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Caro Romano,

manifestare soddisfazione per i risultati elettorali e ottimismo per le prospettive che schiudono rientra nei rituali consolidati e in apparenza ineludibili della politica. Ma è davvero segno di realismo, oggi, non sottrarsi alle liturgie d’ordinanza, cioè ai vincoli di un orizzonte del “fare politica” evidentemente in crisi? Non sarà invece sintomo di saggezza - di Realpolitik! - e di fiducia nel futuro abbandonare abitudini che inchiodano i partiti a restare parte del problema anziché possibili veicoli della soluzione?

Il compito di ogni democratico, infatti, non è forse oggi di “reinventare” le pratiche della democrazia rappresentativa, proprio per “salvarla” dalle sirene della deriva populista che la sta minacciosamente svuotando in finzione?

(...) La coalizione di governo e la somma delle opposizioni raggiungono la stessa cifra, 46,1 (inglobando tra queste ultime Svp e Uv, come è giusto, e tra i sostenitori di Berlusconi, come è ancor più doveroso, i socialisti di De Michelis e le bellezze di Sgarbi e altri La Malfa. Il restante e disperso 7,8 non è affatto rassicurante, tra nostalgici e ultranostalgici di Salò, o vagamente qualunquisti partiti dei pensionati. Si divideranno gli elettori radicali (non i loro schieratissimi dirigenti), ma per il resto al centro-sinistra è attribuibile poco o nulla.

Hic rebus stantibus, dunque, se si votasse per le politiche domani, gli astragali del moderno calcolo delle probabilità vaticinerebbero Berlusconi, e sulla conferma del regime ai Lloyd di Londra la posta scenderebbe sotto l’1 a 1. Non mi sembra che siano in vista i “domani che cantano”, insomma. Certo, ci sono due anni. Ma anche per “loro”. In cui faranno carne di porco di quel poco che resta di istituzioni e pratiche democratiche. (...) E soprattutto, Romano, questa prospettiva minacciosa per la democrazia (e deprimente per lo schieramento di cui sarai il candidato) si annuncia dopo che il governo - in tre anni - ha fatto tutto quanto poteva per perdere consensi.

Andiamo però un poco oltre l'angusto angolo di visuale della politologia da establishment. Andiamo alla "cosa" che tale politologia non solo trascura ma anzi contribuisce a rimuovere: lo scollamento tra cittadini e rappresentanti, anche quando i primi non si astengono dal voto.

Prendiamo il tema che ha dominato vita politica e mass media negli ultimi mesi: la guerra di Bush. Non vi è nessun rapporto tra le opinioni contro la guerra, certificate da ogni sondaggio come schiaccianti nel paese, e l'esito elettorale. Ma analogo risultato si avrebbe confrontando ogni "issue" programmaticamente rilevante. In altri termini: si torna a votare secondo la logica tradizionale destra/sinistra in accezione partitica, senza che i temi che hanno diviso trasversalmente l'opinione pubblica spostino davvero dei voti. Siamo tornati al prevalere del voto di appartenenza, benché le "appartenenze" appartengano al passato.

Sembra il trionfo dei partiti e di un rapporto tradizionale con gli elettori, da Prima Repubblica ancora in rigogliosa salute, come se le lancette tornassero a trent'anni addietro. Ma è pura illusione. Nella rappresentabilità (e non solo nella rappresentanza) tutto torna nell'alveo di una geometria lineare tradizionale, anche se la società, il "sentire" politico e la (in)fedeltà ideologica sono definitivamente cambiati, solo perché le nuove istanze non trovano possibilità di rappresentazione. E sono dunque costrette a scegliere tra non-voto e camicia di forza della geometria tradizionale, che si traduce in disaffezione nel momento stesso in cui si vota.

Per capirsi: chi ha (ri)scoperto la passione civile con i no global o con i girotondi (o con le nuove lotte operaie), al Circo Massimo o a San Giovanni, non trova possibilità di traduzione elettorale per la politica che ha "agito" nelle piazze. Nemmeno parziale, se non in quantità marginali. Con l'ovvia conseguenza che le opposizioni non intercettano, trasformandoli in voti (e anzi si precludono la possibilità di farlo anche in futuro) i motivi di critica al regime, fondati sia su valori che su interessi.

(...) Collocare le diverse opinioni lungo una linea ininterrotta che da destra a sinistra vede: reazionari, conservatori, moderati, riformatori, rivoluzionari, oggi non rende conto della realtà neppure approssimativamente, schematicamente. La occulta, anzi. Un tempo destra voleva dire "law and order", oggi la "destra" realmente esistente (e malgovernante) si è fatta crociata di illegalità, tanto per citare un tema che da oltre dodici anni domina la vita politica italiana. E chi sarebbero poi i moderati? La difesa intransigente dei valori costituzionali è massimalismo? E non saranno invece proprio i moderati a diventare degli "enragé" quando i valori "moderati" (l'abc liberale, insomma) vengono calpestati da un regime populista?

Aver riportato le possibilità di scelta elettorale dentro gli schemi di appartenenza della Prima Repubblica costituisce in realtà il regalo più grande che le opposizioni potevano fare a Berlusconi, che punta tutto sulla vecchia dicotomia precaduta del Muro, e anzi guerra fredda anni Cinquanta (di nuovo c'è solo lo strumento del partito aziendal-videocratico): i "comunisti" (vale a dire tutti i suoi oppositori) e gli anticomunisti, in quanto tali paladini delle libertà, cioè lui medesimo e quanti a lui obbedienti. Le opposizioni regalano così a Berlusconi una vittoria strategica esattamente quando gli elettori gli tolgono lo scettro del comando assoluto in seno alla sua stessa coalizione.

Eppure, caro Romano, ricordo assai bene quando ci incontrammo la prima volta, nella primavera del ‘94, ancora nella sede dell’Iri, da cui stavi traslocando. (...) Il tuo interesse era tutto concentrato nell'illustrarmi la tua tesi di fondo, che circolò poi nella famosa espressione sul "valore aggiunto" delle energie della società civile rispetto alla somma dei partiti, e si manifestò nel sottolineare la necessità di suscitare forze ed entusiasmi potenziali, proprio perché eccedenti la logica degli schieramenti tradizionali. Proprio perché, appunto, quegli schieramenti non "rappresentavano" più, neppure a grandissime linee, il paese. Quegli schieramenti, e i dirigenti e gli apparati che ne materializzavano la logica. E del resto cosa è stato l'Ulivo (e perfino l'Asinello e la Margherita) se non il tentativo (a tentoni, ma non brancolando nel buio), per dare corpo a questa linea? Cioè alla consapevolezza che solo frantumando la logica degli schieramenti tradizionali, e ricomponendo alleanze su valori e interessi radicati nella società civile, anziché su "appartenenze" obsolete e ormai ingannevoli, si vinceva contro Berlusconi e si rinnovava il paese? Anche con la tua proposta della scorsa estate non hai fatto che restare fedele a quella analisi di fondo. Ma ormai, dopo ripetute "incarnazioni" sempre più distanti dall'idea, il rischio è l'incistarsi di un deficit di coerenza tra l'ipotesi analitica e il veicolo organizzativo.

Guardiamo alla vicenda del Triciclo, esemplare nella sua negatività.

Quando la scorsa estate lanciasti l'idea di una lista unitaria, dissi subito che costituiva "l'unico tentativo politico fin qui partorito dall'Ulivo in due anni di opposizione". Ma non fui certo il solo a mettere in luce come il punto cruciale, da cui dipendeva la riuscita o meno dell'operazione, stesse in questi termini (Eugenio Scalfari, molto più autorevolmente di me, lo ribadì e sintetizzò su Repubblica): la proposta sarebbe stata vitale e straordinariamente innovativa solo se non si fosse limitata a evocare l'unità tra i partiti, bensì l'unità di tutte le opposizioni, quelle dei partiti e quelle manifestatesi nella società civile.

Proprio di questo, invece, si finì per non discutere. I sì, i no, i forse, che rimbalzarono fra gli apparati evitarono proprio di prendere in considerazione tale questione cruciale e dirimente. Ovvio il risultato: eluso il problema la cui soluzione poteva fare da catalizzatore unitario, si scatenò l'uso strumentale dei sì, dei no e dei forse: privilegiando ragioni di schieramento e di bottega.

(...) Oggi si può dire, naturalmente, che Di Pietro-Occhetto valevano solo il 2,1 per cento. Verissimo. Da soli, però (e non bisognerebbe trascurare che lo Sdi di Boselli ha contribuito non già con lo 0,00 ma con una grandezza negativa, come conferma l'analisi del voto di Bologna). Quale sarebbe stato il "valore aggiunto" legato non a Di Pietro-Occhetto ma al dispiegarsi della spirale virtuosa, e relativa passione civile/entusiasmo elettorale, a seguito del venir meno dei veti e della partecipazione dei "movimenti e girotondi" del teatro Vittoria, non lo sapremo mai, ovviamente.

Ma qualche indizio lo abbiamo: a Bari la lista civica di un candidato sindaco voluto dalla società civile (il magistrato anticosche Michele Emiliano) prende da sola il 18 per cento, superando tutti i partiti (e costituisce il "valore aggiuntissimo" che strappa la città al berlusconismo). Ad Ascoli Piceno, per le provinciali, Massimo Rossi, "imposto" dai movimenti stravince, prendendo circa il 10 per cento in più della somma dei partiti. A Bologna vince in modo travolgente il "massimalista" Cofferati, mandando ai robivecchi tutta la solfa politologica sulle elezioni che si vincono al centro (forse si vincono "al centro", inteso come luogo sociologico degli incerti e "moderati": non certo con candidati più "di centro"). Infine, anche le preferenze dentro il Triciclo dicono qualcosa: inviso agli apparati (e da questi esplicitamente boicottato) Giuseppe Fava prende in Sicilia un mare di voti. E due neopolitici estranei alle gerarchie, Lilli Gruber e Santoro, mandano il pallottoliere in tilt.

Insomma: ovunque si è presentato uno spiraglio, l'elettorato democratico (dunque antiberlusconiano) ma "incerto", che rifiuta la logica delle appartenenze, ha "aggiunto" il suo "gruzzolo": se ci fosse stata la lista davvero unitaria che proponemmo al teatro Vittoria (a parole accettata dai partiti, e qualche ora dopo buttata al macero), quel gruzzolo avrebbe inclinato verso l'esondazione: sarebbe divenuto, almeno e certamente, investimento massiccio.

(...) Ora, caro Romano, con sacrosanta tempestività rilanci l'idea di una Costituente dell'Ulivo. Lemma drasticamente impegnativo nella sua vincolante onerosità in vista di un radicalmente nuovo. Ma vocabolo malinconicamente esautorato, a forza di "nuovi inizi" troppo spesso tramontati non appena vista la luce. Eppure tutto si gioca qui, se la parola "Costituente" starà a significare un "patto fondamentale" tra partiti già esistenti (dunque tra i loro apparati dirigenti) o tra i cittadini che con "pari dignità" rispetto ai partiti (come recita una giaculatoria partitocratica mai onorata) trovino ancora la passione per fondare il famoso e più che mai necessario "oltre". Fondare, non essere cooptati, cioè trifolati e digeriti da nomenklature che strutturalmente resteranno le medesime.

Che sia ancora possibile, non mi azzarderei a scommetterci. Che sia necessario, resta più vero che mai.

Ma è una verità ormai gravosamente scomoda, che non si lascerà aggirare o annacquare: quei famosi cittadini attivi, disponibili all'impegno politico ma non al professionismo politico, senza i quali non ci sarà Costituente ma solo aria fritta e rigovernatura di apparati, sono sempre di meno e sempre più scettici. Per trovarne in numero tale da renderli "massa critica" dovrai essere convincente davvero: non sulle tue intenzioni, ma sulla tua capacità di convincere davvero i potentati di partito a rimettersi radicalmente in gioco, a ridimensionare radicalmente il loro potere in un "gioco" nuovo, a fare molto ma molto di più (cioè molti ma molti più passi indietro) di quanto non fossero disposti a fare neppure nei giorni del pullman. Su questo si deciderà se avrai voluto essere il leader dell'altra Italia o semplicemente il candidato dell'attuale centro-sinistra.

Nel settembre 2003, durante un vertice dei ministri della giustizia e dell'interno europei, il ministro della giustizia italiano Roberto Castelli aveva promesso che l'Italia avrebbe approvato "entro il 31 dicembre 2003" le disposizioni che gli avrebbero permesso di accogliere formalmente il mandato d'arresto europeo: nel suo semestre di presidenza europea l'Italia voleva dimostrare la sua buona volontà. Ma nove mesi dopo non si è mosso nulla. Il testo elaborato dalla commissione di esperti che il ministro aveva creato non è mai stato esaminato dal consiglio dei ministri, meno che mai al parlamento. È un altro progetto quello che la camera ha discusso e approvat in prima lettura il mese scorso: un testo ispirato da una lobby di avvocato penalisti e presentato dal deputato di Forza Italia Gaetano Pecorella - presidente della commissione giustizia e avvocato di Silvio Berlusconi - che cerca di ppesantire le procedure sulla consegna di condannati e imputati tra i paesi dell'Unione.(Segue il testo integrale in francese)

En septembre 2003, au cours d'un sommet des ministres de la justice et de l'intérieur, le garde des sceaux italien, Roberto Castelli, avait promis que son pays approuverait"avant le 31 décembre 2003" les dispositions lui permettant d'accueillir formellement le mandat d'arrêt européen.OAS_AD('Middle');Alors qu'elle présidait l'Union, l'Italie voulait convaincre de sa bonne volonté : "Les délais parlementaires sont serrés, mais nous pourrons les tenir", avait précisé le ministre.

Neuf mois après, rien n'a bougé. Le texte élaboré par la commission d'experts que le ministre avait créée n'a jamais été soumis au conseil des ministres, encore moins au Parlement. C'est un autre projet que la Chambre des députés a discuté, et finalement adopté, en première lecture au mois de mai. Un texte inspiré par un lobby d'avocats pénalistes et présenté par le député de Forza Italia Gaetano Pecorella, président de la commission justice et avocat de Silvio Berlusconi. Il va à l'encontre du but recherché en alourdissant les procédures au sein de l'espace judiciaire européen.

"C'est une loi absurde, estime Edmondo Bruti Liberati, président de l'Association des magistrats. Elle constitue un pas en arrière par rapport à la convention de Strasbourg de 1957 sur les extraditions. Si elle était adoptée, il serait plus rapide d'obtenir une extradition depuis la Russie que de l'Allemagne ou de la France."

"PROJET ORWELLIEN"

L'opposition de centre-gauche a voté contre, mêlant ses voix à celles de la Ligue du Nord, le parti de la coalition de gouvernement le plus hostile à toute forme de mandat d'arrêt européen. Dès l'origine, la Ligue s'est opposée à ce que Mario Borghezio, avocat et député européen, qualifie de "projet orwellien issu des esprits délirants de la nomenklatura bruxelloise".Aujourd'hui, le mouvement populiste en a fait un de ses principaux thèmes de campagne pour les élections européennes, insistant sur "les dangers d'un texte stalinien pour la liberté d'opinion des citoyens".

En fait, c'est l'extension du projet de mandat à la corruption et aux délits financiers qui avait provoqué la crispation du gouvernement Berlusconi. Selon l'opposition, le nouveau chef de l'exécutif italien redoutait d'être concerné personnellement, ainsi que ses proches, pour des affaires concernant des intérêts de son groupe en Espagne. Au sommet européen de Laeken, en décembre 2001, Silvio Berlusconi n'avait finalement accepté de signer que sous conditions.

La première était une limitation de la rétroactivité, seuls les délits commis après janvier 2002 étant concernés. La seconde tenait à l'adoption par le Parlement italien des modifications constitutionnelles nécessaires à sa transposition dans le droit national. Majoritaire à la Chambre des députés comme au Sénat, la coalition de centre-droite avait, dès lors, toute latitude pour jouer la montre. En attendant, avait expliqué M. Berlusconi, "il y aurait un espace judiciaire commun auquel certains pays n'appartiendraient pas. C'est comme pour la monnaie unique, des pays ayant un fort ancrage européen n'appartiennent pas à la zone euro".

Rien ne presse donc. Personne ne sait quand le Sénat examinera l'étrange proposition de loi votée à l'assemblée. Le cheminement parlementaire sera long. Silvio Berlusconi n'aborde même plus le sujet. Il laisse son ministre de la justice, membre éminent de la Ligue du Nord, faire barrage à toute tentative d'accélération. Roberto Castelli a même mis sa démission dans la balance si une loi était adoptée par le Parlement, peu de semaines après avoir promis à ses collègues européens de faire diligence.

«Le opere sono la prova reale del buon discorso. Politica vana quella che si risolve tutta in fantastiche sottigliezze». Spagna, 1640, Baltasar Graciàn, a proposito di El politico don Fernando el Catòlico. Forse è troppo pensare che il modello Zapatero tenga in corpo questa agudezas o arte de ingenio. E a vederlo, il fragile Bambi, non sembra avere la stoffa del lider maximo . E probabilmente è vero che ha vinto per caso, per una di quelle occasioni che la politica a volte, purtroppo anche tragicamente, ti regala. Tuttavia, a sentire quelle poche semplici parole - vedi Blob la sera ! - «oggi ho dato ordine alle truppe spagnole di tornare a casa al più presto e col minor danno possibile», capisci che possiede una dote rara nei dirigenti della sinistra, il senno politico. Che cos'è il senno politico? Ma intanto è questa cosa qui. Il giorno dopo dell'investitura, a poche ore dal giuramento, devi dire una cosa, una sola, che ti definisce, ti qualifica, ti fa riconoscere. Tanto meglio, anzi ottimo, se questo dire corrisponde a un agire, se la parola è una decisione. Se poi quel dire e quell'agire si riveste di un alto valore simbolico, ci vivi di rendita per i mesi e per gli anni seguenti. Niente di sensazionale, ma, sì, qualcosa che mostra come stai dando attuazione a un mandato ricevuto.

L'occasionale vittoria socialista non ci sarebbe stata senza l'impegno a ritirare il contingente spagnolo entro il trenta giugno, in assenza di vistose modifiche della situazione. La decisione del premier eletto ha buttato sul tavolo il valore aggiunto di un'accelerazione, che senz'altro corrispondeva al sentire diffuso del proprio popolo. Ecco uno scambio virtuoso tra chi fa la politica e chi la chiede. Non devi correre dietro alla domanda della tua parte, né collocarti semplicemente al suo livello, devi stare più avanti, guidarla, se ne sei capace. Solo così eviti esasperazioni estremistiche e posizioni avventate che possono nascere nel campo del tuo consenso. E ti puoi conquistare un'unità più vasta del tuo schieramento.

Oggi il problema non è pace-guerra in generale, partiti realisti da una parte movimenti pacifisti dall'altra. Oggi il problema specifico è quello della guerra americana. Esso è dato da questo preteso governo-mondo, che si è riconosciuto intorno a questo impianto ideologico che dire neoconservatore è poco. E' poco, perché non siamo di fronte a una tradizionale manifestazione di «rivoluzione conservatrice», come poteva ancora definirsi il passaggio thatcheriano-reaganiano. Qui c'è una deriva di chiara impronta reazionaria, con quel tanto di tragico avventurismo che c'è sempre in queste posizioni, con la novità di una santa alleanza tra puritanismo evangelico ed estremismo sionista, che fa veramente paura. Altro che la «nobile bugia» di Leo Strauss ( e di Platone), qui c'è guerra per imporre la verità assoluta di un fondamentalismo democratico!

Non è che gli americani abbiano sbagliato qualche mossa nell'attuale vicenda irachena, come sono disposti ad ammettere anche alcuni dei loro leccapiedi. E' che conducono quella guerra con l'arroganza dei padroni del mondo. Nessuna potenza cobelligerante, nemmeno la Gran Bretagna, fa altrettanto. Perfino qui si mostra una differenza di civiltà tra l'Europa e gli attuali Usa. E l'asse Bush-Sharon non è la lotta al terrorismo, è l'altro terrorismo esercitato dall'alto di una volontà di potenza tecnologicamente superarmata.

Allora. Di fronte a una situazione storica così chiara non c'è che da mettere in campo una risposta politica altrettanto chiara. Il no alla guerra americana va pronunciato in modo netto, senza «fantastiche sottigliezze». E se «le opere sono la prova reale del buon discorso», il ritiro delle truppe cobelligeranti, anche quelle in improbabili missioni di pace, è il primo urgente e necessario passo. E' quello che chiede il popolo della sinistra e non saperlo, o far finta di non saperlo, è la prova reale di un cattivo discorso. Non ho capito perché si sia detto che la mossa di Zapatero divideva l'Europa. Secondo me, l'ha di più unificata. L'ha di più divisa dall'attuale leadership statunitense. Ma questa divisione, non dall'America o dall'Occidente, ma da Bush e dal suo staff di apprendisti stregoni, la sinistra europea la vuole o no? Vorremmo saperlo, anche qui con parole e con azioni semplici e nette.

Alla vigilia delle elezioni europee, guardando intorno con la migliore buona volontà, non riusciamo a scorgere una sinistra in campo, identificabile, riconoscibile, punto di riferimento negli interessi e nei valori per milioni e milioni di lavoratori, o anche solo di cittadini. Abbiamo in comune le monete nelle nostre tasche, ma che cos'altro nella nostra testa? Possibile che un partito del socialismo europeo non si ponga il compito di creare comunità europea, non genericamente di tutti - a questo ci pensano i mercati - ma della propria parte. Evidente che qui non ci sono all'opera libere forze spontanee, ma ci vuole la buona politica per cercare e per trovare.

Adesso l'ultima trovata è di esportare l'idea e la pratica delle due sinistre in Europa. Ha un inconveniente. Quando dici «due sinistre», l'immagine simbolica della sinistra, la sua idea-forza, è già crollata. E' un discorso che in qualche luogo bisognerà approfondire. Il concetto storico di «sinistra» ha un'identità più debole rispetto a quello di «movimento operaio». Questo poteva permettersi la distinzione e la contrapposizione di riformisti e rivoluzionari, socialisti e comunisti. Una ripetizione analoga per la sinistra di oggi è in principio perdente. La conseguenza è sotto i nostri occhi: una sinistra europea, magari con molti elettori, ma senza popolo. Sarà che veniamo dalla forma Pci, che più o meno bene conciliava le due anime. Per cui la strada impervia di una sinistra plurale in qualche modo unita sembra ancora quella con ostinazione da praticare. Le forme di organizzazione tutte da inventare.

Questo esperimento, o si tenta a livello europeo o in nessun luogo. Presupposto del tentativo è un'autocritica da parte della sinistra europea di governo. L'occasione perduta di tredici paesi su quindici in Europa con governi orientati a sinistra è lì che aspetta ancora di essere elaborata per il mezzo di una cultura politica: condizione per costruire quello che allora non ci fu, una pratica comune di governo, capace di intrecciare a livello sovranazionale, o meglio internazionale, le decisioni che contano. Perché non si ripeta quanto dopo quella stagione è puntualmente avvenuto. Il nostro Baltasar Graciàn, per i suoi tempi, lo descriveva così: «Dopo di avere la smodata ambizione dei prìncipi cristiani consumato alternativamente le proprie forze, esaurito i propri tesori, sciupato i propri eserciti, rispuntarono i turchi, e si impadronirono di tutto senza incontrare resistenza» . Noi, qui in Italia, siamo abbastanza sensibili alla narrazione di questa storia. Dopo i governi di centro-sinistra, è sulla nostra pelle che abbiamo sentito come e quando «rispuntarono i turchi». I nostri prìncipi cristiani, uniti nell'Ulivo, non hanno peccato per smodata ambizione, ma quanto a consumare alternativamente le proprie forze, a esaurire i propri tesori, a sciupare i propri eserciti, ce l'hanno messa tutta. Però, «le storie sono più piene di accidenti che di esempi di esperienze».

Con la proposta di sopprimere alcune festività al fine di rilanciare la produzione il presidente del Consiglio dimostra di essere un fine economista; ovvero di essere, in tema di economia, ben consigliato. Un ponte in meno, ha detto, produce un incremento sensibile sul prodotto nazionale. Non c´è dubbio che le cifre gli diano ragione. Il Pil viene prodotto con poco più di 200 giornate lavorative, corrispondenti a 1620 ore effettivamente lavorate in media per occupato.

Una media che combina gli orari più lunghi dell´industria e quelli un po´ più brevi del pubblico impiego, gli impieghi a tempo pieno e quelli a tempo parziale. In una giornata di lavoro si produce dunque un mezzo punto percentuale di Pil. Basterebbe allora sopprimere, per dire, sei giornate festive l´anno per incrementare di colpo la crescita del Pil del 3 per cento annuo. Ci avessimo soltanto pensato prima, l´economia del paese non si troverebbe nella situazione critica che molti lamentano.

O forse no. Perché nel ragionamento che suggerisce di lavorare di più per arricchirsi tutti c´è una piccola crepa. Esso implica infatti che l´intera produzione addizionale di beni e servizi eventualmente ottenuta con alcune giornate lavorative in più sia interamente venduta. Il che non sembra davvero realistico. Moltissime imprese faticano oggi a vendere le quantità di beni che producono con le giornate di lavoro attualmente effettuate. È la radice della crisi che le minaccia. In molti settori industriali esiste un eccesso di capacità produttiva: le aziende potrebbero produrre cento, ma dato che riescono sì e no a vendere settanta, quello producono. È proprio per questo motivo che hanno chiesto, e prontamente ottenuto dal governo con la legge 30 e il relativo decreto attuativo dell´ottobre scorso, nuovi tipi di contratto che permettono di occupare forza lavoro in maniera discontinua, come il lavoro in affitto (detto anche, pudicamente, "in somministrazione") e il lavoro intermittente. In modo da adattare l´occupazione in azienda all´andamento del proprio mercato. A fronte di queste situazioni, l´aggiunta di alcuni giorni lavorativi al calendario annuo genererebbe presumibilmente più disoccupazione, e più precarietà.

D´altra parte la discussione sulla necessità di provare ad accrescere l´occupazione non già aumentando, bensì diminuendo gli orari di lavoro, va avanti da decenni in tutti i Paesi europei, dal Portogallo alla Finlandia, dall´Irlanda alla Grecia. Da essa sono scaturiti contratti collettivi e interventi legislativi che hanno portato a ridurre le ore annue effettivamente lavorate pro capite dalle 1800-2000 del 1970 alle 1330-1700 di inizio del XXI secolo, con un parallelo e sostanziale incremento di produttività. Il limite inferiore, nel cennato rango delle ore lavorate pro capite nel 2001, è segnato dall´Olanda, a causa della grande diffusione in tale paese del tempo parziale; mentre quello superiore tocca al Regno Unito. Con le sue 1620 ore l´anno l´Italia supera di circa 50 ore la Francia - nonostante le riduzioni d´orario realizzate in essa con la legge sulle 35 ore, che ha avuto indubbi effetti positivi sull´occupazione - di 100 ore il Belgio, di 170 ore la Germania. Non siamo insomma i più pigri tra gli europei. Ancora, è la riduzione degli orari di lavoro, non già il loro aumento, che ha permesso di superare crisi aziendali gravissime, come quella della Volkswagen alcuni anni fa.

Per tacere di altri dati che possono lasciare indifferenti i fini economisti, ma ai quali i milioni di persone che svolgono altri ordinari mestieri attribuiscono una certa importanza. Nel 1970, quando in Italia si lavorava 1900 ore l´anno, si viveva quasi 10 anni di meno. Più precisamente, la età mediana dei morti era inferiore a quella odierna di circa 10 anni. Altri fattori hanno sicuramente contribuito a questo straordinario risultato, in primo luogo il sistema sanitario nazionale. Ma un fattore determinante sono stati l´aumento delle giornate di vacanza, degli svaghi, del riposo, delle cure per la persona, delle attività culturali, delle relazioni sociali, del tempo dedicato ai figli, reso possibile dalla riduzione di oltre 250 ore dell´orario annuo di lavoro. Proporre oggi di ricominciare a lavorare di più, significa quindi prospettare la possibilità ? quali che siano le buone intenzioni del proponente ? di ricominciare a vivere peggio, e forse anche meno a lungo.

È possibile che il presidente del Consiglio, buttando lì l´idea di lavorare qualche giorno in più l´anno, avesse in mente il caso di qualche altro paese. Ad esempio il caso della Corea del Sud, dove si lavora tuttora 2.500 ore l´anno. Ma non sembra questo un Paese adatto da prendere a modello per l´Italia, quando si pensi alle condizioni di lavoro, di ambiente, di tutele legislative, di rappresentanza sindacale in esso predominanti. Oppure quello degli Stati Uniti, dove in effetti le ore annue realmente lavorate superano le 1800, con un considerevole aumento rispetto a un decennio fa. Ma gli americani non lavorano di più per amore del Pil. Lo fanno perché vi sono costretti dai bassi salari. In Usa il salario medio dei lavoratori dipendenti, al di sotto del livello di quadro o capo intermedio (foreman), è infatti tuttora inferiore, in termini reali, a quello del 1973, dopo una forte discesa durata quasi vent´anni, e un parziale ricupero da metà degli Anni ´90. Il salario basso obbliga a fare gli straordinari, a cercarsi due lavori, a lavorare in due in famiglia anche se l´onere per la famiglia è grave. Spinge anche, ovviamente, a fare meno giorni di vacanza e di riposo. Anche questo modello di lavoro e di vita non sembra, in verità, particolarmente attraente.

Il dibattito sembra essere intorno alla nostra pretesa di dire come si fa opposizione. Non è una pretesa. Certe volte assistiamo ammirati, altre volte perplessi o sorpresi. Le risposte vengono, giorno per giorno, in tempo reale, ed è una ragione per cui l’Unità, di volta in volta, e di gruppo in gruppo, piace e dispiace.

Il nostro dibattito non si presta a «prospetti riassuntivi», che potrebbero apparire presuntuose pagelle. Chiediamo solo ai protagonisti di non offendersi quando qualcuno, da lontano, gli dice che una posizione o iniziativa politica non si capisce. È ovvio che non lo diciamo per fare dispetto. Lo vedono tutti che partecipiamo allo stesso impegno, in quella che i padri fondatori della Costituzione americana chiamerebbero (nel senso alto della loro interpretazione) la stessa «fazione».

La questione è sempre e solo di metodo. O meglio: si può provare a presentarla come tale per liquidare quella penosa divisione tra riformisti e massimalisti che qualcuno si ostina a raccattare dalle macerie dei vecchi partiti verticali.

Proviamo a mettere in ordine alcuni argomenti. Cominciamo da quelli che riguardano la «fazione». Dare spazio alle tante voci che si esprimono nella sinistra - e il cui voto va per forza a sinistra, come quelle stesse voci e proteste dicono con clamorosa evidenza - è un male, un attacco, una trappola, un tradimento, una «campagna strumentale di guerra?».

Se espressioni ripetute e martellate come la infelice frase «Bisogna avere una cultura di governo» suonano vuote nella vasta periferia di chi in tv, alla radio, nei manifesti e sulla gran parte dei giornali, vede solo Berlusconi, ascolta solo i suoi discepoli, subisce solo le sue scelte, è meglio non dirlo?

Quando ci dicono che cultura di governo è la visione “positiva”, “costruttiva”, “propositiva” che una opposizione deve avere per vincere, come lo spiego a chi deve mobilitarsi e votare per la sinistra, che è alla opposizione e non al governo? Le opzioni comunicative sono molto più limitate degli espedienti retorici. Prima di tutto devo avere ben chiara, ripetuta in modo univoco e forte, l’immagine del mondo a cui mi oppongo e il perché devo oppormi, adesso e subito. È un perché fatto di enormi ragioni morali (il conflitto di interessi) di questioni pratiche e gravi (il furto di tutta l’informazione) di pericoli imminenti (l’attacco costante a uno dei tre poteri dello Stato, quello giudiziario, la distruzione della Costituzione) la privatizzazione della politica estera (i nostri soldati vivono e muoiono in Iraq non in base a trattati o alleanze ma per un fatto personale di amicizia privata fra Bush e Berlusconi), la privatizzazione della sanità e della scuola, che cambiano radicalmente il volto del futuro italiano.

Qui si inserisce una curiosa e ripetuta affermazione: «Guai ad assecondare Berlusconi sul terreno in cui è maestro. Sono stati saggi coloro, come Enrico Letta, che hanno dato ragione a Berlusconi (che si era inserito nel programma “Domenica sportiva”, ndr) da tifosi e da conoscitori di calcio» (Il Riformista, editoriale del 25 febbraio). L’affermazione conduce a un problema simile al paradosso di Creta. Ricorderete che era il famoso apologo del cittadino cretese che diceva: «Non credete ai cretesi che sono tutti bugiardi».

Adesso l’affermazione paradossale è questa: «Berlusconi è maestro sul terreno della comunicazione. Io devo comunicare senza comunicare per non assecondare Berlusconi, che è più bravo di me a comunicare».

Ma ecco un esperto di indiscutibile valore farsi avanti con una tesi quasi uguale. È Renato Mannheimer, sul Corriere della Sera del 22 febbraio: «Si dovrebbe suggerire al centrosinistra di non usare la stessa strategia del Cavaliere. Sia perché in questo specifico ambito Berlusconi ha più mezzi e capacità. Sia, specialmente, perché così si finisce col favorirlo. Ad esempio, demonizzare il Cavaliere in quanto nemico, come fanno ancora molti, significa per lo più ravvivare l’elemento della personalizzazione che spinge gli indecisi verso il leader della Casa delle Libertà. Più efficace sarebbe puntare sui contenuti con proposte chiare, concrete, facilmente comunicabili su temi che interessano la vita quotidiana».

Le due affermazioni ci ripropongono il problema. Non occupatevi di lui, perché lui è più bravo. Lasciatelo perdere e occupatevi dei problemi. Sì, ma dove, quando, come, con chi, visto che lui decide di volta in volta, con forza mediatica enorme, di che cosa si parla, in che modo, in quale occasione, con quale linguaggio, stabilendo da solo l’inizio, la fine e l’argomento di ogni discorso?

Come non notare che nella trasmissione sportiva ormai celebre a causa del libero intervento di Berlusconi, Vittorio Zucconi ha segnato un punto e messo Berlusconi in difesa con la semplice frase: «Lei è venuto qui a parlare di calcio e intanto ha piazzato un bello spot elettorale»? Zucconi ha strappato un applauso e Berlusconi ha detto, un po’ da furbo e un po’ da praticone del gioco delle tre carte colto sul fatto: «Uno fa queste cose quando è bravo e sa cogliere l’occasione». Anche di più è stata applaudita Lucia Annunziata, la presidente senza presidenza della Rai, che non rinuncia alla dignità e alla voce e invece di fare buon viso a cattivo spot denuncia l’intrusione politica. E ha lasciato un segno, in quella trasmissione, Antonello Venditti. Poteva parlare della Roma. Ma - come tutti noi spettatori - aveva notato che per la durata dei venti minuti di intervento, Berlusconi era identificato in video non come presidente del Milan ma come presidente del Consiglio. Come tale ha fatto il suo numero di simpatico esperto dello sport, ha parlato (strano, per un intervento improvvisato) in perfetto sincrono con i filmati. E ha dato abilmente un doppio senso ad ogni sua affermazione mentre tutti i giornalisti sportivi presenti si portavano via la parola a vicenda per dire «ma come, ma certo, ma bravo, ma qui stiamo parlando di calcio!». Il Venezuela di Chavez non ha mai conosciuto una pagina di sequestro mediatico e di conflitto di interessi più esemplare.

Ma poniamo che Mannheimer e tutti coloro che ammoniscono di non inseguire Berlusconi abbiano ragione. Purtroppo - pur essendo gli esperti di comunicazione che sono - non ci dicono come e dove, negli spazi d’ombra lasciati dal suo splendore esclusivo, si può parlare. Infatti non si può. Chi ti vede, chi ti ascolta, tenuto conto che anche ciò che avviene alla Camera, se è contro Berlusconi, viene oscurato? Vorrei provare a fare tesoro di tutti questi consigli e a ricomporli nel mondo che segue.

Primo. Poiché Berlusconi, dovunque e comunque intervenga, parla lui, decide lui, domina lui e non lascia spazio, non resta che rifiutare la sua agenda politica, istituzionale, televisiva. Poiché non si deve inseguirlo o pretendere di tenergli testa sul suo terreno, è bene non fargli da comparsa. Lui del resto ha già i suoi cortigiani, e i suoi «supporting actors». Possono fare tutto da soli.

Secondo. Però, niente Aventino. Nessuno si ritira da niente. Vai in televisione e dici, leggi, affermi ciò che ritieni di far sapere agli italiani in quel momento. Ignori il tema della trasmissione, il gioco, le sequenze, le interruzioni dei loro buttafuori e segui lo schema delle tue priorità e dei tuoi programmi. In ogni occasione tiri fuori un tuo progetto e lo spieghi indipendentemente da ciò che vogliono importi e farti discutere. Durante la scorsa legislatura, coloro che sono oggi Casa della Libertà ed erano allora opposizione, lo hanno fatto, per tutto il tempo, nelle aule della Camera e del Senato, cambiando a piacimento, e anche contro il regolamento, l’argomento degli interventi in modo da essere sempre in linea con la volontà del capo o dei sub comandanti della Lega e di An. Questo reclamo di autonomia consentirà all’opposizione le occasioni, i tempi, i luoghi, i modi di dire come dovrebbe o dovrà essere governato il Paese. Questo reclamo di autonomia si può rivendicare in televisione. Vai e dici ciò che intendi dire. Per ogni argomento, presenti il tuo programma.

Terzo. Poiché «non devi inseguire Berlusconi sul suo terreno», e poiché il suo terreno è tutto, occorre ignorare sempre Berlusconi, non raccogliere mai le sue parole d’ordine, i suoi progetti, le sue proposte. Se lui, nel mezzo dell’estate, decide di parlare all’improvviso dei tagli delle pensioni, lo lasci parlare da solo o con i suoi cortigiani. Occorre impegnarsi a parlare d’altro su tutto, sempre e senza nessuna sospensione di questo muoversi e agire deliberatamente altrove. Riconosco che è molto difficile comportarsi con tale rigore contro il fiume delle informazioni completamente controllate da un’unica persona che domina tutto con il suo pesante conflitto di interessi. Però perché non notare che in parte ciò sta già accadendo, per esempio quando i Ds il 28 febbraio a Torino spiegano e dimostrano il disastro economico in cui è precipitato il Paese, per esempio con la grande campagna contro lo scempio realizzato dalla Moratti nella scuola, per esempio denunciando logica, modi, persone, circostanze che hanno dato vita all’ignobile vicenda detta “Telekom Serbia”? Ripeto, è molto difficile estendere questa strategia, ma essa è già in atto.

Quarto. La potenza mediatica berlusconiana ha una sua forza di ricatto. Tale ricatto fa temere anche a persone integre e coraggiose di apparire complici di un tradimento. Per esempio tradire i soldati italiani impegnati - dicono loro, mentendo - in una missione di pace. Negli ultimi giorni il ricatto si è realizzato presentando ai senatori un unico decreto che rifinanzia, insieme e con un unico voto, missioni di pace regolate da trattati da un lato, e la guerra privata di Berlusconi, dichiarata con una stretta di mano tra lui e Bush, senza politica estera, senza trattati, senza accordi, senza voto (c’è stato solo un voto per la pace, non per la guerra) dall’altro. E mettendo per la prima volta dal 1945 soldati italiani a disposizione discrezionale di altri governi. A questa confusione-ricatto voluta deliberatamente dal governo occorre dire un no netto che è un no a Berlusconi e all’atto di prepotenza di imporre un decreto unico per due situazioni diverse e incompatibili, non un no ai soldati. La ragione è la solita: mai stare al loro gioco. Che giochino da soli. Noi abbiamo da fare a difendere i diritti dei soldati italiani mandati allo sbaraglio.

Quinto. E’ chiaro che il vero compito dell'opposizione è il contrario dell’Aventino, di cui spesso con leggerezza si parla quando questo giornale suggerisce: state lontani dal governo. Si può andare in tv e ostinarsi a non stare al gioco. Lo hanno fatto in altri tempi - le poche volte che hanno potuto - i radicali di Bonino e Pannella. Si può andare nelle commissioni parlamentari per ripetere, con pazienza e tenacia, quale dovrebbe essere il vero argomento da discutere. Si sta in aula per dire, confermare, ripetere qual è il vero ordine del giorno di un Paese impoverito, isolato dall’Europa, umiliato da un primo ministro che è il cliché negativo di una vecchia Italia, una maschera del teatro dell’arte che conferma ed esalta, per il piacere del mondo, i suoi tratti ridicoli. Pensate che vi sia qualcosa di non riformista nel rifiuto di collaborare alla illegalità di un governo e della sua succube maggioranza, mentre si è impegnati in un continuo presidio delle istituzioni repubblicane?

No tondo in provettamanifesto, 24 agosto 2004

Andrò a firmare per il referendum abrogativo della legge sulla procreazione assistita: quello, proposto dai radicali, che intende abolire la legge del tutto, dall'a alla zeta, dal primo all'ultimo articolo. Non per questo sono d'accordo con il tipo di argomentazioni che i radicali portano a sostegno della loro campagna: troppa fiducia nella libertà di ricerca scientifica, troppa riduzione - vecchia storia, fin dai tempi del referendum sull'aborto - del desiderio e del primato femminile sulla maternità alla rivendicazione di un diritto. Ma non mi convincono neanche alcune reticenze che avverto in campo femminista a usare lo strumento referendario e la sua logica binaria, sì-no, su una materia complessa, delicata e sfaccettata come questa della procreazione assistita. La materia è complessa, delicata e sfaccettata, ma la legge con cui il parlamento ha pensato bene di regolarla non lo è: è linearmente pessima, e va linearmente cancellata con un no tondo. Non solo. In altre circostanze, compresa quella dell'aborto, a portare a una legge compromissoria era stato un circuito misto di mobilitazione, partecipazione e rappresentanza. Nel caso della procreazione assistita, a portare a una legge pessima è stato solo il teatro, ormai farsesco, della rappresentanza. E' vero che sul tema c'è stata poca mobilitazione da parte femminile. Ma è anche vero che non c'è stata, da parte del legislativo, alcuna considerazione del sapere femminista che pure c'era, né alcun ascolto di un'esperienza femminile ridotta a sconsiderata scorribanda da «far west». Insomma, il parlamento da solo se l'è cantata e da solo se l'è suonata. Producendo quell'obbrobrio che ha prodotto. Abrogare quell'obbrobrio, stavolta, non significa a mio avviso correre il rischio di abusare populisticamente dello strumento referendario contro le sedi deputate del potere legislativo e delle sapienti mediazioni che esso richiede. Significa, al contrario, sanzionare una pratica parlamentare chiusa all'ascolto della società, arrotolata su mediazioni di bassissimo profilo, avvolta dall'ignoranza e dalla superstizione, insipiente di diritto: anche a questo bisognerà pur riuscire a trovare il modo di dire un no tondo.

Non mi convincono, per ragioni facilmente deducibili da quanto sopra, i quattro referendum «parziali» che intenderebbero «emendare» la legge sullaprocreazione assistita sui singoli punti del diritto del concepito, della salute della donna, del ripristino della fecondazione eterologa, della libertà di sperimentazione e ricerca. In primo luogo perché uno dei difetti sostanziali della legge è precisamente quello di pretendere di normare pesantemente (e repressivamente) troppe cose assieme, invece di limitarsi a regolare leggermente le prestazioni e il funzionamento dei centri in cui si pratica la fecondazione artificiale: inseguirla sul terreno della prolissità, sia pure per emendarla, significa dunque confermarne l'impianto pesante. In secondo luogo, per le ragioni già sottolineate, sul manifesto del 28 luglio, da Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa, ovvero per la visione corporativa della società e debole dell'azione politica sottesa alla scelta dei quattro quesiti. Un vizio che non mi pare superato dall'impegno, giurato e ribadito giusto ieri, dei Ds a impegnare il partito, i consiglieri comunali e le feste dell' Unità sulla raccolta delle firme. Le strategie emendative dell'impianto della legge già sperimentate dai Ds in parlamento non sono riuscite ad arginare il disastro finale; non si vede perché dovrebbero essere più efficaci sul terreno della pubblica opinione e del senso comune. Che qualche volta ha bisogno, anch'esso, di una bussola che sappia dire, semplicemente, no.

Referendum, l'accetta che scotta manifesto, 25 agosto 2004

Proteggere una legge storica dall'accetta referendaria», è questo il nobile intento che ha spinto la senatrice azzurra Laura Bianconi e il suo collega Antonio Tomassini a presentare con zelo e sotto il sole d'agosto una proposta di riforma della legge sulla procreazione assistita che ha l'unico scopo di mettere i bastoni fra le ruote alla sua possibile, augurabile e urgente abrogazione. Con una acrobatica capriola d'identità, il partito del populismo di governo si scopre improvvisamente alfiere delle prerogative del parlamento e della democrazia procedurale: bisogna «riportare nella sua sede propria» quel dibattito sulla legge che l'iniziativa referendaria rischia di «fuorviare» sui binari impropri della consultazione popolare. Basterebbe la fotografia dell'aula di palazzo Madama in cui il gran gesto è stato compiuto - al cospetto in tutto di due parlamentari - per misurare la credibilità dell'improvvisa conversione di Forza Italia al credo parlamentarista. Ma c'è di più. C'è che lo strumento referendario, di cui durante la cosiddetta transizione italiana si è allegramente abusato in lungo e in largo fino a fargli partorire perfino il sistema elettorale, evidentemente terrorizza il ceto politico proprio quando lo si impiega correttamente, per abrogare trasversalmente una legge che fa trasversalmente danno e per mostrare la distanza fra paese reale e avanspettacolo politico. E' questo il caso in questione, ed è questo che fa scattare lo zelo degli azzurri e non solo. E' sintomatica infatti la reazione di Pierluigi Castagnetti, presidente dei deputati della Margherita, all'iniziativa del partito del premier: ottima idea, scelta legittima e perfino giusta, se servirà a evitare un referendum «che potrebbe spaccare e dividere il paese». Potrebbe spaccare, in verità, il mondo cattolico, togliere alla Margherita la legittimazione a rappresentarne la parte più aperta, riaprire una sana linea di conflitto fra gerarchie vaticane e laicità dello stato. Tutti fantasmi da scacciare per i rosei petali riformisti che furono determinanti per l'approvazione della legge-mostro sulla procreazione. E tutti fantasmi da temere per la parte più moderata dei riformisti diessini, fra i quali non mancherà chi - come Chiti già adombra - vedrà nella riforma parlamentare della legge una possibilità da praticare, come se fosse convergente con lo spirito dei referendum.

Non lo è, come dimostrano le modifiche proposte dal ddl azzurro. Anche se due di esse - l'ammissione alle Tra delle coppie portatrici di malattie genetiche e la possibilità di crioconservare gli ovociti - mettono una toppa su due dei punti più scandalosi della legge, non bastano a scalzarne l'impianto fondamentalista e repressivo. E non è affatto detto che bastino a rendere trasferibili sul testo riformato i quesiti referendari. Viceversa, il blitz azzurro potrebbe rivoltarsi come un boomerang contro i suoi sostenitori, fungendo di fatto da volano per l'accelerazione della raccolta delle firme per i referendum entro settembre, a contrasto e non a conforto del populismo al potere.

ASUNCIÒN - Strage in un centro commerciale della capitale del Paraguay, Asunciòn: 237 persone sono morte ieri in un incendio, divampato quando il centro commerciale era pieno, che ha quasi distrutto la struttura, intrappolandovi dentro molte delle persone che lo affollavano. Centinaia sono i feriti: una ventina in pericolo di vita. La maggior parte sono ustionati e presentano sintomi di intossicazione.

Secondo le prime ricostruzioni l´incendio è stato preceduto dall´esplosione di una bombola del gas in uno dei numerosi ristoranti del centro: erano le 11.30 del mattino ora locale quando si è sentita l´esplosione e il fuoco a cominciato a propagarsi a una velocità inspiegabile per gli stessi pompieri.

A questo punto si sarebbe verificato l´episodio più inquietante. I sopravvissuti hanno raccontato che molti dei proprietari dei negozi hanno chiuso le porte per impedire ai clienti di uscire senza pagare: sarebbe questo uno degli elementi che hanno causato un bilancio di vittime tanto elevato. Poco dopo la strage il capo della polizia di Asunciòn Santiago Velasco ha pubblicamente accusato i gestori dell´ipermercato che si trovavano dentro al centro di aver chiuso le porte e aggravato la strage e il giudice Adolfo Marin ha ordinato l´arresto dell´imprenditore Juan Pio Paiva, proprietario dell´ipermercato.

Dovrà rispondere anche del fatto che nel centro non ci sarebbero state uscite di sicurezza: molti quelli che per scappare si sono lanciati dalle finestre. In serata un centinaio di cadaveri erano già stati recuperati.

Sul luogo è immediatamente andato il presidente del Paraguay, Nicanor Duarte: «È un momento di estremo dolore - ha detto - sono qui per dare sostegno alle persone, ai loro familiari ma anche ai poliziotti e ai pompieri che stanno lavorando qui».

Il Paraguay è una delle nazioni più povere dell´America Latina: spesso anche i servizi medici sono carenti. Ma la tragedia ha mobilitato tutta la capitale: le televisioni locali hanno mostrato i pompieri che per ore hanno cercato di estrarre qualcuno vivo dalle macerie del centro commerciale, ma si sono dovuti rassegnare ad allineare decine di corpi in una discoteca attigua alla struttura, trasformata in una camera ardente.

Per ore, colonne di fumo nero hanno circondato la zona del disastro. Dalle tv è poi partito un appello alla gente a portare negli ospedali attrezzature basilari, come i guanti, per medici e infermiere. Tutto il personale degli ospedali assente è stato immediatamente richiamato al lavoro, in una corsa per tentare di salvare il numero più alto possibile di persone.

Non eravamo dunque piagnucolosi e queruli messi di sventura quando, fin dall´inizio del 2002 e poi con accenti sempre più preoccupati fino a ieri, documentavamo l´insipienza della politica economica del governo, lo stato catastrofale della finanza pubblica e il declino dell´economia italiana.

Ci hanno chiamato Cassandre, forse dimenticando che i di lei tristi vaticini ebbero la conferma dei fatti: avvertiva i suoi concittadini che Troia sarebbe caduta e Troia infatti cadde.

Dal canto nostro avevamo previsto che quando la congiuntura mondiale avesse ritrovato la via dello sviluppo e anche quella europea avrebbe registrato una sia pur timida e lenta ripresa, l´Italia non sarebbe stata in condizioni di intercettarne i benefici. Così purtroppo sta regolarmente accadendo. Siamo fermi al palo mentre gli altri sono già in corsa. Questa è la triste verità.

Abbiamo perduto tre anni dietro la chimera della riduzione fiscale, la famosa scossa che ci avrebbe fatto volare. E oggi che l´appuntamento è arrivato dobbiamo invece fronteggiare una manovra restrittiva che mortificherà inevitabilmente i consumi, gli investimenti, la produttività, il costo del lavoro, in controtendenza con quanto avviene dovunque nel mondo. Per di più con un superministro dell´Economia dimissionario, un «premier» ridotto ad un´anatra zoppa, una coalizione in pezzi.

Poteva andar peggio? Direi proprio di no. E dire che ancora fino all´altro ieri c´era chi, sui maggiori giornali italiani, discuteva se le elezioni del 13 e del 27 giugno fossero state un pareggio o addirittura una sconfitta del centrosinistra. Poi, da ieri e solo da ieri, gli stessi giornali e le stesse prestigiose firme hanno scoperto che la crisi era da tempo in incubazione, che Tremonti è un ministro che non ne ha azzeccata una e che Berlusconi eccelle solo nel saper vendere tappeti ammuffiti e cioccolata avariata.

I fatti hanno avuto la meglio sulle opinioni, come sempre accade quando le opinioni sono manipolate nell´interesse dei potenti di turno. Buon per Bruno Vespa che per cause dovute al calendario e ai palinsesti, ha dovuto sospendere giusto in tempo le sue serate di Porta a porta. Varrebbe la pena di intervistarlo adesso, Bruno Vespa. Sarebbe l´unico aspetto comico d´una tragedia annunciata.

* * *

Non è caduto soltanto Tremonti, è caduto Berlusconi e il berlusconismo. Nella giornata e nottata dei lunghi coltelli del 3 luglio (mese fatale per i leader carismatici) è stato lo stesso ministro dell´Economia a proclamare apertamente questa verità: «Io - ha detto Tremonti al suo premier - non ho fatto la mia politica ma soltanto la tua. Per me è stato molto difficile difenderla. Mi aspettavo il tuo aiuto. Mi era dovuto perché io ci mettevo la faccia ma tu ci avresti dovuto mettere i coglioni». Volgare, ma efficace. Per dirla in modo più urbano, Tremonti è stata la protesi di Berlusconi, il suggello dell´alleanza nordista tra Forza Italia e la Lega. Ora quell´alleanza è in frantumi. Un´epoca si è chiusa e una volta tanto l´ha chiusa il popolo sovrano.

La fase che ora si apre è tuttavia piena di incognite, la prima delle quali concerne un passaggio costituzionale e pone una domanda: si può procedere con un semplice rimpasto ministeriale, una lettera di dimissioni e un decreto di nomina di un altro ministro al posto di quello dimissionario? Oppure il Capo dello Stato deve rinviare alle Camere il presidente del Consiglio? L´opposizione, per bocca di Piero Fassino che ha parlato per tutti, ha chiesto il rinvio alle Camere. Ha piena ragione: questo governo ha già perso per strada un ministro degli Esteri (Ruggiero) un ministro dell´Interno (Scajola) ed ora il superministro dell´Economia (Tesoro Finanze Bilancio Mezzogiorno Partecipazioni Statali). Quel potentissimo ministro era di fatto la controfigura del premier. Ha governato avendo ben chiare le volontà e i sogni del suo padrone a cominciare dalla riduzione delle tasse. A quell´idolo ha sacrificato la più elementare correttezza nella gestione del bilancio: ha tagliato il sostegno ai consumi, agli investimenti, all´istruzione, alla ricerca, alla spesa sociale, alle infrastrutture, ai Comuni; ha fornito cifre ottimisticamente false; ha svenduto le entrate appaltandole, ha condonato il condonabile, ha alienato parte del demanio pubblico senza portarlo a riduzione del debito pubblico, ha sanato ogni genere di reati contro la Pubblica amministrazione.

Nel frattempo è aumentato il fabbisogno di cassa e il debito della Pubblica amministrazione, è diminuito il reddito nazionale, si è dimezzato l´avanzo primario delle partite correnti, è stata varcata la soglia prevista dal patto di stabilità europea del 3 per cento nel rapporto deficit/pil, la pressione fiscale è aumentata invece di diminuire. Ma fino a ieri è stato tenuto in vita l´idolo d´oro della riforma fiscale, la fantomatica "scossa" che avrebbe rilanciato il Paese e date le ali allo sviluppo.

Fandonie. Stupisce che il leader dei commercianti abbia chiesto stentoreamente che l´impegno sulle tasse fosse mantenuto ed ha ammonito il premier per la sua inadempienza. Billè dovrebbe sapere meglio di tutti che quell´impegno non può essere mantenuto e che comunque non risolverebbe i problemi dello sviluppo, della produttività e della competitività. E stupisce ancor più che Montezemolo gli abbia fatto eco. Confindustria e Confcommercio hanno improvvisamente avuto paura di avere avuto un momento di coraggio? Se è così, bisogna dire che la loro prudenza arriva al momento sbagliato, quando il tremontismo e il berlusconismo sono in pezzi. La borghesia italiana non è dunque ancora uscita dalla sua fase infantile? Speravamo fosse entrata nella fase della maturità. Una volta tanto siamo stati troppo ottimisti?

* * *

Intanto i "poteri forti" (quel pochissimo che ne resta) tifano per Mario Monti come successore.

Il nome è più che egregio. Noi stessi, primi e soli, chiedemmo due settimane fa che il governo lo ricandidasse alla Commissione di Bruxelles abbandonando la tentazione di trasferire il suo incarico al ministro Buttiglione. A questa nostra proposta si sono poi allineati tutti i maggiori giornali italiani e la cosa ci ha fatto grande piacere.

Ora i "poteri forti" vorrebbero Monti al posto di Tremonti. Sembra un gioco di parole. Ma a me, inveterata Cassandra, viene in mente ancora una volta il peggio: prestare Mario Monti alla coalizione di centrodestra significa preparargli una trappola che può rivelarsi micidiale date le condizioni della finanza pubblica in cui versiamo.

Monti dovrebbe: abbandonare l´idolo d´oro della riduzione fiscale; tagliare di almeno 7 miliardi di euro la spesa corrente entro l´esercizio in corso senza toccare però gli incentivi alle imprese, la spesa sociale, il Mezzogiorno, i Comuni e le Regioni, le infrastrutture.

Per mantenere nel 2005-2006 il rapporto deficit/pil entro il 3 per cento il taglio strutturale deve essere pari a 2 punti di pil, cioè pari a 28 miliardi di euro. Ma nel frattempo urge rilanciare i consumi delle famiglie e l´offerta delle imprese. Significa a dir poco un´altra dozzina di miliardi.

Fate le somme: 7 miliardi subito, 28 nel 2005, 12 per il rilancio, fanno 47 miliardi di euro, pari a 94 mila miliardi di vecchie lire. Più o meno la manovra effettuata da Giuliano Amato nel 1992 in un momento di acutissima e pericolosissima crisi valutaria.

Questa è l´eredità che Berlusconi e la protesi Tremonti consegnano al Paese: un buco da 94 mila miliardi di vecchie lire, pari a 6 punti e mezzo di prodotto interno lordo.

Mario Monti, come chiunque altro della sua stazza, può accettare un peso di quest´entità alle dipendenze politiche d´un premier come Berlusconi e in una coalizione che ha dimostrato in modo plateale di essere inadatta a governare il Paese?

Ecco perché ci vuole un passaggio parlamentare e forse un passaggio elettorale. Se si ricomincia da zero la via del rimpasto e anche quella del Berlusconi bis sono del tutto inadeguate.

Non voglio fare paragoni impropri ma l´analogia con il 25 luglio del ´43 mi pare d´obbligo. Il Gran Consiglio dell´epoca (Grandi, Ciano, Bottai i maggiori esponenti) sfiduciò Mussolini e ricorse al Re. Speravano in un incarico che restasse nell´ambito del fascismo senza più il Duce. Anche il Duce si rivolse al Re chiedendogli il rinnovo della fiducia e la punizione del Gran Consiglio.

Nessuno dei contendenti capì che la situazione era sfuggita dalle loro mani.

Il Re arrestò Mussolini, sciolse il Gran Consiglio e incaricò il maresciallo Badoglio di formare un governo.

Ho già detto: situazioni imparagonabili. Ma l´analogia serve solo per ricordare che quando avanza

NON ci voleva molto a prevedere che il voto del Parlamento sulla permanenza in Iraq del corpo di spedizione italiano avrebbe suscitato le prefiche dei fautori dell'"ammucchiata". Infatti così è puntualmente avvenuto. Il centrismo nazionale non è quantitativamente rilevante; operativamente è un fenomeno solo virtuale di fronte alla tenaglia del sistema elettorale maggioritario. Dispone però di molte tribune mediatiche e le usa senza risparmio tutte le volte che può.

A differenza della vecchia Dc, titolare d'un centrismo numericamente imponente che, secondo la definizione di De Gasperi, marciava verso sinistra, quello attuale è striminzito e marcia verso destra. Avrebbe voluto tirarsi appresso la parte "responsabile" dell'Ulivo. Patrocinare il taglio alle ali (ma solo all'ala sinistra) classica aspirazione dei moderati di tutti i tempi.

Isolare la sinistra massimalista.

Convincere i riformisti di Prodi che la svolta in Iraq è già avvenuta e sarà infallibilmente formalizzata e solennizzata tra la fine di maggio e quella di giugno e indurli, di conseguenza, a un voto d'astensione se non addirittura di confluenza sulla mozione del governo e sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio.

Poiché tutto quello che avevano immaginato non è avvenuto, i fautori dell'"ammucchiata" hanno dato sfogo alle lamentazioni salmodiando la fine del riformismo, il trionfo di Bertinotti, la resa di Prodi, Fassino, Rutelli al massimalismo girotondista e piazzaiolo, intonando insomma il "Miserere" e il "Parce sepultum".

In questa operazione (che non è affatto sorprendente perché ampiamente prevedibile e prevista), si distinguono i soliti noti. Tralascio di proposito i nomi di quelli che scrivono sui giornali e dicono la loro nei salotti tv. Segnalo invece la posizione del partito di Follini e di Buttiglione, schiacciato come un tappeto sulle tesi militaresche di Forza Italia. E, memorabile tra tutti, la posizione di Berlusconi che ha aperto il dibattito alla Camera con un incipit clamoroso: "M'ero illuso che questa volta l'opposizione si comportasse in modo responsabile".

Pensava veramente che la lista dei riformisti considerasse il suo "spot" propagandistico sulla svolta come un approccio serio di un governo serio a una situazione drammaticamente seria?

I berlusconologhi giurano di sì, che lo pensava veramente. Come spessissimo gli capita, s'era autoconvinto che le sue bugie propagandistiche riflettessero la realtà. Quest'uomo è formidabile. Per lui e per i suoi sodali, politici e giornalistici, vale la pena di usare una classica definizione di Flaiano: "Un gruppo di buoni a nulla, capaci di tutto". Sembra tagliato su misura.

* * *

La svolta. Si discute sulla svolta. Se ci sia stata, se ci sarà, se l'abbia effettuata Bush su pressione di Blair oppure di Powell oppure (udite udite) di Berlusconi. O piuttosto per la pressione dei fatti iracheni e le impellenti necessità ch'essi creano sul terreno.

Mi ha sommamente divertito leggere l'altro ieri sul Corriere della Sera due articoli di prima pagina sul tema, appunto, della suddetta svolta.

Uno è firmato da Angelo Panebianco e ha come titolo "La disfatta del riformismo"; autore dell'altro è Gian Antonio Stella e il titolo recita "La svolta rettilinea del Cavaliere". Mi hanno divertito perché sostengono l'uno l'opposto dell'altro. Secondo il primo i riformisti sono in rotta, succubi di Bertinotti, non avendo capito che Berlusconi era finalmente arrivato sulle posizioni da loro fino a quel momento sostenute e proprio in quel momento da loro stessi abbandonate.

Ma Stella dimostra invece esattamente il contrario e cioè che la predetta svolta è del tutto inesistente e che comunque il nostro presidente del Consiglio, dopo avere per oltre un anno sbeffeggiato all'Onu seguendo pedissequamente gli sberleffi lanciati dai neoconservatori americani, dal Pentagono e dalla stessa Casa Bianca contro il Palazzo di Vetro, ha compiuto "una svolta rettilinea", sempre al seguito dei suoi protettori di Washington, affermando da pochi giorni in qua il contrario di quanto ha per un anno conclamato ai quattro venti.

Ora, la verità è quella descritta da Panebianco o quella motteggiata da Stella? La risposta è nei fatti reali e non in quelli virtuali. Del resto i compromessi si possono fare sulle tasse, sulle pensioni, sul mercato del lavoro, sulla patente a punti, sulle regole societarie e su tante altre cose ancora; ma se c'è una questione che richiede e anzi impone scelte nette e non equivoche, quella è la questione della pace e della guerra.

Lì la bugia non è ammessa, il sotterfugio non è consentito, la tergiversazione non può aver luogo. Lì si sta da una parte o dall'altra. Lì il popolo è e dev'essere davvero sovrano perché "ne va la vita". Il presidente del Consiglio ha insultato l'opposizione accusandola di abbandonare i nostri soldati proprio nel momento in cui sono sotto il fuoco della guerriglia.

Ma chi li ha mandati a prendersi le fucilate della guerriglia e le autobombe del terrorismo? Invece che inviare in Iraq medici, tecnici, operatori di pace? Chi ha manipolato il mandato del capo dello Stato e del Consiglio supremo di Difesa che avevano autorizzato soltanto una missione umanitaria? Chi ha accettato che i militari spediti come presidio degli operatori di pace fossero invece impiegati come forza d'occupazione di un territorio ad essi affidato, sotto il comando angloamericano che non è certo lì per ragioni umanitarie ma politiche e d'ordine pubblico? Infine: chi ha la responsabilità politica di quelle morti e delle altre che possono ancora avvenire?

Un capo di governo serio e responsabile avrebbe dovuto dire al Parlamento e al paese la verità fin dal primo momento e comunque ammetterla l'altro ieri di fronte all'evidenza dei fatti. E la verità è che i 3 mila militari italiani sono nella regione di Nassiriya truppe occupanti, esattamente come gli inglesi e gli americani.

Tanto è che da quelli prendono ordini e come loro hanno una zona di territorio assegnata nella quale inglesi e americani non vanno se non su richiesta del comandante italiano. E non ci vanno per la semplice ragione che lì ci sono gli italiani a svolgere lo stesso ruolo e gli stessi compiti che gli angloamericani svolgono nelle altre zone dell'Iraq.

Queste cose avrebbe dovuto dire il presidente del Consiglio. Ma si sarebbe imbattuto nell'ostacolo costituzionale e quindi ha scelto la bugia. Del resto ci riesce benissimo perché una cosa è certa: come bugiardo non ha rivali in tutto il pianeta. È la cosa che meglio gli riesce. È un guinness. All'estero ce lo invidiano.

* * *

In un certo senso l'Onu è già in Iraq perché il segretario generale Annan ha inviato un suo rappresentante, l'algerino Brahimi, con il compito di suggerire nomi credibili per la formazione di un nuovo governo provvisorio che sarà installato dalla coalizione entro il 30 giugno. Quest'iniziativa rientra nei poteri del segretario generale, infatti non c'è stato bisogno di nessuna apposita risoluzione del Consiglio di sicurezza.

Egualmente rientra nei poteri di Annan di delegare a suoi rappresentanti un ruolo di consulenza per preparare insieme al governo provvisorio le elezioni da tenersi nel prossimo gennaio.

È questa la svolta? No, non è questa. Sarà una presenza importante quella dei delegati del segretario generale dell'Onu? La risposta l'ha data ufficialmente lo stesso Brahimi: "Una presenza e un ruolo molto limitati". Del resto Brahimi lavora al suo progetto da oltre due mesi e da oltre due mesi le date per l'insediamento del governo provvisorio e per le elezioni nel gennaio 2005 sono arcinote.

Le notizie comunicate al Parlamento da Berlusconi come prova della svolta sono sui giornali di tutto il mondo dallo scorso marzo. La sorpresa, il risultato eclatante del viaggio americano del nostro presidente del Consiglio sono sull'Ansa di sessanta giorni fa.

La strombazzata sovranità del governo provvisorio sarà puramente simbolica, anche questo è risaputo. Più interessante sarà invece l'organizzazione della sicurezza sul terreno. Per quanto se ne sa (ma Berlusconi nulla ha detto in proposito nelle sue comunicazioni al Parlamento) essa si articolerà nei seguenti punti.

1. Responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico nelle città saranno la polizia e l'esercito iracheno, coordinati naturalmente dal Comando della coalizione.

2. La seconda linea situata alla cintura esterna delle città sarà affidata a truppe che dovrebbero affluire da paesi non attualmente occupanti. Soprattutto da paesi appartenenti alla Lega araba o da altri Stati musulmani.

3. L'attuale armata d'occupazione dovrebbe acquartierarsi nelle basi già predisposte, pronta tuttavia a interventi d'emergenza - specie con aerei ed elicotteri da combattimento - in casi di emergenza.

4. La lotta al terrorismo proseguirà affidata a intelligence e a corpi speciali.

5. Questo schieramento, basato su tre anelli, entrerà in vigore quando l'attuale guerriglia e le attuali insorgenze saranno state domate e quando polizia ed esercito iracheni saranno in grado d'assolvere ai compiti di cui al numero 1.

Cioè quando? Non si sa, non c'è risposta. Quale sarà il ruolo dell'Onu in tema di sicurezza? Non c'è risposta.

I paesi della Lega araba sono pronti a inviare truppe? Sono già stati consultati? Non c'è risposta.

Altri paesi europei, la Russia, la Cina, l'India, sono disponibili? La Germania ha già detto: grazie, per ora no. La Russia idem. Idem la Cina. La Francia ha detto di più: non manderemo truppe né ora né poi, neppure sotto bandiera Onu. Chi dunque s'unirà all'attuale coalizione e quando? Non c'è risposta. Tutti sono invece pronti a mandare medici, tecnici, operatori di pace. Anche subito. Truppe no. È questa la svolta?

Le nostre vedove centriste e terziste (è quasi la stessa cosa) hanno compianto Prodi, trascinato suo malgrado a fianco di Bertinotti. Ma Prodi ha parlato ieri a Milano agli stati generali del centrosinistra. Ha detto sulla guerra irachena, sul dopoguerra, sull'America, sulle torture, parole ancora più dure di quelle di Bertinotti. Possono essere non condivise o addirittura deplorate ma nessuna persona intellettualmente perbene potrà continuare a sostenere che Prodi è stato "messo in mezzo" suo malgrado.

Resta la questione della nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza. Berlusconi, con l'aria di un Pierino, ha dichiarato che la risoluzione ci sarà entro il mese di giugno. Può darsi, ma lui che ne sa? E che cosa dirà quella risoluzione? L'Italia non fa parte del Consiglio di sicurezza. La Francia ha già specificato la propria posizione: vuole una conferenza internazionale che decida la sorte dell'Iraq nel quadro dell'intero riassetto della regione mesopotamica e mediorientale; vuole una data-limite entro la quale le truppe d'occupazione se ne debbano andare; vuole che il governo iracheno dopo le elezioni sia sovrano e indipendente; vuole che il petrolio sia subito restituito agli iracheni. Non vuole che la Nato sia utilizzata in Iraq. Germania e Russia sono sulla stessa linea.

In compenso Berlusconi, quando li incontra, dà e riceve pacche sulle spalle e qualche bacio da Putin, da Chirac, da Blair, ovviamente da Bush e - con qualche riserbo in più - anche da Schröder e Zapatero.

Questo è lo stato delle cose.

Il riformismo è stato sconfitto? Non sembra. S'è messo al rimorchio dei massimalisti? Non direi perché la sua posizione è sempre la stessa fin dall'aprile del 2003 quando scoppiò la guerra irachena. Per votare la prosecuzione della missione italiana in Iraq voleva e vuole che il Consiglio di sicurezza dell'Onu voti la sostituzione dell'autorità d'occupazione angloamericana con una coalizione agli ordini dell'Onu che abbia autorità insieme politica e militare.

Non è accaduto e ovviamente non accadrà, perciò tutto il centrosinistra ha votato per il ritiro delle truppe. Le quali, naturalmente, restano dove sono poiché il nostro governo segue Bush punto e basta. Buoni a niente ma capaci di tutto. Lapidario.

«L´UN dopo l´altro i messi di sventura / piovon come dal ciel» scriveva il poeta del Ça Ira e così avviene da un anno per i fronti iracheno e mediorientale. Nel mese di aprile i messi di sventura si sono moltiplicati. In Iraq lo stillicidio degli ammazzamenti è diventato guerriglia con aspetti di vera e propria insorgenza popolare; la radicalità sunnita si è congiunta con la radicalità sciita, le bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce sono state centinaia, migliaia le vittime cadute sotto i cannoni e le bombe americane; è cominciata la presa di ostaggi occidentali e tra questi quattro italiani, uno dei quali barbaramente assassinato, gli altri ancora nelle mani dei sequestratori dei quali non si conosce l´identità ma si crede di sapere che chiedano per rilasciarli uno scambio di prigionieri e un riconoscimento politico; lo sceicco Sadr dalla città santa di Najaf minaccia di scatenare centinaia di kamikaze se le truppe d´occupazione lo attaccheranno; l´ayatollah Sistani, massima autorità religiosa degli sciiti iracheni, minaccia a sua volta l´insorgenza generale se le città sante saranno prese d´assalto dagli angloamericani. Nel frattempo la Spagna, l´Honduras e Santo Domingo hanno deciso il ritiro delle loro truppe dal teatro iracheno dove sarebbero state disposte a rimanere solo sotto bandiera e comando dell´Onu.

Essendo ormai manifestamente impossibile il verificarsi di questa condizione, hanno deciso di andarsene.

Dal fronte palestinese le notizie sono altrettanto cupe. Dopo lo sceicco Yassin, guida religiosa e politica di Hamas, i soldati di Israele hanno ucciso con missili mirati anche il suo successore Abdul Rantisi; Sharon minaccia Arafat della stessa fine o dell´espatrio forzoso; la road map è ormai non più che un ricordo; i morti da una parte e dall´altra continuano ad ammucchiarsi; ogni speranza di pace sembra caduta.

In questa paurosa situazione il terrorismo di marca Al Qaeda prospera come il pesce nell´acqua. Dopo aver insanguinato Madrid l´11 marzo, si concentra ora sull´Arabia Saudita. Le linee di frattura non passano soltanto tra crociati musulmani e crociati cristiani ma anche, secondo la strategia di Osama bin Laden, tra sunniti, sciiti moderati e wahabiti. Dopo la sconsiderata guerra irachena che ha scoperchiato il vaso di Pandora, l´epicentro terroristico opera indisturbato dalle sue basi pachistane, irachene, marocchine, saudite e con le sue propaggini logistiche in Europa e in Usa.

Questo è lo stato dei fatti. Irrisolvibile in Palestina. Con due ipotesi di soluzione in Iraq: un coinvolgimento di pura facciata dell´Onu lasciando di fatto tutti i poteri alle truppe d´occupazione, oppure il trasferimento dei poteri effettivi all´Onu, in conformità a quanto chiesto da Francia, Germania e Russia e dal nuovo premier spagnolo Fernando Zapatero. Ma l´Onu che cos´è? Che cosa può e sa fare? È in grado di farlo oppure è soltanto un alibi per mascherare il disimpegno europeo dalla crisi irachena?

* * *

Europa zapatera è una definizione lessicalmente cantabile che suona bene all´orecchio con una sonorità quasi zingaresca. Ci vedi un´Europa gaucha o gitana, col sombrero di traverso e magari un coltello nello stivale e il gambo d´una rosa tra i denti.

Invece no. Nei titoli di alcuni giornali e nel lessico di alcuni politici nostrani quella definizione è usata per descrivere un´Europa traditora, vile, fuggitiva; un cuneo che rischia di disgregare l´unità politica del continente riducendolo ad un corpaccione ripiegato su se stesso, senza una missione da compiere, vassallo dei propri egoismi nazionali. L´alternativa a tale sfacelo è di stringersi attorno all´America coadiuvandone gli emeriti sforzi di assicurare la stabilità e la democrazia alla società irachena finalmente liberata dalla cupa tirannide di Saddam.

In questa così delineata alternativa è da qualche giorno entrato anche un auspicato ruolo «centrale» dell´Onu, caldeggiato ora perfino dalla Casa Bianca e naturalmente dal ministro degli Esteri italiano, ben lieto di poter annunciare la buona novella che sarebbe maturata anche per le pressioni del nostro governo su Bush. Risum teneatis.

Zapatero avrebbe dunque sbagliato tutto? C´era ancora tempo e spazio per ottenere dagli Usa un´inversione di rotta dopo un anno di dissennatezze costate migliaia di vittime innocenti e il dilagare di un sentimento antiamericano tra l´Eufrate, il Caspio, il Golfo arabico e il Mediterraneo? La risposta a queste sciocchezze è venuta da una dichiarazione fatta il 23 aprile dal sottosegretario di Stato, Marc Grossman di fronte al Congresso degli Stati Uniti. «Fino al 31 gennaio 2005 - ha detto Grossman - in Iraq rimarranno in vigore le norme stabilite da Paul Bremer, il governo provvisorio iracheno che sarà insediato il 30 giugno prossimo non potrà emettere leggi né decreti senza l´accordo del comando americano né avere il controllo della sicurezza. Non pensiamo che il periodo dal primo luglio fino al gennaio 2005 sia il migliore per cambiare radicalmente le cose».

Naturalmente, ha aggiunto Grossman rispondendo alle preoccupate osservazioni dei rappresentanti democratici «l´Onu avrà un ruolo importante sebbene limitato, il passaggio dei poteri agli iracheni sarà tangibile». E questo al momento è tutto.

Ho definito la scorsa settimana questo ruolo previsto dagli Usa per le Nazioni Unite una soluzione «vivandiera» nel senso che, come le vivandiere negli eserciti ottocenteschi, le Nazioni Unite avrebbero compiti ausiliari di consulenza e di copertura legittimante, cioè sarebbero portatrici d´acqua al servizio dei veri detentori del potere.

È facile prevedere che in queste condizioni il Consiglio di sicurezza non darà il disco verde ad una nuova risoluzione né ci potrà essere la disponibilità della Nato all´invio di contingenti militari. Zapatero ovviamente era già al corrente della linea americana visto che la Spagna fa parte in questi mesi del Consiglio di sicurezza dell´Onu. Perciò se n´è andato prima del 30 giugno avendo la certezza che quel giorno non cambierà nulla se non l´eventuale inasprimento della guerriglia irachena, già fin troppo accesa in tutto il paese.

* * *

Si domanda da chi si oppone al ritiro delle truppe: possiamo noi abbandonare l´Iraq alla guerra civile? Risposta: la guerra infuria già in tutto l´Iraq; è guerra contro gli americani, contro i loro alleati e contro gli iracheni «collaborazionisti». Nella sola giornata di ieri sono morti un´altra decina di soldati Usa e un numero imprecisato di iracheni. A Falluja negli ultimi venti giorni i morti sono centinaia tra i quali la percentuale di donne e bambini è di circa il 20 per cento; a Bassora in un solo giorno le vittime innocenti sono state almeno cinquanta. Può andare peggio di così? Sì. Se il piano Usa è quello di attaccare Najaf e Kerbala per uccidere o catturare Sadr può andare molto peggio di così. Dunque lo spauracchio d´una guerra civile tra sunniti e sciiti nel caso di un ritiro delle truppe d´occupazione non è una motivazione valida.

In realtà il ritiro delle truppe americane, se non dall´Iraq almeno nelle basi trincerate già predisposte, non aggraverebbe una situazione già gravissima; semmai la migliorerebbe. L´arrivo dell´Onu senza gli americani raffredderebbe il clima e fornirebbe al governo provvisorio una sponda preziosa di consulenza e di legalità internazionale.

Si dice ancora: ritirarsi sarebbe una vittoria del terrorismo. Sbagliato.

Il terrorismo, quello di Al Qaeda, centra poco o niente con l´attuale guerriglia irachena. E quest´ultima c´entra nulla affatto con i morti di Madrid e con quelli di Riad. Certo se la guerriglia antiamericana si cronicizzasse il terrorismo di Al Qaeda avrebbe ampio spazio per tessere un´alleanza con il radicalismo iracheno ed ecco un´altra valida ragione per disinnescare questo latente ma gravissimo pericolo.

Il solo vero motivo che spinge l´amministrazione Usa e il governo britannico a rimanere immobili sulla loro linea è di tutt´altra natura. E´ in gioco la rielezione di Bush e quella di Blair, questa è la sola ragione che impedisce ai pragmatisti per eccellenza di mettere in opera la loro flessibilità e di scoprirsi invece dogmatici. Dobbiamo seguirli fino in fondo? Dobbiamo accompagnarli tra le fiamme dell´inferno iracheno senza porre una sola condizione, una data di scadenza, un piano alternativo? L´Europa zapatera è in realtà la sola alternativa possibile: disinnescare la miccia irachena ed intraprendere con serietà e intelligenza la guerra contro il vero terrorismo e nel contempo imporre a israeliani e palestinesi un percorso di pace che da soli non sono mai stati in grado di costruire.

* * *

Il centrosinistra italiano non è al governo; il suo voto contro la permanenza della nostra missione militare a Nassiriya non avrà dunque effetti concreti se Berlusconi continuerà a preferire la condizione di vassallo di Bush a quella di membro dell´Unione europea.

Tuttavia un voto compatto del centrosinistra sulla questione irachena avrà un valore politico tutt´altro che trascurabile, soprattutto se servirà a potenziare la presenza di veri operatori di pace in quel tormentato paese. È curioso che i religiosi sunniti che cercano un contatto con i sequestratori dei nostri ostaggi usino tra gli altri argomenti di persuasione quello di sottolineare l´esistenza in Italia d´un forte movimento popolare contrario alla presenza di truppe d´occupazione. Il pacifismo italiano così vilipeso in patria è diventato uno dei pochi strumenti per riportare a casa quei tre ragazzi minacciati di morte. Non c´è da riflettere su questa evidente contraddizione?

Ancora una volta essa dipende da un errore lessicale che maschera un interesse politico. L´errore lessicale è quello di confondere e chiamare con lo stesso nome il terrorismo di Bin Laden e la guerriglia irachena.

L´interesse politico è quello di far vincere a Berlusconi le elezioni europee o almeno salvarlo da una cocente disfatta.

Viene in mente l´entrata in guerra di Mussolini contro una Francia già sconfitta, il 10 giugno del 1940, per potersi sedere al tavolo della pace con poco rischio e poche perdite umane. Finì come sappiamo. I paragoni non sono mai possibili, ma le analogie possono essere talvolta istruttive e questa lo è. Berlusconi, l´ho già scritto ma lo ripeto, avrebbe oggi una grande chance: quella di utilizzare lo sganciamento dall´avventura irachena come leva per ottenere da Bush un radicale mutamento di strategia. Non la soluzione dell´Onu «vivandiera» e portatrice d´acqua, ma il passaggio integrale dei poteri all´Onu e al governo provvisorio purché riformato da cima a fondo e l´acquartieramento delle truppe d´occupazione.

Se fosse politicamente intelligente e capace di valutare gli interessi dell´Italia, dell´Europa, dell´Occidente e dello stesso popolo iracheno lo farebbe e forse passerebbe alla storia. Ma purtroppo non lo farà. La sua natura glielo impedisce. La sua corta vista politica lo impedisce. Il dogma dell´alleanza con la destra americana lo impedisce.

Tanto più il centrosinistra dev´essere chiaro e netto. Il tempo è scaduto, ogni giorno che passa è perduto. Perciò muovetevi prima che sia tardi.


La guerra al terrorismo e le analisi erronee, l´ignoranza del nemico, le crociate farneticanti e i miles gloriosi; le penose rodomontate, in cui siamo immersi, con rassegnazione e pena quotidiane.

L´analisi più erronea è quella del richiamo a Monaco cioè al cedimento della democrazia di fronte alla minaccia nazista. Richiamo impossibile e fuorviante.

Il nazismo era uno Stato aggressore, definito territorialmente, con una sua monolitica ideologia, con i progetti dichiarati e concreti, con un esercito visibile, misurabile. Il terrorismo islamico è una costellazione dei diversi, per nulla monolitico, contrastato dal moderatismo arabo, non definibile territorialmente, con un esercito invisibile, indefinibile che muore e rinasce dalle sue ceneri. La conoscenza del nazismo era possibile, il suo stesso capo Hitler lo aveva raccontato per iscritto in Mein Kampf. L´islamismo terrorista oscilla fra i progetti ferocemente concreti degli attentati e quelli vaghi o impossibili dell´anticrociata, della riconquista araba.

Il primo e perdurante errore dell´America di Bush e dei suoi alleati è stato proprio quello di non aver dimenticato Monaco; di avere creduto necessaria una reazione alla minaccia islamica con le occupazioni armate di territori arabi come se fosse possibile identificarli con il terrorismo. Ma l´Iraq di Saddam era esattamente il contrario, era una dittatura feroce ma laica, nemica di Osama Bin Laden come di altre organizzazioni integraliste. Un errore conseguente a quello delle guerre preventive di occupazione è stato quello delle crociate ideologiche o religiose alla Fallaci o alla Baget Bozzo il cui pessimo risultato è stato di rendere impossibile o difficilissima la convivenza in un futuro prossimo e di ricompattare il mondo arabo, di dimostrare che la separazione e la inimicizia sono inevitabili.

L´orrenda strage di Madrid ha ridato voce e furore al partito della guerra il quale non solo cancella e rifiuta le sue responsabilità, gli errori e le colpe delle occupazioni e delle repressioni ma rovescia il piatto, accusa i pacifisti, rilancia la retorica patriottarda, promette una guerra più grande e più dura e ricorre alla menzogna più sistematica per sopravvivere. Da noi il capo del governo spara menzogne assurde a raffica: la popolazione irachena è dalla nostra parte, la democrazia irachena è in marcia, la nuova Costituzione è una svolta decisiva, la ricostruzione procede spedita mentre la realtà sotto gli occhi di tutti è l´opposto: una guerriglia continua, lo stillicidio dei morti e dei feriti, un territorio incontrollabile, stragi fra comunità religiose un futuro senza prospettive. Chi mai, sano di mente può credere che la teoria americana della guerra continua, già fallita nel Vietnam, in Afghanistan, in Somalia, dovunque, sia percorribile? Che dall´occupazione dell´Iraq si passi a quelle dell´Iran del Pakistan, della Corea del Nord tacendo su quella della Cina perché anche i superfalchi su quella per ora si fermano?

Ci sono cose più urgenti e possibili da fare nella difesa dal terrorismo.

La prima è di uscire in qualsiasi modo dalla guerra sbagliata, dalla guerra insensata. Anche nella guerra del Vietnam i suoi responsabili sostennero le tesi dell´effetto domino e del vuoto di potere: l´intera Asia, il mondo intero avrebbe assistito alla palingenesi totalitaria, al trionfo del comunismo liberticida. Ma non è accaduto nulla del genere, quel che c´era di solido nell´universo democratico ha tenuto, si è assistito anzi al contrario, al prepotente ritorno al capitalismo della Cina e dello stesso Vietnam. La seconda cosa da fare è di uscire dall´ignoranza millenaria e perdurante sull´Islam. La falsa propaganda non paga neppure nel mercato delle vacche elettorali. Non paga neppure la testardaggine che taluni chiamano coerenza, la testardaggine di un Berlusconi che per difendere il suo amico Aznar continua a dire che la strage di Madrid è stata fatta dall´Eta. La verità non ci esenta dal bagno di lacrime e di sangue che è la nostra storia, ma almeno ci evita quel sovrappeso che la menzogna comporta, la caccia alle streghe e agli untori che già dilaga nell´informazione. I pacifisti accusati di tradimento della patria, di disfattismo, di cinismo, gli incitamenti a isolarli, a denigrarli, l´appello ai vecchi istinti aggressivi; la televisione occupata e in genere i mass media sfornano finti dibattiti in cui i padroni della scena, sempre in schiacciante maggioranza, invece che ragionare scomunicano, zittiscono, non si fa a tempo ad aprir bocca che già i cortigiani di regime gridano: Bugie! Bugie! Impressionante il ministro della Pubblica istruzione signora Moratti che si chiude nel suo genovesismo fazioso e presuntuoso, ritratto dell´intolleranza. E poi la corsa reazionaria al rovesciamento di tutti i valori; la volgarità che domina la buona educazione, il denaro che sommerge tutte le altre ragion di vita. Il trionfo dei bestseller indecenti, del mondo che cammina con la testa in giù e i piedi in alto che ogni giorno ci fa chiedere se non sia avvenuta una mutazione totale, una scomparsa della forza di gravità, l´avvento di un´era in cui gli uomini, come si vede nelle cabine spaziali, invece che camminare galleggiano, mentre oggetti e strumenti gli svolazzano attorno.

Tu sindacato porti per le strade di Roma ottanta, centomila persone per una forte, motivata manifestazione contro la de-forma Moratti? E io ti organizzo un convegno “azzurro” pro-Moratti con trecento persone e i “miei” telegiornali nazionali – che ormai sono cinque su sei – gli dànno un minutaggio praticamente uguale a quello del tuo bel corteo sindacale riducendone di molto l’effetto mediatico. Per carità, i convegni meritano rispetto, soprattutto se a fare da relatore c’è un genio della politica come Sandro Bondi.

Però qui siamo ad un passo dalla Stefani, dall’agenzia unica del regime la quale forniva ai giornali del ventennio le “veline” dicendo loro cosa non dare, cosa dare e come darlo (eventualmente) ai lettori. Quanto è successo nella informazione televisiva di sabato rispetto al grande, vitale, generoso corteo di Cgil, Cisl e Uil a tutela di un bene fondamentale qual è, nonostante tutti i suoi acciacchi, la scuola pubblica non ha forse precedenti : ovviamente né i Tg della Rai né quelli di Mediaset potevano ignorarlo. Però, con l’ormai isolata eccezione del Tg3, gli hanno subito appiccicato e contrapposto il convegno di Forza Italia sulla “riforma” Moratti tanto cara al premier. E così sono stati in buona parte oscurati nella comunicazione radiotelevisiva gli sforzi degli organizzatori sindacali, l’abnegazione dei tanti partecipanti arrivati da tutta Italia con un tempo da lupi, i loro argomenti così netti e competenti a salvaguardia del tempo pieno e di altre conquiste maturate in Italia dalla fine degli anni ’60.

La sproporzione fra quel corteo di massa e quel convegno al chiuso di una sala era oggettivamente enorme. In termini giornalistici il primo era un fatto costruito da decine di migliaia di persone, di famiglie, di operatori e da tre sigle sindacali nazionali che un bel peso ce l’hanno ancora. Un fatto che meritava un ampio servizio, un racconto a più voci. Com‘è poi avvenuto su molti giornali domenica mattina.

Mentre il secondo era una notizia da registrare, certamente da dare, come si dà un convegno significativo sul tema della scuola. Capisco che questo della scuola pubblica – al pari di quello della sanità pubblica e magari della casa e dell’affitto che non ci sono più – stia diventando per il governo un autentico ginepraio in cui Berlusconi ha creduto di potersi ficcare con la banale formuletta finto-moderna delle tre I e nel quale non sa più come districarsi. Un po’ per l’evidente inadeguatezza del ministro Moratti. Un po’ perché il suo progetto va a separare, ad un certo punto, educazione e formazione in modo vecchio e classista, perché scarica altri pesi sulle famiglie che già ne portano troppi, perché non garantisce alcuna delle vere modernizzazioni di cui questa scuola ha bisogno da tempo, e poi perché, alla fine, è fin troppo evidente lo scopo di favorire l’istruzione privata. La quale, almeno a livello di scuole confessionali, è come avvitata in una crisi senza fondo (soltanto a Roma le mancano migliaia di insegnanti e stanno ansimando anche vecchi Licei di tradizione dove si pagano da tempo rette più che salate).

Quindi anche questo modo di neutralizzare in sede di comunicazione di massa, nel sommario stesso di radio e telegiornali, i fatti concreti prodotti dalla contestazione di massa della de-riforma Moratti (discorso analogo potremmo fare per la sanità pubblica, per il caro-prezzi imputato all’euro, per la politica ambientale e così via) diventa alla fine un gesto disperato. Volto, come tanti altri, ad occultare la realtà vera del Paese, cosa si muove effettivamente dentro di esso.

Gioco disperato condotto con la solita carica di cinismo: Berlusconi sa benissimo che una larghissima fetta di elettorato, in specie le fasce più anziane e quelle più giovani, leggono poco i giornali e si formano davanti al video un’opinione sui fatti del giorno. Secondo il Censis, il 62 per cento e oltre delle italiane e degli italiani, contro un 21-22 per cento che s’informa sui quotidiani. Lui ci prova. Però la scuola pubblica minacciata coinvolge milioni di persone, la sanità pubblica pericolante pure, l’inflazione più alta di tutta l’Europa che ha adottato l’euro non parliamone. E il catalogo negativo potrebbe continuare.

Tutto ciò conta e conterà al momento del voto, alla prima scadenza di giugno. Ma sottolineare quel gioco cinico, quel comportamento da bari dell’informazione si deve. Con più forza. E insieme si devono costruire dal basso, da queste esperienze di lotta in corso, programmi condivisi di “ricostruzione” democratica del Paese, i quali trovino domani un’ampia e convinta maggioranza di consensi. In questa “ricostruzione” democratica il tema dei Media, dopo quasi tre anni, ormai, di omologazione teleguidata, di falsificazione, di omissione, quindi di inquinamento profondo delle coscienze e delle conoscenze, ha un ruolo più che mai strategico. Sul quale è indispensabile lavorare unitariamente, giorno dopo giorno.

P ereat mundus, fiant vacationes. Sembra lo slogan delle sinistre. Nel governo ne succedono di tutte, Forza Italia impazza contro la Udc, la Udc contro la Lega, Calderoli contro tutti, Castelli contro la sinistra, ma l'opposizione tace, salvo per unirsi al coro di chi non si darà pace finché il Battisti Cesare, colpevole negli anni `70 e da trent'anni tranquillo cittadino in Francia, non sarà stato consegnato alle patrie galere, notoriamente vaste, fresche e sottopopolate. E pazienza se l'opposizione si prendesse qualche riposo dopo averci fatto conoscere le intenzioni sulle quali chiederà al popolo il voto per sostituire l'attuale governo, del quale esige le dimissioni un giorno sì e un giorno no. Dopo le elezioni europee, c'è una probabilità che quelle legislative avvengano nel 2005, cioè domani. Quali guasti intende sanare dei molti fatti dal Cavaliere? Il conflitto d'interesse? Le misure giudiziarie ad personam? La progettata riforma della magistratura? Le legge Maroni sulla flessibilità del lavoro? La Bossi-Fini? La riforma Moratti? Qualcuno ha ventilato che molte di esse avrebbero alle radici delle buone ragioni. D'altra parte non si rimedierà con semplici misure legislative a disposizione che hanno già modificato la costituzione materiale e formale del paese. Fra tre settimane darà alla Camera una devolution, cui ha aperto le porte la modifica del capitolo 5 votata a spron battuto dal centrosinistra.

Il governo ci lascia un deficit di migliaia di miliardi di euro, che intende coprire detraendoli dalla spesa sociale e vendendo beni pubblici. La sinistra invece che ne farà? Ripreleverà dai grossi redditi, dai patrimoni comprese rendite finanziarie? Sarebbe logico ma andrebbe detto. Inoltre una grande industria italiana non c'è più, Montezemolo invita a «ricostruirla assieme» ma con quali mezzi, priorità e garanzie per il lavoro non glielo chiede nessuno. Non l'opposizione, una cui inviata all'estero fa sapere che buona parte dell'Ulivo lo considera un premier ideale. Non solo i governi europei hanno nominato una commissione in confronto alla quale la Confindustria è un seminario di socialdemocrazia. Qualcuno protesta? E con quali ragionevoli alleanze si propone ragionevolmente di modificare il patto di stabilità?

Infine ma non per ultimo, in queste settimane l'offensiva americana contro l'Iraq è diventata selvaggia e investendo Najaf si è messa contro oltre che i sunniti gli sciiti. Mentre i nostri a Nassirya sono nella zona di fuoco. Che si aspetta per fare una pressione per il ritiro delle truppe, anche a prescindere dal povero Baldoni? Che si aspetti la vittoria di Kerry, il quale non cambierà né molto né subito?

Urge scegliere il che cosa e il come. Un programma non è una lista di buone intenzioni è una tabella di marcia cui si risponde. Ha da essere chiara, fattibile e impegnativa.

Non ce l'hanno ancora né la sinistra moderata né quella radicale. Ambedue ci intrattengono su questioni di metodo: fare o no le primarie per eleggere il leader del centro-sinistra, che è definito da un pezzo? E a che punto è la coalizione, e se è a buon punto prelude o no a una maggioranza di governo? L'Unità non si espone, tanto più che il Congresso dei Ds sarà tutto un fair play. Su Liberazione è invece in corso un dibattito acerbo se si debba andare ad una maggioranza come propone Bertinotti oppure no e chi dovrebbe decidere: la maggioranza del partito, tutto il partito, maggioranza e minoranza o partito e movimenti? E si sprecano accuse reciproche di cedimento o settarismo.

Può darsi che il caldo ci renda nervosi. E che con l'ebbrezza di settembre escano invece le idee chiare dalla sinistra. Nel solleone di agosto abbiamo visto soltanto che la borghesia ha gratificato la memoria del suo De Gasperi mentre la sinistra ha riseppellito l'ex suo Togliatti senza lasciare per un giorno la villeggiatura e mettere sul suo sepolcro un fiore né di ricordo né di elogio né di perdono.

LE CARTE del gioco sono sempre più mischiate, i gomitoli sempre più imbrogliati e dipanarne i fili è diventata un´operazione quanto mai ardua.

Vale per l´Italia, vale per l´Europa, per gli Stati Uniti, per la Russia e per l´Oriente, quello vicino e quello lontano. In un mondo sempre più interdipendente dare un senso a questa congerie di eventi nebulosi è quasi impossibile. Forse un senso non c´è. Siamo costretti a inventarcelo per sopravvivere. Accatastiamo segnali contraddittori, reperti, analogie, metafore del possibile, statistiche del probabile. Ma da dove e da chi cominciare?

* * *

Comincerò da Kerry, l´anti-Bush che sta scrupolosamente attento a nominare il suo antagonista il meno possibile, a volare rasoterra per sfuggire ai radar dell´avversario cercando di convogliare attorno a sé il pacifismo del mondo intero presentandosi con la mano alla visiera da vecchio combattente e con lo slogan "Strong America". Il campione del multilateralismo che dovrà ricucire le ferite inferte dai neo-conservatori agli alleati europei e agli arabi moderati esordisce affermando: «Non permetterò mai a nessun paese e a nessuna istituzione internazionale d´interferire sulle nostre decisioni per quanto riguarda la nostra sicurezza».

Reculer pour mieux sauter? Forse. Ma forse no. Kerry parla ad un paese che è il più potente del mondo e deve ottenerne il consenso. Un paese dove il saluto militare è ormai una sorta di tic nazionale. Un paese geloso della propria democrazia ma assai poco versato al garantismo d´esportazione. Infine: un paese molto generoso con gli altri anche perché gli altri gli forniscono da almeno ottant´anni i mezzi per vivere costantemente al di sopra delle sue risorse.

Può darsi che Kerry vinca la sfida con Bush. Personalmente me lo auguro perché penso che l´America da lui rappresentata sia comunque il meglio che quel grande paese amico possa esprimere. Ma non facciamo l´errore di considerare Kerry come l´erede di George Washington o di Abramo Lincoln.

Troppo tempo è passato e gli Usa, anche se smetteranno di teorizzarlo, sono comunque il centro d´un impero. Ai suoi tempi perfino Marco Aurelio, l´imperatore filosofo, sapeva bene come far rispettare la forza di Roma.

Kerry sa che il suo paese può vincere da solo qualsiasi guerra ma ha bisogno di grandi alleanze e di grande consenso per vincere la pace. Ma questo ormai lo sa perfino Bush. Kerry, se andrà alla Casa Bianca, curerà molto di più lo sconquassatissimo welfare americano, la sanità, la scuola, l´assistenza. Forse vezzeggerà più Chirac di Berlusconi. Gli si può chiedere di più?

Quanto ai nostri Fassino e Rutelli, è perfettamente vero che la loro dichiarazione sulla permanenza del contingente italiano in Iraq nel caso che l´Onu assuma poteri rilevanti in quel paese non rappresenta una novità.

L´hanno sempre detto, perfino con atti parlamentari più volte ripetuti. Perciò non si capisce perché abbiano sentito il bisogno di ripetere il già noto.

Talvolta la sobrietà è meglio della loquela e questo era uno di quei casi.

* * *

Ho cominciato dallo sfidante di Bush ma ora, perdonatemi, debbo parlarvi dei tafferugli avvenuti ieri alla Camera dei deputati riunita per votare il prestito-ponte destinato a far sopravvivere almeno per qualche mese l´Alitalia nella speranza che la compagnia possa risollevarsi dallo stato di prefallimento in cui versa.

Leggerete in cronaca il resoconto di questo episodio disdicevole, attizzato dal diverbio tra socialisti e Lega. Va detto che qui si è giunti molto al di là del folklore.

Dalle parole si è passati ai fatti, la gazzarra leghista ha prodotto molti contusi e addirittura un ferito, condotto nell´infermeria di Montecitorio.

Vittime dell´aggressione leghista sono stati un deputato della Margherita e i socialisti ma non quelli di Boselli bensì quelli di De Michelis, all´interno cioè del centrodestra.

Ora si parla di dimissioni di Bondi, che teme altri e più insidiosi attacchi dall´interno della stessa Forza Italia. L´ex ministro dell´Interno, Scajola, vuole parlare del dopo-Berlusconi e decine di deputati gli fanno coro. Formigoni da Milano sfiducia il rappresentante di Berlusconi che sovrintende al partito in Lombardia. Il presidente della Camera si rifiuta di strozzare il dibattito sulla devolution come vorrebbe la Lega. Fini ha perso la voce e dopo tanto eloquio è diventato muto. Follini aspetta settembre.

Berlusconi spiega che la Finanziaria di Siniscalco non prenderà un solo centesimo dalle tasche degli italiani ma sosterrà lo sviluppo del paese con apposite misure. I 24 miliardi di manovra prevista pioveranno dunque dal cielo per premiare l´uomo della provvidenza. Forse quell´uomo è diventato pazzo e ancora non ce ne siamo accorti. E quand´anche, non bisognerebbe dirlo per poter agganciare i voti dei moderati in trasferimento da destra verso il centro (sinistra?).

Signori, egregi lettori, concittadini: è chiaro che il governo e la coalizione di maggioranza sono usciti dai cardini. Domenica scorsa scrissi che il paese è stato affidato a un gruppo di saltimbanchi imbroglioni. Poi, rileggendomi, mi sono pentito: alla mia età dovrei essere più cauto, più saggio, meno puntuto. Ma oggi, con quello che accade intorno, mi assolvo completamente. Ancora una volta la realtà ha superato l´immaginazione e nemmeno le parole per descrivere l´umiliazione e la vergogna che si provano di fronte allo spettacolo impudico messo quotidianamente in scena da chi rappresenta le nostre istituzioni, sono bastanti.

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Debbo anche parlarvi - e scusatemi ancora - di Siniscalco il nuovo ministro dell´Economia che, seguendo il lessico in uso, si dice sieda sulla poltrona che fu di Quintino Sella.

Dunque Siniscalco. Sta vivendo un suo periodo di grazia. Il predecessore era talmente querulo e al tempo stesso tirannico, talmente creativo e al tempo stesso dissennato, che chiunque fosse stato scelto dopo di lui sarebbe stato accolto con un sincero benvenuto.

Siniscalco ha promesso trasparenza, ascolto, dialogo. Ha snocciolato le cifre del disastro finanziario. Non tutte, perché il disastro è almeno il doppio di quanto annunciato; ma insomma ha certamente sollevato una parte del velo che aveva coperto per tre anni quelle voragini.

Qui però, almeno per ora, si arresta la trasparenza di Siniscalco. Non sappiamo dove prenderà i 24 miliardi della manovra più i 6 necessari per far giocare il Capo con la riduzione dell´Irpef.

Il primo approccio del successore di Quintino Sella sembra quello di poter superare la soglia del 3 per cento deficit/Pil col benestare dell´Europa.

Ammesso e non concesso che quel benestare ci sia, questo significa che il successore di Sella potrà sfondare i limiti di Maastricht aumentando così il disavanzo. Curerà il buco di competenza mandando in passivo la cassa.

Elementare Watson. Stamperà biglietti il nipotino di Quintino Sella.

Accrescerà il fabbisogno. Emetterà titoli pubblici. Quindi aumenterà il debito pubblico. Auguri.

Ma poi, per turare l´ammanco di cassa, venderà patrimonio. Immobili.

Azioni. Diritti. Per cento miliardi di euro (200mila miliardi di lire) in quattro anni. E poi dite se anche lui non è creativo: si muove sul trapezio con sapiente maestria. Avevo detto saltimbanchi ma mi correggo: trapezisti.

Però senza rete. È infatti molto dubbio esitare il patrimonio così rapidamente. Credo che chiameranno in soccorso le banche per anticipare i soldi necessari. Ma per invogliarle dovranno svendere gli asset patrimoniali.

E chi se ne frega: pagheranno i figli e i nipoti.

Questa storia dei figli e dei nipoti sta prendendo una bruttissima piega.

Non dovevano essere i padri a pagare per i giovani? Non era questo lo spunto della riforma del lavoro e di quella delle pensioni? Contrordine: pagheranno tutti. Anzi i figli più ancora dei padri.

Dice il professor Nicola Rossi, deputato riformista Ds: la riforma delle pensioni non è granché, doveva essere più rigorosa, ma se il centrosinistra vincerà dovrà tenersela perché è comunque meglio di niente.

Ho stima per il professor Rossi ma, mi scuserà se dico che non condivido.

La riforma delle pensioni potrebbe certo essere ancora più severa e più rapida nei risultati ma a una tassativa condizione: e cioè che prima o almeno contestualmente al suo varo avrebbe dovuto esser messo in piedi un sistema di ammortamenti sociali che coprisse l´insicurezza del lavoro flessibile e provvedesse alla formazione e alla "buona occupazione" dei lavoratori, come da tempo suggerisce Giorgio Ruffolo.

Se questo fosse il programma del centrosinistra, come mi auguro, la riforma delle pensioni può perfino essere migliorata, ma non un solo centesimo dovrebbe finire nelle casse del Tesoro: saranno gli stessi pensionandi a destinare i loro sacrifici per render possibile il nuovo Welfare. Sennò, no.

Confido che il professor Rossi convenga con me.

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Intanto affiora l´ipotesi di un´imposta patrimoniale perché il buon Siniscalco da qualche parte dovrà pur trovarli quei maledetti quattrini. Hai voglia a tagliare le pensioni d´invalidità, hai voglia a sostituire incentivi con prestiti agevolati, hai voglia ad aumentare le sigarette. Bazzecole. C´è un vasto patrimonio immobiliare privato. Tassiamolo. E infatti hanno cominciato con la seconda casa, ma sono briciole.

Naturalmente la parola "patrimoniale" non può neppure essere pronunciata.

Ma ci stanno pensando. Prelevare con imposta le plusvalenze degli immobili.

Attenti però: se non è uno scherzo può diventare una rivoluzione. Tassare la prima casa? Che lo dica Bertinotti, passi; che lo pensi Siniscalco, membro d´un governo sostenuto dal medio ceto, via, sarebbe solo il sintomo che non c´è più niente da fare.

Onorevole ministro dell´Economia, dica forte e chiaro ciò che finora ha sussurrato: per colmare il buco lei dovrà tassare o accrescere il debito.

Scelga lei a quale corda impiccare i padri oppure i figli o tutti e due. E ringrazi il suo predecessore per la bella eredità che le ha lasciato.

Colombo, Dopo la caduta

No, non è il caso di cantare “Bella Ciao” dopo la caduta di Tremonti. Il ricordo evocato da questo oscuro episodio di palazzo corre piuttosto al 25 luglio. La frase che viene in mente è quella triste e porta-sfortuna di Badoglio: «La guerra continua». Avverto subito coloro che - su tutti i giornali della Repubblica - assistono con serenità buddista a incredibili eventi di governo che sono fuori dal buon senso, fuori dalla Costituzione, fuori dall’Europa (venerdì navi della Marina italiana hanno costretto un cargo di profughi dalle stragi del Sudan a restare al largo per impedire che quei profughi potessero chiedere asilo politico) ma si allarmano subito se la sinistra si permette di celebrare un po’ troppo una sua vittoria.

No, in questo caso, dicendo guerra, non stiamo parlando della guerra dell’opposizione. Il riferimento è alla loro guerra, quella contro le leggi, contro le istituzioni, contro il Paese, al solo fine di allargare il loro potere personale.

Perché questa guerra finisca, o almeno ci sia un armistizio fra l’Italia e il suo rovinoso governo, sabato tutta l'opposizione, per prima cosa, ha chiesto le dimissioni di Berlusconi e dei suoi.

Nonostante che il momento sia insieme farsesco e tragico, perché il governo è inciampato malamente e in pubblico là dove un qualunque imprenditore di media esperienza avrebbe scambiato in poche ore ruolo e responsabilità dei suoi collaboratori, mostrando continuità ai concorrenti ed evitando piazzate, lui, il modesto eroe che alla fine lascerà di se stesso solo un ricordo un po’ ridicolo e un po’ sgradevole, non si dimetterà, se appena appena gli riuscirà di tenere testa al Quirinale. Perché, contro ogni buon senso e vera necessità, cercherà di non farlo? La spiegazione è in uno dei due grandi fili che legano e spiegano la sequenza di terribili performance politiche berlusconiane.

Il primo filo, come sappiamo, è l’interesse personale. Basti ricordare un episodio di questi giorni. Subito dopo la approvazione della Legge Gasparri, che sposta tutto il peso delle comunicazioni italiane sul sistema digitale (e che questo giornale - esagerando come al solito - aveva dichiarato un colpo di mano della famiglia Berlusconi, tramite l’amico di famiglia Gasparri) la Fininvest ha messo fuori gioco la Rai e si è assicurata con il calcio la parte più succosa del digitale, cioè del malloppo reso disponibile dalla nuova legge delle comunicazioni.

Ma questo percorso - come i lettori sanno - è stato esplorato da l’Unità in ogni singolo giorno del suo ritorno in vita, attirandosi sia le ire della famiglia in questione e dei suoi astiosi portavoce, sia la disapprovazione pacata di chi avrebbe voluto, invece, che ci dedicassimo a esaminare ogni mattina, da capo, i problemi della sinistra. Ognuno ha le sue ossessioni e la nostra, come i lettori sanno, è Berlusconi e il suo governo. Ragioni, che tutti conoscono e pochi dicono sono l’immenso conflitto di interessi, i gravi danni all’Italia, e il distacco dall’Europa, la trasformazione del nostro Paese da buon alleato a colonia americana.

Ma l’altro grande filo che spiega il comportamento a volte risibile, a volte infantile, spesso poco sensato del primo ministro italiano è una vanagloria più da avanspettacolo (era il tipo di varietà con cui una volta si intratteneva il pubblico dei cinema prima del film) che da show business. È il giorno giusto per soffermarci su tre scenette tipiche di questo avanspettacolo.

La prima è il vezzo di Berlusconi di darsi in pubblico dei meriti che non ha. Il pubblico, specialmente fuori dall’Italia, dove le televisioni sono libere, ride. Ma lui ci crede, insiste e ripete. Per esempio celebra “la durata senza precedenti” del suo governo, tentando di far credere che è lui, e non la durata della legislatura, il vero protagonista. In questo modo si mette con buffa e ingenua vanteria, nelle mani dei suoi alleati che non possono controllare il governo ma hanno qualcosa da dire sulla durata della legislatura e, come sembra stia per accadere questa volta, potrebbero giocarsela contro gli interessi dei loro rispettivi partiti.

Ma Berlusconi, al modo del compianto presidente cinese Mao, ha un altro vizietto: attribuisce a se stesso il merito di ogni azione di governo. Impresa azzardata, per un governo che di meriti ne ha pochi. Eppure lui si fa trovare accanto al ministro Lunardi per celebrare le grandi opere che non sono state mai fatte. Si fa trovare in televisione, accanto alla signora Moratti, per farti credere, con ammiccamenti, interruzioni e monologhi che la riforma della scuola è sua. Strana rivendicazione, visto che si tratta della peggiore e della più sgangherata riforma possibile. Ma a Berlusconi sta a cuore l'avanspettacolo di cui si sente la star. Il suo lato vanesio, come dimostra il penoso e non molto utile episodio del lifting facciale, vince sempre sulla ambizione ad apparire statista.

Ma Berlusconi è anche il primo ministro che, senza pudore, senza interlocutori, e con la complicità di giornalisti servili, andava in televisione da solo, quando voleva lui, e recitava senza esitazione sfilze di numeri inventati, contando sul fatto di avere intimidito abbastanza il mondo dei media dai tempi del licenziamento in tronco di Enzo Biagi, per non dover temere una domanda impertinente di un solo giornalista od esperto. Dunque lui ha preteso - da solo e con disprezzo per tutti - di essere, lui in persona, la vera anima e il vero cervello del piano e delle riforme economiche. Adesso Berlusconi ha inciampato in se stesso. L’uomo di avanspettacolo (Berlusconi) si è impigliato nel grande timoniere dell’economia (Berlusconi). Insieme non hanno saputo sbrogliare una obiezione dell’alleato Fini su numeri falsi e imbrogli contabili. E adesso chi darà risposte plausibili a Bruxelles?

Nella seconda scenetta vediamo Berlusconi trasformarsi da finto leader politico a vero padrone cattivo, come il miliardario di Charlie Chaplin disprezza e svilisce i suoi alleati. Sprezzante, si azzarda a dire loro in pubblico: ma dove andate senza di me?

Adesso loro, che hanno anche incassato qualche voto in più alle elezioni, rispetto alla rotta di Forza Italia, fanno il gesto di alzarsi e di andarsene. Solo il gesto. Ma lui? Lui che ama i fondali finti di Pratica di Mare e i successi inesistenti però celebrati da tutti i Tg di regime, adesso si trova in un saloon con i tavoli rovesciati.

La terza scenetta non è allegra neppure per chi ha sempre cercato di far capire quanto danno Berlusconi ha fatto, e si accinge ancora a fare, a questo Paese. Si tratta di confessare in pubblico, in Europa, come in un grande rito protestante, la bancarotta italiana del governo Berlusconi. Il lavoro duro di tutti gli editorialisti e commentatori che per tre anni hanno infaticabilmente celebrato il regime, le sgridate di Vespa e di Aldo Forbice, in studio o in trasmissione a chi osa dire male, anche solo con una mite osservazione, di Silvio Berlusconi, tutto va in fumo in un giorno, anzi in una notte. Lo avevamo detto fin dall’inizio di questo confronto impari con l’uomo più ricco e più incapace di governare nel mondo: l’Europa ci salverà.

ROMA Bruno Trentin, ex segretario generale della Fiom e della Cgil, parla con l’Unità del dopo Melfi. Attenti, avverte, tra i giovani cova la rivolta. C’è una nuova generazione di lavoratori che non sopporta condizioni discriminanti. E' uno stato di malessere che serpeggia nell'intero mondo del lavoro. E sulla sinistra ha pesato, negli ultimi anni, l'egemonia delle culture liberali.

La fabbrica Fiat di Melfi era nata sotto l’insegna del cambiamento. Che cosa è successo poi?

«Era un tentativo di creare sul “prato verde” un esperimento nuovo, contrassegnato dal just in time, il rifornimento “sul momento” dei pezzi di ricambio dell’auto, con la creazione di un nuovo rapporto tra l’azienda subfornitrice e l’azienda fornitrice. C’era poi l’ambizione di favorire il lavoro di gruppo. Creavano delle aree di lavorazione affidandone la responsabilità a dei capi. Una piccola minoranza è stata così associata alla linea di direzione della Fiat, mentre la stragrande maggioranza dei lavoratori, ed erano tutti diplomati, rimaneva dopo sei settimane di formazione generica, assolutamente tagliata fuori. E su di loro è piombato un sistema disciplinare intollerabile, una politica salariale che discriminava i nuovi assunti rispetto ai lavoratori delle altre fabbriche Fiat del Nord, un’organizzazione del lavoro in larga misura di tipo tayloristico, con ritmi massacranti».

Come mai gli operai hanno tollerato questa situazione per tanti anni?

«Erano di fronte ad una nuova occasione di lavoro, in un territorio davvero dissestato dal punto di vista dell’occupazione. E poi devo dire che sono prevalse, dentro il mondo della sinistra, culture neoliberiste. Melfi è solo un esempio. Credo che giustamente Massimo D’Alema, in un recente intervento, abbia riconosciuto che c’è stata un’egemonia delle culture neoliberali anche nella sinistra italiana».

Un’egemonia a proposito di che cosa?

«Credo che si riferisse al fatto che per un certo periodo è stata fatta quasi un’apologia della flessibilità del lavoro, anche quando tale flessibilità corrispondeva ad una precarietà delle condizioni di lavoro e delle condizioni d’occupazione. C’erano animate discussioni sul valore del sottosalario per i giovani, come condizione per la creazione di posti di lavoro. I giovani - si diceva con una battuta - sarebbero andati a manifestare contro i sindacati, stracciando i contratti di lavoro, per trovare un’occupazione. Una menzogna. Mai la riduzione del salario per un nuovo assunto ha consentito la realizzazione di un posto di lavoro. Ci vuole ben altro. Rappresenta solo una convenienza dell’azienda che risparmia e rende più facile l’espulsione di lavoratori anziani che costano di più. Era la negazione di un principio costituzionale: a parità di lavoro parità di salario, per età e per sesso».

Melfi rievoca una tale egemonia conservatrice?

«Melfi è la riprova di questi errori. Quel momento di rivolta, avvenuto inizialmente anche senza il sindacato, affermava un grande problema, al di là della parificazione con i trattamenti degli altri lavoratori Fiat, al di là dei turni massacranti. Era un problema di dignità, la volontà di cambiare quello che sembrava essere un dogma persino di natura economica. Hanno buttato a mare i dogmi, hanno dimostrato che coloro che lavorano, tanto più quando sono diplomati, acculturati, intendono essere riconosciuti come delle persone che hanno un contributo insostituibile da recare alle attività produttive e alla vita democratica del Paese».

E’ la spia di un malessere che accomuna gli autoferrotranvieri di Milano con i lavoratori dell’Alitalia, passando per Terni?

«Alcune vicende si devono a situazioni di crisi, come all’Alitalia dove occorre cercare di evitare la catastrofe. A Terni è stata una rivolta popolare contro lo smantellamento di un reparto d’acciai speciali, ad alto contenuto tecnologico. A Milano, invece, la rivolta era proprio contro il sottosalario ai nuovi assunti. Io ricordo le battaglie fatte, quando ero segretario della Cgil, molte volte non capite da anziani lavoratori. Esistono salari dei giovani neo assunti con il 30, il 35 per cento in meno rispetto a mansioni eguali».

Sono situazioni presenti in altre parti del Paese?

«In molte: in nome dell’aiuto ai giovani si toglieva il salario ai giovani, per accelerare la partenza dei vecchi. Sono queste ideologie che ora sono rimesse in questione. E ritorna un grande tema rimosso dalla riflessione della sinistra e del sindacato: il controllo dell’organizzazione del lavoro, il controllo sul tempo di lavoro e sul tempo di vita. E’ una tematica che è stata fondamentale negli anni Sessanta e Settanta».

C’è stato un ritardo anche nel comprendere le novità del mondo del lavoro?

«Non abbiamo capito che la specificità del lavoro richiedeva un nuovo approccio al mercato del lavoro. Chiedeva una battaglia per la formazione continua che impedisse che milioni di giovani fossero rapidamente emarginati non solo dal lavoro, ma dalla conoscenza e si sentissero sempre più handicappati nell’acquisire un altro lavoro».

Torna anche il tema della democrazia, del rapporto tra sindacati e lavoratori...

«Quando prevale nel sindacato la battaglia difensiva allora molto spesso ci si divide tra chi ritiene d’essere più realista e chi ritiene d’essere più intransigente. E poi si perdono i rapporti diretti con i lavoratori interessati. Nuove forme di democrazia vanno ricercate e costruite coinvolgendo i lavoratori. Il referendum può essere una forma utile, così com’è stata usata a Melfi. Nei momenti più alti della lotta sindacale noi siamo ricorsi, però, a consultazioni molto più complesse, ad assemblee che discutevano per due-tre giorni e non si limitavano ad esprimere un sì o un no. Ricordo quando per il contratto nazionale eleggevamo unitariamente i delegati in tutti i luoghi di lavoro e creavamo una consulta dei delegati che giorno per giorno seguiva la trattativa».

Per la maggioranza torturare è lecito, basta non insistere

di Maria Zegarelli

Giovedì alla Camera c’è stato un altro durissimo regolamento di conti nella Cdl. Ha vinto la Lega, facendo votare a sorpresa un - incivile - emendamento alla legge sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale in base al quale le violenze o le minacce devono essere «reiterate». Ripetute più volte, altrimenti no, non è tortura. L’emendamento è passato con 201 sì, 176 no e due astensioni, Bobo Craxi del nuovo Psi e Giuseppe Naro dell’Udc. È successo tutto nel giro di pochi minuti, mandando all’aria un lavoro che andava avanti da due anni. Il testo - primi firmatari Piero Ruzzante, Anna Finocchiaro e Luciano Violante, oltre a 100 parlamentari di centro destra - in Commissione Giustizia era stato condiviso da tutti gli schieramenti politici, tranne la Lega. Il Parlamento stava, finalmente, per votare la legge che dava corpo agli impegni presi dall’Italia con la ratifica della Convenzione dell’Onu contro la tortura. Invece adesso si riparte da zero.

Fuori c’è il sole. Dentro il parlamento, invece, il clima è plumbeo. La bagarre scoppia quando il relatore del provvedimento Nino Mormino alza il pollice verde dando indicazioni di voto a tutta la Cdl. L’opposizione insorge. Anna Finocchiaro, responsabile giustizia dei Ds urla verso i banchi della maggioranza «vergogna». Racconta la testimonianza «di una donna del Salvador che venne sottoposta per giorni e giorni a torture fisiche. Lei mi disse che la cosa più grave che le fecero fu una sola minaccia. Fatta una volta sola: le promisero che avrebbero fatto assistere alle torture il figlio di 3 anni e mezzo... Dovreste vergognarvi perché con il voto di oggi mancate di rispetto alle migliaia di persone che ogni giorno vengono torturate». Il presidente di turno, Alfredo Biondi sospende la seduta, mentre il responsabile Giustizia della Margherita, Giuseppe Fanfani, chiede di far tornare in commissione il testo di legge. Il verde Paolo Cento accusa: «Voi state dalla parte dei torturatori. Non potevamo aspettarci di meglio da questi leghisti che esprimono i ministro Castelli che era a Bolzaneto e ha coperto le torture del G8». Volano diversi «fascisti», gridati da Russo Spena, di Rifondazione. Antonio Di Pietro azzarda: «Dietro questo emendamento c’è la volontà di rendere non punibile il comportamento di mafiosi veri...».

La maggioranza rumoreggia e poi esplode il leghista Guido Rossi: «Oggi è stata fatta una grave offesa all’aula che è sovrana». Detta così, proprio da un leghista, sembra quasi comica, la frase. La Lega ci mette in mezzo l’ex ministro Oliviero Diliberto, Cuba, i comunisti e altro ancora. Luciano Dussin butta lì: «La proposta di legge non ha nulla a che vedere con la tortura, è nata per contrastare l’attività investigativa delle forze dell’ordine». Anna Finocchiaro, che è uscita dall’aula, non ci pensa nemmeno a rientrare, perché «non c’è niente da discutere con questi». Dice: «Con questo emendamento prendere un ragazzo o un immigrato, portarlo in caserma e torturarlo per una volta soltanto non è reato».

Un «sorpreso» presidente della commissione Gaetano Pecorella, invece, chiede il rinvio del testo al comitato dei nove. Richiesta accolta. La confusione è al massimo: sia il relatore che Pecorella avevano espresso parere negativo all’emendamento, ma poi in cinque minuti è tutto cambiato. L’esponente di Forza Italia, in affanno, butta giù una spiegazione e peggiora tutto. Fa insorgere anche l’Udc. Dice: «Devo dare atto che la scelta della commissione era esattamente nel senso opposto e cioè di un parere contrario all’emendamento della Lega. Poi c’è stata una decisione politica all’interno della Cdl, che purtroppo è intervenuta secondo me tardivamente, ma di cui non abbiamo potuto non prendere atto perché una coalizione di maggioranza deve avere, o dovrebbe avere, caratteristiche di compattezza...». Il capogruppo dell’Udc Luca Volontè ribatte: «Non c’è stato alcun accordo. Forza Italia non ha parlato di questo con noi, forse l’ha fatto con la Lega. Se questo è l’ennesimo prezzo che qualche luminare della Cdl vuole pagare alla Lega lo paghi, ma noi non cederemo. O si torna al testo originario, concordato sia all’interno della coalizione sia con l’opposizione oppure il nostro sarà un voto contrario». A nome suo e del gruppo che rappresenta promette battaglia. Di più: «Farò scudo con il mio corpo affinché o si tolga l’emendamento della Lega o la legge non trovi il voto favorevole dell’intero parlamento».

In tarda serata arriva un’altra versione dei fatti: c’è stata confusione con un emendamento antecedente a quello in esame, presentato dalla Lega. Così Udc, An e Fi hanno votato a caso. La Lega gongola: «Il nostro emendamento non sconvolge lo spirito della legge, ma determina meglio che cosa si debba intendere per tortura. La minaccia è già sanzionata - sostiene Carolina Lussana - ma perché diventi tortura c’è bisogno di qualcosa di più». Fuori dall’Aula, intanto, cresce la protesta.

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22.04.2004

Passa in Commissione la privacy armata, come negli Usa

di red

Via libera a maggioranza dalla commissione Giustizia del Senato al ddl che modifica l'attuale normativa in materia di legittima difesa e consente l'uso di

armi nelle abitazioni private e negli esercizi commerciali per difendere l'incolumità di persone e beni, alla stregua dell'America. Il ddl andrà in Aula nei prossimi giorni.

Le nuove norme in materia di legittima difesa scattano quando c'è violazione di domicilio da parte di qualcuno che minaccia l'incolumità di persone e cose. A spiegare il provvedimento licenziato dalla commissione

Giustizia di Palazzo Madama è il senatore Furio Gubetti di Forza Italia che lo scorso anno presentò il ddl che nelle ultime settimane ha imboccato il «binario veloce» per una serie di fatti di cronaca nera.

La legge è stata approvata con i voti della maggioranza,

contro Ds e Verdi, astenuta la Margherita e, a titolo personale

il diessino Giuseppe Ayala.

Per domicilio, oltre alla propria casa, si intende anchetutti i punti comuni condominiali e così le nuove norme in materia di legittima difesa si avranno in caso di aggressione in ascensore, box auto, garage, cortili interni, rampe di scale. Domicilio sono anche negozi, uffici ed ogni esercizio commerciale collocato in immobili.

L'uso delle armi per difendere la propria incolumità, anche sessuale, o quella di beni è possibile se il malavitoso non desiste e resta il pericolo di aggressione. Quindi non sarà possibile, ad esempio, inseguire un rapinatore fuori da una gioielleria e sparargli. La nuova legge rende poi automatico il «rapporto di proporzione» il che significa che è superato la proporzione del tipo di arma: così se il malavitoso aggredisce con un

coltello o a mani nude ci si potrà difendere con un revolver.

Una specie di Far West all'italiana per combattere l'aumento della micro-criminalità. E un favore alla lobby delle fabbriche di armi.

Lo studente universitario italiano medio si laurea a 27 anni impiegando 2-3 anni in più rispetto a quanto previsto

ROMA - Il tempo medio per laurearsi in Italia è di sette anni e mezzo e ciò determina un costo per il Paese di 7,6 miliardi di euro all'anno. L'universitario italiano medio si laurea, infatti, a 27 anni, e impiega sette anni e mezzo per terminare gli studi, due-tre anni in più rispetto a quanto previsto dalla facoltà. È quanto emerge dal secondo rapporto sullo stato di salute dell'istruzione universitaria in Italia, curato dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (Cnvsu), organismo istituzionale del ministero dell'Istruzione e dell'università e presentato lunedì alla Camera.

LA «MIGRAZIONE» VERSO IL NORD - Lo studio ha preso a campione gli studenti immatricolati nell'anno accademico 2002/03. Al centro dell'analisi, oltre all'eccessiva durata del corso degli studi, anche il fenomeno della «migrazione» universitaria degli studenti meridionali verso gli atenei del centro-nord. A ogni singolo studente che non riesce a conseguire nei tempi previsti il titolo universitario corrisponde un costo sociale che varia tra 15 e 20 mila euro annui. Ciò, tradotto, vuol dire che ciascuno dei fuori corso ancora iscritti negli atenei italiani potrebbe guadagnare fino a 20 mila euro all'anno. Una cifra che, se moltiplicata per tutti i fuori corso produrrebbe un incremento medio del pil italiano di 7,6 miliardi di euro all'anno.

OGNI STUDENTE FUORI SEDE COSTA 9.545 EURO - Secondo il Cnvsu la spesa per ogni studente fuori sede sfiora i 6 mila euro. Una cifra che considera, però, soltanto le spese direttamente collegate al regolare svolgimento degli studi: l'alloggio, il vitto, i trasporti e il materiale di studio. Se a tali uscite si aggiungono le attività ricreative, la formazione, Internet, i costi lievitano fino a 8.300 euro per ogni studente fuori sede. Ma il calcolo, fanno notare dal Cnvsu, è stato effettuato in lire. «Ai valori rilevati - dicono i relatori dell'analisi - bisogna aggiungere un 10-15% (corrispondente all'inflazione degli ultimi due anni e mezzo)», e così i costi salgono verosimilmente a 9.545 euro.

Si mantiene stabile il dato sulla mobilità universitaria tra le regioni: si immatricola nella stessa regione di residenza l'80% degli studenti e circa il 50% si immatricola nella stessa provincia. Ma si registra ancora un fortissimo saldo migratorio dei giovani del Mezzogiorno verso gli atenei del centro e del nord, nonostante la crescente offerta di atenei meridionali, non si è andata attenuando l'accentuata propensione verso il settentrione d'Italia. Alcune università spiccano per l'elevato indice di attrazione: sono quelle di Emilia Romagna, Umbria, Toscana, Lazio e Marche. A quest'ultime fanno da contraltare alcuna università con indice di attrazione molto basso: sono gli atenei di Basilicata, Calabria, Puglia, Liguria e Veneto.

Di questi tempi la stampa quotidiana non attraversa uno dei suoi periodi migliori.

La televisione, regolata secondo gli interessi del principale imprenditore privato del settore che, guarda caso, è nello stesso tempo il capo del governo (secondo la recente legge Gasparri intervenuta dopo vent’anni di duopolio più o meno collusivo) sottrae risorse finanziarie al lettore e ai quotidiani che si contendono accanitamente un mercato fin troppo ristretto.

Il dibattito politico, tuttavia, si svolge necessariamente sui giornali, visto l’assordante conformismo televisivo e l’asservimento dei principali telegiornali al governo Berlusconi.

Di qui conserva un qualche peso la posizione delle grandi testate e in particolare del quotidiano più diffuso, il Corriere della sera, sull’attualità politica e suscita un certo stupore, dopo gli accorti equilibrismi di cui è stato protagonista il direttore Stefano Folli negli ultimi mesi, leggere l’editoriale di domenica scorsa 22 agosto di quel giornale, affidato all’ex direttore Piero Ostellino.

Ostellino rompe tutti gli indugi rispetto alla questione di fondo di oggi, al di là dello scarso spazio che a essa dedicano i mezzi di comunicazione, cioè la riforma costituzionale che sarà discussa nelle prossime settimane e prende una posizione decisa a favore del disegno di legge dei «quattro saggi» cercando, nello stesso tempo, di fornire una spiegazione storica in grado di giustificare il rigore iconoclasta della maggioranza di centrodestra.

Il giornalista, riferendosi alla Costituzione del 1948 e alla storia politica del nostro paese, fornisce per l’ennesima volta una visione semplificata pressoché caricaturale, ripetuta più volte nell’ultimo decennio dell’Italia passata dalla dittatura alla democrazia, dal fascismo alla Repubblica.

A suo avviso, le culture politiche che hanno prodotto quel documento sono profondamente estranee al liberalismo e risentono invece in maniera determinante della cultura fascista e di quella successiva comunista. E, dunque, sostiene Ostellino, non ha senso difendere oggi quella Carta costituzionale ma occorre piuttosto modificarla radicalmente per esaltare le culture dell’individuo rispetto a una sorta di «neocomunitarismo» che avrebbe sostituito nella Costituzione fascismo e comunismo, essendo nient’altro che «la versione edulcorata ma ugualmente antiindividualista di entrambi».

Per dimostrare il singolare assunto che deriva da una lettura profondamente ideologica e antistorica del liberalismo come ideologia che si oppone per principio alla democrazia e al socialismo, oltre che al comunismo, Ostellino propone una lettura francamente ridicola dei princìpi della Costituzione, di quegli articoli fondamentali che occupano la prima parte della Carta e indica i limiti che di volta in volta sulla base dei prevalenti interessi generali si pongono all’esercizio di libertà individuali come vere e proprie contraddizioni rispetto a una cultura che ponga l’individuo al centro della società contemporanea. Ma una simile lettura produrrebbe effetti simili applicata a molte altre Costituzioni giacché il liberalismo individualistico a cui si riferisce Ostellino è profondamente estraneo alla visione di uno Stato moderno quale quello che è andato formandosi ed evolvendo negli ultimi due secoli in Europa e in occidente.

Ancora una volta è una visione idealizzata e astratta del modello statunitense a suggerire la critica della nostra esperienza senza tener conto della grande tradizione democratica di base che in America interviene a limitare l’arbitrio individuale e che in Europa ha bisogno invece per conseguire lo stesso obiettivo, di norme esplicite. In altri termini, nell’attacco di Ostellino alla prima parte della Costituzione repubblicana sull’onda di un preteso liberalismo individualistico di cui non si sa bene chi sarebbero gli alfieri, se non l’attuale maggioranza berlusconiana, l’obiettivo non è più soltanto la sinistra, in qualche modo erede del comunismo e del socialismo, ma anche quella parte della cultura repubblicana che rifiuta quel liberalismo assoluto e ha contribuito alla scrittura della Costituzione repubblicana e oggi la difende.

L’attacco è alla cultura cattolico-democratica, come a quella liberal-socialista e repubblicana, cioè a quelle forze che negli anni della Resistenza e del primo cinquantennio repubblicano, si allearono con le forze della sinistra nella lotta contro il fascismo e i suoi eredi.

Si ritorna, insomma, ancora una volta, a quelli che sono stati in questi anni gli obiettivi di fondo di un tenace quanto superficiale revisionismo storico: criticare a fondo, come contrario all’esperienza del liberalismo individualistico, il compromesso che condusse prima alla lotta contro il fascismo e poi alla costruzione dell’Italia repubblicana come della Costituzione del 1948.

La lotta è dunque non soltanto contro la cultura socialista e comunista ma anche contro tutte quelle culture che hanno avuto una parte più o meno rilevante nel compromesso del 1943-48. La Carta costituzionale costituisce il vero ostacolo da abbattere per l’affermazione di un compromesso diverso legato a un liberalismo estraneo all’esperienza storica europea e italiana ma meglio funzionale alle esigenze politiche attuali, all’interno dell’impero americano.

C’è da chiedersi, a questo punto, che senso abbia la presa di posizione del maggior quotidiano italiano sul dibattito politico che, almeno per ora, sembra riguardare la seconda parte, piuttosto che la prima, della nostra Carta costituzionale e che si è rifatto finora da parte del centrodestra piuttosto a esigenze di funzionalità e di concentrazione dei poteri nelle mani del premier che a visioni della storia italiana come quest’ultima pericolosamente esemplificanti.

Si vuole rafforzare le posizioni della maggioranza e lo si fa per tempo sulla base di una visione della storia come della politica attuale che hanno assai scarso fondamento sul piano scientifico come su quello culturale? O si tratta comunque di indicare fin da ora ai lettori che il compromesso costituzionale del 1948 non è più accettabile? È difficile rispondere a interrogativi come quelli che pure derivano dalla lettura dell’editoriale di Ostellino giacché assai diverso e più oscillante appare il percorso dell’attuale direzione del giornale, preoccupato in maniera addirittura ossessiva di trovare ascolto anche nella parte più moderata della coalizione di governo.

Le prossime settimane ci diranno meglio quale sarà il panorama dello scontro di fronte alla riforma costituzionale destinata a occupare molte sedute parlamentari nel prossimo autunno. Ma cercare di difendere l’attacco violento alla Carta costituzionale in nome del liberalismo, non di quello crociano ma di altri antenati non meglio individuati, può apparire di fronte agli italiani di oggi una sorta di artificio intellettuale che non entra nel merito dei problemi come dei valori messi in discussione.

Non so se alla destra berlusconiana, così povera di ragioni ideali, possa addirsi una simile difficile strategia ideologica.

Caro Presidente,

ci rivolgiamo a Lei come supremo custode dei valori e della lettera della Costituzione sapendo quanto essi Le stiano a cuore e quanto già si sia prodigato a sostenerli e promuoverli.

L''ufficio di presidenza di Libertà e Giustizia denuncia il mercimonio che si sta facendo della nostra Carta; accusa il clima di assoluta leggerezza con il quale si stanno trattando questioni fondamentali per l''equilibrio della vita democratica; rileva la superficialità con la quale si affrontano momenti fondamentali delle garanzie tra poteri istituzionali.

Sotto la falsa bandiera della modernizzazione si sta distruggendo l’unità d’Italia, quell’unità nazionale cui Lei ha fatto tante volte riferimento anche in questi ultimi giorni.

Sotto la falsa bandiera della devolution, si sta attentando al ruolo del Parlamento e all’autonomia della Corte Costituzionale, dando vita a una forma di governo che non trova parallelo in nessun altro ordinamento istituzionale. Si vuole portare il Parlamento a votare una nuova Costituzione.

Una situazione così grave non si era mai verificata nella storia della nostra Repubblica. Nella distrazione dei mezzi di comunicazione, nel silenzio quasi totale delle tv, chiediamo che gli italiani siano informati della posta in gioco.

Siamo certi, signor Presidente, che Lei saprà intervenire con la forza che la stessa Carta le garantisce. In questa sua opera di difesa del dettato costituzionale Lei potrà contare non solo sui tanti soci di Libertà e Giustizia ma su tantissima parte della società italiana che non accetta di assistere, giorno dopo giorno, alla demolizione continua della nostra Repubblica.

L’ufficio di presidenza

di Libertà e Giustizia

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Nel 64 avanti Cristo Marco Tullio Cicerone, già celebre oratore ma tuttavia 'uomo nuovo', estraneo alla nobiltà, decide di candidarsi alla carica consolare. Il fratello Quinto Tullio scrive per suo uso e consumo un manualetto, in cui gli dà consigli per bene riuscire nella sua impresa. A volgerlo in edizione italiana, con testo a fronte ('Manuale del candidato - Istruzioni per vincere le elezioni', editore Manni, 8 euro), è Luca Canali, corredandolo di un commento, in cui si chiariscono le circostanze storiche e personali di quella campagna. Furio Colombo scrive l'introduzione, con una sua polemica riflessione sulla 'prima Repubblica'.

Infatti molto simile alla nostra seconda è questa Repubblica romana, nelle sue virtù (pochissime) e nei suoi difetti. L'esempio di Roma, nel corso di più di due millenni, ha sempre continuato ad avere molta influenza sulle successive visioni dello Stato. Come ricorda Colombo, al modello della più antica Repubblica romana si erano ispirati gli autori dei 'Federalist papers', che avevano delineato le linee fondamentali di quella che sarebbe poi stata la costituzione americana, e che vedevano in Roma, più che in Atene, l'esempio ancora attuale di una democrazia popolare. Con maggiore realismo i 'neo cons' intorno a Bush si ispirano all'immagine di Roma imperiale e, d'altra parte, molta della discussione politica attuale fa ricorso sia all'idea d'Impero che a quella di 'pax americana', con esplicito riferimento alla ideologia della 'pax romana'.

Salvo che l'immagine di competizione elettorale che emerge dalle 20 paginette di Quinto è assai meno virtuosa di quella che aveva ispirato i federalisti del Settecento. Quinto non pensa affatto a un uomo politico che si rivolga al proprio elettorato con un progetto coraggioso, affrontando anche il dissenso, nella speranza di conquistare i propri elettori con la forza trascinatrice di un'utopia. Come nota anche Canali, è totalmente assente da queste pagine ogni dibattito di idee; anzi è sempre presente la raccomandazione a non compromettersi sui problemi politici, in modo da non crearsi nemici. Il candidato vagheggiato da Quinto deve soltanto 'apparire' affascinante, facendo favori, altri promettendone, non dicendo mai di no a nessuno, perché anche a lasciar pensare che qualche cosa si farà, la memoria degli elettori è corta, e più tardi si saranno dimenticati delle antiche promesse.

La lettura di Colombo tende a mettere in luce "incredibili affinità, somiglianze, assonanze che sembrano attraversare i secoli". Quelli che nel testo sono i 'salutatores', che vanno a rendere omaggio a più candidati, sono visti come dei 'terzisti', i 'deductores', la cui presenza continua deve attestare l'autorevolezza del candidato, hanno la funzione di renderlo visibile e (mutatis mutandis) svolgono la funzione che svolge oggi la televisione. La campagna elettorale appare come uno spettacolo di pura forma, in cui non conta che cosa il candidato sia, ma come appaia agli altri. Come dice Quinto, il problema è che, per quanto le doti naturali abbiano un peso, il vero problema è ottenere che la simulazione possa vincere la natura.

D'altra parte "la lusinga è detestabile quando rende qualcuno peggiore ma. è indispensabile a un candidato il cui atteggiamento, il cui volto, il cui modo di esprimersi, devono di volta in volta mutare per adattarsi ai pensieri e ai desideri di chiunque egli incontri". Naturalmente bisogna fare in modo "che l'intera tua campagna elettorale sia solenne, brillante, splendida, e insieme popolare. Appena ti è possibile, fa pure in modo che contro i tuoi avversari sorga qualche sospetto. di scelleratezza, di dissolutezza o di sperperi". Insomma, tutte belle raccomandazioni che sembrano essere state scritte oggi, e viene subito in mente per chi - ovvero il lettore - legge Quinto ma pensa a Silvio.

Alla fine della lettura ci si chiede: ma la democrazia è davvero e soltanto questo, una forma di conquista del favore pubblico, che deve basarsi solo su una regia dell'apparenza e una strategia dell'inganno? È certamente anche questo, né potrebbe essere diversamente se questo sistema (che, come diceva Churchill, è imperfettissimo, salvo che tutti gli altri sono peggio) impone che si arrivi al potere solo attraverso il consenso, e non grazie alla forza e alla violenza. Ma non dimentichiamoci che questi consigli per una campagna elettorale tutta 'virtuale' sono dati nel momento in cui la democrazia romana è già in piena crisi.

Di lì a poco Cesare prenderà definitivamente il potere con l'appoggio delle sue legioni, istituirà di fatto il principato, e Marco Tullio pagherà con la vita il passaggio da un regime fondato sul consenso a un regime fondato sul colpo di Stato. Però non si può evitare di pensare che la democrazia romana avesse iniziato a morire quando i suoi politici hanno capito che non occorreva prendere sul serio i programmi ma occorreva ingegnarsi soltanto di riuscire simpatici ai loro (come

STA accadendo un fatto molto strano sul quale invito i nostri lettori a riflettere con attenzione: in questi giorni si è accesa in Italia una discussione di infimo livello sulla contabilità dell´orrore. Per iniziativa di alcuni giornali di parte la barbara decapitazione d´un giovane americano è stata utilizzata con dovizia di fotografie per controbattere la rivelazione delle disgustose sevizie perpetrate da soldati americani su prigionieri iracheni. È più orrenda quella decapitazione o quelle sevizie? Chi sta dalla parte di chi? Con la chiosa già ampiamente collaudata che almeno le democrazie con l´America in testa hanno immediatamente fatto atto di contrizione per il sadismo emerso in pochi «casi isolati» e stanno procedendo alla punizione dei colpevoli, mentre gli assassini del giovane americano si gloriano della loro truculenta impresa tra gli applausi della loro gente.

La cupa stranezza di questa contabilità dell´orrore sta nel fatto che il libro mastro in cui vengono annotate le due opposte partite del dare e dell´avere, dell´attivo e del passivo, è gestito da giornali e televisioni italiane. Negli Stati Uniti d´America le foto e le riprese televisive della duplice barbarie sono state ampiamente diffuse, così come nei "media" del resto del mondo; ma a nessuno è venuto in mente di usare una delle due barbarie come lavacro dell´altra. In America ? e nel resto del mondo ? l´orrenda sequenza della decapitazione del giovane americano ha suscitato sentimenti di reazione e di emozione profondissimi, ma la riprovazione verso la politica di guerra coloniale in corso in Iraq, con il suo strascico di brutalità verso quel popolo sventurato, non è stata affatto scalfita anzi continua a montare giorno dopo giorno. Al punto che l´ultimo sondaggio (Zogby Poll) diffuso ieri dalla stampa americana registra il crollo della politica irachena di George Bush che ottiene soltanto il 36 per cento dei consensi. Il 64 per cento degli americani "do not think it was worth going to war", pensano che non valesse la pena di farla, questa guerra. Si tratta di un livello di consenso ancora più basso di quello raggiunto per la guerra in Vietnam che obbligò l´Amministrazione a ritirare dal Sudest asiatico il mezzo milione di soldati che vi erano stati sbarcati e combatterono contro Ho Chi Minh e contro i vietcong per otto anni.

Segnalo dunque il fatto che alcuni (pochi ma significativi) giornali italiani e alcune emittenti televisive abbiano sfoderato un argomento che ritenevano decisivo per l´esito d´una disputa politica insensata e moralmente squalificante.Mentre quel medesimo tema non ha trovato accoglienza nel paese protagonista di quella disputa, la cui opinione pubblica si sta semmai mobilitando contro il proprio governo, chiamato alla sbarra per cambiare rotta ed emendarsi dagli errori che hanno ferito nel profondo non già la forza dell´America ma la sua credibilità e il sentimento morale della nazione.

Questo è il vero patriottismo americano che fa onore all´Occidente e del quale ci sentiamo interamente partecipi.

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Due notizie ci hanno colpito ieri mentre il caos iracheno continua ad infuriare: a Nassiriya la guerriglia sciita ha attaccato i reparti del corpo di spedizione italiano; il segretario di Stato Colin Powell ha dichiarato che se il nuovo governo iracheno dirà alla coalizione dei "volenterosi" di lasciare il paese, le truppe Usa se ne andranno. Gli hanno fatto eco immediatamente Blair e Berlusconi.

Esaminiamo queste due prominenti notizie cominciando dalla seconda. È improbabile che il nuovo - costituendo - governo iracheno inviti gli americani e i loro alleati a togliere il disturbo. Quando (e se) sarà costituito, i suoi componenti saranno stati scelti da Brahimi, delegato dell´Onu a Bagdad, previa consultazione con Kofi Annan e soprattutto con il governo di Washington. Sarà dunque e in ogni caso un governo amico, non certo ostile. Licenzierà la coalizione anche se essa non volesse essere licenziata, come una colf i cui servizi non sono più graditi? Sarebbe enorme. Il paese più potente del mondo, dopo aver messo a ferro e fuoco la Mesopotamia, avere abbattuto un tiranno sanguinario, aver risvegliato gli animal spirits d´un terrorismo che non s´era mai visto prima in territorio iracheno, rispedito a casa su due piedi dopo aver perso un migliaio di uomini e aver già speso cinquanta miliardi di dollari? Impensabile. Dunque non può accadere. Allora perché è stata affacciata questa assurda ipotesi?

Per due ragioni. La prima è per dare la sensazione al resto del mondo che il futuro governo iracheno nascerà veramente come autorità indipendente e nel pieno dei suoi poteri. Volevate una svolta? Una fottutissima svolta, per usare il linguaggio americano corrente? Eccovela servita.

Seconda ragione (più improbabile): il governo Usa non sa più come uscire dalla trappola irachena; la sola via di sbocco è di farsi dare il benservito dagli stessi iracheni. Naturalmente a certe condizioni che possono riguardare il petrolio e i rapporti con gli altri paesi dell´area a cominciare da Israele e dall´Iran. Insomma una finta ritirata, ma comunque un disimpegno militare sul terreno.

Si vedrà. Ma un punto resta fin d´ora acquisito. Il timore che il ritiro dell´armata occupante scateni una mortale guerra civile risulta inesistente poiché se fosse così serio e grave come finora ci è stato ripetuto in tutti i modi e da tutti i cantoni, non è comprensibile che l´armata liberatrice faccia i fagotti. Immaginate un´ipotesi del genere nell´Italia di sessant´anni fa, con un Ivanoe Bonomi o un Ferruccio Parri che invitano gli angloamericani a sgombrare le tende dopo la cacciata dei nazisti? O i giapponesi che rispediscono a casa MacArthur e le sue truppe?

Un altro timore, questo in realtà assai più serio dell´eventuale guerra civile, risulta anch´esso spazzato via dalle dichiarazioni di Colin Powell: il timore che, nel momento in cui gli yankees ripassassero l´Atlantico in senso inverso, il terrorismo di Al Qaeda resti padrone del territorio iracheno.

Questo rischio, evocato da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera, ha una sua consistenza ma a Washington evidentemente non vi danno gran peso se già parlano di possibile reimbarco.

In realtà se la tesi di Sartori fosse valida le truppe americane dovrebbero restare in Iraq a dir poco altri cinque anni se non dieci o più. Personalmente penso che contro Al Qaeda non sia utile e tantomeno necessario mantenere di stanza 150 mila uomini di truppa con relativi carri armati e bombardieri pesanti. Per tenere a bada Al Qaeda ci vogliono intelligence, corpi speciali, abilità politica. Non si combatte il terrorismo con i marines né suscitando nel paese guerriglia, insorgenza e guerre sante.

Dunque resta assodato: per il dipartimento di Stato americano e anche per gli alleati "volenterosi" le questioni guerra civile e terrorismo non sono di ostacolo al ritiro delle truppe, solo che lo vogliano i notabili dell´Iraq liberato. Prendiamone atto ed escludiamo dunque questi «pretesti» dalla discussione sul "che fare" che durerà ancora un bel pezzo.

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Ieri a Nassiriya è avvenuto un fatto nuovo. Prevedibile, preannunciato, ma comunque nuovo: le milizie sciite di Sadr hanno preso possesso della città e hanno attaccato la sede dell´Autorità provvisoria presidiata dagli italiani.

Mentre scriviamo l´assedio è stato tolto ma la città resta di fatto sotto il controllo della guerriglia. Per ristabilire l´ordine il nostro contingente militare dovrà negoziare con i guerriglieri o rintuzzarli con le armi o chiedere soccorso ai marines.

Quale che sia lo sbocco di questa tristissima storia resta che la nostra missione ha da tempo cambiato natura; come ha detto tre giorni fa Romano Prodi, ha perso le caratteristiche di missione di pace acquistando quelle di missione d´occupazione. In realtà questa mutazione era già avvenuta da tempo ma ormai è palese agli occhi di tutti. Soprattutto è palese agli occhi degli iracheni, guerriglia o non guerriglia. Loro la vedono e la vivono così: truppe d´occupazione, punto e basta. Hai un bel dire che non è vero perché i primi a doverti giudicare sono quelli in mezzo ai quali sei andato a portare la tua offerta umanitaria. Se proprio i beneficiari di quell´offerta ti giudicano un intruso e per di più un sopraffattore, questa diventa la tua essenza e non c´è niente da fare.

Quando Berlusconi decise l´invio dei nostri militari al fronte iracheno (a guerra che sembrava già conclusa) il presidente Ciampi, prima di dare il suo indispensabile assenso a quella sciagurata iniziativa, convocò il Consiglio supremo di Difesa, da lui presieduto.

Era molto tempo che quell´organo, di cui fanno parte molti ministri, tutti i capi delle Forze armate e naturalmente il presidente del Consiglio dei ministri, non si riuniva. E non si era mai riunito per decidere l´invio all´estero di nostri reparti militari per la semplice ragione che le nostre missioni erano sempre avvenute nel quadro di decisioni prese da organismi internazionali dei quali l´Italia fa parte. Il caso iracheno era invece profondamente diverso perché privo di ogni legalità. Quindi si scontrava contro la norma costituzionale che vieta di partecipare ad azioni di guerra che non siano difensive o debitamente autorizzate.

Per queste ragioni Ciampi riunì il Consiglio supremo di Difesa. E chiese che la missione fosse strettamente umanitaria. Che cosa significava questa espressione? È del tutto chiaro: significava l´invio di tecnici capaci di riattivare le reti di comunicazione e di trasporto, riattivare gli impianti petroliferi, aprire e gestire ospedali, ricostruire installazioni distrutte e strade, portare cibo e medicinali. Poiché il paese era ancora in stato di turbolenza, era pure necessario che la missione fosse affiancata da un contingente militare nei limiti e con lo scopo di difendere gli operatori di pace nei loro specifici siti.

Per meglio sottolineare la natura della nostra missione, Ciampi chiese anche che fosse dichiarato a chiare lettere che essa era «non belligerante». E per evidenziare ancora di più la posizione complessiva dell´Italia chiese anche che gli aerei militari Usa in missione di guerra in Iraq non potessero volare nello spazio aereo italiano.

Per quanto si sa, il Consiglio supremo di Difesa, Berlusconi incluso, approvò tutte le richieste di Ciampi. Non è dato sapere quale sarebbe stato il comportamento del presidente se l´approvazione non ci fosse stata. Che cosa poteva fare? Inviare un messaggio alle Camere? Rifiutare la firma della legge di finanziamento della missione? E´ probabile che avrebbe marcato in tutti i modi costituzionalmente previsti il suo dissenso, ma non fu necessario: Berlusconi accettò tutte le cautele raccomandate, la maggioranza parlamentare idem. In teoria. Nella pratica no, tant´è che l´ospedale italiano fu aperto a Bagdad con un piccolo reparto di carabinieri a sua salvaguardia, mentre 2.700 militari delle quattro forze armate furono destinati nel distretto di Nassiriya sotto comando inglese. Vai a capire perché e a fare che cosa.

Questa è la deplorevole storia della nostra missione. Onore a quei soldati che compiono un loro faticoso e assai pericoloso dovere. Opposizione contro chi ce li ha mandati in condizioni tali da non poter neppure impedire maltrattamenti contro i prigionieri soggetti al dominio non contrastabile di una polizia irachena brutale e autonoma da chi dovrebbe curarne la formazione professionale ma non può sanzionarne le azioni anche se delittuose.

Adesso i nostri soldati stanno lì a prendersi la fucileria dell´insorgenza sciita o a trincerarsi nei loro malcerti casermaggi senza mettere il naso fuor dalla porta.

* * *

All´ultim´ora giunge notizia di un discorso di Bush che contraddice Colin Powell continuando a confermare che non se ne andrà dall´Iraq se non «a lavoro compiuto». Nel frattempo un giornale americano pubblica un lungo articolo per dimostrare come dietro le torture ci fossero precise indicazioni date da Rumsfeld nell´estate del 2003. Puniranno i colpevoli? Ma certo, quattro soldati e un paio di sergenti.

Bush ha ringraziato Rumsfeld perché ha svolto un «lavoro superbo». Rumsfeld ha volato per undici ore fino a Bagdad, ha ringraziato i soldati perché anche loro hanno svolto un «lavoro superbo», ha consumato il rancio insieme a tutti loro e si è fatto altre undici ore di volo per tornare nel suo Pentagono. Il 64 per cento degli americani vuole che le truppe lascino l´Iraq. Le commissioni del Senato e del Congresso indagano. Il petrolio ha superato i 41 dollari al barile. L´Europa non concorda, ma Blair e Berlusconi sì, fino alla fine.

Come e quando ci sarà questa fine non lo sanno, ma va bene lo stesso.

Perciò avanti così. Perinde ac cadaver. No, non è Loyola che aveva un altro spessore, ma sono Schifani, Bondi e Bonaiuti.

Riemergono dall’emiciclo suonati. I parlamentari di Forza Italia e An devono, in qualche modo, giustificare la sconfitta appena subita. La relazione sulla libertà dei media in Europa e sui rischi di violazione del diritto all’informazione è stata approvata. Dopo una settimana di passione. La relazione passa con l’86 per cento dei votanti. Ottiene 237 “sì” del Pse (con gli italiani Fava, Ghilardotti, Lavarra, Napoletano, Napolitano, Paciotti, Pittella, Ruffolo, Sacconi, Vattimo, Veltroni e Volcic), dei Verdi (con l’italiana Frassoni), del Gue (con gli italiani Cossutta, Di Lello, Manisco e Vinci) dell’Eldr (con gli italiani Calò, Costa, Di Pietro, Formentini, Procacci e Rutelli). I voti contro sono stati soltanto 24 (tra gli italiani, i radicali con Pannella e Bonino) perché i gruppi del Ppe e della destra Uen scelgono la via inedita della non partecipazione per protesta.

Niente voto. Sapevano di perdere e, invece di opporsi pigiando i pulsanti, restano a chiacchierare. Si dissociano dal Ppe tre deputati giscardiani che votano e votano “sì”, tre parlamentari euroscettici danesi, mentre altri 9 deputati del Ppe, tra cui l’ex ministro francese Lamassoure, si astengono. Espressioni significative e di insofferenza in un gruppo che ha cambiato, progressivamente, i propri connotati (dall’ingresso di Forza Italia e dei conservatori britannici). Uno smarrito Scapagnini, medico di Berlusconi fatto rientrare precipitosamente a Strasburgo, si aggira tra i banchi con il senso del vuoto. I deputati di Fi e An trascinano, in una pratica del tutto sconosciuta sinora alla storia del parlamento europeo, i loro gruppi di appartenenza. Non era mai accaduto. Evidentemente, Berlusconi è in grado, ormai, di pretendere anche questo dal tedesco Hans Poettering, il capogruppo. L’unica consolazione: nel rapporto è stato cancellato il nome di Silvio Berlusconi. Non si usa, per eleganza, citare le persone in risoluzioni ufficiali. Accontentati. Così Berlusconi, nella relazione, sarà indicato come l’”attuale presidente del Consiglio italiano”.

Escono dall’aula e si scagliano contro la “sinistra” e contro i “comunisti”. Ma si capisce che ce l’hanno con uno che comunista non è mai stato e non lo sarà mai. Il bersaglio è il presidente del Parlamento europeo, il liberale irlandese Pat Cox, definito, in aula in scomposti interventi, come l’autore di un’impresa “nefasta”. Uomo che ha tradito il “senso della democrazia in questo Parlamento”, sentenzia il forzista Guido Podestà, il quale, peraltro, è uno dei vice di Cox. Curioso destino degli autentici liberali. Cox non è il presidente delle forze progressiste e di sinistra. Due anni e mezzo fa, nel gennaio del 2002, venne eletto alla carica più alta da una maggioranza che fece perno sul Ppe e sulla destra. Il candidato della sinistra, il laburista David Martin, venne sconfitto. Al centro destra, ora, non va proprio giù il fatto che il “suo” presidente abbia utilizzato le prerogative del regolamento per consentire la votazione della relazione sui media contro cui, proprio alla fine dell’iter parlamentare, si è concentrato l’attacco ostruzionistico. Cox resiste sino all’ultimo, non si lascia intimidire e permette, autorizzando la votazione del testo paragrafo per paragrafo. I 338 emendamenti del centro destra decadono automaticamente, essendo stati approvati i paragrafi del documento di base. La destra grida al complotto. Che non esiste. Si scaglia contro Cox e la mite relatrice: un’altra liberale, l’olandese Johanna Boogerd-Quaak che, continuamente, si dice “attonita” per le bordate che le giungono dai forzisti.

È l’ultima tornata di voto del Parlamento prima dello scioglimento. Il verde Cohn Bendit prende in giro Tajani e i suoi colleghi: “Avete fatto persino gravi errori di tattica parlamentare e siete caduti nel ridicolo”. Il fatto è che, per tentare di sabotare la relazione che denuncia, tra gli altri rilievi, il gravissimo e irrisolto conflitto d’interessi del presidente del Consiglio italiano, Fi e An provano l’ultima chance: chiedere il rinvio del rapporto in commissione. Il voto dell’aula li inchioda: raccolgono soltanto 214 voti ma 259 parlamentari respingono la proposta. Un applauso sottolinea l’ultimo, fallito, assalto. L’applauso si ripete dopo la proclamazione dell’avvenuta approvazione della relazione. L’on. Boogerd-Quaak dice: i parlamentari hanno avuto il coraggio di esprimersi contro i rischi per la libertà e il pluralismo dei media. Adesso la Commissione dovrà presentare una proposta di direttiva”.

“È un successo del Parlamento europeo mentre la destra ha rifiutato il confronto e ha pure sbagliato tattica”, dice Pasqualina Napoletano, e aggiunge che il presidente Cox “è stato bravo nel difendere il diritto di voto su una relazione”. Per Francesco Rutelli, che è rimasto come gli altri per tutti i quattro giorni di battaglia (come Walter Veltroni, partito per le celebrazioni del “Natale di Roma”, e rientrato nella notte a Strasburgo), il voto dimostra che “si è meno soli adesso” contro la “monumentale anomalia italiana rappresentata dal conflitto d’interessi del premier”. Di Lello sottolinea la “vittoria europea, non solo italiana”; Mariotto Segni (eletto con An) ricorda d’essere stato tra i promotori dell’iniziativa ma non la conclude con il voto perché assente; Frassoni invita l’Ue ad “attivarsi dopo il voto” e Beppe Giulietti (Articolo 21) da Roma afferma che l’Europa “adesso è pronta per bocciare anche la Gasparri”. Il capogruppo di Fi, Tajani, appare stremato. Consegna questo testamento ai cronisti: “Valuteremo nella prossima legislatura. I liberali ci hanno lasciato molto perplessi, sono sembrati più orientati a schierarsi con la sinistra…”. A fine legislatura, quanto apprezzerà Berlusconi questo risultato del suo capogruppo?

Caro direttore, tredici mesi fa, il 15 febbraio, le capitali di tutto il mondo furono attraversate dal popolo della pace. Milioni di donne e di uomini dissero no alla guerra in Iraq.

Un mese dopo è iniziata questa guerra al di fuori dell´Onu e del diritto internazionale, una guerra che non doveva cominciare, che saggezza e lungimiranza politica consigliavano di evitare e che oggi non è ancora conclusa, lasciando l´Iraq dentro un guado, il cui passaggio può avere esiti imprevedibili e pericolosi.

Il popolo europeo nella sua interezza è stato parte integrante del movimento della pace, anzi ha posto la pace nell´identità stessa della nuova Europa. A distanza di un anno, alla vigilia di una nuova giornata mondiale per la pace e contro la guerra, c´è una domanda che il popolo della pace pone alla politica, anche in Europa, e che non può essere evitata.

Queste sono le questioni all´ordine del giorno:

1) Di fronte al fallimento della guerra come strumento per risolvere i conflitti, è necessario riflettere con più coraggio sul ruolo dell´Onu e sulla sua riforma, perché non si può permettere in nessun modo la delegittimazione di questo insostituibile strumento, per prevenire e risolvere i conflitti e per salvaguardare un ordine internazionale pacifico.

2) La lotta al terrorismo. L´assoluta consapevolezza del pericolo rappresentato oggi dal terrorismo e la necessità di moltiplicare tutti i nostri sforzi per combatterlo, non può giustificare la guerra. È necessario trovare nuove strategie efficaci da affiancare alle indispensabili azioni a tutela della sicurezza dei cittadini.

Il terrore punta alla paura, per catturare e fare prigionieri del proprio disegno i popoli e le istituzioni. Per sconfiggere la paura e la cattura del terrore sono necessarie un´intelligence costante e puntuale, istituzioni forti e credibili e una politica, che sappia guardare lontano alle grandi ferite aperte in tante parti del mondo, a cominciare dal Medio Oriente, e sappia sanarle con coraggio. 3) Il drammatico e crescente divario tra il nord e il sud del mondo. C´è un nuovo muro, che divide il mondo. C´è uno sterminio per fame, per sete, per malattia, che travolge interi continenti e che interpella la coscienza di tutte le persone. Dobbiamo combattere questo sterminio con la stessa intransigenza con cui pensiamo di combattere il terrorismo, impegnando più risorse di quelle che spendiamo per le armi. Solo così e non altrimenti si costruisce il futuro. 4) Il nuovo ruolo dell´Europa. Un´Europa che sappia costruire la pace, in alleanza con pari dignità con gli Usa e in un dialogo efficace e lungimirante con le leadership africane, latino-americane e asiatiche, operando per un nuovo multilateralismo, dove possano contare davvero tutte le grandi aree del mondo. La stessa forza di difesa europea è al servizio di questo disegno e ne è strumento. La forza dell´Europa non sta principalmente nelle sue armi e nel suo esercito, ma nella sua politica, nella sua costituzione e nelle sue istituzioni.

Se questi sono i problemi sul tappeto, è giusto anche riconoscere che il movimento per la pace sta faticosamente costruendo una nuova cultura della pace, che la politica non può sottovalutare: anzi è un patrimonio di valori, a cui attingere.

Queste sono le sfide:

A) Costruire la pace con mezzi pacifici. Di fronte al fallimento della guerra, che oggi in tantissimi condividono, questa è una intuizione di straordinario valore, sui cui lavorare con pazienza, con intelligenza, senza arrendersi alla cultura della forza e delle armi.

B) Vedere la guerra dalla parte della vittime. Non è umanitarismo compassionevole, è uno sguardo nuovo e grande, che rivela la follia della guerra, pagata sempre dagli innocenti e dai civili.

C) Un nuovo senso della giustizia. Per secoli si è campato sull´equazione guerra/giustizia, ma, come ha scritto Gustavo Zagrebelsky, "nessuna politica è conforme a giustizia se il perseguimento del suo fine comporta il prezzo dell´ingiustizia, del male causato all´innocente".

D) Il tramonto della cultura del nemico. Il movimento della pace rifiuta alla radice l´odio, l´inimicizia, il disprezzo dell´altro, e critica la guerra con lucidità perché cerca incessantemente la pace. Anche l´antiamericanismo, che è presente in alcune frange, non fa parte della cultura del movimento della pace, come non fa parte di questa cultura la logica della scomunica, della delegittimazione con un linguaggio violento di chi non la pensa esattamente come noi. Queste sono scorie che appartengono ad altri recinti e che sono molto pericolose, perché possono portare a derive imprevedibili. La nuova cultura della pace domanda stili di mitezza e di dialogo.

E) La riconciliazione. Sembra una parola debole e non politica. Al contrario ha una grande forza anche politica. Il problema ultimo nei conflitti non è vincere, ma riconciliare, perché solo riconciliando si vince e si costruisce futuro nella vita di un paese, come l´Iraq o nel confronto drammatico israelo/palestinese e in tante altre parti del mondo.

Questi sono i motivi per cui vale la pena di guardare con grande speranza alla giornata di oggi. Essa sarà importante perché la pace avvenga in Iraq, ma anche per il futuro dell´Europa. Non c´è Europa senza la pace.

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