Titolo originale: Array of Hope: Environmental leaders and thinkers on what comes next– traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Cosa facciamo adesso? È la domanda posta da un lettore che si alza presto al direttore di Grist, in una lettera scritta subito dopo i primi risultati delle elezioni. Di fronte ad altri quattro anni di amministrazione Bush (un’amministrazione ovunque denunciata come la più ambientalmente distruttiva nella storia nazionale) il nostro corrispondente si è chiesto: in che direzione dovranno rivolgersi le energie dell’ambientalismo per i prossimi quattro anni?
Anziché risponderci da soli, ci siamo rivolti agli ambientalisti di tutto il paese per sentire la loro opinione: scrittori, pensatori, membri del Congresso e leaders di associazioni, studiosi e ricercatori. [...]
Jim Jeffords (Senatore, membro del Senate Environment and Public Works Committee)
In qualunque dibattito e in qualunque momento, gli ambientalisti devono continuare a sostenere che una maggior protezione della salute pubblica e dell’ambiente è un fattore critico per tutti gli Americani, per l’economia, per le future generazioni. Devono continuare la loro vigilanza e ritenere responsabili i rappresentanti eletti di qualunque tentativo di modificare in negativo leggi e regolamenti. Devono contestare pubblicamente decisioni sbagliate e non scientifiche, e impegnarsi per rendere trasparente il processo decisionale. Allo stesso tempo, devono essere presenti anche all’interno dei partiti, coltivare nuove relazioni e rinforzarne di antiche, sviluppare nuove collaborazioni con qualunque gruppo impegnato in qualunque aspetto della vita americana. Se vale la lezione del passato, agli ambientalisti saranno necessarie tutte le risorse a disposizione nei prossimi quattro anni, anche solo per mantenere una sembianza di progresso in avanti, e assicurarsi di lasciare la nostra aria, le acque, la terra, in condizioni migliori di come le abbiamo trovate.
Yvon Chouinard (fondatore e finanziatore di 1% for the Planet programma dall’impresa alle associazioni ambientaliste di base)
Non starei ad aspettare che il Partito Democratico rimetta insieme le frattaglie per il prossimo round, perché credo che i risultati delle elezioni di questa settimana lo porteranno anche più a destra di dove sta ora.
Abbiate fede nella democrazia di base.
Nei giorni antichi del nostro paese, e fino alla fine del XIX secolo, c’erano tre potenti forze sociali: il governo federale, quello locale, la democrazia di base. Fra queste tre, la democrazia civica di base era di gran lunga la più potente. I suoi attivisti furono responsabili in primo luogo del distacco dalla Gran Bretagna. E pensiamo alle questioni ambientali: creare il parco nazionale di Yosemite non fu un’idea di Teddy Roosevelt, ma dell’attivista John Muir, che convinse Roosevelt a campeggiare fra le sequoie. Oggi, i cittadini canoisti e pescatori lavorano per tirar giù le dighe obsolete e lasciar scorrere i fiumi. I falconieri hanno ripristinato il falco pellegrino che era quasi estinto. I cacciatori di anatre hanno fatto il massimo per proteggere gli uccelli acquatici del Nord America.
Nol mondo, più di 100.000 organizzazioni non governative lavorano sui temi della sostenibilità ecologica e sociale. Il fatto che siano sorte indipendentemente è una formidabile affermazione di quanto sia estesa la crisi ambientale. Molte di queste organizzazioni di base sono molto più capaci di risolvere problemi di quanto non siano le autoreferenziali imprese multinazionali o le agenzie governative. La maggior parte sono gruppi locali che lavorano lunghe ore con risorse minime. E allora, dico io, più che mai abbiamo bisogno di incoraggiare la democrazia di base unendoci, facendo volontariato, o sostenendo finanziariamente questi gruppi. Possiamo ancora avere voce in fatto di democrazia.
Laurie David (membro del direttivo al Natural Resources Defense Council)
Superato l'ostacolo della rielezione, la cricca Bush e i suoi amici inquinatori porteranno la loro tresca ad un livello tale da fottere davvero il popolo americano. Sappiamo che questa amministrazione tenterà di nuovo l’assalto allo Arctic Refuge. Sappiamo che continuerà a cercare di indebolire il Clean Air Act; e sappiamo che torneranno contro le foreste e le zone naturali con spirito vendicativo.
La buona notizia è che ci siamo anche noi. La gente deve ricordare che queste elezioni non erano su temi ambientali. Gli americani sono ancora in grandissima maggioranza favorevoli alla tutela ambientale, e sono ancora infuriati per quanto il governo ha accettato dai lobbisti di impresa.
Non tollereremo che una pseudo-scienza detti le politiche americane. Non tollereremo che si continuino a mascherare orribili politiche con sotterfugi verbali. Dobbiamo unirci come non mai, per respingere un attacco frontale e diretto. Quando si arrivò al peggio delle iniziative di Bush nello scroso mandato, fu solo la muraglia di pietra dell’opinione pubblica ad ostacolarlo. Deve continuare a farlo.
I sostenitori delle questioni ambientali devono continuare a portare le proprie richieste ai governi statali, a Capitol Hill, e se necessario ai tribunali. Ma non possiamo giocare solo in difesa. Dobbiamo continuare la lotta per nuovi limiti al riscaldamento globale, e insistere sul fatto che è tempo di disintossicarsi dal petrolio del Medio Oriente.
John Passacantando (direttore operativo di Greenpeace USA)
Vedere Bush rieletto con la più netta maggioranza dai tempi della presidenza di suo padre, è uno choc emotivo. Sembra si sia assicurato un mandato pieno sull base delle politiche di guerra preventiva, guerra all’ambiente, capitalismo cieco, velato razzismo, omofobia, e un fondamentalismo che sarebbe l’orgoglio di un Talebano.
Che fare? Provare dolore. Se ascoltate il presidente Bush e vi sentite scoraggiati, avete la sensazione che il vostro governo non vi rappresenti, che questo non sembra più il vostro paese, assaporate questi sentimenti. Anche Gandhi, King, Lewis, Parks, Muir, Thoreau prima di fare le loro grandi cose, si sentivano tutti così. Lo sentivano, la cosa li faceva arrabbiare, poi li motivava. Ora è il nostro turno, di sentirci fottuti. E allora, insieme, lo trasformeremo in qualcos’altro.
La nostra è una causa giusta. Non possiamo permetterci la sconfitta, o di sentirci sconfitti. La postra è troppo alta. Il nostro pianeta. Il nostro futuro. E l’eredità che lasceremo ai nostri figli.
Carl Pope (direttore operativo del Sierra Club)
Per prima cosa: il Sierra Club ha ottenuto una grossa vittoria per l’ambiente, reclutando più di 12.000 nuovi volontari e mobilitando centinaia di migliaia di elettori attenti ai temi dell’ambiente. Comunque saranno quattro anni duri. Il primo istinto della Casa Bianca del rieletto Bush sarà di completare la distruzione della rete di sicurezza ambientale. Possiamo aspettarci più segretezza governativa, più soppressione di dati scientifici di base, anche tentativi di negare ai cittadini i diritti elementari di appellarsi a un tribunale per difendere se stessi e le proprie comunità dagli assalti all’ambiente.
Ma i nostri 750.000 membri, e questi nuovi volontari, non saranno scoraggiati: continueremo a ritenere responsabili l’amministrazione Bush e il Congresso. Il Congresso andrà al giudizio degli elettori fra due anni. E ancora due anni dopo, entrambi i partiti cercheranno di prendere la Casa Bianca. Il lavoro cominciato dal Sierra Club negli scorsi due anni, di ricostruire la comunità ambientalista del paese, è il lavoro giusto. Dobbiamo semplicemente farne di più, farlo meglio, spiegare al popolo americano come le politiche ambientali dell’amministrazione Bush stiano mettendo a rischio le loro famiglie.
Julia Butterfly Hill (famosa per aver vissuto tre anni su una sequoia)
Il sistema elettorale è logoro e corrotto, la vittoria di Bush è una farsa. Con i meccanismi di voto posseduti e controllati dai sostenitori di Bush, non sorprende che sia di nuovo presidente. Non viviamo in una vera democrazia. Se fosse così, avremmo una rappresentanza vera, e non semplicemente un sistema a due partiti. I grandi mutamenti storici nel mondo sono avvenuti quando la gente è scesa per le strade ad abbattere sistemi che sostenevano l’oppressione, costruendo contemporaneamente movimenti propositivi. Prego che queste elezioni siano il segnale di sveglia perché gli americani inizino a distruggere quello che non serve noi e il nostro mondo, e a costruire insieme una nuova visione rispettosa della gente e del pianeta.
Richard Nelson (antropologo)
Quando i politici operano per distruggere foreste e terre agricole, parlate. Quando mettono in pericolo l’aria e le acque, parlate. Quando minano il benessere dei nostri quartieri, parlate. Quando non rispettano i diritti umani, parlate. Quando disprezzano i principi di libertà e democrazia, parlate. Quando ignorano le responsabilità che si accompagnano ad un potere senza limiti, parlate. Quando mettono in pericolo le opportunità di pace, parlate. E soprattutto, quando loro chiedono il silenzio: parlate. Mai come ora, le speranze e promesse dell’America poggiano su un coro di voci irrefrenabile che sale: sussurram grida, proclama, protesta, difende, resite, canta, sostiene, celebra ... e perseverante: parla!
Rick Bass (scrittore)
Non arrendersi, non rinunciare. Prepararsi strategicamente al 2008 nei centri universitari, e rivolgersi al voto giovanile. Cominciare dagli studenti del primo anno per le elezioni del 2006 e 2008. Spingere per tutte le cose che avremmo chiesto a (e ci saremmo aspettati da) Kerry.
Emigrare in Canada non è una scelta. La patria deve essere difesa.
Terry Tempest Williams (scrittrice)
Tutti dovrebbero guardare Mosh, il video di Eminem, mettersi addosso casacche verdi, e stare a difendere il territorio, vigili e attenti.
David Orr (direttore per gli studi ambientali al l’Oberlin College)
Tanto per cominciare, diamo il giusto nome alle cose. L’elezione del 2004 conferma i peggiori incubi di James Madison: la conquista di tutti i rami del governo non solo da parte di un singolo partito, ma da parte di una frazione estremista di un partito.
In secondo luogo, dobbiamo essere chiari su dove stiamo andando. In quanto popolo, avermo più corruzione, più divisioni, più bugie, più terrorismo, più inquinamento, più agevolazioni per i ricchi, più fanatismo religioso, più sussidi alle grandi imprese, più bambini abbandonati, più famiglie in difficoltà, più debito pubblico sulle spalle dei nostri figli, più degrado urbano, più sciocche ideologie, e altri rinvii sulla questione dei potenziali catastrofici mutamenti del clima che si accumulano davanti a noi.
Al terzo posto, gli obiettivi di lungo termine, che sono chiari: restaurare la democrazia negli Stati Uniti eliminando il denaro dalla politica, ripristinando il controllo pubblico sulle telecomunicazioni, ricostruendo una stampa libera, a proprietà locale, ripristinando la caduta separazione fra stato e chiesa, e rieducando il popolo ad essere cittadino cosciente. Come possiamo fare queste cose? Nello stesso modo in cui si fanno le altre cose grandi e nobili: con pazienza, coraggio, energia, certezze, e padronanza dell’arte della strategie. Il ventre molle dell’impero Bush-Cheney-Rove è fatto di tutti i conservatori pensanti, disturbati dall’avventatezza, persone oneste offese dalla mendacità, veri Cristiani sufficientemente attenti per notare la discrepanza fra parole e vita, fra il nostro “Principe della Pace” e le nostre politiche interne e internazionali.
Non abbiamo forza, per la disperazione!
Scott Sanders (scrittore)
Dobbiamo resistere agli attacchi contro l’aria, il suolo, l’acqua e le aree naturali. Ma abbiamo anche bisogno di cambiare la nostra cultura, non solo i nostri leaders e le nostre tecnologie. Dobbiamo pronunciarci a agire per più conservazione, più sostenibilità, più pace, più pratica nelle case, posti di lavoro, scuole, pubbliche assemblee. Dobbiamo rifiutare il silenzio, la rinuncia, contro la cultura del consumismo industriale e una cultura di massa che ci spaccia la droga del divertimento. Dobbiamo articolare e dimostrare un modo più corretto e gioioso di vivere.
Bill McKibben (giornalista, scrittore, membro del consiglio direttivo di Grist)
Non c’è altro che scoraggiamento in questi risultati elettorali. Sarà dannatamente dura salvare lo Arctic National Wildlife Refuge con questo nuovo Senato, e sostanzialmente impossibile far passare niente di significativo riguardo ai mutamenti climatici (e probabilmente tutto il resto). Più che mai, giocheremo in difesa a livello nazionale e tenteremo di fare le cose vere a livello statale, almeno in quella striscia di stati colorati di blu sugli schermi TV. Ma siamo chiari: quello che è successo ieri sera garantisce che l’America non rientrerà nelle discussioni mondiali sui problemi dell’ambiente per anni.
Martha Marks (presidente di REP America, associazione ambientalista Repubblicana)
I conservazionisti devono intensificare la propria visibilità pubblica e trovare modi più efficaci per coinvolgere l’America media e il mondo dell’impresa. Per i prossimi quattro anni, i conservazionisti dovranno mantenere i contatti con Washington, ma orientare più energie verso il conseguimento di risultati dove l’ambiente è più ricettivo: a livello dei governi statali e locali.
Paul Hawken (direttore del Natural Capital Institute)
Premere per una radicale riforma dei meccanismi di campagna elettorale. Togliere il denaro delle imprese dalla politica. Depoliticizzare l’ambiente. Separare il Servizio Forestale dal Dipartimento dell’Agricoltura e collocare entrambi in un Dipertimento degli Interni che sia una struttura tecnica a fondamento scientifico. Fare della riduzione delle emissioni da carbonio una priorità internazionale. Creare un fiscalmente neutrale “ feebate system” per raddoppiare il chilometraggio del parco automobili americano. Rendere la conservazione e l’efficienza conveniente per il cittadino medio.
Peter Matthiessen (naturalista, scrittore)
Noi ambientalisti non dobbiamo perdere slancio o allentare gli sforzi nemmeno per un giorno, in questa lotta disperata per difendere la terra e la vita americane da altri quattro anni di spietato sfruttamento da parte dell’amministrazione Bush e dei suoi dirigenti di impresa. Dobbiamo riunire le forze per trovare sostegni: politici, finanziari e nei media. Una continua visibilità e l’inevitabile rabbia pubblica possono ispirare una rossa campagna di riforma finanziaria, e persuadere un presidente che non cerca più la rielezione a far brillare un po’ di più il bilancio ambientalmente più disgraziato che si ricordi, ripulendo dalla puzza di combustibili fossili, quella di Enron e Halliburton, la tristemente macchiata Casa Bianca; mettendo fine alla irresponsabile deregolamentazione e rimozione delle tutele ambientali nell’Arctic National Wildlife Refuge, nella Tongass National Forest, nel Rocky Mountain Front, e altrove; sostenendo uno standard di efficienza minima di 15 chilometri per litro di benzina; sollecitando l’impegno del congresso per le energie rinnovabili: in definitiva lavorare per conservare almeno un’apparenza di Beautiful America, per i nostri innocenti eredi.
Peggy Shepard (direttore operativo di WE ACT for Environmental Justice)
Ieri sera, prima che il Presidente Bush fosse dichiarato vincitore, alcuni sapientoni stavano prevedendo che le trivellazioni petrolifere nell’area dell’Arctic National Wildlife Refuge potessero cominciare presto. Questo dovrebbe dare il senso di quanto difficile sarà fare progressi su un’agenda ambientale forte, con un’altra amministrazione Bush.
Un modo di iniziare a prepararsi ai prossimi quattro anni, per ambientalisti e sostenitori delle cause ambientaliste, è quello di cominciare a concentrarsi su come articolare una visione del futuro che ispiri alleanze per: giustizia ambientale e mutamenti climatici globali; rafforzamento del Clean Air Act, costruzione di sostegni l principio di precauzione, miglioramento della qualità dell’acqua, sviluppo di una politica energetica sostenibile. Dobbiamo condividere prospettive e valori se dobbiamo costruire una coalizione politica vincente che possa riformare le politiche ambientali dello stato, migliorare la salute ambientale, mantenere l’impegno sui cambiamenti di clima, e fermare i tentativi dell’amministrazione Bush di tornare indietro sulla legislazione ambientale.
Christina Wong (laureanda in discipline ambientali a Berkeley)
Per i prossimi quattro anni, gli ambientalisti dovranno mantenere la pressione sull’amministrazione Bush attraverso tutti i canali, lavorando per bloccare qualunque indebolimento delle leggi ambientali attraverso lobbying e pressione legale.
Ma il nostro fuoco principale sarà alla base, al livello statale e locale, dove possiamo contrastare i danni di Bush incoraggiando la crescita del movimento e sviluppare iniziative statali come quella fondamentale della legge della California sui gas-serra. La comunità ambientalista ha bisogno di formare una coalizione più forte, visibile, attiva, per avere più sostegno e influenza. Dobbiamo mobilitare ed eucare il pubblico per creare una base che eserciti pressione sul governo per una più forte protezione dell’ambiente.
Alison Deming (autrice di Science and Other Poems)
Le speranze stanno nel pensiero e nell’azione locali, che non possono essere tarpati da menzogne, prepotenze, sfruttamento, avidità, che vengono spacciate per politica “pubblica” dalla dirigenza Bush/Cheney. Nella triste scia di queste elezioni dobbiamo concentrare l’energia degli attivisti sui piccoli buoni fatti che possono avere effetto sulla qualità ambientale locale e sulla giustizia sociale. Non è il momento di smorzare i fuochi dell’attivismo. Facciamo rumore, poesia, notizia. Come ha scritto W. H. Auden,
Per servire da paradigma
Ora, di quale possa essere un plausibile Futuro
È il motivo per cui siamo qui.
Nota: qui il sito del Grist Magazine, col testo originale, le facce degli intervistati e qualche informazione in più (fb)
Bologna città di pace
La tradizione pacifica, solidale e democratica di Bologna, che ha trovato nella mobilitazione per la pace e contro la guerra in Iraq un'espressione così grande, merita un concreto impegno istituzionale, per lo sviluppo di una cultura di solidarietà e cooperazione tra i popoli, per una cultura di pace. Noi ci riconosciamo pienamente nell’articolo 11 della Costituzione e rifiutiamo la guerra: intendiamo promuovere e favorire anche a livello locale una rinnovata cultura della legalità internazionale che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni, soprattutto attraverso le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Le amministrazioni locali devono rendersi protagoniste di quella "diplomazia dal basso" che, grazie all'impegno di tante associazioni, di singoli cittadini e degli stessi enti locali, può rappresentare uno straordinario contributo alla crescita di una cultura di pace, di incontro fra identità diverse, di sviluppo della cooperazione internazionale, con lo scopo di prefigurare un nuovo modello di globalizzazione, che affermi i valori dell’equità sociale, della promozione dei diritti umani fondamentali, della pari dignità fra popoli e culture, del rispetto del diritto internazionale.
Bologna contro il terrorismo
Non ci deve essere spazio per la violenza e il terrorismo. Lo rifiutiamo e lo combattiamo qui, in Italia e nel mondo. È un dovere di tutti tenere viva la memoria storica delle stragi dell'Italicus, del 2 Agosto, di Ustica, del Rapido 904, della Uno Bianca e degli atti terroristici di cui è stata vittima Bologna, fino al recente assassinio di Marco Biagi e agli ultimi atti, inquietanti e simbolicamente gravi, che hanno colpito la nostra città.
Bologna città antifascista
L'antifascismo resta per noi un valore fondamentale, che rappresenta la nostra riconoscenza verso quelle donne e quegli uomini che con il loro sacrificio hanno conquistato libertà e democrazia per tutti gli italiani. È un valore che decliniamo respingendo i tentativi di attenuare le responsabilità storiche del fascismo e di delegittimare la Resistenza, ma anche nell'attualità della vita delle nostre comunità, opponendoci ad ogni forma di violenza, di intolleranza, di razzismo e di xenofobia, contribuendo così all’affermazione dei valori fondanti della nostra Repubblica espressi nella prima parte della Costituzione.
Bologna città dei diritti
Libertà, giustizia, solidarietà, diritti e doveri, equità, opportunità e responsabilità sociale sono i nostri valori di riferimento per il governo democratico della società. Il diritto alla salute e all'ambiente, alla mobilità, alla casa, alle prestazioni sociali, all’istruzione e alla formazione, alla cultura e alla conoscenza, il diritto al lavoro e nel lavoro, all'accesso alle nuove tecnologie, alla creatività, all'informazione sono inalienabili e come tali devono essere considerati esigibili da tutti, trovando il necessario riscontro nell’esercizio dei corrispettivi doveri. In particolare i diritti fondamentali della persona devono trovare nelle istituzioni democratiche gli strumenti della loro garanzia universale per tutte e per tutti, indipendentemente dal titolo giuridico della loro presenza sul territorio. La laicità delle istituzioni è garanzia per tutti i cittadini di poter essere ugualmente partecipi della vita pubblica.
Bologna ha urgente bisogno di un grande investimento in democrazia. La partecipazione democratica deve diventare il fondamento di un nuovo modo di governare, anche attraverso strumenti quali il bilancio partecipativo e l'urbanistica partecipata. Un obiettivo che vogliamo perseguire, anche alla luce della recente pronuncia del Consiglio di Stato sullo Statuto del Comune di Forlì per ciò che riguarda i Quartieri, è quello di una legge nazionale per il diritto di voto dei migranti alle elezioni amministrative.
Bologna città dei servizi e della solidarietà
I servizi agli anziani, all'infanzia, alla famiglia, sanitari, per l'accoglienza, per l'handicap, per il diritto alla casa e alla sicurezza, devono ridiventare centrali nel progetto di vita comune della nostra città. La nostra azione di governo dovrà innanzitutto essere orientata verso l’obiettivo di rilanciare il welfare locale come motore per lo sviluppo della città. La spesa sociale non è un inutile “fardello” che è possibile scaricare dai bilanci degli enti locali: un forte investimento pubblico è necessario per garantire a tutte le cittadine e i cittadini le prestazioni essenziali, per dare sicurezza agli anziani, opportunità ai più giovani, benessere e qualità alla vita di tutti. Una città con un forte investimento sociale, con migliori condizioni di benessere è una città più ricca: lo sviluppo economico, le imprese, hanno bisogno di un buon welfare locale per crescere. Uno stato sociale maturo è ciò che ha consentito alle donne della nostra città di lavorare fuori dalle mura domestiche, di conquistarsi autonomia, ma anche produrre ricchezza e, più in generale, superare svantaggi e promuovere integrazione. Vogliamo favorire una “partecipazione dal basso”: questo significa chiamare ai tavoli della programmazione le forze sociali e sindacali, il terzo settore, le associazioni, il volontariato, con l’obiettivo comune di leggere insieme i bisogni, indicare le priorità e scegliere le modalità organizzative più idonee per assicurare il servizio. Il principio della sussidiarietà va adeguatamente valorizzato nell’ambito delle autonomie locali, non potendo essere l’ente pubblico autosufficiente nel dare risposte alla multiformità delle problematiche sociali che si presentano; l'intervento privato nel campo dei servizi sociali di base deve mantenere un ruolo integrativo e non sostitutivo della gestione pubblica. Il ruolo del privato sociale deve essere valorizzato per la capacità di raccogliere quella fondamentale risorsa che è il volontariato.
Bologna città del futuro
Un progetto di sviluppo e di crescita di lungo respiro, per tornare ad essere una città importante in Italia e in Europa: di questo ha bisogno Bologna. Il programma delle infrastrutture per l’economia e i trasporti deve essere in grado di tessere relazioni, di regolare e incentivare reti con soggetti istituzionali a livello regionale, europeo e internazionale. Intendiamo costruire, insieme alla Provincia e ai Comuni bolognesi un chiaro itinerario di governo, un programma per l'area metropolitana all'altezza delle sfide che il nostro territorio dovrà affrontare. La città si trasforma, sotto la spinta dei cambiamenti di questa epoca globale. I cambiamenti vanno affrontati e governati, proprio per essere all’altezza della migliore tradizione della storia di Bologna. Il futuro va pensato, progettato e percorso. Allora bisogna affrontarlo con coraggio e generosità, avere fiducia nelle capacità intellettuali e professionali dei giovani, offrire loro una grande opportunità: tornare protagonisti del destino della città. L'economia bolognese richiede un forte investimento sulla ripresa di una moderna e avanzata imprenditorialità, della quale abbiamo avuto esempi concreti anche a Bologna, che passa attraverso la consapevolezza del ruolo sociale dell’imprenditore che vuol dire anche un nuovo impulso alla competitività, alla innovazione, alla produzione di un sempre maggiore valore aggiunto delle idee e dei progetti imprenditoriali, anche attraverso la ricerca da incrementare sia da parte del privato che da parte del pubblico. La flessibilità del mercato del lavoro è un fenomeno complesso, con aspetti positivi e negativi, che caratterizza questa fase storica. Gli enti locali devono e possono costituire un riferimento fondamentale per contrastare la tendenza ad una progressiva precarizzazione del mercato del lavoro, promuovendo attività economiche altamente qualificate, di ricerca, innovazione e sviluppo, ed in questo favorendo le iniziative di imprenditoria giovanile, sapendo che è sulla qualità che si gioca il nostro futuro. Gli enti locali sono chiamati ad una gestione equilibrata della propria organizzazione, puntando sulla valorizzazione delle professionalità interne ed evitando il massiccio, continuo e alternativo ricorso a consulenze e incarichi esterni. L’utilizzo indiscriminato ed ingiustificato di lavoro precario e irregolare devono costituire titoli di sfavore per le imprese che richiedono sovvenzioni e contributi o che intendono avere rapporti di fornitura con le pubbliche amministrazioni e le loro aziende.
Bologna città dell’ambiente
I territori, con le loro diversità ambientali, culturali, di capitale sociale e umano, non devono più essere sottomessi a processi che distruggono le risorse e le diversità senza più riprodurle. La qualità dell’ambiente in cui viviamo è la misura fondamentale della qualità della vita del contesto urbano. E’ prioritaria una ristrutturazione ecologica della città, muovendosi in una logica di area vasta, con un reale governo del territorio, dove i temi del verde, delle infrastrutture, della mobilità, dell'urbanistica, dei servizi pubblici locali e dell’arredo urbano trovino una organica concordanza di obiettivi. La tutela dell'ambiente, l'accesso alle risorse di vita essenziali, la godibilità dei beni artistici e del paesaggio costituiscono un diritto di ogni individuo, per le generazioni presenti e future. Per contrastare l'involuzione sociale e urbanistica della città nella sua dimensione metropolitana occorre assumere l'obiettivo e il vincolo della sostenibilità con queste coordinate di fondo: fermare il consumo di territorio nel cuore urbano, ricreare le condizioni ambientali di tutela della salute dei cittadini, ripensare il modello di mobilità. Il sistema attuale di mobilità congestiona gravemente il traffico rendendo la città a tratti invivibile, producendo dati drammatici sull'inquinamento atmosferico ed acustico. Più in generale, il crescente consumo di energia contribuisce all’aumento dell'effetto serra e dell’inquinamento: per questo abbiamo bisogno di una politica energetica che fornisca risposte adeguate anche da questo punto di vista, facendo scelte a favore dell’utilizzo di energie alternative e di risparmio e recupero energetico.
Bologna città di scuole e di cultura
Bologna ha sempre prodotto sapere: dalla più antica Università del mondo fino all'eccellenza dei suoi nidi e delle sue scuole dell'infanzia.
Innovazione, formazione, ricerca: sono questi i settori determinanti per definire il progresso di una città, sono risorse odierne e future. Il sistema scolastico e formativo deve garantire quell'uguaglianza di diritti e opportunità che sta alla base della crescita di ogni Paese democratico avanzato, nel rispetto del dettato costituzionale. La forte crescita della domanda di quantità e qualità dei percorsi educativi deve trovare fin dall'asilo nido una risposta adeguata nel sistema pubblico di istruzione: qui vanno concentrate le risorse, per sostenere il diritto all'istruzione per tutti.
Bologna ha bisogno di una programmazione culturale alta, capace di intrecciare la complessità sociale, l'innovazione tecnologica e la potenzialità culturale che le è propria. La cultura e la formazione sono settori strategici su cui c'è bisogno di un forte investimento. In particolare la qualità della scuola e la capacità di promozione dell’innovazione dell’università e del mondo della ricerca, sono un elemento imprescindibile per la qualità sociale, la crescita culturale e lo sviluppo economico di Bologna. La nostra città deve diventare uno dei centri di produzione più significativi. Ci impegniamo a tutelare e promuovere i produttori di idee, di sapere, di immaginario.
Bologna città accogliente, affettuosa e sicura
La città di tutti i giorni è più ampia di quella formata dai residenti: la mobilità interna all’area metropolitana è molto accentuata anche dalla presenza di studenti universitari fuori sede e da pendolari di altre province.
In sostanza la città reale non corrisponde alla “città burocratica” per cui l’esigenza di un governo di area vasta rimane uno dei temi di fondo per Bologna. Occorre riaffermare che l’intera comunità sarà più forte e più sicura se saprà affrontare le sfide del nuovo millennio affermando valori di solidarietà, dialogo fra le culture, garanzia per tutti di uguali diritti e doveri. Le politiche di inclusione e di accoglienza, soprattutto dei cittadini migranti, dovranno fondarsi sul riconoscimento della persona come portatrice di pari diritti e doveri e di opportunità di accesso ai servizi. La legge Bossi-Fini rappresenta un contesto estremamente negativo per le politiche di accoglienza e di incontro delle diverse culture ed identità; la politica degli enti locali bolognesi, pur nelle competenze limitate che la normativa assegna a Comuni e Provincia, deve concretamente dimostrare una visione alternativa a quella della destra, operando per il superamento del CPT di via Mattei, individuando soluzioni alternative che ne permettano la chiusura. La sicurezza e la serenità delle cittadine e dei cittadini sono un "bene pubblico", cui il governo locale deve dedicare tempo ed energie. La vita quotidiana dei bolognesi è pervasa dal senso di insicurezza, dal timore di trovarsi abbandonati a se stessi di fronte a un ambiente ostile e inadeguato ai propri bisogni, rispetto ai fenomeni di criminalità diffusa. Partendo dal presupposto che la criminalità deve trovare risposta sicura e certa, da parte delle Forze dell’Ordine e della Magistratura, pensiamo ad un impegno che dovrà coinvolgere le Istituzioni, le associazioni, la cooperazione sociale, il volontariato, i supporti sanitari e psicologici, tutti coordinati tra loro per sviluppare iniziative anche a carattere preventivo e nell'intento di creare con serietà ed efficacia i percorsi di rieducazione, riabilitazione e accompagnare i soggetti nel reinserimento nel tessuto sociale e lavorativo.
Bologna città che valorizza il punto di vista delle donne
Il punto di vista delle donne sarà sempre presente e visibile, con atti precisi e scelte concrete, responsabili e condivise.
Vogliamo attuare una politica di pari opportunità che veda le donne non più un gruppo sociale svantaggiato, da tutelare e sostenere, bensì un elemento di dinamismo e di innovazione nella società.
L’Amministrazione comunale intende sviluppare una nuova idea di pari opportunità: non tra donne e uomini, ma per donne e uomini.
[...]
L'aria, l'acqua, lo spazio, il silenzio, il territorio, la forma urbana, la biodiversità sono beni primari indispensabili per i cittadini, il cui utilizzo è subordinato all'interesse collettivo, e quindi irriducibile alle pure logiche del profitto. La città si sviluppa ed evolve non in quanto cresce la sua dimensione fisica, ma in quanto distribuisce in modo equilibrato le sue funzioni, accresce la quantità e la qualità dei suoi servizi, migliora la qualità dell'ambiente urbano: insomma la cifra dello sviluppo è la qualità per tutti. In questo quadro si auspica l’attuazione di una strategia complessiva di riduzione del costo della casa e degli affitti, che sviluppi l’incontro tra domanda e offerta. Lo spazio urbano storicamente consolidato non può contenere al suo interno oggetti la cui crescita dimensionale tende all'infinito: da questo punto di vista il tema del decentramento, che deve anch’esso rispondere a precisi criteri di sostenibilità, è concreto ed urgente, e deve essere affrontato ridistribuendo in maniera armoniosa sul territorio vecchie e nuove centralità, produttive e dei servizi, tenendo presente che le relazioni fra i problemi e le proposte per la loro soluzione coinvolgono l’assetto della città, la riqualificazione delle periferie e la capacità di fare sistema dei Comuni dell’area metropolitana bolognese.
La trasversalità del tema ambientale ha orientato tutta la costruzione di queste linee programmatiche, facendola diventare una vera e propria chiave interpretativa delle politiche pensate per la città. In questo capitolo intendiamo sottolineare solo un aspetto specifico, quello legato al risparmio energetico. Molto si dovrà fare in materia di trasporti e mobilità, nella promozione di fonti energetiche rinnovabili, nell’educazione al contenimento dei consumi. Intendiamo assumere una iniziativa diretta per ciò che riguarda i consumi energetici propri dell’Amministrazione, convinti di generare uno spirito emulativo che coinvolga progressivamente il tessuto sociale e produttivo della città.
[…]
Gli scenari demografici e ambientali per i prossimi venti anni dicono con chiarezza che a Bologna, da subito servono politiche forti per attrarre nuovi residenti, in particolare giovani. Questo solo per mantenere la popolazione adeguata a far fronte alla domanda di lavoro del nostro sistema economico e per garantire la ricchezza necessaria a sostenere il nostro welfare e un aumento notevole della popolazione anziana.
Servono case in affitto o in proprietà agevolata insieme ad una rete di servizi pensata per una società sempre più multietnica e sempre più orientata alla ricerca, alla qualità del lavoro e della conoscenza.
Proponiamo un’idea forte di governo del territorio, un progetto costruito per l’area metropolitana, che realizzi un processo di decentramento e di riequilibrio territoriale. Nel tessuto urbano consolidato, l’attuale situazione di disordine va affrontata con scelte nette e chiare. Proponiamo una nuova cultura della città, della qualità sociale, dell’abitare, che si fonda sulla partecipazione dei residenti, degli studenti, dei lavoratori e delle lavoratrici che abitano in città senza risiedervi.
La programmazione edilizia va orientata verso scelte di regolazione e riqualificazione.
Sul versante ambientale la lettura dei dati, ma soprattutto la vita quotidiana di ognuno, conferma che non possiamo più permetterci l’attuale inquinamento acustico e atmosferico e la ormai generalizzata congestione del traffico. Se vogliamo restare protagonisti attivi e vitali in Europa dobbiamo essere capaci di fare una città accogliente e amica per la qualità dell’aria e del verde, per l’arredo urbano, per l’accessibilità ai servizi e agli spazi, per l’efficacia del nostro sistema di mobilità.
Dunque qualità urbana e nuova coesione sociale.
Una pianificazione urbanistica che torni a fare scelte forti e strategiche di lungo periodo con regole per attuarle e procedure democratiche per definirle. La concertazione è uno strumento importante se inserito in un contesto di scelte e di regole, capace di coinvolgere l’insieme dei soggetti sociali e non solo i soggetti privati di mercato. L’urbanistica partecipata è perciò la condizione per ottenere risultati efficaci. Per questo va costruito un processo innovativo di partecipazione con regole e procedure condivise, attraverso una proposta specifica.
Il superamento della separazione tra il Comune capoluogo e i Comuni del territorio provinciale su tutte le materie ormai affrontabili solo a scala sovracomunale. Va costruita una rete di municipalità, tra Comune e Quartieri dove le opportunità di sviluppo siano concertate e equamente distribuite, le specificità locali valorizzate e integrate nel sistema territoriale, così da superare anche un’idea di policentrismo inteso come proliferazione incrementale degli stessi servizi e interventi ovunque, che già ha prodotto un consumo insostenibile del territorio e dell’ambiente. Attraverso specifici accordi territoriali sovracomunali, va attuata una pratica di perequazione compensativa tra i Comuni interessati e verso i soggetti privati per l’attuazione concreta delle scelte.
In questo modo sarà possibile perseguire l’obiettivo della qualità del sistema-territorio, insieme alla convenienza della singola amministrazione, a decidere se e dove dislocare insediamenti.
Il decentramento: i poli del territorio con funzioni di eccellenza hanno bisogno di decentrarsi lungo le direttrici del trasporto collettivo e insieme di integrarsi efficacemente nel territorio regionale. Si tratta, da una parte, di qualificare e razionalizzare gli insediamenti esistenti e, dall’altra, di prevedere che i nuovi impianti da programmare siano decentrati negli ambiti adeguati del territorio metropolitano, mentre nuove attività siano integrate e concordate con il sistema regionale.
Occorre combattere la rendita fondiaria speculativa, che rappresenta oggi il vero freno alla trasformazione del territorio, e perciò destinare prioritariamente il patrimonio immobiliare e fondiario di proprietà pubblica alla realizzazione di residenze a basso costo. A questo si dovrà aggiungere una politica di acquisizione di aree strategiche per la realizzazione di quanto il mercato spontaneamente non produce (oltre alle residenze a basso costo, anche servizi ed aree a verde), in modo da riequilibrare e indirizzare positivamente lo sviluppo urbanistico del territorio e perseguire l’obiettivo di accogliere nuovi residenti. E’ indispensabile un grande piano di allargamento e collegamento del patrimonio verde dentro e intorno a Bologna, attraverso la conferma della tutela della collina, la destinazione a verde di quote delle grandi aree soggette a trasformazione (come le ex aree militari), il completamento dei parchi fluviali lungo il Savena, il Navile e il Reno.
Le aree dismesse da attività produttive e le politiche per attrarre investimenti e nuove attività localizzate in città non devono essere separate, ma integrarsi con i temi della riqualificazione urbana, sociale e del marketing territoriale. Per questo è necessario, insieme ad un sistema di monitoraggio e valutazione preventiva delle dismissioni e dell’opportunità di nuove attività, fissare con certezza gli obiettivi da perseguire con la trasformazione urbanistica delle aree dismesse, in una visione d’insieme. In questo contesto, lo strumento dei piani di valorizzazione commerciale non può essere utilizzato al di fuori o in parallelo alle scelte di pianificazione urbanistica, ma in queste inserirsi in modo coerente.
Riteniamo importante valorizzare il ruolo delle attività agricole, non solo come attività economiche private, ma come agenzie diffuse di tutela del territorio, di cura del paesaggio, di custodia di valori, culture e tradizioni importanti per tutta la collettività.
All'interno del territorio comunale, occorre superare la logica del diritto edificatorio come legato indissolubilmente al singolo lotto, ed avviarsi verso una nuova logica perequativa che valuti indici, carichi urbanistici e diritti edificatori sul complesso del territorio comunale. Occorre insomma dotare il Comune di strumenti che permettano di rivolgersi ai proprietari offrendo alternative alla pura e semplice riedificazione nelle aree di proprietà, il tutto rigorosamente all'interno di un quadro chiaro di pianificazione e di regole negoziali. La combinazione di pianificazione strutturale, iniziativa pubblica e interventi di perequazione permetterà di governare meglio la trasformazione del territorio, contenendo all'origine la pressione della rendita, indirizzando l'espansione edilizia o le ricostruzioni laddove il territorio presenta effettiva capacità insediativa.
Il Piano Strutturale permetterà di dare significato nuovo e più rigoroso alla Riqualificazione Urbana, evitando che diventi nome di copertura per interventi caso per caso, a macchia di leopardo, che tendono a massimizzare la rendita edilizia e a saturare tutti gli spazi. Vanno individuati ambiti da riqualificare e relativi obiettivi di riqualificazione, attraverso prestazioni e standard di qualità urbana e ambientale e carichi insediativi da realizzare, ai fini della necessaria verifica di sostenibilità. La Riqualificazione Urbana può darsi solo a valle di una visione generale e di parte pubblica del territorio, con piena assunzione di responsabilità davanti ai cittadini sull'individuazione dei bisogni e l'indicazione degli obiettivi di tale riqualificazione. Solo all'interno di un quadro così definito i privati, in quanto portatori di interessi legittimi ma parziali, potranno utilmente essere coinvolti per apportare il loro contributo ideativo, propositivo e realizzativo, con risultati positivi non solo sul singolo lotto, ma per l'intera collettività attraverso il Piano Operativo Comunale.
Per quanto riguarda il sostegno alla qualità urbana, tre indicazioni: incentivare l’edilizia sostenibile, le bioarchitetture, premiare la qualità architettonica e valutare ogni intervento anche sotto il profilo della coesione sociale e della sicurezza.
Ai Quartieri, nella prospettiva di nuove municipalità, va assegnato un ruolo essenziale nella promozione di una urbanistica partecipata (Laboratori di Quartiere) e autonomia di poteri e risorse nella definizione degli interventi in materia di cura della città intesa come nuovo servizio alle persone in ordine all’arredo urbano, alla manutenzione del verde, degli edifici e degli spazi pubblici.
La partecipazione dei cittadini alla “gestione” del territorio li rende protagonisti e favorisce una cura dei luoghi che solo chi li vive può realizzare.
Un elemento chiave di tutto il processo diventa la comunicazione. Occorre predisporre modalità di comunicazione chiare (grafica, simulazioni, immagini virtuali) che aiutino per esempio ad immaginare spazi non ancora realizzati, utilizzando il supporto delle nuove tecnologie.
Va prevista la predisposizione di un percorso di partecipazione che preveda occasioni di coinvolgimento dei Quartieri e dei cittadini in diversi momenti delle scelte urbanistiche nonché la revisione dei percorsi amministrativi di approvazione di progetti urbanistici ed edilizi
Realizzazione di un percorso di coinvolgimento degli abitanti di un’area nella definizione di criticità ed opportunità da inserire nel piano urbanistico (Piano Strutturale Comunale);
Migliorare la conoscenza dei cittadini sui progetti in corso che interessano la città o il quartiere;
Stabilire in quali momenti del percorso amministrativo e per quali specifici progetti è prevista la consultazione dei cittadini.
L’attività tecnica di istruttoria sarà basata sull’individuazione dei temi metropolitani su cui le Amministrazioni di Bologna e dei Comuni dell’area metropolitana attiveranno congiuntamente percorsi di risoluzione.
Tali temi comprendono i poli funzionali della città (fiera, aeroporto, stazione, sistema sanitario, università,) ed alcune delle criticità rilevate dalle attività di confronto svolto e relative a:
L'accessibilità all’area urbana e la decongestione del traffico;
L’accessibilità e il collegamento delle aree produttive;
La realizzazione dei parchi fluviali e della rete ecologica;
Il riequilibrio dei servizi di rango urbano.
Attraverso il coinvolgimento dell’istituzione della Conferenza Metropolitana si arriverà alla sottoscrizione di accordi territoriali, specifici con i Comuni interessati che prefigurano percorsi e modalità con cui i diversi temi saranno affrontati.
Tali accordi coinvolgeranno la Provincia di Bologna dando atto agli indirizzi contenuti nel PTCP (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale).
Il lavoro svolto contemplerà anche il tema del decentramento e del riequilibrio sul territorio delle funzioni di eccellenza in attuazione degli indirizzi del PTCP. L’attività di concertazione riguarderà in particolare:
il riequilibrio sul territorio dei servizi di rango urbano (istruzione superiore e formazione professionale, servizi sanitari);
il sistema produttivo manifatturiero;
la programmazione delle attività universitarie;
la messa in rete dei poli funzionali della città.
Attraverso l’analisi svolta nel Piano dei Servizi e gli esiti del percorso partecipato di indagine nei Quartieri saranno definiti gli obiettivi per la riqualificazione della città oltre all’individuazione delle principali criticità da risolvere a livello locale e opportunità per interventi di riqualificazione.
Il lavoro svolto andrà a confluire nel nuovo Piano Strutturale Comunale.
Tali obiettivi terranno conto anche della promozione della compatibilità ambientale degli edifici, della valorizzazione del patrimonio storico e della qualità architettonica, e dei temi legati alla promozione della coesione sociale.
Saranno successivamente messi a punto gli strumenti e i percorsi atti a conseguire il miglior raggiungimento degli obiettivi individuati, coinvolgendo nella loro definizione enti e associazioni portatori di interesse.
I progetti di riqualificazione saranno oggetto di percorsi istruttori partecipati nei Quartieri della città.
Una opportunità per il miglioramento della qualità urbana dei Quartieri si realizza attraverso l’arricchimento dei luoghi con una equilibrata dotazione di servizi di base (scuola, negozi, accessibilità a trasporti pubblici efficienti), di punti di riferimento, con una vitalità data dalla ricchezza di opportunità di incontro, di aggregazione e socialità anche nel verde.
Definire una dimensione di vicinato da valorizzare presso gli abitanti (ridotta rispetto al quartiere ma non limitata da criteri di omogeneità sociale) può contribuire a rafforzare la coesione: le aree di vicinato individuate possono diventare l’unità di base per la valutazione della qualità urbana.
Nel percorso partecipato verso progetti a dimensione locale esistono alcuni passaggi che possono essere realizzati con un impiego di risorse limitato.
Ogni porzione urbana dovrebbe essere dotata di un “centro”, uno o più luoghi di riferimento per la comunità. Nelle aree di vicinato più carenti in termini di centralità, di luoghi di incontro e riferimento, vengono individuati progetti che contribuiscano a fare assumere questo ruolo a luoghi che ne hanno la potenzialità.
Centralità può essere un giardino molto frequentato, un sistema scuola-giardino-biblioteca di Quartiere ben collegati, lo stesso Centro di Quartiere se ospita attività di fruizione frequente da parte degli abitanti.
Un progetto per il vicinato (un progetto per ogni area di vicinato da scegliere con procedure partecipate)
Realizzare un programma di interventi che veda nel tempo del mandato amministrativo la realizzazione di un progetto per ogni area di vicinato.
I progetti possono avere dimensioni ed impegno differenti ma nessuna area urbana dovrebbe essere dimenticata; possono riguardare il tema dei servizi, dei percorsi pedonali e ciclabili, del verde e andrebbero scelti attraverso il percorso di partecipazione descritto.
[...]
Il testo che segue tocca un tema nuovo per Eddyburg, ma complementare e speculare a quello – abbastanza ampiamente trattato - del grande commercio suburbano: la privatizzazione virtuale di grandi aree pubbliche urbane centrali, attraverso le associazioni di commercianti e proprietari denominate Business Improvement District. In questo senso, almeno, si propone ai lettori di Eddyburg, anche se ovviamente l’articolo ha contenuti molto più complessi e articolati. Basta pensare ad esempio al fatto che si parte dalle consolidate e antiche riflessioni di Jane Jacobs, per poi ribaltarne per molti versi la logica: dal commercio come luogo di interazione sociale parallelo ad altri, all’impresa commerciale come “istituzione parallela”. Sono state omesse per motivi di spazio (è già piuttosto lungo) le parti della cluster analysis sulle variazioni delle attività criminali (che è lo specifico tema su cui si focalizza il saggio). Il senso e le tesi generali, comunque, dovrebbero essere piuttosto chiari, almeno in una logica di introduzione del tema, e di articolazione delle riflessioni sugli spazi del commercio contemporanei. Voglio ricordare qui solo una sottolineatura, che purtroppo il saggio limita a una frase buttata lì verso la fine: le associazioni di commercianti non hanno in alcun modo “fini” pubblici; semplicemente, alcuni effetti collaterali dei loro investimenti promozionali sul territorio possono sommarsi all’azione pubblica. Un aspetto da tener sempre presente. (fb)
Titolo originale Collecting Private Funds for Safer Public Spaces: an Empirical Examination of the Business Improvement District Concept – Estratti e traduzione di Fabrizio Bottini
Introduzione
Anche se non ne esiste una definizione standard, la maggior parte degli studiosi e dei professionisti descrivono i business improvement districts (BIDs) come meccanismi di finanziamento autoimposti, praticati dalle attività e proprietari immobiliari a scopo di intervento locale, e specificamente per il miglioramento dei servizi pubblici. Nei fatti, i managers usano lo slogan “ clean and safe” (pulito e sicuro n.d.t.) per descrivere l’oggetto centrale di interesse della maggior parte dei BIDs, e praticano un ampio raggio di servizi per aumentare sia la percezione che la realtà di pulizia e sicurezza. Questo approccio è comune, e operatori e proprietari ritengono “che per essere competitivi, ci sia bisogno degli stessi strumenti specifici di finanziamento e gestione di uno shopping center regionale, o di un complesso di uffici, o di un parco a tema”.
Pagando per servizi supplementari come disinfezione e sicurezza, i partecipanti ai BIDs urbani si aspettano di creare spazi puliti e sicuri che attirino più clienti e investitori. Nonostante la mancanza di riscontri pratici, c’è poca discussione sul fatto che i BIDs abbiano o meno un’influenza diretta e positiva sugli ambienti entro cui operano. Sono in genere visti con favore dai mezzi di informazione. In più, tipicamente i managers dei BIDs forniscono resoconti positivi dei propri casi sulle newsletters specializzate e su internet; ad ogni modo, il marketing rivolto ai consumatori è un elemento fondamentale di gestione dei BIDs e questo tipo di promozione per i managers significa semplicemente “fare il proprio mestiere”.
Se c’è sovrabbondanza di libri, opuscoli, siti web che spiegano “come fare” ai leaders comunitari interessati alla costruzione di un BID, esiste invece un vuoto in termini di letteratura che indipendentemente, sistematicamente,e obiettivamente esamini i programmi di sicurezza dei BIDs e i loro potenziali impatti. Questo studio esplora il ruolo dei BIDs come fornitori di servizi supplementari, esamina l’impatto dei servizi di sicurezza e pulizia sull’andamento delle attività criminali, e discute la sinora non provata affermazione secondo cui i BIDs “funzionano”.
Puntelli teorici
Gli interessi commerciali in tutta America iniziarono ad attivare organizzazioni BID negli anni Settanta, per migliorare l’uso pedonale nelle aree commerciali centrali. Il loro approccio nasceva da più di un secolo di teorie sociali legate agli effetti dell’ambiente urbano. Il lavoro di Robert Park e Louis Wirth racconta le conseguenze dell’urbanesimo, e fornisce la base teorica per studiosi di urbanesimo e criminologia come Jane Jacobs, Oscar Newman e George Kelling, che esaminano le correlazioni fra spazio pubblico e comportamenti umani. Il concetto di BID scaturisce da queste idee; queste idee informano il progetto dei managers di BIDs, la promozione, la difesa dei loro programmi.
La giornalista Jane Jacobs in La vita e la morte delle grandi città americane, e l’architetto Oscar Newman in Defensible Space, mettono in luce nuove e importanti prospettive riguardo al comportamento umano nell’ambiente urbano. Jacobs fa riferimento a idee precedenti per distinguere fra spazi urbani. Sostiene che quando la cittadinanza che è “naturale proprietaria della strada” è attratta negli spazi pubblici si incrementa “il numero di occhi attivi sulla strada”. Mette in pratica le norme sociali e regola i comportamenti umani negli spazi pubblici. In modo simile, Newman suggerisce che il disegno fisico dell’ambiente possa aumentare il controllo sociale e fare da deterrente a comportamenti devianti. Insieme, Jacobs e Newman promuovono due credenze simili e comunemente accettate. Che sono: la supervisione degli spazi pubblici scoraggia l’attività criminale, e il progetto fisico degli spazi pubblici influenza l’attività criminale. Infine, i professori di diritto penale James Q. Wilson e George R. Kelling scrivono nel 1982 un saggio fondativo, intitolato “Finestre rotte”. In breve, la teoria delle “finestre rotte” suggerisce che con l’incremento dei comportamenti incivili fisici e sociali, si attenua il controllo sociale informale, e aumenta la paura. Con l’aumento della paura, si incrementa la possibilità di invasione criminale; lo stesso produce il disordine, che pure conduce all’aumento di crimini gravi. In definitiva, tutte queste teorie sostengono che l’ordine sulla strada è un bene pubblico, mantenuto attraverso una serie di procedure standard che vanno dalla progettazione degli spazi, alla pulizia, alla visibilità di persone in uniforme.
Contesto di studio
Philadelphia, nel Commonwealth di Pennsylvania, è la quinta più grande città del paese. Nonostante sia collocata nel cuore del corridoio più densamente popolato d’America, continua a subire un costante declino demografico. Secondo l’Ufficio Censimento, la popolazione di Philadelphia superava il milione nel 1900. Continuò a crescere, e al 1950 superò i due milioni. Anche se molti urbanisti prevedevano un futuro dove il numero dei residenti avrebbe continuato ad aumentare, le loro proiezioni non si realizzarono mai. Come mostra la Tabella 1, il numero di abitanti entro il confine urbano iniziò a scendere fra il 1950 e il 1960. Contemporaneamente, il numero di residenti al di fuori dei limiti continuava a crescere. La ricerca urbana di oggi ci spiega che l’esodo di imprese e famiglie verso le zone suburbane è il risultato cumulativo di una varietà di politiche federali e di altri interventi. Verso il 1950 apparvero gli shopping malls suburbani, e contribuirono all’esodo sia delle attività commerciali del centro, sia della middle class bianca, verso la periferia. Gli spostamenti demografici ed economici erano molto vivaci, e i gruppi d’affari del centro risposero con sforzi di ristrutturazione urbanistica come il noto Pittsburgh Renaissance.
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Questa tendenza porta con sé alcune ramificazioni per Philadelphia, come la diminuzione netta della domanda di terreni e un incremento nelle quote di spazio commerciale e residenziale inutilizzato, che hanno impatti profondi sulle attività locali. Per esempio, le attività commerciali della città lottano per sopravvivere, come evidenziato da un aumento delle vendite del solo 1,2% dal 1974 al 1980, mentre le contee circostanti sperimentano una enorme crescita economica con vendite aumentate del 90% nello stesso periodo. Oggi, molti sindaci negli USA mirano a contrastare il declino attraverso investimenti strategici per trasformare le proprie municipalità in destination cities, ovvero costruendo centri congressi, complessi per l’intrattenimento, strutture per l’accoglienza. In più, questi sindaci spesso sostengono la creazione di BIDs per ripristinare il vantaggio competitivo del centro città.
Come in molte città, la percezione e la realtà del crimine sono ostacoli significativi alla rivitalizzazione economica di Philadelphia. In una recente analisi condotta sugli operatori commerciali, il crimine era immediatamente dopo le tasse negli aspetti più preoccupanti del trattare affari in città. Le aree commerciali più vecchie all’interno delle municipalità e della relativa zona fiscale, trovano difficile competere con la controparte suburbana. Per diventare più concorrenziali, molti operatori e proprietari immobiliari si uniscono, a formare organizzazioni pubblico-private con una struttura centrale di gestione. I BIDs (conosciuti anche come Special Service Ditricts) sono un concetto di sviluppo economico piuttosto noto a Philadelphia, dove se ne sono formati nove in meno di nove anni, e molti sono attualmente in fase di studio.
BIDs a Philadelphia
Questo studio esamina nove BIDs entro la municipalità di Philadelphia. Da ovest verso est lungo la Market Street – la principale arteria ovest-est della città – coprono questa parte i BIDs di Mercy Health-West Philadelphia, University City, Center City, Old City.
Tranne il South Street Headhouse District, appena a sud di Market Street, non ci sono BIDs nella parte meridionale o sud-est della città. Anche la porzione nordorientale superiore è senza un’organizzazione di tipo BID. In più, i BIDs di Frankford e Germantown sono isolati: uno nella parte nordorientale inferiore e l’altro a nord-ovest; i distretti di Manayunk e City Avenue stanno lungo la fascia periferica; insieme iniziano a coprire la parte occidentale del margine urbano.
Come mostra la Tabella 2, i BIDs di Philadelphia variano considerevolmente in quanto al periodo dall’istituzione, bilancio, e dimensioni. Per esempio il Center City District (CCD), il primo BID della città, ha iniziato ad agire nel 1991, mentre l’organizzazione che fa capo al Mercy Health-West ha lanciato il suo programma nel 1999. In più, riguardo alle dimensioni, il BIDS di Philadelphia variano da soli tredici e ben duecentocinquanta isolati. Infine, i bilanci annuali variavano da 89.000 dollari a 8.700.000 dollari nel 1999.
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Fondamenti
I BIDs nelle grandi città spesso forniscono una varietà di servizi specificamente orientati alla diminuzione delle attività criminali, e Philadelphia non fa eccezione. Nonostante esistano parecchi metodi di verifica dell’efficacia, tali da consentire uno studio sull’effetto dei BID (tasso di occupazione, rilevazioni sulla clientela, volume delle vendite, calcolo degli accessi pedonali ecc.), questo lavoro esamina le attività criminali perché ognuno dei nove BIDs della città cita la deterrenza al crimine come uno degli obiettivi importanti dell’iniziativa.
Servizi di sicurezza e di pulizia privati
Alcuni dei managers dei BIDs di Philadelphia basano le proprie azioni sulle già menzionate teorie “ clean and safe”, offrendo servizi di sicurezza e pulizia. Il primo aumenta le attività di sorveglianza formale, mentre il secondo non solo comporta la rimozione dei segni di trascuratezza, ma aumenta anche la sorveglianza informale. Per esempio, i BIDs cercano di migliorare la sorveglianza formalizzata degli spazi pubblici attivando ronde di sicurezza e coordinando gli sforzi con la polizia locale. Tipicamente, i BIDs che utilizzano personale di sicurezza in uniforme, lo istruiscono ad osservare e riferire attività criminali sospette. I BIDs assegnano il proprio personale a zone determinate, dette “ beats”, e lo forniscono di strumentazione radio o telefonica che consenta di comunicare con la polizia. In questo modo le squadre di sicurezza non armate – sia a piedi che in bicicletta – sono supplementari al lavoro di tutela dell’ordine cittadino. I responsabili dichiarano che questa co-produzione di sicurezza riduce il tempo di risposta della polizia, e scoraggia efficacemente il crimine. In più, alcuni BIDs hanno attivato geographic information systems per localizzare l’attività criminale, o ospitano sottostazioni di polizia locale negli edifici di gestione del BID, effettuano interventi congiunti fra personale di polizia e sicurezza privata BID, e partecipazione del personale BID alle riunioni periodiche della polizia. È convinzione diffusa che queste attività addizionali di prevenzione del crimine spesso superino gli sforzi fatti da altri distretti commerciali, dando a commercianti e proprietari all’interno del BID un vantaggio competitivo.
Contro le conseguenze materiali del disordine sociale, la gestione dei BIDs sostiene massicce campagne di riparazione di strade e marciapiedi, o pulizia dei graffiti. Per esempio, gli spazzini all’interno dei BIDs rimuovono bottiglie di bibite e cartocci di dolciumi vuoti dai marciapiedi, togliendo così i segni di abbandono che richiamano il crimine. Si coordina anche la rimozione dei graffiti e quella degli altri segni di degrado rimorchiando via auto abbandonate, sigillando edifici inutilizzati. Detto semplicemente, l’insieme dei servizi BID manda il messaggio che qualcuno si occupa della zona. In più, è possibile che il personale di pulizia in uniforme del BID partecipi indirettamente alla deterrrenza anticrimine. Contribuendo alla supervisione collettiva degli spazi pubblici, la loro presenza spinge i potenziali aggressori a valutare con maggiore attenzione le opportunità di reato, diminuendo i rischi. In aggiunta, alcuni BIDs formano e istruiscono il personale delle pulizie a riferire di comportamenti illegali alla sicurezza privata o alla polizia locale. Nonostante la loro funzione principale sia quella di rimuovere i rifiuti dalle strade, essi fungono anche da guardiani dello spazio pubblico.
Quadro generale e questioni della ricerca
Essenzialmente, questo studio si confronta con due questioni distinte. Primo, le organizzazioni BID, attraverso i loro servizi, hanno effetti sulle attività criminali? In altre parole, i BIDs fanno diminuire i crimini? Per porre questa questione, faremo un semplice confronto fra i crimini che hanno luogo in zone commerciali con una struttura BID (aree BID) e i crimini in zone commerciali prive di strutture di tipo BID (aree non-BID). Dopo una breve rassegna delle tendenze, porremo domande aggiuntive. Per esempio: se i BIDs fanno diminuire il crimine, quali servizi BID hanno effetti sulle attività criminali?
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I BIDs fanno diminuire i crimini?
Per vedere se i servizi BID hanno effetti sulle attività criminali, compariamo quattro anni di avvenimenti criminosi dentro le aree BID a quelli di aree non-BID. La percentuale dei crimini contro la proprietà riportata per le aree BID è scesa a un tasso del 5% dal 1998 al 2001. Parallelamente, le aree non-BID hanno pure visto un decremento dei crimini, ma il tasso è solo del 2,3%.
Dunque, i crimini contro la proprietà nelle aree BID sono diminuiti ad un ritmo più che doppio di quello delle corrispondenti non-BID. Ora, con qualche prova che le strutture BID hanno qualche tipo di effetto deterrente sulle attività criminali, proviamo una analisi più rigorosa. Dato che i BID si concentrano sul “ clean and safe”, è logico proseguire con una analisi delle relazioni fra i servizi offerti e il crimine. Questo approccio pone le seguenti questioni: quali servizi BID hanno effetti sulle attività criminose? I servizi di pulizia fanno diminuire i crimini? I servizi di sicurezza fanno diminuire i crimini?
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Raccomandazioni
Il BID è un nuovo soggetto operante per rivitalizzare gli spazi pubblici urbani e fissare standards più elevati per le zone commerciali di tutto il pianeta. Dunque, è importante riconoscere che chi partecipa a un BID fa qualcosa di più che lanciare lo slogan “ clean and safe”: lo vive. Per esempio, in media i BIDs di Philadelphia destinano due terzi del proprio bilancio operativo annuale alla fornitura di servizi di sicurezza e pulizia. In concreto, i BIDs di Philadelphia hanno speso nel 1999 più di ottomila dollari a isolato, per complementare i servizi di pulizia e sicurezza pubblici. Di sicuro, non è stato invano.
Nascono sempre nuove strutture di tipo BID; dunque è indispensabile non solo sviluppare modelli più sofisticati di valutazione degli impatti dei loro servizi, ma anche analizzare il loro contributo alla vita pubblica. Modelli di questo tipo si aggiungerebbero a quello descritto qui [e non riportato in questa versione n.d.t.] sia fornendo variabili omesse, sia inserendo fattori esogeni (per esempio i cambiamenti nell’occupazione, tendenze economiche ecc.) nel tentare di attribuire gli effetti desiderati (per esempio una riduzione nei crimini) agli interventi (per esempio l’uso di personale di sicurezza e pulizia). In più, i managers dei BIDs e le loro strutture di appartenenza dovrebbero prendere in considerazione l’uso di metodi di analisi unificati, come quello spazio-temporale per analizzare gli andamenti del crimine come descritti qui, per monitorare in modo continuativo l’efficacia delle proprie organizzazioni e delle decisioni operative.
In secondo luogo, le controversie associate alla istituzione di BIDs meritano una indagine. I BIDs pagano servizi supplementari di pulizia e sicurezza entro confini territoriali chiaramente definiti, e questo solleva preoccupazioni sull’iniquità determinata nella fornitura di servizi pubblici. Basandosi su un’analisi della letteratura disponibile, è probabile che i BIDs si formino nelle aree a maggior reddito, e che i partecipanti abbiano migliori servizi non solo perché sarebbero disponibili a pagarli, ma perché possono pagarli. I sostenitori dei BIDs respingono questa idea, dichiarando che a parte gli accordi base per i servizi con le pubbliche amministrazioni, una volta che operatori e proprietari cominciano a pagarsi i servizi supplementari, i governi locali diminuiscono il servizio pubblico nelle zone BID. In più, si argomenta che se i BIDs consentono la diminuzione nel tempo dei servizi pubblici nelle proprie zone, le municipalità possono ricollocare i servizi inutilizzati verso le aree più povere. Per contro, i critici dei BIDs affermano che chi vi partecipa è troppo organizzato e ambizioso per consentire una diminuzione dei servizi municipali. Con i mezzi per potersi permettere i servizi di buoni avvocati, continuano i critici, i BIDs riescono a ricevere più servizi municipali delle altre aree commerciali.
Formatisi a volte come risposta al livello inadeguato dei servizi di sicurezza e pulizia, i BIDs mettono in luce l’incapacità dei governi municipali di rispondere adeguatamente alle domande della cittadinanza. In città come New York, Los Angeles, Toronto, Vancouver, Cape Town e Johannesburg, molte, se non tutte, le grosse aree commerciali hanno organizzazioni BID: cosa accadrà alle aree più piccole nei quartieri a reddito modesto o basso, dove i commercianti semplicemente non sono in grado di pagarsi servizi aggiuntivi? Il commercio con più mezzi economici si rilocalizzerà in ambienti più puliti, sicuri, attraenti? Cosa si lascerà dietro, come effetto, la fuga di alcune attività? Se si trasferisce il commercio, lo faranno anche i residenti?
Infine, funzionari pubblici, professionisti e studiosi dovrebbero considerare l’operatività di molti BIDs in una singola municipalità. Nelle città dove i BIDs proliferano, si manifestano aree interstiziali, vuoti fra le zone BID. Per esempio, in circa quindici minuti un turista che fa shopping a Philadelphia e si dirige a nord lungo la Second Street passerà attraverso il South Street Headouse District, per entrare in una zona commerciale non gestita da alcun BID, e poi passeggiare verso lo Old City District. Queste aree interstiziali, come quelle attraversate dal turista, si formano perché le municipalità raramente coordinano le autorizzazioni per un BID. Sono zone problematiche? Per esempio, le attività criminali traboccano verso queste aree di confine? Se si, le amministrazioni locali dovrebbero offrire servizi addizionali alle zone interstiziali, nello sforzo per riallineare la griglia di partenza? Dovrebbero, le amministrazioni, richiedere alle strutture BID di coordinare i propri confini di competenza? E dovrebbero, le organizzazioni BID, contabilizzare i propri impatti negativi sui quartieri confinanti?
Conclusioni
Le questioni riportate sopra vanno oltre gli scopi di questo scritto, e restano valide linee per future ricerche sui BIDs. Concludendo, i BIDs non sono servizi di portineria, o sicurezza. Sono organizzazioni pensate per rendere più competitive le zone commerciali, e la maggior parte del managers BID partono dalla pulizia e dalla sicurezza, perché sono i principali ostacoli alla competitività.
Quando le attività e i proprietari sostengono i BIDs, la loro disponibilità a spendere non dimostra un solido spirito civico. Detto semplicemente, rappresenta un investimento di lungo termine nei propri affari e nelle proprie proprietà. Motivazioni a parte, essi hanno risorse – finanziarie e umane – che utilizzano per migliorare l’ambiente pedonale urbano. Dunque funzionari pubblici, urbanisti e studiosi di cose urbane, dovrebbero considerare attentamente il BID, come importante variabile in qualunque equazione formulata per rivitalizzare le zone commerciali.
Nota: la versione originale e integrale del testo, è reperibile - oltre che sulla rivista – anche al sito dedicato ai BIDs, o insieme ad altri materiali nell’ambito del corso di urbanistica di Lorlene Hoyt al MIT.
Una lottizzazione di 560 mila metri cubi, un altro borgo per ricchi al mare, le case in riva agli stagni, i pontili davanti alle ville. È l'assalto di Berlusconi immobiliarista, anzi, della figlia, a quel che resta della costa gallurese, a sud di Olbia. Il consiglio comunale della città è riunito da due giorni, alle prese con le spinte della società intestata a Marina Berlusconi perché sia consentita la cementificazione di Capo Ceràso, la campagna di Multa Maria, alla quale hanno cambiato nome, da 20 anni, da quando l'hanno comprata a pezzetti dai contadini, dai caprari. Ora si chiama Costa Turchese (all'inizio era Olbia 2). Un sistema di zone umide, piccoli stagni in collegamento con il mare, in una penisola rimasta intatta, protesa verso Tavolara: piccole spiagge e insenature accessibili da sentieri sterrati, frequentata da campeggiatori, giovani, coppie, molti sardi respinti da quella che è diventata la costa «glamour» a nord della città gallurese, insopportabile, espropriata. Un capraro c'è ancora, dominatore solitario di questa distesa di acque interne e di cisti. Ha casa in uno stazzo ristrutturato, iscritto alla organizzazione agricola di sinistra, la Cia, alle prese con i problemi della vendita del formaggio, delle carni, tutto svenduto a poco prezzo, costretto a sognare una sistemazione magari da guardiano dei cantieri. I cantieri verranno aperti, presto. La maggioranza di centrodestra ha già concesso ai Berlusconi di costruire, sia pure un insediamento di 260mila metri cubi. D'accordo l'opposizione, dai Ds alla Margherita, a una indipendente candidata con le liste di Soru alle prossime regionali e nonostante la durezza delle posizioni del nuovo leader del centrosinistra sardo in materia di Sardegna svenduta, espropriata, di costa lottizzata. La sinistra si giustifica rivendicando il merito di avere fatto ridurre le volumetrie, drasticamente con il passare degli anni.
Ma non riesce a fare in Gallura il discorso che ha fatto a Cagliari, in consiglio regionale, pur con molte titubanze, votando e difendendo una legge di tutela della costa dell'isola nella fascia dei 300 metri dall'acqua, che è stata il solo ostacolo al dilagare dell'edilizia lungo tutto il perimetro della Sardegna nell'ultimo decennio. L'assalto di Berlusconi è senza pudore. In piena campagna elettorale per le regionali sarde e le europee, l'altro giorno, alla vigilia della seduta del consiglio comunale che doveva esaminare le osservazioni della società immobiliare contro la riduzione delle volumetrie, la figlia del capo del governo ha presentato ricorso al tribunale amministrativo regionale. Chiede che la variante al piano di fabbricazione del comune di Olbia attribuisca ai terreni di papà più metri cubi per ogni metro quadro. Fa valere concessioni elargite nel corso dei vent'anni di questa storia di speculazione costiera. La pretesa ha un minimo di fondamento storico: nel 1987 una giunta democristiana concede alla Edilnord allora intestata a Paolo Berlusconi 750mila metri cubi di volumetria realizzabile. È meno del milione e 200mila metri cubi consentiti da una giunta di centrosinistra a guida Psi (assessore un indipendente vicino al Pci) nel 1983, ma sempre un'enormità. Ai Berlusconi non basta, ma entra in vigore in quegli anni la legge di tutela della costa che permette le grandi lottizzazioni al mare sulla base di accordi di programma fra regione e impresa. Così fra il 1987 e il 1991 la dimensione dell'insediamento si riduce ancora, a 560mila metri cubi. Solo che il cemento del cavaliere invade la costa e si insinua sino a dentro gli stagni salmastri di Multa Maria. Nemmeno la maggioranza di centrodestra, nemmeno il sindaco della città, di Forza Italia, che concesse a Berlusconi la cittadinanza onoraria, così amico da subire con il sorriso le corna fatte dal presidente sulla sua testa, a un comizio in piazza per la campagna elettorale delle ultime amministrative, ha potuto aderire a ogni pretesa del capo. Ieri provavano a resistere a queste pressioni, ma concedendo tutto quel che si può, in fretta, prima che vinca le elezioni.
«Se avessimo dovuto farlo ora, non avremmo abbattuto niente, nessuna villetta, nessun abuso». Lo sguardo di Gerardo Rosanìa, sindaco di Eboli, si spegne nel vuoto, vaga sulle pareti del suo ufficio, poi torna a fissare un punto. «Quella stagione si è esaurita. E poi oggi chi me li darebbe i soldi per le ruspe e per alloggiare i militari?».’
Non è passato tanto tempo da quando i Caterpillar si avviarono verso la pineta di Eboli per demolire le prime 72 villette abusive che deturpavano il litorale. Ma sembra un secolo. La pineta è lunga otto chilometri e in alcuni punti è profonda anche 250 metri. Alle spalle corre la strada, davanti ha una spiaggia bianchissima e poi luccica il mare. Era il settembre del 1998. Ci vollero tre giorni per sbriciolare il cemento e il ferro. Le altre 328 casette vennero giù nel volgere di due anni. Fu girato un video che la sera venne proiettato sulla piazza di Eboli davanti a trecento persone. Molti applaudivano, si levò qualche fischio, forse indirizzato alle ruspe, forse a chi aveva violato con il cemento la quiete di quei pini, che erano di tutti. Altri stettero zitti e covarono i rancori nelle viscere.’
Eboli è un paese conosciuto dappertutto, nonostante il fatto che Carlo Levi, nel suo libro, non si sia occupato di Eboli, estremo lembo del mondo moderno, bensì di quello che c’era dopo. Rosanìa ha 45 anni, è alto, agita le lunghe braccia e si aggiusta il ciuffo che i capelli arruffati fanno scendere sugli occhi. E’ iscritto a Rifondazione comunista e guida un centrosinistra travagliato - e travagliate sono tutte le storie della sinistra qui nella piana del Sele, zona di bonifica, di agricoltura ricca e di miseria contadina, di boschi e di aree umide, di speranze industriali che si infrangevano, di lotte e di rivolte.’
Dopo aver abbattuto le quattrocento villette abusive è lui il custode della pineta. L’ha ripulita dai calcinacci, ha divelto le ultime palizzate, e ora sta avviando il risanamento. Hanno sistemato i pali della luce e attrezzato una pista ciclabile che dalla foce del Sele, dieci chilometri più a sud, porta fino a Salerno. In alcuni angoli sorgeranno oasi naturali, fazzoletti umidi dove ricondurre la fauna - uccelli, anfibi e persino pesci. Dopo una estenuante trattativa con la Regione Campania sono arrivati 18 miliardi di vecchie lire (ma Rosanìa ne aveva chiesti 40), e con questi si potrà ripascere la pineta, piantare nuovi alberi, attrezzare piccole strutture sportive.’
La pineta segna il limite tra il mare e la pianura. Come altre pinete costiere in Italia, racconta Maria Bellelli, un’agronoma che a lungo l’ha studiata, anche questa che scorre da Paestum fino a Pontecagnano fu impiantata negli anni Cinquanta «per stabilizzare le dune impedendo che avanzassero e per proteggere dai venti marini e dalla salsedine le colture agricole che sono all’interno». Questa striscia di verde brunito è dunque un bosco artificiale, prodotto di quelle imponenti opere di manutenzione di cui l’ingegneria italiana si vantava, prima di cercare la gloria solo attraverso cavalcavia e autostrade. La pineta segnava il compimento di un’altra immane opera, la bonifica realizzata negli anni Trenta sotto la direzione di Arrigo Serpieri – bonifica integrale, venne definita, perché oltre a prosciugare le paludi, fissò nuove forme del paesaggio rurale. La pineta chiudeva verso il mare questo gioiello dell’ingegneria idraulica e a sua volta veniva protetta da una duna che sfilava lungo la spiaggia e che tratteneva la salsedine.’
Con il passare degli anni, racconta Bellelli, la pineta venne abbandonata. E qui, dove le piante non venivano diradate e mentre il sottobosco si riduceva, costruirono le villette. Proprietà del demanio e cioè di tutti, quindi di nessuno e, come accade spesso in queste contrade, di chi per primo se l’accaparra. Quattrocento villette, alcune di buona fattura, la gran parte baracchette indegne di ospitare gli attrezzi agricoli. Qualche ristorante, lo spaccio, la bottega con le mozzarelle di bufala della piana.’
L’assalto iniziò negli anni Sessanta. Arrivarono da Napoli, da Salerno e dall’entroterra. Ma le occupazioni furono incessanti dopo che Eboli divenne il teatro della Grande Rivolta. Accadde nel maggio del 1974. Una faida interna alla Dc aveva dirottato verso l’Irpinia, lo stabilimento della Fiat-Iveco che doveva essere installato nella piana del Sele. Gli ebolitani bloccarono l’autostrada e i binari ferroviari. Per Rosanìa fu il battesimo politico: anche lui era sulle barricate, alla testa degli studenti liceali. Una nuova promessa, quella di collocare altri stabilimenti, li riportò alla calma. Ma nessuna industria si stabilì da quelle parti. La Dc perse onore e voti a vantaggio del Psi, che contava su uomini scaltri e intraprendenti. I socialisti crebbero in misura straordinaria, trasformando l’intera provincia in uno dei centri di irradiazione del craxismo (nel '57 avevano l’8 per cento, nell’’80 raggiunsero il 31; la storia della città è narrata da Gabriella Gribaudi in un libro del 1990, esemplare nel suo genere fra antropologia, sociologia e politica: si intitola A Eboli). Nel '76 Rosanìa si trasferì a Modena, dove si laureò in Economia. «In quegli anni scomparvero tanti antichi mestieri», ricorda, «sparirono falegnami, artigiani del rame, ferrai, ciabattini. Eboli perse il suo rapporto con la piana, gli ebolitani non lavorarono più la terra. I fondi agricoli servirono per costruirci le villette e dopo il terremoto dell’’80 il centro storico si svuotò». Rosanìa ritornò in paese nel 1982. Ma se ne ripartì quasi subito per la provincia di Bergamo, dove trovò un posto da segretario comunale. Eboli era cambiata. Alcuni si erano arricchiti e molti sognavano di seguirli. Gli ebolitani avevano scoperto il mare e con il mare avevano scoperto quant’era bella la pineta. Furono quelli gli anni delle occupazioni incessanti. Arrivò anche la camorra. Racconta Rosanìa che nella casa del boss Pasquale Galasso a Poggiomarino venne sequestrata una copia del piano regolatore di Eboli e lo stesso Galasso, che poi è diventato un pentito, si era costruito una villa intonacata di bianco, con i portici e gli archi. La villa è ancora qui, con il cancello sulla strada che porta a Battipaglia. Adesso ospita il Centro per la legalità Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Pochi a Eboli ritennero che quelle case fossero illecite. Ma una svolta si ebbe nel 1996, quando Rosanìa si candidò a sindaco appoggiato da una lista civica e da Rifondazione comunista. Suo avversario era l’Ulivo. In testa ai suoi programmi mise gli abbattimenti delle ville. E vinse. Partirono gli ordini di demolizione e vennero indette le gare d’appalto. Tutte le gare andarono deserte. Una volta concorse una sola impresa, offrendo un ribasso irrisorio, lo 0,05. Ma qualche tempo dopo il titolare telefonò al sindaco, sfoderò una solenne faccia tosta e disse: «Scordatevelo che veniamo a demolire».’
Rosanìa fu colto dallo sconforto. Le villette erano state sequestrate da un magistrato di Salerno, Angelo Frattini. Ma i proprietari continuavano ad abitarle. Uno spiraglio venne aperto dal prefetto che tutti consideravano una persona perbene, Natale D’Agostino: le demolizioni le avrebbe fatte l’esercito. Un primo intervento (siamo arrivati al maggio 1998) venne bloccato perché nel frattempo era franata la montagna sopra Sarno. Poi D’Agostino morì, ma anche il suo successore, Efisio Orru, era persona tenace. E così il 28 settembre del '98, all’alba, le ruspe militari arrivarono nella pineta e buttarono giù le prime ville. In piazza si festeggiò quando tutto era finito. Ma il sudore freddo di quei giorni Rosanìa sente scorrerlo al solo rievocarli. Intanto l’esercito demolisce, bontà sua. Ma le case le vuole trovare sgombre di tutti gli arredi. E del trasloco dovette occuparsi il Comune, che scovò un magazzino per sistemare mobili, tavoli e sedie a sdraio. Trovò gli alberghi dove alloggiare i soldati. Fece una convenzione coi ristoranti per fornire pranzi e cene. E alla fine, dissanguandosi, dovette pagare solo all’esercito un conto di 600 milioni.’
Per alcune ore non si ebbe notizia di una signora di settant’anni. Qualcuno sussurrò che poteva trovarsi sotto i calcinacci. Vera o falsa che fosse (falsa, per fortuna, la signora era nella sua casa di Battipaglia), la voce servì a tenere il sindaco sulla graticola, a fargli capire quale scarto separasse la gloria dalla galera. L’ultimo gruppo di case fu demolito in fretta e furia nel 2000: si sapeva che alle politiche avrebbe vinto Berlusconi e allora addio ruspe.’
Eboli sembrava avesse retto nello slancio degli abbattimenti. Ma poi i partiti si sono sfaldati, la maggioranza ha perso alcuni suoi pezzi. «Non so se arriveremo al 2005, quando scadrà il nostro mandato», confessa Rosanìa. Sono riemersi i rancori nascosti quella sera davanti al filmato delle ruspe. Nel nuovo piano regolatore, realizzato da Vezio De Lucia, si è bandito il cemento sul lido: gli stabilimenti devono avere solo strutture in legno. Si è indetta una gara perché chi aveva già uno stabilimento demolisse quello vecchio: in cambio avrebbe ottenuto la concessione per uno nuovo, ma in legno. Alcuni si sono opposti. Sono andati alla Procura della Repubblica e hanno denunciato Rosanìa per abuso d’ufficio e hanno persino insinuato che lui abbia favorito qualcuno a scapito di altri. Ora l’indagine è in corso. Tutte le sentenze della giustizia amministrativa hanno dato ragione al sindaco, che però si è visto perquisiti gli uffici dalla Guardia di Finanza. «Se dovessi abbattere ora non potrei più farlo», ripete Rosanìa, che per fortuna sua e della pineta, seppe cogliere l’attimo.
(2 - continua)
Titolo originale: Ga. landowners work to draw line on sprawl – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
PALMETTO, Georgia — Steve Nygren e sua moglie, Marie, stavano vivendo il sogno americano. Lui aveva venduto il suo impero economico (34 ristoranti in otto Stati) e la coppia aveva aperto un bed & breakfast in una vecchia fattoria nel profondo dei boschi di conifere a sud di Atlanta.
La fattoria, 30 minuti a sud-est dal centro, era circondata da campi rigogliosi e colline a boschi. Era parte della più vasta regione di terreni non edificati nell’area di Atlanta. C’erano migliaia di ettari di foreste e campagna non ancora inghiottiti in una zona dove si asfaltano in media 20 ettari al giorno.
Poi la bolla scoppiò. Nygren un giorno di cinque anni fa stava facendo jogging quando vide che stavano abbattendo degli alberi sulla proprietà di un vicino. “Mi spaventò, perché pensavo che si trattasse di costruire case” ci racconta il cinuantottenne Nygren.
Si sbagliava: il suo vicino stava solo costruendo una pista d’atterraggio per il suo piccolo aereo. Ma l’allarme di Nygren su cosa avrebbe potuto fare, alla sua fetta di paradiso rurale, un’edificazione incontrollata, lo portò comunque a lanciare una campagna di base per evitare che le ultime grandi foreste dell’area metropolitana di Atlanta fossero inghiottite da un’ondata di lottizzazioni, strade e centri commerciali.
Nygren e i suoi alleati pensano di aver trovato la formula del successo: non fermare la crescita, ma incanalarla verso poche determinate aree, attraverso una strategia che conservi la maggior parte delle aree boscose circostanti.
Con le aree metropolitane del paese che si espandono sempre più, foreste e campagne ai loro margini stanno rapidamente scomparendo. Dal 1982 al 2001, la quantità di aree urbanizzate negli USA è aumentata del 45%, fino a 43 milioni di ettari, secondo il Department of Agriculture e la Brookings Institution, un istituto di ricerca di Washington. Si tratta di circa il 6% della superficie totale nazionale.
Più o meno il 70% dell’edilizia residenziale e commerciale si realizza ancora dove esistono boschi e aree rurali, anziché in zone già urbanizzate.
Contemporaneamente, gli acquirenti di case esprimono sempre più un desiderio di vivere in modi che proteggano il paesaggio naturale, e i costruttori stanno rispondendo. Uno dei settori in più rapida crescita dell’industria edilizia sono le conservation subdivisions, che utilizzano solitamente lotti compatti, concentrati, e ampi spazi aperti condivisi da tutti i proprietari. Questi quartieri sono progettati per ospitare il maggior numero possibile di abitazioni, proteggendo contemporaneamente molte delle risorse adiacenti in termini di zone rurali e naturali.
La Chattahoochee Hill Country Alliance, il gruppo che Nygren ha collaborato a formare, sta cercando di applicare questi principi su larga scala. Il programma comprende circa 250 kmq di zone rurali: una superficie pari a quella della Napa Valley in California. Il gruppo spera di salvaguardare almeno due terzi di questa superficie concentrando l’urbanizzazione in tre centri, di circa 2,5 kmq ciascuno.
”È un modello molto interessante, il modo in cui le città di tutto il paese stanno cercando di dare una risposta alla domanda: come possiamo ridurre lo sprawl?” ci racconta Jo Allen Gause, direttore per l’edilizia residenziale allo Urban Land Institute, organizzazione non-profit di ricerca e divulgazione. “È un modello che potrebbe funzionare, in alcune aree”.
La chiave per costruire lo hill country plan è lo strumento legale inconsueto sostenuto da Nygren: il trasferimento dei diritti edificatori. Consente ai proprietari di vendere il diritto di costruire case sulle proprie fattorie o ranch. In cambio della tutela permanente del terreni, possono avere benefici fiscali e continuare a risiedere sulla proprietà.
I costruttori, per parte loro, acquistano i diritti edificatori. Ma invece di usarli sui terreni agricoli, trasferiscono il numero di case che avrebbero teoricamente potuto realizzare qui, verso terreni vicini, dove lo zoning consente un’edificazione più intensiva.
Hill country plan
Lo hill country plan incoraggia circa 100 coltivatori e 530 altri proprietari a vendere i propri diritti a edificare sui propri terreni. Più diritti venduti, più terreni conservati.
Resta da vedere se Nygren (che sta edificando parte dell’area per profitto) e i suoi colleghi riusciranno. I meridionali di campagna hanno un legame profondo, quasi spirituale, con la propria terra. Ha mantenuto le loro famiglie. È il posto dove crescono le messi e si caccia la selvaggina, dove sono nati, si sono sposati, e saranno sepolti. La terra tradizionalmente si trasmette di generazione in generazione.
Rinunciare al controllo della propria terra non è qualcosa che si possa fare a cuor leggero.
”La maggior parte delle fattorie qui sono state delle stesse famiglie per cent’anni” dice J. Wayne Stradling, capo dell’ufficio agricoltura della Fulton County meridionale, dove si trova molta della superficie interessata. “Personalmente, mi piace (il piano di Nygren). Credo che funzionerà. Ma molti dicono di no. La chiave di tutto è farli capire”.
Circa 30 proprietari hanno già manifestato interesse a cedere i propri diritti, afferma Stacy Patton, presidente della Chattahoochee Hill Country Alliance. “La gente sta aspettando di capire quanto è difficile l’operazione.
Alcuni hanno venduto i propri diritti ai costruttori per 9.000 dollari l’ettaro, ci dice ancora J. Wayne Stradling. È circa la metà del valore di mercato dei terreni in zona.
”La questione principale si misura in dollari e centesimi – ci dice – se vogliono tenersi la terra per sé e i figli, è la cosa migliore anche cedere i diritti per un pezzo di pane. Ma se qualcuno non ha figli, potrebbe volerla vendere al prezzo più alto”.
I trasferimenti di diritti edificatori sono stati tentati raramente nel Sud, e mai in Georgia sinora. Lo strumento della pianificazione degli usi del suolo è stato usato altrove, e in particolare nella Montgomery County, Maryland, nel suburbio di Washington, dove si sono preservati così più di 20.000 dal 1980, e nelle New Jersey Pinelands (12.000 ettari dal 1981).
I trasferimenti sono usati anche, su scala minore, in New Hampshire, negli stati di New York, Washington, Idaho, Colorado, Nevada, Wyoming and California. Il governatore del New Jersey James McGreevey afferma di voler inserire questo strumento nelle proprie politiche ambientali.
Gli esperti dicono che la procedura ha successo soprattutto per conservare piccole zone in area urbana. A Seattle si consentono trasferimenti da siti per case popolari ad altri in centro destinati a uffici e alberghi. Si sono salvate così della demolizione (e sostituzione con progetti orientati al mercato privato) centinaia di abitazioni per famiglie a basso reddito.
Ma Randall Arendt, urbanista e progettista di conservation subdivisions, dice che sarà difficile per l’associazione ambientalista georgiana proteggere 20.000 ettari di zone rurali usando lo strumento dei trasferimenti. “Si è dimostrata una proposta molto difficile da mettere in pratica” dice. Il problema, continua, è che “la gente non vuole accettare nuova edificazione da altre aree, se questo significa più gente nel proprio cortile”.
Segnali dai costruttori
Molti dei panorami, nella Chattahoochee Hill Country, sono mozzafiato. La luce pomeridiana gioca sul terreno fra mormoranti corsi d’acqua. L’area è a venti minuti di macchina dall’aeroporto più affollato del mondo, ma passare davanti ad una fattoria dopo l’altra può dare al visitatore la sensazione di essere trasportato in un’altra epoca.
Per vent’anni, la gente che vive qui ha visto lo sviluppo suburbano andarsene altrove. Alcuni stavano aspettando il momento giusto, quando i costruttori avrebbero iniziato a corteggiarli per cedere la terra con grossi profitti.
Nygren saperva di non poter fermare le ruspe. Ma non voleva vedere il tipo di suburbanizzazione che aveva caratterizzato il resto di Atlanta. E con un piccolo gruppi di vicini per prima cosa si è rivolto a chi possedeva almeno 80 ettari.
”Al nostro primo incontro queste 36 persone si divisero in due gruppi: chi si abbracciava agli alberi e chi era favorevole a costruire” ci dice. “C’è gente qui che è proprietaria di terre da sei generazioni. E c’è gente che pensa sia arrivato il momento di incassare. Altri amavano la terra, e volevano che non succedesse niente”.
In dozzine di incontri sono stati coinvolti piccoli e grandi proprietari, ambientalisti e costruttori, per decidere dove si sarebbe dovuto edificare. Dopo mesi di assembleee spesso conflittuali, il gruppo ha prodotto un piano per concentrare le case e altre attività in tre insediamenti ad alta densità, e altre aree più piccole. La Fulton County, che contiene la maggior parte delle aree collinari, lo scorso anno ha rivisto le proprie norme di zoning per adeguarle a questo piano e approvarlo.
I tre villaggi avranno 30 unità residenziali per ettaro. Saranno raccolti attorno a un green e progettati in modo che gli abitanti possano raggiungere le varie località e servizi a piedi o in bicicletta. I costruttori dovranno destinare almeno il 10% dei terreni a spazi aperti. Nei villaggi saranno utilizzati sistemi fognari innovativi, eliminando la necessità di costose connessioni con reti lontane.
I progettisti prevedono a regime da 30.000 a 100.000 abitanti per l’area collinare (dalle poche centinaia di oggi). Non ci saranno gated communities, e il 10% delle abitazioni sarà destinato a tipi per bassi redditi. Questa case non costeranno più di 130.000 dollari, rivolti a famiglie fino a quattro persone con un reddito pari all’80% di quello medio dell’area metropolitana di Atlanta.
La lottizzazione di Nygren, Serenbe, sarà progettata come un quartiere di artisti. Le persone abiteranno in case poste sopra i propri spazi di lavoro, in modo molto simile ai vecchi centri città. Ma qui saranno circondati dai boschi. È un tipo di idea che ha successo: Nygren racconta che 32 delle prime 40 case rese disponibili si sono vendute in fretta, a prezzi da 190.000 a 800.000 dollari. E invita i visitatori nella vecchia fattoria che ha rinnovato insieme alla moglie, scavalcando un cane bianco dei Pirenei di nome Georgia che sonnecchia sulla soglia. All’interno, Nygren ha dedicato una stanza alla proiezione del suo Power Point sull’area delle colline.
Poi si passa a un ex fienile utilizzato come ufficio. Qui si trovano mappe e opuscoli col progetto del quartiere.
”Tutti parlavano di quello che non avrebbero voluto vedere, qui. Ora abbiamo deciso cosa vogliamo.
Nota: per un confronto, si veda anche la descrizione dell'esperienza del New Jersey raccontata dal New York Times e riportata in questa stessa sezione di Eddyburg (fb)
Titolo originale: Wal-Mart adapts to communities.New Palm Bay store follows requested style– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Il progetto di Wal-Mart per il Supercenter di Palm Bay Supercenter ha tutto quello che un cliente si aspetta dalla catena commerciale più grossa del paese: un’enorme scelta, un supermercato e un centro giardino che sembra una piccola foresta pluviale.
Ma ci sarà una grossa differenza, e sarà nell’aspetto esteriore dell’edificio.
Mancherà la costruzione di cemento grigia, sottolineata dallo sfondo blu e scritta bianca, che per più di vent’anni ha caratterizzato le facciate dei negozi Wal-Mart in tutti gli Stati Uniti. La città di Palm Bay ha richiesto alcune modifiche prima di rilasciare il permesso di costruire il nuovo punto vendita.
A Palm Bay, chi va a far spesa troverà un negozio di 10.000 metri quadrati con una facciata in stile Florida vernacolare, completa di finto tetto a falde e persiane apribili.
”Ho il piacere di annunciarvi che non vedrete più grosse scatole blu e grigie” dice Glen Wilkins, portavoce della Wal-Mart a Bentonville, Arkansas.
Wal-Mart non è la sola ad adattare la propria architettura esterna per andare incontro ai desideri delle città. Lentamente, parecchie delle principali catene commerciali nazionali stanno accorgendosi – in certi casi forzate – che i progetti di cubi squadrati devono iniziare ad avere qualcosa di più per accontentare le esigenze locali.
A Palm Bay, commercio e terziario che desiderano localizzarsi in certe zone devono utilizzare lo stile denominato “Florida vernacolare” o “ cracker”.
A Viera, nella Brevard County, i costruttori devono adeguarsi ad uno stile delle facciate più Mediterraneo.
In entrambe queste aree, tutte e due in forte crescita, i commercianti hanno un’alternativa: adattarsi a questo rigido “vocabolario visivo” oppure perdere milioni di dollari di vendite, perché non gli sarà consentito di edificare e aprire il negozio.
Una grossa domanda aperta, è se gli altri commercianti e costruttori seguiranno Wal-Mart.
”Devono svegliarsi, se la cosa ha senso economico” ci dice Ed d’Avi, architetto con studio a Suntree e membro della sezione Space Coast dell’American Institute of Architects. “Se le città dicono: ‘No, non lo accettiamo’ saranno obbligati”.
”Evidentemente stanno tentando di identificarsi maggiormente con le città, in qualche modo, e diminuendo la dimensione di questi edifici a forma di grossa scatola” continua d’Avi. “Fino ad un certo punto, riescono meglio di altri”.
La Walgreen Co., impresa commerciale con base a Deerfield, Illinois, abitualmente segue linee ben definite nella costruzione dei suoi negozi. Ma circa cinque anni fa, la pressione della comunità ha forzato la maggior catena nazionale nel settore drugstore retail ad installare una facciata in stile Florida vernacolare all’angolo fra la U.S. 1 e Montreal Avenue, per adattarsi all’area storica Eau Gallie.
Vernacolare, certo, ma è senza dubbio ancora un negozio Walgreen. Chi abita vicino, ad ogni modo, sembra apprezzare questa particolare scelta estetica.
”Avendo appena completato un profondo rinnovo degli elementi più riconoscibili della zona centrale, possiamo apprezzare altri soggetti che lavorano per il miglioramento estetico del distretto storico della città” afferma Jack Platt, socio dello studio legale Platt, Jacobus, Fielding & Torres, che si è trasferito di recente in un edificio vicino al negozio Walgreen.
”Piccoli ritocchi, come quelli effettuati da Walgreen, fanno la differenza nell’aspetto generale e nella percezione della zona” dice Platt.
Le motivazioni di Wal-Mart non sono certo altruistiche, sottolineano gli esperti del settore. Per molti anni le città hanno barattato la propria anima pubblica per ospitare una delle grandi catene commerciali, a causa del gettito fiscale che generava e dei posti di lavoro creati.
Quando il grande operatore ha cominciato a far uscire dal mercato le attività più piccole e indipendenti, le città hanno iniziato a irrigidirsi rispetto a Wal-Mart e altri, chiedendo alcuni adeguamenti a standard locali.
È stato allora che la Wal-Mart di Durango, Colorado, ha adottato uno stile da villaggio Pueblo. Un negozio vicino a San Francisco ha invece uno stile di tipo industriale, con soffitti alti e strutture d’acciaio.
A Viera, si è convinto Wal-Mart a adottare per il suo Supercenter un aspetto Mediterraneo, con parecchie piante di palma.
”Molte di queste richieste venivano dalla comunità, e Wal-Mart ha capito che avremmo tutti tratto beneficio dalal costruzione di un negozio che si adattava alla città” dice il portavoce Wilkins. “Dà agli abitanti un senso di proprietà, dato che è così caratteristico”.
Palm Bay ha adottato una delle politiche più restrittive della zona riguardo alla progettazione, e il direttore dell’ufficio urbanistica Chris Norton , anche se dice di capire le critiche a questo atteggiamento, non chiede scusa a nessuno. Dice che Palm Bay sta crescendo in fretta, e i funzionari pubblici devono avere un maggior peso nelle questioni della forma urbana.
”I padri della città sapevano che Palm Bay avrebbe continuato a svilupparsi” continua Norton. “E nel tentativo di inziare un processo di ‘marchio’ ebbero l’idea di usare un tema architettonico. Quando si abita qui, o si viene in visita, lentamente si vede emergere lo stile Florida vernacolare. Poi ci si ricorda, quando si torna di nuovo in città, o se ne parla”.
La signora Mary Genna, di Palm Bay, ha guardato il disegno dell’artista che rappresentava il nuovo Wal-Mart e ha detto: “Penso che sarà bello. Sarà completamente moderno”.
La vicina della signora Genna, Marlene Cogar, anche se non è una gran appassionata di Wal-Mart, né entusiasta della decisione di farne uno vicino a casa sua, ammette che questo nuovo progetto è migliore dei soliti negozi a forma di cubo.
”Sembrerà una cosa più urbana” dice la signora Cogar. “Mi piace”.
Il portavoce di Wal-Mart, Wilkins, afferma che questi nuovi aprticolari progetti – ce ne sono circa 10 in tutti gli Stati Uniti – costano più soldi all’impresa “ma si tratta di qualcosa che Wal-Mart capisce di dover fare, come prezzo per continuare la propria attività. E ne trae anche beneficio”.
Ma non tutti sono contenti dell’ordinanza di Palm Bay sugli edifici commerciali.
Bruce Wechsler, candidato al consiglio municipale per il Libertarian Party, definisce controproducenti le regole di progettazione, un freno allo sviluppo economico.
”È semplicemente un tentativo goffo, tutta la faccenda. Lo stile Florida vernacolare non è stato pensato per gli edifici commerciali. Era caratteristico delle piccole case”.
Se anche l’ordinanza fosse una buona idea, solo il 15 per cento della superficie di Palm Bay destinata al commercio è disponibile per l’edificazione – prosegue Wechsler. Chiedere di adeguarsi allo stile Florida vernacolare ora, non avrà effetti visibili.
”Palm Bay è troppo grande, troppo diffusa”.
Un ristorante della catena KFC ha rinunciato a costruire a Palm Bay a causa dei vincoli di progetto, specificando in una lettera ai funzionari di ritenere che l’ordinanza aggiungesse troppi costi.
Wechsler dice che ci sono probabilmente altre attività colpite, anche se non lo comunicano ufficialmente alla città.
”Semplicemente, la gente lo sa, e decide di non venire qui” dice Wechsler. “Non ne vale la pena. Non è che ti telefonano per dire stavamo pensando di venire e poi abbiamo deciso di no”.
Per alcuni progetti commerciali, l’ordinanza ha rappresentato una sfida particolare.
Steve Oktela, che vuole costruire una concessionaria Harley-Davidson allo svincolo di Palm Bay Road con la Interstate 95, dice che ha dovuto spendere circa 150.000 dollari per adeguarsi alle caratteristiche dello stile Florida vernacolare.
La cosa difficile è fondere l’immagine Harley-Davidson con questo stile.
”Cercavamo un aspetto singolare, e abbiamo tentato di incontrarci a metà strada con i funzionari pubblici” dice Oktela. “E devo dire che l’ufficio urbanistica ha lavorato insieme a noi. Potete vederlo nei disegni, che anche se c’è l’aspetto Florida vernacolare, ce n’è anche uno molto, molto industriale di tipo Harley.
”È un segno forte. Certamente non è una casa di marzapane”.
Nota: qui il link a Florida Today col testo originale e qualche immagine; di interesse tecnico anche le pubblicazioni (linee guida ecc.) dell'ufficio urbanistica di Palm Bay, scaricabili in PDF dal sito ufficiale (fb)
Titolo originale Is This Land Our Land? – traduzione di Fabrizio Bottini (L’articolo in una versione precedente è stato pubblicato anche dal Washinton Post nella sezione domenicale “Outloook”, il 24 giugno 2001)
Come molti americani, non ho badato molto al programma federale chiamato “Fee Demo” - ufficialmente, Recreation Fee Demonstration Project – fino a quando non mi hanno chiesto di pagare.
In vacanza in Oregon, sono tornato a percorrere un vecchio sentiero nella Three Sisters Wilderness, dove avevo prestato servizio come ranger forestale anni prima. Ci ho trovato un cartello che mi chiedeva di pagare cinque dollari per il parcheggio, o rischiare una multa fino a cento dollari. Dato che l’unico modo disponibile per raggiungere questa remota testa di sentiero è l’auto, sostanzialmente mi stavano chiedendo di pagare per camminare.
La somma era modesta, ma il mutamento nella politica di gestione delle terre pubbliche che rappresenta non lo è: va contro qualunque idea di spazio pubblico.
Fino a cinque anni fa, tariffe del geenre erano espressamente proibite (con poche e piccole eccezioni) sulla maggior parte dei terreni pubblici gestiti a livello federale, e c’erano severe limitazioni sulle attività ricreative di tipo privato. Ma il programma Fee Demo approvato nel 1996 ha temporaneamente eliminato questi di vieti. Se fosse reso permanente secondo il progetto ora in esame al Congresso, si apalancherebbe la porta a una diffusa e distruttiva commercializzazione di territori che sono parte del patrimonio nazionale.
Non confondete questi posti con gli spazi gestiti dei Parchi Nazionali, con le loro strutture e comodità, ai quali gli americani hanno pagato l’ingresso per quasi un secolo. La Three Sisters Wilderness non è un parco, ma un parte del più esteso sistema di terre pubbliche a gestione federale, che tradizionalmente hanno offerto libero accesso, e un minimo di intrusione commerciale. Il sistema comprende oltre 100 milioni di ettari gestiti dal Servizio Forestale, una quantità più o meno equivalente gestita dal Bureau of Land Management, 40 milioni dal Fish and Wildlife Service e 5 milioni dal Genio Militare (i militari controllano circa 60 milioni di ettari). I terreni del Servizio Forestale, da soli, sono il triplo dei 34 milioni di ettari del sistema nazionale dei parchi.
Tradizionalmente questi spazi pubblici sono mantenuti dalla fiscalità generale, e tutti gli americani hanno diritto di libero accesso. Il concetto è stato rafforzato dal Land and Water Conservation Fund Act del 1965, una legge che proibisce esplicitamente a qualunque agenzia federale di far pagare l’accesso ai terreni pubblici, con l’eccezione dei Parchi Nazionali e delle strutture attrezzate per nautica o campeggio.
Ma nell’ambito del movimento per le privatizzazioni degli anni Novanta, il Congresso tagliò i fondi per il mantenimento dei terreni pubblici. Ad esempio, il bilancio per le attività di tempo libero del Servizio Forestale fu ridotto di più di un terzo fra il 1994 e il 1999. In questa crisi creata artificialmente, entra la American Recreation Coalition, un consorzio di grosse imprese e loro sostenitori, che traggono profitto dalle attività motorizzate e gestiscono concessioni, campeggi, marine e strutture simili.
Sostenendo che le tariffe degli utenti potevano controbilanciare i tagli dei finanziamenti, la ARC ha esercitato un’intesa pressione per eliminare le restrizioni sulle attività commerciali e promuovere “collaborazioni pubblico/privato”. Dopo essere stato respinto ad una prima votazione, Fee Demo è stato infilato in un voto di commissione bilancio nel 1996, e approvato senza consapevolezza pubblica e discussione. Si autorizzava ciascuna delle quattro maggiori agenzie di gestione delle terre ad applicare tariffe in 100 località non specificate, e 400 località complessivamente. Ora queste tariffe di accesso sono applicate in migliaia di luoghi.
Originariamente concepita come un test di due anni, la legge è stata prorogata fino al settembre 2004. Dal luglio 2002, ci sono almeno tre progetti per renderla permanente.
Questo presenta una nuova e seria minaccia. Sinché Fee Demo era temporanea, era poco probabile che qualcuno si lanciasse in costosi progetti edilizi. Se le protezioni dallo sfruttamento privato sono rimosse in modo definitivo, non solo le tariffe per gli utenti saranno garantite, ma l’industria del tempo libero tenterà di espandersi in attività che prima d’ora le erano precluse.
Inevitabilmente, chi gestisce i terreni pubblici sposterà le proprie priorità dalla protezione degli ecosistemi ad assicurarsi una sopravvivenza, raccogliendo denaro. Nel 1999 Francis Pandolfi, a quell’epoca responsabile operativo del Servizio Forestale (ed ex amministratore delegato dei Times Mirror Magazines), stava già esortando la propria agenzia his agency ad “esaminare a fondo la miniera d’oro delle opportunità per il tempo libero di questa nazione e gestirla come fosse un marchio di prodotti di consumo”.
Nella sua “Recreation Partnerships Initiative”, cugina prossima della Fee Demo, il Genio Militare afferma senza alcun imbarazzo che “ L’intento [della collaborazione pubblico/privato] è di incoraggiare lo sviluppo privato delle strutture per la pubblica ricreazione quali: marine, complessi di hotel/motel/ristoranti, centri congressi, aree a campeggio, campi da golf, parchi tematici, zone per il divertimento con negozi, ecc.”.
Il presidente della American Recreation Coalition Derrick Crandall descrive quello che di solito succede quando l’impresa privata contratta per la gestione di strutture pubbliche, in una intervista al Motorhome Magazine del 1998: “Se si hanno tre campeggi da quaranta posti in un distretto, si vede immediatamente che vanno chiusi, e che va realizzato un nuovo sito a campeggio per 120 posti realizzato con gli standards di oggi”. Si sta parlando, ora, di efficienza e profitto.
La ARC sostiene le tariffe per gli utenti come supplemento ai finanziamenti federali, ma i fatti mostrano qualcosa di diverso. Le entrate hanno semplicemente consentito ulteriori tagli nei finanziamenti. La Deschutes National Forest in Oregon ha raccolto 175.400 dollari di tariffe nel 1998, e poi ha avuto tagli al bilancio per il tempo libero di 175.800 nel 1999. È un fatto ricorrente.
Una pubblicità del Servizio Forestale dichiara che l’80 per cento degli introiti Fee Demo va direttamente di nuovo alla terra, ma non è vero. I concessionari privati si prendono una quota dai molti pagamenti della gente a campeggi e teste di sentiero. Ad esempio, la maggior parte degli ingressi Fee Demo alla “Enterprise Forest” in California sono venduti dai privati, che prendono una quota del 20 per cento. Un addizionale 19 per cento è investito nella raccolta tariffe e vigilanza. In tutto, almeno la metà delle tariffe della Enterprise Forest se ne va via, e anche con la minaccia di multe fino a 100 dollari, a malapena la metà del pubblico paga.
...
Fee Demo è solo il primo passo. Misure più costose e danno se per l’ambiente – e con tariffe più elevate – seguiranno, a meno che il programma si fermato.
Per fortuna, sta crescendo la consapevolezza della minaccia, e quattro stati hanno approvato risoluzioni che si oppongono al progetto. Una consapevole disapprovazione si sta diffondendo, e si sono formati diversi gruppi espressamente per combattere queste tariffe ingiustificate.
Il fatto di pagare l’accesso alle teste di sentiero per tutto il paese forse fa perdere di vista l’effetto principale di Fee Demo: l’abolizione dei limiti rigorosi alla commercializzazione, che hanno mantenuto la maggior parte dei terreni pubblici un’oasi per il godimento della natura incontaminata, e garantito la conservazione di un habitat per migliaia di specie.
Preservare le terre pubbliche, o sfruttarle per il profitto privato, sono scopi fondamentalmente in conflitto. Il Congresso dovrebbe mettere fine a Fee Demo, e ripristinare quanto è stato tolto al bilancio generale.
Se si consentirà a Fee Demo di estendersi nel tempo, ci saranno scarse possibilità di eliminarla. Dopo aver pagato per anni una tassa d’uso, molti americani dimenticheranno che le terre pubbliche erano intese per una accessibilità libera da parte di tutti: un diritto fondamentale da proteggere, non un servizio disponibile solo a chi può permetterselo.
Nota: La versione originale del pezzo è disponibile anche su Eddyburg in formato PDF direttamente scaricabile qui sotto
corporatizing public lands. Il link al sito Reclaim Democracy (Restoring Citizen Authority Over Corporations)
ROMA - Sì al condono edilizio, ma a decidere come e quando devono essere le Regioni, il che comporta implicitamente uno slittamento del termine per le domande attualmente fissato al 31 luglio.
La Corte Costituzionale si è pronunciata oggi sulla serie di ricorsi presentati da diverse regioni sul condono 2003 e ha giudicato costituzionalmente ammissibile il provvedimento statale solo in linea di principio. La Consulta ha confermato, cioè, la piena legittimità dello Stato a determinare il provvedimento in linea generale e sul piano delle responsabilità penali, ma ha sottolineato la competenza regionale sul versante amministrativo facendo così, di fatto, slittare il termine previsto per la fine di luglio.
La Corte ha stabilito che sono illegittime diverse disposizioni del testo di Tremonti, perché intervenivano su materia di competenza, appunto, delle Regioni. Diventa così inevitabile lo slittamento del termine di presentazione delle domande di condono. L'organo costituzionale ha infatti deciso che alla sua pronuncia dovrà far seguito una nuova legge dello Stato che determini alcuni indispensabili termini per far funzionare il nuovo tipo di condono.
"Il legislatore dovrà provvedere a ridefinire i termini previsti per gli interessati (ciò ovviamente facendo salve le domande già presentate)", ha scritto la Consulta, che ha aggiunto: "E' peraltro evidente che la facoltà degli interessati di presentare la domanda di condono dovrà essere esercitabile in un termine ragionevole a partire dalla scadenza del termine ultimo posto alle Regioni per l'esercizio del loro potere legislativo". Rinvio, quindi, a data da destinarsi.
Al di là dei termini temporali, le tre sentenze della Corte comunque parlano chiaro: il provvedimento straordinario sugli abusivismi edilizi è appannaggio dello Stato ma la determinazione dei tetti massimi (nei limiti fissati a livello centrale), quali tipologie possono essere condonate e per quali volumetrie lo devono stabilire le amministrazioni locali. Pena: la incostituzionalità del provvedimento statale.
La decisione arriva grazie ai ricorsi presentati da moltissime Regioni (Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Toscana e Umbria) e valorizza senza mezzi termini l' autonomia degli enti locali rispetto al potere centrale. Importante soprattutto la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma che sottraeva agli enti locali il potere di far eseguire le demolizioni degli edifici illegalmente costruiti.
Fu Thomas Jefferson, uno di quei padri fondatori per i quali i dirigenti politici americani trovano sempre un posticino anche nei discorsi che accompagnano o motivano (?) le loro occasioni di belligeranza, ad assumere, nel 1784, il compito di riorganizzare amministrativamente il territorio americano. Con una deliberazione varata dal Congresso il 20 maggio 1785, si addivenne alla decisione di rettangolarizzare il paese dividendolo in unità di sei miglia quadrate (candidate a costituire le townships) e procedendo a una ulteriore suddivisione e redistribuzione per favorire l'insediamento della popolazione.
Gli Stati del sud protestarono, rivendicando il diritto di rispettare già esistenti sezioni irregolari, spesso aderenti a linee o confini naturali; quelli del nord, mentre lo stesso Jefferson predicava prudenza e proponeva di non procedere con l'accetta, classificarono queste unità messe lì alla rinfusa come «indiscriminate locations». Prevalsero quelli del nord, ma ciò che più conta è che si attinse, in quella circostanza, a un esprit géométrique che radicalizzava il paradigma palladiano di figure regolari e ingessatamente proporzionali, con l'aggravante di una sovrana indifferenza per il paesaggio.
L'atteggiamento fu quello, prometeico, del geometra puro che impone modelli astratti alla nuda terra. L'atteggiamento opposto, per insistere sui plessi mitici, sarebbe stato quello di Anteo, che trae la sua forza dal contatto con Gea, la terra, e che infatti viene ucciso da Ercole solo perché questi lo tiene sollevato dal suolo: lo depotenzia perché lo smaterializza. In famiglia, l'alternativa sarebbe stata data da Epimeteo, il fratello fesso di Prometeo: se quest'ultimo è colui che impara prima e che si butta senza tanti complimenti allo sbaraglio, l'altro è famoso per il digraziato autogoal con il quale aprì il vaso di Pandora liberando tutti i mali, ma in realtà è colui che impara dopo e che riconosce i dati e i percorsi dell'esperienza. Le complicazioni, a ogni buon conto, non tardarono ad affiorare: l'Ohio sgusciava da tutte le parti, perché con la presenza del fiume omonimo a est le unità di sei miglia quadrate si troncavano in zone irregolari, e una geometria geomorfica, o fortemente legata a modelli isomorfici, faceva resuscitare quelli che i Romani chiamavano subseciva: ritagli, avanzi dei terreni rimasti fuori nella divisione delle campagne ai veterani, e comunque residui o rimasugli da risistemare e da riattribuire. Quando non furono i fiumi, a opporre resistenza furono le montagne o, più insidiosamente, la divergenza tra il nord polare e quello magnetico o le difficoltà di misurazione indotte dalla curvatura della terra. Come se non bastasse, i territori abitati da nativi americani ostili venivano, come si direbbe oggi, monitorati in modo congetturale e imponevano di prendere atto delle vicende di una storia tribale, lontana parecchie miglia dalle asettiche stilizzazioni della razionalità moderna. Ciò che si verificò fu una egemonizzazione della geografia da parte della geometria, come ricostruisce con dovizia di argomenti il lavoro di uno studioso americano (Edward S. Casey, Representing Place, Minneapolis 2002) reduce da puntigliose ricerche di filosofia dello spazio.
Come sembra fosse già accaduto per gli urbanisti di scuola pitagorica che avevano progettato le città dell'Italia meridionale, la geometrizzazione rimosse tutto ciò che ad essa recalcitrava: il rilevamento topografico rettangolare diede pienezza icastica e letterale al termine inglese survey, che corrisponde al tedesco Überblick: uno sguardo dall'alto, di chi sta sopra come il sovrano e che può escludere le asimmetrie della topografia naturale a favore delle regolarità della geometria.
Storicamente, il problema non aveva sembianze molto diverse da quelle della rappresentazione bidimensionale di un'entità tridimensionale, in uno sforzo plurisecolare che aveva visto all'opera già i Greci e che aveva trovato un momento forte nella proiezione planisferica di Gerardo Mercatore del 1569. Come sostiene oggi in Germania Peter Sloterdijk, è lì che si consuma l'ascesa delle carte a spese del mappamondo, ancora protagonista in epoca colombiana, è lì che la bidimensionalità trionfa sulla tridimensionalità, è lì che l'immagine vince sul corpo: i planisferi tendono ad eliminare il ricordo di una terza dimensione non padroneggiata dal rappresentare, puntano alla cancellazione della profondità spaziale reale. Fu un tripudio di schiacciamento e di appiattimento universalistico e astratto, nel quale il titolo di oggetto di conquista spettò solo a ciò che era riducibile a una sola dimensione e nel quale l'imperialismo assunse le fattezze della planimetria applicata, dell'arte di restituire le sfere su una superficie piana.
Malinconicamente, l'Atlante che regge sulle spalle il globo terrestre diventò col tempo un volume: un rotolo, come dice la parola, o più modestamente un insieme di fogli sovrapposti. Proliferano così le tecniche e i modi di rappresentazione, perché se da un lato non c'è una forma perfetta di proiezione planisferica che possa evitare ogni distorsione nell'impatto con la sfericità terrestre, dall'altro lato danno cattiva prova di sé anche le mappe prive di proiezione: i cosiddetti portolani, discendenti dai périploi greci, manuali di navigazione - o meglio: di circumnavigazione - che fornivano istruzioni scritte per procedere lungo la costa da un punto a quello successivo, si specializzano perciò nel mostrare la configurazione delle linee costiere, perché lì, su dimensioni ridotte, è relativamente ininfluente la convergenza dei meridiani. Tutto questo appartiene a saperi super-collaudati e anche istituzionalizzati, giacché le mappe e le carte geografiche sono quanto di meno privato si possa immaginare, se non altro per la loro immediata ricaduta strategico-militare. Per capire che cosa, di questi terreni molto arati, possa destare un nuovo interesse non meramente storiografico, occorre presentificarsi una lunga sequenza che si inaugura con la descrizione omerica dello scudo di Achille nel diciottesimo libro dell'Iliade: la terra, il mare, il sole, la luna e le stelle al centro dello scudo, attorno una città in pace e una in guerra, e infine, sul bordo esterno, quel «fiume Oceano» che i Greci ritenevano circondasse l'ecuméne, la terra abitata e conosciuta.
All'altro estremo cronologico è, per diffuso accordo, Heidegger, che già negli anni trenta del secolo scorso rileggeva la scienza moderna alla luce del potenziale di razionalizzazione in dotazione alla rappresentazione. Strabone, morto nei primi anni del primo secolo dopo Cristo, era uno che sarebbe rimasto disgustato dall'odierna campagna di discredito e di diffamazione a danno delle scienze umane e che adulava la corporazione alla quale appartengo: a suo dire la geografia, come quasi tutto il resto, è una faccenda che riguarda i filosofi. Per carità, troppo buono, vien fatto di dire che peggio del re-filosofo c'è solo il filosofo che fa il cartografo. Fatto sta, tuttavia, che, anche a voler rimanere nei confini della parrocchia occidentale (ma l'Oriente era tutt'altro che scientificamente inerte), tra Omero e Heidegger si snoda, con il Timeo di Platone a fungere da stazione di smistamento di mille suggestioni, una pletora di documenti che alludono unitariamente ad esigenze di disciplinamento descrittivo e di misurazione scientificamente inattaccabile. Come segnala Casey e come era largamente prevedibile, una costellazione specifica è quella che accoglie il giovane Edmund Burke, prima studioso del sublime, poi caposcuola del conservatorismo politico europeo, e il Kant della Critica del giudizio, impegnato appunto, lui che aveva studiato i terremoti e che aveva tenuto per tutta la vita lezioni di geografia, a riannodare anche gli irrinunciabili fili politici del sublime. Strada facendo è dato incontrare, per affinare gli strumenti interpretativi, la semiotica di Peirce e, ancor più vicino a noi, l'analisi della percezione in Merleau-Ponty e l'ermeneutica di Gadamer.
La parte del leone spetta comunque, anche per ragioni di cesura cronologica proto-moderna, alla pittura olandese del XVII secolo. Cartesio, unanimemente considerato il malfattore originario che geometrizzò il mondo radendo al suolo le peculiarità e le idiosincrasie dei luoghi specifici, scrisse le sue opere maggiori quando era in Olanda, ma non è questa l'unica traccia. Già in termini sociologicamente materiali, cartografi e pittori convergevano, quando non collaboravano direttamente: le mappe erano prodotte in formati così sontuosi, e con decorazioni così ricche, da far bella mostra di sé sulle pareti delle case di cittadini abbienti. Qualcuno dei lavori emersi da quell'officina di pensiero sfida ogni classificazione disciplinare: la mappa si confonde con il paesaggio, e un'opera come la Veduta di Delft di Vermeer segna una svolta eloquente. Vermeer va anche oltre: nell'Arte della pittura, nella quale il pittore compare «riflessivamente» di spalle mentre è al lavoro, una mappa sulla parete occupa il centro del quadro e ospita, oltre alla firma dell'autore, la parola-chiave descriptio. Ciò di cui parla l'opera è in effetti la rappresentazione dello spazio pittorico concepita sul modello della scrittura, cioè sul modello di una superficie piana - più propriamente di una tabula - sulla quale sono inserite sia immagini che parole.
Si scrive di qualcosa e su qualcosa. Vale lo stesso per le mappe, le cui superfici bidimensionali accolgono elementi tanto raffigurativi quanto verbali. Con la magia del graphein, dello scrivere, si arriva al cuore del problema. Sarebbe un errore pensare che la finalità della rappresentazione politica sia solo quella di organizzare lo spazio sistemando i tasselli nel senso della parola latina ordo. Questo schierare la realtà va bene al massimo, e non per sempre, finché la domanda è di carattere strettamente militare ed evoca uno dei significati originari di ordo, ma si impantana quando l'esigenza è quella della scrittura politica. Qui bisogna avere una progettualità più lungimirante, che consenta a chi scrive di muoversi in totale autonomia da un oggetto che, pure, deve avere i requisiti dell'esattezza matematica. Mentre noi siamo abituati a pensare alla crisi odierna della rappresentanza politica come a un deficit di inquadramento, a un fallimento delle strategie di ingabbiamento di una realtà diventata troppo complessa e sfuggente e di una soggettività fattasi troppo indisciplinata, dovremmo pensare invece a un blocco della scrittura. Si scrive infatti, anche agli esordi della logica moderna della rappresentazione, in presenza di un orizzonte, ed è quello che oggi manca all'appello. La scrittura funziona quando tutto milita a favore dell'aperto, dell'indeterminato, dell'insaturo, quando insomma la posta in gioco è l'appropriazione, materiale e immateriale, di terre sconosciute.
A noi che abbiamo censito ogni centimetro della terra, però, la sola idea di terre sconosciute provoca il sorriso, e per vederla realizzata tocca andare su Marte: il che significa che la rappresentazione politica forte, quella che riscrive il territorio, è condannata a balbettare, perché dei dati passati e presenti non sa che farsene: il suo motore è, heideggerianamente, la conquista, il suo tempo è il futuro, il suo strumento è lo sporgersi o lo spingersi avanti della proiezione. Il progettare, appunto. Noi europei, peraltro, questa schedatura ossessiva del territorio l'abbiamo messa in cantiere anche per ragioni terra terra (è il caso di dire): perché era al servizio della stabilizzazione razionale della fiscalità, senza la quale la modernità non avrebbe potuto decollare. Le tasse hanno bisogno di certezze catastali, e pare che già nell'antichità dettagliate mappe catastali a carattere regionale coesistessero con la raffigurazione di uno spazio cosmico transoceanico.
È comunque nel vero chi pensa che la semantica della terra incognita abbia avuto la funzione di un propellente insostituibile: si trattava di mettere a punto, dopo Colombo, un sistema di coordinate ideologiche che anticipasse, e poi affiancasse, l'ovvietà e la naturalità di un processo di colonizzazione e di rapina. La terra sconosciuta è quell'altrove che magari delude quanto a ricchezze materiali, ma che non può fare a meno di recare l'impronta di chi l'ha inscritta nel proprio universo. Si dice spesso che tutti gli schemi geopolitici stanno saltando per effetto del processo di globalizzazione. Sarà anche vero, ma i quadri concettuali geofilosofici sono più lenti e macchinosi e magari fanno bene a non squagliarsi sotto la pressione delle novità. Se il mondo viene concepito come immagine - ed è questo l'unico passaggio decisivo -, il soggetto che rappresenta è uno che, come un pittore, lascia la firma ed è sempre coinvolto nel dramma della rappresentazione: è interno alla sua azione teatrale. L'osservazione e l'imitazione possono lasciare il soggetto all'esterno di ciò che viene osservato e imitato, ma chi rappresenta è riportato a forza dentro quell'immagine che è il mondo stesso. In termini politici, potremmo registrare anche un serio indietreggiamento della sovranità, se i poteri sovrani hanno la pretesa di collocarsi fuori dei pezzi di realtà che controllano.
Ma non sarebbe impossibile assistere a un ripiegamento della sovranità accompagnato dal moltiplicarsi delle vie di fuga mediatiche della rappresentazione, che infatti si toglie da sempre lo sfizio di dare alla politica lezioni di umiltà e di dimostrarle che si può far politica anche per vie cosmologiche o cosmografiche. Il mondo potrebbe diventare, se non è già diventato, una superficie non solo nel senso che si sono assottigliati nessi causali e trame storiche una volta agevolmente ricostruibili, ma nel senso che la sua faccia è quella su cui si scrivono ad arbitrio i destini dell'umanità. La rinuncia alla profondità è l'ultimo stadio del sacrificio della tridimensionalità: libera le mani, scavalca le montagne, ignora i fiumi, aggira gli ostacoli, velocizza le operazioni. Molti materiali si stanno chiudendo a tenaglia per illuminare i dispositivi della rappresentazione moderna, e sono in parecchi casi materiali ben noti, ma ripescati e quasi rivitalizzati a fini diversi da quelli di una cultura umanistica classica. Si tratta comunque, sia detto questa volta con ammirazione, di una grande narrazione. Altre pur nobilissime vicende arruolate nelle fila di chi ha rifiutato la rappresentanza - istanze micro-identitarie da piccole patrie, logiche regionali, resistenze federalistiche al destino imposto dallo Stato centralizzato - rischiano di non incrociare luoghi decisivi di formazione dell'Europa, dai quali dovremmo invece ricavare gli attrezzi per una critica immanente della rappresentanza nei suoi punti più ambiziosi e aggressivi.
La mappa è una normale mappa catastale. Ma fuori dal suo codice burocratico sembra un giochino di quelli che compaiono sulla Settimana Enigmistica: tanti quadratini, circa duemila, e dentro i quadratini un numeretto. «Questa era la lottizzazione della Sterpaia, ogni quadratino un lotto, ogni lotto una villetta, una baracca, un prefabbricato. D’estate arrivavano alla Sterpaia diecimila persone. Avevano costruito strade e portato l’acqua. Ma era tutto abusivo. Forse il più grande abuso mai compiuto da queste parti».
La voce di Massimo Zucconi è rotonda. Moderata l’inflessione toscana. Siamo sull’arenile bianco e di polvere sottile del golfo fra Piombino e Follonica e nell’aria aleggia la minaccia di un nuovo condono edilizio, il terzo nella triste storia delle sanatorie italiane (il secondo patrocinato da Silvio Berlusconi). Di fronte, nell’evanescenza della foschia, si scorge l’Elba che sovrasta il mare colore del cobalto. In lontananza le ciminiere, il più vistoso lascito della grande speranza industriale di questo lembo della Maremma - erano 12 mila gli operai una decina di anni fa, adesso sono 3 mila.
Zucconi è architetto ed è il presidente della società che gestisce i sei parchi della Val di Cornia, quello archeologico di Baratti e Populonia, quello archeominerario di San Silvestro, quelli naturali di Montioni e di Poggio Neri e quelli costieri di Rimigliano e, appunto, della Sterpaia. Per molti anni Zucconi ha diretto il dipartimento di Urbanistica del Comune di Piombino ed è stato l’artefice di un evento che, in quelle dimensioni e per la data in cui prese le mosse - il 1983 - , era un esordio nella storia d’Italia: la demolizione di tutti i manufatti abusivi, le duemila casette allineate in quella mappa. A partire da allora, e terminati gli abbattimenti a metà degli anni Novanta, Zucconi ha preso ad occuparsi del risanamento dei milleottocento ettari della Sterpaia, un bosco popolato da aceri campestri e aceri trilobi, da frassini, olmi e ornielle e da maestose querce, presenti in varie specie - farnie, cerro e roverella - e molte delle quali «capitozzate», cioè tagliate a un’altezza fra i due e i tre metri in modo che la pianta potesse crescere più in larghezza che in altezza.
Adesso la Sterpaia fronteggia una spiaggia sinuosa e lucente. E con essa forma un sistema ambientale complesso, composto dalle dune, dalle aree umide che si assiepano dietro di esse, da radure agricole e da aree boscate. Pochi gli stabilimenti balneari, alcune aree di parcheggio, piccoli chioschi, qualche ristorante, lunghissimo l’arenile libero: il bosco della Sterpaia è stato restituito a un turismo rispettoso e sobrio. Ma dietro la sua serenità si cela una storia di travagli umani e politici.
Fin dal Medioevo la pianura attraversata dal fiume Cornia era dominata dalle paludi che si alternavano a boschi e a qualche sparuto appezzamento coltivato. E le paludi, infestate dalla malaria, tenevano lontani gli uomini e le loro attività. Il paesaggio era quello scoraggiante e selvatico di una landa, segnata solo dalle torri di avvistamento contro le incursioni saracene e da qualche raro ricovero di pastori. I primi interventi di bonifica risalgono alla fine del Cinquecento, ma la sistemazione idraulica su larga scala fu avviata, come in tutta la Maremma, negli anni Venti dell’Ottocento dal granduca Leopoldo II. Il lago di Rimigliano e le paludi interne vennero prosciugate dirottando l’acqua in numerosi canali di scolo, mentre l’acquitrinio di Piombino venne interrato con materiali trascinati dal Cornia che formarono una vastissima colmata.
La storia più recente della Sterpaia (una storia che viene rievocata in un libro curato per Legambiente da Edoardo Zanchini e pubblicato da Franco Angeli: Dall’abusivismo al parco) inizia trent’anni fa. Nel 1971 un’agenzia immobiliare di Piombino rilevò i centottanta ettari della Sterpaia dall’ultimo dei suoi proprietari, il barone Ostini. Sul bosco il Comune di Piombino aveva imposto, negli anni Sessanta, un divieto assoluto di edificabilità, rinforzato da un vincolo paesaggistico del ministero della Pubblica Istruzione. Per la verità il piano regolatore di Piombino prevedeva insediamenti turistici che avrebbero chiuso in gabbia la Sterpaia, lasciando che fosse circondata da un mare di cemento. Fu il ministero dei Lavori Pubblici, nel '71, a esigere la tutela anche delle aree a Est e a Ovest del bosco (e fu sempre il ministero, alla cui direzione generale dell’Urbanistica sedeva un intransigente galantuomo, Michele Martuscelli, a sventare uno sciagurato villaggio di quasi due milioni di metri cubi nientemeno che sul promontorio di Populonia, a ridosso della necropoli etrusca).
Il divieto di costruire era stato confermato da un piano urbanistico redatto dall’architetto Carlo Melograni per tutti i quattro comuni dell’area (oltre a Piombino, San Vincenzo, Campiglia Marittima e Suvereto). Ma nonostante i vincoli, l’agenzia immobiliare che aveva comprato la Sterpaia divise la proprietà in piccoli lotti da 500, 1.000 e 2.000 metri quadrati e, così frazionata, la vendita non poteva che preludere a un’imponente speculazione: il terreno, acquistato a poche centinaia di lire al metro quadrato, veniva ceduto a quindici, anche ventimila. I compratori non erano benestanti: la gran parte proveniva da ceti medio-bassi, quando non proprio operai dell’acciaieria, che realizzavano il sogno della casetta per la villeggiatura.
Poco dopo aver messo piede nell’Ufficio abusivismo del Comune, Zucconi aprì un armadio e trovò decine di delibere con le quali l’amministrazione ordinava la demolizione degli illeciti. Era il 1983, ma nessuna ruspa si era mai avventurata alla Sterpaia, che nel frattempo era diventata una fungaia di cemento. «Mi dissero che non si era proceduto perché i proprietari erano ricorsi al Tar e che il Tar non si era ancora pronunciato. Risposi che si poteva comunque demolire. Mi ribatterono che il Comune non voleva accollarsi i danni patrimoniali casomai il Tar gli avesse dato torto».
Era la verità. Ma era vero anche che una parte del Pci, da sempre al governo di Piombino, non era insensibile agli interessi di chi aveva costruito alla Sterpaia. Una delegazione di abusivi si era fatta persino ricevere da Enrico Berlinguer (ma il segretario del Pci non assicurò nessun appoggio). In un estremo tentativo conciliatorio il Comune aveva offerto a chi avesse demolito l’abuso una casa in due villaggi turistici ai bordi del bosco. Ma accettarono solo 190 proprietari («e fu una fortuna», commenta ora Zucconi, «altrimenti si sarebbe generalizzato il principio che un abuso possa essere sì abbattuto, ma poi indennizzato»).
Non fu semplice per Zucconi forzare la mano. Ma convinto a demolire era anche il nuovo sindaco di Piombino, Paolo Benesperi (che adesso è assessore regionale), e le ruspe si misero in movimento a dicembre dell’83 proprio mentre il Tar cominciava a dar ragione al Comune. A casa di Zucconi arrivarono un paio di lettere contenenti un proiettile. Ma si andò avanti lo stesso. E anzi la giunta diede incarico a Italo Insolera di redigere un piano particolareggiato del parco, che fu pronto nel 1985. Un gruppo di lottisti si presentò dal ministro dell’Ambiente Alfredo Biondi. «Subito dopo andammo anche noi dal ministro», racconta Zucconi. «Ci ricevette dicendo che aveva appena parlato con "quelli di Piombino": credo che non gli fosse sufficientemente chiara la differenza fra noi e loro».
I terreni liberati dalle case furono riacquistati dal Comune. Ma non più come se fossero edificabili, bensì a prezzo agricolo (furono di fatto espropriati). Nuovo ricorso dei proprietari alla giustizia amministrativa. Nuova vittoria del Comune. E così le ultime case furono abbattute dagli stessi abusivi, che evitarono altri addebiti di spesa. La Sterpaia tornava a respirare. Ma altri anni di lavoro furono necessari per ripristinare la qualità della sua vegetazione, la densità delle piante. Le querce sono tornate a dominare con le loro chiome ultracentenarie e in alcune zone si è deciso di imporre un regime da riserva integrale (vale a dire che non sono frequentabili se non con un permesso del parco e con la guida).
Accanto alle querce – Zucconi le mostra con contenuto orgoglio – spuntano piante non autoctone – filari di tamerici, pitosfori ed eucalipti, ma anche palme di vario genere e dimensione. Sono sistemati su brevi segmenti, poi disegnano un angolo retto, un altro ancora e infine si chiudono a quadrato. «Erano le recinzioni dei lotti abusivi, abbiamo deciso di lasciarle perché attestano la storia naturale di questo bosco e delle sue traversie».
(3 - continua)
Volete guidare l'auto del futuro? E' giapponese o, forse, americana. Volete un miracoloso ritrovato della nuova medicina, che ripari il vostro Dna? Il rimedio è svizzero, inglese, americano, magari belga. Credete nel futuro dell'infinitamente piccolo e vi incuriosisce un nanomotore, grande quanto una molecola, capace di alzare pesi e di lavorare in squadra con altre nanomacchine? Vi può capitare di leggere l'annuncio della scoperta in italiano, ma, per vederla realizzata, meglio guardare alla California. A casa nostra, facciamo, invece, raffinati vasi di plastica o scarpe con i buchi per non far sudare i piedi. Roba buona, a volte geniale, che spesso si vende benissimo, ma che si copia in un baleno o che dura sul mercato solo finché la sorregge l'ispirazione. Low-tech, come si dice, perché di nuovo, che gli altri devono imparare, c'è poco. Ovvero, per usare il gergo degli economisti, il contrario di quei settori di alta tecnologia, "a forte processo di apprendimento - spiega Mario Pianta, docente di Economia dell'Innovazione a Urbino - che assicurano rendimenti crescenti e balzi di produttività". E che sono, nel mondo di oggi, dove la parola d'ordine del futuro è "knowledge economy", economia della conoscenza, la ricetta che rende (e fa restare) ricchi.
Una recente ricerca di una società inglese di consulenza, la Robert Huggins Associates, annuncia che, nei prossimi anni, in tutte le regioni italiane (nessuna esclusa, neanche la Lombardia e il Nord Est) il reddito pro capite perderà terreno rispetto alla media europea: anche chi oggi sta sopra quella media, vedrà ridursi il suo vantaggio. Se i dati daranno ragione alla Huggins, sarà il sigillo dell'inesorabile scivolare dell'Italia nella serie B dell'economia planetaria.
Qualsiasi economista, ormai, predice che, per sola forza d'inerzia, i numeri della crescita economica di giganti come la Cina, l'India, il Brasile, ci spintoneranno, più prima che poi, fuori dal G7, i Sette Grandi, il club dei ricchi del mondo. Ma già oggi siamo fuori da qualsiasi G7 della ricerca e dell'innovazione: la Cina, nel 2002, ha speso 60 miliardi di dollari per la ricerca. Solo Usa e Giappone hanno speso di più. L'India ne ha investiti 19 miliardi ed è fra i primi dieci al mondo. L'Italia, che pure ha un prodotto nazionale più grande dell'una e dell'altra, ha speso per la ricerca 10 miliardi di dollari, meno dell'anno prima. Il problema è che, fra questa classifica e annunci come quelli della Robert Huggins, c'è un rapporto e anche stretto. La serie B, come qualsiasi appassionato di calcio, ormai esperto di Borsa e di plusvalenze di bilancio, sa benissimo, non è solo un problema di prestigio, ma un colpo di scure sulle prospettive di incassi e di investimenti.
Da tre anni, l'economia italiana è in panne. Francia e Germania, come non si stancano di ripetere i ministri del governo Berlusconi, non stanno meglio: la crisi apertasi con gli attentati dell'11 settembre 2001 vale per tutti. Ma c'è una differenza. Fra il 2000 e il 2004, la Germania, nonostante la crisi, ha aumentato le esportazioni del 15 per cento. La Francia del 12 per cento. In Italia sono diminuite del 7 per cento. Perché tanta sensibilità alla congiuntura? Proviamo a guardare le statistiche dall'altro lato. I settori più dinamici del commercio mondiale, negli ultimi dieci anni sono stati: farmaceutica, elettronica di consumo, computer, macchinari elettrici, strumenti di precisione, aerei. Insieme, costituiscono ormai un quarto di tutto l'interscambio. Sono i beni che le statistiche definiscono high-tech, tranne i macchinari elettrici, che rientrano nei beni a media tecnologia e sono anche gli unici in cui l'Italia abbia una presenza significativa.
Nei beni ad alta tecnologia, la quota italiana del commercio mondiale si era già ridotta di un quarto fra il 1996 e il 2000, dal 2,20 all'1,64 per cento. Ormai ce la battiamo con la Spagna. Fra la trentina di paesi dell'Ocse, l'organizzazione dei paesi industrializzati, solo Polonia, Grecia e Turchia stanno peggio. Sono questi, ormai, lontani da qualsiasi zona Champions o Uefa, confinati nella parte bassa della classifica, i nostri avversari. Francia e Germania contano nell'economia globale dell'alta tecnologia per il doppio di noi, la Gran Bretagna per il triplo. La stessa Ocse produce ogni anno una sorta di pagellone della scienza e della tecnologia, che classifica i paesi industrializzati secondo 200 diversi indicatori. Nella stragrande maggioranza, i risultati ci inchiodano nella zona retrocessione. Il primo indicatore, ad esempio, misura gli "investimenti in sapere", dove i ricercatori Ocse sommano la spesa per la ricerca, la spesa per l'istruzione superiore, la spesa per il software. Fra il 1992 e il 2000, gli anni in cui è esplosa la "knowledge economy", il tasso di aumento di questi investimenti, che ne sono il motore fondamentale, è stato in Italia il più basso di tutto il mondo sviluppato. Peraltro, l'unica cosa che è davvero aumentata è la spesa per software: le altre due voci - ricerca e istruzione - sono, di fatto, diminuite. Anche la Republica Slovacca investe in sapere una quota maggiore dell'Italia del prodotto nazionale. Portogallo, Polonia, Messico e Grecia partono più indietro di noi, ma i loro investimenti in conoscenza aumentano dell'8 per cento l'anno, i nostri dell'1,8 per cento. E' solo questione di tempo, perché ci raggiungano.
La conferma viene da quello che gli inglesi chiamerebbero "votare con i piedi". Dove vanno gli agenti portatori della economia della conoscenza: gli studiosi e i ricercatori, che sono il fattore più globalizzato della "knowledge economy" che, a sua volta, è il settore più globalizzato dell'economia globale? Il numero di laureati stranieri che lavora nelle università italiane è pari all'1 per cento del personale universitario di ricerca, come in Messico e in Corea. I laureati stranieri sono il 33 per cento nelle università di Svizzera, Gran Bretagna e Belgio, il 27 per cento negli Usa, il 18 per cento in Danimarca. La strada, del resto, è indicata per primi dai laureati italiani. Il 3-4 per cento di loro, ogni anno, va a studiare e a lavorare all'estero, dove ha più prospettive di ricerca e di carriera, oltre a stipendi che sono, di solito, il triplo di quello che avrebbero in Italia. La stessa percentuale è dell'1 per cento nel resto d'Europa. Non va meglio nel privato: nell'industria italiana ci sono 3 ricercatori ogni mille addetti In Spagna sono 4, la media europea è 5, in Usa, Giappone e Svezia stiamo fra 9 e 10.
Eppure, l'asfissia della ricerca italiana non è (ancora) compiuta. Se si va a vedere il numero di pubblicazioni scientifiche - ad esempio, ma non solo, in un settore nuovissimo come le nanotecnologie (un nanometro è un milionesimo di millimetro: così si misurano i transistor dei chip nei computer) - l'Italia occupa una posizione rispettabile. Anzi, per blandire l'orgoglio nazionale, se si guarda al numero di citazioni - che misurano la risonanza di una ricerca - la classifica italiana è decisamente buona. I guai cominciano dopo. "E infatti - dice Giancarlo Salviati, che lavora all'Imem, l'Istituto Materiali per Elettronica e Magnetismo del Cnr - ci invitano ai convegni, a tenere relazioni, ci pubblicano. Poi, cominciano i problemi. Io, Salviati, posso essere bravo quanto un collega belga, ma se lui ha la macchina e io no, il progetto va a lui. E le macchine costano: in optometria, una macchina per misurare costa 2 milioni di euro e quella per verificare cosa c'è che non funziona ne costa uno. Dopo di che, c'è solo da sperare che non si rompano. Il risultato è lavorare con roba obsoleta: il mio microscopio elettronico ha la bella età di 18 anni". Nei mesi scorsi, l'università di Bologna ha messo a rumore il mondo scientifico, inventando il nanospider, un aggeggio grande quanto una molecola, con tre gambe e tre anelli, capace di sollevare un peso tre miliardi di volte superiore al suo. L'hanno inventato all'università di Bologna, ma, per realizzarlo in concreto, hanno dovuto rivolgersi ai colleghi dell'università di California. C'è un modo per misurare questo scollamento fra scoperta e realizzazione: i brevetti. "Da molti anni - dice Luciano Gallino, l'autore de "La scomparsa dell'Italia industriale" - acquistiamo molti più brevetti di quanti ne produciamo. Inoltre, i nostri sono, per lo più, a basso contenuto tecnologico. Solo il 10 per cento può essere definito high-tech. E' una brutta pagella".
Guardiamo più da vicino. "Dieci anni fa - osserva Mario Pianta - la letteratura scientifica italiana era ancora tutta concentrata su fisica, ingegneria, chimica. Invece americani, svedesi, inglesi, francesi, tedeschi, giapponesi si erano già lanciati sulle scienze della vita - biologia, genetica, medicina - che sono il boom di questi anni". Scontiamo ancora questo ritardo: solo il 2 per cento delle pubblicazioni sulle riviste internazionali di biotecnologia è italiano. Giapponesi e inglesi sono al 10 per cento, francesi e tedeschi al 6, gli spagnoli al 2,6 per cento. E anche nei nostri supposti settori forti, "oggi la Corea vale l'Italia per i brevetti nelle tecnologie intermedie, ma è molto più avanti, ad esempio, su elettronica e computer". Insomma, aggiunge Pianta, "oggi scopriamo di essere arrivati alla stazione con l'accelerato, anziché con l'Eurostar e, così, abbiamo perso la coincidenza. Intanto, però, era arrivata la corriera con i coreani e gli indiani che, quel treno, l'hanno preso". (1-continua)
LA POLITICA fiscale appare allo stato dei fatti il terreno su cui si giocherà la partita decisiva. Berlusconi, di fronte al sentore di una possibile sconfitta è riuscito a imbastire una controffensiva che sarebbe sciocco sottovalutare o irridere. Se è vero che la "svolta epocale" contrabbanda una patacca poiché gli sgravi corrispondono o a tagli niente affatto indolori alla spesa o ad entrate aleatorie, è anche evidente che l´effetto d´annuncio un qualche risultato lo ha raggiunto. Innanzi tutto perché quei "pochi, maledetti e subito" che i contribuenti, chi più chi meno, si troveranno in tasca costituiscono, pur tuttavia, la riprova di una volontà politica imposta dal premier agli alleati riluttanti e all´Europa diffidente.
In secondo luogo il premier, grazie anche al dominio mediatico e ad una soggezione culturale dei suoi avversari, è riuscito ad imporre un disvalore che il centrosinistra farebbe bene, invece, a rovesciare: quello secondo cui la spesa pubblica equivale in toto a spreco e a denaro mal speso.
Non si può purtroppo affermare che l´opposizione si sia dimostrata finora capace di difendere la natura universalistica del Welfare, di proporre le riforme per assicurarne la compatibilità economica, di affermarne il valore unificante e redistributivo del reddito in una società altrimenti frammentata e marcata da ingiustizie accentuate. Il terzo successo che la destra potrebbe incamerare risiede nello slogan appioppato al centro sinistra di "partito delle tasse", che Berlusconi ha cominciato a far rimbombare.
Risposta troppo debole appare quella di suggerire un taglio fiscale, analogo per dimensione a quello berlusconiano ma diversamente modulato, così che un vantaggio differenziale si rifletta sui ceti deboli. Non apparirà mai credibile una opposizione che insegua, pur con qualche correzione, la maggioranza sul suo stesso terreno.
Solo se è in grado di prospettare una strada alternativa il centrosinistra sarà in grado di competere con una credibilità convincente. Prima di ogni altra cosa va riproposto il valore etico della tassazione progressiva e proporzionale, del significato che essa ha per un Paese che aspiri ad educare i suoi cittadini, curarne il diritto alla salute, garantirne la vecchiaia, amministrarne la giustizia, assicurarne l´ordine pubblico, esaltarne il ruolo internazionale e la sua sicurezza, proteggerne la natura e il patrimonio artistico. Tutto questo implica una spesa - la spesa pubblica, appunto - cui corrisponde il contributo fiscale le cui dimensioni e suddivisioni sono democraticamente decise dal Parlamento.
Frasi di scontata retorica repubblicana, potrà dire qualcuno e forse un tempo avrebbe avuto ragione. Ma quella retorica, quelle frasi scontate si son fatte ormai desuete e difficili da pronunciare. Sconciate prima da Tangentopoli, che piegò la spesa pubblica a fini clientelari e corruttivi, svillaneggiate poi dal finto liberismo berlusconiano, esse son finite fuori corso, quasi inavvertitamente. Con la conseguenza che il centrosinistra, assieme alle parole si è lasciato sfuggire i valori che vi corrispondevano, senza più distinguere tra le critiche indispensabili ai difetti e alle storture che si erano sviluppati nella spesa pubblica e nel Welfare e la campagna distruttiva che mira a sradicarli. Così si sono assimilate parole e concetti che non le appartenevano: "aziendalizzazione" quale metro di misura di sanità e scuola; oppure "federalismo" in luogo di "unità nazionale".
È, dunque, indispensabile che l´universo riformista recuperi anche nel linguaggio e nei contenuti le proprie radici e i propri valori. La spesa pubblica vi appartiene di diritto. L´etica fiscale ne deriva. Faccio un esempio.
Gli pseudoliberisti e i loro emuli di sinistra si affannano a ripetere che la spesa sanitaria pubblica è eccessiva e fuori controllo. A Porta a Porta sere orsono Bruno Vespa ha ripetuto senza che nessuno lo contraddicesse che in questo campo si consumano sprechi enormi. Si può convenire su alcune e specifiche voci ma nell´assieme non è così. La spesa pubblica in questo settore rientra nella fascia media dei paesi europei (poco più del 6% del Pil) e lo squilibrio finanziario che essa genera va misurato avendo ben presente che lo stanziamento è in partenza troppo basso in rapporto alle esigenze. I veri mali di cui soffre il nostro Servizio sanitario risalgono al controllo partitocratico della sua gestione, ai tagli nei magri bilanci e alla mancanza cronica di fondi. La "malasanità" costituisce l´eccezione che fa notizia, non la regola del giorno per giorno. Se la sinistra non si fosse innamorata dell´"aziendalizzazione" dovrebbe porre al centro del suo operare un rilancio forte della sanità pubblica allargandola alla sua maggiore carenza: il sostegno e l´assistenza quotidiana agli anziani non autosufficienti il cui numero cresce esponenzialmente con il prolungarsi dell´età media e che oggi gravano in grandissima parte sulle famiglie. Uno schieramento politico che si ponesse questo obbiettivo potrebbe chiedere ai cittadini la reintroduzione motivata di una imposta per la salute, proporzionale al reddito. Ecco cosa intendo per recupero di una etica fiscale riformista.
Per contro non posso nascondere il timore che prevalga nel centrosinistra la proposta di inserire nel programma elettorale una imposta patrimoniale e il recupero di quella sull´eredità. Anche esiziale sarebbe il lasciare la questione in sospeso tra il sì e il no, rinviando la decisione a dopo l´eventuale vittoria. Sol che in questo caso la sconfitta sarebbe scontata in partenza tale il giustificato timore della stragrande maggioranza delle famiglie di venir colpite non nel reddito prodotto, come è giusto, ma attraverso una taglieggiamento che impoverirebbe anno per anno il patrimonio e i risparmi, con la prospettiva della stangata finale ai figli cui tutti aspirano lasciare i frutti di una vita.
Se questa idea fosse solo di Bertinotti essa mi preoccuperebbe per il permanere in una frazione non trascurabile della sinistra di una visione della società italiana, fossilizzata e irrigidita nelle strutture uscite dal XIX secolo: una stragrande maggioranza di proletari, braccianti e contadini poveri che possiedono solo le loro braccia, da un lato, un sottile strato di borghesia impiegatizia e professionale in mezzo e, dall´altro capo della piramide, lor signori (agrari, industriali, finanzieri) dediti allo sfruttamento delle plebi e all´accumulo di ricchezza. Così non è più. Secondo il dato più recente (Rapporto Censis 2004) l´83% delle famiglie vive in casa di proprietà. La corsa all´acquisto si è accentuata negli ultimi anni ad un ritmo superiore alle 800.000 abitazioni all´anno in rapporto anche alle incertezze del risparmio in titoli. Inoltre, "stante la criticità degli affitti, la spinta all´acquisto, diffusa fra i ceti medi, tende ad allargarsi verso le fasce più basse. Più della metà dei 4 milioni di famiglie indebitate lo è per mutui accesi a questo fine".
Orbene la patrimoniale mira a colpire gli immobili, i risparmi in titoli, depositi, azione, gli eventuali beni di consumo durevoli (auto, barche, ecc.). Va tenuto presente che questi beni, quando sono dichiarati (se non lo sono continuerebbero a restare esenti di fatto), vengono già gravati di imposta, sia di tipo patrimoniale (Ici, spazzatura) sia per il reddito prodotto (per es. gli affitti, i dividendi, i profitti sui titoli, i depositi in c/c sono anche tassati, se pur in modo difforme). Inoltre mentre le singole proprietà sono individuabili e valutabili attraverso il catasto, le grandi proprietà immobiliari fanno capo a società per azioni in genere non quotate e tassate in quanto tali. Mi sembra evidente che una patrimoniale suonerebbe come persecutoria per la stragrande maggioranza del popolo italiano. Sarebbe devastante per i ceti medio bassi, irrilevante e di scarso peso per i veri ricchi, ininfluente per chi già evade il fisco. Analogo il discorso sulla reintroduzione d´una imposta ereditaria che, con la rivalutazione degli estimi catastali, cadrebbe anche su chi lascia tre camere e cucina. Oltre al portafoglio verrebbero colpiti anche i sentimenti più profondi e radicati degli italiani.
Vi è, peraltro, chi, come Eugenio Scalfari, suggerisce di introdurre la patrimoniale non certo per vetero classismo ma in seguito al fatto che l´incremento dei valori avrebbe creato una ricchezza patrimoniale statica.
Di qui l´esigenza di "prelevarne una quota". Sono quasi sempre d´accordo con Scalfari ma questa volta mi corre l´obbligo di esprimere una profonda perplessità, sia per le obiezioni già esposte (sono beni già tassati e di larghissima fruizione), sia perché non sono affatto convinto che la diffusione della proprietà edilizia non produca effetti produttivi sia diretti (quand le bâtiment va tout va) sia indotti, dagli elettrodomestici all´arredamento.
Comunque se simili idee seguiteranno ad aleggiare attorno ai programmi del centrosinistra i primi a rallegrarsene saranno - come ha scritto un´agenzia economica svizzera - i banchieri elvetici che vedranno i capitali italiani riprendere la via delle Alpi.
Esiste un´altra strada per alimentare le finanze pubbliche: colpire l´evasione e colmare la macroscopica divaricazione tributaria tra paese apparente e paese reale.
È stato Tremonti che recentemente ha ricordato come in Italia risultino solo 1181 persone che dichiarano un reddito pari o superiore ad un milione di euro (2 miliardi di lire) e solo 16.000 (per l´esattezza 15.953) con un reddito di 300mila euro (600 milioni di lire). Una cifra ridicola, paragonata, ad esempio, alla immatricolazione lo scorso anno di 220.000 grandi imbarcazioni da diporto e superstrada di grossa cilindrata.
L´Agenzia delle entrate valuta che sfuggano al fisco almeno 100 miliardi di euro. Ci si potrebbe chiedere se questa macroscopica evasione costituisca un fenomeno della natura contro cui i governi imprecano ma nulla possono. In realtà, poiché la fuga dal fisco si colloca nel grande bacino delle cosiddette attività autonome, basterebbe attivare almeno i controlli sulle dichiarazioni compilate in base agli "studi di settore", inventati da Augusto Fantozzi, quando era ministro delle Finanze di centrosinistra, per contrastare efficacemente l´evasione. Si tratta di un metodo di calcolo incrociato del rapporto tra fatturato, magazzino, numero dei dipendenti, metri quadri, vetrine, energia consumata, collocazione dell´esercizio od ufficio.
Su questa base il contribuente, inserendo i dati nel computer, ricava il "reddito lordo congruo" da cui dedurre le spese documentate. Se, però, i dati che inserisce non rispondono al vero, il reddito risulta più basso. Qui scatterebbe l´obbligo di controlli di massa, facilitati dalla computerizzazione, ad opera della Guardia di Finanza.
Il peso politico delle categorie interessate a una applicazione distratta degli "studi di settore" è però tale che la destra preferisce abbondare in condoni e predicare il taglio delle tasse, mentre la sinistra lascia libera circolazione a minacce di patrimoniale, tasse sulle "grandi ricchezze", imposte sulle successioni ed altri armamentari di varia demagogia.
P ereat mundus, fiant vacationes. Sembra lo slogan delle sinistre. Nel governo ne succedono di tutte, Forza Italia impazza contro la Udc, la Udc contro la Lega, Calderoli contro tutti, Castelli contro la sinistra, ma l'opposizione tace, salvo per unirsi al coro di chi non si darà pace finché il Battisti Cesare, colpevole negli anni `70 e da trent'anni tranquillo cittadino in Francia, non sarà stato consegnato alle patrie galere, notoriamente vaste, fresche e sottopopolate. E pazienza se l'opposizione si prendesse qualche riposo dopo averci fatto conoscere le intenzioni sulle quali chiederà al popolo il voto per sostituire l'attuale governo, del quale esige le dimissioni un giorno sì e un giorno no. Dopo le elezioni europee, c'è una probabilità che quelle legislative avvengano nel 2005, cioè domani. Quali guasti intende sanare dei molti fatti dal Cavaliere? Il conflitto d'interesse? Le misure giudiziarie ad personam? La progettata riforma della magistratura? Le legge Maroni sulla flessibilità del lavoro? La Bossi-Fini? La riforma Moratti? Qualcuno ha ventilato che molte di esse avrebbero alle radici delle buone ragioni. D'altra parte non si rimedierà con semplici misure legislative a disposizione che hanno già modificato la costituzione materiale e formale del paese. Fra tre settimane darà alla Camera una devolution, cui ha aperto le porte la modifica del capitolo 5 votata a spron battuto dal centrosinistra.
Il governo ci lascia un deficit di migliaia di miliardi di euro, che intende coprire detraendoli dalla spesa sociale e vendendo beni pubblici. La sinistra invece che ne farà? Ripreleverà dai grossi redditi, dai patrimoni comprese rendite finanziarie? Sarebbe logico ma andrebbe detto. Inoltre una grande industria italiana non c'è più, Montezemolo invita a «ricostruirla assieme» ma con quali mezzi, priorità e garanzie per il lavoro non glielo chiede nessuno. Non l'opposizione, una cui inviata all'estero fa sapere che buona parte dell'Ulivo lo considera un premier ideale. Non solo i governi europei hanno nominato una commissione in confronto alla quale la Confindustria è un seminario di socialdemocrazia. Qualcuno protesta? E con quali ragionevoli alleanze si propone ragionevolmente di modificare il patto di stabilità?
Infine ma non per ultimo, in queste settimane l'offensiva americana contro l'Iraq è diventata selvaggia e investendo Najaf si è messa contro oltre che i sunniti gli sciiti. Mentre i nostri a Nassirya sono nella zona di fuoco. Che si aspetta per fare una pressione per il ritiro delle truppe, anche a prescindere dal povero Baldoni? Che si aspetti la vittoria di Kerry, il quale non cambierà né molto né subito?
Urge scegliere il che cosa e il come. Un programma non è una lista di buone intenzioni è una tabella di marcia cui si risponde. Ha da essere chiara, fattibile e impegnativa.
Non ce l'hanno ancora né la sinistra moderata né quella radicale. Ambedue ci intrattengono su questioni di metodo: fare o no le primarie per eleggere il leader del centro-sinistra, che è definito da un pezzo? E a che punto è la coalizione, e se è a buon punto prelude o no a una maggioranza di governo? L'Unità non si espone, tanto più che il Congresso dei Ds sarà tutto un fair play. Su Liberazione è invece in corso un dibattito acerbo se si debba andare ad una maggioranza come propone Bertinotti oppure no e chi dovrebbe decidere: la maggioranza del partito, tutto il partito, maggioranza e minoranza o partito e movimenti? E si sprecano accuse reciproche di cedimento o settarismo.
Può darsi che il caldo ci renda nervosi. E che con l'ebbrezza di settembre escano invece le idee chiare dalla sinistra. Nel solleone di agosto abbiamo visto soltanto che la borghesia ha gratificato la memoria del suo De Gasperi mentre la sinistra ha riseppellito l'ex suo Togliatti senza lasciare per un giorno la villeggiatura e mettere sul suo sepolcro un fiore né di ricordo né di elogio né di perdono.
LE CARTE del gioco sono sempre più mischiate, i gomitoli sempre più imbrogliati e dipanarne i fili è diventata un´operazione quanto mai ardua.
Vale per l´Italia, vale per l´Europa, per gli Stati Uniti, per la Russia e per l´Oriente, quello vicino e quello lontano. In un mondo sempre più interdipendente dare un senso a questa congerie di eventi nebulosi è quasi impossibile. Forse un senso non c´è. Siamo costretti a inventarcelo per sopravvivere. Accatastiamo segnali contraddittori, reperti, analogie, metafore del possibile, statistiche del probabile. Ma da dove e da chi cominciare?
* * *
Comincerò da Kerry, l´anti-Bush che sta scrupolosamente attento a nominare il suo antagonista il meno possibile, a volare rasoterra per sfuggire ai radar dell´avversario cercando di convogliare attorno a sé il pacifismo del mondo intero presentandosi con la mano alla visiera da vecchio combattente e con lo slogan "Strong America". Il campione del multilateralismo che dovrà ricucire le ferite inferte dai neo-conservatori agli alleati europei e agli arabi moderati esordisce affermando: «Non permetterò mai a nessun paese e a nessuna istituzione internazionale d´interferire sulle nostre decisioni per quanto riguarda la nostra sicurezza».
Reculer pour mieux sauter? Forse. Ma forse no. Kerry parla ad un paese che è il più potente del mondo e deve ottenerne il consenso. Un paese dove il saluto militare è ormai una sorta di tic nazionale. Un paese geloso della propria democrazia ma assai poco versato al garantismo d´esportazione. Infine: un paese molto generoso con gli altri anche perché gli altri gli forniscono da almeno ottant´anni i mezzi per vivere costantemente al di sopra delle sue risorse.
Può darsi che Kerry vinca la sfida con Bush. Personalmente me lo auguro perché penso che l´America da lui rappresentata sia comunque il meglio che quel grande paese amico possa esprimere. Ma non facciamo l´errore di considerare Kerry come l´erede di George Washington o di Abramo Lincoln.
Troppo tempo è passato e gli Usa, anche se smetteranno di teorizzarlo, sono comunque il centro d´un impero. Ai suoi tempi perfino Marco Aurelio, l´imperatore filosofo, sapeva bene come far rispettare la forza di Roma.
Kerry sa che il suo paese può vincere da solo qualsiasi guerra ma ha bisogno di grandi alleanze e di grande consenso per vincere la pace. Ma questo ormai lo sa perfino Bush. Kerry, se andrà alla Casa Bianca, curerà molto di più lo sconquassatissimo welfare americano, la sanità, la scuola, l´assistenza. Forse vezzeggerà più Chirac di Berlusconi. Gli si può chiedere di più?
Quanto ai nostri Fassino e Rutelli, è perfettamente vero che la loro dichiarazione sulla permanenza del contingente italiano in Iraq nel caso che l´Onu assuma poteri rilevanti in quel paese non rappresenta una novità.
L´hanno sempre detto, perfino con atti parlamentari più volte ripetuti. Perciò non si capisce perché abbiano sentito il bisogno di ripetere il già noto.
Talvolta la sobrietà è meglio della loquela e questo era uno di quei casi.
* * *
Ho cominciato dallo sfidante di Bush ma ora, perdonatemi, debbo parlarvi dei tafferugli avvenuti ieri alla Camera dei deputati riunita per votare il prestito-ponte destinato a far sopravvivere almeno per qualche mese l´Alitalia nella speranza che la compagnia possa risollevarsi dallo stato di prefallimento in cui versa.
Leggerete in cronaca il resoconto di questo episodio disdicevole, attizzato dal diverbio tra socialisti e Lega. Va detto che qui si è giunti molto al di là del folklore.
Dalle parole si è passati ai fatti, la gazzarra leghista ha prodotto molti contusi e addirittura un ferito, condotto nell´infermeria di Montecitorio.
Vittime dell´aggressione leghista sono stati un deputato della Margherita e i socialisti ma non quelli di Boselli bensì quelli di De Michelis, all´interno cioè del centrodestra.
Ora si parla di dimissioni di Bondi, che teme altri e più insidiosi attacchi dall´interno della stessa Forza Italia. L´ex ministro dell´Interno, Scajola, vuole parlare del dopo-Berlusconi e decine di deputati gli fanno coro. Formigoni da Milano sfiducia il rappresentante di Berlusconi che sovrintende al partito in Lombardia. Il presidente della Camera si rifiuta di strozzare il dibattito sulla devolution come vorrebbe la Lega. Fini ha perso la voce e dopo tanto eloquio è diventato muto. Follini aspetta settembre.
Berlusconi spiega che la Finanziaria di Siniscalco non prenderà un solo centesimo dalle tasche degli italiani ma sosterrà lo sviluppo del paese con apposite misure. I 24 miliardi di manovra prevista pioveranno dunque dal cielo per premiare l´uomo della provvidenza. Forse quell´uomo è diventato pazzo e ancora non ce ne siamo accorti. E quand´anche, non bisognerebbe dirlo per poter agganciare i voti dei moderati in trasferimento da destra verso il centro (sinistra?).
Signori, egregi lettori, concittadini: è chiaro che il governo e la coalizione di maggioranza sono usciti dai cardini. Domenica scorsa scrissi che il paese è stato affidato a un gruppo di saltimbanchi imbroglioni. Poi, rileggendomi, mi sono pentito: alla mia età dovrei essere più cauto, più saggio, meno puntuto. Ma oggi, con quello che accade intorno, mi assolvo completamente. Ancora una volta la realtà ha superato l´immaginazione e nemmeno le parole per descrivere l´umiliazione e la vergogna che si provano di fronte allo spettacolo impudico messo quotidianamente in scena da chi rappresenta le nostre istituzioni, sono bastanti.
* * *
Debbo anche parlarvi - e scusatemi ancora - di Siniscalco il nuovo ministro dell´Economia che, seguendo il lessico in uso, si dice sieda sulla poltrona che fu di Quintino Sella.
Dunque Siniscalco. Sta vivendo un suo periodo di grazia. Il predecessore era talmente querulo e al tempo stesso tirannico, talmente creativo e al tempo stesso dissennato, che chiunque fosse stato scelto dopo di lui sarebbe stato accolto con un sincero benvenuto.
Siniscalco ha promesso trasparenza, ascolto, dialogo. Ha snocciolato le cifre del disastro finanziario. Non tutte, perché il disastro è almeno il doppio di quanto annunciato; ma insomma ha certamente sollevato una parte del velo che aveva coperto per tre anni quelle voragini.
Qui però, almeno per ora, si arresta la trasparenza di Siniscalco. Non sappiamo dove prenderà i 24 miliardi della manovra più i 6 necessari per far giocare il Capo con la riduzione dell´Irpef.
Il primo approccio del successore di Quintino Sella sembra quello di poter superare la soglia del 3 per cento deficit/Pil col benestare dell´Europa.
Ammesso e non concesso che quel benestare ci sia, questo significa che il successore di Sella potrà sfondare i limiti di Maastricht aumentando così il disavanzo. Curerà il buco di competenza mandando in passivo la cassa.
Elementare Watson. Stamperà biglietti il nipotino di Quintino Sella.
Accrescerà il fabbisogno. Emetterà titoli pubblici. Quindi aumenterà il debito pubblico. Auguri.
Ma poi, per turare l´ammanco di cassa, venderà patrimonio. Immobili.
Azioni. Diritti. Per cento miliardi di euro (200mila miliardi di lire) in quattro anni. E poi dite se anche lui non è creativo: si muove sul trapezio con sapiente maestria. Avevo detto saltimbanchi ma mi correggo: trapezisti.
Però senza rete. È infatti molto dubbio esitare il patrimonio così rapidamente. Credo che chiameranno in soccorso le banche per anticipare i soldi necessari. Ma per invogliarle dovranno svendere gli asset patrimoniali.
E chi se ne frega: pagheranno i figli e i nipoti.
Questa storia dei figli e dei nipoti sta prendendo una bruttissima piega.
Non dovevano essere i padri a pagare per i giovani? Non era questo lo spunto della riforma del lavoro e di quella delle pensioni? Contrordine: pagheranno tutti. Anzi i figli più ancora dei padri.
Dice il professor Nicola Rossi, deputato riformista Ds: la riforma delle pensioni non è granché, doveva essere più rigorosa, ma se il centrosinistra vincerà dovrà tenersela perché è comunque meglio di niente.
Ho stima per il professor Rossi ma, mi scuserà se dico che non condivido.
La riforma delle pensioni potrebbe certo essere ancora più severa e più rapida nei risultati ma a una tassativa condizione: e cioè che prima o almeno contestualmente al suo varo avrebbe dovuto esser messo in piedi un sistema di ammortamenti sociali che coprisse l´insicurezza del lavoro flessibile e provvedesse alla formazione e alla "buona occupazione" dei lavoratori, come da tempo suggerisce Giorgio Ruffolo.
Se questo fosse il programma del centrosinistra, come mi auguro, la riforma delle pensioni può perfino essere migliorata, ma non un solo centesimo dovrebbe finire nelle casse del Tesoro: saranno gli stessi pensionandi a destinare i loro sacrifici per render possibile il nuovo Welfare. Sennò, no.
Confido che il professor Rossi convenga con me.
* * *
Intanto affiora l´ipotesi di un´imposta patrimoniale perché il buon Siniscalco da qualche parte dovrà pur trovarli quei maledetti quattrini. Hai voglia a tagliare le pensioni d´invalidità, hai voglia a sostituire incentivi con prestiti agevolati, hai voglia ad aumentare le sigarette. Bazzecole. C´è un vasto patrimonio immobiliare privato. Tassiamolo. E infatti hanno cominciato con la seconda casa, ma sono briciole.
Naturalmente la parola "patrimoniale" non può neppure essere pronunciata.
Ma ci stanno pensando. Prelevare con imposta le plusvalenze degli immobili.
Attenti però: se non è uno scherzo può diventare una rivoluzione. Tassare la prima casa? Che lo dica Bertinotti, passi; che lo pensi Siniscalco, membro d´un governo sostenuto dal medio ceto, via, sarebbe solo il sintomo che non c´è più niente da fare.
Onorevole ministro dell´Economia, dica forte e chiaro ciò che finora ha sussurrato: per colmare il buco lei dovrà tassare o accrescere il debito.
Scelga lei a quale corda impiccare i padri oppure i figli o tutti e due. E ringrazi il suo predecessore per la bella eredità che le ha lasciato.
Colombo, Dopo la caduta
No, non è il caso di cantare “Bella Ciao” dopo la caduta di Tremonti. Il ricordo evocato da questo oscuro episodio di palazzo corre piuttosto al 25 luglio. La frase che viene in mente è quella triste e porta-sfortuna di Badoglio: «La guerra continua». Avverto subito coloro che - su tutti i giornali della Repubblica - assistono con serenità buddista a incredibili eventi di governo che sono fuori dal buon senso, fuori dalla Costituzione, fuori dall’Europa (venerdì navi della Marina italiana hanno costretto un cargo di profughi dalle stragi del Sudan a restare al largo per impedire che quei profughi potessero chiedere asilo politico) ma si allarmano subito se la sinistra si permette di celebrare un po’ troppo una sua vittoria.
No, in questo caso, dicendo guerra, non stiamo parlando della guerra dell’opposizione. Il riferimento è alla loro guerra, quella contro le leggi, contro le istituzioni, contro il Paese, al solo fine di allargare il loro potere personale.
Perché questa guerra finisca, o almeno ci sia un armistizio fra l’Italia e il suo rovinoso governo, sabato tutta l'opposizione, per prima cosa, ha chiesto le dimissioni di Berlusconi e dei suoi.
Nonostante che il momento sia insieme farsesco e tragico, perché il governo è inciampato malamente e in pubblico là dove un qualunque imprenditore di media esperienza avrebbe scambiato in poche ore ruolo e responsabilità dei suoi collaboratori, mostrando continuità ai concorrenti ed evitando piazzate, lui, il modesto eroe che alla fine lascerà di se stesso solo un ricordo un po’ ridicolo e un po’ sgradevole, non si dimetterà, se appena appena gli riuscirà di tenere testa al Quirinale. Perché, contro ogni buon senso e vera necessità, cercherà di non farlo? La spiegazione è in uno dei due grandi fili che legano e spiegano la sequenza di terribili performance politiche berlusconiane.
Il primo filo, come sappiamo, è l’interesse personale. Basti ricordare un episodio di questi giorni. Subito dopo la approvazione della Legge Gasparri, che sposta tutto il peso delle comunicazioni italiane sul sistema digitale (e che questo giornale - esagerando come al solito - aveva dichiarato un colpo di mano della famiglia Berlusconi, tramite l’amico di famiglia Gasparri) la Fininvest ha messo fuori gioco la Rai e si è assicurata con il calcio la parte più succosa del digitale, cioè del malloppo reso disponibile dalla nuova legge delle comunicazioni.
Ma questo percorso - come i lettori sanno - è stato esplorato da l’Unità in ogni singolo giorno del suo ritorno in vita, attirandosi sia le ire della famiglia in questione e dei suoi astiosi portavoce, sia la disapprovazione pacata di chi avrebbe voluto, invece, che ci dedicassimo a esaminare ogni mattina, da capo, i problemi della sinistra. Ognuno ha le sue ossessioni e la nostra, come i lettori sanno, è Berlusconi e il suo governo. Ragioni, che tutti conoscono e pochi dicono sono l’immenso conflitto di interessi, i gravi danni all’Italia, e il distacco dall’Europa, la trasformazione del nostro Paese da buon alleato a colonia americana.
Ma l’altro grande filo che spiega il comportamento a volte risibile, a volte infantile, spesso poco sensato del primo ministro italiano è una vanagloria più da avanspettacolo (era il tipo di varietà con cui una volta si intratteneva il pubblico dei cinema prima del film) che da show business. È il giorno giusto per soffermarci su tre scenette tipiche di questo avanspettacolo.
La prima è il vezzo di Berlusconi di darsi in pubblico dei meriti che non ha. Il pubblico, specialmente fuori dall’Italia, dove le televisioni sono libere, ride. Ma lui ci crede, insiste e ripete. Per esempio celebra “la durata senza precedenti” del suo governo, tentando di far credere che è lui, e non la durata della legislatura, il vero protagonista. In questo modo si mette con buffa e ingenua vanteria, nelle mani dei suoi alleati che non possono controllare il governo ma hanno qualcosa da dire sulla durata della legislatura e, come sembra stia per accadere questa volta, potrebbero giocarsela contro gli interessi dei loro rispettivi partiti.
Ma Berlusconi, al modo del compianto presidente cinese Mao, ha un altro vizietto: attribuisce a se stesso il merito di ogni azione di governo. Impresa azzardata, per un governo che di meriti ne ha pochi. Eppure lui si fa trovare accanto al ministro Lunardi per celebrare le grandi opere che non sono state mai fatte. Si fa trovare in televisione, accanto alla signora Moratti, per farti credere, con ammiccamenti, interruzioni e monologhi che la riforma della scuola è sua. Strana rivendicazione, visto che si tratta della peggiore e della più sgangherata riforma possibile. Ma a Berlusconi sta a cuore l'avanspettacolo di cui si sente la star. Il suo lato vanesio, come dimostra il penoso e non molto utile episodio del lifting facciale, vince sempre sulla ambizione ad apparire statista.
Ma Berlusconi è anche il primo ministro che, senza pudore, senza interlocutori, e con la complicità di giornalisti servili, andava in televisione da solo, quando voleva lui, e recitava senza esitazione sfilze di numeri inventati, contando sul fatto di avere intimidito abbastanza il mondo dei media dai tempi del licenziamento in tronco di Enzo Biagi, per non dover temere una domanda impertinente di un solo giornalista od esperto. Dunque lui ha preteso - da solo e con disprezzo per tutti - di essere, lui in persona, la vera anima e il vero cervello del piano e delle riforme economiche. Adesso Berlusconi ha inciampato in se stesso. L’uomo di avanspettacolo (Berlusconi) si è impigliato nel grande timoniere dell’economia (Berlusconi). Insieme non hanno saputo sbrogliare una obiezione dell’alleato Fini su numeri falsi e imbrogli contabili. E adesso chi darà risposte plausibili a Bruxelles?
Nella seconda scenetta vediamo Berlusconi trasformarsi da finto leader politico a vero padrone cattivo, come il miliardario di Charlie Chaplin disprezza e svilisce i suoi alleati. Sprezzante, si azzarda a dire loro in pubblico: ma dove andate senza di me?
Adesso loro, che hanno anche incassato qualche voto in più alle elezioni, rispetto alla rotta di Forza Italia, fanno il gesto di alzarsi e di andarsene. Solo il gesto. Ma lui? Lui che ama i fondali finti di Pratica di Mare e i successi inesistenti però celebrati da tutti i Tg di regime, adesso si trova in un saloon con i tavoli rovesciati.
La terza scenetta non è allegra neppure per chi ha sempre cercato di far capire quanto danno Berlusconi ha fatto, e si accinge ancora a fare, a questo Paese. Si tratta di confessare in pubblico, in Europa, come in un grande rito protestante, la bancarotta italiana del governo Berlusconi. Il lavoro duro di tutti gli editorialisti e commentatori che per tre anni hanno infaticabilmente celebrato il regime, le sgridate di Vespa e di Aldo Forbice, in studio o in trasmissione a chi osa dire male, anche solo con una mite osservazione, di Silvio Berlusconi, tutto va in fumo in un giorno, anzi in una notte. Lo avevamo detto fin dall’inizio di questo confronto impari con l’uomo più ricco e più incapace di governare nel mondo: l’Europa ci salverà.
ROMA Bruno Trentin, ex segretario generale della Fiom e della Cgil, parla con l’Unità del dopo Melfi. Attenti, avverte, tra i giovani cova la rivolta. C’è una nuova generazione di lavoratori che non sopporta condizioni discriminanti. E' uno stato di malessere che serpeggia nell'intero mondo del lavoro. E sulla sinistra ha pesato, negli ultimi anni, l'egemonia delle culture liberali.
La fabbrica Fiat di Melfi era nata sotto l’insegna del cambiamento. Che cosa è successo poi?
«Era un tentativo di creare sul “prato verde” un esperimento nuovo, contrassegnato dal just in time, il rifornimento “sul momento” dei pezzi di ricambio dell’auto, con la creazione di un nuovo rapporto tra l’azienda subfornitrice e l’azienda fornitrice. C’era poi l’ambizione di favorire il lavoro di gruppo. Creavano delle aree di lavorazione affidandone la responsabilità a dei capi. Una piccola minoranza è stata così associata alla linea di direzione della Fiat, mentre la stragrande maggioranza dei lavoratori, ed erano tutti diplomati, rimaneva dopo sei settimane di formazione generica, assolutamente tagliata fuori. E su di loro è piombato un sistema disciplinare intollerabile, una politica salariale che discriminava i nuovi assunti rispetto ai lavoratori delle altre fabbriche Fiat del Nord, un’organizzazione del lavoro in larga misura di tipo tayloristico, con ritmi massacranti».
Come mai gli operai hanno tollerato questa situazione per tanti anni?
«Erano di fronte ad una nuova occasione di lavoro, in un territorio davvero dissestato dal punto di vista dell’occupazione. E poi devo dire che sono prevalse, dentro il mondo della sinistra, culture neoliberiste. Melfi è solo un esempio. Credo che giustamente Massimo D’Alema, in un recente intervento, abbia riconosciuto che c’è stata un’egemonia delle culture neoliberali anche nella sinistra italiana».
Un’egemonia a proposito di che cosa?
«Credo che si riferisse al fatto che per un certo periodo è stata fatta quasi un’apologia della flessibilità del lavoro, anche quando tale flessibilità corrispondeva ad una precarietà delle condizioni di lavoro e delle condizioni d’occupazione. C’erano animate discussioni sul valore del sottosalario per i giovani, come condizione per la creazione di posti di lavoro. I giovani - si diceva con una battuta - sarebbero andati a manifestare contro i sindacati, stracciando i contratti di lavoro, per trovare un’occupazione. Una menzogna. Mai la riduzione del salario per un nuovo assunto ha consentito la realizzazione di un posto di lavoro. Ci vuole ben altro. Rappresenta solo una convenienza dell’azienda che risparmia e rende più facile l’espulsione di lavoratori anziani che costano di più. Era la negazione di un principio costituzionale: a parità di lavoro parità di salario, per età e per sesso».
Melfi rievoca una tale egemonia conservatrice?
«Melfi è la riprova di questi errori. Quel momento di rivolta, avvenuto inizialmente anche senza il sindacato, affermava un grande problema, al di là della parificazione con i trattamenti degli altri lavoratori Fiat, al di là dei turni massacranti. Era un problema di dignità, la volontà di cambiare quello che sembrava essere un dogma persino di natura economica. Hanno buttato a mare i dogmi, hanno dimostrato che coloro che lavorano, tanto più quando sono diplomati, acculturati, intendono essere riconosciuti come delle persone che hanno un contributo insostituibile da recare alle attività produttive e alla vita democratica del Paese».
E’ la spia di un malessere che accomuna gli autoferrotranvieri di Milano con i lavoratori dell’Alitalia, passando per Terni?
«Alcune vicende si devono a situazioni di crisi, come all’Alitalia dove occorre cercare di evitare la catastrofe. A Terni è stata una rivolta popolare contro lo smantellamento di un reparto d’acciai speciali, ad alto contenuto tecnologico. A Milano, invece, la rivolta era proprio contro il sottosalario ai nuovi assunti. Io ricordo le battaglie fatte, quando ero segretario della Cgil, molte volte non capite da anziani lavoratori. Esistono salari dei giovani neo assunti con il 30, il 35 per cento in meno rispetto a mansioni eguali».
Sono situazioni presenti in altre parti del Paese?
«In molte: in nome dell’aiuto ai giovani si toglieva il salario ai giovani, per accelerare la partenza dei vecchi. Sono queste ideologie che ora sono rimesse in questione. E ritorna un grande tema rimosso dalla riflessione della sinistra e del sindacato: il controllo dell’organizzazione del lavoro, il controllo sul tempo di lavoro e sul tempo di vita. E’ una tematica che è stata fondamentale negli anni Sessanta e Settanta».
C’è stato un ritardo anche nel comprendere le novità del mondo del lavoro?
«Non abbiamo capito che la specificità del lavoro richiedeva un nuovo approccio al mercato del lavoro. Chiedeva una battaglia per la formazione continua che impedisse che milioni di giovani fossero rapidamente emarginati non solo dal lavoro, ma dalla conoscenza e si sentissero sempre più handicappati nell’acquisire un altro lavoro».
Torna anche il tema della democrazia, del rapporto tra sindacati e lavoratori...
«Quando prevale nel sindacato la battaglia difensiva allora molto spesso ci si divide tra chi ritiene d’essere più realista e chi ritiene d’essere più intransigente. E poi si perdono i rapporti diretti con i lavoratori interessati. Nuove forme di democrazia vanno ricercate e costruite coinvolgendo i lavoratori. Il referendum può essere una forma utile, così com’è stata usata a Melfi. Nei momenti più alti della lotta sindacale noi siamo ricorsi, però, a consultazioni molto più complesse, ad assemblee che discutevano per due-tre giorni e non si limitavano ad esprimere un sì o un no. Ricordo quando per il contratto nazionale eleggevamo unitariamente i delegati in tutti i luoghi di lavoro e creavamo una consulta dei delegati che giorno per giorno seguiva la trattativa».
Per la maggioranza torturare è lecito, basta non insistere
di Maria Zegarelli
Giovedì alla Camera c’è stato un altro durissimo regolamento di conti nella Cdl. Ha vinto la Lega, facendo votare a sorpresa un - incivile - emendamento alla legge sull’introduzione del reato di tortura nel codice penale in base al quale le violenze o le minacce devono essere «reiterate». Ripetute più volte, altrimenti no, non è tortura. L’emendamento è passato con 201 sì, 176 no e due astensioni, Bobo Craxi del nuovo Psi e Giuseppe Naro dell’Udc. È successo tutto nel giro di pochi minuti, mandando all’aria un lavoro che andava avanti da due anni. Il testo - primi firmatari Piero Ruzzante, Anna Finocchiaro e Luciano Violante, oltre a 100 parlamentari di centro destra - in Commissione Giustizia era stato condiviso da tutti gli schieramenti politici, tranne la Lega. Il Parlamento stava, finalmente, per votare la legge che dava corpo agli impegni presi dall’Italia con la ratifica della Convenzione dell’Onu contro la tortura. Invece adesso si riparte da zero.
Fuori c’è il sole. Dentro il parlamento, invece, il clima è plumbeo. La bagarre scoppia quando il relatore del provvedimento Nino Mormino alza il pollice verde dando indicazioni di voto a tutta la Cdl. L’opposizione insorge. Anna Finocchiaro, responsabile giustizia dei Ds urla verso i banchi della maggioranza «vergogna». Racconta la testimonianza «di una donna del Salvador che venne sottoposta per giorni e giorni a torture fisiche. Lei mi disse che la cosa più grave che le fecero fu una sola minaccia. Fatta una volta sola: le promisero che avrebbero fatto assistere alle torture il figlio di 3 anni e mezzo... Dovreste vergognarvi perché con il voto di oggi mancate di rispetto alle migliaia di persone che ogni giorno vengono torturate». Il presidente di turno, Alfredo Biondi sospende la seduta, mentre il responsabile Giustizia della Margherita, Giuseppe Fanfani, chiede di far tornare in commissione il testo di legge. Il verde Paolo Cento accusa: «Voi state dalla parte dei torturatori. Non potevamo aspettarci di meglio da questi leghisti che esprimono i ministro Castelli che era a Bolzaneto e ha coperto le torture del G8». Volano diversi «fascisti», gridati da Russo Spena, di Rifondazione. Antonio Di Pietro azzarda: «Dietro questo emendamento c’è la volontà di rendere non punibile il comportamento di mafiosi veri...».
La maggioranza rumoreggia e poi esplode il leghista Guido Rossi: «Oggi è stata fatta una grave offesa all’aula che è sovrana». Detta così, proprio da un leghista, sembra quasi comica, la frase. La Lega ci mette in mezzo l’ex ministro Oliviero Diliberto, Cuba, i comunisti e altro ancora. Luciano Dussin butta lì: «La proposta di legge non ha nulla a che vedere con la tortura, è nata per contrastare l’attività investigativa delle forze dell’ordine». Anna Finocchiaro, che è uscita dall’aula, non ci pensa nemmeno a rientrare, perché «non c’è niente da discutere con questi». Dice: «Con questo emendamento prendere un ragazzo o un immigrato, portarlo in caserma e torturarlo per una volta soltanto non è reato».
Un «sorpreso» presidente della commissione Gaetano Pecorella, invece, chiede il rinvio del testo al comitato dei nove. Richiesta accolta. La confusione è al massimo: sia il relatore che Pecorella avevano espresso parere negativo all’emendamento, ma poi in cinque minuti è tutto cambiato. L’esponente di Forza Italia, in affanno, butta giù una spiegazione e peggiora tutto. Fa insorgere anche l’Udc. Dice: «Devo dare atto che la scelta della commissione era esattamente nel senso opposto e cioè di un parere contrario all’emendamento della Lega. Poi c’è stata una decisione politica all’interno della Cdl, che purtroppo è intervenuta secondo me tardivamente, ma di cui non abbiamo potuto non prendere atto perché una coalizione di maggioranza deve avere, o dovrebbe avere, caratteristiche di compattezza...». Il capogruppo dell’Udc Luca Volontè ribatte: «Non c’è stato alcun accordo. Forza Italia non ha parlato di questo con noi, forse l’ha fatto con la Lega. Se questo è l’ennesimo prezzo che qualche luminare della Cdl vuole pagare alla Lega lo paghi, ma noi non cederemo. O si torna al testo originario, concordato sia all’interno della coalizione sia con l’opposizione oppure il nostro sarà un voto contrario». A nome suo e del gruppo che rappresenta promette battaglia. Di più: «Farò scudo con il mio corpo affinché o si tolga l’emendamento della Lega o la legge non trovi il voto favorevole dell’intero parlamento».
In tarda serata arriva un’altra versione dei fatti: c’è stata confusione con un emendamento antecedente a quello in esame, presentato dalla Lega. Così Udc, An e Fi hanno votato a caso. La Lega gongola: «Il nostro emendamento non sconvolge lo spirito della legge, ma determina meglio che cosa si debba intendere per tortura. La minaccia è già sanzionata - sostiene Carolina Lussana - ma perché diventi tortura c’è bisogno di qualcosa di più». Fuori dall’Aula, intanto, cresce la protesta.
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Lo studente universitario italiano medio si laurea a 27 anni impiegando 2-3 anni in più rispetto a quanto previsto
ROMA - Il tempo medio per laurearsi in Italia è di sette anni e mezzo e ciò determina un costo per il Paese di 7,6 miliardi di euro all'anno. L'universitario italiano medio si laurea, infatti, a 27 anni, e impiega sette anni e mezzo per terminare gli studi, due-tre anni in più rispetto a quanto previsto dalla facoltà. È quanto emerge dal secondo rapporto sullo stato di salute dell'istruzione universitaria in Italia, curato dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (Cnvsu), organismo istituzionale del ministero dell'Istruzione e dell'università e presentato lunedì alla Camera.
LA «MIGRAZIONE» VERSO IL NORD - Lo studio ha preso a campione gli studenti immatricolati nell'anno accademico 2002/03. Al centro dell'analisi, oltre all'eccessiva durata del corso degli studi, anche il fenomeno della «migrazione» universitaria degli studenti meridionali verso gli atenei del centro-nord. A ogni singolo studente che non riesce a conseguire nei tempi previsti il titolo universitario corrisponde un costo sociale che varia tra 15 e 20 mila euro annui. Ciò, tradotto, vuol dire che ciascuno dei fuori corso ancora iscritti negli atenei italiani potrebbe guadagnare fino a 20 mila euro all'anno. Una cifra che, se moltiplicata per tutti i fuori corso produrrebbe un incremento medio del pil italiano di 7,6 miliardi di euro all'anno.
OGNI STUDENTE FUORI SEDE COSTA 9.545 EURO - Secondo il Cnvsu la spesa per ogni studente fuori sede sfiora i 6 mila euro. Una cifra che considera, però, soltanto le spese direttamente collegate al regolare svolgimento degli studi: l'alloggio, il vitto, i trasporti e il materiale di studio. Se a tali uscite si aggiungono le attività ricreative, la formazione, Internet, i costi lievitano fino a 8.300 euro per ogni studente fuori sede. Ma il calcolo, fanno notare dal Cnvsu, è stato effettuato in lire. «Ai valori rilevati - dicono i relatori dell'analisi - bisogna aggiungere un 10-15% (corrispondente all'inflazione degli ultimi due anni e mezzo)», e così i costi salgono verosimilmente a 9.545 euro.
Si mantiene stabile il dato sulla mobilità universitaria tra le regioni: si immatricola nella stessa regione di residenza l'80% degli studenti e circa il 50% si immatricola nella stessa provincia. Ma si registra ancora un fortissimo saldo migratorio dei giovani del Mezzogiorno verso gli atenei del centro e del nord, nonostante la crescente offerta di atenei meridionali, non si è andata attenuando l'accentuata propensione verso il settentrione d'Italia. Alcune università spiccano per l'elevato indice di attrazione: sono quelle di Emilia Romagna, Umbria, Toscana, Lazio e Marche. A quest'ultime fanno da contraltare alcuna università con indice di attrazione molto basso: sono gli atenei di Basilicata, Calabria, Puglia, Liguria e Veneto.
Di questi tempi la stampa quotidiana non attraversa uno dei suoi periodi migliori.
La televisione, regolata secondo gli interessi del principale imprenditore privato del settore che, guarda caso, è nello stesso tempo il capo del governo (secondo la recente legge Gasparri intervenuta dopo vent’anni di duopolio più o meno collusivo) sottrae risorse finanziarie al lettore e ai quotidiani che si contendono accanitamente un mercato fin troppo ristretto.
Il dibattito politico, tuttavia, si svolge necessariamente sui giornali, visto l’assordante conformismo televisivo e l’asservimento dei principali telegiornali al governo Berlusconi.
Di qui conserva un qualche peso la posizione delle grandi testate e in particolare del quotidiano più diffuso, il Corriere della sera, sull’attualità politica e suscita un certo stupore, dopo gli accorti equilibrismi di cui è stato protagonista il direttore Stefano Folli negli ultimi mesi, leggere l’editoriale di domenica scorsa 22 agosto di quel giornale, affidato all’ex direttore Piero Ostellino.
Ostellino rompe tutti gli indugi rispetto alla questione di fondo di oggi, al di là dello scarso spazio che a essa dedicano i mezzi di comunicazione, cioè la riforma costituzionale che sarà discussa nelle prossime settimane e prende una posizione decisa a favore del disegno di legge dei «quattro saggi» cercando, nello stesso tempo, di fornire una spiegazione storica in grado di giustificare il rigore iconoclasta della maggioranza di centrodestra.
Il giornalista, riferendosi alla Costituzione del 1948 e alla storia politica del nostro paese, fornisce per l’ennesima volta una visione semplificata pressoché caricaturale, ripetuta più volte nell’ultimo decennio dell’Italia passata dalla dittatura alla democrazia, dal fascismo alla Repubblica.
A suo avviso, le culture politiche che hanno prodotto quel documento sono profondamente estranee al liberalismo e risentono invece in maniera determinante della cultura fascista e di quella successiva comunista. E, dunque, sostiene Ostellino, non ha senso difendere oggi quella Carta costituzionale ma occorre piuttosto modificarla radicalmente per esaltare le culture dell’individuo rispetto a una sorta di «neocomunitarismo» che avrebbe sostituito nella Costituzione fascismo e comunismo, essendo nient’altro che «la versione edulcorata ma ugualmente antiindividualista di entrambi».
Per dimostrare il singolare assunto che deriva da una lettura profondamente ideologica e antistorica del liberalismo come ideologia che si oppone per principio alla democrazia e al socialismo, oltre che al comunismo, Ostellino propone una lettura francamente ridicola dei princìpi della Costituzione, di quegli articoli fondamentali che occupano la prima parte della Carta e indica i limiti che di volta in volta sulla base dei prevalenti interessi generali si pongono all’esercizio di libertà individuali come vere e proprie contraddizioni rispetto a una cultura che ponga l’individuo al centro della società contemporanea. Ma una simile lettura produrrebbe effetti simili applicata a molte altre Costituzioni giacché il liberalismo individualistico a cui si riferisce Ostellino è profondamente estraneo alla visione di uno Stato moderno quale quello che è andato formandosi ed evolvendo negli ultimi due secoli in Europa e in occidente.
Ancora una volta è una visione idealizzata e astratta del modello statunitense a suggerire la critica della nostra esperienza senza tener conto della grande tradizione democratica di base che in America interviene a limitare l’arbitrio individuale e che in Europa ha bisogno invece per conseguire lo stesso obiettivo, di norme esplicite. In altri termini, nell’attacco di Ostellino alla prima parte della Costituzione repubblicana sull’onda di un preteso liberalismo individualistico di cui non si sa bene chi sarebbero gli alfieri, se non l’attuale maggioranza berlusconiana, l’obiettivo non è più soltanto la sinistra, in qualche modo erede del comunismo e del socialismo, ma anche quella parte della cultura repubblicana che rifiuta quel liberalismo assoluto e ha contribuito alla scrittura della Costituzione repubblicana e oggi la difende.
L’attacco è alla cultura cattolico-democratica, come a quella liberal-socialista e repubblicana, cioè a quelle forze che negli anni della Resistenza e del primo cinquantennio repubblicano, si allearono con le forze della sinistra nella lotta contro il fascismo e i suoi eredi.
Si ritorna, insomma, ancora una volta, a quelli che sono stati in questi anni gli obiettivi di fondo di un tenace quanto superficiale revisionismo storico: criticare a fondo, come contrario all’esperienza del liberalismo individualistico, il compromesso che condusse prima alla lotta contro il fascismo e poi alla costruzione dell’Italia repubblicana come della Costituzione del 1948.
La lotta è dunque non soltanto contro la cultura socialista e comunista ma anche contro tutte quelle culture che hanno avuto una parte più o meno rilevante nel compromesso del 1943-48. La Carta costituzionale costituisce il vero ostacolo da abbattere per l’affermazione di un compromesso diverso legato a un liberalismo estraneo all’esperienza storica europea e italiana ma meglio funzionale alle esigenze politiche attuali, all’interno dell’impero americano.
C’è da chiedersi, a questo punto, che senso abbia la presa di posizione del maggior quotidiano italiano sul dibattito politico che, almeno per ora, sembra riguardare la seconda parte, piuttosto che la prima, della nostra Carta costituzionale e che si è rifatto finora da parte del centrodestra piuttosto a esigenze di funzionalità e di concentrazione dei poteri nelle mani del premier che a visioni della storia italiana come quest’ultima pericolosamente esemplificanti.
Si vuole rafforzare le posizioni della maggioranza e lo si fa per tempo sulla base di una visione della storia come della politica attuale che hanno assai scarso fondamento sul piano scientifico come su quello culturale? O si tratta comunque di indicare fin da ora ai lettori che il compromesso costituzionale del 1948 non è più accettabile? È difficile rispondere a interrogativi come quelli che pure derivano dalla lettura dell’editoriale di Ostellino giacché assai diverso e più oscillante appare il percorso dell’attuale direzione del giornale, preoccupato in maniera addirittura ossessiva di trovare ascolto anche nella parte più moderata della coalizione di governo.
Le prossime settimane ci diranno meglio quale sarà il panorama dello scontro di fronte alla riforma costituzionale destinata a occupare molte sedute parlamentari nel prossimo autunno. Ma cercare di difendere l’attacco violento alla Carta costituzionale in nome del liberalismo, non di quello crociano ma di altri antenati non meglio individuati, può apparire di fronte agli italiani di oggi una sorta di artificio intellettuale che non entra nel merito dei problemi come dei valori messi in discussione.
Non so se alla destra berlusconiana, così povera di ragioni ideali, possa addirsi una simile difficile strategia ideologica.
Caro Presidente,
ci rivolgiamo a Lei come supremo custode dei valori e della lettera della Costituzione sapendo quanto essi Le stiano a cuore e quanto già si sia prodigato a sostenerli e promuoverli.
L''ufficio di presidenza di Libertà e Giustizia denuncia il mercimonio che si sta facendo della nostra Carta; accusa il clima di assoluta leggerezza con il quale si stanno trattando questioni fondamentali per l''equilibrio della vita democratica; rileva la superficialità con la quale si affrontano momenti fondamentali delle garanzie tra poteri istituzionali.
Sotto la falsa bandiera della modernizzazione si sta distruggendo l’unità d’Italia, quell’unità nazionale cui Lei ha fatto tante volte riferimento anche in questi ultimi giorni.
Sotto la falsa bandiera della devolution, si sta attentando al ruolo del Parlamento e all’autonomia della Corte Costituzionale, dando vita a una forma di governo che non trova parallelo in nessun altro ordinamento istituzionale. Si vuole portare il Parlamento a votare una nuova Costituzione.
Una situazione così grave non si era mai verificata nella storia della nostra Repubblica. Nella distrazione dei mezzi di comunicazione, nel silenzio quasi totale delle tv, chiediamo che gli italiani siano informati della posta in gioco.
Siamo certi, signor Presidente, che Lei saprà intervenire con la forza che la stessa Carta le garantisce. In questa sua opera di difesa del dettato costituzionale Lei potrà contare non solo sui tanti soci di Libertà e Giustizia ma su tantissima parte della società italiana che non accetta di assistere, giorno dopo giorno, alla demolizione continua della nostra Repubblica.
L’ufficio di presidenza
di Libertà e Giustizia
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Nel 64 avanti Cristo Marco Tullio Cicerone, già celebre oratore ma tuttavia 'uomo nuovo', estraneo alla nobiltà, decide di candidarsi alla carica consolare. Il fratello Quinto Tullio scrive per suo uso e consumo un manualetto, in cui gli dà consigli per bene riuscire nella sua impresa. A volgerlo in edizione italiana, con testo a fronte ('Manuale del candidato - Istruzioni per vincere le elezioni', editore Manni, 8 euro), è Luca Canali, corredandolo di un commento, in cui si chiariscono le circostanze storiche e personali di quella campagna. Furio Colombo scrive l'introduzione, con una sua polemica riflessione sulla 'prima Repubblica'.
Infatti molto simile alla nostra seconda è questa Repubblica romana, nelle sue virtù (pochissime) e nei suoi difetti. L'esempio di Roma, nel corso di più di due millenni, ha sempre continuato ad avere molta influenza sulle successive visioni dello Stato. Come ricorda Colombo, al modello della più antica Repubblica romana si erano ispirati gli autori dei 'Federalist papers', che avevano delineato le linee fondamentali di quella che sarebbe poi stata la costituzione americana, e che vedevano in Roma, più che in Atene, l'esempio ancora attuale di una democrazia popolare. Con maggiore realismo i 'neo cons' intorno a Bush si ispirano all'immagine di Roma imperiale e, d'altra parte, molta della discussione politica attuale fa ricorso sia all'idea d'Impero che a quella di 'pax americana', con esplicito riferimento alla ideologia della 'pax romana'.
Salvo che l'immagine di competizione elettorale che emerge dalle 20 paginette di Quinto è assai meno virtuosa di quella che aveva ispirato i federalisti del Settecento. Quinto non pensa affatto a un uomo politico che si rivolga al proprio elettorato con un progetto coraggioso, affrontando anche il dissenso, nella speranza di conquistare i propri elettori con la forza trascinatrice di un'utopia. Come nota anche Canali, è totalmente assente da queste pagine ogni dibattito di idee; anzi è sempre presente la raccomandazione a non compromettersi sui problemi politici, in modo da non crearsi nemici. Il candidato vagheggiato da Quinto deve soltanto 'apparire' affascinante, facendo favori, altri promettendone, non dicendo mai di no a nessuno, perché anche a lasciar pensare che qualche cosa si farà, la memoria degli elettori è corta, e più tardi si saranno dimenticati delle antiche promesse.
La lettura di Colombo tende a mettere in luce "incredibili affinità, somiglianze, assonanze che sembrano attraversare i secoli". Quelli che nel testo sono i 'salutatores', che vanno a rendere omaggio a più candidati, sono visti come dei 'terzisti', i 'deductores', la cui presenza continua deve attestare l'autorevolezza del candidato, hanno la funzione di renderlo visibile e (mutatis mutandis) svolgono la funzione che svolge oggi la televisione. La campagna elettorale appare come uno spettacolo di pura forma, in cui non conta che cosa il candidato sia, ma come appaia agli altri. Come dice Quinto, il problema è che, per quanto le doti naturali abbiano un peso, il vero problema è ottenere che la simulazione possa vincere la natura.
D'altra parte "la lusinga è detestabile quando rende qualcuno peggiore ma. è indispensabile a un candidato il cui atteggiamento, il cui volto, il cui modo di esprimersi, devono di volta in volta mutare per adattarsi ai pensieri e ai desideri di chiunque egli incontri". Naturalmente bisogna fare in modo "che l'intera tua campagna elettorale sia solenne, brillante, splendida, e insieme popolare. Appena ti è possibile, fa pure in modo che contro i tuoi avversari sorga qualche sospetto. di scelleratezza, di dissolutezza o di sperperi". Insomma, tutte belle raccomandazioni che sembrano essere state scritte oggi, e viene subito in mente per chi - ovvero il lettore - legge Quinto ma pensa a Silvio.
Alla fine della lettura ci si chiede: ma la democrazia è davvero e soltanto questo, una forma di conquista del favore pubblico, che deve basarsi solo su una regia dell'apparenza e una strategia dell'inganno? È certamente anche questo, né potrebbe essere diversamente se questo sistema (che, come diceva Churchill, è imperfettissimo, salvo che tutti gli altri sono peggio) impone che si arrivi al potere solo attraverso il consenso, e non grazie alla forza e alla violenza. Ma non dimentichiamoci che questi consigli per una campagna elettorale tutta 'virtuale' sono dati nel momento in cui la democrazia romana è già in piena crisi.
Di lì a poco Cesare prenderà definitivamente il potere con l'appoggio delle sue legioni, istituirà di fatto il principato, e Marco Tullio pagherà con la vita il passaggio da un regime fondato sul consenso a un regime fondato sul colpo di Stato. Però non si può evitare di pensare che la democrazia romana avesse iniziato a morire quando i suoi politici hanno capito che non occorreva prendere sul serio i programmi ma occorreva ingegnarsi soltanto di riuscire simpatici ai loro (come
STA accadendo un fatto molto strano sul quale invito i nostri lettori a riflettere con attenzione: in questi giorni si è accesa in Italia una discussione di infimo livello sulla contabilità dell´orrore. Per iniziativa di alcuni giornali di parte la barbara decapitazione d´un giovane americano è stata utilizzata con dovizia di fotografie per controbattere la rivelazione delle disgustose sevizie perpetrate da soldati americani su prigionieri iracheni. È più orrenda quella decapitazione o quelle sevizie? Chi sta dalla parte di chi? Con la chiosa già ampiamente collaudata che almeno le democrazie con l´America in testa hanno immediatamente fatto atto di contrizione per il sadismo emerso in pochi «casi isolati» e stanno procedendo alla punizione dei colpevoli, mentre gli assassini del giovane americano si gloriano della loro truculenta impresa tra gli applausi della loro gente.
La cupa stranezza di questa contabilità dell´orrore sta nel fatto che il libro mastro in cui vengono annotate le due opposte partite del dare e dell´avere, dell´attivo e del passivo, è gestito da giornali e televisioni italiane. Negli Stati Uniti d´America le foto e le riprese televisive della duplice barbarie sono state ampiamente diffuse, così come nei "media" del resto del mondo; ma a nessuno è venuto in mente di usare una delle due barbarie come lavacro dell´altra. In America ? e nel resto del mondo ? l´orrenda sequenza della decapitazione del giovane americano ha suscitato sentimenti di reazione e di emozione profondissimi, ma la riprovazione verso la politica di guerra coloniale in corso in Iraq, con il suo strascico di brutalità verso quel popolo sventurato, non è stata affatto scalfita anzi continua a montare giorno dopo giorno. Al punto che l´ultimo sondaggio (Zogby Poll) diffuso ieri dalla stampa americana registra il crollo della politica irachena di George Bush che ottiene soltanto il 36 per cento dei consensi. Il 64 per cento degli americani "do not think it was worth going to war", pensano che non valesse la pena di farla, questa guerra. Si tratta di un livello di consenso ancora più basso di quello raggiunto per la guerra in Vietnam che obbligò l´Amministrazione a ritirare dal Sudest asiatico il mezzo milione di soldati che vi erano stati sbarcati e combatterono contro Ho Chi Minh e contro i vietcong per otto anni.
Segnalo dunque il fatto che alcuni (pochi ma significativi) giornali italiani e alcune emittenti televisive abbiano sfoderato un argomento che ritenevano decisivo per l´esito d´una disputa politica insensata e moralmente squalificante.Mentre quel medesimo tema non ha trovato accoglienza nel paese protagonista di quella disputa, la cui opinione pubblica si sta semmai mobilitando contro il proprio governo, chiamato alla sbarra per cambiare rotta ed emendarsi dagli errori che hanno ferito nel profondo non già la forza dell´America ma la sua credibilità e il sentimento morale della nazione.
Questo è il vero patriottismo americano che fa onore all´Occidente e del quale ci sentiamo interamente partecipi.
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Due notizie ci hanno colpito ieri mentre il caos iracheno continua ad infuriare: a Nassiriya la guerriglia sciita ha attaccato i reparti del corpo di spedizione italiano; il segretario di Stato Colin Powell ha dichiarato che se il nuovo governo iracheno dirà alla coalizione dei "volenterosi" di lasciare il paese, le truppe Usa se ne andranno. Gli hanno fatto eco immediatamente Blair e Berlusconi.
Esaminiamo queste due prominenti notizie cominciando dalla seconda. È improbabile che il nuovo - costituendo - governo iracheno inviti gli americani e i loro alleati a togliere il disturbo. Quando (e se) sarà costituito, i suoi componenti saranno stati scelti da Brahimi, delegato dell´Onu a Bagdad, previa consultazione con Kofi Annan e soprattutto con il governo di Washington. Sarà dunque e in ogni caso un governo amico, non certo ostile. Licenzierà la coalizione anche se essa non volesse essere licenziata, come una colf i cui servizi non sono più graditi? Sarebbe enorme. Il paese più potente del mondo, dopo aver messo a ferro e fuoco la Mesopotamia, avere abbattuto un tiranno sanguinario, aver risvegliato gli animal spirits d´un terrorismo che non s´era mai visto prima in territorio iracheno, rispedito a casa su due piedi dopo aver perso un migliaio di uomini e aver già speso cinquanta miliardi di dollari? Impensabile. Dunque non può accadere. Allora perché è stata affacciata questa assurda ipotesi?
Per due ragioni. La prima è per dare la sensazione al resto del mondo che il futuro governo iracheno nascerà veramente come autorità indipendente e nel pieno dei suoi poteri. Volevate una svolta? Una fottutissima svolta, per usare il linguaggio americano corrente? Eccovela servita.
Seconda ragione (più improbabile): il governo Usa non sa più come uscire dalla trappola irachena; la sola via di sbocco è di farsi dare il benservito dagli stessi iracheni. Naturalmente a certe condizioni che possono riguardare il petrolio e i rapporti con gli altri paesi dell´area a cominciare da Israele e dall´Iran. Insomma una finta ritirata, ma comunque un disimpegno militare sul terreno.
Si vedrà. Ma un punto resta fin d´ora acquisito. Il timore che il ritiro dell´armata occupante scateni una mortale guerra civile risulta inesistente poiché se fosse così serio e grave come finora ci è stato ripetuto in tutti i modi e da tutti i cantoni, non è comprensibile che l´armata liberatrice faccia i fagotti. Immaginate un´ipotesi del genere nell´Italia di sessant´anni fa, con un Ivanoe Bonomi o un Ferruccio Parri che invitano gli angloamericani a sgombrare le tende dopo la cacciata dei nazisti? O i giapponesi che rispediscono a casa MacArthur e le sue truppe?
Un altro timore, questo in realtà assai più serio dell´eventuale guerra civile, risulta anch´esso spazzato via dalle dichiarazioni di Colin Powell: il timore che, nel momento in cui gli yankees ripassassero l´Atlantico in senso inverso, il terrorismo di Al Qaeda resti padrone del territorio iracheno.
Questo rischio, evocato da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera, ha una sua consistenza ma a Washington evidentemente non vi danno gran peso se già parlano di possibile reimbarco.
In realtà se la tesi di Sartori fosse valida le truppe americane dovrebbero restare in Iraq a dir poco altri cinque anni se non dieci o più. Personalmente penso che contro Al Qaeda non sia utile e tantomeno necessario mantenere di stanza 150 mila uomini di truppa con relativi carri armati e bombardieri pesanti. Per tenere a bada Al Qaeda ci vogliono intelligence, corpi speciali, abilità politica. Non si combatte il terrorismo con i marines né suscitando nel paese guerriglia, insorgenza e guerre sante.
Dunque resta assodato: per il dipartimento di Stato americano e anche per gli alleati "volenterosi" le questioni guerra civile e terrorismo non sono di ostacolo al ritiro delle truppe, solo che lo vogliano i notabili dell´Iraq liberato. Prendiamone atto ed escludiamo dunque questi «pretesti» dalla discussione sul "che fare" che durerà ancora un bel pezzo.
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Ieri a Nassiriya è avvenuto un fatto nuovo. Prevedibile, preannunciato, ma comunque nuovo: le milizie sciite di Sadr hanno preso possesso della città e hanno attaccato la sede dell´Autorità provvisoria presidiata dagli italiani.
Mentre scriviamo l´assedio è stato tolto ma la città resta di fatto sotto il controllo della guerriglia. Per ristabilire l´ordine il nostro contingente militare dovrà negoziare con i guerriglieri o rintuzzarli con le armi o chiedere soccorso ai marines.
Quale che sia lo sbocco di questa tristissima storia resta che la nostra missione ha da tempo cambiato natura; come ha detto tre giorni fa Romano Prodi, ha perso le caratteristiche di missione di pace acquistando quelle di missione d´occupazione. In realtà questa mutazione era già avvenuta da tempo ma ormai è palese agli occhi di tutti. Soprattutto è palese agli occhi degli iracheni, guerriglia o non guerriglia. Loro la vedono e la vivono così: truppe d´occupazione, punto e basta. Hai un bel dire che non è vero perché i primi a doverti giudicare sono quelli in mezzo ai quali sei andato a portare la tua offerta umanitaria. Se proprio i beneficiari di quell´offerta ti giudicano un intruso e per di più un sopraffattore, questa diventa la tua essenza e non c´è niente da fare.
Quando Berlusconi decise l´invio dei nostri militari al fronte iracheno (a guerra che sembrava già conclusa) il presidente Ciampi, prima di dare il suo indispensabile assenso a quella sciagurata iniziativa, convocò il Consiglio supremo di Difesa, da lui presieduto.
Era molto tempo che quell´organo, di cui fanno parte molti ministri, tutti i capi delle Forze armate e naturalmente il presidente del Consiglio dei ministri, non si riuniva. E non si era mai riunito per decidere l´invio all´estero di nostri reparti militari per la semplice ragione che le nostre missioni erano sempre avvenute nel quadro di decisioni prese da organismi internazionali dei quali l´Italia fa parte. Il caso iracheno era invece profondamente diverso perché privo di ogni legalità. Quindi si scontrava contro la norma costituzionale che vieta di partecipare ad azioni di guerra che non siano difensive o debitamente autorizzate.
Per queste ragioni Ciampi riunì il Consiglio supremo di Difesa. E chiese che la missione fosse strettamente umanitaria. Che cosa significava questa espressione? È del tutto chiaro: significava l´invio di tecnici capaci di riattivare le reti di comunicazione e di trasporto, riattivare gli impianti petroliferi, aprire e gestire ospedali, ricostruire installazioni distrutte e strade, portare cibo e medicinali. Poiché il paese era ancora in stato di turbolenza, era pure necessario che la missione fosse affiancata da un contingente militare nei limiti e con lo scopo di difendere gli operatori di pace nei loro specifici siti.
Per meglio sottolineare la natura della nostra missione, Ciampi chiese anche che fosse dichiarato a chiare lettere che essa era «non belligerante». E per evidenziare ancora di più la posizione complessiva dell´Italia chiese anche che gli aerei militari Usa in missione di guerra in Iraq non potessero volare nello spazio aereo italiano.
Per quanto si sa, il Consiglio supremo di Difesa, Berlusconi incluso, approvò tutte le richieste di Ciampi. Non è dato sapere quale sarebbe stato il comportamento del presidente se l´approvazione non ci fosse stata. Che cosa poteva fare? Inviare un messaggio alle Camere? Rifiutare la firma della legge di finanziamento della missione? E´ probabile che avrebbe marcato in tutti i modi costituzionalmente previsti il suo dissenso, ma non fu necessario: Berlusconi accettò tutte le cautele raccomandate, la maggioranza parlamentare idem. In teoria. Nella pratica no, tant´è che l´ospedale italiano fu aperto a Bagdad con un piccolo reparto di carabinieri a sua salvaguardia, mentre 2.700 militari delle quattro forze armate furono destinati nel distretto di Nassiriya sotto comando inglese. Vai a capire perché e a fare che cosa.
Questa è la deplorevole storia della nostra missione. Onore a quei soldati che compiono un loro faticoso e assai pericoloso dovere. Opposizione contro chi ce li ha mandati in condizioni tali da non poter neppure impedire maltrattamenti contro i prigionieri soggetti al dominio non contrastabile di una polizia irachena brutale e autonoma da chi dovrebbe curarne la formazione professionale ma non può sanzionarne le azioni anche se delittuose.
Adesso i nostri soldati stanno lì a prendersi la fucileria dell´insorgenza sciita o a trincerarsi nei loro malcerti casermaggi senza mettere il naso fuor dalla porta.
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All´ultim´ora giunge notizia di un discorso di Bush che contraddice Colin Powell continuando a confermare che non se ne andrà dall´Iraq se non «a lavoro compiuto». Nel frattempo un giornale americano pubblica un lungo articolo per dimostrare come dietro le torture ci fossero precise indicazioni date da Rumsfeld nell´estate del 2003. Puniranno i colpevoli? Ma certo, quattro soldati e un paio di sergenti.
Bush ha ringraziato Rumsfeld perché ha svolto un «lavoro superbo». Rumsfeld ha volato per undici ore fino a Bagdad, ha ringraziato i soldati perché anche loro hanno svolto un «lavoro superbo», ha consumato il rancio insieme a tutti loro e si è fatto altre undici ore di volo per tornare nel suo Pentagono. Il 64 per cento degli americani vuole che le truppe lascino l´Iraq. Le commissioni del Senato e del Congresso indagano. Il petrolio ha superato i 41 dollari al barile. L´Europa non concorda, ma Blair e Berlusconi sì, fino alla fine.
Come e quando ci sarà questa fine non lo sanno, ma va bene lo stesso.
Perciò avanti così. Perinde ac cadaver. No, non è Loyola che aveva un altro spessore, ma sono Schifani, Bondi e Bonaiuti.
Riemergono dall’emiciclo suonati. I parlamentari di Forza Italia e An devono, in qualche modo, giustificare la sconfitta appena subita. La relazione sulla libertà dei media in Europa e sui rischi di violazione del diritto all’informazione è stata approvata. Dopo una settimana di passione. La relazione passa con l’86 per cento dei votanti. Ottiene 237 “sì” del Pse (con gli italiani Fava, Ghilardotti, Lavarra, Napoletano, Napolitano, Paciotti, Pittella, Ruffolo, Sacconi, Vattimo, Veltroni e Volcic), dei Verdi (con l’italiana Frassoni), del Gue (con gli italiani Cossutta, Di Lello, Manisco e Vinci) dell’Eldr (con gli italiani Calò, Costa, Di Pietro, Formentini, Procacci e Rutelli). I voti contro sono stati soltanto 24 (tra gli italiani, i radicali con Pannella e Bonino) perché i gruppi del Ppe e della destra Uen scelgono la via inedita della non partecipazione per protesta.
Niente voto. Sapevano di perdere e, invece di opporsi pigiando i pulsanti, restano a chiacchierare. Si dissociano dal Ppe tre deputati giscardiani che votano e votano “sì”, tre parlamentari euroscettici danesi, mentre altri 9 deputati del Ppe, tra cui l’ex ministro francese Lamassoure, si astengono. Espressioni significative e di insofferenza in un gruppo che ha cambiato, progressivamente, i propri connotati (dall’ingresso di Forza Italia e dei conservatori britannici). Uno smarrito Scapagnini, medico di Berlusconi fatto rientrare precipitosamente a Strasburgo, si aggira tra i banchi con il senso del vuoto. I deputati di Fi e An trascinano, in una pratica del tutto sconosciuta sinora alla storia del parlamento europeo, i loro gruppi di appartenenza. Non era mai accaduto. Evidentemente, Berlusconi è in grado, ormai, di pretendere anche questo dal tedesco Hans Poettering, il capogruppo. L’unica consolazione: nel rapporto è stato cancellato il nome di Silvio Berlusconi. Non si usa, per eleganza, citare le persone in risoluzioni ufficiali. Accontentati. Così Berlusconi, nella relazione, sarà indicato come l’”attuale presidente del Consiglio italiano”.
Escono dall’aula e si scagliano contro la “sinistra” e contro i “comunisti”. Ma si capisce che ce l’hanno con uno che comunista non è mai stato e non lo sarà mai. Il bersaglio è il presidente del Parlamento europeo, il liberale irlandese Pat Cox, definito, in aula in scomposti interventi, come l’autore di un’impresa “nefasta”. Uomo che ha tradito il “senso della democrazia in questo Parlamento”, sentenzia il forzista Guido Podestà, il quale, peraltro, è uno dei vice di Cox. Curioso destino degli autentici liberali. Cox non è il presidente delle forze progressiste e di sinistra. Due anni e mezzo fa, nel gennaio del 2002, venne eletto alla carica più alta da una maggioranza che fece perno sul Ppe e sulla destra. Il candidato della sinistra, il laburista David Martin, venne sconfitto. Al centro destra, ora, non va proprio giù il fatto che il “suo” presidente abbia utilizzato le prerogative del regolamento per consentire la votazione della relazione sui media contro cui, proprio alla fine dell’iter parlamentare, si è concentrato l’attacco ostruzionistico. Cox resiste sino all’ultimo, non si lascia intimidire e permette, autorizzando la votazione del testo paragrafo per paragrafo. I 338 emendamenti del centro destra decadono automaticamente, essendo stati approvati i paragrafi del documento di base. La destra grida al complotto. Che non esiste. Si scaglia contro Cox e la mite relatrice: un’altra liberale, l’olandese Johanna Boogerd-Quaak che, continuamente, si dice “attonita” per le bordate che le giungono dai forzisti.
È l’ultima tornata di voto del Parlamento prima dello scioglimento. Il verde Cohn Bendit prende in giro Tajani e i suoi colleghi: “Avete fatto persino gravi errori di tattica parlamentare e siete caduti nel ridicolo”. Il fatto è che, per tentare di sabotare la relazione che denuncia, tra gli altri rilievi, il gravissimo e irrisolto conflitto d’interessi del presidente del Consiglio italiano, Fi e An provano l’ultima chance: chiedere il rinvio del rapporto in commissione. Il voto dell’aula li inchioda: raccolgono soltanto 214 voti ma 259 parlamentari respingono la proposta. Un applauso sottolinea l’ultimo, fallito, assalto. L’applauso si ripete dopo la proclamazione dell’avvenuta approvazione della relazione. L’on. Boogerd-Quaak dice: i parlamentari hanno avuto il coraggio di esprimersi contro i rischi per la libertà e il pluralismo dei media. Adesso la Commissione dovrà presentare una proposta di direttiva”.
“È un successo del Parlamento europeo mentre la destra ha rifiutato il confronto e ha pure sbagliato tattica”, dice Pasqualina Napoletano, e aggiunge che il presidente Cox “è stato bravo nel difendere il diritto di voto su una relazione”. Per Francesco Rutelli, che è rimasto come gli altri per tutti i quattro giorni di battaglia (come Walter Veltroni, partito per le celebrazioni del “Natale di Roma”, e rientrato nella notte a Strasburgo), il voto dimostra che “si è meno soli adesso” contro la “monumentale anomalia italiana rappresentata dal conflitto d’interessi del premier”. Di Lello sottolinea la “vittoria europea, non solo italiana”; Mariotto Segni (eletto con An) ricorda d’essere stato tra i promotori dell’iniziativa ma non la conclude con il voto perché assente; Frassoni invita l’Ue ad “attivarsi dopo il voto” e Beppe Giulietti (Articolo 21) da Roma afferma che l’Europa “adesso è pronta per bocciare anche la Gasparri”. Il capogruppo di Fi, Tajani, appare stremato. Consegna questo testamento ai cronisti: “Valuteremo nella prossima legislatura. I liberali ci hanno lasciato molto perplessi, sono sembrati più orientati a schierarsi con la sinistra…”. A fine legislatura, quanto apprezzerà Berlusconi questo risultato del suo capogruppo?