sindacati confederali, le associazioni dei consumatori e i partiti d´opposizione chiedono parametri specifici per le classi di reddito più deboli, non solo pensionati ma tutti i lavoratori e i contribuenti sotto ai 20 mila euro di reddito annuo e, insieme a questo, un sistema di ammortizzatori sociali che dia protezione al lavoro flessibile e la fiscalizzazione degli oneri sociali.

Si parla tanto di riformismo forte. Eccone alcuni esempi. Quanto costerebbe un progetto di riforma fondato su questi elementi? Non si è lontani dal vero azzardando la cifra di 20-25 miliardi, più o meno quanto il costo del tanto strombazzato taglio dell´Irpef ma molto più produttivo ai fini del rilancio dell´economia, dell´industria, dei consumi, dell´occupazione e del potere d´acquisto.

Questo mi sembra il tipo di programma operativo che il centrosinistra dovrebbe far proprio e che del resto è già nella sua linea e nel suo Dna. Bastano due sole parole per presentarlo al paese: protezione sociale e innovazione. E poi articolarle nel concreto.

Ci vuole un grande respiro di efficienza e di equità. I rappezzi, il riformismo delle briciole, le velleità contrapposte del moderatismo e della palingenesi finale sono vecchi arnesi d´un mondo che fu. Innovazione e protezione, creatività individuale e solidarietà comunitaria: questo è il programma che ci si aspetta da Romano Prodi. Sta nel cuore e nella mente di tutti i democratici. Non ci vogliono cento pagine né cinquanta e neppure venti. Ne bastano tre o quattro per indicare e rendere espliciti quegli obiettivi che tutte le persone perbene conoscono da tempo e dei quali il paese ha bisogno.

Preoccupa il clima di indifferenza che circonda la legge sull'ordinamento giudiziario approvata il 29 giugno 2004 dalla Camera in contrasto con la Costituzione. Il metodo è stato quello della fiducia. Per i non addetti ai lavori, è bene ricordare che quando viene posta la fiducia, il dibattito si interrompe e si passa al voto del testo indicato dal governo senza discussioni. Il dibattito su un testo di decine di pagine, cruciale per i diritti dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni, è durato venti minuti in commissione e zero minuti in aula. Contestato dai magistrati, - che hanno scioperato in maniera compatta per ben due volte, - e dagli avvocati penalisti poiché il Governo ha impedito ai parlamentari di opposizione di dire la loro opinione. Il Governo con un vero e proprio colpo di mano ha approvato una riforma sulla separazione delle funzioni che viola la Costituzione nella parte in cui afferma l'indipendenza del Pubblico Ministero al pari dei Giudici. E in quella in cui disciplina il CSM come organo di autogoverno della Magistratura. E questo obiettivo viene raggiunto con la sottrazione dei poteri al CSM nella selezione delle toghe e nella nomina dei vertici degli uffici direttivi, e la contemporanea dilatazione delle competenze del Ministro Guardasigilli che premia i magistrati che lavorano nel palazzo. Questo avviene con la sapiente regia di esperti che fanno leggi truccate e difficilmente comprensibili. Esse dicono una cosa e ne vogliono un'altra. E sfuggono all'attenzione della pubblica opinione.

In passato non ero contrario alla separazione delle funzioni tra giudici e Pm. Ma oggi essa è fatta contro tutta la magistratura per limitarne l'indipendenza. In ogni caso essa andava fatta con una legge costituzionale e non con una legge ordinaria senza un minimo di discussione. La separazione delle carriere é un sogno lungamente inseguito dal Governo che approfitta del momento più favorevole, essendo la pubblica opinione assorbita da gravi problemi sociali . E per separare Pm e giudici si creano una serie di ostacoli che rendono di fatto impossibile il passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa. La riforma prevede un solo concorso per l'accesso alle due carriere. Ma evita di indicare quali capacità particolari dovrebbero dimostrare i giudici rispetto ai Pubblici Ministeri. La mancanza di regole consentirà a commissioni addomesticate di selezionare i Procuratori della Repubblica secondo criteri arbitrari adottati dal Ministero della Giustizia. Si sta realizzando l'idea di magistrati graditi al Governo.

L'obiettivo è di vulnerare l'indipendenza del Pubblico Ministero sottoponendolo al controllo dell'esecutivo. Ma l'indipendenza trova la sua consacrazione nell'articolo 112 della Costituzione che stabilisce il principio della obbligatorietà della azione penale.. Principio che si collega a quello che la legge è uguale per tutti. Il Pm deve iniziare il processo ogni volta che viene violata la legge, senza possibilità di discriminazioni o favoritismi a seconda del gradimento del Ministro di turno. La Corte Costituzionale ha sempre ribadito l'indipendenza del Pubblico Ministero soggetto solo alla legge. Sicché non sarebbe possibile, con legge ordinaria, consentire interferenze esterne ed estranee alle sue funzioni come avviene con la legge sull'ordinamento giudiziario.

È stato reintrodotto il concorso per titoli ed esami, per la nomina dei vertici degli uffici direttivi requirenti e giudicanti, con privilegi di carriera per i magistrati ministeriali. Tutto questo intacca l'indipendenza dei magistrati. Basta leggere la relazione alla Costituzione: "Per quanto riguarda la indipendenza del potere giudiziario, occorre predisporre una disciplina tale da distaccare del tutto la carriera degli organi del potere giudiziario - giudici e pubblici ministeri - dal potere esecutivo. Quando si parla di carriera, s'intende riferirsi sia alla assegnazione della sede del magistrato sia alle promozioni". La relazione aggiunge "la nomina della commissione di concorso viene sottratta al potere esecutivo, contribuendosi in tal modo alla ulteriore garanzia di indipendenza della magistratura requirente e giudicante".

Il concorso interno per la promozione dei magistrati, bocciato in passato, è censurabile per tre ragioni. Ingiusto perché favorisce i magistrati meno impegnati e gravati di lavoro. Giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lavorano 20 ore al giorno nei processi di mafia, sarebbero "sconfitti" da magistrati imboscati presso il Ministero. Il sistema è inadeguato anche perché tiene conto delle nozioni teoriche astratte ma non della capacità concreta, della laboriosità, dell'equilibrio e dell'imparzialità. Ed infine è controproducente, poiché turba la serenità ed il prestigio del magistrato distogliendolo dal lavoro di indagine. Infatti, il giudice sarebbe costretto a trascurare il suo lavoro per impegnarsi a vincere il concorso per titoli ed esami ed aspirare ad un ufficio direttivo.

La riforma tende anche ad un modello di pubblico ministero assoggettato burocraticamente al Procuratore della Repubblica, figura centrale la cui nomina sarà di fatto decisa dal Governo attraverso il controllo dei concorsi interni ed i veti del Ministro. Il Procuratore determina i criteri di organizzazione degli uffici e di assegnazione e revoca dei processi ai singoli magistrati. Qui sta il trucco. Garantita la scelta di Procuratori addomesticati si è creato un meccanismo per cui gli stessi Procuratori avranno la possibilità di manovrare e insabbiare i processi che riguardano fatti che toccano i santuari dei poteri forti.

Di dubbia costituzionalità è anche l’istituzione della "Scuola della Magistratura". Il progetto di legge parte dall'esigenza reale di una maggiore professionalità dei magistrati per raggiungere lo scopo diverso di attribuire il controllo della Magistratura al potere esecutivo. E lo fa con un meccanismo sofisticato che affida la "scuola" ad un comitato in cui prevalgono membri controllati dall'esecutivo. Si tratta di compiti, assegnazioni, nomine, trasferimenti e promozioni che l'art. 105 della Costituzione conferisce al CSM a cui invece verrebbero sottratti.

Altro punto rilevante riguarda il potere del Guardasigilli di opporsi al conferimento di incarichi direttivi assegnati in contrasto con il suo parere. Tale potere di interdizione vanifica le competenze del CSM nella nomina dei capi degli uffici giudiziari.

A tutto questo si aggiunge il fatto che la riforma non produce alcun miglioramento della giustizia poiché il Governo non ha proposto e non intende portare avanti alcuna riforma per accelerare i tempi infiniti dei processi civili e penali.

DALLA VIVA voce di Bush, nella sua conferenza stampa di ieri mattina a Villa Madama, abbiamo appreso che il suo ricorso all´Onu e soprattutto il conferimento al nuovo governo provvisorio dell´Iraq di una sostanziosa sovranità sugli affari civili, economici e militari iracheni è dovuto alle pressanti richieste avanzate da Berlusconi che il presidente americano ha accolto per il riguardo dovuto all´amico e all´alleato. Berlusconi l´aveva già anticipato quando, pochi giorni fa, andò a riferire in Parlamento gli esiti del suo viaggio a Washington e a New York, ma pochi gli avevano creduto. Ora i molti che gli avevano dato dello sbruffone e del bugiardo sono serviti, a meno di non concedere a Bush la stessa patente di bugiarderia che qui siamo soliti attribuire al nostro presidente del Consiglio.

Con tutta la migliore buona volontà, questa tentazione tuttavia si affaccia alla nostra mente e ne porta con sé un´altra assai più seria: se Bush mente con tanta disinvoltura quando lascia all´alleato italiano il merito d´averlo convinto a cambiare rotta nell´enorme pasticcio iracheno e d´esser riuscito a convincerlo là dove avevano fallito Powell, Putin, Schroeder, Chirac, la Cina e Giovanni Paolo II, come possiamo prestar fede alle dichiarazioni del leader della superpotenza mondiale quando afferma che a Bagdad si è voltata pagina, che la Coalizione multinazionale è ormai il docile braccio armato del governo iracheno, che la spinosissima questione delle torture va ridotta alla responsabilità di pochi soldati in vena di goliardia un po´ troppo spregiudicata, che avremo tra breve uno Stato palestinese libero e indipendente e che, infine, l´Onu sta per assumere quel ruolo vitale, centrale, essenziale (scegliete voi l´aggettivo che più vi aggrada e Bush lo ripeterà) che da un anno e mezzo la vecchia Europa e la Russia e l´India e la Cina e i Paesi arabi chiedevano ad una voce? Ci voleva un miracolo. Ma il miracolo c´è stato. Possiamo battezzarlo ? perché no ? il miracolo di San Silvio. E se quel vecchio testardo e sfiatato di Giovanni Paolo II ancora ne dubita, peggio per lui. Rischia di doverne render prima o poi conto all´Onnipotente, che come tutti ormai sappiamo ricopre la sua luminosa essenza con una tunica a stelle e strisce alla testa della sua falange di angeli dalle trombe d´argento che alternano le note dell´inno americano a quelle di "Tipperary".

Tra un po´ inseriranno forse anche il nostro Mameli in quello spartito celeste destinato a sgominare i diavoli e a riportare la pace nel mondo in attesa della prossima guerra.

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Naturalmente in Iraq stanno accadendo molte cose e sarebbe un grave errore non considerarne la portata. La vera portata, che solo in piccola parte coincide con quella propagandata dal coro angelico guidato con esperta e duttile maestria dal Condoleezza Rice.

Chi ha scelto i 26 membri del governo provvisorio iracheno? Stando alla versione Bush li ha reclutati Brahimi, l´inviato di Kofi Annan a Bagdad, dopo aver girato il paese da cima a fondo e aver tastato il polso di tutte le persone che contano, di tutte le etnie, religioni, tribù e ceti sociali.

La versione Brahimi differisce: il vero reclutatore è stato Bremer, il proconsole americano che tra venti giorni cederà il posto a Negroponte. «Bremer - ha detto Brahimi in una sua stizzita dichiarazione - si è comportato come un dittatore. I miei suggerimenti non erano questi». Esiste anche una versione Bremer che attribuisce il maggior peso della selezione reclutatoria al Consiglio provvisorio tuttora in carica fino al 30 giugno. Difatti buona parte del personale ministeriale proviene dal medesimo Consiglio, mentre Brahimi aveva inizialmente suggerito un´incompatibilità assoluta, necessaria proprio per marcare la famosa discontinuità tra l´ieri e l´oggi.

Il premier iracheno è emerso da un´indicazione del Consiglio provvisorio. Idem il presidente provvisorio. Tutti e due graditi a Bremer e al dipartimento di Stato (non da Rumsfeld).

Difficile dire se si tratta di una svolta, d´un compromesso a mezza strada o d´una piroetta. La versione di Al Sistani è che sia un compromesso a mezza strada; lui prima di pronunciarsi aspetta le elezioni dove pensa di vincere se non addirittura di stravincere. Intanto non disarma le sue agguerrite milizie che finora sono state, come si dice, con le armi al piede.

Del resto nessuno dei capi che contano, delle tribù che contano, ha disarmato le proprie milizie. Ce ne sono a decine, ogni milizia presidia le sorti d´una tribù, d´un sottogruppo, d´un partito, d´una fazione. Alcune - poche - con presenza nazionale; altre in sostegno di ras locali.

Neppure la milizia di Al Sadr ha deposto le armi nonostante le forti perdite subite in combattimento e le intimazioni di Sistani. Sadr tratta ma armato. I vecchi baathisti trattano. Il modello che viene avanti sembra quello d´assegnare a ogni milizia la guardiania dell´ordine pubblico facendogli indossare la divisa della polizia irachena: tante milizie, tanti spezzoni di polizia. Così è stata pacificata Falluja. Così regge la tregua inquieta di Nassiriya e quella di Kerbala. A Najaf ancora alle milizie di Sadr non sono state date le giubbe della polizia di Stato, perciò si sparacchia. A Bagdad c´è Al Qaeda e la questione è più complicata perché Al Qaeda non la vorrebbe in casa nessuno, né gli americani né le fazioni irachene. All´epoca di Saddam non c´era. Ma adesso c´è e questa è una tristissima novità.

* * *

La nuova risoluzione dell´Onu è arrivata alla sua terza bozza e, con qualche ulteriore limatura, sembra ormai matura per esser messa in votazione e approvata dal Consiglio di sicurezza. Anche Chirac sembra disposto a votarla avendo ottenuto (per merito di Berlusconi, ma lui - ingrato - fa finta di non saperlo) che se il futuro governo iracheno dovesse invitare la Coalizione a sgombrare il campo, la Coalizione obbedirebbe.

Comunque, in assenza di quell´invito, la Coalizione se ne andrebbe entro il dicembre 2005 sempre che il lavoro di normalizzazione sia compiuto.

Questo calendario è chiaro nelle date ma oscuro nelle condizioni permissive. Non si sa a chi spetti il giudizio sull´avvenuta o non avvenuta normalizzazione, se al governo eletto o al Consiglio di sicurezza o alla Coalizione stessa e ai governi che ne rispondono.

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Nelle conferenze stampa di Bush a Roma e a Parigi l´argomento sostanzialmente ignorato è stato quello dell´eterno conflitto palestinese-israeliano. Solo il vecchio Papa ha battuto su quel tasto. Era quasi senza voce, le mani che reggevano i fogli del suo discorso gli tremavano visibilmente, respirava con grande fatica, ma le parole scendevano come colpi di martello e l´indice sottolineava i passaggi cruciali alzandosi verso l´alto quasi a chiamare la testimonianza dell´Onnipotente specificando che quelle parole era Lui dall´alto a dettarle al suo Vicario.

Salvo quella voce, la piaga purulenta del Medio Oriente è stata di fatto sorvolata. Credo perché il nostro Berlusconi non ha avuto il tempo materiale di occuparsene e di convincere Bush e Blair, con le buone o con le cattive, a darsene veramente carico. Ma vedrete, troverà il tempo anche per questo e allora anche su quel fronte vi saranno risultati.

Nel frattempo il Nostro ha promesso truppe fresche per l´Afganistan perché anche lì c´è ancora molto da fare: il governo Karzai non può mettere il naso fuori da Kabul senza esser preso a fucilate. Anche lì le milizie sono tante quanti sono i feudi, i vassalli e i valvassori che dominano, ciascuno, un pezzo o pezzetto di paese. Perfino gli studenti Taliban hanno rialzato un po´ la testa anche se acciaccati ma tuttavia vivaci e pieni di voglie.

Il governo Karzai, o meglio il comando americano, non hanno ancora avuto la brillante idea di far indossare alle milizie dei signori della guerra le uniformi della polizia di Stato afgana. In compenso molti di quei signori fanno parte del governo nazionale. L´Onu fa peacekeeping nella capitale.

Fuori di essa le milizie fanno peace enforcing a modo loro. I soldati Usa, insieme a qualche reparto di "volenterosi", cercano sempre Bin Laden sulle montagne di confine col Pakistan.

Questa storia sembrava finita all´inizio del 2002, ma a metà del 2004 è sempre lì. La maggior parte delle donne continua a nascondere la faccia dietro il burqa per non far arrabbiare i mariti. Emma Bonino se ne dispera e a ragione. Bisognerebbe stabilire per legge il nubilato? E se non bastasse? Se anche i fidanzati preferissero il burqa quando portano a spasso le fidanzatine?

Valli a capire. Forse Schifani potrebbe suggerire qualche cosa d´intelligente. Forse anche Calderoli. Di talenti noi ne abbiamo a dovizia. Se andassero all´estero per informarsi meglio sarebbe un gran vantaggio per tutti, a cominciare naturalmente dal popolo italiano.

GUARDATE con attenzione questi due spezzoni di cro naca, o forse di storia, che si svolgono da tre anni sotto i nostri partecipi occhi: lo spezzone America-Medio Oriente-terrorismo e lo spezzone Europa-Medio Oriente-terrorismo. Si svolgono su linee parallele, destinate probabilmente a convergere, ma il come e il quando non si conoscono. Secondo i canoni della geometria due parallele si incontrano all´infinito il che, secondo i canoni della politica, significa mai. Ciò ha sviluppato un terzo e un quarto spezzone: quello intra-europeo e quello Usa-Europa. Dalle diverse combinazioni di questi quattro elementi uscirà la storia dei prossimi mesi e dei prossimi anni.

Molti altri ufficiali dell´ex esercito saddamita sono stati reintegrati nelle loro funzioni e molti soldati sono stati richiamati alle armi. A Falluja e in tutta la zona sunnita dell´Iraq centrale questi provvedimenti sono stati accolti con favore dalla popolazione. Almeno per ora.

6. Gli ostaggi italiani nelle mani d´una sedicente Brigata verde di Maometto non sono stati ancora rilasciati. Nuove condizioni, di fatto irricevibili, sono state poste per la loro liberazione.

7. Le milizie sciite che fanno capo ad al Sadr sono ancora sul piede di guerra (insieme ai guerriglieri sunniti), a Najaf, a Kerbala, a Kufa, a Falluja, a Nassiriya, a Bassora. In quest´ultima città operano anche cellule di Al Qaeda. La situazione in molti quartieri di Bagdad è confusa. Vige il coprifuoco, lo stillicidio dei morti prosegue da ambo le parti.

8. Durante il mese d´aprile sono caduti sul teatro di guerra iracheno 131 militari americani. I feriti sono alcune centinaia. Numerosi anche i morti nella polizia irachena e tra uomini d´affari, executives e civili americani e occidentali. Le perdite di vite umane tra la popolazione di Falluja sono state fin qui oltre 1.200, i feriti alcune migliaia. La percentuale di bambini e ragazzi sotto i 14 anni è stimata al 20% del totale, cioè non meno di 250 per quanto se ne sa. Al di là di queste notizie non ufficiali, il fronte di Falluja è blindato. Di quanto sia veramente accaduto in quella città di 200mila abitanti, quanta parte di essa sia stata distrutta dai bombardamenti, quale sia lo stato sanitario e alimentare della popolazione è ignoto dopo due settimane e mezzo d´assedio e di battaglia.

9. Notizie e fotografie orripilanti sulle torture inflitte da soldati e ufficiali Usa (ai comandi di una generalessa) a prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib alla periferia di Bagdad, sono state diffuse dalle tv americane e pubblicate dai giornali di tutto il mondo. Analoghi comportamenti sembrerebbero riguardare anche militari inglesi, ma su questo punto non ci sono ancora prove. Il Pentagono era a conoscenza dell´accaduto dallo scorso gennaio. I media Usa hanno esitato a rivelare quanto sapevano tenendo nascosta la vicenda per tre giorni, alla faccia della famosa indipendenza e libertà della stampa americana.

10. Gli ultimi sondaggi che riguardano il consenso dell´opinione pubblica americana al presidente Bush circa la condotta del dopoguerra iracheno sono scesi al 46% e il trend è al ribasso. Ma il consenso per lo sfidante Kerry si mantiene tuttavia intorno al 32%. Bush s´indebolisce ma Kerry non intercetta i voti in uscita.

11. Sono in corso contatti intensi tra Zapatero, Chirac, Schröder e Blair sulla risoluzione da sottoporre al Consiglio di sicurezza dell´Onu.

12. Nel frattempo il contingente militare spagnolo in Iraq è rientrato in patria tempo di record.

13. Sono in corso anche contatti tra il dipartimento di Stato americano, Annan e Brahimi sul medesimo argomento d´una auspicata nuova risoluzione dell´Onu, nella quale - secondo quanto dichiarato dal segretario generale delle Nazioni Unite - si autorizzerà una forza multinazionale a restare in Iraq.

14. Sullo stesso tema Berlusconi ha parlato con Putin e Blair. Frattini con Powell e Annan.

15. Il 1? maggio 10 paesi europei sono entrati ufficialmente a far parte dell´Unione che conta ora 25 membri.

16. Altri morti e altri attentati e raid aerei nelle strade di Gaza. Scene di "ordinario" mattatoio, mentre il Likud boccia il piano di ritiro di Sharon.

* * *

Che cosa si deduce da questo oggettivo elenco di fatti? La prima deduzione è che il recupero della sicurezza in Iraq resterà saldamente nelle mani del Comando americano e del nominando ambasciatore Negroponte se la sua nomina sarà approvata dal Congresso.

Di qui nasce una prima domanda: il Consiglio di sicurezza approverà dunque una nuova risoluzione che prenda atto di questa circostanza e accetterà comunque il coinvolgimento dell´Onu suggerito da Brahimi? Nel caso in cui il Consiglio accetti la risoluzione a maggioranza, la Francia e la Russia s´allineeranno o bloccheranno la delibera con il loro veto? La risposta dovrebbe arrivare entro il corrente mese di maggio. Da essa dipenderà anche l´atteggiamento, operativamente ininfluente ma politicamente d´un certo rilievo, dell´opposizione parlamentare italiana e in particolare delle forze riformiste che hanno dato vita alla lista Prodi.

Nel frattempo tuttavia è accaduta qualcosa che merita riflessione. In occasione della dolorosa vicenda degli ostaggi, rimasta ancora senza conclusione, il movimento pacifista è stato utilizzato come un "asset" positivo sia dalla maggioranza di governo che dai partiti d´opposizione. Allo stato delle cose questo "asset" s´è rivelato l´unico strumento efficace di pressione sui sequestratori, sebbene non ancora risolutivo. La tanto invocata politica estera "bipartisan" s´è finora materializzata solo sul punto che fin qui era stato il più controverso tra centrodestra e centrosinistra e all´interno dello stesso centrosinistra: le organizzazioni che si battono per la pace e per il ritiro delle truppe d´occupazione dall´Iraq sono state incoraggiate a scendere in piazza per favorire la liberazione dei tre italiani.

In tutto ciò c´è evidentemente un elevato tasso d´ipocrisia, ma il fatto politico resta: gli anatemi di Berlusconi e dei suoi sodali contro la piazza pacifista e "comunista" hanno dovuto cedere il posto a una sorta di riconoscimento forzoso ma non per questo meno significativo. A fronte di ciò il movimento pacifista, con l´eccezione della sciocca frangia dei "disobbedienti", ha rinunciato all´irruente vilipendio del presidente del Consiglio.

La mezza benedizione forzosa del centrodestra alle bandiere arcobaleno che seguivano il corteo promosso dalle famiglie degli ostaggi non cambia la sostanza delle cose ma indica però quale sia la forza dei fatti. La forza dei fatti dimostra eloquentemente che l´opzione militare non serve a nulla per sconfiggere la guerriglia d´un paese liberato e allo stesso tempo occupato.

Probabilmente l´opzione militare non serve granché neanche per portare avanti la sacrosanta lotta contro il terrorismo, che è tuttavia questione del tutto diversa dalla guerriglia anche se gran parte dell´establishment politico e mediatico fa di tutto per confondere insieme questi due differenti fenomeni.

La forza dei fatti e l´inutilità dell´opzione militare serve anche a rispondere a un´altra obiezione, sbandierata di continuo da quanti restano aggrappati all´opzione militare costi quel che costi in termini di vite umane.

L´obiezione è quella che prevede l´esplosione immediata della guerra civile in Iraq nel caso di ritiro delle truppe di occupazione. Contro questa obiezione si possono formulare i seguenti rilievi.

1. Perché mai e tra chi dovrebbe scoppiare la guerra civile? I curdi sono fuori dal quadro, il loro autonomo potere nel Kurdistan iracheno è già ben consolidato. I sunniti vogliono garantirsi libertà e autonomia nei territori dove sono da sempre maggioritari. Gli sciiti reclamano la guida della politica nazionale in forza della loro preponderanza numerica. Questi principi sono ragionevoli e largamente accettati da gran parte della società irachena.

2. La guerra civile è un´ipotesi mentre la guerriglia contro le truppe occupanti è una sanguinosa realtà. Bisogna mantenere questa sanguinosa realtà per paura che s´avveri un´ipotesi possibile ma non probabile? 3. Un´eventuale guerra civile non potrebbe essere evitata dalla presenza di forze militari che non abbiano partecipato alla guerra? 4. Qualora infine l´ipotesi della guerra civile risultasse così probabile e terrifica da imporre la permanenza delle truppe Usa e dei "volenterosi" alleati, quanto tempo dovrebbe durare la loro presenza? Se quel fantasma è ritenuto probabile oggi, lo sarà ancora tra un anno e anche tra 2 o 5 o 10. Nei Balcani i focolai di guerra civile si perpetuano dai tempi dell´invasione turca, mezzo millennio fa. Chi si ripara dietro lo schermo della guerra civile deve dunque dire la verità fino in fondo: l´Iraq non potrà essere restituito agli iracheni almeno per i prossimi dieci anni se basteranno. Dovrà essere affidato a un uomo forte, amico dell´America e puntellato dalla presenza d´una adeguata forza militare americana.

Questa è la verità di chi sbandiera il timore d´una (improbabile) guerra civile: un protettorato Usa a Bagdad. E allora diamoglielo. Noi europei, noi italiani, che ci stiamo a fare?

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Se verrà effettivamente incaricato, sarà interessante seguire le gesta del generale saddamita Saleh a Falluja. Quell´uomo, che in foto sembra un Saddam pacioso, sarà osservato con molta attenzione dalla Casa Bianca, dal Pentagono e anche a Londra al numero 10 di Downing Street. Con la dittatura di Saddam non c´erano in Iraq né la guerra civile né i terroristi di Al Qaeda. In compenso c´era il terrore per chi s´opponeva al dittatore.

Non si può dire che gli americani ci facessero gran caso. Infatti lo armarono con le famose armi di distruzione di massa affinché sconfiggesse l´Iran khomeinista e facesse funzione di gendarme del Golfo.

Saddam per fortuna non c´è più e questo è il solo tangibile risultato che però non compensa l´orribile sconquasso che ne è derivato. Ma ora la Casa Bianca coltiva l´unica vera ipotesi che la farebbe uscire dalla trappola irachena: una dittatura militare a Bagdad gestita da un dittatore fantoccio, capace tuttavia di tenere in riga i suoi sudditi con l´ausilio coranico dei mullah sciiti e degli ulema sunniti.

Questa mistura sarebbe l´esito finale della guerra irachena e della teoria sulla democrazia esportabile. Barbara Spinelli, in un bell´articolo sulla Stampa di 9 giorni fa ha scritto "Termidoro a Bagdad". Peggio cara Barbara, molto peggio del termidoro e del terrore bianco che seguì a quello robespierrista nella Parigi del 1795. Militari saddamiti e ayatollah coranici al potere con il puntello dei marines ricordano piuttosto una cupa Vandea.

L´Europa non c´entra e non ci deve entrare. Del resto valga il detto "chi rompe paga e i cocci sono suoi". Parole sante con questi chiari di luna.

ROMA - Una trasmissione come quella di stasera con il premier Berlusconi a «Porta a Porta» senza contradditorio sarà illegale in campagna elettorale. E' quanto stabilito oggi dalla Vigilanza Rai: la commissione ha infatti approvato con 16 voti a favore e 15 contro, l'emendamento che inserisce nel regolamento della par condicio l'obbligo del contraddittorio nelle trasmissioni di approfondimento Rai durante la campagna elettorale, vale a dire durante i 45 giorni che precedono il voto. L'emendamento è stato presentato dal presidente della Vigilanza Claudio Petruccioli.

SCONFITTA LA MAGGIORANZA - Assente la Lega, la maggioranza è andata sotto nella votazione di due emendamenti, tra cui quello sull'obbligo del contraddittorio che modificava l'art.5 del regolamento Rai per le prossime campagne elettorali, europee e amministrative.

L'altro emendamento, passato con 17 voti a favore e 12 contro grazie al voto congiunto del centro-sinistra e dell'Udc, riguarda l'art.3 del regolamento. Presentato sempre da Claudio Petruccioli, stabilisce che nelle trasmissioni di comunicazione politica «il tempo disponibile è ripartito tra i soggetti politici con criterio paritario». La parità di trattamento, spiega il capogruppo della Margherita in Vigilanza, diventa valida anche nella prima fase della campagna elettorale, cioè prima della presentazione delle liste, «mentre nel precedente regolamento - spiega Gentiloni -, nella prima fase di campagna elettorale, il tempo era ripartito in proporzione alla consistenza politica dei soggetti».

«Con i voti di oggi, che per due volte hanno messo in minoranza le posizioni di Forza Italia, la par condicio in Rai diventa più garantista ed equilibrata», ha commentato il capogruppo della Margherita in Vigilanza Paolo Gentiloni.

Dopo aver discusso e approvato i primi 5 articoli del regolamento, la Vigilanza tornerà a riunirsi mercoledì per la discussione e la votazione degli altri emendamenti e, probabilmente, per il voto finale al testo.

Questo giornale, nello svolgere la sua attività di voce dell’opposizione a Silvio Berlusconi e al movimento finanziario e mediatico che Berlusconi ha mobilitato e sta mobilitando contro la Repubblica, la Costituzione e il sistema democratico fondato su poteri separati e sulla libertà di informazione del Paese, corre i suoi rischi. Un rischio è certo la nostra sopravvivenza, considerato il rigoroso blocco politico della pubblicità imposto a un giornale che in edicola va bene, che ha una media di settantamila lettori al giorno e un «contatto» (così viene definito dagli esperti il numero di persone che in un giorno prende in mano il giornale) di quasi mezzo milione di persone.

Un rischio è l’isolamento altrettanto rigoroso imposto ai programmi della Rai, alle rassegne stampa, e a ogni programma in cui tutte le testate giornalistiche, tranne la nostra, sono normalmente incluse (vale la pena di ricordare che, in Italia, l’Unità esiste solo nella rassegna stampa di Radio Radicale).

Un rischio è la continua denuncia non solo di «estremismo», che è un giudizio politico, ma anche di terrorismo, che è una accusa criminale. I collaboratori di Berlusconi, e lo stesso presidente del Consiglio, la sollevano continuamente, vedi il libro di Vespa in cui Berlusconi annuncia 37 minacce di morte dovute ai titoli dell’Unità, vedi le frequenti occasioni di insulto e aggressione personale del presidente del Consiglio alla giornalista o al giornalista dell’Unità che si levano a fare domande nelle sue conferenze-stampa.

Ci sono però altri rischi, come quelli di apparire a volte sgraditi a quei punti di riferimento che sono i partiti della opposizione in Parlamento, e in particolare ai Ds. Dov’è il problema, che è bene non nascondere o non pretendere di ignorare? E’ nel fatto che ci sono momenti di non coincidenza fra la visione di opposizione continua ad una aggressione continua, che guida questo giornale (Berlusconi non cambia di giorno in giorno, non inventa perché perde le staffe, piuttosto realizza un disegno ben congegnato, in fasi successive) e le diverse, legittime scelte che i gruppi parlamentari ritengono di fare di volta in volta, tenendo conto, evidentemente, anche di fatti o ragioni o ispirazioni che per noi, da lontano, non si vedono o non si afferrano. Come ho detto, a noi sembrano legittime quelle scelte. Non dubitiamo che siano fondate. Ma se non le condividiamo?

Faccio un esempio. Alcuni di noi, e certamente chi scrive, non riescono a condividere una sola parola di ciò che Umberto Ranieri, vice presidente Ds alla Commissione Esteri della Camera, ha detto all’Unità (e ad altri giornali) sulla questione delle truppe italiane in Iraq. A lui risulta che «la sostanza del pensiero degli italiani sull’Iraq è che il ritiro dei militari coinciderebbe con la linea del tanto peggio». Ranieri sembra non notare che quei soldati sono usati in modo indecoroso dal governo di Berlusconi, esibiti come uno scalpo. Lo ha dimostrato il senatore Schifani che - durante il dibattito sul Decreto per Nassiriya - ha osato leggere in aula il nome dei Caduti del tragico attentato terroristico come se fosse un volantino elettorale per Forza Italia. L’offesa è immensa. Ma Umberto Ranieri, deputato Ds, riassume così la situazione: «Gli italiani non avrebbero capito se avesse vinto la linea: basta, non ce ne frega niente, ci ritiriamo». All’offesa di Schifani si aggiunge in questo modo, sia pure a causa di un linguaggio mal maneggiato, un’altra offesa. Traduce con un «non me ne frega niente» l’angoscia di soldati stipati in un bunker senza la possibilità di svolgere alcuna missione, la assenza radicale di un ruolo umano, militare o politico, e anche l’umiliazione di essere sottoposti (al di fuori di ogni trattato) ai comandi inglesi e americani.

Autorizza l’offerta senza condizioni di soldati italiani ad altri governi che hanno strategie e visioni che l’Italia non ha mai votato. Trova menefreghismo opporsi alla iniziativa personale, narcisistica, estranea al Parlamento ed estranea all’Europa, di Berlusconi, che dona soldati italiani per farsi bello, per ragioni di prestigio personale, soldati vivi e soldati morti, buttati in una missione di guerra mai votata per quello che è.

Eppure il presidente emerito della Repubblica Scalfaro è stato chiaro nel dire: «Sono due momenti distinti. Uno è la gratitudine e l’affetto per i soldati. L’altro è la valutazione totalmente negativa della politica del governo sulla crisi irachena». Eppure il politologo Giovanni Sartori aveva fermamente ammonito sull’imbroglio delle informazioni negate agli italiani: «La triste morale di questa storia è che a Berlusconi è consentito di mentire senza spazio di controprova». Eppure nelle stesse ore in cui si decideva che non si poteva votare «no» al truffaldino decreto Berlusconi, che saldava insieme le due storie distinte degli interventi militari umanitari (Bosnia, Kossovo) e della tragica guerra senza fine in Iraq che sta facendo rivoltare l’America, la rete americana Cnn ha mandato in onda la conferenza stampa settimanale della Casa Bianca. In essa, spinto da domande spietate dei giornalisti che Berlusconi avrebbe definito «mestatori» (come ha fatto con il nostro Solani l’anno scorso) il portavoce di Bush ha detto che «no, in queste condizioni le elezioni non sono possibili; che no, in queste condizioni non si prevede un passaggio delle consegne perché sarebbe difficile dire a chi; che, no non c’è alcuna prospettiva al momento di un possibile intervento delle Nazioni Unite». Venivano smontate, insomma, una per una tutte le presunte ragioni che consigliavano di lasciare le cose come stanno.

Le opinioni pubbliche di Stati Uniti e Inghilterra non hanno alcuna intenzione di lasciare le cose come stanno. Due drammatiche inchieste sulle false ragioni dell’entrata in guerra sono in corso in quei Paesi. E ormai sono in gioco i destini personali ed elettorali dei due leader che quelle guerre hanno voluto e che da quelle guerre non riescono a uscire. Perché dall’opposizione italiana - o da voci autorevoli tra le sue fila - si manda allora il messaggio che discutere quella guerra sarebbe «fregarsene» e che respingere la politica di un governo, sarebbe «abbandonare l’Iraq» come se il valore e la vita di quei soldati potessero lavare le colpe della politica invece che farle vedere in formato gigante? Per fortuna Luciano Violante ha detto con fermezza una frase che tanti, a sinistra e in tutta l’opposizione, si sentono di dire con lui: «Una politica scriteriata ha mandato i soldati a rischiare e a morire».

Naturalmente nessuno mette in dubbio l’onestà o la rettitudine di tutti colore che si sono astenuti senza votare restando sul posto. Ciò che si mette in dubbio - specialmente dopo le spiegazioni autorevoli e non contraddette di Ranieri - è che i cittadini (tra poco elettori) possano capire ciò che sta succedendo. Sarebbe bastato, a coloro che confondono in modo così strano i soldati con il governo che li ha mandati, leggere ciò che un importante collaboratore di Clinton alla Casa Bianca, il prof. Benjamin Barber, ha scritto nel suo libro «L’impero della paura» (Einaudi, 2004): «Le aquile di Bush sono unilateraliste per vocazione perché la loro ira farisaica è profondamente imbevuta di mitologia eccezionalista. Credere che gli Stati Uniti siano unici consente loro di invocare a propria discolpa le virtù dell’America, usare l’innocenza come giustificazione della guerra giusta e avvalersi della indipendenza sovrana per motivare l’unilateralismo strategico». Nessuno ha pensato, negli Usa, che l’ex consigliere di Clinton, in questo suo atto netto e preciso di opposizione alla guerra di Bush, abbia voltato le spalle ai soldati americani o «se ne sia fregato» del loro destino. Nessuno ha pensato che l’ex consigliere della Casa Bianca abbia poca «cultura di governo». Di certo gli americani capiscono bene quali sono le profonde obiezioni alla guerra di Bush. Sanno che Bush, nell’intervista televisiva con Tim Russert si è definito «presidente di guerra», e prendono le distante.

Ma tutto ciò - grave com’è - non è che un esempio. Ci aiuta a capire quanto sia grave e unico il rischio che la nostra Repubblica sta correndo e che le parole di Oscar Luigi Scalfaro e di Giovanni Sartori, due uomini non sospettabili di estremismo, ci raccontano ogni giorno con esemplare chiarezza. Niente è estemporaneo o dovuto a uno scatto di nervi o a una occasionale perdita di controllo, nel comportamento di Silvio Berlusconi.

Il progetto di aggressione ai fondamenti della vita democratica e repubblicana è sistematico, coerente. Oggi si manifesta con un insulto, domani con una legge. La legge può essere per un diretto e sfacciato tornaconto personale (Berlusconi dispone di una maggioranza che vota compatta e senza vergogna la fiducia per salvare una azienda privata del primo ministro, negando una sentenza della Corte Costituzionale), oppure può servire per ferire a morte le istituzioni repubblicane con la cosiddetta «riforma della giustizia» del ministro Castelli, o con la devastante «devolution» di Bossi che vuole rendere ingovernabile un grande Paese. La guerra in Iraq - a cui l’Italia non partecipa e per la quale il Parlamento italiano non ha mai votato - fa parte di questo piano: inchiodare l’opposizione in nome del patriottismo a una impresa che appare clamorosamente sbagliata nei Paesi che l’hanno voluta, e dove però le intimidazioni e le confusioni, pur in presenza di eventi terribili non possono funzionare perché in quei Paesi vi è piena libertà di informazione.

Questo è il punto: se l’azione - diciamo così - del governo di Berlusconi non è estemporanea, non è semplice malgoverno, ma attacco pianificato per scassare un Paese e fare largo a interessi personali e particolari, a un autoritarismo ottuso ma potente, a causa del grandi mezzi mediatici e dell’immenso danaro a disposizione, altrettanto sistematica, punto per punto, momento per momento, bisogna che sia l’opposizione.

Come ho detto all’inizio di questo articolo, con simili affermazioni si corre un rischio: che questa persuasione, certo ossessiva, quanto ossessiva è la tenacia distruttiva di Berlusconi, possa apparire ingrata e ingiusta verso chi le battaglie della opposizione le conduce ogni giorno (anche con duri ostruzionismi notturni) in Parlamento. La nostra appassionata intenzione è di sostenere quell’impegno. Ma anche di non cedere e di non distrarsi, quando, insieme ai cittadini, si perde il filo e il senso di ciò che accade sulla scena politica, almeno agli occhi di chi vede da lontano. Una opposizione non torna a vincere con l’espediente di fregiarsi del titolo di «cultura di governo», che suona bene ma non significa niente. Prima deve diventare cultura di opposizione, finché dura la minaccia e si dispiega il progetto distruttivo di un governante-padrone che agisce brutalmente con tutta la sua ricchezza.

Berlusconi minaccia, ormai si capisce, di comprarsi, in un modo o nell’altro, pezzo per pezzo quel che gli manca per ottenere risultati elettorali che, sulla base di ciò che ha fatto, gli sarebbero negati. Berlusconi non è «la politica», è un evento grave e pericoloso. Ce lo dice la stampa del mondo.

Ce lo dicono i governi europei che non vogliono condividere con lui un summit, a costo di tagliare fuori un Paese importante come l’Italia. Ce lo dice il cupo e ridicolo semestre europeo guidato dalla caricatura di un italiano che sa usare soltanto insulti e barzellette. Ce lo dice lui stesso, ogni giorno, in modo chiaro e sfrontato. Non vedere l’emergenza è impossibile, come è impossibile immaginare che, in Parlamento o fuori, a Nassiriya o in Italia, si stiano vivendo giorni normali.

Tutto ciò noi ci sentiamo di dirlo non per polemica ma per necessità, non per la pretesa di avere ragione ma per un senso grave di allarme che non possiamo rinunciare a comunicare. Non vediamo né spazio né tempo per le riflessioni tranquille dei giorni normali.

Mi qualifico e lui di rimando: «Ma allora lei non è il Tale giornalista?»

- No, sono Vittorio Emiliani, giornalista, e vorrei alcune delucidazioni...

- No, se è lei e non quell’altro, non le rispondo.

- Come non mi risponde? Sono giornalista, ho diretto il “Messaggero”, se permette.

E sono stato anche membro del Consiglio Nazionale dei Beni culturali. Lei deve rispondermi.

- Ah, dunque lei mi minaccia...

Facciamo un passo indietro. Nel maggio scorso il ministro Giuliano Urbani ha deciso una turbinosa girandola di rimozione (vere), di promozioni (spesso fasulle), di trasferimenti e conferme, che ha suscitato un’ondata di proteste: Francesco Scoppola rimosso dalla Soprintendenza regionale delle Marche (dove operava con alacrità e rigore) senza alcuna destinazione; Elio Garzillo rimosso da analogo incarico in Emilia Romagna per un posto al Ministero, il loro omologo toscano Mario Lolli Ghetti retrocesso da Firenze ad Ancona dopo anni di intensa attività; il bravo Ruggero Martines spedito in promozione da Roma in Molise, e così via. Molti dirigente innalzati al rango di Soprintendenti regionali dai ruoli amministrativi al posto di tecnici esperti. In Piemonte nominato dirigente centrale l’ex segretario politico del ministro, che non è né un tecnico né un amministrativo del ramo Beni culturali. Infine, i direttori centrali moltiplicati da una trentina ad una quarantina “a spesa invariata”. Un miracolo laico. Siccome da settimane non se ne sa più nulla, mi vien voglia di avere qualche notizia di prima mano e così telefono all’ufficio stampa del Ministero. Dove lì per lì si limitano a dirmi che in serata (era martedì scorso) uscirà un comunicato esplicativo, poi mi indicano il dottor Nastasi del Legislativo come colui che ha seguito tutta la vicenda. Ecco come riprende il dialogo.

- Io la minaccio? Io le chiedo soltanto di fare il suo dovere, cioè di darmi le notizie che avrebbe dato ad un altro collega.

- Sì ma lui ha sempre scritto di Spettacoli...

- Scusi, ma questa è una notizia che riguarda soprattutto i Beni Culturali.

- Sì, ma lui scrive articoli corretti, mentre i suoi...

- Cosa vuole dire, scusi?

- Che sono articoli critici.

- E allora? La critica, se documentata, non è più ammessa?

- No, ma...

- Guardi che il Ministero non ha mai rettificato una sola riga dei miei articoli.

- Mi dica cosa vuole sapere.

- Dottor Nastasi, volevo sapere se la Corte dei conti ha sbloccato le nomine dei quaranta...

- Non c'era nulla da sbloccare...

- Scusi, ma aumentare il numero dei dirigenti centrali comportava una variazione nella spesa e quindi...

- Le dico e le ripeto che non c'era nessun problema, i soliti 30 giorni della Corte dei conti. Null'altro.

- Neppure sulla nomina dell'ex segretario politico del ministro Urbani a dirigente centrale in Piemonte?

- Neppure.

- Allora lei mi garantisce che tutto è sbloccato senza tagli di sorta?

- Ripeto: non c'è stato nessun problema checché le abbiano riferito i suoi informatori ministeriali.

Caro Silvio,

ti mando alcuni brevi appunti sulle priorità dell'Udc in merito all agenda del Governo e della maggioranza. Credo che essi possano far parte di quella scossa positiva che in tanti riteniamo indispensabile dare alla situazione politica.

Non entro nel merito del tema della struttura di Governo che, come tu ben sai, desta in noi emozioni assai moderate. Mi limito a ribadirti che la scelta indifferibile di un ministro dell'economia di alto profilo e di forte indipendenza che dia un significativo valore aggiunto alla compagine ministeriale, fa parte a pieno titolo della «scossa» di cui sopra. L'Udc non ha mai fatto mancare alla coalizione il suo contributo di idee e di proposte. In più di un'occasione ricorderai ad esempio le nostre iniziative sui progetti dell'immigrazione e sul bonus per i figli siamo riusciti ad imprimere correzioni di rotta che hanno prodotto effetti positivi per tutta la maggioranza.

Anche in queste ore, e a maggior ragione dopo i risultati elettorali delle europee e delle amministrative, il nostro partito intende far valere il proprio punto di vista nell'interesse del successo dell'intera coalizione. In particolare, le nostre proposte (che qui ti sintetizzo) riguardano le istituzioni, l'economia, il sistema delle garanzie.

Istituzioni

Il gruppo Udc alla Camera ha presentato un insieme di proposte per la modifica al progetto di riforma della Costituzione. Tra queste, ti segnalo alcuni emendamenti che riteniamo fondamentali e che riguardano, in tema di federalismo, una significativa correzione della riforma del Titolo V realizzata nella scorsa legislatura, una più rigorosa distinzione delle competenze di Stato e Regioni e una più adeguata formulazione del principio di interesse nazionale e, in tema di forma di governo, una limatura dei poteri del premier tale, da un lato, da ribadire il carattere parlamentare della Repubblica e, dall'altro, da essere compatibile con una legge elettorale che salvaguardi insieme la rappresentanza proporzionale delle forze politiche, il loro vincolo di coalizione e dunque il carattere bipolare del confronto politico. La direzione nazionale del partito ha ribadito, tra le nostre priorità, l'approvazione di una legge elettorale in senso proporzionale e con vincolo di coalizione. Il ministro Buttiglione ha presentato ad inizio legislatura una proposta di legge (n. 378) che per noi è molto più di una semplice base di discussione.

Economia

Rinviando alla stesura del Dpef la definizione di una proposta complessiva, mi limito a segnalarti la nostra posizione sugli argomenti che ci vengono prospettati con maggiore urgenza.

Per quanto riguarda il progetto di riforma fiscale, in attesa di conoscere e approfondire il quadro di sostenibilità finanziaria, e fermo restando l'assoluta necessità per il nostro Paese di mantenere una linea rigorosa di risanamento dei conti pubblici, ti rinnovo le nostre priorità: introduzione del quoziente familiare, eliminazione dell'Irap per i ricercatori e destinazione di una parte dell'aliquota dei redditi più alti a favore delle attività del privato sociale. Per l'Udc si tratta, insomma, di definire un progetto che, salvaguardando il rigore dei conti pubblici, abbia un profilo di profonda equità sociale. Insisto inoltre su alcuni impegni legislativi. Considero una fondamentale priorità per il Paese la sollecita approvazione della riforma previdenziale e della legge a tutela dei risparmiatori. Ricordo che su quest'ultimo punto già il ministro Tremonti si era impegnato personalmente in questo senso proponendo l'inasprimento delle pene per il falso in bilancio (vedi all. 3). Fa parte altresì di questa stessa agenda il nuovo ordinamento delle professioni e la riforma del diritto fallimentare.

Sistema delle garanzie

Siamo convinti che la rapida approvazione della legge sul conflitto d'interesse debba rientrare fra gli obiettivi di tutta la maggioranza. Si tratta peraltro di uno degli impegni dei 100 giorni, già approvato sulla base di un testo redatto dal ministro Frattini che ha ottenuto per 4 volte il voto favorevole in Parlamento da parte della maggioranza. Fa parte infine della nostra tradizione politica e culturale, ribadire che il servizio pubblico radiotelevisivo debba essere, per quanto possibile, espressione del Paese nella sua interezza. So bene che questo tema è controverso anche fra le forze della maggioranza ma credo che in questo caso ci siano logiche istituzionali che prevalgono sulle ragioni di parte. Almeno per noi. Tutti questi ragionamenti, lo sai bene, mirano a rendere la nostra alleanza e il Governo più forti e più capaci di affrontare un periodo difficile. Siamo una forza moderata alternativa alla sinistra e tenacemente legata al bipolarismo, e questa chiara identità dell'Udc segna il nostro percorso politico di oggi e di domani. Tutto questo è ovvio, ma ci tengo a ribadirlo una volta di più. Ti allego (1) gli emendamenti più significativi al disegno di legge di riforma costituzionale e (2) la proposta di legge elettorale presentata da Buttiglione. Spero e credo che tutto questo possa essere un contributo utile alla soluzione dei problemi che abbiamo di fronte.

La stagione delle grandi assemblee istituzionali annuali - prima quella di Confindustria, poi quella di Banca d’Italia, a cui seguiranno quella dell’Antitrust e quella della Consob - sta mostrando, come già accadde l’anno scorso, una straordinaria convergenza analitica sui veri problemi dell’economia e della società italiana, lasciati drammaticamente senza risposta dal centro-destra che ha compromesso il risanamento finanziario realizzato dai governi dell’Ulivo e di centrosinistra - i quali portarono il deficit dal 7,7% del Pil nel 1996 allo 0,6% del 2000 - senza nemmeno riuscire a rilanciare l’economia, oggi ferma alla crescita zero.

Alla vigilia del voto di metà giugno tutto ciò è di ulteriore buon auspicio per il clima positivo che si respira nell’aria in favore dell’affermazione delle forze di centrosinistra e di tutte le opposizioni di sinistra.

Esse, infatti, possono rivendicare di aver segnalato sin dal primo momento sia l’illusorietà del «miracolo economico» annunziato dal duo Berlusconi-Tremonti al loro insediamento governativo, sia la fallacia della pretesa di realizzarlo mediante il trinomio a loro caro «meno tasse, meno diritti, meno sindacato».

Dunque, la questione vera che la stagione delle grandi assemblee istituzionali segnala al centrosinistra, e all’opposizione tutta, non è saper raccogliere messaggi incivili - che esso, in realtà, in larga misura aveva anticipato - ma è saper poggiare, e sviluppare, la sua capacità di interlocuzione su più solide basi analitiche, argomentative, propositive, manifestando così concretamente la sua cultura di governo e l’effettività della sua candidatura ad alternativa governativa. Per solidificare e sviluppare la sua capacità d’interlocuzione, però, bisogna che il centrosinistra (ma anche l’opposizione tutta) faccia fino in fondo ciò che finora ha fatto insufficientemente o ha addirittura eluso: un confronto di merito sul merito, ponendo fine a quella scissione tra «contenitori» e «contenuti» che fin qui non ci ha certo aiutato a rafforzare la nostra credibilità come forza di governo.

Superare la scissione tra contenitore e contenuti, e riprendere in ogni caso una discussione ravvicinata sui contenuti, io credo sia la sfida maggiore che le forze di centrosinistra dovranno affrontare nell’immediato futuro, sperabilmente stimolate da un buon esito del voto europeo e amministrativo. Al contrario, penso che conduca nella direzione opposta l’invito formulato da Ranieri: riconoscere l’irriducibile contrasto tra «l’aggregazione dei riformisti e un programma comune di tutte le opposizioni», riconoscimento da cui deriverebbe la necessità di restituire alla lista unitaria il suo carattere originario di volontà di condensazione delle «famiglie politiche del riformismo intorno a una leadership», segnando un netto confine tra tali famiglie e tutto quanto di altro si muove a sinistra.

Tale invito condurrebbe nella direzione opposta a quella auspicabile intanto perché, nell’opinione mia e di tanti altri che lo hanno accolto, non era questo lo spirito che ha animato l’appello iniziale di Prodi, ribadito anche in questi giorni: «Nel grande disegno dell’Ulivo che va avanti» - ricordando che di esso fece parte un duro, tenace, largo, coinvolgente lavoro programmatico che si protrasse per un intero anno - può consentirci di corrispondere al bisogno di unità della gente, la quale «si mette insieme per il futuro e non per il passato, non per le radici ma per i frutti, conservatori con i conservatori, progressisti con i progressisti». E in secondo luogo perché, se fosse questo invece lo spirito, sarebbe uno spirito di divisione e non di unità - quell’unità a cui la lista unitaria si richiama così insistentemente anche nel nome - e il doveroso investimento identitario che il nostro popolo ci chiede sarebbe posto su basi troppo ristrette, quindi anguste. In terzo luogo perché, se con la sinistra antagonista e con Rifondazione non si vuole realizzare solo una fragile intesa elettorale, un accordo programmatico più di fondo bisognerà pur farlo, tanto è vero che sono già stati formalmente costituiti gruppi di lavoro comuni e la questione, semmai, è che la discussione coinvolga tanti e non sia requisita da pochi, i quali potrebbero trovare non motivati accordi sulle teste degli altri.

In quarto e più importante luogo, perché una siffatta identificazione di «campi di competenza» e di «confini tra campi» avverrebbe in totale astrazione da una riflessione sul merito e sui contenuti, mediante l’attribuzione di patenti di riformismo che, prescindendo da una discussione autentica su «cosa è riformismo» e su «quale riformismo», nel migliore dei casi sconfinerebbe nell’ideologismo, nel peggiore si offrirebbe come copertura a operazioni di moderatismo e di trasformismo o di autoperpetuazione di gruppi di potere.

Approntare la sfida consistente nel superare la scissione tra contenitori e contenuti, e concentrare la riflessione sui contenuti, implica a sciogliere, almeno tendenzialmente, i dilemmi relativi a che cosa vuol dire riformismo oggi, nel contesto europeo e della globalizzazione assai poco equa e democratica in atto. La commissione di Progetto dei Democratici di Sinistra e la conferenza programmatica di Milano dell’aprile 2003 hanno dato loro risposte, che alcuni non hanno pienamente accolto (si ricorderà che furono presentati testi di distinguo) e altri hanno preferito considerare «insignificanti» ritenendo prioritario il solo discorso sul contenitore. Gli uni e gli altri esprimevano, tuttavia, una distanza o un dissenso che sarebbe stato meglio allora palesare più chiaramente e discutere più esplicitamente, ma che tutto ci incoraggia a riprendere nel futuro.

Infatti, la commissione di progetto ha proposto analisi e scelte che discriminano destra/sinistra lungo quattro assi fondamentali: - una visione non apologetica della modernizzazione anche se basata sul ruolo fondamentale del mercato (legato, anzi, dalle politiche illiberali del centrodestra); - il primato del paradigma dei diritti; - la centralità delle politiche pubbliche; - l’assunzione del motto «tributi a fronte di servizi» come caratterizzazione di una politica fiscale di sinistra (invece che l’inseguimento della destra sul terreno dell’indiscriminata riduzione delle tasse sempre risolventesi in un vero vantaggio solo per i più ricchi).

È da qui che dobbiamo ripartire per sostanziare di nuove policies concrete l’autocritica che alcuni esponenti del centrosinistra apertamente si fanno sull’eccessiva indulgenza verso il neoliberismo nutrita nel passato. È da qui che dobbiamo ripartire per fornire risposte adeguate alla crisi in cui il governo di centrodestra ha precipitato il paese.

Sono proprio le assemblee istituzionali di quest’anno a confermarci sia la vitalità dell’economia italiana, sia che i suoi problemi si chiamano tradizionalismo nella specializzazione produttiva, nanismo nelle dimensioni, familismo della struttura proprietaria, dequalificazione del capitale umano, incremento delle diseguaglianze reddituali e non solo, declino della produttività dovuto in primo luogo a una carenza degli investimenti, specie di quelli di ricerca e sviluppo, e a un eccesso di flessibilità/precarietà della forza lavoro (ma perché il passaggio in proposito del governatore Fazio è stato così poco commentato?). E quando i problemi si chiamano così, quando essi esibiscono cioè una tale strutturalità, non sarà certo in grado di affrontarli il ricorso ad automatismi quale è anche una detassazione aselettiva, ma occorrono politiche pubbliche altrettanto strutturali, complesse e articolate, servono la messa in campo di più attori e di più protagonisti, una contaminazione feconda di più culture, la fertilizzazione reciproca di interessi e valori, animata da grandi idealità per un progetto a forte valenza anche identitaria.

Chi è Laura Pennacchi

ROMA - Il Premier Berlusconi nei manifesti destinati alla prossima campagna elettorale di giugno parla di «93 mila miliardi di lire di grandi opere attivate» dall´attuale governo. L´opposizione contesta questi dati e parla di cantieri virtuali e di progetti faraonici destinati a rimanere tali solo sulla carta. Qual è la realtà? Le risorse disponibili, per ammissione dello stesso ministero per le infrastrutture ammonterebbero a 43 mila miliardi delle vecchie lire, meno della metà.

A fornire la cifra, è lo stesso ministro Pietro Lunardi: «Queste risorse - spiega - rappresentano un dato che può essere dimostrato in qualunque momento». «Per l´esattezza - aggiunge - si tratta di 20, 6 miliardi di euro cui vanno aggiunti altri 10, 9 miliardi di euro, solo due dei quali però effettivamente disponibili, destinati alla riapertura di cantieri oggi sospesi per mancanza di finanziamenti. Siamo di fronte ad uno sforzo enorme anche se ancora insufficiente per raggiungere quegli obiettivi che servono al Paese per superare il gap tecnologico e infrastrutturale che ci divide dal resto d´Europa».

Un dato emerge chiaro: oggi le risorse disponibili rappresenterebbero solo un sesto di quanto previsto dalla legge Obiettivo e molto meno della metà di quanto riportato nei manifesti elettorali. Alla domanda se questo risponde a verità Lunardi replica con i dati di un articolato «dossier» destinato a finire nelle prossime ore sul tavolo del presidente del Consiglio Berlusconi. «Vorrei solo ricordare le gravi responsabilità che i governi di sinistra hanno avuto nel congelamento di opere indispensabili ai cittadini e allo sviluppo dell´economia italiana. A noi è toccato - dice il ministro - il difficile compito di riprendere in mano una situazione ampiamente compromessa. L´opposizione ironizza, dicendo che quando parliamo di ?attivazione di cantieri´ parliamo del nulla. Siamo come i buontemponi che al bar con gli amici dicono di aver attivato l´acquisto della Ferrari solo perché all´autoricambi hanno acquistato uno specchietto retrovisore della casa di Maranello... La realtà è una cosa ben diversa». Ma anche i problemi di cassa e di bilancio sono una realtà con cui fare i conti nel momento in cui sulle grandi opere grava il rischio di pesanti tagli, non inferiori a 10% del totale, per finanziare la riduzione delle aliquote Irpef che Berlusconi persegue in vista della prossima campagna elettorale. «Ho questa brutta sensazione - spiega Lunardi - credo che i tagli verranno fatti. Certo, andranno ad incidere sulle grandi opere e sull´apertura di nuovi cantieri. Si tratta di decidere se tagliare sulle infrastrutture oppure no. La mia opinione personale è relativa al fatto che se non si investe sulla mobilità, lo sviluppo non arriverà mai: quindi io investirei soprattutto sulle infrastrutture. Questo Tremonti lo sa, ma evidentemente ha la giacca tirata da tante parti, dovrà accontentare un pò tutti, oppure fare soffrire un pò tutti».

La situazione comunque sarebbe ancora sotto controllo. «Dei 128 miliardi di euro necessari per il piano delle grandi opere da realizzare in dieci anni, il 35% delle risorse è già reperito: 18, 5 miliardi sono stati stanziati con leggi dello Stato, 11, 9 miliardi arrivano da risorse non spese in passato, 4, 8 miliardi provengono da capitali privati, 7, 9 miliardi di euro infine dalla Ue». Ecco il quadro della situazione.

Cantieri aperti: 20,6 miliardi disponibili. «Stiamo completando l´alta velocità ferroviaria relativa al Corridoio 5 tra Padova e Mestre e Novara e Milano. Sulla Salerno Reggio Calabria con 2 miliardi di euro abbiamo aperto i cantieri per due lotti di lavori. Per il potenziamento della rete ferroviaria pronti 479 milioni per la Ventimiglia-Genova. Disponibili inoltre i primi 4,131 miliardi di euro destinati alla realizzazione del Mose, le paratie mobili della laguna di Venezia. Bene anche i lavori sul grande raccordo anulare di Roma dove c´è una disponibilità finanziaria di 613 milioni. Altri 381 milioni sono già nelle casse della Metropolitana di Napoli.

Opere da cantierare: risorse necessarie 47,9 miliardi «In questo capitolo di interventi - spiega il ministro comprendiamo sia i lavori parzialmente finanziati sia quelli deliberati e finanziati ma fermi per mancanza di progetti o autorizzazione. In questo contesto vanno considerate le opere attivate ovvero già approvate dal Cipe. Ci sono risorse per 47, 9 miliardi, 4, 7 dei quali destinati alla realizzazione del terzo valico alpino sulla Genova Novara Milano, e i 4,7 miliardi di euro, 319 milioni sono in cassa, destinati alla realizzazione del Ponte sullo Stretto per il quale confermo che sarà realizzato entro il 2011».

Vorrei fare alcune osservazioni sull'editoriale di Sergio Romano, nel " Corriere" di sabato 21 febbraio, perché non mi pare vada nel senso dell'approfondimento e della chiarificazione nel dibattito (si fa per dire) economico e politico in corso sulla stampa. Al di là degli insulti e dei dérapages che ci affliggono quotidianamente , vorrei fare alcune riflessioni.

Lo stato dell'economia italiana ha manifestato acute patologie che sono, nell'ordine:

a) un sommerso pari a un quarto del Pil

b) un 'evasione fiscale pari a 160.000 miliardi di lire, che é stata un vero maxi furto ai danni della collettività.

Le carenze dell'imprenditoria in Italia sono soprattutto

a ) la volontà decisa e generalizzata di metabolizzare il rischio , ricorrendo al credito bancario in forma massiccia, a scapito dell'accumulazione degli utili di impresa e dell'autofinanziamento

b) la volontà di evitare scrupolosamente ogni forma di concorrenza (e s. Caso Fiat, caso Mediaset, caso Publitalia) , assumendo , tramite l'organizzazione familiare, le forme più chiuse di Monopolio

c) risparmiare sul costo del lavoro, e delle tutele sociali, scaricando sui l salariati le colpe delle incapacità imprenditoriali

d) e infine la scarsità di trasparenza delle modalità di controllo interne all'impresa , a cominciare dailla struttura dei CDA aziendali , dove si registra la presenza non di controllori esterni ma di familiari e di banchieri finanziatori delle attività.

Questa evoluzione del capitalismo da industriale a finanziario-speculativo si é fatta a detrimento della classe media e dei risparmiatori, usciti distrutti dala dittatura dei managers e degli amministratori delegati.

La Confindustria ha cercato delle risposte non rinnovando il sistema, attraverso la ricerca, l'innovazione, per poter sfidare la concorrenza nazionale e internazionale , ma ricorrendo ai partiti (cfr il caso Mediaset e il P.S.I.), ai sindacati e alle banche, tanto da rendere assolutamente indispensabile oggi un cambio deciso di rotta con una nuova presidenza dell'associazione.

Su chi ha rubato e chi non ha rubato , le constatazioni dell'ambasciatore Romano a proposito del "populismo" del '92 e quello dei nostri giorni sono assolutamente superficiali.

I politici hanno precise responsabilità, non certo quando comprano una seconda casa o una barca, ma quando ricorrono alle tangenti e ai paradisi fiscali per finanziare o i partiti stessi o improbabili riviste "riformiste", veri pasticci politici , che snaturano l'originale mandato loro conferito gli elettori.

Quanto all' esaltazione fatta da Sergio Romano della capacità "riformatrice" della Tatcher, mi limito ad osservare che la privatizzazione di British Railroad, ha portato alla distruzione dell'impresa, specialmente nel settore della manutenzione, abbandono che ha causato sempre più frequenti incidenti ferroviari (cfr. la denuncia del cineasta Ken Loach).

Il riformismo di De Gaulle era fondato invece su basi ben diverse, sulla nazionalizzazione delle grandi imprese , sullo sviluppo della ricerca, con la creazione del CNRS , sulla protezione sociale, su un'autentica politica di aiuto alla famiglia, esattamente il contrario di quanto ha fatto Margareth Tatcher.

Quanto all'incapacità del Presidente del Consiglio di somigliare all'uno o all'altro, e di assicurare le riforme economiche del sistema, prima di tutto sul piano della trasparenza e della correttezza gestionale, rimando l'ambasciatore Romano allo studio delle origini della sua fortuna, le cui caratteristiche affondano ancora oggi nella nebbia più fitta.

Ci sono alcuni processi in corso e dovremmo attendere l'esito del terzo grado di giudizio per poter ricostruire la vera storia del capitalismo italiano, da Mani Pulite ai giorni nostri. Forse anche per questo Berlusconi non é la persona più adatta a fare "le analisi delle crisi aziendali e bancarie", come vorrebbe l'Ambasciatore Romano, analisi che sono oggi su tutti i giornali.

Conosce molto bene i meccanismi per sottrarre i capitali alla leva fiscale: non tutti gli imprenditori sono ladri, ma le cifre vertiginose dell'evasione parlano chiaro, e certo sono furti ai danni della collettività, che vengono dichiarati senza un filo di vergogna, anzi, addirittura legittimati sul piano morale!

* gia' direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Marsiglia

by Bollettino Osservatorio

La lettera inviata ad alcuni giornali dal ministro Castelli - nella quale viene insolentito il direttore di "Le Monde" - assomiglia moltissimo all'aggressione verbale (e quasi fisica) compiuta la settimana scorsa da alcuni parlamentari della Lega Nord contro la giovane Chiara Moroni, deputata socialista. E assomiglia alle invettive contro gli immigrati, i non-sposati e i mendicati, lanciate dal ministro Calderoli e dal consigliere lombardo Boni. Castelli, Calderoli, Boni sono tutti dirigenti della Lega. Questi episodi sono l'espressione di una cultura politico-ideale basata sulla difesa arcigna del proprio branco, e sull'odio per lo straniero, o per il diverso, o per il dissidente, o per l'ospite. E' una cultura politica che trae origine dagli istinti primordiali dell'essere vivente, che nell’epoca moderna, in gran parte, sono stati superati dallo sviluppo della civiltà umana, dal diffondersi delle sue grandi religioni, dei sistemi filosofici, dalla modifica del senso comune. Le due scuole di pensiero che più hanno contribuito, in occidente, al superamento di quegli istinti feroci e un po' animaleschi, sono state la scuola cristiana e l'illuminismo francese. Chissà che tanto odio anti-francese, che in questi ultimi anni sta dilagando nella destra internazionale, non sia in qualche modo legato al rabbioso rifiuto dell'illuminismo.

La lettera di Castelli non ha una struttura molto complessa. Una volta rimesse in ordine le frasi, trovato un accordo tra verbi plurali e sostantivi singolari, intuite a senso alcune proposizioni anacolute o incompiute (se Castelli rileggesse la sua lettera attentamente, con l'aiuto di un buon insegnante delle elementari, capirebbe forse il perché di quel senso di inferiorità culturale che ha riscontrato con disappunto in ampi settori della destra italiana…) ci si accorge che i concetti espressi dal ministro sono solo tre. Piuttosto chiari. Primo, il signor Colombani (cioè il direttore di "Le Monde") mente quando sostiene che suo figlio - di origine indiana e di carnagione scura - è stato varie volte maltrattato all'aeroporto di Venezia, dalla polizia di frontiera, per motivi probabilmente razzisti e xenofobi. Secondo, se anche non mentisse, poco male, visto che "Le Monde" ha sostenuto una campagna contro l'estradizione dello scrittore Cesare Battisti accusato (e condannato) dai tribunali italiani per omicidio. Le accuse di scarso garantismo contro i tribunali italiani sono ben più gravi e razziste delle perquisizioni della polizia, decise in base al colore della pelle. Terzo concetto, in Europa prevale una cultura islamica, anticristiana, antiebraica e massonica che va rovesciata. E quindi non bisogna chiedere scusa per eventuali vessazioni razziste, è bene invece pretendere che siano i vessati a chiedere scusa a noi per averci sospettato di razzismo, mentre noi razzisti non siamo (tutt'al più ce l'abbiamo con le razze inferiori o con gli islamici, o con i sospetti islamici: tutto qui).

Questo terzo concetto, esposto con molta veemenza, contiene una fortissima polemica con il ministro dell'Interno Beppe Pisanu, che invece - con la sua usuale beneducazione - aveva chiesto scusa al direttore di "Le Monde" per il comportamento della polizia italiana.

A questo punto archiviamo la lettera del ministro Castelli e la sua polemica un po' scombiccherata? Facciamolo pure. Però prendiamo atto del fatto che la Lega costituisce un problema politico serio in questo paese. Le Lega ha una cultura che assomiglia molto, nelle sue ragioni e nelle sue pulsioni essenziali, alla vecchia cultura fascista. Il fascismo fu la soluzione reazionaria e incivile scelta da una parte della borghesia europea, negli anni venti e trenta, per rinsaldare il proprio potere in una fase della storia caratterizzata dal dilagare dell'industria fordista e dal crescere dell'influenza del movimento operaio e delle classi subalterne. Il leghismo è qualcosa di analogo. E’ un'idea di reazione al nuovo, alla globalizzazione, alle grandi migrazioni e alle rivendicazioni di milioni di persone, ed è un'idea che si realizza mettendo al primo posto la difesa di un diritto collettivo specialissimo: il privilegio di gruppo. Il privilegio dell'occidente, il privilegio del nord, il privilegio del ceto medio alto, il privilegio del commerciante o dell'industriale, il privilegio del padano. Per difendere questo privilegio, e impedire una dispersione delle ricchezze, occorre respingere il diverso, il povero, lo straniero, il migrante, il non-cittadino. Chiudersi nel fortino del benessere e resistere all'assedio, facendosi forti dei più radicati sentimenti anti-solidaristi che sonnecchiano sempre in alcuni angoli della società. Perché questi sentimenti possano vivere e svilupparsi, occorre un ambiente dove non entri la cultura moderna (bollata come massonica, illuminista o addirittura aperta all'islam e all'Africa). Perché quella cultura rischia di uccidere l’egoismo sociale.

Questo tipo di fascismo del 2000 non è solo italiano. C'è in tutti i grandi paesi occidentali. In alcuni si maschera da cristianesimo tradizionalista (ma francamente ha pochissimo a che fare col cristianesimo), per esempio in America; in altri no, non si dice cristiano anzi esalta le proprie radici pagane e talvolta naziste. Qual è la differenza tra noi e gli altri grandi paesi dell'Occidente? Da noi questo fascismo moderno è al governo. Solo da noi. Le grandi destre europee (al potere o all’opposizione) si sono collocate a distanza di sicurezza, non accettano di mischiarsi in nessun modo (vedi Chirac). Da noi invece la destra liberale ha accettato il patto con la Lega e su quel patto ha costruito la casa delle libertà. E' un problema immenso. La destra crede di poterlo aggirare con un po' di diplomazia e un po' di furbizia. Sbaglia. I nodi stanno venendo al pettine, come si vede in questi giorni, e sono sempre più intrecciati, sempre più dolorosi da sciogliere. Lo vedremo a settembre, quando si discuterà di federalismo e verrà messo in discussione il patto di unità e di solidarietà nazionale. Vanno tagliati via con le forbici, questi nodi. Bisogna scegliere: Pisanu o Castelli? Costa tagliarli con le forbici, costa soprattutto a breve, in termine di voti. Ma rende. Fa acquistare un patrimonio di credibilità, e alla lunga la credibilità vale più di un fardello di voti.


Come sempre quando è in difficoltà, Silvio Berlusconi sfodera ottimismo ed efficientismo e il gioco gli pare fatto. Ma è difficile che la non-stop di quarantott'ore e tre tavoli allestita per domenica sera possa davvero ristrutturare la Casa delle libertà e rimettere i suoi abitanti d'amore e d'accordo cosette da nulla come il federalismo, il fisco, il sistema elettorale. Berlusconi ha perso a un tempo l'aura del venditore di miracoli, la rendita dell'imperatore circondato da vassalli obbedienti, la delega dell'azionista di poteri forti conniventi, Fazio e Montezemolo in primis. In sostanza, la bolla si è bucata. Ma la bolla-Berlusconi non era solo un equilibrio di governo. Era un (dis)equilibrio di sistema, l'anomalia impazzita che aveva ricombinato e incollato i cocci dell'esplosione dei primi anni 90, obbligando il bipolarismo forzoso all'italiana a funzionare. Il buco della bolla equivale perciò non a una crisi di governo ma a una crisi di sistema. Follini evidentemente lo sa e per questo non demorde. Non basta più il collante del governo, se nell'aria si sente un cambio di stagione che può portare frutti più copiosi. La ricostituzione del dissolto partito democristiano? Diciamolo con parole di oggi: il trasferimento dall'anomalia impazzita a un più normale comando centrista dei voti usurpati dal partito azzurro sul lato destro, e di quelli incastrati nell'incerto contenitore della Margherita sul lato sinistro. Non sarà la vecchia Dc ma un nuovo centro. Il centro, magari esile numericamente ma imprescindibile strutturalmente e rivendicabile storicamente, del sistema. Di un sistema non a due ma almeno a tre punte.

Fine del bipolarismo? Sarebbe azzardato sostenerlo mentre i più giurano e spergiurano che il bipolarismo non si tocca. Le incognite sono troppe per correre con le previsioni: crisi o no, elezioni anticipate o no, impugnate da chi, con quali argomenti e quali regole. Si vedrà quanto peso avrà la rivendicazione proporzionalista di Follini nella maratona della Casa delle libertà; ma più che ai passi tecnici, conviene guardare ai dati politici. I quali, come s'era capito nell'immediatezza del voto europeo, segnalano una crisi doppia del bipolarismo: nel centrodestra, e nel centrosinistra.

Solo che le due crisi non sono simmetriche, ed è questo che rende la partita più complicata e imprevedibile. Anche nell'Ulivo infatti la posta in gioco principale si chiama centro, ma a differenza che nella Casa delle libertà questa posta per ora non rafforza una delle sigle in campo, ma ne indebolisce due, la Margherita e i Ds. E nulla lascia prevedere che l'unico disegno chiaro in campo - firmato D'Alema e volto a perseverare dal listone al partito unico sotto comando diessino, con la Margherita disintegrata, Prodi imbrigliato e l'accordo con Bertinotti a scadenza - proceda liscio come l'olio.

Intanto perché la Margherita magari preferisce farsi integrare da Follini piuttosto che disintegrare da D'Alema. Ma soprattutto perché se il centro si ricostituisse autonomamente, rompendo i trattini con la destra e con la sinistra, la logica di sistema richiederebbe non più di fare due sinistre, una moderata che governa e l'altra radicale che non nuoce, ma una sinistra e basta che convince. Tutto un altro gioco (e non chiamiamolo vecchio Pci neanche per scherzo), del quale non si vedono né i presupposti né i programmi.

Sarebbe il caso di cominciare a profilarli. Senza aspettarseli da chi si diverte col triciclo, e senza aspettare il prevedibile scenario congressuale Ds per recitare ciascuno la propria prevedibile parte. Nella crisi che espone la maggioranza di governo e logora la maggioranza dell'opposizione, c'è un silenzio assordante sul versante sinistro che non porta nulla di buono, né idee né spostamenti, né grandi né piccoli passi. Dal correntone a Rifondazione riguarda tutti e non ha alibi. Più del 13 per cento dei consensi sono un lusso che nessun altro paese europeo può vantare e che non consente a nessuno di acquattarsi nel ruolo di una minoranza senza voce in capitolo.

IL CAPO dello Stato, con una lettera irritualmente resa pubblica, chiede al ministro di Giustizia che gli siano inviati "i fascicoli" per la concessione della grazia a Ovidio Bompressi e Adriano Sofri. Con quest´iniziativa, Carlo Azeglio Ciampi sembra voler liquidare finalmente le due anomalie che hanno finora impedito la soluzione del "caso Sofri". Anche se oggi la questione ? soprattutto per il coraggio e la determinazione di Marco Pannella ? va ben oltre il destino di un detenuto e interpella, come ha scritto il leader radicale, «l´esercizio di un potere costituzionale» e «lo stesso principio di legalità».

Occorre ricordare quali sono le due anomalie che affliggono l´affare. La prima anomalia si chiama Roberto Castelli. Il ministro di Giustizia ritiene di avere «un potere di concerto» nell´atto di clemenza, «una responsabilità politica» nel provvedimento. Addirittura «un potere d´interdizione». La grazia, in realtà, non è stata mai riconducibile al potere di indirizzo politico di un governo. Al ministro, la Costituzione assegna soltanto il compito dell´istruzione del provvedimento, quindi «un ruolo servente rispetto al Quirinale» (Michele Ainis). Il Guardasigilli istruisce "il fascicolo". Lo invia al capo dello Stato con una proposta favorevole o sfavorevole alla concessione. La sua controfirma al provvedimento di clemenza «è un atto dovuto» (Andrea Manzella, Francesco Paolo Casavola, Giuliano Amato). È la prima anomalia.

La seconda anomalia chiama in causa lo stesso capo dello Stato. Già in luglio Ciampi era pronto a concedere la grazia ad Adriano Sofri. Dinanzi al rifiuto del ministro, decide di non firmarla. La rinuncia rafforza l´infondata convinzione che la grazia sia un provvedimento duale, nella disponibilità di due soggetti: il capo dello Stato e il ministro di Giustizia. E in effetti è stata questa, finora, la prassi. La prassi ha avuto, però, sempre un principio sotteso, ineliminabile e decisivo: lo spirito di collaborazione tra le istituzioni. Sorprendentemente il ministro Castelli nega ogni collaborazione al presidente della Repubblica. Pronto a concedere la clemenza, Ciampi pubblicamente dice di avere già la penna in mano. Castelli decide di lasciarlo con la penna a mezz´aria. Per molti, questa è già la mossa ostile, e abusiva, che impone di modificare la prassi per ritornare alla lettura autentica del dettato costituzionale, quindi alla riappropriazione da parte del presidente della Repubblica di un potere che oggi gli appartiene in modo esclusivo, come ieri era esclusivo potere del sovrano.

Ciampi non ama gli strappi istituzionali e decide di aggirare l´ostacolo chiedendo al Parlamento di approvare una legge che gli assegni ciò che è già suo per la Carta e che glielo assegni anche se il detenuto non avanzi una domanda di clemenza. Quindi con una modalità già ora presente nella legge («La grazia può essere concessa anche in assenza di domanda o proposta», codice di procedura penale, art. 681). Anche questo tentativo di sminare il terreno evitando un conflitto istituzionale va a vuoto. La maggioranza boccia la proposta avanzata da Marco Boato: gli uomini di An pensano ancora che per avere un atto di clemenza bisogna abiurare; i leghisti sono in perenne campagna elettorale; Berlusconi tace e s´eclissa. Non è un male che le Camere affondino il pasticcio.

Ostinato a evitare ogni conflitto, Ciampi in queste settimane, con discrezione, chiede al ministro attraverso i suoi "ambasciatori" di inviargli «le istruttorie in materia di grazia». Castelli fa finta di nulla. Ciampi decide allora di pubblicizzare la sua iniziativa e Castelli, dopo aver negato al mattino di aver ricevuto una lettera dal Quirinale, ammette a sera di aver letto «solo oggi» la missiva spedita due giorni fa per concludere che «per cortesia istituzionale» invierà le carte anche se questo «non implica un´adesione alla richiesta di grazia». L´espressione è ambigua. Castelli maneggia male il glossario e non si comprende se questa precisazione annuncia che egli invierà la documentazione con il suo parere negativo. O, al contrario, che rifiuterà di "controfirmare" il provvedimento di clemenza.

Quali che siano alla fine le decisioni del Guardasigilli, la lettera del capo di Stato comincia a fare un po´ di luce in un affare che, limpido nella lettura della Carta, è stato oscurato da interpretazioni quietiste e mosse illegittime (o forse soltanto ignoranti).

Con la sua iniziativa, Ciampi ribadisce che il potere di grazia è una assoluta, esclusiva prerogativa del suo ufficio. Ricorda che la collaborazione del ministro si limita all´istruzione e all´invio del fascicolo al Quirinale e non può trasformarsi in potere di interdizione. Sono mosse chiare, inequivoche e necessarie, che tuttavia avviano un percorso istituzionale, ma non sollecitano all´ottimismo. La conclusione di questo affare potrebbe ancora non essere rapida né priva di conflitti. Al contrario, se si ha a mente il comportamento distruttivo del «principio di legalità», per dirla con Pannella, tenuto dal Guardasigilli, chi può essere autorizzato a credere che Roberto Castelli si sia convinto a rispettare le regole (direi, il decoro) del suo ruolo? Ha fatto orecchie da mercante in queste settimane dinanzi agli inviti del Quirinale. Ha negato l´esistenza della lettera di Ciampi. Quando ne ha ammesso l´esistenza, provocatoriamente s´è appellato alla sola «cortesia», non al dovere istituzionale, lasciando scivolare una obliqua minaccia: boccerò la richiesta o non la controfirmerò.

Da qui a qualche settimana (Castelli già parla di mesi), il confronto tra Governo e Quirinale potrebbe dunque riproporsi. In queste forme. Ciampi riceve i fascicoli, non tiene conto del parere negativo del ministro (obbligatorio, ma non vincolante) e firma un provvedimento di clemenza per Bompressi e Sofri. Castelli non lo controfirma. La firma di Castelli è un atto dovuto, abbiamo già detto, perché il ministro «non ha nessuna responsabilità di merito» (Augusto Cerri), ma soltanto il dovere del consueto controllo di legittimità. Senza quella firma, però, i detenuti restano in prigione (le chiavi delle celle sono nella tasca del ministro). È vero, la grazia potrebbe essere controfirmata dal presidente del Consiglio. «È controfirmatore idoneo o meglio eccellente» (Franco Cordero). Ma avrà voglia Silvio Berlusconi di farlo alla vigilia delle elezioni e in contrasto con il suo miglior alleato nel governo? Senza una controfirma quell´atto di clemenza è monco e sterilizzato. Al capo dello Stato si presenterebbe soltanto una strada, la più dolorosa: sollevare il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale.

Ha ragione Marco Pannella. In questa storia, c´è ancora spazio per altri trabocchetti. Ha torto, però, il leader radicale a non vedere, nella lettera firmata da Ciampi, il «gesto che inequivocabilmente dimostra che il presidente è tornato libero di fare quello che la Costituzione gli chiede e gli consente di fare».

Rinunci oggi allo sciopero della sete. La difesa della Costituzione da illegittimi poteri d´interdizione o di indirizzo politico potrebbe richiedere il suo coraggio domani.

PENSO proprio che oggi mi debba anch´io occupare del calcio. Lo faccio per tre buone ragioni: è uno dei più grossi affari nazionali, è uno dei più evidenti scandali nazionali, è uno dei principali punti di snodo tra lo spettacolo e la politica. Aggiungo che sono un tifoso del calcio come gran parte degli italiani; tifo per la nostra nazionale e tifo per la Roma fin da quando giocava sul campo di Testaccio e il capitano si chiamava Fulvio Bernardini.

Roba di settant´anni fa.

Da allora, ovviamente, è cambiato tutto. In quell´epoca, tanto per dire, le squadre di serie A si andavano a scegliere i giovani talenti nelle squadrette di quartiere e nelle cittadine della provincia e avevano anche un proprio vivaio che coltivavano con molta cura. Il calciomercato aveva dimensioni casalinghe. L´equilibrio finanziario era facilmente raggiungibile. Le tifoserie erano molto accese e qualche volta volavano i pugni, ma non si conoscevano infiltrazioni teppistiche né minacce all´ordine pubblico.

Giocatori stranieri c´erano anche allora ma assai pochi, per lo più italoargentini.

Gli allenatori preparavano gli atleti con gli allenamenti ma non si conoscevano speciali formule e sofisticate strategie. In difesa della porta, insieme al portiere, si schieravano due terzini ai quali, al bisogno, davano manforte i due mediani laterali. Il perno centrale della squadra si chiamava centrosostegno. Due mezze ali (Meazza-Ferrari l´esempio più famoso) assicuravano il raccordo tra la linea mediana e le punte d´attacco che erano tre, una al centro e due alle ali. E poi, palla fa tu.

Con questo schema, che non era neppure uno schema, vincemmo due campionati del mondo consecutivi nel ´34 e nel ´38. In campionato la Juventus vinse non so quanti scudetti, alternandosi con l´Inter che allora si chiamava Ambrosiana. Comunque e fin da allora gli squadroni erano quelli del Nord: a Torino, a Milano, a Genova, a Bologna. Poi, scendendo verso il Centro, la qualità del gioco degradava; al Sud quasi scompariva. Ma questa situazione dura ancora oggi.

Il grande Gianni Brera attribuiva questo fenomeno alla dieta, alle proteine e ai soldi che al Nord erano tanti e nel Centrosud molto pochi. Vitamine e proteine ormai sono eguali dappertutto e in più dappertutto c´è pure il doping, ma l´allocazione dei soldi è sempre la stessa ed ecco la ragione per cui, salvo qualche saltuaria eccezione, lo scudetto continua a essere semimonopolio delle squadre padane.

Ho ricordato questa lontana stagione perché i giovani forse non la conoscono neppure per sentito dire. Comunque sono in grado - se opportunamente informati - di misurare le differenze con l´oggi.

Settant´anni fa, fino ai primi anni del dopoguerra, i giocatori professionisti erano poco più che dilettanti. Oggi al calciomercato girano migliaia di miliardi, i bilanci sono da grandi imprese, molte società sono quotate in Borsa, i giocatori stranieri riempiono più della metà dei ruoli titolari, le formule di gioco sono ferree e quindi gli allenatori si sono trasformati in strateghi e si attribuiscono un ruolo preponderante, analogo a quello dei registi rispetto agli attori. Infine gli attori, tra i quali alcuni divi con ingaggi da capogiro, debbono giocare in partita almeno due volte alla settimana quando non addirittura tre, con solo sei settimane di vacanza all´anno quando non sono ridotte a quattro. A 30 anni sono già considerati vecchi, a 35 decrepiti.

* * *

I legami del mondo del calcio con la politica, nell´era arcaica si limitavano sostanzialmente alla nazionale che ci rappresentava all´estero. Per il resto durante i vent´anni del fascismo il partito e il suo duce non avevano bisogno di supporti e spot locali. Ma poi, con l´avvento della democrazia di massa e della società dello spettacolo, tutto cambiò: possedere una squadra significava avere uno sbocco importante sulla tifoseria; una grande squadra dava accesso alla televisione, ai giornali, alla pubblicità. Insomma il calcio diventò un potere in tutti i sensi; potere locale, potere nazionale e anche potere internazionale dove si sceglievano i luoghi per le competizioni mondiali e per le Olimpiadi. E quindi «money money money».

Ma in sé il calcio è sempre stato passivo. Strettamente parlando non ci si guadagna, anzi ci si perde. Però assicura vantaggi indiretti talvolta preziosi.

Guardate, tanto per dire, alla Juventus che è stata da sempre di proprietà Fiat al cento per cento. Perché? Perché in una città e in una regione dove ha imperato dagli anni Venti fino a ieri la monocultura Fiat-Agnelli, era indispensabile che la Juventus ne facesse parte integrante. La Juve completava egregiamente il sistema di potere Fiat che disponeva del grande giornale La Stampa, finanziava tutte le attività culturali e ricreative di Torino, aiutava e assisteva le forze deboli della popolazione cittadina, impiegava al Lingotto e poi a Mirafiori e a Rivalta 200 mila operai.

Quegli operai, per molti anni comunisti in altissima percentuale, leggevano però il giornale del padrone e la domenica si spellavano le mani ad applaudire la squadra del padrone. Il quale a sua volta, con il volto di Valletta prima e poi con quello di Gianni Agnelli, favoriva una politica di centrosinistra.

Del resto è sempre stato così in tutti i Paesi democratici maturi: i cosiddetti poteri forti sono aperti al colloquio e «guardano dal centro verso sinistra» come diceva De Gasperi per la sua Democrazia cristiana; i poteri piccoli e timorosi guardano invece a destra, discriminano i più deboli di loro e cercano l´uomo forte che li liberi dalle loro paure. Questa propensione registra vaste eccezioni e l´Italia le ha ben conosciute; tuttavia permane nella sostanza e così opera nel bene e nel male.

Man mano che l´importanza del calcio cresceva e con essa cresceva la propensione ludica della società, i legami tra sport e politica diventavano sempre più forti. Il Coni, la Federcalcio, la presidenza della Lega calcio, il controllo finanziario delle società sportive, sono diventati altrettanti elementi essenziali per sostenere e ampliare il potere dei politici.

Un politico e uomo di spettacolo come Berlusconi lo ha sempre saputo; possiede e presiede il Milan dal 1986 cioè da quando ha raggiunto e consolidato il suo monopolio sulle tv commerciali; da allora tv e Milan sono stati le sue pupille, i suoi strumenti attraverso i quali dispensa alla gente i circenses dei ludi post-moderni. E se li tiene ben stretti a dispetto d´ogni chiacchiera sul conflitto d´interessi perché sa che senza di essi anche il suo potere diventerebbe evanescente e precario.

Ma anche gli altri, su scala ridotta e ridottissima, hanno fatto altrettanto. Con un´aggravante in più: non disponendo delle risorse di Berlusconi né del suo potere politico sono andati avanti con espedienti sempre più truffaldini: debiti, stipendi in nero, sopravvalutazioni degli assets, falsificazione di bilanci. Il buco nero del calcio e le sue dimensioni rapinose erano note a tutti, giocatori allenatori e tifoserie compresi.

Compresa la Lega, compresa la Federcalcio, compreso il Coni, compresa la giustizia sportiva, compresa la Uefa. La novità è che adesso si è mossa la magistratura e la partita è diventata dura, anzi durissima. Con quali vie d´uscita? Assai poche direi.

* * *

La Procura di Roma ha messo sotto osservazione tutto il calcio professionistico italiano, serie A e serie B. Se troverà reati li dovrà perseguire. Purtroppo li troverà, c´è da scommetterci. Probabilmente non nella Juventus, per quanto... Forse ne troverà qualcuno anche nel Milan e nell´Inter, sebbene le dazioni di Berlusconi e di Moratti siano state generose. Il Milan comunque ha un proprietario che «stacca gli assegni» come dice lui; quindi non dovrebbe avere timori.

La Roma, se Sensi riuscirà a concludere la vendita della squadra ai russi, si salverà. Non sarà un bello spettacolo da vedere, un plutocrate di Putin occuparsi di Totti e di Cassano. Ma i tifosi si tureranno il naso e continueranno a tifare. Per altre squadre sarà più difficile. Comunque il mondo del calcio continuerà a bruciare miliardi, la sua influenza sul consenso di massa diminuirà, il giocattolo si sta rompendo, molte squadre scompariranno di fronte all´inevitabile indurimento delle regole.

Ci vorrebbe un risanamento generale: minori stipendi, meno stranieri in squadra, minore partecipazione alle Coppe, quindi meno partite perché risanamento è sinonimo di ridimensionamento. Non più squadre con undici titolari in campo e undici in panchina. Non più sostituzioni in campo a volontà.

Aiuti governativi? Impensabile perché lo vieta la legislazione europea e poi i soldi lo Stato non li ha. Non li ha per i disoccupati, per i malati, per la scuola, per i pensionati, per l´Alitalia; sarebbe enorme se li trovasse per il calcio.

Il calcio non può che salvarsi da solo oppure sarà travolto. Naturalmente le tifoserie diventeranno furibonde se le squadre del cuore dovessero andare a fondo. Questa volta, bisogna onestamente riconoscerlo, il governo non ha particolari colpe. Berlusconi personalmente fa parte, eccome, del mondo del calcio e perciò una parte delle responsabilità è anche sua, ma come presidente del Milan, non come presidente del Consiglio. Certo nella sua qualifica sportiva qualche sbuffata di polvere arriverà anche addosso a lui e in questo caso, una volta tanto, non potrà fare la vittima perché sarà in variegata e numerosa compagnia. L´alibi delle toghe rosse e dei comunisti infiltrati questa volta non funzionerà se risultasse che anche il suo Milan ha gonfiato plusvalenze e trafficato con falsi bilanci.

Si vedrà. Intanto stasera il Milan affronta la Lazio all´Olimpico. Noi romanisti, in via eccezionale, tifiamo tutti per la Lazio. Specie se Ancelotti giocherà con due punte d´attacco in ossequio al diktat del suo presidente. Io non ci spero in una sconfitta del Milan che è comunque una grande squadra. Ma se la Lazio ci riuscisse sarebbe una gran bella soddisfazione.

Vedete? Il tifo è una gran brutta passione e fa perder la ragione perfino a un seguace di Voltaire. Ma che volete? Qualche volta è una valvola di sfogo in questa valle di lacrime, e poi accomuna poveri e ricchi, vecchi e ragazzi e perfino uomini e donne. Se lo si manifesta in modo civile anche uno stadio può diventare luogo di libertà e di eguaglianza. Ulisse eccelleva nei giochi, Pindaro cantò le Olimpiadi, i greci contavano gli anni partendo dal giorno d´inizio di ciascuna Olimpiade. Con i romani e i gladiatori andò a finir male, ma eravamo già in tempi di basso impero o di basso ventre come ho scritto domenica scorsa.

Insomma, lo sport dev´essere snello, pulito, appassionato e leale. Sennò è un immondezzaio, come in gran parte è già diventato.

FIN dal primo momento, il sequestro di Enzo Baldoni è apparso una questione terribilmente seria. Se soltanto si fossero colti i segnali e le informazioni dei governi occidentali e delle intelligence. L'Esercito Islamico dell'Iraq è una sigla che già ha dato prova della sua risolutezza e disseminato le tracce di un lucido e maligno disegno politico. Il disegno politico è già stato al centro delle analisi e delle preoccupazioni dei case officer dell'intelligence americana. Il piano di attacco - subdolo, perché concentrato su individui spesso isolati in Iraq dai propri paesi - prevede di tenere sotto pressione i governi che, pur partecipando all'iniziativa irachena angloamericana, scontano in patria una forte opposizione dell'opinione pubblica alla guerra.

Era già accaduto con le Filippine, quando, il 7 luglio, Angelo Della Cruz, un autista, era stato sequestrato dall'esercito islamico. Il governo di Manila appariva agli occhi dei terroristi iracheni un "anello debole" - la definizione è del Dipartimento di Stato - della Coalizione.

Un sequestro, una minaccia di morte, il lungo tira e molla dei video e dei nuovi ultimatum, nelle intenzioni dei sequestratori, avrebbe dovuto spezzare la determinazione del Presidente Arroyo. In quel caso, così è stato. Il 20 agosto, Manila annuncia il ritiro dei 51 militari del contingente filippino.

Come già è stato rilevato, non è che 51 soldati in meno producessero gran danno alla coalizione angloamericana. Ma, da un punto di vista politico, il rientro in patria di quel contingente era - sono parole degli uomini del Dipartimento di Stato - "il più grande successo politico raccolto in Iraq dall'inizio dell'invasione del marzo 2003".

Un successo che, era facile prevedere, sarebbe stato tentato di nuovo. Contro un altro degli "anelli deboli" delle forze e dei governi presenti in Iraq, accanto a Washington e Londra. Le intelligence occidentali non avevano dubbi che l'Italia poteva essere il Paese bersaglio di una nuova iniziativa dell'Esercito Islamico dell'Iraq. La nera previsione è diventata concreta prima del previsto. Sono subito dunque apparse irresponsabili gli atteggiamenti di leggerezza di personalità della maggioranza e di esponenti di organizzazioni, come la Croce rossa italiana, presenti in Iraq. Nelle poche ore che gli assassini hanno concesso all'Italia per tentare di trovare una soluzione alla crisi, nessuno è parso rendersi conto che questo sequestro era (se possibile) più serio, più drammatico di quello affrontato 4 mesi fa con la morte di Fabrizio Quattrocchi da Stefio, Cupertino e Agliana.

Ed era più serio perché il sequestro di Enzo Baldoni era dichiaratamente politico ed esplicitamente si iscriveva in una logica politica e militare. Tutti invece hanno voluto chiudere gli occhi dinanzi alla realtà. Fonti del governo si affannavano appena qualche ora fa a diffondere fiducia e ottimismo, nella convinzione che i canali aperti nel sequestro dei 4 body guard fossero utili anche in questa nuova circostanza. Come il commissario straordinario della Croce rossa italiana Maurizio Scelli, che appariva impegnato ad annunciare una rapida conclusione del rapimento.

Purtroppo non si è voluta guardare la realtà e ancora oggi l'ipocrisia sembra governare il dibattito pubblico sulla nostra presenza in Iraq e le aggressioni che questa provoca contro cittadini italiani, che per un motivo o per un altro, per lavoro o per solidarietà, decidono di andare in quel Paese. All'opinione pubblica si continua a ripetere che la nostra è una missione di pace. Che siamo lì per sostenere il popolo iracheno. Che mandiamo lì acqua e medicinali. Chiudiamo gli occhi sulle distruzioni, sulla morte degli innocenti. Ci rendiamo così incomprensibile l'odio che una parte del popolo iracheno ci riserva. È l'odio che stanotte ha ucciso anche Enzo Baldoni, un amico del popolo iracheno.

L'immagine è tratta dal sito di Enzo Baldoni, Bloghdad

3 agosto 2004Rutelli: «Non cancelleremo le riforme di Berlusconi». Critiche da tutto il centrosinistra

Questa volta a difendere Francesco Rutelli sono davvero in pochi. Il leader della Margherita sostiuene che il centrosinistra non può cancellare tutte le riforme approvate dal governo Berlusconi. A cominciare dalle pensioni («andrà cancellato lo scalino») e dalla scuola («dopo aver sperimentato la riforma Moratti - dice - si dovranno stabilire i punti precisi su cui intervenire»).

Certo, commenta Violante, bisognerà ragionare su quali leggi «cancellare» e quali «modificare profondamente». Ma per tutto il centrosinistra il problema è un altro. Quali sono le proposte alternative da presentare agli elettori? Come mostrare la discontinuità del nuovo progetto di governo rispetto a quello fallimentare di Berlusconi?

Rifondazione e Verdi tornano a chiedere l'immediata convocazione di un tavolo programmatico di tutta la coalizione. Distinguo anche dai prodiani della Margherita: «La linea politica - afferma Franco Monaco - va discussa con tutto il partito».

Il riformismo di Rutelli: «Gli italiani sono stanchi. Non cancelliamo le leggi della destra»

«Se andremo al governo non potremo scaraventare l’Italia in un terzo quinquennio di riforme che riformano riforme che avevano riformato altre riforme». Francesco Rutelli, in un’intervista al Corriere della Sera lancia la sua sfida al centrosinistra sul programma di governo della coalizione. E all’orizzonte vede addirittura uno «scontro» (anche se lui preferirebbe chiamarlo «confronto»): da una parte le istanze della Margherita, dall’altra le proposte di Rifondazione: «Sia molto chiaro – dice Rutelli – così come noi abbiamo rispetto per le istanze del Prc, anche il Prc deve sapere che dovrà discutere con la Margherita. E che la posizione conclusiva cui giungerà il centrosinistra non potrà essere stabilita da Bertinotti».

Per il leader della Margherita ha avuto ragione Nicola Rossi a dire che non bisogna cancellare la «brutta riforma pensionistica» varata dal governo. «Bisogna dare certezze – spiega Rutelli – serviranno interventi selettivi per correggere e migliorare le attuali leggi. Andrà per esempio cancellato lo «scalino» creato con la riforma previdenziale, e che penalizza chi andrà in pensione dal primo gennaio 2008. Dopo aver sperimentato la riforma Moratti sulla scuola si dovranno stabilire i punti precisi su cui intervenire. E la legge sul mercato del lavoro andrà ritoccata per evitare alcune esasperazioni del sistema, garantendo insieme alla flessibilità più sicurezza sociale. Non si può seminare nel Paese l’incertezza permanente sul futuro».

Le critiche del centrosinistra: «Quelle leggi vanno prese e stracciate. Ci vogliono proposte alternative»

Ma nel centrosinistra a dare ragione a Rutelli è solo Fabris dell’Udeur e Nicola Rossi. Dagli altri solo critiche. A cominciare dai Ds.

«Francamente, non ho capito a che cosa si riferisse Rutelli – afferma Gavino Angius - il 90% delle leggi della CdL va preso e stracciato. Vogliamo parlare delle leggi-vergogna? Dovrebbero essere cancellate dai nostri codici. Vogliamo parlare delle politiche economiche e sociali? Siamo al disastro! Vogliamo parlare della riforma Moratti? È una controriforma!». Di fronte a questo quadro, conclude il presidente dei senatori diessino, «invece di dividerci in dibattiti inutili dobbiamo continuare l'impegno politico di costruire l'unità del centrosinistra».

Certo, osserva Luciano Violante, «bisognerà distinguere e individuare le riforme che andranno cancellate e quelle che andranno profondamente corrette». Ma il problema non è solo questo. «Se si vogliono conquistare i delusi del centrodestra – ragiona il responsabile lavoro della Quercia Cesare Damiano – bisogna fare proposte alternative». E Fabio Mussi, coordinatore del correntone, aggiunge: «I cittadini ci voteranno solo se saremo in grado di rappresentare una chiara e nitida alternativa alla politica, alla cultura e all'ideologia della destra».

Dure critiche da Franco Giordano di Rifondazione: «È veramente paradossale che, mentre la maggioranza perde clamorosamente consensi sulle politiche liberiste in crisi, Rutelli ed alcuni altri esponenti del centrosinistra vorrebbero salvare una parte della legislazione inaccettabile del governo Berlusconi». In questo momento la strada da seguire è tutt’altra: «Per vincere bisogna essere in sintonia con la società più avanzata, nettamente alternativi a Berlusconi sul liberismo e sulle guerre. Anche per questo abbiamo chiesto un confronto programmatico, da aprirsi nell'immediato, con tutte le forze disponibili a rinnovare la società italiana».

Un tavolo programmatico viene invocato anche dai Verdi. E Pecoraro Scanio invoca l’interevento di Romano Prodi, «perchè proposte come quella di Rutelli, che prevedono di mantenere leggi indecenti come quelle del centrodestra, vanno nettamente bocciate».

Per il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Di liberto, «Rutelli dice che bisogna sperimentare alcune riforme della destra. Ma si tratta di un esperimento di genocidio perchè se si attueranno la riforma della scuola e la legge Biagi un paio di milioni di cittadini verranno consegnati alla macelleria sociale. Quelle riforme vanno abrogate».

Critiche infine anche dalla stessa Margherita. Per il prodiano Franco Monaco, Ieri, alla direzione nazionale di Margherita, abbiamo chiesto invano di fare il punto sulla situazione politica. Del resto, era punto previsto dall'ordine del giorno e comunque era cosa naturale e doverosa dopo le discussioni seguite all'assemblea di Rocca di Papa, dopo la proposta di Prodi sulle primarie, dopo l'avvio incerto della nostra presenza nell'Europarlamento. Invertendo l'ordine del giorno, ci si è occupati solo di tesseramento. Oggi, in un'intervista al Corriere della Sera rilasciata evidentemente nella stessa giornata di ieri, Rutelli formula giudizi e orientamenti di particolare rilievo che avrebbero meritato di essere discussi». Ma «un partito degno di questo nome si costituisce e cresce solo se gli orientamenti politici sono discussi e decisi

dentro i suoi organi».

4 agosto 2004Il moderato Rutelli irrita il centrosinistra e lacera la Margherita

Nessuno difende Francesco Rutelli. L’intervista nella quale ha sostenuto che il centrosinistra non dovrà cancellare le più criticate riforme del governo Berlusconi ha lasciato il segno. E ora quasi nessuno prova a difenderlo, neanche nel suo partito. Anzi, alle critiche di Ds, Verdi, Comunisti italiani e Rifondazione si aggiungono anche quelle di esponenti della Margherita sempre più innervositi dal protagonismo solitario del loro presidente.

Basta limitarsi a «interventi selettivi per migliorare le attuali leggi», sostiene Rutelli. Anche su scuola e pensioni. Anche su mercato del lavoro e giustizia. Prendere il buono che c’è e limare i difetti. «Se andremo al governo non potremo scaraventare l’Italia in un terzo quinquennio di riforme che riformano riforme che avevano riformato altre riforme – sostiene – Bisogna dare certezze». Replica ironica Rosy Bindi: «Ha ragione Rutelli quando dice che gli italiani hanno bisogno di certezze. Ma devono offrire garanzie sui diritti della persona, sulla qualità della formazione, sul futuro dei giovani, sulla dignità della vecchiaia. Non mi pare che le riforme avviate da Berlusconi offrano queste certezze; abbiamo invece sperimentato scelte dannose per il paese». Un problema che riguarda il merito delle proposte fatte da Rutelli al centrosinistra, ma anche il metodo: «Il nostro primo dovere è quello di rafforzare lo spirito unitario e sviluppare la capacità di elaborazione comune e di collaborazione del centrosinistra – dice la Bindi - senza forzature e senza fughe in avanti. Solo così potremmo definire un programma di tutta la coalizione. E la Margherita potrà fare la sua parte chiarendo, in modo collegiale, le priorità e le strategie del futuro».

Ma il malessere è più forte proprio all’interno della Margherita. La solitudine del leader, i giochi di potere, le prove di forza rischiano di lacerare una forza politica giovane, nata da un patto fra partiti diversi. L’asse Rutelli-Marini che cerca di isolare i prodiani e lacera gli ex popolari rischia di diventare un fattore paralizzante. Manca un indirizzo politico condiviso: «Se la Margherita devia dal percorso originario e prevalgono le tentazioni neocentriste – ha affermato il presidente dei senatori Willer Bordon in un’intervista a La Repubblica - se non c'è tensione ulivista e prodiana, certamente si troverà qualcuno che alle regionali rappresenterà queste ragioni». Una minaccia di scissione? «Non da parte mia – replica Bordon - Anzi, io sto avvertendo della minaccia che la Margherita corre. Se non arriva un'immediata correzione di rotta. Se salta il progetto vero della Margherita, salta la federazione, l'Ulivo» Insomma, non si può andare avanti così: «Vedo solo esibizioni muscolari, siamo alla spada di Brenno. La conta, la conta. Anziché ascoltare le ragioni degli altri, confrontarsi fino in fondo, l'unica ossessione sembrano i rapporti di forza interni. Se il presidente si lascia prendere dalla logica della conta, finisce per rappresentare solo una parte tra le parti, e non tutto il partito che è stato chiamato a dirigere. E questa non è una cultura di governo, ma una concezione minoritaria e radicale». I rischi non mancano: «La Margherita è (non voglio dire era) un progetto bellissimo. Mettere insieme culture, esperienze, radici diverse. Per un “altro” riformismo rispetto ai Ds. Ma è anche un contenitore ancora fragile. Da maneggiare con estrema cura. Invece qualcuno scherza con fuoco e rischia di bruciarsi». E ora come se ne esce? «A settembre propongo la convocazione degli Stati generali».

Più cauto, ma piuttosto chiaro Pierluigi Castagnetti: «Sono mesi che sto cercando di evitare che succedano guai... comunque è un tema molto serio, ne parlerò ma è un tema che non si può affrontare con una battuta». Più esplicito e fin troppo chiaro il vicecapogruppo al Senato Natale D’Amico: «C'è un partito in cui non si discute di politica ma di tessere, in cui alle regole si sostituisce la conta interna, in cui si rinuncia all'ambizione di costruire il grande soggetto politico dell'alternativa riformista di governo, in cui troppo spesso si occhieggia a velleità neocentriste. Se prevarranno le posizioni di chi anzichè guardare a Schroeder, a Blair, a Kerry, a Prodi, preferisce guardare a Follini il destino della Margherita sarà segnato».

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