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Un blocco di cemento di 1.070 metri cubi: è questa la «dote» portata alla provincia di Vicenza, una delle più industrializzate d'Italia, da ogni abitante in più degli anni Novanta. Crescita demografica: più 52 mila abitanti, pari al 3%. Crescita edilizia: più 56 milioni di metri cubi, pari a un capannone largo dieci metri, alto dieci e lungo 560 chilometri. Ne valeva la pena? Valeva la pena di costruire oltre il quadruplo delle case necessarie rispetto all'incremento di cittadini e di insultare ciò che restava delle campagne care a Meneghello con giganteschi scheletri di calcestruzzo tirati su spesso solo per fare un investimento e tappezzati di cartelli «affittasi»? Se lo chiedono in tanti, finalmente. Se lo chiedono gli imprenditori più avveduti, che hanno chiarissima l'idea che far concorrenza alla Cina costruendo più capannoni e assumendo più cinesi anziché puntare su innovazione e ricerca è un suicidio. Se lo chiedono un pezzo della sinistra e della destra, a partire dalla Lega che ha denunciato in un allarmato seminario per bocca del presidente provinciale Manuela Dal Lago come negli anni '90 l'agricoltura abbia perso 18 mila ettari contro i 10 mila perduti nel decennio precedente. Se lo chiedono gli studiosi, come quelli coinvolti in un convegno convocato oggi a a Montecchio dall'Accademia Olimpica il cui presidente Fernando Bandini riassume la situazione così: «E' stato un saccheggio». Intendiamoci: di « schei » ne sono piovuti tanti. La provincia è la prima in Italia nel rapporto tra export e Pil, vanta una partita Iva ogni 10 abitanti, un'impresa manifatturiera ogni 31 (media italiana: una ogni 75), una disoccupazione ridicola (2,6%), un fatturato industriale di 41 miliardi di euro, un reddito pro capite oltre 25 mila. Il prezzo pagato all'ambiente, però, è stato elevatissimo. E fa del Vicentino, felicemente stravolto dall'industrializzazione e dal benessere dopo secoli di povertà ed emigrazione («L'altissimo de sora ne manda 'a tempesta / l'altissimo de soto ne magna quel che resta / e in mezo a sti do altissimi / restemo povarissimi») un caso emblematico del Nord Est. Che può insegnare a tutti.

Nel bene e nel male. Spiega ad esempio una tabella elaborata dall'ingegner Natalino Sottani, relatore al convegno di oggi, che la popolazione provinciale (608 mila abitanti nel 1950 saliti oggi a 807 mila), ha avuto un incremento in mezzo secolo del 32%. Una crescita netta, ma abissalmente lontana da quella della superficie urbanizzata, passata da 8.674 ettari a 28.137. Con un'impennata del 324%: il decuplo.

E accompagnata, ovviamente, da un parallelo crollo dei terreni destinati all'agricoltura: erano 182 mila ettari nel 1950, sono 114 mila adesso. Al punto che, stando all'«impronta ecologica» e cioè all'indice che attraverso una miscela di calcoli assai complessi misura qual è il livello dei nostri consumi, ogni vicentino consuma oggi per 39 mila metri quadri disponendone invece di 3.370: oltre undici volte di meno.

Un consumo del territorio abnorme, disordinato, sprecone, indifferente a tutti i rischi. Così ubriaco di auto-compiacimento per lo stupore del mondo davanti ai successi all'incredibile accelerazione degli ex poareti da esaltare il disordine amministrativo e il «laissez faire» come fucina di creatività. Col risultato che oggi i 121 comuni berici, stando al rapporto allarmato della Provincia, hanno «oltre 500 aree industriali». Le quali, in realtà, assediano quasi esclusivamente i comuni di pianura che sono una sessantina e detengono dunque una decina di «zone produttive» a testa. Un delirio. Del quale fanno oggi le spese non solo i cittadini intrappolati ogni giorno in una delle più intasate reti stradali del pianeta ma gli stessi protagonisti del miracolo, quegli imprenditori che si dannano l'anima per guadagnare sei decimi di secondo nella produzione di un pezzo e poi vedono i camion bloccarsi nella fossa larga sei metri di via Mazzini, sulla strada che porta da Bassano a Padova e che sega in due il paese di Rosà, una strettoia dove ogni giorno si strusciano l'uno l'altro 40 mila camion e 30 mila auto. E agognano la costruzione di una bretella, un ponte o una pedemontana che non si possono fare senza buttar giù una miriade di case e stabilimenti.

«Basta capannoni», disse nella primavera 2003 il presidente regionale Giancarlo Galan. I nudi numeri spiegavano infatti che negli ultimi 5 anni erano state costruiti nel Veneto edifici industriali pari a un capannone alto 10 metri, largo 28 e lungo 200 chilometri e passa. Tanto che a Orgiano, un paese vicentino sotto i colli Berici, la gente aveva raccolto 1.500 firme (una enormità in un paese di 2.700 abitanti) per dire basta: «perché dovremmo aprire nuove fabbriche se non c'è disoccupazione» e «deturpare una delle rare aree incontaminate con strade, cave, discariche e industrie»? Il coro di consensi fu vasto. Gli stessi industriali, o almeno i più attenti, plaudirono. Un anno e mezzo dopo, però, Galan pare aver cambiato idea. E qualche giorno fa, a Cortina, ha spiegato che «il Veneto di domani avrà bisogno di più capannoni, non di meno. E Forza Italia ha il dovere di dirlo. Il problema è come farli».

«Con i gerani, i salici e i sette nani nel giardino?», hanno ironizzato i verdi. In realtà, lo sanno tutti, stanno arrivando al pettine quei nodi che troppo a lungo sono stati rinviati. Riassumibili, se vogliamo, in un nodo solo: su quale modello di sviluppo deve puntare un'area come il Nordest che ha scommesso forse troppo sulla dedizione alla fatica dei «polentoni», sul lavoro dei grandi artigiani come quelli dell'occhialeria (oggi in crisi), sul perfezionamento di prodotti a volte vecchiotti fino a far dire a Federico Faggin, il vicentino inventore del micro-processore, che «è un posto buono per fare sedie e maglioni ma non tecnologia d'avanguardia»? Ciò che appare certo a vedere il caso di Vicenza, dove l'opposizione denunciava ieri nuovi progetti cementizi per un altro milione di metri cubi nei prossimi anni nella sola città capoluogo, è che urge un ripensamento. I dati, infatti, sono lì, sotto gli occhi di tutti. Ogni miliardo di euro di crescita reale è costato un consumo di mille ettari di campagna. E dei 52.150 mila abitanti che risultano essersi aggiunti nel censimento del 2001 a quelli del 1991, addirittura 37.140 sono stranieri. Il che vuol dire che per ogni vicentino in più arrivato nel decennio sono stati tirati su 3.718 metri cubi di calcestruzzo. Pari a un capannone dieci per dieci lungo 37 metri. Può essere questo, lo sviluppo di domani? Gian Antonio Stella

Un décret publié fin mars permet désormais des "aménagements limités" dans les espaces jusque-là protégés. "Un terrible coup de canif", s'indignent les écologistes. Mais l'épisode révèle les tensions nouvelles créées par la poussée démographique observée le long des côtes.

"Ce décret est une catastrophe !" Jean-François Burth, président de l'association Défense de l'environnement bigouden, ne décolère pas. "On peut maintenant abroger la loi littoral par décrets ! Ce texte ouvre la porte à des parkings, à des pistes cyclables, à des paillotes se transformant en restaurants, à des postes de secours permanents. C'est un coup de canif terrible porté à la préservation des côtes françaises !"

L'objet du courroux de cet environnementaliste du Finistère est un décret d'application de la loi littoral paru au Journal officiel du 30 mars. Ce décret no 2004-310 permet l'installation d'"aménagements légers" dans les espaces naturels, mais aussi "l'extension limitée des bâtiments et installations nécessaires à l'exercice d'activités économiques" dans ces espaces, normalement protégés de toute construction par la loi littoral.

Publié dans les derniers jours du ministère de Roselyne Bachelot, le décret ouvre la porte à toutes sortes de dérives, selon M. Burth. "Par exemple, explique-t-il, nous avons engagé une procédure juridique contre une petite crêperie qui s'est transformée en grand restaurant avec terrasse dans un site magnifique. Avec ce décret, nous aurions perdu."Au secrétariat d'Etat à la mer, on tempère le propos : "Le terme d'"extension limitée" est assez clair, et, en cas d'exagération, il y aura contentieux et le juge tranchera."

La vive inquiétude des environnementalistes à l'égard de la moindre modification de la loi littoral reflète un problème réel : malgré ce frein, posé en 1986, à l'urbanisation des côtes, la pression urbaine et économique sur les côtes françaises semble irrépressible. Une étude publiée en 2000 par l'IFEN (Institut français de l'environnement) montrait que "la construction suit depuis 1980 le même rythme que celui observé sur l'ensemble du territoire, sans changement quantitatif significatif depuis le vote de la loi littoral". La tendance n'aurait subi aucune inflexion depuis 2000. "La pression foncière est colossale, note Bruno Toison, au Conservatoire du littoral. Par exemple, sur l'île de Ré, on compte plus de 400 nouvelles maisons chaque année, malgré toutes les protections existantes."

Mais ce n'est pas l'insuffisance de la réglementation qui fait peser des menaces sur les espaces encore non construits des 550 000 km de côtes françaises. "La loi littoral ne fonctionne pas si mal. Aujourd'hui, l'urbanisation se produit par épaississement des taches existantes plutôt que par nouveau mitage",note un expert, qui requiert l'anonymat "pour ne pas avoir de problème avec les élus".

Ce qui est surtout en cause, c'est l'attrait qu'exerce la mer sur les populations. Selon une fiche de préparation du Comité interministériel d'aménagement et de développement du territoire (CIADT), qui doit se réunir en septembre, "les zones côtières sont aujourd'hui les lieux les plus dynamiques de la planète". La France participe à ce "mouvement général", et c'est ainsi que "près de 3,5 millions d'habitants supplémentaires sont attendus dans les départements littoraux à l'horizon 2030".

PROCÉDURES DE CONCERTATION

Cette poussée démographique se traduit par une soif inextinguible de construction qui entraîne une progression continue de l'urbanisation sur tout le littoral. Mais, sur place, les habitants et les élus sont souvent demandeurs d'assouplissements : "Dans ma commune de Plounévez-Lochrist, explique Jacques Le Guen, député (UMP) du Finistère et rapporteur de la mission parlementaire sur la loi littoral qui doit rendre son rapport prochainement, il y a une bande vide entre deux groupes de maisons, on ne peut construire alors qu'il y a continuité du bâti. Ou encore, à côté, à Plouider, la loi littoral impose des règles de construction même dans la partie de la commune, qui se trouve à plus de 2 km de la mer."

Les activités économiques demandent, elles, des assouplissements : "On connaît de nombreux cas de jeunes agriculteurs qui ne peuvent s'installer en serres maraîchères dans les communes littorales à cause des contraintes de la loi", indique-t-on à la chambre d'agriculture du Finistère. Or 35 % des exploitations agricoles de ce département se situent dans des zones littorales. Ailleurs, ce sont les conchyliculteurs qui se plaignent des contraintes, ou les ports de plaisance, qui disent souffrir d'engorgement et demandent l'agrandissement des ports existants, ou la création de ports à sec pour stocker les bateaux.

La pression est donc plus forte que jamais sur cette loi qui a permis de freiner une urbanisation incontrôlée. Il est probable que l'on s'oriente vers de nouveaux modes de gestion, basés sur la concertation de tous les acteurs plutôt que sur l'application de règles par l'administration et par les tribunaux. "Il s'agit d'une nouvelle gouvernance", explique-t-on au secrétariat d'Etat à la mer : "Au lieu d'imposer, on essaie d'obtenir une concertation sur des objectifs définis en commun."

La baie de Somme, l'étang de Thau (Hérault), la baie de Bourneuf (Vendée) expérimentent ces procédures de concertation qui tentent de concilier des objectifs conflictuels : le développement économique et le respect de l'environnement.

Pas d'exception pour la Corse

La loi littoral s'applique en Corse comme ailleurs. A l'époque des discussions sur le nouveau statut de l'île préparé par Lionel Jospin, l'article 12 du projet de loi concrétisant la première étape de ce processus prévoyait la possibilité pour les élus d'"adapter" la loi de 1986. Cet article, qui, au départ, suscitait un relatif consensus, a ensuite déclenché de vives oppositions en Corse et sur le continent. Il a été retiré en deuxième lecture à l'Assemblée nationale, en novembre 2001. Aujourd'hui, les défenseurs de l'environnement affirment que certains élus corses tentent de nouveau d'obtenir la possibilité d'adapter la loi. L'hebdomadaire autonomiste Arriti du 19 mai estime qu'"une modification éventuelle (...) ne pourrait se faire que dans un sens plus protecteur et après un large

Titolo originale Empty Boxes. As Kmart’s signature blue lights fade, what will happen to vacant big-box stores? – traduzione di Fabrizio Bottini

Il gigante del commercio Kmart si è appellato all’articolo 11 sulla tutela dal fallimento alla fine di gennaio, e la scorsa settimana la compagnia con base a Troy, Michigan, ha annunciato che avrebbe chiuso i battenti di 284 dei suoi 2.000 negozi. L’anno scorso, Montgomery Ward e Service Merchandise sono pure andate in bancarotta; nel 1999 i negozi discount Caldor hanno chiuso. Ci saranno decine, o anche centinaia, di questi negozi big-box – alcuni dei quali coprono più di 10.000 metri quadrati – abbandonati vuoti, come chiazze di assi inchiodate nel paesaggio?

James Howard Kunstler, autore nel 1999 del libro The Geography of Nowhere, afferma che gli affanni di Kmart sono sintomatici di una scossa sismica nel commercio americano. “Il commercio delle catene nazionali entrerà in un periodo di difficoltà, e piuttosto presto” dice Kunstler. “Queste compagnie godono di economie possibili solo con un’offerta senza fine di petrolio e manodopera a buon mercato dall’altra parte del mondo. Solleciterei il pubblico a pensare al commercio big-box come ad una anomalia storica, piuttosto che una cosa normale”.

Kunstler non è ottimista riguardo alle prospettive di utilizzazione futura dei negozi. “Spesso questi edifici stanno lì senza essere riutilizzati dieci anni” dice. “Per allora, le coperture piatte hanno iniziato a fare infiltrazioni, e gli edifici finiscono per essere degradati. Oppure qualche volta sono occupati da attività marginali, come i mercatini delle pulci in sede fissa”.

Alcuni residenti si preoccupano perché proprio questi tipi di attività si possono installare nel loro ex megastore, altri perché non si riuscirà ad attirarne nessuna, di attività: Caesar Carrino, sindaco di Wadsworth, Ohio, una città di 21.000 abitanti cinquanta chilometri a sud est di Cleveland, ci dice che se il Kmart di Wadsworth chiude, i clienti del posto lo rimpiangeranno parecchio, e la città avrà molti problemi per trovare un altro occupante di quegli spazi. “È troppo grande per un negozio Kohl’s. È troppo piccolo per un Wal-Mart. Target non ha sinora rapporti con Wadsworth. E nessun sembra intenzionato a muoversi, per via delle condizioni economiche”.

Il problema non è limitato alle città piccole. Charlotte, North Carolina, ha circa duecentomila metri quadrati di spazio commerciale vuoto, e i residenti stanno diventando sempre più preoccupati. “La gente è diventata improvvisamente molto interessata all’argomento” dice Mary Hopper, presidente della Charlotte-Mecklemburg Planning Commission. “Emerge tantissimo nelle assemblee pubbliche”. Le zone con maggiori problemi a Charlotte, continua, sono le strisce commerciali stradali nei corridoi delle zone centrali, dove c’è poca o nessuna crescita.

Per cercare una soluzione, recentemente Hopper ha scritto un rapporto sul riuso dei siti big-box. Ha studiato alcune delle misure predisposte in altre città, e ora progetta di lanciare alcuni progetti di riuso pilota a Charlotte. “Dovremmo solo ripulire alcuni dei siti” dice Hopper. “Ma se si può riusare un edificio, va trovato il modo efficiente di farlo dal punto di vista dei costi. In molti dei casi, il nuovo uso non sarà commerciale”.

Nel 1998 la Calthorpe & Associates, uno studio di architettura e progettazione urbana di Berkley, California, ha trasformato con successo uno strip mall in difficoltà a Mountain View, California, in un quartiere ad uso misto, orientato alla mobilità pedonale. Il centro commerciale è stato completamente demolito e riciclato come fondamenta per nuove case e spazi verdi.

Classe Prima, Quinto Scaffale

Uno Kmart di Charlotte le cui insegne al neon si sono spente è diventato una scuola privata, gestita dalla Mosaica Education Inc. Secondo il Direttore Michael Connelly, la k-7 Sugar Creek Charter School non è l’unica della Mosaica che sta in un big-box: la George Washington Carver Academy a Highland Park, Michigan, prima era un supermarket, e la Kalamazoo Advantage Academy un J.C. Penney.

Ma convertire negozi big-box in scuole moderne pone alcuni problemi, continua Connelly. Le scuole hanno bisogni diversi di riscaldamento e circolazione d’aria, e ci vogliono più bagni e lavandini, e dunque di solito è necessaria una grossa revisione degli impianti. La Mosaica ha anche inserito dei lucernari, per dare alle aule una illuminazione naturale.

Cheryl Ellis, direttore di Sugar Creek, non potrebbe essere più soddisfatta della sede insolita della sua scuola “È magnifica” dice. “Abbiamo aule ampie e finestre affacciate sull’atrio. Funziona alla grande”. La scuola, dopo due anni, sta crescendo, e fortunatamente ha spazio in abbondanza in cui espandersi. “Ora stiamo usando probabilmente un terzo dell’edificio” stima Ellis “potremmo aggiungere altre 15 o 20 aule”. Ma aleggia ancora la vecchia atmosfera Kmart? Definitivamente no, dice Ellis: “Quando passi la porta, questa è la scuola. Non c’è dubbio in proposito”.

Ellis afferma che i commercianti locali e i residenti sono “eccitati” dal fatto che la scuola si è trasferita lì. Ma l’analista immobiliare Tom Dwier di Reis.com, una compagnia che studia le tendenze del mercato, sottolinea come non sia ideale usare spazio commerciale per farci una scuola: nonostante una scuola possa sostenere alcune attività vicine – venditori di generi alimentari, per esempio – e impedire che i valori degli immobili precipitino, non genera certo reddito o traffico pedonale come un grosso insediamento commerciale.

In più, Dwyer dubita che molti dei defunti Kmart rimangano vuoti a lungo. “Alcuni [negozi Kmart] saranno acchiappati immediatamente, perché si tratta di ottime localizzazioni perfettamente adatte ai clienti di qualcun altro; Home Depot e Lowe’s saranno i candidati principali” dice. “Gli altri negozi invece saranno quelli difficili. Potranno rimanere lì per anni”.

Dwyer fa un parallelo fra le catene Kmart e Montgomery Ward. “Circa il 60 per cento dei negozi Montgomery Ward sono stati presi piuttosto in fretta, e non ce ne sono molti vuoti ora”. Richard Longstreth, direttore della laurea specialistica in conservazione alla George Washiongton University di Washington, D.C., ne ha pure una visione ottimistica. “Il commercio di grandi dimensioni non finirà. Anche durante la Depressione, ci fu una crescita delle grandi catene” dice. “Le strade di grande comunicazione dove stanno questi negozi si rinnovano continuamente. È solo parte del mondo fluttuante del commercio”.

Nota: è certo meno fosca del solito, la conclusione di questo articolo dal National Trust. Va comunque ricordato che lo studioso citato per ultimo, Richard Longstreth, anche nei suoi studi più noti e approfonditi sembra sempre sposare il punto di vista del commercio, piuttosto che quello del rapporto sviluppo locale/territorio/attività economiche, che forse sarebbe più completo. Almeno questa è la mia modesta e discutibilissima opinione. Qui sotto il link al sito della rivista del National Trust dove si trova la versione originale del saggio. (fb)

Bologna e Firenze sono le due città più importanti, tra quelle in cui si voterà in giugno. Ed è molto interessante che, in modo rovesciato nell'una rispetto all'altra, si faccia avanti, un po' spintonando, il tema della partecipazione, come alternativa effettiva al modo in cui le sinistre hanno governato (e perduto, come a Bologna) queste due città. Si chiama «Cantieri solidali» la lista promossa nel Quartiere 5 di Firenze dalla Comunità delle Piagge, in una periferia in cui agisce da anni don Alessandro Santoro, con molta altra gente, per ricucire «dal basso» una socialità umiliata. Il capolista è uno studente di vent'anni. Roba marginale, si dirà. E invece le Piagge sono solo uno dei rivelatori di quel che, dal Forum europeo del novembre 2002, si è andato creando in città. Non solo il Forum sociale e il Laboratorio per la democrazia, ma, ad un certo punto, il Forum per Firenze, che riuniva associazioni, partiti del centrosinistra (tutti) e singoli cittadini, si sono posti il problema di come cambiare la Firenze del traffico impazzito, dell'inceneritore gigante alle porte, del tunnel dell'alta velocità ferroviaria sotto i piedi e della privatizzazione della gestione dell'acqua, solo per citare alcuni problemi. Tanto da elaborare, in dieci tavoli di lavoro, un vero e proprio programma.

Il sindaco, Leonardo Domenici, si è tappato le orecchie. Così ora la lista «Unaltracittà - unaltromondo», che ha per candidato sindaco Ornella De Zordo, del Laboratorio per la democrazia, e che è affiancata da Rifondazione, sfida l'Ulivo. Non per mettere in dubbio la rielezione di Domenici, che peraltro sta reagendo in modo aggressivo (D'Alema ha accusato la lista di essere «un partitino» dei «professori»), ma per affermare la necessità urgente di una democrazia di tipo nuovo, con riferimento esplicito al Nuovo Municipio, la rete di amministratori, ricercatori e associazioni che promuove la «democratizzazione della democrazia» attraverso il bilancio partecipativo e altre forme di partecipazione ( www.nuovomunicipio.org).

Sergio Cofferati, candidato a sindaco di Bologna, ha guarda caso, qualche giorno fa, incontrato rappresentanti della Rete del Nuovo Municipio, e ha poi commentato: «A Bologna vanno immaginate nuove modalità di partecipazione che recuperino l'antico civismo e sappiano al contempo valorizzare le energie nuove... Ad esempio, penso che nella nostra città i bilanci amministrativi e le politiche gestionali dovranno essere costruiti con la partecipazione diretta dei cittadini. Un obiettivo che presuppone di operare su scala metropolitana, per un verso, e dall'altro sulla base di municipi pensati come nuova dimensione e identità del quartiere... una dimensione che favorisca la partecipazione e costruisca senso di comunità».

Queste parole saranno da ricordare, certo, quando Cofferati sarà sindaco. Ma che non nascono dal nulla. Per citare solo due esempi, il gruppo di urbanisti che si chiama Compagnia dei Celestini da anni lavora a un'idea di città non imposta dal mercato e co-progettata dai cittadini (e uno dei Celestini, Marco Guerzoni si candida al comune); e la Camera del lavoro, guidata da Cesare Melloni, ha assunto, nell'assemblea programmatica del gennaio scorso, le proposte del Nuovo Municipio.Molti altri casi di questo tipo esistono, e su Carta li stiamo esplorando. Come la lista NoTav, in Val di Susa, resa necessaria dal fatto che tutti i partiti sono a favore del demenziale tunnel dell'alta velocità che distruggerebbe la valle; o il centrosinistra che, alla Provincia di Milano, comprende in sé le molte esperienze di partecipazione dei comuni dell'hinterland, come Pieve Emanuele; o il «programma partecipato» assunto dalla candidata di Arezzo, che prevede la ri-pubblicizzazione dell'acquedotto, tra l'altro.

Insomma, il «candidato» da votare è il Nuovo Municipio, per essere contro Berlusconi, sì, ma senza tapparsi il naso

L’ha promesso, una di queste sere Berlusconi tornerà a “Porta a porta” per parlare di grandi opere. Fu proprio lì, nel 2001, che disegnò su una lavagna la mappa delle sue mirabolanti promesse: strade, ferrovie, ponti, metropolitane, l’Italia sarebbe diventata tutta un grande cantiere. Tornerà da Vespa e racconterà, naturalmente, di aver fatto miracoli. Intanto ne parla dappertutto: “Il governo è assolutamente in anticipo rispetto alle previsioni. Avevamo previsto di realizzare entro la legislatura il 40% di 125 miliardi di euro di investimenti. Abbiamo già attivato opere per 48 miliardi di euro di investimenti e 20 miliardi di opere sono già cantierati”, aveva detto alcune settimane fa. Nelle dichiarazioni di ieri è andato oltre: “Abbiamo aperto cantieri per 40mila miliardi e ne apriremo entro l'anno per altri 60mila”.

Fantastico. Nei manifesti affissi sui muri, intanto, converte gli euro in lire per fare ancora più effetto: “Grandi opere attivate per 93mila miliardi”.

Come stanno dunque le cose? Davvero almeno su questo punto il centrodestra sta rispettando il famoso "contratto con gli italiani?" Bastano pochi dati per dimostrare che siamo di fronte ad un gigantesco imbroglio.

Primo dato: gli investimenti nel bilancio dello Stato per le opere pubbliche, piccole e grandi, si stanno riducendo. Dopo il crollo della prima metà del decennio scorso, dal '96 al 2001 con l'Ulivo si era avuta una buona ripresa, con un incremento medio annuo del 10,6%. Dal 2001, invece, con il centrodestra, il trend di crescita si interrompe: nei primi due anni la riduzione è stata circa del 15%, quest'anno del 13%. Particolarmente gravi i tagli in alcuni settori: dimezzati i finanziamenti per la difesa del suolo e la prevenzione di frane ed alluvioni, ridotti drasticamente quelli per le città ed il trasporto pubblico locale, per l'edilizia scolastica, per acquedotti e depuratori.

Il secondo dato è quello sui finanziamenti per la realizzazione delle cosiddette grandi opere della legge obiettivo. Erano state promesse circa 270 opere, per un costo totale di 125 miliardi di euro. Ma sono stati finanziati, ad oggi, appena 5,1 miliardi (peraltro attraverso limiti di impegno di spesa, cioè indebitandosi per 15 anni). E bene che vada, da qui al 2006 si arriverà a 9 miliardi. Niente, in confronto a quanto sarebbe necessario. Se fate due conti vi accorgerete che di questo passo il piano delle grandi opere sarà completato nel 2079. Niente male, no? Fate poi attenzione a quella parolina - investimenti attivati - che viene utilizzata per il gioco delle tre carte. "93mila miliardi di lire attivati", dice Berlusconi: ma questo è il costo finale delle opere, non il totale dei soldi stanziati e disponibili, che come abbiamo visto è di gran lunga più basso. Per capirci: è come se uno, desiderando tanto una Ferrari ma non avendo i soldi per comprarla, acquista lo specchietto e va al bar vantandosi con gli amici di aver "attivato" l'acquisto dell'auto. Il governo ha lo specchietto: gli manca tutto il resto. Serve una conferma? Eccola: dopo tre anni gli unici due cantieri già aperti, tra le opere della legge obiettivo, sono quelli per la terza corsia su 18 km del raccordo anulare di Roma (deciso e in larga parte finanziato all'epoca del centrosinistra) e per un lotto di 28 km sulla Salerno Reggio Calabria (proseguendo i lavori avviati dal precedente governo su 215 km.) Tutti gli altri cantieri ad oggi aperti in Italia, compresi dunque quelli che il capo del governo visiterà nel corso della campagna elettorale, sono cantieri di opere decise, finanziate ed avviate dal precedente governo.

Rischiamo di ritrovarci dunque, alla fine della legislatura, in un paese nel quale forse sarà stata messa la prima pietra di qualche opera di forte valore simbolico e di grande impatto comunicativo - come il Ponte sullo stretto di Messina, un'opera non prioritaria per il Sud che ha bisogno anzitutto di completare la rete autostradale, modernizzare la rete ferroviaria, garantire l'acqua a tutti i cittadini - per cercare di nascondere agli italiani il fallimento del governo. Ma sarà un paese con un sistema dei trasporti ancora più inadeguato e squilibrato, un territorio ancora più indifeso e fragile.

Quando torneremo a governare, dunque, troveremo i problemi irrisolti, se non addirittura aggravati.

E dovremo fare i conti con una situazione di risorse non illimitate. Certo, si dovrà riattivare un trend di crescita degli investimenti pubblici, utilizzare tutte le potenzialità del project financing e dei finanziamenti europei. Ma le risorse saranno comunque limitate. Anche per questa ragione si dovrà tornare ad una corretta programmazione degli investimenti - che errore imperdonabile, per il centrodestra, aver cancellato il Piano dei Trasporti! - e selezionare le opere più utili ed urgenti. Riequilibrio modale, ferrovia, sicurezza stradale, autostrade del mare, trasporto pubblico nelle città: sono queste le priorità, se si vuole garantire il diritto alla mobilità senza far deflagrare gli equilibri ambientali. Insieme agli investimenti per la difesa del suolo e la cura del paesaggio, per la riqualificazione delle aree urbane, per le reti idriche, rappresentano gli obbiettivi essenziali di un programma di modernizzazione ecologica del sistema infrastrutturale che il centrosinistra dovrà proporre al paese. A dividerci dal centrodestra, insomma, non è solo la critica delle promesse non mantenute, ma anche una visione profondamente diversa delle politiche per le infrastrutture ed i lavori pubblici. Diradato il fumo delle bugie e delle promesse mancate, da qui si dovrà ripartire.


Nel mio girovagare non ero mai stato a Matera. Vi sono andato per una conferenza pochi giorni orsono e ho provato una sincera vergogna per una visita così tardiva che ha costituito per me una scoperta straordinaria. Naturalmente avevo sentito parlare moltissime volte dei Sassi, di quando, fino agli anni Cinquanta, erano abitati da migliaia di persone, per lo più contadini, che vivevano in quelle grotte con i loro animali; di quando arrivò De Gasperi, presidente del Consiglio, e inorridito per quella che venne definita «una vergogna nazionale», promosse il loro svuotamento e la costruzione di moderni borghi dove trasferire la popolazione; di quando i Sassi, ormai deserti, furono iscritti nel Patrimonio dell´Umanità, meritevole della protezione dell´Unesco; infine di quando, con una legge speciale, lo Stato cercò di incentivare un incerto riuso della zona e anche dei palazzi storici circonvicini e delle tante chiese rupestri abbandonate.

Eppure il miracolo è avvenuto. Costituisce la riprova di quanto ho cercato di sostenere: la vera risorsa competitiva del nostro Paese, che nessuna concorrenza cinese può battere, nessuna dislocazione aziendale può minacciare, nessuna multinazionale può chiudere è il nostro territorio, il suo straordinario lascito artistico, culturale, creativo. È un patrimonio - tranne nei luoghi più noti e visitati - in gran parte mal conservato, non valorizzato o, peggio, semiabbandonato. Politicamente e intellettualmente poco considerato: «Volete ridurci a un popolo di camerieri?», protestano i nostalgici di acciaierie e petrolchimici, come se non avessimo fatto la devastante esperienza delle "cattedrali nel deserto". Eppure, non parlo solo di turismo in senso tradizionale ma di investimenti in reti, infrastrutture, formazione specifica, trasporti rapidi. Riprendo il discorso su Matera. Il più grande sito urbano risalente all´età paleolitica, con una continuità abitativa ininterrotta, da allora al 1950, è tornato a vivere nell´età dell´elettronica.

I Sassi restaurati si sono trasformati in elemento trainante della città. Nei Sassi sono tornate a vivere tremila persone e sono in corso restauri abitativi per una capienza complessiva nei prossimi tre anni di 7.000 abitanti circa.

Nelle case di grotta la tecnica elettronica più avanzata si sposa con il recupero delle antiche conoscenze rivisitate, ad esempio nella utilizzazione delle acque piovane. Quel che era abbandonato e ceduto a prezzi irrisori aumenta continuamente di valore ed è sempre più richiesto. Il recupero non è più il sogno di un pugno di intellettuali lucani ma un processo animato dai cittadini, sostenuto da investimenti privati e basato su un solido ritorno economico.

Le ragioni di questo successo risiedono nella nuova immagine nazionale e internazionale della città dei Sassi, simbolo di un ecosistema geniale che affonda le sue radici ai primordi dell´umanità. Il flusso turistico moltiplicato (inconsueto l´impatto di un discutibilissimo film come Passion di Mel Gibson che ha trovato in loco il teatro naturale del Calvario e dell´antica Gerusalemme), le iniziative culturali sotto le ampie volte delle chiese rupestri, dai concerti di Abbado alle mostre di arte contemporanea, il rifiorire di produzioni agricole tipiche, l´attivismo in varie forme di un volontariato culturale a servizio della città, tutto questo ha contribuito al risorgere di Matera. Inoltre il passato è rivolto anche al futuro. È sorto qui un centro di eccellenza mondiale, battezzato Ipogea e diretto dall´architetto Pietro Laureano, che, per conto dell´Onu e dell´Unesco, procede all´inventario internazionale delle conoscenze tradizionali e ai progetti sul loro possibile uso innovativo. Già 2 milioni di euro sono stati convogliati a questo fine.

Come tutti i successi la rinascita dei Sassi ha le sue ombre. Proprio Laureano mi ha fatto notare come la città abbia sì profittato della grande occasione fornita dall´Unesco, peccato che al recupero abitativo non sia seguita una pari capacità pubblica nel controllo dell´intervento e nelle concessioni (restauri discutibili, eccesso di pub e di inserimenti rumorosi), mentre sembrano accantonati aspetti di grande richiamo come la rete delle canalizzazioni, spesso riempite di detriti di scavo, la mancata apertura della eccezionale cavità ipogea, una cisterna idrica simile a quella di Istanbul, che si trova proprio sotto la piazza principale di Matera. È paradossale che, invece di mantenere alta la qualità del successo, si stiano creando le condizioni negative per un nuovo esodo abitativo, generato non già dalla arretratezza ma dalla speculazione.

Titolo originale Big, Bigger, Biggest: The Supersize Suburb – traduzione di Fabrizio Bottini

Potomac, Maryland. – Date un’occhiata alla camera matrimoniale di Bob e Wendy Banner.

Occupa circa un terzo del secondo piano nella loro casa di 800 metri quadrati, qui nei sobborghi di Washington, e lo spazio principale inizia con una stanza spaziosa contenente un letto extralarge. Oltre questa, un salotto con caminetto, angolo bar, frigorifero e televisione. Più in là un bagno con vasca a incasso nel pavimento, altro caminetto e televisore nascosto dietro a uno specchio. Oltre questo, lo spogliatoio-sgabuzzino della signora Banner, 15 metri quadri, la dimensione di una stanza da letto media. Infine c’è lo spogliatoio del signor Banner, delle dimensioni di una piccola stanza. Ci racconta la signora che quando vengono in visita amici da New York, esclamano sempre: “Potrei farci entrare tutto il mio appartamento, nella tua camera da letto!”.

La cosa più notevole, di questa suite da letto, comunque, è la sua normalità. Secondo gli standards “più-che-grande” delle case nei sobborghi di Washington, i Banners non vivono affatto in tutto questo spazio, nonostante la casa abbia sei stanze da letto, nove da bagno, due studi, una cantina per il vino, una stanza per musica e video e quattro colonne da otto metri stile Via col Vento sulla veranda. Il tutto per due adulti e due figli.

La casa americana si è gonfiata per decenni. Si è gonfiata anche se sta su un lotto più piccolo. Si è gonfiata anche se ci vive una famiglia più piccola. Anche l’imponente e ostentata “MacMagione” suburbana si sta ingigantendo, come le megacase come quella di Bob e Wendy Banner che spuntano via via in tutti gli Stati Uniti.

In nessun posto l’ipertrofia della casa americana è più concentrata che nei sobborghi d’ élite di Washington, con la zona di Potomac all’epicentro. Nella lunga corsa nazionale verso spazi [privati] sempre più ampi, i quartieri dormitorio ad alto reddito a nord e a est della capitale si sono piazzati alla testa del gruppo, in versione extralarge. Le case enormi sono per il suburbio di Washington quello che il granturco è per lo Iowa. Cinque dei dieci centri con le case più grosse a livello nazionale, Travilah, Darnestown, Chevy Chase, Wolf Trap e Great Falls, secondo il censimento del 2000 sono nei sobborghi di Washington. (gli altri cinque sono vicino a Chicago, Denver, Salt Lake City, Minneapolis e Filadelfia).

La classifica si basa sulla percentuale di abitazioni con nove o più stanze, esclusi i bagni, stanze di servizio e seminterrati non rifiniti. Nei centri in cima alla lista, che stanno nella Montgomery County, Maryland, nella Fairfax County, Virginia, più dei due terzi delle case hanno nove stanze o più.

”Washington offre condizioni altamente favorevoli per le case-mostro” ci dice Robert E. Lang, direttore del Metropolitan Institute al Virginia Tech di Alexandria, che studia lo sviluppo urbano. “Possiede un livello corrente di opulenza diffuso su un’ampia upper-middle class, e un ambiente favorevole ai costruttori. C’è un tipo di “ monster mansionization” diffuso in tutto il paese, ma Washington è il culmine”.

Le nuove case nella zona di Potomac, che ha una popolazione di 75.000 persone con un reddito familiare medio di 113.000 dollari, non sono soltanto enormi, ma spesso anche progettate e arredate a verde per sembrarlo, enormi. Secondo i funzioni urbanistici locali, molti proprietari chiedono meno alberi e vegetazione, così che i potenziali ammiratori che passano sulla strada possano cogliere in pieno l’effetto.

Per possedere una di queste dimore, “ non devi essere una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti, e non devi essere famoso”, dice Gwen Wright, direttore per la conservazione storica alla Montgomery County”. Ti basta essere un socio di successo in uno studio di avvocati, o aver fatto qualche buon investimento, e anche tu puoi vivere come un Vanderbilt”.

Potomac, un cuneo di colline ondulate su 170 chilometri quadrati, a circa 25 chilometri dal centro di Washington, è il cuore di una regione di grandi residenze. La sua trasformazione in questo senso è stata aiutata nel tempo da uno zoning a nassa densità. Per proteggere il delicato bacino del fiume e salvaguardare le risorse di acqua potabile della regione, la Montgomery County ha destinato un terzo di Potomac ad abitazioni unifamiliari su appezzamenti di un ettaro. Lotti troppo piccoli per cavalli o pascoli, ma giusti giusti per grosse case.

Negli anni ‘70 e ’80, mentre crescevano la popolazione e il reddito di Washington, i costruttori hanno marchiato in massa verso la regione del Potomac, che circonda il villaggio dello stesso nome. Abitualmente, si costruivano case di quattro stanze che coprivano circa il dieci per cento della superficie del lotto da un ettaro.

”Sempre più persone volevano sentire di ‘avercela fatta’” dice la signora Wright. “Un ettaro consentiva alla gente di costruire la casa dei propri sogni”.

Ma la casa da sogno diventava sempre più grande, in larga misutra perché la regione di Washington diventava sempre più ricca, con una famiglia su quattro che guadagnava 100.000 dollari l’anno o più, secondo il censimento 2000. un residente su cinque ha un titolo di studio superiore. Nella Montgomery County, la grossa circoscrizione del Maryland che comprende Potomac, negli anni Novanta c’è stato un incremento del 42% delle famiglie con reddito superiore a 200.000 dollari l’anno. La miscela tradizionale, per Washington, di professionisti di alto livello, avvocati, lobbisti, giornalisti, medici, si è ingrassata nel corso del decennio. Durante il boom delle tecnologie avanzate, parecchie grosse imprese hanno trasferito i propri quartieri generali nella regione.

La O’Neill Development Company, che costruisce case di alto livello da trent’anni, ha cercato di mantenere il passo. Nei primi anni ’80 le sue nuove case in media erano da 300 a 500 metri quadrati. Nei primi ’90 O’Neill costruiva case con spazi da 450 a 650 metri quadri. Negli interventi più nuovi si va da 650 a 1.000 metri quadri. Anche i prezzi sono saliti, da circa mezzo milione a molti milioni, naturalmente a seconda delle dimensioni. In molti casi, i soffitti si sono alzati da due metri e mezzo a tre e mezzo o più, i garages sono cresciuti da due a tre auto, e il numero delle stanze da letto è balzato da quattro a sei.

Nel frattempo, il numero medio di persone nella case di Potomac è sceso negli ultimi due decenni, secondo gli uffici urbanistici di contea, a poco più di tre.

”Abbiamo rilevato che la superficie coperta di queste mega-case è raddoppiata negli ultimi vent’anni” dice Callum I. Murray, direttore dell’ufficio di pianificazione regionale del Potomac.

Alcune delle dimore più nuove e più grosse, con i loro campi da tennis, piscine e accessi rotabili semicircolari asfaltati, occupano la maggior parte del lotto da un ettaro.

”Alcuni proprietari hanno lasciato tanto poco spazio per il verde che secondo me quelle case non invecchieranno con eleganza” aggiunge Murray. “Certe case non si adatteranno mai al paesaggio. Scopriamo che la gente ora vuole case esposte rispetto alla strada. Qualcuno chiede ai costruttori di creare una piccola collina sulla proprietà, così da poter collocare la casa sulla cima.”.

Un caso emblematico è la villa in stile neo-italiano da 1.400 metri quadrati e 3,5 milioni di dollari, in via di completamento sulla River Road, la strada principale di Potomac. L’edificio è stato costruito come speculazione, e messo sul mercato da qualche settimana. La cavernosa stanza da letto principale ha un soffitto voltato a botte alto 5 metri e mezzo. In cucina c’è un banco di lavoro centrale per la preparazione dei cibi lungo quattro metri a due livelli, con posto per otto persone a sedere.

”La gente ha soldi. Queste sono persone che vogliono mostrare come vivono” ci dice il costruttore, David Niroo

E cosa ci fa, poi, la gente, nelle grandi case? Gopal Ahluwalia, vice presidente con incarico per le ricerche alla National Association of Home Builders di Washington, studia il problema da decenni

”Si usano la cucina, il soggiorno, e le camere da letto” dice. “Oltre a questo, c’è un uso molto limitato della casa”.

Né i proprietari utilizzano quello spazio per grandi quantità di divertimenti. “Non c’è evidenza che le persone delle grandi case invitino i vicini più di quanto non facciano quelli che stanno nelle case piccole” aggiunge.

E per le stanze che sono utilizzate regolarmente, ci sono bisogni di allestimento particolari, il primo dei quali è un arredamento degno dei giganti di Brobdignag nei viaggi di Gulliver.

Un soggiorno supersize, dicono gli arredatori, richiede un divano altrettanto grande. “Se si usassero aredamenti di dimensione standard in queste case, sembrerebbero strani, fuori scala, e apparirebbero come cose di basso livello” afferma Debra Drake, consulente arredatrice per la Montgomery County della Kreiss Interior Design, impresa californiana che commercializza grossi arredamenti per grosse case.

La Kreiss vende sedie da pranzo sette centimetri più larghe e profonde di quelle usuali, e divani trenta centimetri più lunghi e venticinque più profondi di quelli standard (e più cari di 2.000 dollari).

Quasi tutti i principali elementi d’arredo sono imbottiti con stoffe a colori neutri, beige e crema. “Ci piacciono a tinta unita” dice Mike Kreiss, presidente della ditta, “così i mobili non spiccano come una balena spiaggiata in mezzo a un hangar d’aeroporto”.

La principale ragione per cui i Banner si sono trasferiti quattro anni fa, dall loro casa di 400 metri quadri all’attuale di Potomac da 850, è che la signora Banner aveva bisogno di spazio per il suo studio.

”Per me era una vera necessità” dice la signora, che ora ha due dipendenti che lavorano con lei al terzo piano della casa. Lei e il marito hanno due figlie, di 8 e 6 anni.

Mrs. Banner, ha 37 anni, ed è mediatore immobiliare specializzato nell’area di Potomac. Mr. Banner ha 47 anni, ed è un costruttore che opera prevalentemente nella stessa zona. Il loro reddito familiare è superiore a 500.000 dollari l’anno.

Questo reddito, dice la signora, spiega anche la grande casa.

”Possiamo permettercela, e dunque perché no? Se non è un cattivo alloggio e ti dà un’oasi a cui tornare, perché no?”.

Le giovani Banner, Erica e Danielle, hanno le loro stanze e bagni propri. Ma la signora ha notato che le ragazze di solito dormono assieme nel letto doppio di Erica.

”Da ragazza, ho sempre una stanza tutta mia” dice la signora Banner. “Comunque, ora lo spazio non è un problema: se non vogliono stare insieme, non sono costrette”.

Mi sembra sempre più evidente che nei tempi prossimi il nodo delle questioni legate alle prospettive della cultura architettonica non si troverà nel confronto tra le eredità della tradizione e le aspettative del futuro. (Un tema al quale in anni scorsi è stata prestata un'attenzione a volte eccessiva). Ci sarà piuttosto un duro contrasto tra due modi di affrontare l'avvenire: tra vera e falsa modernità. Modernità versus rnodernizzazione. Proponendo di definire l'una e l'altra con questi termini Mi rendo conto che certo non sono i più adatti per differenziarle senza equivoci. Ho chiesto aiuto per trovarne una migliore definizione. Dubito però che l'alternativa moderno/contemporaneo porti a fare maggiore chiarezza al di fuori di una cerchia limitata o un numero ristretto di addetti ai lavori. Forse si potrebbe distinguere architettura per la democrazia e architettura per il mercato.

Non sono affatto in pochi, tecnici e politici, a presumere che per conquistare un progresso basti applicare novità tecnologiche o realizzare infrastrutture senza curarsi di programmarle in un piano che superi l'ambito settoriale. I danni che facilmente ne derivano si considerano prezzo inevitabile da pagare se non si vuole cadere nell'immobilismo. In genere gli architetti la pensano spesso diversamente, però con argomenti che, lo si voglia o no, finiscono per offrire un sostanzioso sostegno a quel rozzo modo di procedere. A partire dal maggior numero dei progettisti più in vista, si diffonde dilagando il pregiudizio che la complessità e la velocità delle trasformazioni urtane siano diventate tali da rendere impossibile regolarle E da tempo, non solo nel nostro campo, viene largamente condivisa la sfiducia in quale che sia idea di progresso. Non ci sarebbe altro da fare se non interventi episodici, appariscenti o addirittura spettacolari molto più che contrassegnati dall'utìlità.

Così é la modernizzazione, agguerrita e aggressiva in misura non paragonabile con le assai meno virulente nostalgie revivalistiche dei protopostmoderni, ora sulla via del tramonto. L'una e le altre, all'offensiva o di rincalzo, non smettono d'attaccare su due fronti l'architettura moderna, anche dopo averne ripetutamente annunciato la fine. È noto che Charles Jencks non ebbe dubbi nel certificarne la morte a St.Louis, Missouri, alle 3.32 pomeridiane del 15 luglio 1972, quando si attuò la prevista decisione di demolire, facendolo saltare in aria, un complesso di abitazioni a basso costo progettato da Minoru Yamasaki. Adesso catastroficamente Paolo Desideri ( La Repubblica, 9/1/2004) nel crollo delle Twin Towers - altra opera di Yamasaki, inseguito dal malaugurio - vede "collassare disperatamente e definitivamente la stagione della modernità, portando per la prima volta agli occhi di tutti la sua indecente fragilità, la sua complessiva insostenibilità. Una sorta di drammatica e plateale epifania della pericolosità e della inaffidabilità della tecnologia modernista e delle certezze granitiche sulle quali la cultura moderna, con un troppo scontato positivismo, aveva costruito la sua architettura fisica, sociale, descrizione anche economica". Ma dalle sua stessa descrizione è lecito arguire che questa volta si sia trattato d'una caduta della modernizzazione piuttosto che dell'estinzione della modernità.

In realtà la ricerca paziente dell'autentica architettura moderna non s'interrompe. Procede provando e riprovando, ora con slancio ora con lentezza, tra difficoltà che non vengono nascoste, con la coscienza di svolgersi in un'età di incertezze. Però mantiene fermo l'impegno di portare il suo contributo per raggiungere migliori condizioni di vita e perché ogni progetto concorra alla costruzione di una città rinnovata. Solo qualcuno in qualche momento può vanamente essersi illuso di far leva sull'architettura e mettere così in moto un rivolgimento nella società. Ma l’assiduo lavoro di coloro quali invece sono stati consapevoli dei limiti dei loro interventi e hanno agito affinché l'architettura rispondesse alle richieste progressive della società, presenta un bilancio apertamente ìn attivo. Basta vedere case attrezzature per servizi d'ogni genere com'erano un secolo fa e come sono oggi. Certo il risultato dipende da molteplici fattori, ma è altrettanto certo che per questo le esperienze dell'architettura funzionale hanno avuto un ruolo tutt'altro che secondario.

Un punto di partenza di queste esperienze é stato seguire un metodo e criteri unitari per progettare oggetti d'uso, edifici, :sistemazioni urbane, dando per scontato che ai tre livelli, a causa delle differenze delle condizioni e delle resistenze che s'incontravano, le ricerche sarebbero andate avanti con tre velocità. Oggi il rinnova mento della produzione utilitaria di mobili e suppellettili può dirsi compiuto e, per lo meno in paesi dell'Europa centrale e settentrionale, la qualità diffusa nell'edilizia è notevolissima. Invece per la progettazione urbanistica lo scarto tra elaborazione culturale e problemi con i quali misurarsi è ancora considerevole; forse si è addirittura allargato. Non dipende soltanto dai tempi prevedibilmente più lunghi della ricerca in questo campo. Mentre stava uscendo dalla fase di rodaggio, i dati delle questioni da affrontare sono rapidamente cambiati e ingigantiti. A guerra finita, ci si è trovati a dover riparare distruzioni quante l'Europa, nella sua storia millenaria, non aveva mai visto. Poi sono sopravvenuti trasferimenti di popolazione dalle campagne nelle città, motorizzazione di massa, sviluppo delle attività terziarie, correnti migratorie da paesi lontani, problemi di tutela ambientale e di risparmio energetico, diffusione di nuovi strumenti per comunicare, globalizzazione.

Sono ostacoli che potrebbero indurre a gettare la spugna, giudicando che le trasformazioni dei luoghi che abitiamo non siano più regolabili se non entro ambiti circoscritti, caso per caso. Atteggiamento rinunciatario che é quasi inevitabile porti a subire e assecondare la reazione politica neoconservatrice. Martin Pawley ha scritto esplicitamente: "Il postmoderno è l'architettura di Friedman e della Thatcher come indiscutibilmente il modernismo era l'architettura di Keynes e di Attlee". Sarebbe facile estendere l'illazione ai giorni e ai fatti nostri. E se l'assenza del progetto è tipica di società arretrate, anche per noi la riluttanza a farne uso coerente e costante nel quadro di programmi più vasti é interpretabile come segno di debolezza e di declino. Sarebbe una conferma di quanto autorevolmente ha detto di recente Guido Rossi: " Siamo un paese che non cerca la modernità, ma annusa in fretta l'ultima moda, confondendo l'una con l'altra".

Viceversa difficoltà, complicazioni e imprevisti con cui ha dovuto fare i conti la cultura urbanistica possono dare spiegazioni oggettive dei suoi ritardi, sollecitando a non mollare, a tenere ancora fermo quanto Giovanni Michelucci affermò in un libro-intervista: "Essere architetto vuol dire pensare la città come fine di ogni atto progettuale". Sono tanti, per scarsezza di mezzi, a non essere in grado di provvedere da soli a soddisfare esigenze anche elementari e hanno bisogno di una città che sia organizzata in modo da funzionare bene. Questi, prima di altri, sono i destinatari di ogni progetto che, improntato ad autentica modernità, allo scopo di liberare da condizioni sfavorevoli e ridurre disuguaglianze, tenda a mettere ordine nell'assetto urbano. `Massimiliano Fuksas intitola un suo libro Caos sublime; ma Paolo Sica, valoroso urbanista laureato a Firenze con Quaroni, recensendo Progetto e destino di Argan, scrisse che "per l'architettura assumere il caos ad evento-modello significherebbe autodistruggersi".

Tra coloro che hanno seguito gli insegnamenti di Ludovico Quaroni si riconosce bene la differenza tra quelli che lo hanno avuto docente di urbanistica oppure invece di progettazione architettonica. Ai primi egli ha trasmesso l'attrazione verso il modo di costruire la città medievale. L'ammirazione per il sistema di organizzarla, fondato su regole precise ma flessibilmente adattabile, con un tessuto edilizio formato attenendosi con varianti alla ripetizione d'un tipo non complicato, tuttavia già al suo interno capace di contenere più d'una funzione; la residenza, il commercio, l'attività produttiva artigianale. (Un tipo analogo si sarebbe ritrovato lungo i canali seicenteschi della borghese Amsterdam, non a caso così diversa dalle città sue contemporanee dominate da un'autorità). Nei panorami urbani medievali i monumenti risaltavano come espressioni non solo di potere ma anche, forse più, di aspirazioni collettive della comunità. Strade e piazze componevano una rete di tracciati gerarchicamente differenziati, non un disegno di scacchiera o altra figura geometrica, mentre una serie articolata di passaggi conduceva per gradi dallo spazio pubblico aperto a tutti fino a quello riservato alla vita intima delle persone.

Una bella sfida provarsi a restituire qualità non dissimili alla città moderna. Con tutt'altri modi, tutt'altre forme, tutt'altri strumenti. Lo sviluppo dell'industria li ha rivoluzionati. Ha però portato a elaborare un metodo progettuale dal quale gli architetti hanno da imparare e ha messo a disposizione una quantità di prodotti neppure paragonabile a quella del passato. Forse proprio da qui - dall'ideare a tutte le scale elementi componibili per associarli nelle più svariate combinazioni - può trovarsi una chiave che renda compatibili unità e diversità, standardizzazione e ricerca d'identità, ordine e mutamento incessante. Un'ipotesí di lavoro che vale la pena di sperimentare.

vedi anche la lettera di Fabrizio Bottini

Spesso si è osservato che le proteste contro alcuni danni ed eccessi della grande distribuzione si limitano ad una difesa corporativa: i commercianti locali (i bottegai, per chi non li ama) e altri gruppi si oppongono al nujovo supermercato, centro commerciale, ingresso di operatore esterno, solo per stretti motivi di interesse. Se questo è senz'altro vero, e pure abbastanza ovvio, è pur vero che - visti i risultati - almeno non si può dire che il commercio con base locale (preso nel suo indieme) abbia fatto danni aprticolari, e anzi come ci ha insegnato Jane Jacobs può essere un elemento vitale nei rapporti comunitari. Il testo che segue tenta appunto di esaminare in breve e in modo parallelo i due aspetti: la vita del territorio e della comunità in un contesto fose diverso da nostro ma potenzialmente simile, e il ruolo pure potenzialmente contrapposto delle due "corporazioni". La grande e la piccola. (fb)

Titolo originale Littering America with Dead Malls and Vacant Superstores – traduzione di Fabrizio Bottini

Non è un segreto che, da quando le grandi catene di distribuzione hanno preso possesso della maggior parte del commercio, si sono lasciate alle spalle una scia di centri città mezzi vuoti, imprese familiari coi battenti chiusi, e residenti dei quartieri che anche per gli acquisti di base dipendono dal grande centro commerciale autostradale o dal negozio big-box, che sono obbligati a raggiungere in macchina.

Ora le stesse catene di distribuzione stanno assestando alle comunità un secondo colpo: lasciano i centri esistenti, per realizzarne degli altri più grossi, abbandonandosi dietro enormi gusci vuoti e ettari di asfalto.

Ora i centri commerciali fantasma e i Superstores vuoti stanno sparpagliati per l’America come spazzatura. A livello nazionale si tratta di cinquanta milioni di metri quadrati di spazio commerciale che se ne sta lì: l’equivalente di circa 4.000 centri commerciali.

Parte del problema è che le catene di distribuzione stanno costruendo nuovi punti vendita ad un ritmo incostante, creando un eccesso di offerta. Solo negli ultimi 12 anni, lo spazio commerciale pro capite è aumentato del 34 per cento, da 1,5 a 2 metri quadri. Molte comunità hanno più spazi commerciali di quanti i residenti possano sostenere, e inevitabilmente si verificano dei vuoti.

L’altra parte del problema è che le compagnie si sentono obbligate a reinventarsi o gni dieci anni o giù di lì, abbandonando i punti vendita esistenti per nuovi formati. Prima c’erano strip-malls affacciati sul filo stradale, che poi hanno dato luogo ai centri commerciali enclosed, “introversi”. In seguito si sono succedute varie ondate di centri commerciali regionali sempre più grandi. Centinaia di malls della prima fase, hanno chiuso negli anni Ottanta a causa della prima ondata di negozi big-box.

Negli anni Novanta gli stessi big-box hanno cominciato la propria muta della pelle, lasciando liberi gli spazi esistenti per costruire negozi più grandi. Come risultato, la sola Wal-Mart ha abbandonato vuoti quasi 400 negozi: più di 3 milioni di metri quadri di spazio commerciale, circondati da migliaia di ettari di asfalto.

L’esperienza di Macon, Georgia, forse non è tipica, ma comunque istruttiva. Questa piccola città ospita tre carcasse Wal-Mart, due delle quali superano i 10.000 metri quadrati: più del doppio di un campo da football e il triplo della dimensione di un classico supermarket, e questo senza contare i grandi piazzali a parcheggio. Come la maggior parte dei 34 negozi Wal-Mart abbandonati della Georgia, i tre di Macon avevano chiuso i battenti dopo che la compagnia aveva realizzato due “ supercenters” più grossi, ingoiandosi altro terreno libero.

Anziché diventare vittime del gioco cannibale delle corporations, molte comunità stanno tentando un approccio diverso. Dozzine di amministrazioni hanno bandito i negozi big-box modificando le regole di zoning in modo da prevenire la costruzione di punti vendita oltre una certa dimensione. Altre hanno proibito l’espansione commerciale su aree inedificate, richiedendo invece che i nuovi negozi si collochino nei distretti commerciali del centro e dei quartieri. Molte hanno anche trasferito cespiti fiscali, un tempo destinati a finanziare nuove strade e altre infrastrutture che favorivano una crescita sprawl, verso il sostegno al commercio nelle aree centrali.

Alcune stanno iniziando anche a vedere i vantaggi di lavorare insieme alle amministrazioni confinanti per costruire una visione condivisa di sviluppo. Anziché impegnarsi in una competizione fra chi perde e chi perde, per allargare la base imponibile, i residenti della regione di Cape Cod in Massachusetts hanno creato la Cape Cod Commission. Si tratta di una agenzia di pianificazione regionale che esamina tutte le proposte di nuova edificazione che possono avere impatti oltre i confini amministrativi delle comunità dove si collocano, compresi i negozi di superficie superiore a 1.000 metri quadrati. Costi e benefici dei nuovi progetti sono valutati attentamente e le proposte emendate per conformarle al piano urbanistico regionale, che incoraggia lo sviluppo di piccoli negozi che impiegano residenti locali e rispondono ai bisogni comunitari.

Stanno emergendo nuove idee anche dal mondo del commercio indipendente. Nel 1998 i piccoli imprenditori di Boulder, Colorado, hanno formato la Boulder Independent Business Alliance, uno sforzo cooperativo per aiutarsi l’un l’altro a sopravvivere e a costruire legami più saldi con la comunità. La BIBA, ora conta più di 150 aziende associate. Attraverso gruppi d’acquisto e campagne pubblicitarie comuni che promuovono i benefici del sostegno alle imprese locali, la BIBA ha decisamente migliorato le prospettive dei suoi appartenenti e reso i residenti consapevoli di quanto importante sia davvero la possibilità di scelta “Locale o di grande catena?”.

Associazioni simili da allora sono sorte in altre città, che comprendono Austin, Salt Lake City, St. Louis, Bozeman (Montana) e Corvalis (Oregon). Queste alleanze lavorano non solo per aumentare competitività e spazi di mercato, ma anche per dare alle imprese indipendenti una voce – di cui c’è gran bisogno – per influenzare le decisioni del governo locale. L’associazione di Salt Lake City, per esempio, ha giocato un ruolo chiave nel bloccare sussidi pubblici a un nuovo mega-mall. Senza sussidi, alla fine il progetto è stato cancellato.

Una nuova organizzazione, la America Independent Business Alliance, mira a congiungere questi sforzi entro una coalizione nazionale che non solo seminerà e coltiverà e metterà insieme future associazioni locali di impresa, ma creerà una contro-forza politica rispetto alle lobbies dei grandi gruppi che promuovono molti dei dannosi sussidi che producono sprawl e proliferazione delle grandi catene.

Questi sforzi saranno ampiamente ripagati, nel lungo periodo. A differenza dei superstores a briglia sciolta, i distretti commerciali tradizionali sono esistiti per centinaia di anni e possono durare altrettanto. Le singole attività possono anche andare e venire – il negozio di ciambelle di ieri diventa oggi il bar dei caffè espresso e pasticceria – ma l’impresa indipendente in sé mantiene un suo ruolo essenziale nel tessuto economico e sociale della comunità.

A differenza delle corporations mondiali, le imprese locali sono possedute da persone che vivono nella comunità e sono interessate al suo benessere. Queste attività sono essenziali per la qualità della vita e l’identità locale, ma hanno di fronte potenti avversari, e questo richiede una azione consapevole per assicurare la loro continuazione. Fortunatamente, molte comunità stanno rispondendo alla sfida, e capiscono che le migliori qualità di una cittadina non vengono dai big-boxes.

Nota: oltre agli altri vari testi di Eddyburg sui temi collegati, si veda per un confronto “internazionale” la protesta dei commercianti napoletani per il nuovo Outletdella moda "Capri Due"di Marcianise. Il sito da cui è stato scaricato l’articolo originale è Reclaim Democracy .

BOLOGNA. La Compagnia dei Celestini è un romanzo di Stefano Benni, questo lo sanno quasi tutti, ma è anche un’associazione di urbanisti bolognesi, e questo lo sanno in pochi. I Celestini, gli urbanisti, esistono dal 2001, e stanno facendo molto, a Bologna, per riportare l’urbanistica al centro di un dibattito pubblico. Promuovono feste per la città cui partecipano centinaia di persone. Organizzano convegni e pubblicano documenti. Raccolgono materiali sul loro sito internet. Godono di un’ottima stampa, e compaiono nelle bibliografie più di quanto ci si aspetterebbe. Sono un piccolo fenomeno, e un fenomeno molto bolognese, anche se è difficile dire esattamente in cosa. I quattro Celestini che incontro a Bologna, Alessandro, Chiara, Francesco, Marco, sono tutti poco sopra o poco sotto i trent’anni. Sono un campione rappresentativo di un gruppo che è, per lo più, giovane. Gruppo nato all’indomani della vittoria di Guazzaloca, con l’idea di reagire a un degrado politico e culturale, ma anche a uno «stato problematico della città» (come dice Francesco) che, nell’esperienza professionale di molti di loro, caratterizzava già gli anni della giunta Vitali. Marco: «abbiamo cominciato a ragionare sul perché la città andava così male, su cosa potevamo fare con il nostro sapere». Il cosa fare assume prima la forma di una discussione serrata, un tentativo di coinvolgere altri in un dibattito più ampio, poi diventa un’associazione, che oggi conta più di ottanta iscritti e centinaia di simpatizzanti.

I Celestini hanno molte idee su Bologna e le fanno circolare. Si oppongono ai progetti per la nuova metropolitana, mezzo di trasporto troppo costoso e rigido, e per il «tram», veicolo su gomma a guida vincolata che (dicono) avrà una capacità inferiore ai mezzi che attualmente servono la stessa direttrice est-ovest. Vorrebbero una seria politica contro le auto e più investimenti sul sistema ferroviario metropolitano. Discutono il nuovo «piano struttura», poco capace di costruire scelte condivise, che urbanizza nuove aree invece di giocare la carta della riqualificazione, ed è incapace di rispondere alle domande poste dalle sue stesse analisi (calo demografico, crescente immigrazione). Ritengono urgente l’avvio a Bologna di una politica strutturale di interventi per la casa. Contestano le scelte compiute per molte aree strategiche: il parcheggio di interscambio nell’area ex Saveco, strategica per un eventuale ampliamento dei giardini Margherita; la nuova sede dei servizi del Comune nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo, in un luogo che per facilità di connessioni sarebbe più adatto a ospitare funzioni rivolte a un’utenza non locale.

Bologna si trasforma oggi, dice Alessandro, «consumando opportunità, senza che le trasformazioni della città siano di qualche interesse pubblico, portino qualche beneficio». Al centro del suo discorso e di quello dei Celestini è un’idea di cittadinanza, di bene collettivo. Ciò che spinge il gruppo a uscire allo scoperto sulle trasformazioni urbane nasce, lo si vede, da una pratica quotidiana dei meccanismi del piano. Tre delle quattro persone che ho davanti lavorano negli uffici della Provincia di Bologna (è lì che si raccoglie alla fine degli anni novanta un primo nucleo di soci fondatori). La loro è l’esperienza di chi sa in che modo le scelte tecniche possono essere condizionate dal gioco dei poteri urbani, e vuole rendere consapevole di tutto questo un pubblico più vasto. Francesco: «di quest’esperienza mi interessa soprattutto il fatto di far capire anche a persone che non conoscono le cose tecniche dell’urbanistica che hanno la possibilità di influire sui processi di trasformazione».

Questa attenzione al dato tecnico, unita a uno spiccato senso dell’attivismo radicale, dell’incursione creativa, fornisce la peculiare cifra culturale dei Celestini ed è una delle ragioni principali del loro successo. I Celestini sanno comunicare in molti modi, per esempio facendo un modello di Bologna tutto di pezzi di mortadella, ma quando c’è da essere pragmatici, attenti ai fatti e ai numeri, non si tirano indietro. Sanno che è grazie a questo stile intellettuale che si sono conquistati credibilità e una capacità di parlare in modo trasversale a diversi schieramenti politici. E questo a dispetto di posizioni che in alcuni casi sono obiettivamente di rottura rispetto alle politiche recenti, anche della sinistra. Come se l’insistere su un discorso fortemente tecnico, che ai politici non è sempre familiare, permettesse un rimescolamento delle carte, delle alleanze. Marco: «nei partiti, specie quelli piccoli, non c’è modo e tempo per ragionare sulle questioni urbanistiche, i politici non hanno gli strumenti. Il lavoro che abbiamo fatto in questi anni è stato importantissimo anche per la loro crescita».

I Celestini non sono un gruppo compatto. Hanno molte posizioni, e nei loro documenti, in controluce, lo si vede. Marco: «ogni documento che rendiamo pubblico viene discusso, limato, rivisto, è un lavoro che comporta una fatica immane». Collocarli su un’ipotetica mappa dell’urbanistica italiana non è ovvio. C’è in molti loro testi un’idea forte del «piano», del «pubblico», delle «regole». Ci possono essere nomi che nei loro documenti compaiono più spesso di altri, per esempio Edoardo Salzano o Francesco Erbani. Uno dei loro ultimi scritti si apre con una lunga spiegazione di che cos’è la rendita fondiaria urbana, proprio come accadeva in Amministrare l’urbanistica di Giuseppe Campos Venuti, anno di grazia 1967: un libro che ha significato molto per Bologna. Tutto questo può aiutare a circoscrivere un ambito culturale, a tracciare alcune radici, ma, nel caso dei Celestini, quello che colpisce è la capacità di non rispettare totalmente questi confini, di lasciare aperto il campo a qualche scostamento.

Che cosa accadrà ora se Cofferati dovesse vincere le elezioni, non lo sanno. Danno l’impressione di essere in attesa, consapevoli che potrebbe esserci una svolta. In questi anni, con la sinistra all’opposizione, il loro ruolo è stato quello di portatori di una critica tecnica e culturale, capace di ricollocare l’urbanistica sulla scena dell’attenzione pubblica con una determinazione e un’efficacia poco consuete. C’è spazio ora per uno spostamento verso un impegno più esplicito in ambito politico, o magari, chi lo sa, professionale? Marco: «certo questa che si sta avvicinando è una scadenza importante...». Chiara: «magari continueremo proprio così, nel nostro ruolo da vigile urbano». Che, nella filastrocca di Gianni Rodari, è appunto quello che «ferma i tram con una mano».

.FILIPPO DE PIERI

I Celestini incontrati il 16 aprile 2004 sono: Alessandro Delpiano, Francesco Evangelisti, Chiara Girotti, Marco Guerzoni. Sito internet: www.celestini.it

La storia della città è la storia di diverse forme di organizzazione dello spazio. Non esiste LA città, ma LE città soltanto. La polis greca NON è l´urbs, tanto meno la civitas; la città mediterranea medievale Non è quella barocca; la città moderna Non è la metropoli contemporanea, e quest´ultima NON è la «città» dove ora abitiamo. La città mediterranea è anti-classica, non «applica» alcuno schema ideale, concresce nell´uso, nel determinarsi temporale delle sue funzioni. La città moderna ne costituisce il violento superamento: essa impone sullo spazio-tempo della città medievale un Ordine a priori, una Forma a priori, fondati, sempre più chiaramente, sulla sinergia tra fabbrica e mercato, spazio di produzione e spazi di scambio e consumo. Il tempo del rapporto produzione/consumo regola tutti gli altri; la sua logica viene applicata ovunque, dalla scuola, all´ospedale, al teatro. Possiamo parlare di «attrazione ipnotica» esercitata da essa su ogni funzione e ogni aspetto della vita collettiva.

La città moderna, nel suo evolversi metropolitano, irradia dal suo centro, travolgendo ogni antica persistenza. I suoi insediamenti divengono «casi» del suo sistema irradiante, lungo gli assi centro-periferia. Ma si assiste ad un fenomeno che, ad un certo punto, appare irreversibile: questa espansione si fa sempre più occasionale, sempre meno programmata e governabile. Quanto più la «rete nervosa» metropolitana si dilata, quanto più divora il territorio circostante, tanto più il suo «spirito» sembra smarrirsi; più essa diventa «potente», meno sembra in grado di ordinare-razionalizzare la vita che vi si svolge. L´intelletto metropolitano, il suo Nervenleben, subisce una sorta di «crisi spaziale» - che è perfettamente analoga a quella che subisce lo Stato Leviatano, lo Stato moderno nella sua sovranità territorialmente determinata. I poteri che determinano la crescita metropolitana faticano sempre più a «territorializzarsi», a «incarnarsi» in un ordine territoriale, a dar vita a forme di convivenza leggibili-osservabili sul territorio, spazialmente. (E´ immaginabile un mondo-metropoli? Nel 1950 erano 83 le città con più di un milione di abitanti, di cui 49 nei paesi industrializzati; oggi sono 300; nel 2015 saranno 33 almeno le «città» con più di venti milioni di abitanti, di cui 27 nei Paesi più poveri).

La perdita di «valore simbolico» della città cresce proporzionalmente: assistiamo, o ci sembra di assistere, ad uno sviluppo senza meta, cioè, letteralmente, insensato, ad un processo che non presenta alcuna dimensione «organica». E´ davvero la metropoli dell´intelletto astratto, del general intellect, dominato soltanto dal «fine» della produzione attraverso la produzione e dello scambio di merci. E´ assolutamente «naturale» che il «cervello» di un tale sistema consideri ogni elemento spaziale come un ostacolo, un´inutile zavorra, un residuo del passato, da «spiritualizzare», da «volatilizzare». Ma, nello stesso tempo, e per la medesima ragione, ciò produce l´improgrammabilità dell´«occupazione» del territorio. Il territorio, letteralmente, non conosce più alcun Nòmos (poiché Nòmos, Legge, significa all´origine, appunto, suddivisione-spartizione-articolazione di un territorio o «pascolo», nomòs, determinato).

La città è ovunque: dunque, non vi è più città (?). Non abitiamo più città, ma territori (territori da terreo, aver paura, provare terrore!?). La possibilità stessa di fissare confini alla città appare oggi inconcepibile, o, meglio, si è ridotta ad un affare puramente tecnico-amministrativo. Chiamiamo città quest´«area» per ragioni assolutamente occasionali. I suoi confini non sono che un mero artificio. Il territorio post-metropolitano è una geografia di eventi, una messa in pratica di connessioni, che attraversano paesaggi ibridi. Il limite dello spazio post-metropolitano non è dato che dal «confine» cui è giunta la rete delle comunicazioni; man mano che la rete si dirada possiamo dire di «uscire» dalla post-metropoli, ma è evidente che si tratta di un «confine» sui generis: esso esiste soltanto per essere superato. Esso è in perenne crisi.

Certo, polarità esistono ancora in questo «spazio»; esistono ancora attività che possiamo definire «centrali», e che orientano intorno a sé le forme di connessione, la mobilità, ecc. Ma sempre più queste polarità possono organizzarsi ovunque. Gli «eventi» prodotti dalle decisioni di investimento produttivo, commerciale, amministrativo, ecc. possono localizzarsi ormai senza tener conto degli assi tradizionali di espansione della città. I ruoli di centro e di periferia possono scambiarsi incessantemente. Ma tutto ciò avviene occasionalmente, o sulla base di logiche mercantili e speculative, che rifiutano ogni «griglia» precostituita di funzioni. Il territorio continua a «specializzarsi», ma al di fuori di ogni progetto complessivo. E´ davvero la morte di tutte le «codificazioni» del Movimento Moderno, del suo pensare la città come aggregazione successiva di elementi, dall´abitazione all´edificio, al polo funzionale, alla città intera come «contenitore di contenitori». E´ la morte di ogni astratta tipologia. Che significa? E´ necessariamente la fine di ogni «forma» comunitaria, o un processo di «liberazione» dai vincoli che la caratterizzavano? (?) In altri termini: il territorio post-metropolitano è la negazione di ogni possibilità di luogo, o potranno «inventarsi» luoghi propri del tempo in cui la sua vita sembra essersi risolta?

Dobbiamo affrontare questo paradosso filosofico ed estetico. L´energia che sprigiona il territorio post-metropolitano è essenzialmente de-territorializzante, anti-spaziale. Certo, è possibile affermare che questo processo era già iniziato con la metropoli moderna, ma oggi soltanto tende ad esprimersi nella sua compiutezza.

Volete guidare l'auto del futuro? E' giapponese o, forse, americana. Volete un miracoloso ritrovato della nuova medicina, che ripari il vostro Dna? Il rimedio è svizzero, inglese, americano, magari belga. Credete nel futuro dell'infinitamente piccolo e vi incuriosisce un nanomotore, grande quanto una molecola, capace di alzare pesi e di lavorare in squadra con altre nanomacchine? Vi può capitare di leggere l'annuncio della scoperta in italiano, ma, per vederla realizzata, meglio guardare alla California. A casa nostra, facciamo, invece, raffinati vasi di plastica o scarpe con i buchi per non far sudare i piedi. Roba buona, a volte geniale, che spesso si vende benissimo, ma che si copia in un baleno o che dura sul mercato solo finché la sorregge l'ispirazione. Low-tech, come si dice, perché di nuovo, che gli altri devono imparare, c'è poco. Ovvero, per usare il gergo degli economisti, il contrario di quei settori di alta tecnologia, "a forte processo di apprendimento - spiega Mario Pianta, docente di Economia dell'Innovazione a Urbino - che assicurano rendimenti crescenti e balzi di produttività". E che sono, nel mondo di oggi, dove la parola d'ordine del futuro è "knowledge economy", economia della conoscenza, la ricetta che rende (e fa restare) ricchi.

Una recente ricerca di una società inglese di consulenza, la Robert Huggins Associates, annuncia che, nei prossimi anni, in tutte le regioni italiane (nessuna esclusa, neanche la Lombardia e il Nord Est) il reddito pro capite perderà terreno rispetto alla media europea: anche chi oggi sta sopra quella media, vedrà ridursi il suo vantaggio. Se i dati daranno ragione alla Huggins, sarà il sigillo dell'inesorabile scivolare dell'Italia nella serie B dell'economia planetaria.

Qualsiasi economista, ormai, predice che, per sola forza d'inerzia, i numeri della crescita economica di giganti come la Cina, l'India, il Brasile, ci spintoneranno, più prima che poi, fuori dal G7, i Sette Grandi, il club dei ricchi del mondo. Ma già oggi siamo fuori da qualsiasi G7 della ricerca e dell'innovazione: la Cina, nel 2002, ha speso 60 miliardi di dollari per la ricerca. Solo Usa e Giappone hanno speso di più. L'India ne ha investiti 19 miliardi ed è fra i primi dieci al mondo. L'Italia, che pure ha un prodotto nazionale più grande dell'una e dell'altra, ha speso per la ricerca 10 miliardi di dollari, meno dell'anno prima. Il problema è che, fra questa classifica e annunci come quelli della Robert Huggins, c'è un rapporto e anche stretto. La serie B, come qualsiasi appassionato di calcio, ormai esperto di Borsa e di plusvalenze di bilancio, sa benissimo, non è solo un problema di prestigio, ma un colpo di scure sulle prospettive di incassi e di investimenti.

Da tre anni, l'economia italiana è in panne. Francia e Germania, come non si stancano di ripetere i ministri del governo Berlusconi, non stanno meglio: la crisi apertasi con gli attentati dell'11 settembre 2001 vale per tutti. Ma c'è una differenza. Fra il 2000 e il 2004, la Germania, nonostante la crisi, ha aumentato le esportazioni del 15 per cento. La Francia del 12 per cento. In Italia sono diminuite del 7 per cento. Perché tanta sensibilità alla congiuntura? Proviamo a guardare le statistiche dall'altro lato. I settori più dinamici del commercio mondiale, negli ultimi dieci anni sono stati: farmaceutica, elettronica di consumo, computer, macchinari elettrici, strumenti di precisione, aerei. Insieme, costituiscono ormai un quarto di tutto l'interscambio. Sono i beni che le statistiche definiscono high-tech, tranne i macchinari elettrici, che rientrano nei beni a media tecnologia e sono anche gli unici in cui l'Italia abbia una presenza significativa.

Nei beni ad alta tecnologia, la quota italiana del commercio mondiale si era già ridotta di un quarto fra il 1996 e il 2000, dal 2,20 all'1,64 per cento. Ormai ce la battiamo con la Spagna. Fra la trentina di paesi dell'Ocse, l'organizzazione dei paesi industrializzati, solo Polonia, Grecia e Turchia stanno peggio. Sono questi, ormai, lontani da qualsiasi zona Champions o Uefa, confinati nella parte bassa della classifica, i nostri avversari. Francia e Germania contano nell'economia globale dell'alta tecnologia per il doppio di noi, la Gran Bretagna per il triplo. La stessa Ocse produce ogni anno una sorta di pagellone della scienza e della tecnologia, che classifica i paesi industrializzati secondo 200 diversi indicatori. Nella stragrande maggioranza, i risultati ci inchiodano nella zona retrocessione. Il primo indicatore, ad esempio, misura gli "investimenti in sapere", dove i ricercatori Ocse sommano la spesa per la ricerca, la spesa per l'istruzione superiore, la spesa per il software. Fra il 1992 e il 2000, gli anni in cui è esplosa la "knowledge economy", il tasso di aumento di questi investimenti, che ne sono il motore fondamentale, è stato in Italia il più basso di tutto il mondo sviluppato. Peraltro, l'unica cosa che è davvero aumentata è la spesa per software: le altre due voci - ricerca e istruzione - sono, di fatto, diminuite. Anche la Republica Slovacca investe in sapere una quota maggiore dell'Italia del prodotto nazionale. Portogallo, Polonia, Messico e Grecia partono più indietro di noi, ma i loro investimenti in conoscenza aumentano dell'8 per cento l'anno, i nostri dell'1,8 per cento. E' solo questione di tempo, perché ci raggiungano.

La conferma viene da quello che gli inglesi chiamerebbero "votare con i piedi". Dove vanno gli agenti portatori della economia della conoscenza: gli studiosi e i ricercatori, che sono il fattore più globalizzato della "knowledge economy" che, a sua volta, è il settore più globalizzato dell'economia globale? Il numero di laureati stranieri che lavora nelle università italiane è pari all'1 per cento del personale universitario di ricerca, come in Messico e in Corea. I laureati stranieri sono il 33 per cento nelle università di Svizzera, Gran Bretagna e Belgio, il 27 per cento negli Usa, il 18 per cento in Danimarca. La strada, del resto, è indicata per primi dai laureati italiani. Il 3-4 per cento di loro, ogni anno, va a studiare e a lavorare all'estero, dove ha più prospettive di ricerca e di carriera, oltre a stipendi che sono, di solito, il triplo di quello che avrebbero in Italia. La stessa percentuale è dell'1 per cento nel resto d'Europa. Non va meglio nel privato: nell'industria italiana ci sono 3 ricercatori ogni mille addetti In Spagna sono 4, la media europea è 5, in Usa, Giappone e Svezia stiamo fra 9 e 10.

Eppure, l'asfissia della ricerca italiana non è (ancora) compiuta. Se si va a vedere il numero di pubblicazioni scientifiche - ad esempio, ma non solo, in un settore nuovissimo come le nanotecnologie (un nanometro è un milionesimo di millimetro: così si misurano i transistor dei chip nei computer) - l'Italia occupa una posizione rispettabile. Anzi, per blandire l'orgoglio nazionale, se si guarda al numero di citazioni - che misurano la risonanza di una ricerca - la classifica italiana è decisamente buona. I guai cominciano dopo. "E infatti - dice Giancarlo Salviati, che lavora all'Imem, l'Istituto Materiali per Elettronica e Magnetismo del Cnr - ci invitano ai convegni, a tenere relazioni, ci pubblicano. Poi, cominciano i problemi. Io, Salviati, posso essere bravo quanto un collega belga, ma se lui ha la macchina e io no, il progetto va a lui. E le macchine costano: in optometria, una macchina per misurare costa 2 milioni di euro e quella per verificare cosa c'è che non funziona ne costa uno. Dopo di che, c'è solo da sperare che non si rompano. Il risultato è lavorare con roba obsoleta: il mio microscopio elettronico ha la bella età di 18 anni". Nei mesi scorsi, l'università di Bologna ha messo a rumore il mondo scientifico, inventando il nanospider, un aggeggio grande quanto una molecola, con tre gambe e tre anelli, capace di sollevare un peso tre miliardi di volte superiore al suo. L'hanno inventato all'università di Bologna, ma, per realizzarlo in concreto, hanno dovuto rivolgersi ai colleghi dell'università di California. C'è un modo per misurare questo scollamento fra scoperta e realizzazione: i brevetti. "Da molti anni - dice Luciano Gallino, l'autore de "La scomparsa dell'Italia industriale" - acquistiamo molti più brevetti di quanti ne produciamo. Inoltre, i nostri sono, per lo più, a basso contenuto tecnologico. Solo il 10 per cento può essere definito high-tech. E' una brutta pagella".

Guardiamo più da vicino. "Dieci anni fa - osserva Mario Pianta - la letteratura scientifica italiana era ancora tutta concentrata su fisica, ingegneria, chimica. Invece americani, svedesi, inglesi, francesi, tedeschi, giapponesi si erano già lanciati sulle scienze della vita - biologia, genetica, medicina - che sono il boom di questi anni". Scontiamo ancora questo ritardo: solo il 2 per cento delle pubblicazioni sulle riviste internazionali di biotecnologia è italiano. Giapponesi e inglesi sono al 10 per cento, francesi e tedeschi al 6, gli spagnoli al 2,6 per cento. E anche nei nostri supposti settori forti, "oggi la Corea vale l'Italia per i brevetti nelle tecnologie intermedie, ma è molto più avanti, ad esempio, su elettronica e computer". Insomma, aggiunge Pianta, "oggi scopriamo di essere arrivati alla stazione con l'accelerato, anziché con l'Eurostar e, così, abbiamo perso la coincidenza. Intanto, però, era arrivata la corriera con i coreani e gli indiani che, quel treno, l'hanno preso". (1-continua)

LA POLITICA fiscale appare allo stato dei fatti il terreno su cui si giocherà la partita decisiva. Berlusconi, di fronte al sentore di una possibile sconfitta è riuscito a imbastire una controffensiva che sarebbe sciocco sottovalutare o irridere. Se è vero che la "svolta epocale" contrabbanda una patacca poiché gli sgravi corrispondono o a tagli niente affatto indolori alla spesa o ad entrate aleatorie, è anche evidente che l´effetto d´annuncio un qualche risultato lo ha raggiunto. Innanzi tutto perché quei "pochi, maledetti e subito" che i contribuenti, chi più chi meno, si troveranno in tasca costituiscono, pur tuttavia, la riprova di una volontà politica imposta dal premier agli alleati riluttanti e all´Europa diffidente.

In secondo luogo il premier, grazie anche al dominio mediatico e ad una soggezione culturale dei suoi avversari, è riuscito ad imporre un disvalore che il centrosinistra farebbe bene, invece, a rovesciare: quello secondo cui la spesa pubblica equivale in toto a spreco e a denaro mal speso.

Non si può purtroppo affermare che l´opposizione si sia dimostrata finora capace di difendere la natura universalistica del Welfare, di proporre le riforme per assicurarne la compatibilità economica, di affermarne il valore unificante e redistributivo del reddito in una società altrimenti frammentata e marcata da ingiustizie accentuate. Il terzo successo che la destra potrebbe incamerare risiede nello slogan appioppato al centro sinistra di "partito delle tasse", che Berlusconi ha cominciato a far rimbombare.

Risposta troppo debole appare quella di suggerire un taglio fiscale, analogo per dimensione a quello berlusconiano ma diversamente modulato, così che un vantaggio differenziale si rifletta sui ceti deboli. Non apparirà mai credibile una opposizione che insegua, pur con qualche correzione, la maggioranza sul suo stesso terreno.

Solo se è in grado di prospettare una strada alternativa il centrosinistra sarà in grado di competere con una credibilità convincente. Prima di ogni altra cosa va riproposto il valore etico della tassazione progressiva e proporzionale, del significato che essa ha per un Paese che aspiri ad educare i suoi cittadini, curarne il diritto alla salute, garantirne la vecchiaia, amministrarne la giustizia, assicurarne l´ordine pubblico, esaltarne il ruolo internazionale e la sua sicurezza, proteggerne la natura e il patrimonio artistico. Tutto questo implica una spesa - la spesa pubblica, appunto - cui corrisponde il contributo fiscale le cui dimensioni e suddivisioni sono democraticamente decise dal Parlamento.

Frasi di scontata retorica repubblicana, potrà dire qualcuno e forse un tempo avrebbe avuto ragione. Ma quella retorica, quelle frasi scontate si son fatte ormai desuete e difficili da pronunciare. Sconciate prima da Tangentopoli, che piegò la spesa pubblica a fini clientelari e corruttivi, svillaneggiate poi dal finto liberismo berlusconiano, esse son finite fuori corso, quasi inavvertitamente. Con la conseguenza che il centrosinistra, assieme alle parole si è lasciato sfuggire i valori che vi corrispondevano, senza più distinguere tra le critiche indispensabili ai difetti e alle storture che si erano sviluppati nella spesa pubblica e nel Welfare e la campagna distruttiva che mira a sradicarli. Così si sono assimilate parole e concetti che non le appartenevano: "aziendalizzazione" quale metro di misura di sanità e scuola; oppure "federalismo" in luogo di "unità nazionale".

È, dunque, indispensabile che l´universo riformista recuperi anche nel linguaggio e nei contenuti le proprie radici e i propri valori. La spesa pubblica vi appartiene di diritto. L´etica fiscale ne deriva. Faccio un esempio.

Gli pseudoliberisti e i loro emuli di sinistra si affannano a ripetere che la spesa sanitaria pubblica è eccessiva e fuori controllo. A Porta a Porta sere orsono Bruno Vespa ha ripetuto senza che nessuno lo contraddicesse che in questo campo si consumano sprechi enormi. Si può convenire su alcune e specifiche voci ma nell´assieme non è così. La spesa pubblica in questo settore rientra nella fascia media dei paesi europei (poco più del 6% del Pil) e lo squilibrio finanziario che essa genera va misurato avendo ben presente che lo stanziamento è in partenza troppo basso in rapporto alle esigenze. I veri mali di cui soffre il nostro Servizio sanitario risalgono al controllo partitocratico della sua gestione, ai tagli nei magri bilanci e alla mancanza cronica di fondi. La "malasanità" costituisce l´eccezione che fa notizia, non la regola del giorno per giorno. Se la sinistra non si fosse innamorata dell´"aziendalizzazione" dovrebbe porre al centro del suo operare un rilancio forte della sanità pubblica allargandola alla sua maggiore carenza: il sostegno e l´assistenza quotidiana agli anziani non autosufficienti il cui numero cresce esponenzialmente con il prolungarsi dell´età media e che oggi gravano in grandissima parte sulle famiglie. Uno schieramento politico che si ponesse questo obbiettivo potrebbe chiedere ai cittadini la reintroduzione motivata di una imposta per la salute, proporzionale al reddito. Ecco cosa intendo per recupero di una etica fiscale riformista.

Per contro non posso nascondere il timore che prevalga nel centrosinistra la proposta di inserire nel programma elettorale una imposta patrimoniale e il recupero di quella sull´eredità. Anche esiziale sarebbe il lasciare la questione in sospeso tra il sì e il no, rinviando la decisione a dopo l´eventuale vittoria. Sol che in questo caso la sconfitta sarebbe scontata in partenza tale il giustificato timore della stragrande maggioranza delle famiglie di venir colpite non nel reddito prodotto, come è giusto, ma attraverso una taglieggiamento che impoverirebbe anno per anno il patrimonio e i risparmi, con la prospettiva della stangata finale ai figli cui tutti aspirano lasciare i frutti di una vita.

Se questa idea fosse solo di Bertinotti essa mi preoccuperebbe per il permanere in una frazione non trascurabile della sinistra di una visione della società italiana, fossilizzata e irrigidita nelle strutture uscite dal XIX secolo: una stragrande maggioranza di proletari, braccianti e contadini poveri che possiedono solo le loro braccia, da un lato, un sottile strato di borghesia impiegatizia e professionale in mezzo e, dall´altro capo della piramide, lor signori (agrari, industriali, finanzieri) dediti allo sfruttamento delle plebi e all´accumulo di ricchezza. Così non è più. Secondo il dato più recente (Rapporto Censis 2004) l´83% delle famiglie vive in casa di proprietà. La corsa all´acquisto si è accentuata negli ultimi anni ad un ritmo superiore alle 800.000 abitazioni all´anno in rapporto anche alle incertezze del risparmio in titoli. Inoltre, "stante la criticità degli affitti, la spinta all´acquisto, diffusa fra i ceti medi, tende ad allargarsi verso le fasce più basse. Più della metà dei 4 milioni di famiglie indebitate lo è per mutui accesi a questo fine".

Orbene la patrimoniale mira a colpire gli immobili, i risparmi in titoli, depositi, azione, gli eventuali beni di consumo durevoli (auto, barche, ecc.). Va tenuto presente che questi beni, quando sono dichiarati (se non lo sono continuerebbero a restare esenti di fatto), vengono già gravati di imposta, sia di tipo patrimoniale (Ici, spazzatura) sia per il reddito prodotto (per es. gli affitti, i dividendi, i profitti sui titoli, i depositi in c/c sono anche tassati, se pur in modo difforme). Inoltre mentre le singole proprietà sono individuabili e valutabili attraverso il catasto, le grandi proprietà immobiliari fanno capo a società per azioni in genere non quotate e tassate in quanto tali. Mi sembra evidente che una patrimoniale suonerebbe come persecutoria per la stragrande maggioranza del popolo italiano. Sarebbe devastante per i ceti medio bassi, irrilevante e di scarso peso per i veri ricchi, ininfluente per chi già evade il fisco. Analogo il discorso sulla reintroduzione d´una imposta ereditaria che, con la rivalutazione degli estimi catastali, cadrebbe anche su chi lascia tre camere e cucina. Oltre al portafoglio verrebbero colpiti anche i sentimenti più profondi e radicati degli italiani.

Vi è, peraltro, chi, come Eugenio Scalfari, suggerisce di introdurre la patrimoniale non certo per vetero classismo ma in seguito al fatto che l´incremento dei valori avrebbe creato una ricchezza patrimoniale statica.

Di qui l´esigenza di "prelevarne una quota". Sono quasi sempre d´accordo con Scalfari ma questa volta mi corre l´obbligo di esprimere una profonda perplessità, sia per le obiezioni già esposte (sono beni già tassati e di larghissima fruizione), sia perché non sono affatto convinto che la diffusione della proprietà edilizia non produca effetti produttivi sia diretti (quand le bâtiment va tout va) sia indotti, dagli elettrodomestici all´arredamento.

Comunque se simili idee seguiteranno ad aleggiare attorno ai programmi del centrosinistra i primi a rallegrarsene saranno - come ha scritto un´agenzia economica svizzera - i banchieri elvetici che vedranno i capitali italiani riprendere la via delle Alpi.

Esiste un´altra strada per alimentare le finanze pubbliche: colpire l´evasione e colmare la macroscopica divaricazione tributaria tra paese apparente e paese reale.

È stato Tremonti che recentemente ha ricordato come in Italia risultino solo 1181 persone che dichiarano un reddito pari o superiore ad un milione di euro (2 miliardi di lire) e solo 16.000 (per l´esattezza 15.953) con un reddito di 300mila euro (600 milioni di lire). Una cifra ridicola, paragonata, ad esempio, alla immatricolazione lo scorso anno di 220.000 grandi imbarcazioni da diporto e superstrada di grossa cilindrata.

L´Agenzia delle entrate valuta che sfuggano al fisco almeno 100 miliardi di euro. Ci si potrebbe chiedere se questa macroscopica evasione costituisca un fenomeno della natura contro cui i governi imprecano ma nulla possono. In realtà, poiché la fuga dal fisco si colloca nel grande bacino delle cosiddette attività autonome, basterebbe attivare almeno i controlli sulle dichiarazioni compilate in base agli "studi di settore", inventati da Augusto Fantozzi, quando era ministro delle Finanze di centrosinistra, per contrastare efficacemente l´evasione. Si tratta di un metodo di calcolo incrociato del rapporto tra fatturato, magazzino, numero dei dipendenti, metri quadri, vetrine, energia consumata, collocazione dell´esercizio od ufficio.

Su questa base il contribuente, inserendo i dati nel computer, ricava il "reddito lordo congruo" da cui dedurre le spese documentate. Se, però, i dati che inserisce non rispondono al vero, il reddito risulta più basso. Qui scatterebbe l´obbligo di controlli di massa, facilitati dalla computerizzazione, ad opera della Guardia di Finanza.

Il peso politico delle categorie interessate a una applicazione distratta degli "studi di settore" è però tale che la destra preferisce abbondare in condoni e predicare il taglio delle tasse, mentre la sinistra lascia libera circolazione a minacce di patrimoniale, tasse sulle "grandi ricchezze", imposte sulle successioni ed altri armamentari di varia demagogia.

Mi qualifico e lui di rimando: «Ma allora lei non è il Tale giornalista?»

- No, sono Vittorio Emiliani, giornalista, e vorrei alcune delucidazioni...

- No, se è lei e non quell’altro, non le rispondo.

- Come non mi risponde? Sono giornalista, ho diretto il “Messaggero”, se permette.

E sono stato anche membro del Consiglio Nazionale dei Beni culturali. Lei deve rispondermi.

- Ah, dunque lei mi minaccia...

Facciamo un passo indietro. Nel maggio scorso il ministro Giuliano Urbani ha deciso una turbinosa girandola di rimozione (vere), di promozioni (spesso fasulle), di trasferimenti e conferme, che ha suscitato un’ondata di proteste: Francesco Scoppola rimosso dalla Soprintendenza regionale delle Marche (dove operava con alacrità e rigore) senza alcuna destinazione; Elio Garzillo rimosso da analogo incarico in Emilia Romagna per un posto al Ministero, il loro omologo toscano Mario Lolli Ghetti retrocesso da Firenze ad Ancona dopo anni di intensa attività; il bravo Ruggero Martines spedito in promozione da Roma in Molise, e così via. Molti dirigente innalzati al rango di Soprintendenti regionali dai ruoli amministrativi al posto di tecnici esperti. In Piemonte nominato dirigente centrale l’ex segretario politico del ministro, che non è né un tecnico né un amministrativo del ramo Beni culturali. Infine, i direttori centrali moltiplicati da una trentina ad una quarantina “a spesa invariata”. Un miracolo laico. Siccome da settimane non se ne sa più nulla, mi vien voglia di avere qualche notizia di prima mano e così telefono all’ufficio stampa del Ministero. Dove lì per lì si limitano a dirmi che in serata (era martedì scorso) uscirà un comunicato esplicativo, poi mi indicano il dottor Nastasi del Legislativo come colui che ha seguito tutta la vicenda. Ecco come riprende il dialogo.

- Io la minaccio? Io le chiedo soltanto di fare il suo dovere, cioè di darmi le notizie che avrebbe dato ad un altro collega.

- Sì ma lui ha sempre scritto di Spettacoli...

- Scusi, ma questa è una notizia che riguarda soprattutto i Beni Culturali.

- Sì, ma lui scrive articoli corretti, mentre i suoi...

- Cosa vuole dire, scusi?

- Che sono articoli critici.

- E allora? La critica, se documentata, non è più ammessa?

- No, ma...

- Guardi che il Ministero non ha mai rettificato una sola riga dei miei articoli.

- Mi dica cosa vuole sapere.

- Dottor Nastasi, volevo sapere se la Corte dei conti ha sbloccato le nomine dei quaranta...

- Non c'era nulla da sbloccare...

- Scusi, ma aumentare il numero dei dirigenti centrali comportava una variazione nella spesa e quindi...

- Le dico e le ripeto che non c'era nessun problema, i soliti 30 giorni della Corte dei conti. Null'altro.

- Neppure sulla nomina dell'ex segretario politico del ministro Urbani a dirigente centrale in Piemonte?

- Neppure.

- Allora lei mi garantisce che tutto è sbloccato senza tagli di sorta?

- Ripeto: non c'è stato nessun problema checché le abbiano riferito i suoi informatori ministeriali.

Caro Silvio,

ti mando alcuni brevi appunti sulle priorità dell'Udc in merito all agenda del Governo e della maggioranza. Credo che essi possano far parte di quella scossa positiva che in tanti riteniamo indispensabile dare alla situazione politica.

Non entro nel merito del tema della struttura di Governo che, come tu ben sai, desta in noi emozioni assai moderate. Mi limito a ribadirti che la scelta indifferibile di un ministro dell'economia di alto profilo e di forte indipendenza che dia un significativo valore aggiunto alla compagine ministeriale, fa parte a pieno titolo della «scossa» di cui sopra. L'Udc non ha mai fatto mancare alla coalizione il suo contributo di idee e di proposte. In più di un'occasione ricorderai ad esempio le nostre iniziative sui progetti dell'immigrazione e sul bonus per i figli siamo riusciti ad imprimere correzioni di rotta che hanno prodotto effetti positivi per tutta la maggioranza.

Anche in queste ore, e a maggior ragione dopo i risultati elettorali delle europee e delle amministrative, il nostro partito intende far valere il proprio punto di vista nell'interesse del successo dell'intera coalizione. In particolare, le nostre proposte (che qui ti sintetizzo) riguardano le istituzioni, l'economia, il sistema delle garanzie.

Istituzioni

Il gruppo Udc alla Camera ha presentato un insieme di proposte per la modifica al progetto di riforma della Costituzione. Tra queste, ti segnalo alcuni emendamenti che riteniamo fondamentali e che riguardano, in tema di federalismo, una significativa correzione della riforma del Titolo V realizzata nella scorsa legislatura, una più rigorosa distinzione delle competenze di Stato e Regioni e una più adeguata formulazione del principio di interesse nazionale e, in tema di forma di governo, una limatura dei poteri del premier tale, da un lato, da ribadire il carattere parlamentare della Repubblica e, dall'altro, da essere compatibile con una legge elettorale che salvaguardi insieme la rappresentanza proporzionale delle forze politiche, il loro vincolo di coalizione e dunque il carattere bipolare del confronto politico. La direzione nazionale del partito ha ribadito, tra le nostre priorità, l'approvazione di una legge elettorale in senso proporzionale e con vincolo di coalizione. Il ministro Buttiglione ha presentato ad inizio legislatura una proposta di legge (n. 378) che per noi è molto più di una semplice base di discussione.

Economia

Rinviando alla stesura del Dpef la definizione di una proposta complessiva, mi limito a segnalarti la nostra posizione sugli argomenti che ci vengono prospettati con maggiore urgenza.

Per quanto riguarda il progetto di riforma fiscale, in attesa di conoscere e approfondire il quadro di sostenibilità finanziaria, e fermo restando l'assoluta necessità per il nostro Paese di mantenere una linea rigorosa di risanamento dei conti pubblici, ti rinnovo le nostre priorità: introduzione del quoziente familiare, eliminazione dell'Irap per i ricercatori e destinazione di una parte dell'aliquota dei redditi più alti a favore delle attività del privato sociale. Per l'Udc si tratta, insomma, di definire un progetto che, salvaguardando il rigore dei conti pubblici, abbia un profilo di profonda equità sociale. Insisto inoltre su alcuni impegni legislativi. Considero una fondamentale priorità per il Paese la sollecita approvazione della riforma previdenziale e della legge a tutela dei risparmiatori. Ricordo che su quest'ultimo punto già il ministro Tremonti si era impegnato personalmente in questo senso proponendo l'inasprimento delle pene per il falso in bilancio (vedi all. 3). Fa parte altresì di questa stessa agenda il nuovo ordinamento delle professioni e la riforma del diritto fallimentare.

Sistema delle garanzie

Siamo convinti che la rapida approvazione della legge sul conflitto d'interesse debba rientrare fra gli obiettivi di tutta la maggioranza. Si tratta peraltro di uno degli impegni dei 100 giorni, già approvato sulla base di un testo redatto dal ministro Frattini che ha ottenuto per 4 volte il voto favorevole in Parlamento da parte della maggioranza. Fa parte infine della nostra tradizione politica e culturale, ribadire che il servizio pubblico radiotelevisivo debba essere, per quanto possibile, espressione del Paese nella sua interezza. So bene che questo tema è controverso anche fra le forze della maggioranza ma credo che in questo caso ci siano logiche istituzionali che prevalgono sulle ragioni di parte. Almeno per noi. Tutti questi ragionamenti, lo sai bene, mirano a rendere la nostra alleanza e il Governo più forti e più capaci di affrontare un periodo difficile. Siamo una forza moderata alternativa alla sinistra e tenacemente legata al bipolarismo, e questa chiara identità dell'Udc segna il nostro percorso politico di oggi e di domani. Tutto questo è ovvio, ma ci tengo a ribadirlo una volta di più. Ti allego (1) gli emendamenti più significativi al disegno di legge di riforma costituzionale e (2) la proposta di legge elettorale presentata da Buttiglione. Spero e credo che tutto questo possa essere un contributo utile alla soluzione dei problemi che abbiamo di fronte.

La stagione delle grandi assemblee istituzionali annuali - prima quella di Confindustria, poi quella di Banca d’Italia, a cui seguiranno quella dell’Antitrust e quella della Consob - sta mostrando, come già accadde l’anno scorso, una straordinaria convergenza analitica sui veri problemi dell’economia e della società italiana, lasciati drammaticamente senza risposta dal centro-destra che ha compromesso il risanamento finanziario realizzato dai governi dell’Ulivo e di centrosinistra - i quali portarono il deficit dal 7,7% del Pil nel 1996 allo 0,6% del 2000 - senza nemmeno riuscire a rilanciare l’economia, oggi ferma alla crescita zero.

Alla vigilia del voto di metà giugno tutto ciò è di ulteriore buon auspicio per il clima positivo che si respira nell’aria in favore dell’affermazione delle forze di centrosinistra e di tutte le opposizioni di sinistra.

Esse, infatti, possono rivendicare di aver segnalato sin dal primo momento sia l’illusorietà del «miracolo economico» annunziato dal duo Berlusconi-Tremonti al loro insediamento governativo, sia la fallacia della pretesa di realizzarlo mediante il trinomio a loro caro «meno tasse, meno diritti, meno sindacato».

Dunque, la questione vera che la stagione delle grandi assemblee istituzionali segnala al centrosinistra, e all’opposizione tutta, non è saper raccogliere messaggi incivili - che esso, in realtà, in larga misura aveva anticipato - ma è saper poggiare, e sviluppare, la sua capacità di interlocuzione su più solide basi analitiche, argomentative, propositive, manifestando così concretamente la sua cultura di governo e l’effettività della sua candidatura ad alternativa governativa. Per solidificare e sviluppare la sua capacità d’interlocuzione, però, bisogna che il centrosinistra (ma anche l’opposizione tutta) faccia fino in fondo ciò che finora ha fatto insufficientemente o ha addirittura eluso: un confronto di merito sul merito, ponendo fine a quella scissione tra «contenitori» e «contenuti» che fin qui non ci ha certo aiutato a rafforzare la nostra credibilità come forza di governo.

Superare la scissione tra contenitore e contenuti, e riprendere in ogni caso una discussione ravvicinata sui contenuti, io credo sia la sfida maggiore che le forze di centrosinistra dovranno affrontare nell’immediato futuro, sperabilmente stimolate da un buon esito del voto europeo e amministrativo. Al contrario, penso che conduca nella direzione opposta l’invito formulato da Ranieri: riconoscere l’irriducibile contrasto tra «l’aggregazione dei riformisti e un programma comune di tutte le opposizioni», riconoscimento da cui deriverebbe la necessità di restituire alla lista unitaria il suo carattere originario di volontà di condensazione delle «famiglie politiche del riformismo intorno a una leadership», segnando un netto confine tra tali famiglie e tutto quanto di altro si muove a sinistra.

Tale invito condurrebbe nella direzione opposta a quella auspicabile intanto perché, nell’opinione mia e di tanti altri che lo hanno accolto, non era questo lo spirito che ha animato l’appello iniziale di Prodi, ribadito anche in questi giorni: «Nel grande disegno dell’Ulivo che va avanti» - ricordando che di esso fece parte un duro, tenace, largo, coinvolgente lavoro programmatico che si protrasse per un intero anno - può consentirci di corrispondere al bisogno di unità della gente, la quale «si mette insieme per il futuro e non per il passato, non per le radici ma per i frutti, conservatori con i conservatori, progressisti con i progressisti». E in secondo luogo perché, se fosse questo invece lo spirito, sarebbe uno spirito di divisione e non di unità - quell’unità a cui la lista unitaria si richiama così insistentemente anche nel nome - e il doveroso investimento identitario che il nostro popolo ci chiede sarebbe posto su basi troppo ristrette, quindi anguste. In terzo luogo perché, se con la sinistra antagonista e con Rifondazione non si vuole realizzare solo una fragile intesa elettorale, un accordo programmatico più di fondo bisognerà pur farlo, tanto è vero che sono già stati formalmente costituiti gruppi di lavoro comuni e la questione, semmai, è che la discussione coinvolga tanti e non sia requisita da pochi, i quali potrebbero trovare non motivati accordi sulle teste degli altri.

In quarto e più importante luogo, perché una siffatta identificazione di «campi di competenza» e di «confini tra campi» avverrebbe in totale astrazione da una riflessione sul merito e sui contenuti, mediante l’attribuzione di patenti di riformismo che, prescindendo da una discussione autentica su «cosa è riformismo» e su «quale riformismo», nel migliore dei casi sconfinerebbe nell’ideologismo, nel peggiore si offrirebbe come copertura a operazioni di moderatismo e di trasformismo o di autoperpetuazione di gruppi di potere.

Approntare la sfida consistente nel superare la scissione tra contenitori e contenuti, e concentrare la riflessione sui contenuti, implica a sciogliere, almeno tendenzialmente, i dilemmi relativi a che cosa vuol dire riformismo oggi, nel contesto europeo e della globalizzazione assai poco equa e democratica in atto. La commissione di Progetto dei Democratici di Sinistra e la conferenza programmatica di Milano dell’aprile 2003 hanno dato loro risposte, che alcuni non hanno pienamente accolto (si ricorderà che furono presentati testi di distinguo) e altri hanno preferito considerare «insignificanti» ritenendo prioritario il solo discorso sul contenitore. Gli uni e gli altri esprimevano, tuttavia, una distanza o un dissenso che sarebbe stato meglio allora palesare più chiaramente e discutere più esplicitamente, ma che tutto ci incoraggia a riprendere nel futuro.

Infatti, la commissione di progetto ha proposto analisi e scelte che discriminano destra/sinistra lungo quattro assi fondamentali: - una visione non apologetica della modernizzazione anche se basata sul ruolo fondamentale del mercato (legato, anzi, dalle politiche illiberali del centrodestra); - il primato del paradigma dei diritti; - la centralità delle politiche pubbliche; - l’assunzione del motto «tributi a fronte di servizi» come caratterizzazione di una politica fiscale di sinistra (invece che l’inseguimento della destra sul terreno dell’indiscriminata riduzione delle tasse sempre risolventesi in un vero vantaggio solo per i più ricchi).

È da qui che dobbiamo ripartire per sostanziare di nuove policies concrete l’autocritica che alcuni esponenti del centrosinistra apertamente si fanno sull’eccessiva indulgenza verso il neoliberismo nutrita nel passato. È da qui che dobbiamo ripartire per fornire risposte adeguate alla crisi in cui il governo di centrodestra ha precipitato il paese.

Sono proprio le assemblee istituzionali di quest’anno a confermarci sia la vitalità dell’economia italiana, sia che i suoi problemi si chiamano tradizionalismo nella specializzazione produttiva, nanismo nelle dimensioni, familismo della struttura proprietaria, dequalificazione del capitale umano, incremento delle diseguaglianze reddituali e non solo, declino della produttività dovuto in primo luogo a una carenza degli investimenti, specie di quelli di ricerca e sviluppo, e a un eccesso di flessibilità/precarietà della forza lavoro (ma perché il passaggio in proposito del governatore Fazio è stato così poco commentato?). E quando i problemi si chiamano così, quando essi esibiscono cioè una tale strutturalità, non sarà certo in grado di affrontarli il ricorso ad automatismi quale è anche una detassazione aselettiva, ma occorrono politiche pubbliche altrettanto strutturali, complesse e articolate, servono la messa in campo di più attori e di più protagonisti, una contaminazione feconda di più culture, la fertilizzazione reciproca di interessi e valori, animata da grandi idealità per un progetto a forte valenza anche identitaria.

Chi è Laura Pennacchi

ROMA - Il Premier Berlusconi nei manifesti destinati alla prossima campagna elettorale di giugno parla di «93 mila miliardi di lire di grandi opere attivate» dall´attuale governo. L´opposizione contesta questi dati e parla di cantieri virtuali e di progetti faraonici destinati a rimanere tali solo sulla carta. Qual è la realtà? Le risorse disponibili, per ammissione dello stesso ministero per le infrastrutture ammonterebbero a 43 mila miliardi delle vecchie lire, meno della metà.

A fornire la cifra, è lo stesso ministro Pietro Lunardi: «Queste risorse - spiega - rappresentano un dato che può essere dimostrato in qualunque momento». «Per l´esattezza - aggiunge - si tratta di 20, 6 miliardi di euro cui vanno aggiunti altri 10, 9 miliardi di euro, solo due dei quali però effettivamente disponibili, destinati alla riapertura di cantieri oggi sospesi per mancanza di finanziamenti. Siamo di fronte ad uno sforzo enorme anche se ancora insufficiente per raggiungere quegli obiettivi che servono al Paese per superare il gap tecnologico e infrastrutturale che ci divide dal resto d´Europa».

Un dato emerge chiaro: oggi le risorse disponibili rappresenterebbero solo un sesto di quanto previsto dalla legge Obiettivo e molto meno della metà di quanto riportato nei manifesti elettorali. Alla domanda se questo risponde a verità Lunardi replica con i dati di un articolato «dossier» destinato a finire nelle prossime ore sul tavolo del presidente del Consiglio Berlusconi. «Vorrei solo ricordare le gravi responsabilità che i governi di sinistra hanno avuto nel congelamento di opere indispensabili ai cittadini e allo sviluppo dell´economia italiana. A noi è toccato - dice il ministro - il difficile compito di riprendere in mano una situazione ampiamente compromessa. L´opposizione ironizza, dicendo che quando parliamo di ?attivazione di cantieri´ parliamo del nulla. Siamo come i buontemponi che al bar con gli amici dicono di aver attivato l´acquisto della Ferrari solo perché all´autoricambi hanno acquistato uno specchietto retrovisore della casa di Maranello... La realtà è una cosa ben diversa». Ma anche i problemi di cassa e di bilancio sono una realtà con cui fare i conti nel momento in cui sulle grandi opere grava il rischio di pesanti tagli, non inferiori a 10% del totale, per finanziare la riduzione delle aliquote Irpef che Berlusconi persegue in vista della prossima campagna elettorale. «Ho questa brutta sensazione - spiega Lunardi - credo che i tagli verranno fatti. Certo, andranno ad incidere sulle grandi opere e sull´apertura di nuovi cantieri. Si tratta di decidere se tagliare sulle infrastrutture oppure no. La mia opinione personale è relativa al fatto che se non si investe sulla mobilità, lo sviluppo non arriverà mai: quindi io investirei soprattutto sulle infrastrutture. Questo Tremonti lo sa, ma evidentemente ha la giacca tirata da tante parti, dovrà accontentare un pò tutti, oppure fare soffrire un pò tutti».

La situazione comunque sarebbe ancora sotto controllo. «Dei 128 miliardi di euro necessari per il piano delle grandi opere da realizzare in dieci anni, il 35% delle risorse è già reperito: 18, 5 miliardi sono stati stanziati con leggi dello Stato, 11, 9 miliardi arrivano da risorse non spese in passato, 4, 8 miliardi provengono da capitali privati, 7, 9 miliardi di euro infine dalla Ue». Ecco il quadro della situazione.

Cantieri aperti: 20,6 miliardi disponibili. «Stiamo completando l´alta velocità ferroviaria relativa al Corridoio 5 tra Padova e Mestre e Novara e Milano. Sulla Salerno Reggio Calabria con 2 miliardi di euro abbiamo aperto i cantieri per due lotti di lavori. Per il potenziamento della rete ferroviaria pronti 479 milioni per la Ventimiglia-Genova. Disponibili inoltre i primi 4,131 miliardi di euro destinati alla realizzazione del Mose, le paratie mobili della laguna di Venezia. Bene anche i lavori sul grande raccordo anulare di Roma dove c´è una disponibilità finanziaria di 613 milioni. Altri 381 milioni sono già nelle casse della Metropolitana di Napoli.

Opere da cantierare: risorse necessarie 47,9 miliardi «In questo capitolo di interventi - spiega il ministro comprendiamo sia i lavori parzialmente finanziati sia quelli deliberati e finanziati ma fermi per mancanza di progetti o autorizzazione. In questo contesto vanno considerate le opere attivate ovvero già approvate dal Cipe. Ci sono risorse per 47, 9 miliardi, 4, 7 dei quali destinati alla realizzazione del terzo valico alpino sulla Genova Novara Milano, e i 4,7 miliardi di euro, 319 milioni sono in cassa, destinati alla realizzazione del Ponte sullo Stretto per il quale confermo che sarà realizzato entro il 2011».

Vorrei fare alcune osservazioni sull'editoriale di Sergio Romano, nel " Corriere" di sabato 21 febbraio, perché non mi pare vada nel senso dell'approfondimento e della chiarificazione nel dibattito (si fa per dire) economico e politico in corso sulla stampa. Al di là degli insulti e dei dérapages che ci affliggono quotidianamente , vorrei fare alcune riflessioni.

Lo stato dell'economia italiana ha manifestato acute patologie che sono, nell'ordine:

a) un sommerso pari a un quarto del Pil

b) un 'evasione fiscale pari a 160.000 miliardi di lire, che é stata un vero maxi furto ai danni della collettività.

Le carenze dell'imprenditoria in Italia sono soprattutto

a ) la volontà decisa e generalizzata di metabolizzare il rischio , ricorrendo al credito bancario in forma massiccia, a scapito dell'accumulazione degli utili di impresa e dell'autofinanziamento

b) la volontà di evitare scrupolosamente ogni forma di concorrenza (e s. Caso Fiat, caso Mediaset, caso Publitalia) , assumendo , tramite l'organizzazione familiare, le forme più chiuse di Monopolio

c) risparmiare sul costo del lavoro, e delle tutele sociali, scaricando sui l salariati le colpe delle incapacità imprenditoriali

d) e infine la scarsità di trasparenza delle modalità di controllo interne all'impresa , a cominciare dailla struttura dei CDA aziendali , dove si registra la presenza non di controllori esterni ma di familiari e di banchieri finanziatori delle attività.

Questa evoluzione del capitalismo da industriale a finanziario-speculativo si é fatta a detrimento della classe media e dei risparmiatori, usciti distrutti dala dittatura dei managers e degli amministratori delegati.

La Confindustria ha cercato delle risposte non rinnovando il sistema, attraverso la ricerca, l'innovazione, per poter sfidare la concorrenza nazionale e internazionale , ma ricorrendo ai partiti (cfr il caso Mediaset e il P.S.I.), ai sindacati e alle banche, tanto da rendere assolutamente indispensabile oggi un cambio deciso di rotta con una nuova presidenza dell'associazione.

Su chi ha rubato e chi non ha rubato , le constatazioni dell'ambasciatore Romano a proposito del "populismo" del '92 e quello dei nostri giorni sono assolutamente superficiali.

I politici hanno precise responsabilità, non certo quando comprano una seconda casa o una barca, ma quando ricorrono alle tangenti e ai paradisi fiscali per finanziare o i partiti stessi o improbabili riviste "riformiste", veri pasticci politici , che snaturano l'originale mandato loro conferito gli elettori.

Quanto all' esaltazione fatta da Sergio Romano della capacità "riformatrice" della Tatcher, mi limito ad osservare che la privatizzazione di British Railroad, ha portato alla distruzione dell'impresa, specialmente nel settore della manutenzione, abbandono che ha causato sempre più frequenti incidenti ferroviari (cfr. la denuncia del cineasta Ken Loach).

Il riformismo di De Gaulle era fondato invece su basi ben diverse, sulla nazionalizzazione delle grandi imprese , sullo sviluppo della ricerca, con la creazione del CNRS , sulla protezione sociale, su un'autentica politica di aiuto alla famiglia, esattamente il contrario di quanto ha fatto Margareth Tatcher.

Quanto all'incapacità del Presidente del Consiglio di somigliare all'uno o all'altro, e di assicurare le riforme economiche del sistema, prima di tutto sul piano della trasparenza e della correttezza gestionale, rimando l'ambasciatore Romano allo studio delle origini della sua fortuna, le cui caratteristiche affondano ancora oggi nella nebbia più fitta.

Ci sono alcuni processi in corso e dovremmo attendere l'esito del terzo grado di giudizio per poter ricostruire la vera storia del capitalismo italiano, da Mani Pulite ai giorni nostri. Forse anche per questo Berlusconi non é la persona più adatta a fare "le analisi delle crisi aziendali e bancarie", come vorrebbe l'Ambasciatore Romano, analisi che sono oggi su tutti i giornali.

Conosce molto bene i meccanismi per sottrarre i capitali alla leva fiscale: non tutti gli imprenditori sono ladri, ma le cifre vertiginose dell'evasione parlano chiaro, e certo sono furti ai danni della collettività, che vengono dichiarati senza un filo di vergogna, anzi, addirittura legittimati sul piano morale!

* gia' direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Marsiglia

by Bollettino Osservatorio

La lettera inviata ad alcuni giornali dal ministro Castelli - nella quale viene insolentito il direttore di "Le Monde" - assomiglia moltissimo all'aggressione verbale (e quasi fisica) compiuta la settimana scorsa da alcuni parlamentari della Lega Nord contro la giovane Chiara Moroni, deputata socialista. E assomiglia alle invettive contro gli immigrati, i non-sposati e i mendicati, lanciate dal ministro Calderoli e dal consigliere lombardo Boni. Castelli, Calderoli, Boni sono tutti dirigenti della Lega. Questi episodi sono l'espressione di una cultura politico-ideale basata sulla difesa arcigna del proprio branco, e sull'odio per lo straniero, o per il diverso, o per il dissidente, o per l'ospite. E' una cultura politica che trae origine dagli istinti primordiali dell'essere vivente, che nell’epoca moderna, in gran parte, sono stati superati dallo sviluppo della civiltà umana, dal diffondersi delle sue grandi religioni, dei sistemi filosofici, dalla modifica del senso comune. Le due scuole di pensiero che più hanno contribuito, in occidente, al superamento di quegli istinti feroci e un po' animaleschi, sono state la scuola cristiana e l'illuminismo francese. Chissà che tanto odio anti-francese, che in questi ultimi anni sta dilagando nella destra internazionale, non sia in qualche modo legato al rabbioso rifiuto dell'illuminismo.

La lettera di Castelli non ha una struttura molto complessa. Una volta rimesse in ordine le frasi, trovato un accordo tra verbi plurali e sostantivi singolari, intuite a senso alcune proposizioni anacolute o incompiute (se Castelli rileggesse la sua lettera attentamente, con l'aiuto di un buon insegnante delle elementari, capirebbe forse il perché di quel senso di inferiorità culturale che ha riscontrato con disappunto in ampi settori della destra italiana…) ci si accorge che i concetti espressi dal ministro sono solo tre. Piuttosto chiari. Primo, il signor Colombani (cioè il direttore di "Le Monde") mente quando sostiene che suo figlio - di origine indiana e di carnagione scura - è stato varie volte maltrattato all'aeroporto di Venezia, dalla polizia di frontiera, per motivi probabilmente razzisti e xenofobi. Secondo, se anche non mentisse, poco male, visto che "Le Monde" ha sostenuto una campagna contro l'estradizione dello scrittore Cesare Battisti accusato (e condannato) dai tribunali italiani per omicidio. Le accuse di scarso garantismo contro i tribunali italiani sono ben più gravi e razziste delle perquisizioni della polizia, decise in base al colore della pelle. Terzo concetto, in Europa prevale una cultura islamica, anticristiana, antiebraica e massonica che va rovesciata. E quindi non bisogna chiedere scusa per eventuali vessazioni razziste, è bene invece pretendere che siano i vessati a chiedere scusa a noi per averci sospettato di razzismo, mentre noi razzisti non siamo (tutt'al più ce l'abbiamo con le razze inferiori o con gli islamici, o con i sospetti islamici: tutto qui).

Questo terzo concetto, esposto con molta veemenza, contiene una fortissima polemica con il ministro dell'Interno Beppe Pisanu, che invece - con la sua usuale beneducazione - aveva chiesto scusa al direttore di "Le Monde" per il comportamento della polizia italiana.

A questo punto archiviamo la lettera del ministro Castelli e la sua polemica un po' scombiccherata? Facciamolo pure. Però prendiamo atto del fatto che la Lega costituisce un problema politico serio in questo paese. Le Lega ha una cultura che assomiglia molto, nelle sue ragioni e nelle sue pulsioni essenziali, alla vecchia cultura fascista. Il fascismo fu la soluzione reazionaria e incivile scelta da una parte della borghesia europea, negli anni venti e trenta, per rinsaldare il proprio potere in una fase della storia caratterizzata dal dilagare dell'industria fordista e dal crescere dell'influenza del movimento operaio e delle classi subalterne. Il leghismo è qualcosa di analogo. E’ un'idea di reazione al nuovo, alla globalizzazione, alle grandi migrazioni e alle rivendicazioni di milioni di persone, ed è un'idea che si realizza mettendo al primo posto la difesa di un diritto collettivo specialissimo: il privilegio di gruppo. Il privilegio dell'occidente, il privilegio del nord, il privilegio del ceto medio alto, il privilegio del commerciante o dell'industriale, il privilegio del padano. Per difendere questo privilegio, e impedire una dispersione delle ricchezze, occorre respingere il diverso, il povero, lo straniero, il migrante, il non-cittadino. Chiudersi nel fortino del benessere e resistere all'assedio, facendosi forti dei più radicati sentimenti anti-solidaristi che sonnecchiano sempre in alcuni angoli della società. Perché questi sentimenti possano vivere e svilupparsi, occorre un ambiente dove non entri la cultura moderna (bollata come massonica, illuminista o addirittura aperta all'islam e all'Africa). Perché quella cultura rischia di uccidere l’egoismo sociale.

Questo tipo di fascismo del 2000 non è solo italiano. C'è in tutti i grandi paesi occidentali. In alcuni si maschera da cristianesimo tradizionalista (ma francamente ha pochissimo a che fare col cristianesimo), per esempio in America; in altri no, non si dice cristiano anzi esalta le proprie radici pagane e talvolta naziste. Qual è la differenza tra noi e gli altri grandi paesi dell'Occidente? Da noi questo fascismo moderno è al governo. Solo da noi. Le grandi destre europee (al potere o all’opposizione) si sono collocate a distanza di sicurezza, non accettano di mischiarsi in nessun modo (vedi Chirac). Da noi invece la destra liberale ha accettato il patto con la Lega e su quel patto ha costruito la casa delle libertà. E' un problema immenso. La destra crede di poterlo aggirare con un po' di diplomazia e un po' di furbizia. Sbaglia. I nodi stanno venendo al pettine, come si vede in questi giorni, e sono sempre più intrecciati, sempre più dolorosi da sciogliere. Lo vedremo a settembre, quando si discuterà di federalismo e verrà messo in discussione il patto di unità e di solidarietà nazionale. Vanno tagliati via con le forbici, questi nodi. Bisogna scegliere: Pisanu o Castelli? Costa tagliarli con le forbici, costa soprattutto a breve, in termine di voti. Ma rende. Fa acquistare un patrimonio di credibilità, e alla lunga la credibilità vale più di un fardello di voti.


Come sempre quando è in difficoltà, Silvio Berlusconi sfodera ottimismo ed efficientismo e il gioco gli pare fatto. Ma è difficile che la non-stop di quarantott'ore e tre tavoli allestita per domenica sera possa davvero ristrutturare la Casa delle libertà e rimettere i suoi abitanti d'amore e d'accordo cosette da nulla come il federalismo, il fisco, il sistema elettorale. Berlusconi ha perso a un tempo l'aura del venditore di miracoli, la rendita dell'imperatore circondato da vassalli obbedienti, la delega dell'azionista di poteri forti conniventi, Fazio e Montezemolo in primis. In sostanza, la bolla si è bucata. Ma la bolla-Berlusconi non era solo un equilibrio di governo. Era un (dis)equilibrio di sistema, l'anomalia impazzita che aveva ricombinato e incollato i cocci dell'esplosione dei primi anni 90, obbligando il bipolarismo forzoso all'italiana a funzionare. Il buco della bolla equivale perciò non a una crisi di governo ma a una crisi di sistema. Follini evidentemente lo sa e per questo non demorde. Non basta più il collante del governo, se nell'aria si sente un cambio di stagione che può portare frutti più copiosi. La ricostituzione del dissolto partito democristiano? Diciamolo con parole di oggi: il trasferimento dall'anomalia impazzita a un più normale comando centrista dei voti usurpati dal partito azzurro sul lato destro, e di quelli incastrati nell'incerto contenitore della Margherita sul lato sinistro. Non sarà la vecchia Dc ma un nuovo centro. Il centro, magari esile numericamente ma imprescindibile strutturalmente e rivendicabile storicamente, del sistema. Di un sistema non a due ma almeno a tre punte.

Fine del bipolarismo? Sarebbe azzardato sostenerlo mentre i più giurano e spergiurano che il bipolarismo non si tocca. Le incognite sono troppe per correre con le previsioni: crisi o no, elezioni anticipate o no, impugnate da chi, con quali argomenti e quali regole. Si vedrà quanto peso avrà la rivendicazione proporzionalista di Follini nella maratona della Casa delle libertà; ma più che ai passi tecnici, conviene guardare ai dati politici. I quali, come s'era capito nell'immediatezza del voto europeo, segnalano una crisi doppia del bipolarismo: nel centrodestra, e nel centrosinistra.

Solo che le due crisi non sono simmetriche, ed è questo che rende la partita più complicata e imprevedibile. Anche nell'Ulivo infatti la posta in gioco principale si chiama centro, ma a differenza che nella Casa delle libertà questa posta per ora non rafforza una delle sigle in campo, ma ne indebolisce due, la Margherita e i Ds. E nulla lascia prevedere che l'unico disegno chiaro in campo - firmato D'Alema e volto a perseverare dal listone al partito unico sotto comando diessino, con la Margherita disintegrata, Prodi imbrigliato e l'accordo con Bertinotti a scadenza - proceda liscio come l'olio.

Intanto perché la Margherita magari preferisce farsi integrare da Follini piuttosto che disintegrare da D'Alema. Ma soprattutto perché se il centro si ricostituisse autonomamente, rompendo i trattini con la destra e con la sinistra, la logica di sistema richiederebbe non più di fare due sinistre, una moderata che governa e l'altra radicale che non nuoce, ma una sinistra e basta che convince. Tutto un altro gioco (e non chiamiamolo vecchio Pci neanche per scherzo), del quale non si vedono né i presupposti né i programmi.

Sarebbe il caso di cominciare a profilarli. Senza aspettarseli da chi si diverte col triciclo, e senza aspettare il prevedibile scenario congressuale Ds per recitare ciascuno la propria prevedibile parte. Nella crisi che espone la maggioranza di governo e logora la maggioranza dell'opposizione, c'è un silenzio assordante sul versante sinistro che non porta nulla di buono, né idee né spostamenti, né grandi né piccoli passi. Dal correntone a Rifondazione riguarda tutti e non ha alibi. Più del 13 per cento dei consensi sono un lusso che nessun altro paese europeo può vantare e che non consente a nessuno di acquattarsi nel ruolo di una minoranza senza voce in capitolo.

IL CAPO dello Stato, con una lettera irritualmente resa pubblica, chiede al ministro di Giustizia che gli siano inviati "i fascicoli" per la concessione della grazia a Ovidio Bompressi e Adriano Sofri. Con quest´iniziativa, Carlo Azeglio Ciampi sembra voler liquidare finalmente le due anomalie che hanno finora impedito la soluzione del "caso Sofri". Anche se oggi la questione ? soprattutto per il coraggio e la determinazione di Marco Pannella ? va ben oltre il destino di un detenuto e interpella, come ha scritto il leader radicale, «l´esercizio di un potere costituzionale» e «lo stesso principio di legalità».

Occorre ricordare quali sono le due anomalie che affliggono l´affare. La prima anomalia si chiama Roberto Castelli. Il ministro di Giustizia ritiene di avere «un potere di concerto» nell´atto di clemenza, «una responsabilità politica» nel provvedimento. Addirittura «un potere d´interdizione». La grazia, in realtà, non è stata mai riconducibile al potere di indirizzo politico di un governo. Al ministro, la Costituzione assegna soltanto il compito dell´istruzione del provvedimento, quindi «un ruolo servente rispetto al Quirinale» (Michele Ainis). Il Guardasigilli istruisce "il fascicolo". Lo invia al capo dello Stato con una proposta favorevole o sfavorevole alla concessione. La sua controfirma al provvedimento di clemenza «è un atto dovuto» (Andrea Manzella, Francesco Paolo Casavola, Giuliano Amato). È la prima anomalia.

La seconda anomalia chiama in causa lo stesso capo dello Stato. Già in luglio Ciampi era pronto a concedere la grazia ad Adriano Sofri. Dinanzi al rifiuto del ministro, decide di non firmarla. La rinuncia rafforza l´infondata convinzione che la grazia sia un provvedimento duale, nella disponibilità di due soggetti: il capo dello Stato e il ministro di Giustizia. E in effetti è stata questa, finora, la prassi. La prassi ha avuto, però, sempre un principio sotteso, ineliminabile e decisivo: lo spirito di collaborazione tra le istituzioni. Sorprendentemente il ministro Castelli nega ogni collaborazione al presidente della Repubblica. Pronto a concedere la clemenza, Ciampi pubblicamente dice di avere già la penna in mano. Castelli decide di lasciarlo con la penna a mezz´aria. Per molti, questa è già la mossa ostile, e abusiva, che impone di modificare la prassi per ritornare alla lettura autentica del dettato costituzionale, quindi alla riappropriazione da parte del presidente della Repubblica di un potere che oggi gli appartiene in modo esclusivo, come ieri era esclusivo potere del sovrano.

Ciampi non ama gli strappi istituzionali e decide di aggirare l´ostacolo chiedendo al Parlamento di approvare una legge che gli assegni ciò che è già suo per la Carta e che glielo assegni anche se il detenuto non avanzi una domanda di clemenza. Quindi con una modalità già ora presente nella legge («La grazia può essere concessa anche in assenza di domanda o proposta», codice di procedura penale, art. 681). Anche questo tentativo di sminare il terreno evitando un conflitto istituzionale va a vuoto. La maggioranza boccia la proposta avanzata da Marco Boato: gli uomini di An pensano ancora che per avere un atto di clemenza bisogna abiurare; i leghisti sono in perenne campagna elettorale; Berlusconi tace e s´eclissa. Non è un male che le Camere affondino il pasticcio.

Ostinato a evitare ogni conflitto, Ciampi in queste settimane, con discrezione, chiede al ministro attraverso i suoi "ambasciatori" di inviargli «le istruttorie in materia di grazia». Castelli fa finta di nulla. Ciampi decide allora di pubblicizzare la sua iniziativa e Castelli, dopo aver negato al mattino di aver ricevuto una lettera dal Quirinale, ammette a sera di aver letto «solo oggi» la missiva spedita due giorni fa per concludere che «per cortesia istituzionale» invierà le carte anche se questo «non implica un´adesione alla richiesta di grazia». L´espressione è ambigua. Castelli maneggia male il glossario e non si comprende se questa precisazione annuncia che egli invierà la documentazione con il suo parere negativo. O, al contrario, che rifiuterà di "controfirmare" il provvedimento di clemenza.

Quali che siano alla fine le decisioni del Guardasigilli, la lettera del capo di Stato comincia a fare un po´ di luce in un affare che, limpido nella lettura della Carta, è stato oscurato da interpretazioni quietiste e mosse illegittime (o forse soltanto ignoranti).

Con la sua iniziativa, Ciampi ribadisce che il potere di grazia è una assoluta, esclusiva prerogativa del suo ufficio. Ricorda che la collaborazione del ministro si limita all´istruzione e all´invio del fascicolo al Quirinale e non può trasformarsi in potere di interdizione. Sono mosse chiare, inequivoche e necessarie, che tuttavia avviano un percorso istituzionale, ma non sollecitano all´ottimismo. La conclusione di questo affare potrebbe ancora non essere rapida né priva di conflitti. Al contrario, se si ha a mente il comportamento distruttivo del «principio di legalità», per dirla con Pannella, tenuto dal Guardasigilli, chi può essere autorizzato a credere che Roberto Castelli si sia convinto a rispettare le regole (direi, il decoro) del suo ruolo? Ha fatto orecchie da mercante in queste settimane dinanzi agli inviti del Quirinale. Ha negato l´esistenza della lettera di Ciampi. Quando ne ha ammesso l´esistenza, provocatoriamente s´è appellato alla sola «cortesia», non al dovere istituzionale, lasciando scivolare una obliqua minaccia: boccerò la richiesta o non la controfirmerò.

Da qui a qualche settimana (Castelli già parla di mesi), il confronto tra Governo e Quirinale potrebbe dunque riproporsi. In queste forme. Ciampi riceve i fascicoli, non tiene conto del parere negativo del ministro (obbligatorio, ma non vincolante) e firma un provvedimento di clemenza per Bompressi e Sofri. Castelli non lo controfirma. La firma di Castelli è un atto dovuto, abbiamo già detto, perché il ministro «non ha nessuna responsabilità di merito» (Augusto Cerri), ma soltanto il dovere del consueto controllo di legittimità. Senza quella firma, però, i detenuti restano in prigione (le chiavi delle celle sono nella tasca del ministro). È vero, la grazia potrebbe essere controfirmata dal presidente del Consiglio. «È controfirmatore idoneo o meglio eccellente» (Franco Cordero). Ma avrà voglia Silvio Berlusconi di farlo alla vigilia delle elezioni e in contrasto con il suo miglior alleato nel governo? Senza una controfirma quell´atto di clemenza è monco e sterilizzato. Al capo dello Stato si presenterebbe soltanto una strada, la più dolorosa: sollevare il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale.

Ha ragione Marco Pannella. In questa storia, c´è ancora spazio per altri trabocchetti. Ha torto, però, il leader radicale a non vedere, nella lettera firmata da Ciampi, il «gesto che inequivocabilmente dimostra che il presidente è tornato libero di fare quello che la Costituzione gli chiede e gli consente di fare».

Rinunci oggi allo sciopero della sete. La difesa della Costituzione da illegittimi poteri d´interdizione o di indirizzo politico potrebbe richiedere il suo coraggio domani.

PENSO proprio che oggi mi debba anch´io occupare del calcio. Lo faccio per tre buone ragioni: è uno dei più grossi affari nazionali, è uno dei più evidenti scandali nazionali, è uno dei principali punti di snodo tra lo spettacolo e la politica. Aggiungo che sono un tifoso del calcio come gran parte degli italiani; tifo per la nostra nazionale e tifo per la Roma fin da quando giocava sul campo di Testaccio e il capitano si chiamava Fulvio Bernardini.

Roba di settant´anni fa.

Da allora, ovviamente, è cambiato tutto. In quell´epoca, tanto per dire, le squadre di serie A si andavano a scegliere i giovani talenti nelle squadrette di quartiere e nelle cittadine della provincia e avevano anche un proprio vivaio che coltivavano con molta cura. Il calciomercato aveva dimensioni casalinghe. L´equilibrio finanziario era facilmente raggiungibile. Le tifoserie erano molto accese e qualche volta volavano i pugni, ma non si conoscevano infiltrazioni teppistiche né minacce all´ordine pubblico.

Giocatori stranieri c´erano anche allora ma assai pochi, per lo più italoargentini.

Gli allenatori preparavano gli atleti con gli allenamenti ma non si conoscevano speciali formule e sofisticate strategie. In difesa della porta, insieme al portiere, si schieravano due terzini ai quali, al bisogno, davano manforte i due mediani laterali. Il perno centrale della squadra si chiamava centrosostegno. Due mezze ali (Meazza-Ferrari l´esempio più famoso) assicuravano il raccordo tra la linea mediana e le punte d´attacco che erano tre, una al centro e due alle ali. E poi, palla fa tu.

Con questo schema, che non era neppure uno schema, vincemmo due campionati del mondo consecutivi nel ´34 e nel ´38. In campionato la Juventus vinse non so quanti scudetti, alternandosi con l´Inter che allora si chiamava Ambrosiana. Comunque e fin da allora gli squadroni erano quelli del Nord: a Torino, a Milano, a Genova, a Bologna. Poi, scendendo verso il Centro, la qualità del gioco degradava; al Sud quasi scompariva. Ma questa situazione dura ancora oggi.

Il grande Gianni Brera attribuiva questo fenomeno alla dieta, alle proteine e ai soldi che al Nord erano tanti e nel Centrosud molto pochi. Vitamine e proteine ormai sono eguali dappertutto e in più dappertutto c´è pure il doping, ma l´allocazione dei soldi è sempre la stessa ed ecco la ragione per cui, salvo qualche saltuaria eccezione, lo scudetto continua a essere semimonopolio delle squadre padane.

Ho ricordato questa lontana stagione perché i giovani forse non la conoscono neppure per sentito dire. Comunque sono in grado - se opportunamente informati - di misurare le differenze con l´oggi.

Settant´anni fa, fino ai primi anni del dopoguerra, i giocatori professionisti erano poco più che dilettanti. Oggi al calciomercato girano migliaia di miliardi, i bilanci sono da grandi imprese, molte società sono quotate in Borsa, i giocatori stranieri riempiono più della metà dei ruoli titolari, le formule di gioco sono ferree e quindi gli allenatori si sono trasformati in strateghi e si attribuiscono un ruolo preponderante, analogo a quello dei registi rispetto agli attori. Infine gli attori, tra i quali alcuni divi con ingaggi da capogiro, debbono giocare in partita almeno due volte alla settimana quando non addirittura tre, con solo sei settimane di vacanza all´anno quando non sono ridotte a quattro. A 30 anni sono già considerati vecchi, a 35 decrepiti.

* * *

I legami del mondo del calcio con la politica, nell´era arcaica si limitavano sostanzialmente alla nazionale che ci rappresentava all´estero. Per il resto durante i vent´anni del fascismo il partito e il suo duce non avevano bisogno di supporti e spot locali. Ma poi, con l´avvento della democrazia di massa e della società dello spettacolo, tutto cambiò: possedere una squadra significava avere uno sbocco importante sulla tifoseria; una grande squadra dava accesso alla televisione, ai giornali, alla pubblicità. Insomma il calcio diventò un potere in tutti i sensi; potere locale, potere nazionale e anche potere internazionale dove si sceglievano i luoghi per le competizioni mondiali e per le Olimpiadi. E quindi «money money money».

Ma in sé il calcio è sempre stato passivo. Strettamente parlando non ci si guadagna, anzi ci si perde. Però assicura vantaggi indiretti talvolta preziosi.

Guardate, tanto per dire, alla Juventus che è stata da sempre di proprietà Fiat al cento per cento. Perché? Perché in una città e in una regione dove ha imperato dagli anni Venti fino a ieri la monocultura Fiat-Agnelli, era indispensabile che la Juventus ne facesse parte integrante. La Juve completava egregiamente il sistema di potere Fiat che disponeva del grande giornale La Stampa, finanziava tutte le attività culturali e ricreative di Torino, aiutava e assisteva le forze deboli della popolazione cittadina, impiegava al Lingotto e poi a Mirafiori e a Rivalta 200 mila operai.

Quegli operai, per molti anni comunisti in altissima percentuale, leggevano però il giornale del padrone e la domenica si spellavano le mani ad applaudire la squadra del padrone. Il quale a sua volta, con il volto di Valletta prima e poi con quello di Gianni Agnelli, favoriva una politica di centrosinistra.

Del resto è sempre stato così in tutti i Paesi democratici maturi: i cosiddetti poteri forti sono aperti al colloquio e «guardano dal centro verso sinistra» come diceva De Gasperi per la sua Democrazia cristiana; i poteri piccoli e timorosi guardano invece a destra, discriminano i più deboli di loro e cercano l´uomo forte che li liberi dalle loro paure. Questa propensione registra vaste eccezioni e l´Italia le ha ben conosciute; tuttavia permane nella sostanza e così opera nel bene e nel male.

Man mano che l´importanza del calcio cresceva e con essa cresceva la propensione ludica della società, i legami tra sport e politica diventavano sempre più forti. Il Coni, la Federcalcio, la presidenza della Lega calcio, il controllo finanziario delle società sportive, sono diventati altrettanti elementi essenziali per sostenere e ampliare il potere dei politici.

Un politico e uomo di spettacolo come Berlusconi lo ha sempre saputo; possiede e presiede il Milan dal 1986 cioè da quando ha raggiunto e consolidato il suo monopolio sulle tv commerciali; da allora tv e Milan sono stati le sue pupille, i suoi strumenti attraverso i quali dispensa alla gente i circenses dei ludi post-moderni. E se li tiene ben stretti a dispetto d´ogni chiacchiera sul conflitto d´interessi perché sa che senza di essi anche il suo potere diventerebbe evanescente e precario.

Ma anche gli altri, su scala ridotta e ridottissima, hanno fatto altrettanto. Con un´aggravante in più: non disponendo delle risorse di Berlusconi né del suo potere politico sono andati avanti con espedienti sempre più truffaldini: debiti, stipendi in nero, sopravvalutazioni degli assets, falsificazione di bilanci. Il buco nero del calcio e le sue dimensioni rapinose erano note a tutti, giocatori allenatori e tifoserie compresi.

Compresa la Lega, compresa la Federcalcio, compreso il Coni, compresa la giustizia sportiva, compresa la Uefa. La novità è che adesso si è mossa la magistratura e la partita è diventata dura, anzi durissima. Con quali vie d´uscita? Assai poche direi.

* * *

La Procura di Roma ha messo sotto osservazione tutto il calcio professionistico italiano, serie A e serie B. Se troverà reati li dovrà perseguire. Purtroppo li troverà, c´è da scommetterci. Probabilmente non nella Juventus, per quanto... Forse ne troverà qualcuno anche nel Milan e nell´Inter, sebbene le dazioni di Berlusconi e di Moratti siano state generose. Il Milan comunque ha un proprietario che «stacca gli assegni» come dice lui; quindi non dovrebbe avere timori.

La Roma, se Sensi riuscirà a concludere la vendita della squadra ai russi, si salverà. Non sarà un bello spettacolo da vedere, un plutocrate di Putin occuparsi di Totti e di Cassano. Ma i tifosi si tureranno il naso e continueranno a tifare. Per altre squadre sarà più difficile. Comunque il mondo del calcio continuerà a bruciare miliardi, la sua influenza sul consenso di massa diminuirà, il giocattolo si sta rompendo, molte squadre scompariranno di fronte all´inevitabile indurimento delle regole.

Ci vorrebbe un risanamento generale: minori stipendi, meno stranieri in squadra, minore partecipazione alle Coppe, quindi meno partite perché risanamento è sinonimo di ridimensionamento. Non più squadre con undici titolari in campo e undici in panchina. Non più sostituzioni in campo a volontà.

Aiuti governativi? Impensabile perché lo vieta la legislazione europea e poi i soldi lo Stato non li ha. Non li ha per i disoccupati, per i malati, per la scuola, per i pensionati, per l´Alitalia; sarebbe enorme se li trovasse per il calcio.

Il calcio non può che salvarsi da solo oppure sarà travolto. Naturalmente le tifoserie diventeranno furibonde se le squadre del cuore dovessero andare a fondo. Questa volta, bisogna onestamente riconoscerlo, il governo non ha particolari colpe. Berlusconi personalmente fa parte, eccome, del mondo del calcio e perciò una parte delle responsabilità è anche sua, ma come presidente del Milan, non come presidente del Consiglio. Certo nella sua qualifica sportiva qualche sbuffata di polvere arriverà anche addosso a lui e in questo caso, una volta tanto, non potrà fare la vittima perché sarà in variegata e numerosa compagnia. L´alibi delle toghe rosse e dei comunisti infiltrati questa volta non funzionerà se risultasse che anche il suo Milan ha gonfiato plusvalenze e trafficato con falsi bilanci.

Si vedrà. Intanto stasera il Milan affronta la Lazio all´Olimpico. Noi romanisti, in via eccezionale, tifiamo tutti per la Lazio. Specie se Ancelotti giocherà con due punte d´attacco in ossequio al diktat del suo presidente. Io non ci spero in una sconfitta del Milan che è comunque una grande squadra. Ma se la Lazio ci riuscisse sarebbe una gran bella soddisfazione.

Vedete? Il tifo è una gran brutta passione e fa perder la ragione perfino a un seguace di Voltaire. Ma che volete? Qualche volta è una valvola di sfogo in questa valle di lacrime, e poi accomuna poveri e ricchi, vecchi e ragazzi e perfino uomini e donne. Se lo si manifesta in modo civile anche uno stadio può diventare luogo di libertà e di eguaglianza. Ulisse eccelleva nei giochi, Pindaro cantò le Olimpiadi, i greci contavano gli anni partendo dal giorno d´inizio di ciascuna Olimpiade. Con i romani e i gladiatori andò a finir male, ma eravamo già in tempi di basso impero o di basso ventre come ho scritto domenica scorsa.

Insomma, lo sport dev´essere snello, pulito, appassionato e leale. Sennò è un immondezzaio, come in gran parte è già diventato.

FIN dal primo momento, il sequestro di Enzo Baldoni è apparso una questione terribilmente seria. Se soltanto si fossero colti i segnali e le informazioni dei governi occidentali e delle intelligence. L'Esercito Islamico dell'Iraq è una sigla che già ha dato prova della sua risolutezza e disseminato le tracce di un lucido e maligno disegno politico. Il disegno politico è già stato al centro delle analisi e delle preoccupazioni dei case officer dell'intelligence americana. Il piano di attacco - subdolo, perché concentrato su individui spesso isolati in Iraq dai propri paesi - prevede di tenere sotto pressione i governi che, pur partecipando all'iniziativa irachena angloamericana, scontano in patria una forte opposizione dell'opinione pubblica alla guerra.

Era già accaduto con le Filippine, quando, il 7 luglio, Angelo Della Cruz, un autista, era stato sequestrato dall'esercito islamico. Il governo di Manila appariva agli occhi dei terroristi iracheni un "anello debole" - la definizione è del Dipartimento di Stato - della Coalizione.

Un sequestro, una minaccia di morte, il lungo tira e molla dei video e dei nuovi ultimatum, nelle intenzioni dei sequestratori, avrebbe dovuto spezzare la determinazione del Presidente Arroyo. In quel caso, così è stato. Il 20 agosto, Manila annuncia il ritiro dei 51 militari del contingente filippino.

Come già è stato rilevato, non è che 51 soldati in meno producessero gran danno alla coalizione angloamericana. Ma, da un punto di vista politico, il rientro in patria di quel contingente era - sono parole degli uomini del Dipartimento di Stato - "il più grande successo politico raccolto in Iraq dall'inizio dell'invasione del marzo 2003".

Un successo che, era facile prevedere, sarebbe stato tentato di nuovo. Contro un altro degli "anelli deboli" delle forze e dei governi presenti in Iraq, accanto a Washington e Londra. Le intelligence occidentali non avevano dubbi che l'Italia poteva essere il Paese bersaglio di una nuova iniziativa dell'Esercito Islamico dell'Iraq. La nera previsione è diventata concreta prima del previsto. Sono subito dunque apparse irresponsabili gli atteggiamenti di leggerezza di personalità della maggioranza e di esponenti di organizzazioni, come la Croce rossa italiana, presenti in Iraq. Nelle poche ore che gli assassini hanno concesso all'Italia per tentare di trovare una soluzione alla crisi, nessuno è parso rendersi conto che questo sequestro era (se possibile) più serio, più drammatico di quello affrontato 4 mesi fa con la morte di Fabrizio Quattrocchi da Stefio, Cupertino e Agliana.

Ed era più serio perché il sequestro di Enzo Baldoni era dichiaratamente politico ed esplicitamente si iscriveva in una logica politica e militare. Tutti invece hanno voluto chiudere gli occhi dinanzi alla realtà. Fonti del governo si affannavano appena qualche ora fa a diffondere fiducia e ottimismo, nella convinzione che i canali aperti nel sequestro dei 4 body guard fossero utili anche in questa nuova circostanza. Come il commissario straordinario della Croce rossa italiana Maurizio Scelli, che appariva impegnato ad annunciare una rapida conclusione del rapimento.

Purtroppo non si è voluta guardare la realtà e ancora oggi l'ipocrisia sembra governare il dibattito pubblico sulla nostra presenza in Iraq e le aggressioni che questa provoca contro cittadini italiani, che per un motivo o per un altro, per lavoro o per solidarietà, decidono di andare in quel Paese. All'opinione pubblica si continua a ripetere che la nostra è una missione di pace. Che siamo lì per sostenere il popolo iracheno. Che mandiamo lì acqua e medicinali. Chiudiamo gli occhi sulle distruzioni, sulla morte degli innocenti. Ci rendiamo così incomprensibile l'odio che una parte del popolo iracheno ci riserva. È l'odio che stanotte ha ucciso anche Enzo Baldoni, un amico del popolo iracheno.

L'immagine è tratta dal sito di Enzo Baldoni, Bloghdad

3 agosto 2004Rutelli: «Non cancelleremo le riforme di Berlusconi». Critiche da tutto il centrosinistra

Questa volta a difendere Francesco Rutelli sono davvero in pochi. Il leader della Margherita sostiuene che il centrosinistra non può cancellare tutte le riforme approvate dal governo Berlusconi. A cominciare dalle pensioni («andrà cancellato lo scalino») e dalla scuola («dopo aver sperimentato la riforma Moratti - dice - si dovranno stabilire i punti precisi su cui intervenire»).

Certo, commenta Violante, bisognerà ragionare su quali leggi «cancellare» e quali «modificare profondamente». Ma per tutto il centrosinistra il problema è un altro. Quali sono le proposte alternative da presentare agli elettori? Come mostrare la discontinuità del nuovo progetto di governo rispetto a quello fallimentare di Berlusconi?

Rifondazione e Verdi tornano a chiedere l'immediata convocazione di un tavolo programmatico di tutta la coalizione. Distinguo anche dai prodiani della Margherita: «La linea politica - afferma Franco Monaco - va discussa con tutto il partito».

Il riformismo di Rutelli: «Gli italiani sono stanchi. Non cancelliamo le leggi della destra»

«Se andremo al governo non potremo scaraventare l’Italia in un terzo quinquennio di riforme che riformano riforme che avevano riformato altre riforme». Francesco Rutelli, in un’intervista al Corriere della Sera lancia la sua sfida al centrosinistra sul programma di governo della coalizione. E all’orizzonte vede addirittura uno «scontro» (anche se lui preferirebbe chiamarlo «confronto»): da una parte le istanze della Margherita, dall’altra le proposte di Rifondazione: «Sia molto chiaro – dice Rutelli – così come noi abbiamo rispetto per le istanze del Prc, anche il Prc deve sapere che dovrà discutere con la Margherita. E che la posizione conclusiva cui giungerà il centrosinistra non potrà essere stabilita da Bertinotti».

Per il leader della Margherita ha avuto ragione Nicola Rossi a dire che non bisogna cancellare la «brutta riforma pensionistica» varata dal governo. «Bisogna dare certezze – spiega Rutelli – serviranno interventi selettivi per correggere e migliorare le attuali leggi. Andrà per esempio cancellato lo «scalino» creato con la riforma previdenziale, e che penalizza chi andrà in pensione dal primo gennaio 2008. Dopo aver sperimentato la riforma Moratti sulla scuola si dovranno stabilire i punti precisi su cui intervenire. E la legge sul mercato del lavoro andrà ritoccata per evitare alcune esasperazioni del sistema, garantendo insieme alla flessibilità più sicurezza sociale. Non si può seminare nel Paese l’incertezza permanente sul futuro».

Le critiche del centrosinistra: «Quelle leggi vanno prese e stracciate. Ci vogliono proposte alternative»

Ma nel centrosinistra a dare ragione a Rutelli è solo Fabris dell’Udeur e Nicola Rossi. Dagli altri solo critiche. A cominciare dai Ds.

«Francamente, non ho capito a che cosa si riferisse Rutelli – afferma Gavino Angius - il 90% delle leggi della CdL va preso e stracciato. Vogliamo parlare delle leggi-vergogna? Dovrebbero essere cancellate dai nostri codici. Vogliamo parlare delle politiche economiche e sociali? Siamo al disastro! Vogliamo parlare della riforma Moratti? È una controriforma!». Di fronte a questo quadro, conclude il presidente dei senatori diessino, «invece di dividerci in dibattiti inutili dobbiamo continuare l'impegno politico di costruire l'unità del centrosinistra».

Certo, osserva Luciano Violante, «bisognerà distinguere e individuare le riforme che andranno cancellate e quelle che andranno profondamente corrette». Ma il problema non è solo questo. «Se si vogliono conquistare i delusi del centrodestra – ragiona il responsabile lavoro della Quercia Cesare Damiano – bisogna fare proposte alternative». E Fabio Mussi, coordinatore del correntone, aggiunge: «I cittadini ci voteranno solo se saremo in grado di rappresentare una chiara e nitida alternativa alla politica, alla cultura e all'ideologia della destra».

Dure critiche da Franco Giordano di Rifondazione: «È veramente paradossale che, mentre la maggioranza perde clamorosamente consensi sulle politiche liberiste in crisi, Rutelli ed alcuni altri esponenti del centrosinistra vorrebbero salvare una parte della legislazione inaccettabile del governo Berlusconi». In questo momento la strada da seguire è tutt’altra: «Per vincere bisogna essere in sintonia con la società più avanzata, nettamente alternativi a Berlusconi sul liberismo e sulle guerre. Anche per questo abbiamo chiesto un confronto programmatico, da aprirsi nell'immediato, con tutte le forze disponibili a rinnovare la società italiana».

Un tavolo programmatico viene invocato anche dai Verdi. E Pecoraro Scanio invoca l’interevento di Romano Prodi, «perchè proposte come quella di Rutelli, che prevedono di mantenere leggi indecenti come quelle del centrodestra, vanno nettamente bocciate».

Per il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Di liberto, «Rutelli dice che bisogna sperimentare alcune riforme della destra. Ma si tratta di un esperimento di genocidio perchè se si attueranno la riforma della scuola e la legge Biagi un paio di milioni di cittadini verranno consegnati alla macelleria sociale. Quelle riforme vanno abrogate».

Critiche infine anche dalla stessa Margherita. Per il prodiano Franco Monaco, Ieri, alla direzione nazionale di Margherita, abbiamo chiesto invano di fare il punto sulla situazione politica. Del resto, era punto previsto dall'ordine del giorno e comunque era cosa naturale e doverosa dopo le discussioni seguite all'assemblea di Rocca di Papa, dopo la proposta di Prodi sulle primarie, dopo l'avvio incerto della nostra presenza nell'Europarlamento. Invertendo l'ordine del giorno, ci si è occupati solo di tesseramento. Oggi, in un'intervista al Corriere della Sera rilasciata evidentemente nella stessa giornata di ieri, Rutelli formula giudizi e orientamenti di particolare rilievo che avrebbero meritato di essere discussi». Ma «un partito degno di questo nome si costituisce e cresce solo se gli orientamenti politici sono discussi e decisi

dentro i suoi organi».

4 agosto 2004Il moderato Rutelli irrita il centrosinistra e lacera la Margherita

Nessuno difende Francesco Rutelli. L’intervista nella quale ha sostenuto che il centrosinistra non dovrà cancellare le più criticate riforme del governo Berlusconi ha lasciato il segno. E ora quasi nessuno prova a difenderlo, neanche nel suo partito. Anzi, alle critiche di Ds, Verdi, Comunisti italiani e Rifondazione si aggiungono anche quelle di esponenti della Margherita sempre più innervositi dal protagonismo solitario del loro presidente.

Basta limitarsi a «interventi selettivi per migliorare le attuali leggi», sostiene Rutelli. Anche su scuola e pensioni. Anche su mercato del lavoro e giustizia. Prendere il buono che c’è e limare i difetti. «Se andremo al governo non potremo scaraventare l’Italia in un terzo quinquennio di riforme che riformano riforme che avevano riformato altre riforme – sostiene – Bisogna dare certezze». Replica ironica Rosy Bindi: «Ha ragione Rutelli quando dice che gli italiani hanno bisogno di certezze. Ma devono offrire garanzie sui diritti della persona, sulla qualità della formazione, sul futuro dei giovani, sulla dignità della vecchiaia. Non mi pare che le riforme avviate da Berlusconi offrano queste certezze; abbiamo invece sperimentato scelte dannose per il paese». Un problema che riguarda il merito delle proposte fatte da Rutelli al centrosinistra, ma anche il metodo: «Il nostro primo dovere è quello di rafforzare lo spirito unitario e sviluppare la capacità di elaborazione comune e di collaborazione del centrosinistra – dice la Bindi - senza forzature e senza fughe in avanti. Solo così potremmo definire un programma di tutta la coalizione. E la Margherita potrà fare la sua parte chiarendo, in modo collegiale, le priorità e le strategie del futuro».

Ma il malessere è più forte proprio all’interno della Margherita. La solitudine del leader, i giochi di potere, le prove di forza rischiano di lacerare una forza politica giovane, nata da un patto fra partiti diversi. L’asse Rutelli-Marini che cerca di isolare i prodiani e lacera gli ex popolari rischia di diventare un fattore paralizzante. Manca un indirizzo politico condiviso: «Se la Margherita devia dal percorso originario e prevalgono le tentazioni neocentriste – ha affermato il presidente dei senatori Willer Bordon in un’intervista a La Repubblica - se non c'è tensione ulivista e prodiana, certamente si troverà qualcuno che alle regionali rappresenterà queste ragioni». Una minaccia di scissione? «Non da parte mia – replica Bordon - Anzi, io sto avvertendo della minaccia che la Margherita corre. Se non arriva un'immediata correzione di rotta. Se salta il progetto vero della Margherita, salta la federazione, l'Ulivo» Insomma, non si può andare avanti così: «Vedo solo esibizioni muscolari, siamo alla spada di Brenno. La conta, la conta. Anziché ascoltare le ragioni degli altri, confrontarsi fino in fondo, l'unica ossessione sembrano i rapporti di forza interni. Se il presidente si lascia prendere dalla logica della conta, finisce per rappresentare solo una parte tra le parti, e non tutto il partito che è stato chiamato a dirigere. E questa non è una cultura di governo, ma una concezione minoritaria e radicale». I rischi non mancano: «La Margherita è (non voglio dire era) un progetto bellissimo. Mettere insieme culture, esperienze, radici diverse. Per un “altro” riformismo rispetto ai Ds. Ma è anche un contenitore ancora fragile. Da maneggiare con estrema cura. Invece qualcuno scherza con fuoco e rischia di bruciarsi». E ora come se ne esce? «A settembre propongo la convocazione degli Stati generali».

Più cauto, ma piuttosto chiaro Pierluigi Castagnetti: «Sono mesi che sto cercando di evitare che succedano guai... comunque è un tema molto serio, ne parlerò ma è un tema che non si può affrontare con una battuta». Più esplicito e fin troppo chiaro il vicecapogruppo al Senato Natale D’Amico: «C'è un partito in cui non si discute di politica ma di tessere, in cui alle regole si sostituisce la conta interna, in cui si rinuncia all'ambizione di costruire il grande soggetto politico dell'alternativa riformista di governo, in cui troppo spesso si occhieggia a velleità neocentriste. Se prevarranno le posizioni di chi anzichè guardare a Schroeder, a Blair, a Kerry, a Prodi, preferisce guardare a Follini il destino della Margherita sarà segnato».

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