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Alla fine di questa brutta storia è assai probabile che Rocco Buttiglione arrivi comunque a sedersi sulla tanto sospirata poltrona di commissario europeo responsabile per le questioni di Sicurezza, Libertà e Giustizia, nonostante la bocciatura ricevuta ieri dalla commissione per le libertà civili del Parlamento europeo.

Ma sarà un commissario (e vicepresidente) sminuito nella sua credibilità politica. Un´anatra zoppa. Un peso per il presidente della Commissione, Barroso, che dovrà difenderlo di fronte agli eurodeputati. Un motivo di imbarazzo per il governo italiano, che ha mandato a Bruxelles un suo ministro per farlo diventare il primo bocciato nella storia delle audizioni parlamentari. E una palla al piede anche per il Partito popolare europeo, che ora per salvargli il posto dovrà fare concessioni alla controparte socialista.

Del resto questa nomina, voluta per pure ragioni di "teatrino romano", come direbbe Berlusconi, cioè per acquietare le faide interne alla maggioranza di governo, era già stata pagata dall´Italia con la rinuncia alla ricandidatura di Mario Monti che avrebbe avuto ben altro peso e ben altri consensi in Europa. Lo spiacevole incidente di ieri è solo la conferma di quanto la scelta fatta dal Presidente del Consiglio sia stata miope e dannosa in termini di immagine e di autorevolezza del Paese.

A ben guardare, la dinamica che ha portato alla bocciatura di ieri è l´ennesima conferma dell´anomalia italiana in Europa. Un´anomalia antica, ma che questo governo ha esasperato fino al limite dell´incompatibilità. Il professor Buttiglione, e con lui tutti gli esponenti del centrodestra, denunciano una doppia persecuzione europea: contro i cattolici e contro il governo Berlusconi.

Ma come fanno a non vedere che la nomina a responsabile europeo per le questioni di Giustizia e Libertà dell´esponente (tutt´ora in carica) di un governo che si è presentato al mondo con la violenta repressione di Genova, che ha varato una serie di misure legislative volte a togliere il primo ministro dai guai giudiziari, che si è opposto al mandato di cattura europeo, che si dichiara "amico" di Putin, non può non suscitare perplessità in Europa? Probabilmente il professor Buttiglione non ha personalmente condiviso alcune di queste scelte. Ma è rimasto ben saldo al governo. E questo per la logica europea equivale a una piena assunzione di responsabilità. In Europa, un ministro che non condivide la linea politica del governo non predica i distinguo sui giornali o nei convegni: si dimette.

Lo stesso discorso vale per le idee del professor Buttiglione in materia di condizione femminile o di discriminazione sessuale. Essendo la lotta alla discriminazione una delle poche aree nel portafoglio di sua competenza in cui la Commissione ha potere di iniziativa, era legittimo che i deputati volessero conoscere i suoi orientamenti. Invece di spiegarsi con l´umiltà di un "civil servant", Buttiglione ha risposto con una lezioncina filosofica, citando Kant e le distinzioni tra legge morale e legge civile, tra crimine e peccato, tra convinzioni di fede e attività politica. Ma quando gli hanno chiesto conto di un suo emendamento alla Convenzione per la Costituzione in cui proponeva di escludere l´orientamento sessuale dai temi su cui la Carta europea non accetta discriminazioni, non ha saputo cosa replicare. Ha finito col riconoscere che si opporrebbe a qualsiasi norma che dovesse considerare immorale. In questo modo ha dimostrato non solo scarsa coerenza e scarso rispetto per l´intelligenza dei deputati, ma anche scarsa consapevolezza delle responsabilità che incombono sull´esponente di un organo eminentemente esecutivo, chiamato a rispondere non alla propria coscienza, ma ad una serie di poteri democraticamente costituiti. E questi poteri hanno, in materia di diritti e di sessualità, valori diversi da quelli del professor Buttiglione.

La bocciatura di un commissario designato dopo un´audizione parlamentare è un fatto senza precedenti. E apre il campo a scenari ancora difficili da valutare, ma che mettono sicuramente il presidente Barroso in una posizione molto scomoda. Egli non può chiedere a Berlusconi la sostituzione di Buttiglione senza mettersi contro non solo il governo italiano, ma tutti i governi nazionali che vedrebbero calpestato il loro primato a favore del Parlamento europeo. L´ipotesi di un cambio di portafoglio, comunque non facilmente percorribile, è stata scartata con un moto di orgoglio dagli stessi deputati del Ppe.

Del resto la conferma del ministro italiano nel ruolo e con le funzioni per le quali è stato trovato inadeguato mette la Commissione in rotta di collisione con il Parlamento europeo. Equivarrebbe infatti a dire che le audizioni parlamentari, cui tutti i deputati di tutti i gruppi politici attribuiscono un´enorme importanza, sono una pura perdita di tempo.

È vero che il Parlamento potrà pronunciarsi con un voto di fiducia solo sull´insieme del collegio dei commissari, e difficilmente le "gaffes" del professor Buttiglione possono giustificare la bocciatura dell´intera Commissione. E´ vero anche che il Partito popolare resta la forza di maggioranza relativa in seno all´assemblea e pare deciso a difendere ad oltranza la candidatura del filosofo del Papa. Ma un atteggiamento sprezzante da parte di Barroso, un voler totalmente ignorare il voto della Commissione parlamentare di ieri, finirebbe per creare un´irritazione diffusa e bipartisan tra i deputati che si sentirebbero toccati nelle loro prerogative, con conseguenze difficili da valutare.

A cercare di togliere le castagne dal fuoco ci proverà, domani, la riunione dei capi dei gruppi politici parlamentari. Oltre a Buttiglione ci sono altri commissari designati, popolari, socialisti e liberali, che, se pure hanno evitato la bocciatura, non hanno convinto nel corso delle audizioni. Per salvarli è possibile che i partiti trovino un compromesso che consenta a Barroso una dignitosa via di uscita. Ma, comunque vada a finire, per il governo italiano e per il suo unico commissario la strada europea è, ancora una volta, tutta inesorabilmente in salita.

Il testo integrale dell'audizione di Rocco Buttiglione

Ragioniamo se ci riesce

Sacrosanto invito a un atteggiamento radicalmente diverso da quello corrente, la cui volgarità intellettuale sconcerta e fa dubitare della possibilità di un futuro decente. Da il manifesto del 12 settembre 2004

Fra i disastrosi effetti del terrorismo, è la messa in mora della ragione. La sua propria, perché perde sempre, e quella nostra. In Italia ormai si delira. Farsi domande, come buon senso comanda, sulle differenze dei terrorismi e le loro origini politiche e sociali, sembra che sia bestemmiare. Dubitare che esista una centrale terroristica internazionale e chiedersi perché i terrorismi siano sciamati nel Medio Oriente dopo la guerra del Golfo e si siano moltiplicati con quella dell'Iraq, sembra che sia giustificarli. Osservare che il fondamentalismo armato è indirizzato soprattutto a egemonizzare il mondo musulmano dopo la sconfitta dei nazionalismi laici e parla alla miseria dei diseredati dalle monarchie che chiamiamo «moderate», sarebbe un ignobile diversivo. Scrivere che con il Patriot Act la democrazia americana affonda e che la teoria e la pratica della guerra preventiva di Bush (che oggi Putin tenta di imitare) alimentano i terrorismi invece che distruggerli, sarebbe approvare Osama Bin Laden. Dire che non è terrorismo ma azione di resistenza attaccare un presidio della coalizione occupante o far saltare un pozzo di petrolio, dimostrerebbe un'ambiguità della sinistra. E sussurrare che chi si fodera di esplosivo per far saltare se stesso e altri inermi deve essere orribilmente disperato, e interrogarsi se non ci sia qualche responsabilità anche nostra per essere arrivati a tali abissi, sarebbe imperdonabile.

Ma come mettere in atto delle politiche invece che delle armi verso l'enorme mondo musulmano che abbiamo accanto, senza farsi queste domande? Eppure non se le fanno che alcuni gruppi di volontari e qualche centro religioso - il resto del paese è sommerso da esecrazioni, approssimazioni e una vociferazione razzista come poche altre volte abbiamo conosciuto. Davanti al sequestro e all'omicidio di Enzo Baldoni e al sequestro a Baghdad delle due coraggiose Simone c'è una reazione bellissima della gente normale, generosa come loro; grandi cortei sfilano con le candele dicendo: «ragioniamo, fermiamo le armi, parliamo». Non possono fare altro.

Ma il governo non li ascolta. Non fa che moltiplicare gli errori: non ha saputo difendere i suoi cittadini migliori in Iraq, e riceve con onore il Quisling iracheno. Né esso né la coalizione occupante sanno nulla di chi si agita nel caos di un paese del quale lo stesso Bush ammette di aver perduto il controllo. Nulla sanno i servizi, che sarebbero pagati per saperlo: nessuno si è accorto che un grosso gruppo armato stava bloccato la sede delle ong al centro di Baghdad, né pare in grado di trovare le tracce che pur deve avere lasciato. Signor presidente della Repubblica, come si può dire che stiamo in Iraq per preservare la pace se i nostri uomini non sono in grado neppure di proteggere discretamente gli italiani che lavorano per la pace sul serio?

Sono convinta che davanti a un sequestro bisogna dare priorità al riscatto degli ostaggi. Non penso che si abbia diritto di non trattare quando vi sono di mezzo delle vittime terze: il governo cerchi chi detiene i suoi cittadini e tratti finché questi non sono liberati; almeno servirà per conoscere chi sono. Se c'è un altro mezzo, lo dica. Se no, vuol dire che fa solo parole, come quella disgraziata uscita: «amici del governo iracheno, liberate dalle vostre galere coloro che detenete ingiustamente». Vorrei anche vedere che gli consigliassimo di tenerle dentro innocenti.

Temo che il governo nulla faccia di quel che riteniamo giusto. Ma non mi piace la bassa polemica contro chi nell'opposizione ha ritenuto giusto di far fronte comune per ottenere un riscatto. La diversità del giudizio politico è una cosa, l'acredine e la litigiosità di cui la sinistra radicale dà prova ad ogni occasione sgomenta. E rischia di farci perdere le elezioni del 2005. Senza vincere le quali non ci sarà nessun Zapatero capace di ritirare il nostro contingente dall'Iraq, sola e tardiva via d'uscita dalla impresa sconsiderata e crudele nella quale siamo stati messi.

IL TRENO parte dal binario 8 alle 9.30 del mattino. Porta via Romano Prodi, sua moglie, qualche centinaio di pendolari e le illusioni di una sinistra unita. Via dai palazzi del potere, dai vicoli della Capitale, via dalle riunioni di partito a porte chiuse i cui resoconti, sui giornali del mattino, vanno letti due volte come le versioni difficili a scuola: due volte per capirne almeno il senso.

Al binario, una moglie al marito: "Guarda, c'è Prodi". Lui: "Macché Prodi, gli somiglia. Non vedi che porta le valigie?". Prodi porta le valigie, due borsoni di cuoio, il malcontento in faccia e un telefono che squilla a vuoto in tasca.

La moglie Flavia prova a parlare dei giorni che verranno: il Natale, le vacanze quest'anno così brevi, i figli. Il treno è un po' in ritardo, il telefono squilla ancora. Allora professore, è davvero finita? "Viaggiamo insieme? Bene. Leggiamo prima i giornali, poi ne parliamo". Sorriso: "Mi dia un momento. Mi faccia elaborare il lutto".

Il lutto per elaborarlo ci vogliono due ore, non molto. A Orte il rincrescimento, a Chiusi l'amarezza, a Firenze il fastidio.

Siamo a San Benedetto Val di Sambro quando è il momento del congedo "da chi divide anziché unire". Da quella parte della coalizione che ha decretato la fine delle liste unitarie e - per il momento almeno - di Uniti nell'Ulivo. "Hanno un'alternativa? Vadano avanti. C'è un altro candidato? Ottimo. Sono disposto ad appoggiare chiunque porti avanti il progetto unitario. Faccio un passo indietro, l'avevo già detto a Rimini: non resterò un minuto in più di quel che serve. Non ho un problema di leadership, davvero. Ho avuto tutto, in questo senso, dalla vita: sono stato presidente dell'Iri, del Consiglio dei ministri, della Comunità europea. Mi posso ben permettere di dire: o va avanti il disegno unitario o niente. E' un disegno storico: creare una solida base riformista che tenga insieme, in questo paese di clericali e anticlericali, i cattolici e i laici di centro e di sinistra. Un disegno grande, io credo un percorso inevitabile che prescinde dalle persone e dai loro interessi particolari. Se non sarò io, se non saremo noi a portarlo avanti verrà qualcun altro. Quando penso al futuro non vedo altre strade per un'opposizione che voglia tornare a governare, e per il Paese. Posso perciò puntare i piedi, è per qualcosa in cui credo fermamente. Non starò lì a vegliare sullo stillicidio delle piccole battaglie fra vicini di stanza. Sono nelle condizioni di tirarmi indietro di fronte a quel che non capisco o che non condivido, ed è quello che intendo fare".

Passano con il caffè, "buongiorno presidente", siamo a mezz'ora da casa, Roma già lontana. I giornali del mattino carta vecchia, piegati storti e infilati fra le poltrone. Nel pomeriggio il professore ha appuntamento con il presidente di Confindustria Luca di Montezemolo, poi la sera un dibattito alla Casa del popolo di Corticella. "Vede qual è la questione? Ero la settimana scorsa alla parrocchia di Dozza, sono stasera alla Casa del popolo: uso le stesse parole, dico le stesse cose e la gente delle parrocchie e delle sezioni risponde con lo stesso entusiasmo. Questo vorrei che si facesse, anziché disfare la notte la tela che si è tessuta di giorno: ascoltare la gente. Ho detto alla Margherita: se volete io posso essere un valore aggiunto, posso lavorare ad aggregare quel che è separato". Invece non vogliono, ma a chi giova? "Non lo so, non lo capisco. Tornano sempre sul risultato elettorale delle europee: c'è da stabilire se il 31,1 è molto o è poco. Io dico che è molto, per cominciare. Loro non la pensano così".

"Loro" intende Rutelli? Pensa di ottenere un risultato elettorale migliore correndo da solo? "Guardi, io non voglio parlare delle persone perché fa il male della coalizione. Se mi chiede quale sia il loro progetto, posso fare due ipotesi. Una è che pensino sia meglio avere un ruolo forte in un posto piccolo piuttosto che un ruolo paritario in un posto grande. L'altra è che non credano nel bipolarismo, e che pensino piuttosto di affrancarsi dalla sinistra per creare un grande centro, aspettando che i centristi di destra vadano da loro". Aspettando Casini e Follini? "Ecco appunto, non suona bene neanche a sentirla. Con alcuni dei centristi del Polo siamo stati giovani assieme: tutti quelli che ora sono a destra da ragazzi erano alla mia sinistra. Io ho tenuto ferma la barra, ho un percorso di coerenza. La Margherita è la mia casa, anche se non ho la tessera, e il padrone di quella casa è Rutelli. E' lui che decide, io ho sempre e solo detto: mi auguro che lo faccia per il meglio". Si diceva del risultato elettorale. "Ecco, sì. Non credo neppure che lo scopo delle liste separate sia fare uno o due punti in più per partito. Naturalmente auguro alla Margherita il massimo successo elettorale, ma credo che ci sia soprattutto un problema di ruoli. La Margherita, è noto, ha il timore che nel giorno in cui si arrivasse alla Federazione i Ds farebbero la parte dei padroni".

Dicono che sembra più un indipendente di sinistra, ormai. "Se è per questo mi hanno anche indicato come quello che faceva alleanze segrete con Bertinotti. Ma domando, ed è questo il punto, questa la svolta storica: i Ds di oggi sono il Pci di vent'anni fa? Sono forse una forza radicale, o sono approdati a un riformismo del tutto omogeneo alle ragioni delle forze centriste? E allora, cosa c'è ancora da temere, al netto delle visibilità personale? La questione alla fine è una: bisogna decidere, come si direbbe nel linguaggio accademico, se ottimizzare il risultato generale o quello particolare". Se vincere uniti o se perdere vincendo sull'alleato.

"Le scelte per le regionali sono andate così, ormai. Va bene. Adesso bisogna far decantare la questione, riflettere. Lavorare per vincerle coi candidati comuni, è ovvio. Ma dopo? Credo che ci sia ancora un piccolo margine, se però ci si lavora da subito: la federazione. Muoviamoci svelti, dopo le elezioni, in quella direzione. Nessuno assorbirà nessun altro, sarà una casa comune di identità diverse. Quanto a Bertinotti: starà fuori da alleato, non dentro da federato. C'è un accordo chiaro, guardi come è finita per la Puglia". Con le primarie per scegliere il candidato, se Vendola o Boccia. "Appunto, benissimo. Le primarie sono una sferzata vitale, per la politica. La politica è questo: andare fra la gente ed ascoltarla, poi tornare nelle stanze e decidere. Non il contrario, per favore". Stazione di Bologna. La città dove si vive meglio in Italia, dicono i giornali di stamani. Sarebbe quasi da restarci. "Ho tanti amici, qui, tanta gente che ci crede e spera. Bisogna essere realisti, ma anche stare attenti a non deludere queste persone". Sotto casa lo aspetta un gruppo di cittadini con uno striscione che dice "Forza Romano, siamo i tuoi Prodi". Sorride con la moglie, nei loro discorsi privati torna tante volte il nome di Andreatta: l'amico, il maestro. "Alla scuola di Nino si sono formati tanti giovani capaci, una risorsa della coalizione. C'è un grande problema di rinnovamento delle classi dirigenti, ci sarebbe tanto bisogno di una generazione nuova. A Roma e nelle periferie, fra i quadri locali e nazionali".

Dice che bisogna passare la mano, professore? "Prepararsi, certo. Io, per il progetto in cui credo, mi do ancora un piccolo margine e una speranza. Quando poi dovesse essere chiaro, come dicevo a Rimini, che non c'è più bisogno... Ho provato a parlare di programmi, a Montecatini e a Milano". L'hanno applaudita dal pubblico e sul palco. "Sì, poi però quando si tratta di prendere delle decisioni sembra che dei programmi non importi più niente. Spero ancora che ci sia il tempo per ragionare insieme: sul programma e sul disegno unitario. Per qualcosa, non contro. Se poi qualcuno ha un'idea migliore, l'ho detto e sottoscrivo: mi faccio da parte, non sarò io il problema".

Non era previsto, proprio no, che alla festa per il quarantesimo compleanno di Magistratura democratica arrivasse fresca fresca, ospite ingrata e sgradita, la riforma dell'ordinamento giudiziario del governo Berlusconi. Ma al tempo non si comanda, come al cuore, e così è andata: si festeggia il compleanno all'Ambra Jovinelli con un convegno che si trova a dover commentare il testo di una controriforma incostituzionale sospeso al filo della firma o del gran rifiuto di Ciampi. Non per questo la festa si trasforma in un funerale: al contrario. Magistratura democratica approfitta del compleanno per rilanciare le sue ragioni originarie nella sfida di oggi, come di fronte a un cerchio che si chiude. Sembra proprio uno scherzo del tempo infatti ritrovare, nella mozione istitutiva di Md del `64, quella «completa estromissione dal sistema giudiziario del concetto di carriera» mentre passa una riforma che lo reintroduce a piene mani, con l'intento, come dice il presidente dell'Anm Edmondo Bruti Liberati, di riportare ordine e disciplina in un corpo di magistrati che la Costituzione vuole sottoposto solo alla legge, e di fare regredire l'ordinamento giudiziario a quello che era negli anni Cinquanta, quando la magistratura agiva non con ma contro la Costituzione, a fare giurisprudenza era solo la Cassazione e la carriera dei magistrati era del tutto avulsa dalle esigenze di giustizia di una società in trasformazione. E non è il solo punto di regressione: perché alla visione berlusconiana dell'ordinamento giudiziario corrisponde, com'è noto, una precisa visione della democrazia. Si attacca l'autonomia dei magistrati, per attaccare il controllo di legalità sul potere politico; si tenta di ridefinire la magistratura come potere del popolo, cioè come braccio esecutivo della maggioranza, per farne un anello della catena che dal popolo sovrano porta all'onnipotenza del capo. Una visione della democrazia, spiega Luigi Ferrajoli, contrapposta alla democrazia costituzionale, che ha per scopo la tutela non del potere della maggioranza, ma dei suoi limiti. Nella controriforma della giustizia non c'è in gioco solo la Costituzione del `48, sulla cui difesa si attesta il segretario di Md Claudio Castelli: c'è in gioco, sottolinea Franco Ippolito, il costituzionalismo in quanto tale.

Dice Ferrajoli che per affrontare la sfida di oggi Md non deve far altro che ritrovare e rilanciare le ragioni dei suoi inizi. La scoperta della Costituzione come legge vincolante, da far vivere nel processo e nella giurisprudenza; il combattimento contro i poteri illegittimi, dalla polizia ai padroni agli stessi magistrati se del caso (non per caso uno dei primi atti di Md fu nel `69 quell'ordine del giorno Tolin che denunciava le minacce alla libertà di manifestazione del pensiero emerse con l'ordine di cattura per reati di opinione del direttore di Potere Operaio). E ancora, la scelta di campo a favore dei soggetti deboli, titolari di diritti fondamentali violati, e l'assunzione delle loro ragioni come «punto di vista esterno» al diritto. Certo, ritrovare e riconfermare quelle ragioni oggi è più difficile di allora: e non solo perché il potere politico, e altri poteri al seguito, s'è fatto più illeggittimo, ma perché, come osserva Giovanni Palombarini, i soggetti deboli - dai precari agli immigrati - si sono fatti più deboli.

La tendenza regressiva non riguarda infatti solo l'ordinamento giudiziario ma la società e il sistema politico italiano nel loro complesso. E ripercorrere i quarant'anni di Md, il pezzo della magistratura italiana più coinvolto nelle vicende del mutamento sociale e politico, è anche un'occasione per riflettere su quarant'anni di storia della Repubblica, fuori dai refrain più consolidati e più ottusi. Ad esempio, fuori dal refrain che data la fine della Prima Repubblica al crollo di Tangentopoli, alla «rivoluzione giudiziaria» dei primi anni 90, alla riforma in senso maggioritario del sistema elettorale. Alberto Asor Rosa, fra gli invitati al convegno, giustamente retrodata l'intera dinamica alla fine degli anni Settanta, quando si chiude il ciclo delle grandi rotture (e della stagione di crescita dei diritti) inaugurato dal '68-'69, e fallisce ogni tentativo della Prima Repubblica di autoriformarsi lasciando inalterato il sistema elettorale e proporzionale e il ruolo dei grandi partiti. La crisi della rappresentanza politica, aggiunge Peppino Cotturri, e più in generale le contraddizioni emerse nel movimento del Settantasette, domandavano già allora risposte e riforme che la politica non seppe dare allora e non ha saputo dare mai più. E la crisi della giustizia, si può aggiungere, era anch'essa tutta dispiegata nelle inchieste sul terrorismo e nei teoremi sui sovversivi, come ancora testimonia la vicenda del processo 7 aprile, quando anche Md dovette dividersi per trovare la bussola garantista.

E'almeno da vent'anni che si nota un'esaurimento della sinistra europea in termini di idee e di strategie, e la sua conseguente incapacità di mobilitare larghi strati di una società in rapido mutamento, o di suscitare vero entusiasmo per i suoi progetti. Da un lato, il riformismo moderato europeo è rimasto in gran parte succube dell'ondata neoliberista e ha governato nella sua ombra. Solo ora, e non in tutti i paesi, comincia a rivedere timidamente le sue posizioni su certi punti chiavi - come, per esempio, di riconoscere l'incombente necessità di preservare e di reinventare i servizi e lo spazio pubblici - quei doni della storia europea perennemente a rischio.

Dall'altro lato, la sinistra radicale si è in gran parte persa nel suo solito settarismo, divisa fra ex-comunisti, troskisti e altri elementi, ognuno con la sua nostalgia storica particolare e con la sua forma-partitino. Ed è un gran peccato, perché proprio ora, in un momento così drammatico, abbiamo bisogno di inventività e generosità da parte di tutti i partiti della sinistra europea, non della loro fossilizzazione.

In questo quadro deprimente, l'Italia occupa una posizione del tutto particolare. Sembra, a prima vista, uno dei casi europei più disperato. E' una società demograficamente sempre più vecchia, un paese stanco e cinico che soffre, come ha detto Doris Lessing in uno dei suoi romanzi, da troppo sole e troppa storia. Ed è un paese che ha consegnato il potere politico a un governo di destra molto pericoloso, proprio per conto della sua profonda consocenza del potere della pubblicità e dei mass-media.

Nondimeno, l'Italia stranamente non è un paese rassegnato, ma un paese dove le passioni civili sono spesso presenti e dove la politica ancora conta molto al livello quotidiano, molto di più che nel freddo e sonnolente Nord e, almeno per il momento, nell'Est disastrato e astensionista. L'Italia è un luogo di possibilità politiche reali, come la Spagna, ed è largamente riconosciuta come tale da coloro che si intendono della politica europea.

Se qualcuno nutre dei dubbi su ciò, dovrebbe riflettere un attimo sull'anno 2002. Era un anno che ha visto delle mobilitazioni - quella enorme della Cgil in marzo ma anche quella auto-organizzata dai movimenti a Piazza San Giovanni in settembre - del tutto inusuali dal punto di vista sia numerica che di composizione sociale. Sindacalisti, ragazzi dei Social Forum, ma anche molti elementi dei sempre più numerosi ceti medi urbani, esprimevano non solo la loro opposizione al governo Berlusconi ma anche il desiderio di nuove forme di politica e di rappresentatività.

Le loro aspirazioni - non solo di difendere la democrazia ma anche di rinnovarla profondamente - sono state in grandissima parte deluse. Le ragioni sono molte. Una, certamente, era l'incapacità delle forze moderate del centro-sinistra di recepire o perfino di capire la necessità di un nuovo rapporto fra politica e società civile. Ma un'altra, ugualmente grave, risiedeva nell'immobilismo dei piccoli partiti collocati alla sinistra del centro-sinistra, la loro incapacità di intercettare se non in piccola parte la grande ondata, la loro riluttanza ad aprirsi a orizzonti nuovi, a un cammino unitario.

La gente che si mobilitava nel 2002 non è scomparsa. Sta a casa o a lavoro, va al cinema o in pizzeria, parla con scetticismo o amarezza della politica. Ma non rimane, questa è la mia fortissima impressione, del tutto rassegnata. Capisce benissimo che non si può continuare così - né con la guerra in Iraq, né con la politica economica neo-liberista (che sia in salsa azzurra o rosa), né con gli attuali rapporti fra Nord e Sud del mondo, né nel modo spensierato e del tutto irresponsabile del nostro consumo quotidiano, né con una società sempre più dominata dall'antico ma ringiovanito rapporto fra patrono e cliente. Vorrebbe ripartire, legare la sua quotidianità a un progetto politico nuovo, cercare soprattutto di incidere. Ma non sa da che parte rivolgersi.

L'idea di Romano Prodi di una grande alleanza democratica è un'idea felice. Ma l'alleanza non deve rimanere la proprietà solo dei politici di professione e di carriera. Riempiamola dunque di contenuto, di dibattito, di movimento, che ne favorisce una dimensione innovativa e non solo gestionale. Mi sembra che i punti programmatici della Cgil, mandati recentemente a Prodi, sono un buon punto di partenza.

Condivido dunque in senso pieno sia l'urgenza che la frustrazione di Alberto Asor Rosa. Se una sinistra critica non parte oggi in Italia mancheremo a un appuntamento storico. E se i vertici non riescono a partire, partiamo noi dal basso, al livello cittadino. Troppo sole, troppa storia, cara Doris, ma anche tante città. Dopotutto l'Italia è il paese delle cento città, che hanno prodotto nella lunga durata della loro storia tanta cultura, anche quella politica.

Le cataste di morti a Taba e a Ras Sultan che seguono le cataste di morti nella Striscia di Gaza e ne precedono altre di segno contrapposto; il mattatoio iracheno che lavora a pieno ritmo alimentato dalle autobombe dei terroristi, dai mortai della guerriglia sciita e sunnita, dai cacciabombardieri dell´Invincibile Armata americana; le elezioni afgane contestate da quattordici candidati su diciotto che si dicono vittime di brogli e si appellano agli osservatori dell´Onu; Bush e Kerry avvinghiati in una rissa elettorale che sarà vinta sul filo di lana il 2 novembre; i Fratelli Musulmani che covano l´insurrezione contro Mubarak; sunniti e sciiti che si scannano a vicenda mettendo a ferro e fuoco le moschee pachistane; l´Ossezia che ancora piange i suoi bimbi trucidati a Beslan e minaccia la rappresaglia contro i ceceni: ha ragione Sandro Viola quando scrive (ieri su questo giornale) che la sciagurata guerra irachena ha avuto l´effetto d´un calcio ad un termitaio che ha sparso dovunque la sua famelica e inarrestabile popolazione.

Purtroppo quel calcio è stato dato due anni fa e non si possono rimettere indietro le lancette dell´orologio. Ma i pareri sono discordi sulla gravità e l´irreparabilità di quell´errore e sulla terapia da applicare oggi per sconfiggere o almeno contenere la peste del terrorismo islamista che si diffonde con un crescendo spaventoso dalle montagne del Caucaso al Golfo arabico e al Mar Rosso, guadagnando consensi tra le moltitudini arabe fino alle porte di casa dell´Occidente.

I capi di Stato cercano di rassicurarsi a vicenda con un flusso continuo quanto inutile di messaggi di condoglianza. Gli osservatori, anche i più intelligenti e obiettivi, non sanno proporre e auspicare altro all´infuori d´una «maggior compattezza e più forte determinazione di tutte le nazioni sotto schiaffo». Serrare le file, dar vita a difese comuni, inviare truppe, aiuti economici sui teatri delle operazioni, trattare con l´Islam moderato isolando il fanatismo della guerra santa e il terrorismo apocalittico che cavalca sui suoi cavalli seminando sangue e rovine.

È questa la ricetta? Non si capisce quale ne sia il reale contenuto.

Probabilmente esso è ignoto anche a quelli che la propongono. Maggiore compattezza. Firmiamo tutti un appello di comune solidarietà. E poi? Spingiamo i nostri Paesi, anche quelli finora più restii, a inviare alcune migliaia di militari sui teatri delle operazioni.

E poi? Venti o trentamila soldati in più in Iraq risolveranno il problema? Altrettanti in più in Afghanistan risolveranno il problema? Rispondendo con sempre maggior violenza alla violenza terrorista?

Il terrorismo vuole che il livello di violenza aumenti, non che si attenui.

Perché la violenza è il cibo che lo nutre, ne alimenta la diffusione, ne allarga il consenso. Le bombe americane su Falluja e Samarra sono la manna per i terroristi, servono a fabbricare schiere di kamikaze a getto continuo, così come i missili israeliani sui campi profughi di Gaza o sulle città palestinesi di Cisgiordania fortificano Hamas e le altre formazioni radicali. Allo stesso modo i soprusi efferati della sgangherata armata di Putin in Cecenia hanno innescato l´orrore della scuola di Beslan senza che neppure quella carneficina d´innocenti riuscisse a separare il popolo ceceno dalle bande di assassini che dicono di agire in suo nome.

Dunque che cosa vuol dire maggior compattezza e più ferma determinazione contro il terrorismo? Qual è l´esatto e concreto significato di questa genericissima giaculatoria?

L´ala militarista dell´opinione pubblica occidentale fa coincidere la suddetta giaculatoria con l´impiego di più forti mezzi di repressione militare. L´ala diplomatica e moderata invoca invece dialogo interreligioso, scambio di informazioni tra le varie intelligence, impiego di truppe speciali, risorse per lo sviluppo economico di quelle regioni. Propositi ragionevoli. Forse bisognava pensarci prima. Prima di prendere a calci quel suddetto termitaio, perché adesso tutto è maledettamente più difficile. Si dovrebbero andare a scovare termite per termite schiacciandole una ad una, distruggendone le uova che hanno deposto chissà dove. Bisognerebbe fare il deserto intorno a loro, isolarle, prenderle per fame. Cambiando metafora bisognerebbe prosciugare l´acqua e lasciare a secco i pesci del terrorismo.

Si può prosciugare l´acqua con le bombe e i carri armati? Usare i marines come pompieri?

In uno dei suoi rari momenti di lucidità George W. Bush si è lasciato sfuggire questa frase: «Dobbiamo sapere che è molto difficile sradicare completamente il terrorismo». Certo, è molto difficile. In un mondo dove esiste una sola superpotenza militare e tecnologica, chi le si oppone ha solo l´arma del terrorismo. Infatti quando le superpotenze erano due il terrorismo non c´era. In compenso c´era il terrorismo perpetrato dagli Stati totalitari.

Ma questo è un altro discorso.

* * * *

Finora il terrorismo palestinese non è stato inquinato dalle termiti che si richiamano ad Al Qaeda. Dopo l´autobomba contro l´Hilton di Taba, Hamas si è dissociata da quell´attentato ribadendo che il suo raggio d´azione è esclusivamente limitato al territorio d´Israele.

Di solito i terroristi hanno tutto l´interesse a rivendicare gli attentati da loro compiuti; talvolta ne rivendicano perfino alcuni non organizzati da loro, allo scopo di acquistare maggiore visibilità estendendo le loro campagne di reclutamento. Se negano d´esserne gli autori c´è dunque da crederci.

Questa dissociazione di Hamas non consolerà certo Israele ma è tuttavia di notevole importanza. Significa che l´obiettivo di Hamas è per ora limitato alla nascita d´uno Stato palestinese vero, legato al ritiro non già dei settecento coloni da Gaza ma di tutti o quasi tutti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Se le cose stanno così, la via per riassorbire il terrorismo contro Israele è quella di operare in concreto per la nascita d´uno Stato palestinese vero.

Questa sì, sarebbe una prima e importante vittoria dell´Occidente nella guerra contro il terrorismo, connessa ovviamente con la sicurezza d´Israele e il suo pieno riconoscimento da parte degli Stati della regione.

Per sconfiggere il terrorismo bisogna sfogliarlo foglia per foglia. La prima foglia da togliere è la Palestina, per evitare che vi attecchisca la malapianta del terrorismo globale e islamista.

Queste cose le sappiamo tutti da un pezzo. Le sa anche almeno metà del popolo d´Israele e più della metà del popolo americano. Le sanno almeno il 60 per cento dei popoli europei. Lo sa l´Onu che ha votato in proposito almeno una decina di risoluzioni rimaste tuttavia lettera morta.

Perché non si comincia da qui? Perché, invece di scambiarsi telegrammi di condoglianze, i capi di Stato non dicono e non proclamano queste verità e non indicano questo percorso?

Un problema non meno cruciale è quello della Cecenia. Più complicato perché quella regione lambisce le terre petrolifere e musulmane del Caucaso e il suo assetto può scatenare un effetto «domino» su tutte le Repubbliche ex sovietiche dell´area. Tuttavia anche la sua mancata soluzione può esercitare (sta già esercitando) un effetto «domino» altamente preoccupante, oltre a influire sulle deformazioni della fragilissima democrazia russa, piegandola a nuove forme di autoritarismo.

La lotta globale al terrorismo globale indetta da Bush dopo l´11 settembre ha avuto, tra i vari suoi aspetti positivi e negativi, anche quello di funzionare come copertura alla feroce repressione russa in Cecenia. Feroce ma inutile come tutte le repressioni. Ecco un altro grave errore e un altro calcio al termitaio ceceno, i cui effetti l´amicizia Bush-Putin non giova certo a mitigare.

E´ su questi temi che s´invoca la compattezza dell´Occidente? Bisognerebbe allora dirlo con chiarezza e dedurne iniziative strategicamente efficaci.

Bisognerebbe interrompere i circuiti perversi di bombe contro bombe, stragi contro stragi, condoglianze a senso unico. Quando muore sotto le bombe un bambino palestinese o un bambino iracheno con chi ci si conduole (ammesso che condolersi senza operare abbia qualche utilità)? Con Abu Ala? Con al Sistani? Insomma con chi?

Il martello americano e il veleno di Al Qaeda

EUGENIO SCALFARI

LA REALTÀ che abbiamo di fronte a tre anni di distanza dall´11 settembre è così tremendamente complessa e intrisa di fatti oggettivi, interpretazioni soggettive, passioni, interessi, che un discorso filato con un suo sviluppo coerente e una sua conclusione valida e non contestabile è diventato difficilissimo se non addirittura impossibile. Tenterò dunque un´altra strada: quella di allineare frammenti di verità e citazioni significative che servano ai elettori come elementi per comporre un loro disegno e un loro giudizio su una situazione che sembra dominata da un vento di generale follia. Usando contemporaneamente gli occhi della mente e quelli del cuore, l´intelletto razionale e l´anima dei sentimenti. Pascal fu il primo ad avvalersi consapevolmente di questo duplice approccio alla conoscenza e all´azione. Non potremmo avere miglior modello.

1. Chi uccide bambini e prima di ucciderli nel corpo imprime nei loro occhi il terrore e l´orrore, non uccide soltanto l´innocenza ma anche il futuro. Uccide perfino il fine che, quale che sia, ha determinato la scelta di mezzi così mostruosi. I massacratori, uomini e donne, di Beslan hanno perso il diritto ad ogni prova d´appello e così i loro capi e ispiratori.

2. Esiste una differenza tra il massacro di bambini progettato ed eseguito in quanto tale e quello che avviene come effetto di un´azione che, perseguendo altri obiettivi, produce tuttavia quel massacro ipocritamente definito «danno collaterale»? Credo che una differenza vi sia quando quelle uccisioni - comunque delittuose - avvengano casualmente e quando il metodo che le ha causate sia abbandonato e non reiterato. È una differenza analoga a quella che corre tra un reato doloso ed uno colposo o preterintenzionale. Ma se il metodo viene reiterato più e più volte fino a diventare prassi abituale o se quel metodo «non può non comportare» il cosiddetto danno collaterale, allora la differenza si cancella, il delitto diventa doloso a tutti gli effetti. In quel caso rimane soltanto una differenza, diciamo così, mediatica tra le uccisioni avvenute in presenza della televisione e quelle avvenute in sua assenza. Differenza importante per la diversa reazione che le prime suscitano nella pubblica opinione ma irrilevante dal punto di vista del giudizio morale.

3. È comunque chiaro - e dovrebbe esserlo - che alle stragi di innocenti non si può in nessun caso rispondere con altre simili stragi senza far precipitare una regione, una nazione o il mondo intero dalla condizione umana, pur così imperfetta, a una condizione bestiale, anzi diabolica perché l´animale non dispone di coscienza mentre l´uomo ne è comunque provvisto.

E così le vittime innocenti della distruzione della città di Coventry furono l´effetto di un inescusabile ed esecrabile delitto nazista così come la distruzione per vendetta della città di Dresda alla fine della guerra fu un esecrabile e inescusabile delitto della democratica Inghilterra. Nell´uno e nell´altro caso perirono migliaia di bimbi e di ragazzi colpevoli soltanto di abitare in quelle città e in quelle case. A maggior ragione va iscritto in questo elenco delittuoso e privo d´ogni giustificazione accettabile il bombardamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki e l´annientamento e la napalmizzazione di centinaia di villaggi vietnamiti da parte delle truppe Usa. Non si parla qui né dell´Olocausto né dei lager sovietici che sono le fasi oscene del Novecento occidentale.

4. Due sondaggi effettuati nello scorso giugno e resi pubblici pochi giorni fa, condotti su un vasto campione di cittadini americani ed europei, hanno suscitato una forte scossa nell´opinione pubblica dei due continenti e nei centri di ricerca sociale e politica dei paesi interessati. Il succo di questi sondaggi è che una forte maggioranza di europei e circa la metà dei cittadini Usa è contraria alla guerra in Iraq e alla perdurante presenza delle truppe della coalizione in quel paese. Una forte maggioranza di europei è contraria ad un mondo in cui esista una sola superpotenza come gli Usa, mentre più della metà degli americani auspica che l´Europa diventi un effettivo soggetto politico unitario capace di bilanciare costruttivamente la potenza americana. Infine l´80 per cento degli europei e il 40 per cento degli americani auspica che Bush perda le elezioni del 2 novembre in favore di Kerry.

5. I risultati di questi sondaggi, pur con tutta la cautela che s´impone nell´uso di strumenti conoscitivi virtuali, hanno suscitato sorpresa accendendo un appassionato e appassionante dibattito sia in Usa che in Europa. Dibattito trasversale poiché le opinioni sono divise sia nell´una che nell´altra sponda dell´Atlantico. Da alcune parti politiche si sostiene che lo schiacciante favore europeo per il candidato democratico americano alla presidenza sia comunque irrilevante: Bush resta il favorito degli elettori Usa; quanto a Kerry, se pur vincesse contro il pronostico, la sua politica estera non potrebbe discostarsi molto da quella di Bush. Altre e opposte parti politiche, sia in Usa sia in Europa, sostengono al contrario che Kerry sarebbe profondamente diverso da Bush e che, nel caso di vittoria di quest´ultimo, il vincitore dovrebbe comunque tener conto in qualche modo anche degli umori dell´opinione pubblica europea.

6. Nell´ambito di questo dibattito un autorevole storico di livello europeo che insegna al St. Anthony College di Oxford, Timothy Garton Ash, ha scritto quanto segue sulla "Repubblica" di ieri: «Per vincere insieme - americani ed europei - la battaglia contro il terrorismo dobbiamo essere sia energici sia saggi. Significa ammettere che questa è una guerra e la guerra non può vincere. Ovviamente la forza militare serve ma l´amministrazione Bush sopravvaluta ampiamente la misura in cui la schiacciante superiorità militare degli Usa può contribuire alla vittoria. Dato che ha in mano un martello gigantesco, Washington tende a vedere tutti i problemi sotto forma di un chiodo. Purtroppo il terrorismo non è un chiodo. È più simile ad un fungo sotterraneo che si diffonde invisibile per chilometri per poi rispuntare all´improvviso in un luogo diverso. Riflettere sulle cause politiche del terrorismo (come ad esempio la brutalità e stupidità della politica russa nei confronti della Cecenia nell´ultimo decennio) e su come sia possibile eliminarle non è un atteggiamento debole e conciliante come ribadiscono i demagoghi della destra americana. È semplice buonsenso».

7. Un´altra osservazione che viene bollata dai demagoghi delle due sponde dell´Atlantico come inaccettabile travisamento della realtà riguarda le reciproche posizioni dei capi di Al Qaeda e dell´amministrazione Bush. Ha scritto in proposito Sergio Romano sul "Corriere della Sera" di ieri: «Mentre gli Usa ricordano il terzo anniversario dell´attacco alle Torri, Al Zawahiri, leader vicario di Al Qaeda, ha celebrato a modo suo quella ricorrenza. Colpisce un curioso parallelismo. I due nemici interpretano le due guerre degli ultimi tre anni - Afghanistan e Iraq - come tappe d´uno stesso processo. Per l´America sono momenti necessari e complementari della lotta al terrorismo globale. Per il consigliere di Osama sono momenti altrettanto complementari della lotta dell´Islam contro gli Stati Uniti. I due contendenti si promuovono a vicenda «nemico assoluto» e ciascuno di essi conferisce a se stesso e all´altro una maggiore legittimità. Tra i due beninteso non esiste alcuna complicità. Nei fatti tuttavia Al Qaeda facilita la vittoria di Bush e questi concorre a fare di Osama il califfo dell´Islam militante».

8. Al Zawahiri proclama da un suo video dell´altro ieri che sia in Iraq sia in Afghanistan gli americani hanno ormai perso la guerra. Non gli resta che ostinarsi ancora a combattere inutilmente o andarsene. Gli ha risposto colpo su colpo l´assistente di Bush, Condoleezza Rice, ribattendo che le due guerre le ha perse Osama, sempre più impotente e vagante sulle montagne afgane.

9. Che cosa dicono i fatti? I fatti dicono che una parte dell´Iraq, quella a maggioranza sunnita e quella dove c´è una robusta presenza di sciiti seguaci di Moqtada Al Sadr, non sono più sotto il controllo americano. Dicono che pullulano bande armate di varia estrazione ma di notevole pericolosità in tutto il paese. Dicono che curdi e sunniti difficilmente accetteranno una Costituzione non già federale ma decisamente separatista. Dicono infine che anche la pazienza ormai proverbiale di Al Sistani, riconosciuto capo della maggioranza sciita, si stia esaurendo anche perché incalzata dagli altri tre ayatollah che con lui compongono la Marjaja, che è l´equivalente di un Vaticano sciita iracheno. In questa confusione che ormai è sconfinata in un vero e proprio caos diventa sempre più problematico il rispetto del calendario fissato dagli Usa e dall´Onu che prevede elezioni in Iraq nel gennaio 2005 e lo sgombero delle truppe della coalizione nel gennaio 2006.

10. In Afghanistan, dove tra un mese si terranno le elezioni politiche, il territorio è sotto il controllo armato delle varie fazioni salvo la capitale Kabul dove sono presenti i caschi blu dell´Onu e il territorio ai bordi delle montagne di Tora Bora dove sono presenti le truppe della coalizione guidate dagli Usa. I Talebani dal canto loro si stanno riorganizzando militarmente e politicamente.

11. Il rapimento delle due donne italiane, Simona Torretta e Simona Pari, ha suscitato in Italia grandissima commozione e partecipazione sia perché è la prima volta che i terroristi rapiscono donne sia per la qualità di entrambe, universalmente conosciuta e riconosciuta. Ciò ha determinato anche - cosa di estrema importanza - una solidarietà massiccia della numerosa comunità islamica in Italia.

12. Il fatto che a parecchi giorni da quel rapimento nessuna attendibile notizia sia pervenuta dai rapitori accresce sgomento e preoccupazione tanto più che quel rapimento era stato accuratamente preparato e mirato e che ha seguito di poco l´uccisione di Enzo Baldoni. In questa occasione, come del resto quasi sempre, gli italiani hanno dimostrato una unità e una maturità di sentimenti che ha trovato la sua massima espressione nella dignitosa compostezza delle famiglie delle due ragazze e infine nella commossa e ferma dichiarazione di Ciampi che ha interpretato il comune sentire di tutto il paese.

13. Va lodata la decisione del presidente del Consiglio, di coinvolgere le forze di opposizione nell´obiettivo di ottenere la liberazione delle due Simone, mobilitando tutti gli strumenti di pressione e di negoziato verso il mondo arabo, salvo il principio che deve restare fermissimo di non cedere ad alcun ricatto che possa essere richiesto dagli ancora ignoti rapitori. Va egualmente lodata la risposta di tutti i partiti dell´opposizione che accantonando le differenze che permangono sulle questioni della guerra e della pace, si sono dichiarate disponibili alla risposta unitaria e preliminare contro il terrorismo, che del resto avevano ripetutamente manifestato fin dall´11 settembre di tre anni fa e che - come ha ricordato Piero Fassino - è iscritta nella storia della sinistra italiana.

14. Voci isolate quanto stonate si sono fatte sentire da parte di alcuni settori scalmanati del movimento «no global» e dal partito di Cossutta e Diliberto, che hanno tra l´altro contestato la limpida posizione assunta in quest´occasione da Fausto Bertinotti. Si tratta a nostro avviso di posizioni faziose e prive di peso, così come faziose e prive di peso sono le simmetriche posizioni degli oltranzisti del bellicismo nostrano che fanno il tifo per la guerra di civiltà.

* * * *

I tempi sono tristi e cupi. Non sempre chi dovrebbe contribuire a fare chiarezza è all´altezza del compito. Non sempre sprazzi di intelligenza e di consapevolezza riescono a tradursi in strategie durature ed efficaci.

Speriamo che tra tante ombre che oscurano l´orizzonte, le tenui fiammelle che abbiamo visto a migliaia accendersi in queste sere di commossa e unanime testimonianza possano far luce e guidino i passi di tutte le persone di buona volontà.

Le cronache, parole e soprattutto immagini, della manifestazione leghista di Milano contro l'ingresso della Turchia nell'Unione europea rimettono a fuoco l'immagine troppe volte edulcorata della Lega. Lontani i tempi in cui, meno di una decina d'anni fa, ci si poteva far sedurre dal suo populismo fino a interpretarla, come fece qualche dirigente diesssino, come «una costola della sinistra», la creatura di Bossi ha nel frattempo dissolto ogni equivoco confermandosi via via per quello che è: una formazione neoidentitaria, xenofoba e fondamentalista, che in Italia ha incarnato e per certi versi anticipato quel movimento di resistenza neoidentitario, xenofobo e fondamentalista alla globalizzazione che in tutto il mondo ha preso e prende forme diverse, non sempre ascrivibili alla stessa intenzionalità politica ma tutte accomunabili sotto la medesima spinta regressiva. Tuttora poco ponderati, tuttavia, restano gli effetti sociali e culturali che il movimento in camicia verde ha seminato nell'Italia degli ultimi quindici anni nel proprio campo (e anche in quello altrui): troppo attento a contabilizzare l'influenza della Lega in voti e percentuali, e troppo affezionato a sottolineare le differenze all'interno dell'attuale maggioranza di governo, il discorso politico corrente finisce per sottovaluttarli. Com'è evidente dal caso Turchia, in cui la sottolineatura delle divisioni interne ai partner di governo rispetto al suo ingresso nella Ue finisce col lasciare in ombra le consonanze culturali che li tengono insieme. Quando Ignazio La Russa o Marco Zacchera, An, o Antonio Tajani, Fi, «attaccano» la Lega e «difendono» l'ingresso della Turchia in Europa, lo fanno impugnando, al rialzo, gli stessi argomenti che la Lega usa contro di esso: apreire alla Turchia serve a combattere meglio il fondamentalismo islamico, a sbarrare meglio la strada agli immigrati, a difendere meglio le radici cristiane europee. Sì che non ha torto Marco Pannella quando vede nella manifestazione anti-turca della Lega non un fattore di divisione della maggioranza ma un collante della crociata culturale di ampio raggio che essa sta portando avanti, con l'aiuto consistente di potenti giornali e potenti tv, in più puntate, dal caso Buttiglione in avanti.

Oltre all'offensiva scatenata, con tanto di alleanza fra monsignor Ratzinger e la seconda autorità dello stato Marcello Pera, sulle radici cristiane dell'Unione, una puntata significativa e ritornante della suddetta crociata è quella che riguarda lo stato di crisi del multiculturalismo. Dopo l'efferato assassinio ad Amsterdam, il 2 novembre scorso, del regista Theo Van Gogh da parete di un terrorista islamico di origine marocchina con regolare cittadinanza olandese, l'argomento è diventato molto in voga su svariate testate, dal Foglio alla Stampa al Corsera. Non che la materia non ci sia: l'allarme scatta casomai in ritardo, tutti i termini della questione essendo stati già messi sul tappeto nella stessa Olanda già con l'omicidio di Fortuyn nel maggio del 2002, come all'epoca segnalammo su queste stesse colonne. Ma quello che stupisce oggi, a fronte dell'enormità del problema, è la tonalità predominante della diagnosi - il multiculturalismo è fallito a causa di un eccesso di tolleranza, di libertà, di pluralismo - e dei rimedi - rinsaldare l'identità europea contro gli intrusi, spingere di più e più selettivamente il pedale dell'assimilazione dei diversi, smetterla di equiparare la «nostra» civiltà alla «loro». Laddove la paralisi del multiculturalismo, che certo risale anche alla progressiva trasformazione della tolleranza in indifferenza, del politically correct in ipocrisia e del pluralismo in incomunicabilità di ghetti identitari, avrebbe bisogno per sbloccarsi di un di più di esposizione all'altro, di contatto e contagio fra differenze irriducibili, di traduzione culturale. E non è curabile con iniezioni di assimilazione, come dimostra lo stato del modello integrazionista francese, non meno in crisi - vedi la vicenda della legge sulla laicità - di quello di marca olandese o americana.

Il fatto è che su questa e consimili questioni il contrattacco neocons, in Italia come altrove, cade in una insanabile contraddizione. La crisi del multiculturalismo porta a galle aporie originarie del modello democratico, nella doppia versione anglosassone e francese, che non si può sperare di sanare invocando il ritorno alla presunta purezza tradita del modello stesso. Come non si può invocare il ripristino di una incontaminata purezza delle radici europee in tempi di globalizzazione avanzata. O il protezionismo culturale in tempi di contaminazione transculturale accelerata. O il «mamma li turchi» in un continente in cui di turchi ne vivono già più di 4 milioni. Il contrattacco neocon collasserebbe per insensatezza, se solo ci fosse, dalle parti della sinistra, una cultura in grado di spingere l'immaginazione del presente oltre le colonne d'Ercole della crisi dei modelli della modernità. Non c'è, e Milano ospita ancora manifestazioni come quella di domenica.

Volendo riassumere in una battuta la situazione del paese che emerge dal rapporto del Censis, si potrebbe dire che esso è afflitto da una crescente insicurezza socio-economica. Discutere se questa sia autentica oppure illusoria non ha molto senso. Se le persone sono giunte a sentirsi insicure, guardano con pessimismo al futuro prossimo, non hanno fiducia nella classe politica che in quel futuro dovrebbe guidarle, si ha un bel sventolare sotto i loro occhi tutte le statistiche disponibili per dimostrare che stanno meglio come non mai in passato - un caso che forse non si attaglia al nostro paese - ma il loro senso d’insicurezza non si ridurrà d’una virgola. Gli stati d’animo collettivi hanno la stessa durezza della materia; se si vuole modificarli, non conviene ignorare questa loro proprietà.

Bisogna provare a trasformarli, a lavorarli, con utensili politici adeguati. Di certo non nasce dal nulla, l’insicurezza socio-economica. Vi contribuiscono fattori particolari e condizioni storiche. I primi sono avvertiti da tutti, e a mano a mano che si concatenano destano inquietudini crescenti. Ci sono i figli che non trovano lavoro, o trovano soltanto occupazioni saltuarie e malpagate. La fabbrica che da mezzo secolo dava lavoro in città e che improvvisamente chiude, licenziando qualche centinaio di lavoratori, perché qualcuno che sta a Trömso o a Boca Raton così ha deciso. I piccoli negozi che spariscono, inghiottiti dai supermercati, che però dopo qualche tempo chiudono anche loro perché il volume d’affari non regge: lasciando nel paese un deserto. Gli amici Rossi che avevano investito i loro risparmi in obbligazioni ed hanno perso tutto. L’innovazione tecnologica in fabbrica o in ufficio che da un giorno all’altro ti mette davanti alla necessità di cercare un altro lavoro o di passare le notti per aggiornarti. Gli immigrati che certo sono utili però non si sa mai. La famiglia dove tutti i membri sono stressati, a cominciare dalla donna che fa tre lavori in uno, col risultato che a forza di discutere ad un certo punto ciascuno se ne va per conto suo e da una famiglia di quattro persone vengono fuori altrettante famiglie con un solo membro. Ciascuno più libero, ma di certo più insicuro. Si moltiplichino per alcuni milioni simili esperienze, che molti fanno di persona, altri sentono raccontare da parenti e amici, altri ancora vedono in tv, e l’insicurezza diffusa degli italiani comincia a trovare qualche spiegazione.

A determinare la quale concorrono peraltro nel profondo anche fattori storici. Coloro che hanno oggi trent’anni o più sono vissuti in un’epoca, l’hanno respirata, nella quale coesistevano due grandi sistemi di sicurezza sociale, anche se non si poteva godere dei benefici di entrambi. Uno era quello inventato dai conservatori inglesi durante la guerra, quindi perfezionato e sviluppato sul continente dal capitalismo renano, dai nostri governi a maggioranza democristiana, dal dirigismo dei francesi che supera indenne ogni cambio di orientamento politico. L’altro sistema era quello offerto a est dai paesi del socialismo reale, sperimentato direttamente da pochissimi, mitizzato e vagheggiato da molti perché lo si credeva più esteso, più protettivo, in una parola erogatore di maggiori sicurezze alle classi sociali che in precedenza ne avevano avute ben poche.

Da una dozzina d’anni e più il sistema di sicurezze che prometteva il socialismo reale è scomparso, insieme con i regimi che lo sostenevano. Il sistema europeo, il modello europeo di sicurezza socio-economica, è palesemente sotto attacco da parte di quasi tutti i governi Ue. Con metodo, con rigorosa perseveranza, in ciascun paese della Ue un giorno se ne smonta un pezzo, l’indomani si riduce il perimetro delle sue prestazioni, quindi si privatizzano le sue funzioni adducendo cause ora reali ora pretestuose. A volte per motivi legittimi, altre volte per motivi che è bene il pubblico ignori. Come poteva mai illudersi, la politica, che la repentina scomparsa di un sistema di sicurezza sociale pur solo immaginato, ma concretamente esistente per oltre quarant’anni appena al di là dei confini dell’Europa disegnati dalla guerra, e il correlativo sgretolamento - per ora parziale, ma nelle intenzioni totale - del sistema occidentale, non incidesse in profondità nell’animo delle persone, stratificando in esso ispidi sedimenti d’insicurezza sociale ed economica?

Naturalmente tutto ciò, i fattori storici e quelli contingenti e quotidiani, significa che non siamo soli. L’insicurezza socio-economica che il Censis ha rilevato in Italia attanaglia anche i tedeschi come i francesi, i britannici come gli olandesi o gli svizzeri. La letteratura sulla globalizzazione dell’insicurezza socio-economica è amplissima. Peraltro sulla politica questo tema non pare aver avuto finora alcuna presa, in nessun paese. Non senza ragione, poiché una politica che ponesse al proprio centro il compito di produrre più sicurezza socio-economica in tempi che di giorno in giorno sembrano alla maggior parte delle persone sempre meno sicuri, dovrebbe fare i conti con il fatto che essendo globale il problema, anche i tentativi di soluzione dovrebbero essere faticosamente cercati a livello globale. Al minimo a livello europeo. Magari prima che tale forma di insicurezza ricominci a svolgere il ruolo cui ha sempre adempiuto da un secolo e passa a questa parte. Quello di cattiva consigliera.

Si risolve un problema e da quella soluzione nasce un grappolo di altre questioni, si chiude una guerra e comincia un dopoguerra spesso altrettanto drammatico, si firma una nuova Costituzione e ci si trova di fronte alla sua applicazione. Perché la vita continua, continua la storia e la quiete estatica non è cosa di questo mondo.

Tanto più quando il mercato è globale, dove ogni fatto si incontra istantaneamente con altri, interferisce ed è a sua volta interferito, perché la modernità ha cancellato il concetto stesso di autarchia anche se il rimpianto autarchico permane negli individui e nelle società che stentano a uscire dalle loro arcaiche pigrizie e dalla nostalgia del «bel tempo che fu».

Così, dopo che le 25 firme dei capi di Stato apposte l´altro ieri al trattato costituzionale europeo hanno chiuso una fase, subito se n´è aperta un´altra: quale sarà la dinamica che animerà le nuove istituzioni dell´Europa unita dall´Atlantico alle steppe di Minsk e dal Baltico a Costantinopoli. Sarà mai una federazione dove le antiche nazionalità avranno lo stesso peso degli Stati americani rispetto al potere unificante del presidente degli Stati Uniti? Sarà l´Europa dei governi o quella dei popoli? Parlerà finalmente con una sola voce? Avrà un suo esercito e una sua politica estera come ha già una sua moneta e una sua banca centrale?

Ma queste domande non sono le sole (e già basterebbero a impegnare a fondo gli sforzi di due generazioni). Altre e di altrettanto rilievo s´intrecciano e interagiscono con esse: il rapporto tra le due sponde dell´Atlantico, quello tra le due sponde del Mediterraneo; infine l´evoluzione dei valori sui quali è fondata la civiltà occidentale, più che mai messi alla prova con le sfide della convivenza multietnica e multireligiosa.

I 25 capi di Stato che l´altro ieri hanno firmato il trattato costituzionale e gli altri presenti nella sala degli Orazi e dei Curiazi che già hanno chiesto di entrare a farne parte, sono sicuramente consapevoli di questi nodi che dovranno esser sciolti in un futuro ancora lontano ma ai quali bisognerà applicarsi da subito. Sicuramente consapevoli, ma altrettanto sicuramente discordi: le idee di Ciampi non sono quelle di Blair, le idee di Chirac differiscono da quelle di Berlusconi, i paesi dell´Est appena entrati nell´Unione hanno riferimenti e interessi diversi da quelli di Zapatero e di Schroeder.

Forse c´è più omogeneità tra i popoli che tra le cancellerie. Ma qual è il peso reale dell´opinione pubblica europea sui meccanismi che governano l´Unione?

Una domanda tira l´altra ma difettano le risposte. Qualche segnale tuttavia si è già percepito. Il caso Buttiglione è stato uno di essi anche se finora ridotto a un episodio di intolleranza laicista e di pregiudizio anti-italiano.

* * *

Non è mai esistito a Bruxelles un pregiudizio anti-cattolico e anti-italiano.

Cattolici militanti furono i padri fondatori della Comunità nel 1957: Adenauer, Schuman, De Gasperi. Cattolici in sequenza sono stati gli ultimi tre presidenti della Commissione, da Jacques Delors a Romano Prodi. E per restare alla Commissione ancora in carica dopo la battuta d´arresto imposta a Barroso, cattolico praticante è Mario Monti, forse il più apprezzato dei commissari, con otto anni di servizio alle spalle. Del resto non è stato soltanto Buttiglione a esser bocciato dall´Europarlamento: insieme con lui sono stati respinti altri quattro commissari di varia nazionalità e varie appartenenze religiose.

Chi ha perso in questa vicenda è stato Buttiglione e con lui il governo italiano, ma le ragioni sono molto diverse da quelle fin qui indicate. Il Parlamento era alla sua prima uscita politica alla vigilia della firma della nuova Costituzione. Barroso aveva accettato supinamente le indicazioni dei governi riguardo ai nomi dei candidati commissari. Il voto parlamentare di Strasburgo ha voluto al tempo stesso dimostrare che il Parlamento non è più un semplice organo di consulenza ma un organo politico dotato di poteri penetranti. Con quel voto ha richiamato Barroso a esercitare senza timidezze i suoi poteri verso i governi e ha segnalato a questi ultimi che non potranno da soli gestire l´Unione.

Buttiglione ci ha aggiunto del suo, ma le vere cause di questa vicenda sono molto più serie dei casi personali.

Quanto al governo italiano, esso ha misurato in questa ed in altre recenti occasioni non già un pregiudizio negativo anti-italiano ma gli errori compiuti dalla nostra politica estera. L´Italia ha puntato tutte le sue carte sull´alleanza con Bush, considerando con un «benign neglect» neppure troppo benigno, l´approccio all´Europa. Non ha considerato che siamo tra i fondatori dell´Unione e ormai indissolubilmente legati ad essa, mentre con gli Usa possiamo tutt´al più dar vita ad una sorta di pasticcio tra un cavallo e un´allodola, per di più di precaria cottura. E infine: alla vita, alle scelte, alle decisioni dell´Unione europea noi partecipiamo direttamente e dall´interno dei suoi organi di indirizzo e di gestione, mentre è pressoché nulla la nostra partecipazione alle decisioni degli Stati Uniti.

Tra queste due divaricate linee di politica estera noi abbiamo scelto quella senza sbocco e ne paghiamo oggi le conseguenze. Né può consolarci l´apparente identità con la linea di Tony Blair, anch´essa peraltro in serie difficoltà. La Gran Bretagna ha fatto della speciale relazione con gli Usa la base della sua politica estera fin dai tempi di Churchill, coerentemente sta soltanto con un piede dentro l´Unione europea. Nessun paragone è dunque possibile tra Londra e Roma.

Il caso Buttiglione ha dunque rappresentato l´affermazione del Parlamento di Strasburgo nei confronti delle Cancellerie dei governi membri. Forse non è ancora possibile identificare il Parlamento con l´opinione pubblica europea.

Bisognerebbe (bisognerà) arrivare ad un´Assemblea direttamente eletta dal popolo europeo e non, come ora, dalle singole nazioni. Ma fin d´ora il Parlamento è l´organo dell´Unione con maggior contenuto e sensibilità popolare. E dunque la vicenda Buttiglione rappresenta un segnale importante nell´evoluzione auspicabile verso un´Europa federale, quella voluta fin dall´inizio dai padri fondatori della Comunità.

* * *

Avremo, sulla base del trattato costituzionale testé firmato, un presidente del Consiglio dei ministri che durerà in carica due anni e mezzo (rinnovabili) anziché l´attuale rotazione semestrale, ed avremo un ministro degli Esteri che dovrebbe essere la voce dell´Unione nelle questioni di sua competenza.

Credo che la prima carica ? sulla quale non si è finora enfatizzato ? sia di gran lunga più importante della seconda. Il presidente del Consiglio dei ministri ha solo poteri di coordinamento e di programmazione dei vari dossier, è vero. Ma in una Comunità di 25 paesi (tra poco più di 30) il coordinamento e il metodo di lavoro sono d´importanza notevolissima per un soggetto politico in costante evoluzione. La novità rispetto al passato non è soltanto nella durata dell´incarico, di cinque volte più lunga di prima o addirittura di dieci, ma anche nel fatto che quell´incarico è incompatibile con qualsiasi altro.

Attualmente il presidente a rotazione è nello stesso tempo capo del governo nel proprio paese. Non sarà più così: il presidente del Consiglio europeo si occuperà soltanto di Europa, per conseguenza il suo interesse e i suoi legami col paese di origine tenderanno a diventare più deboli come già accade oggi per i membri della Commissione. E questo sì, è un passo di estremo rilievo.

Il ministro degli Esteri, pur importante nel quadro dei nuovi organi comunitari, è tuttavia limitato dal fatto che in materia di politica estera ciascun paese membro dispone d´un diritto di veto. Il ministro degli Esteri, per poter parlare efficacemente a nome dell´Unione, dovrebbe quindi avere dietro di sé l´unanimità dei consensi, condizione che allo stato dei fatti è del tutto irrealizzabile. Passare dunque dalla regola dell´unanimità a quella della maggioranza qualificata in politica estera rappresenta un requisito indispensabile. Ma esso, ancora una volta, pone il problema dell´esistenza e del peso del popolo europeo nel funzionamento dell´Unione. E quello del Parlamento eletto unitariamente rispetto ai governi nazionali.

Come si vede, le interdipendenze tra le varie questioni sono continue e strettissime e vanno seguite con continuità e attenzione.

Una parola per quanto riguarda il seggio all´Onu, del quale tanto si discute in Europa e soprattutto in Italia a causa della candidatura tedesca nel Consiglio di sicurezza. Ad essa l´Italia contropropone un seggio da attribuire all´Unione europea, assegnato per cinque anni a rotazione ad uno dei paesi che ne fanno parte.

In un´Europa dove gli Stati nazionali abbiano conferito all´Unione la sovranità in politica estera, la proposta italiana sarebbe del tutto logica e condivisibile. Ma poiché siamo ancora ben lontani da quel traguardo, l´attribuzione di un seggio Onu all´Unione europea in quanto tale è un proposito privo di senso concreto. A causa delle profonde divergenze tra gli Stati membri, il rappresentante dell´Europa nel Consiglio di sicurezza dovrebbe restare il più delle volte muto e astenuto dal voto.

Avrebbe invece un senso stabilire che quei paesi europei che siedono nel Consiglio di sicurezza dell´Onu a titolo permanente o transitorio, debbano preventivamente consultarsi sulle grandi questione con il Consiglio dei ministri dell´Unione e tener conto delle indicazioni che in quella sede emergeranno. E´ un vincolo debole allo stato dei fatti ma è comunque un presagio di futuro non privo di importanza.

* * *

Quel che conta oggi, come con commossa autorevolezza ha ricordato Ciampi nel suo brindisi al pranzo ufficiale dopo la firma del trattato, è la strada percorsa dal ´57 ad oggi. Anzi dal ´44, quando l´Europa uscì distrutta dalla guerra mondiale da lei per due volte provocata nel breve spazio di venticinque anni.

Oggi una guerra in Europa è impensabile. Gli antichi odî, rivalità, rivincite, sono stati spenti; vincoli profondi si sono creati. Il cantiere è ancora aperto e lo sarà a lungo, ma si lavora e si procede. Personalmente ho sempre pensato che spetti al popolo europeo di imprimere il suo segno in questa architettura, premendo sui suoi rappresentanti nazionali e puntando sulla loro graduale trasformazione in rappresentanti dell´Europa federata. I giovani, come Ciampi ha ricordato, già vivono in questo clima europeo, nei comportamenti quotidiani più ancora che nelle idee consapevoli. Questa è la forza dell´idea d´Europa: e ormai nessuno potrà più fermarla poiché vive nei fatti di tutti i giorni, dalla scuola alle vacanze, dalla vita delle imprese e del lavoro alla spesa delle massaie al mercato.

I giovani d´oggi vedranno l´Europa compiuta. Ciampi aveva il brillio delle lacrime negli occhi quando ha levato il calice a questo obiettivo che è già in parte diventato realtà. Quella è la via da percorrere per costruire il futuro.

Sono sempre più numerose le persone estremamente preoccupate per la situazione politica e si stanno moltiplicando le iniziative e i convegni per lanciare allarmi. Partecipano attivamente uomini e donne di sinistra e di destra: mi riferisco ad una destra genuina, non a quella di Berlusconi, che non è destra. In breve, non è affatto esagerato affermare che, sul piano civile, stanno emergendo le premesse di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale: quello degli anni Quaranta includeva tanti gruppi politici, dai monarchici ai comunisti, oggi le ideologie sono assai diverse, ma la sostanza è la stessa, giacchè si sta diffondendo la convizione che, come paese, siamo entrati in uno stato preagonico: possiamo ancora salvarci, ma è sempre più difficile e il tempo stringe in modo implacabile. Io sono intervenuto in due di questi dibattiti, il primo organizzato a Firenze a Palazzo Vecchio il 1° ottobre dalla Fondazione Pertini sul tema “Libertà e democrazia”, il secondo promosso dall'Associazione Libertà e Giustizia a Roma il 3 ottobre al Teatro di Tor di Quinto sul tema “Salviamo la Costituzione” - l'allarme del titolo è pienamente giustificato: in entrambi i dibattiti erano numerose le personalità del nuovo CLN, in entrambi è intervenuto l'instancabile ex Presidente Oscar Luigi Scalfaro, che ha due anni più di me - ne ha 86! In entrambi i dibattiti ho riecheggiato l'urlo di Munch. Ecco alcuni temi che ho svolti.

Com'è venuta a Berlusconi l'idea di riformare l'intero sistema di governo previsto dalla nostra Costituzione? Per realizzare il suo vero programma (difendere ed accrescere la “roba” e le televisioni, evitare la galera) non gli bastavano le leggi-vergogna?

Berlusconi ha ottenuto quello che voleva con una facilità che credo abbia meravigliato lui stesso. Ma si è reso conto - o glie lo hanno spiegato i consiglieri, primo fra tutti Marcello Dell'Utri che si è giustamente paragonato a Socrate - che la sua vittoria era effimera e poteva perdere tutto se non “blindava” il suo potere. Di qui il raptus riformistico ed il progetto di riformare - devastare - anche il sistema di governo; di qui il “progetto Frankenstein”, che, se approvato, darebbe il colpo di grazia ad ogni speranza, per l'Italia, di diventare un paese civile in un futuro prevedibile.

Quali sono le probabilità che un tale progetto, che potenzialmente darebbe poteri illimitati a Berlusconi, venga approvato?

Purtroppo sono elevate. Un pezzo della “devolution”, che serve a mantenere il sostegno di Bossi e dei suoi padani e che, lo garantiscono Berlusconi e i celtici, ha un costo vicino allo zero, è già passato, pur essendo un progetto abominevole; può passare anche la riforma del sistema di governo. Sono state avanzate critiche fortissime alle due atrocità - “devolution” e Frankenstein. Sono critiche semplici: possono essere capite anche da chi è corto di cervello e scarso a cultura. Ma possono convincere le persone in buona fede, non chi si è fatto comprare: ho già ricordato che una bella fetta di parlamentari è stata comprata a peso vivo, scarpe comprese. Per costoro l'unico argomento valido sarebbe: quanto ti dà Berlusconi: un miliardo? Bene, io ti do un miliardo e cento milioni. E non si compra una persona solo coi soldi. Tutti comprati, come nel Parlamento inglese di Walpole, almeno nella “Casa delle libertà”? Credo di no, ma il numero dei comprati è grande. Per questo molte persone serie pensano che probabilmente, come estrema soluzione, resta il referendum, il cui esito però non è sicuro.

Ma allora è sempre valido il terribile giudizio di Calamandrei - “la tragedia dell'Italia è la sua putrefazione morale, la sua indifferenza, la sua sistematica vigliaccheria”? Se così fosse non ci sarebbero speranze. Ma Calamandrei scriveva subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Poi c'è stata la Resistenza. C'è stato - per brevità parlo per simboli - il massacro della famiglia Cervi. Dopo la guerra si è svolto quello straordinario processo civile che ha visto collaborare tutte le forze politiche, di destra e di sinistra, che avevano dato vita alla Resistenza, un processo in cui ha operato come protagonista lo stesso Calamandrei e che ha generato “la nostra bella Costituzione”, oggi in pericolo di morte. In seguito, a poco a poco hanno ripreso il sopravvento i vecchi vizi; io credo però che le tragiche esperienze del fascismo, della guerra e della Resistenza sotto la superficie hanno lasciato in molti segni indelebili: questo spiega perché nel dopoguerra ha avuto luogo un sia pur lento e tormentato progresso civile, oggi brutalmente interrotto. L'eredità che proviene da quelle esperienze ci consente di sperare, nonostante tutto; e sperare significa operare.

Se riflettiamo sui motivi dell'interruzione del progresso civile e poi dell'ascesa e della permanenza al potere di Berlusconi dobbiamo riconoscere che le responsabilità dell'opposizione sono grandi. Non pochi esponenti dell'opposizione hanno fatto robusti favori a Berlusconi, alcuni se ne sono perfino vantati con lui, anche se erano contro la legge, forse, chi sa, illudendosi di ottenere la sua gratitudine politica. Altri sono arrivati ad esaltare Craxi, che era certo un abile politico ma che era anche un grande corruttore - è lui che ci ha regalato Berlusconi e lui stesso aveva ammesso, con spavalderia e senza pudore, le sue malefatte. Quegli esponenti sono giunti ad irridere Enrico Berlinguer, un passatista, che aveva sostenuto, come già Carlo Cattaneo, come già Gaetano Salvemini, come già Ernesto Rossi, come già Piero Calandrei, che la morale non può essere separata dalla politica pena la putrefazione e il regresso economico oltre che civile dell'intera società.

Di recente alcuni leader dell'opposizione in varie circostanze hanno riconosciuto di aver fatto gravi errori - zig zag. Ma per convincere tutti che intendono veramente cambiare strategia alle parole debbono far seguire i fatti: smettendo di litigare ed abbandonando la difesa a oltranza delle loro meschine posizioni di potere personale, una difesa che porta all'esclusione dei “non addetti ai lavori”: la politica non deve essere né monopolistica, che allora è dittatura, né triopolistica: è democratica solo se è aperta a tutti. Le formule sono diverse, una è quella del grande Ulivo, un'altra è la Federazione - i nomi contano poco. Se l'opposizione non fa sul serio, la conclusione bisogna ribadirlo, è una nausea e quindi un astensionismo dilaganti, col conseguente trionfo del berlusconismo, ossia dell'Italia descritta con angoscia da Calamandrei.

Che cos'era il CLN

Giungono le prime notizie sul rapimento di Simona Torretta e di Simona Pari, le due giovani donne italiane che svolgevano rischiosa e coraggiosa opera di volontariato in Iraq, per l’organizzazione “Un ponte per...” e che sono state prelevate come si usa dove regna il banditismo: nel loro ufficio di Baghdad, in pieno giorno, in pieno centro. Qui al giornale abbiamo ricevuto telefonate della Bbc, di giornali e televisioni americane, di colleghi di tutta Europa. Sapevano che sono state sequestrate due giovani donne portatrici di pace. Da giornalisti volevano sapere che cosa farà adesso il governo italiano.

Abbiamo detto che non lo sappiamo, che alle sei di sera non avevamo ancora ascoltato o letto parole che siano almeno di incoraggiamento e conforto per le ragazze rapite e per le loro famiglie. Abbiamo però evitato di citare Sandro Bondi, che invita a stringerci comunque intorno al governo, senza avere ascoltato dal governo una sola voce, senza che ci sia stato detto nulla di ciò che il governo intende fare. Con preoccupazione abbiamo letto le parole, certo non adatte al tremendo momento, del Presidente Casini che sceglie di entrare nelle tensioni interne della politica italiana, con la domanda: «E questa la chiamano resistenza?». Decide dunque, in ore come queste, di chiamare in causa eventuali sostenitori italiani dei rapimenti e del terrorismo (ma allora perché non indicarli per nome?) invece che includere coloro che sono impegnati in ogni sforzo per liberare la Torretta e la Pari, ma si uniscono anche alla richiesta appassionata di porre fine a una guerra sempre più feroce e insensata.

Il Presidente Casini ci ha anche detto che con un simile terrorismo non si verrà mai a patti. Lo ha detto al buio, mentre non sappiamo di chi e di che cosa si parla. Non sarebbe stato meglio rassicurare i cittadini e promettere che - quando si tratta di salvare vite - l’Italia non sarà seconda alla Francia, che - sia pure fra i sarcasmi della nostra destra (ma non della destra americana) - ha mobilitato tutto il mondo arabo per i suoi due giornalisti, mostrando che due vite valgono di più di tutte le più nobili dichiarazioni?

Tutto ciò avviene nell’ostinazione immensamente pericolosa del non capire che cosa sta veramente accadendo in Iraq. Eppure Paul Krugman, l’editorialista del New York Times, lo spiega su quel giornale il giorno 5 settembre. Spiega ciò che esperti militari statunitensi e gruppi autorevoli (e conservatori) come il Center for Strategic Studies di Washington, hanno fatto sapere da tempo: «Le truppe americane stanno cedendo ogni giorno terreno ai rivoltosi nelle zone urbane. Mentre l’attenzione del mondo intero è puntata su Najaf, tutto l’Iraq occidentale è caduto saldamente sotto il controllo dei ribelli. I rappresentanti del governo installato dagli Stati Uniti sono assassinati o giustiziati. Altre città (come Samarra) sono anch’esse cadute in mano degli insorti, gli attacchi agli oleodotti si vanno moltiplicando e l’esercito del Mhadi resta saldamente al comando di Sadr City, periferia di Baghdad, e dei suoi due milioni di abitanti». Spiega ancora il docente di Economia della Princeton University divenuto editorialista del New York Times per dire alcune verità su questa spaventosa guerra: «Per molto tempo chiunque avesse avanzato una analogia con il Vietnam è stato oggetto di derisione. Adesso i più seri analisti che si occupano di sicurezza hanno iniziato ad ammettere che l’obiettivo di un Iraq democratico filo-americano è ormai fuori portata».

Ieri abbiamo letto su una nota dell’agenzia AdnKronos che il direttore del Sismi, nella stessa giornata del sequestro di Torretta e Pari avrebbe detto che c’era il pericolo di rapimento di donne in Iraq. Se lo ha detto prima del tremendo evento di oggi, perché non ha agito e subito? E come mai nessuno, nel governo attorno al quale oggi dovremmo unirci, ha fatto caso alle richieste insistenti e ripetute da tutta l’opposizione in aprile di ritirare al più presto i civili dall’Iraq? Lo ha detto Angius il 15 aprile, lo ha ripetuto Intini il 26 aprile, lo hanno chiesto ancora e ancora Fassino, Bertinotti, Pecoraro Scanio, tra aprile e maggio. La risposta è stata scherno o silenzio o distrazione. Naturalmente i civili possono decidere di restare, ma fa differenza sapere dal proprio governo che c’è una guerra in corso. E non sarebbe toccato al governo difendere volontarie che cercano di portare pace e fanno onore al Paese? Eppure c’era il tempo per capire che cosa stava davvero accadendo, per smetterla con la finzione della vittoria, della svolta, del governo iracheno che controlla il Paese.

Adesso si susseguono dichiarazioni come «dobbiamo unirci contro il terrorismo». Ma poi si dichiarano nemici coloro che si oppongono alla guerra perché la guerra moltiplica il terrorismo. Si ammonisce «nessuno strumentalizzi questa vicenda». Significa approvare tutto, anche prima di sapere che cosa. Eppure noi non chiediamo di meglio che dover scrivere, nei prossimi giorni, che il governo è stato tempestivo, efficace, esemplare. Perché vogliamo rivedere in Italia sane e salve Simona Torretta e Simona Pari, e vogliamo poter dire che si è fatto bene e si è fatto di tutto, e saremo felici di dirlo.

Scriviamo con imbarazzo e persino con incredulità, alla fine di una brutta giornata. È accaduto questo. I leader del centrosinistra, coloro che in Parlamento, nei telegiornali, nei talk show rappresentano l’altra faccia dell’Italia, la speranza di mettere alla porta il rovinoso governo Berlusconi, ieri hanno partecipato a due riunioni in cui avrebbero dovuto decidere tutto: Federazione, lista unitaria, scelta dei candidati per le regionali che potrebbero segnare la prossima grande sconfitta di Berlusconi.

Il disastro Berlusconi rimane e si aggrava. Oggi sappiamo che il capo del Governo e i suoi non riescono nemmeno a mettere insieme la legge Finanziaria. Ma neppure l’estrema vulnerabilità dell’uomo ricco, prepotente e incostituzionale al governo, ha fatto da stimolo a una nuova, grande strategia dell’opposizione. Eppure l’opposizione ha un capo del peso e del prestigio di Romano Prodi. No. Tutti i leader del centro sinistra sono entrati in quelle due riunioni (mancava solo, per un suo disappunto o sospetto, o ragione non pervenuta, Mastella). Ma sono usciti totalmente divisi. Niente Federazione, niente lista unitaria, niente designazione dei candidati, niente simbolo dell’Ulivo. Prodi adesso appare solo e isolato.

Partiti, gruppi e leader dell’opposizione, evidentemente hanno - ciascuno - un progetto e una ambizione diversi. Ciò che è trapelato lascia capire che soltanto i Ds hanno tentato di evitare questa conclusione. Ma lo sforzo non è bastato. Frivolezza o mancanza di senso della realtà hanno portato via gli altri componenti della tavola, come se una pozione magica avesse cancellato per alcuni di essi coscienza e memoria di quello che sta accadendo in Italia.

Un tragico libro sui giorni di Weimar (Von Solomon, I Proscritti) racconta di una immensa folla radunata di fronte al luogo in cui l’opposizione era convocata. Era l’ultima opposizione. Passano giorni, passano notti e dal palazzo non esce nessuno. A poco a poco la folla se ne è andata. È arrivato il nazismo. Ma qualcuno si rende conto del danno immenso che sta provocando, adesso, in questa Italia, prima che ce lo dica la Storia?

In queste ore di incertezza e dolore per la sorte di Yasser Arafat, in terra di Palestina - che è assai più grande di quella i cui confini vengono disegnati dai piani sempre più riduttivi via via elaborati dagli americani con o senza gli europei e comprende una immensa diaspora cui ogni ritorno a casa è stato precluso - c'è angoscia e infinita tristezza. In ognuno e nonostante tutto. E per tutto si intende la progressiva involuzione istituzionale-autoritaria del vecchio combattente che non ha saputo adeguarsi alla nuova fase storica; che è rimasto incapace di fronte alla corruzione del suo stesso establishment - che si è allargata più la pace veniva cancellata dai carri armati israeliani per diventare promessa sotto ricatto e senza più interlocutori veri, dopo l'uccisione di Rabin da parte dell'ultradestra ebraica; e che non ha saputo alla fine colmare il solco fra la vecchia guardia rientrata da 27 anni di esilio e le generazioni cresciute nei territori occupati - l'alternativa vera, Marwan Barghuti, sta da due anni e mezzo nelle prigioni israeliane. Sì, angoscia e infinita tristezza. Perché Arafat non è un simbolo vuoto come vorrebbero tanti interessati denigratori del presidente palestinese, è la testimonianza di una fase decisiva della storia di questo popolo che grazie alla sua rottura, operata quasi 40 anni fa con l'ambigua tutela di regimi arabi complici e conservatori, ha saputo costruire la propria autonoma soggettività nazionale. Non so se qui da noi i più giovani avvertano in queste ore il nostro stesso turbamento. Per noi Arafat ha rappresentato la scoperta di un'ingiustizia che ignoravamo, venuta prepotentemente alla ribalta grazie a una coraggiosissima guerriglia popolare, intrecciata a una spregiudicata iniziativa diplomatica, a una politicizzazione di massa che ha consentito di evitare i gesti esemplari ed isolati (si pensi alla condanna da parte di Al Fatah del dirottamento degli aerei operato a suo tempo dal Fronte popolare) perché non rendevano partecipi la collettività. Un movimento nato da una costola del nazionalismo ma che rapidamente si era imbevuto della cultura del movimento operaio internazionale col quale si trovò subito consonante. Da quell'esordio sono passati molti anni e la tragica immagine di Arafat prigioniero da due anni e mezzo in un edificio diroccato di Ramallah, costretto a ricevere da Sharon la pelosa libertà di uscirne per entrare in un ospedale di Francia da cui non si sa se potrà mai rientrare nel suo paese, mentre case e uliveti della sua gente vengono divelti dai bulldozer israeliani e i corpi di fratelli e sorelle dilaniati dalle bombe di Sharon che passa per un «eroe» perché ha imposto il ritiro di qualche colono dalla Striscia di Gaza, tacendo su cosa vorrà fare della Cisgiordania - tutto questo rischia di farci morire la speranza nel cuore, di indurci a pensare che i feddayn, che il presidente dell'Olp aveva portato alla ribalta della storia sono stati, anch'essi, un mito del `68. Da seppellire con tutti i sogni del `900.

Ma che razza di mondo sarebbe quello che dovremmo accettare, dove si deve chinare la testa allo sterminio di un popolo che rivendica il diritto di tornare sovrano su un pezzo almeno della propria terra? Non ha nulla da dire, e da fare, quell'Europa che ieri si è «costituita»? Quelli non erano miti, ma obiettivi che restano sacrosanti. Non possiamo, non dobbiamo abbandonare le speranze anche se i tempi in cui viviamo sono così terribili. Oggi manifestiamo perché il martoriato Medio Oriente dei Grandi Territori occupati, la Palestina e l'Iraq, conosca la pace, chiediamo che gli italiani non siano complici del massacro. E piangendo i 100mila iracheni morti ammazzati dai raid Usa, richiamiamo l'attenzione del mondo sulla moltitudine di vittime palestinesi che, paradossalmente, solo la malattia di Arafat ha riportato sulle pagine di qualche giornale. Con un messaggio di solidarietà ad Arafat, un interlocutore prezioso che gli israeliani non hanno saputo cogliere, il primo e purtroppo raro artefice di una versione non religiosa e non fanatica dell'identificazione nazionale.

GEORGE W. Bush pensa che quel che accade oggi in Iraq sia il frutto di «un catastrofico successo». Chi lo ha visto alla Nbc sa che il presidente Usa ammette di «non credere che questa guerra contro il terrorismo possa essere vinta». Chi ha letto ieri, su queste pagine, Paul Krugman sa che i più seri analisti che si occupano di sicurezza hanno iniziato ad ammettere che «l´obiettivo di un Iraq democratico è ormai fuori portata» perché bisogna prendere in considerazione la possibilità che «potrebbe non esserci soluzione alcuna per il problema iracheno», a meno che (e «sarebbe un successo al 50%») non si faccia salire sul carro del nuovo Iraq il vecchio Iraq saddamita del Baath, i religiosi dalla linea dura, i movimenti etnici e le rancorose sette...

Se si stringe l´obiettivo soltanto sul sequestro di Simona Torretta e Simona Pari e non si allarga lo sguardo a quel paese e a quel popolo che, con coraggio e generosità, le due volontarie di "Un ponte per..." volevano aiutare, non si può comprendere che cosa è accaduto e perché. Soprattutto non si potranno, da oggi, muovere le cose per interrompere l´incubo in cui le due "cooperanti" sono state precipitate.

Del sequestro si sa poco o nulla. Né le modalità della cattura aiutano, per il momento, a capire. Dieci o dodici uomini, camuffati - pare - con uniformi dell´esercito regolare. Negli uffici dell´ong entrano in cinque. Azione rapida e mirata: i rapitori sapevano dove andare e chi aggredire. Chiedono i nomi dei presenti. Discutono tra loro. Scelgono le vittime. Chi ha organizzato il sequestro le conosce. Il luogo del sequestro «non dice nulla». E´ il centro di Bagdad, piazza Andalus, non il territorio di questa o quella fazione religiosa, di questo o quel gruppo terroristico. Con questi elementi, nessuno - in Italia - azzarda al momento una risposta alla domanda: è un azione del terrorismo politico o l´impresa di predoni a caccia di soldi facili? Allo stato delle cose - ti spiegano - può essere l´una o l´altra cosa e anche, insieme, l´una e l´altra. I predoni possono aver sequestrato obiettivi indifesi per venderli al miglior offerente, sia esso ambasciata o un gruppo terroristico.

Fonti arabe, pur con cautela, temono invece il peggio. Perché - ragionano - non ti imbatti per caso in donne che lavorano per un´organizzazione non governativa presente a Bagdad da dieci anni. Se vai a rapirle, hai un piano lucido. L´obiettivo è naturalmente il governo italiano, "anello debole" della coalizione anglo-americana. Ma, con l´Italia, anche il popolo iracheno e il capo del governo provvisorio Iyad Allawi, che le squadre del terrore islamico vogliono isolato, sempre più nelle braccia degli Stati Uniti, quindi del "nemico".

Il ragionamento è chiaro, anche se orribile: i terroristi, sequestrando "cooperanti" conosciuti e apprezzati a Bagdad, vogliono dire agli iracheni che nessun occidentale - nessuno, anche il migliore e più antico amico del popolo iracheno - sarà risparmiato dalla minaccia di una furia assassina. Chi collabora a qualsiasi titolo per il nuovo Iraq, per la sua ricostruzione - sia camionista, imprenditore, giornalista, cameriere, volontario in un impegno umanitario - rischia la morte. È questo il terribile messaggio del sequestro di Simona Torretta e Simona Pari. E´ un messaggio che già si poteva leggere nell´esecuzione dei dodici, umilissimi lavoratori nepalesi uccisi alla fine di un sequestro che non ha registrato nessuna richiesta, nessun proclama, nessun abbozzo di trattativa. Nulla. Morte e basta. Orrore e basta.

E´ con questo cieco, feroce, caotico, assoluto terrorismo che dobbiamo fare i conti. Qualcuno in Italia se ne meraviglia, a uso delle mediocri chiacchiere del cortile nazionale. Sono gli stessi che hanno voluto e appoggiato l´intervento italiano per combattere il terrorismo. Ora scoprono che in Iraq c´è il terrorismo e noi ne possiamo essere vittime. Urlano dunque di sdegno dimenticando di aver sostenuto che, se il terrorismo era il problema, l´invasione dell´Iraq sarebbe stata la soluzione.

Purtroppo, il calcolo era sbagliato e l´Iraq è oggi un problema che potenzia e incrudelisce, ogni oltre cupa previsione, il problema che si voleva risolvere per sempre. Se si sottrae il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari dalla cornice in cui è avvenuto non si comprende il loro dramma, non ci si prepara a risolverlo, non ci si attrezza per evitare che quel che accade oggi a loro - e ieri a Quattrocchi, Stefio, Cupertino, Agliana e Baldoni - si ripeta.

Oggi l´Iraq, come sempre accade negli "Stati falliti", è un buco nero che si allarga attraversato da terroristi, trafficanti, criminali, mercenari, predoni che vi trovano quel che serve. Armi, basi operative, reclute, occasioni di arricchimento, opportunità di azione e visibilità politica. Bush lo ha ammesso al termine di una guerra sbagliata e irragionevole: non ho pianificato a dovere la pacificazione. Nessuno può rimediare facilmente a questo catastrofico errore senza mutare radicalmente uomini e strategie. Purtroppo, non c´è nessun segno concreto e volontà credibile di un´azione che possa far fronte al fallimento dell´Iraq. L´idea stessa di una ricostruzione del Paese è macerie. Sono fallite le operazioni per creare condizioni di sicurezza necessarie a negoziare la risoluzione del conflitto (funzione militare). Non si soccorre la popolazione (funzione umanitaria). Non si promuove la riconciliazione nazionale (funzione sociale). Appare destinata sempre più al fallimento la nascita di un governo legittimo in grado di funzionare (funzione politica). Sotto queste macerie sono finite ieri Simona Torretta e Simona Pari. Per estrarle incolumi da laggiù, bisognerà chiedersi per quale ragione noi italiani siamo in Iraq. La convocazione dell´opposizione a Palazzo Chigi, quindi una maggiore coesione del quadro politico nazionale, inedita fino a oggi e quasi fotografia di quel che è accaduto in una Francia incupita dal sequestro dei suoi giornalisti, sembra una buona, prima iniziativa.

È stato uno schiaffo o un carezzevole buffetto alle guance il rinvio alle Camere della legge sull´ordinamento giudiziario, deciso dal presidente Ciampi il 16 dicembre?

Uno schiocco di frusta per bloccare un provvedimento eversivo emanato da un governo eversivo o una mano tesa per aiutarlo a formulare emendamenti tecnici che potrebbero evitargli la bocciatura da parte della Corte costituzionale? Infine, una sfida tra due coabitanti (Ciampi e Berlusconi) per vedere quali dei due rappresenti meglio e di più gli italiani, le loro speranze, i loro umori, i loro interessi e i loro ideali?

Per quel tanto che so di lui, io non credo che Ciampi si sia posto il problema in questi termini. Non credo che gli sia neppure lontanamente passata per la testa l´idea di schiaffeggiare, intimidire, sfidare due istituzioni di massimo livello e centralità come quelle che rappresentano il potere esecutivo e il potere legislativo; ma neppure di facilitarle a passare un guado difficile, affrontato con somma imperizia, superficiale approfondimento e sostanziale disprezzo degli argomenti contrari formulati meditatamente dall´Associazione dei magistrati, dall´opposizione parlamentare e dalla dottrina quasi unanime dei costituzionalisti italiani.

Credo che Ciampi, come è suo diritto e dovere, abbia accuratamente esaminato il testo della legge, l´abbia confrontato con il testo della Costituzione laddove si occupa dei medesimi problemi che sono oggetto della legge in questione e ne abbia tratto le conclusioni arrivando alla sofferta decisione del rinvio. Lo fa capire lui stesso nell´«incipit» della lettera-messaggio recapitata il 16 dicembre ai presidenti delle Camere, Pera e Casini, con una frase per lui insolita e proprio per questo tanto più significativa d´una tensione morale e intellettuale, d´un dolore dell´anima e del rigore di una mente che non ama la rissa, non indulge all´ipocrisia, privilegia il dialogo, ma aborre quanti utilizzano le istituzioni come cosa propria anziché come luoghi di servizio per i cittadini e per lo Stato.

Ciampi è stato ed è l´immagine suprema del servitore dello Stato, come forse non lo fu neppure Luigi Einaudi, al cui insegnamento intellettuale e morale spesso si riconduce. All´immagine del «civil servent» Einaudi accoppiava anche quella dello studioso, dello scienziato delle discipline economiche, del filosofo morale. E quindi una certa sprezzatura nel tratto e nei rapporti che intrattenne per molti anni con i suoi interlocutori politici.

In Ciampi quella sprezzatura non c´è; ciò rende ancor più visibile, compatto, senza appigli né alternativi disegni né pregiudizi, il suo servizio istituzionale. Il suo buonsenso. La sua onestà intellettuale. La sua sincera e aperta cordialità. Il suo desiderio genuino di fare squadra e sistema. La sua durezza contro ogni lusinga.

Infine la sua determinata e attiva solitudine nel momento delle decisioni.

Voglio citare letteralmente il preambolo della sua lettera. Vi si legge: «La legge in esame rappresenta un atto normativo di grande rilievo costituzionale e di notevole complessità, come è confermato anche dall´ampiezza del dibattito cui ha dato luogo. La riforma tocca punti cruciali e nevralgici dell´ordinamento giurisdizionale, il che mi ha imposto un attento confronto con i parametri fissati dalle norme e dai principi costituzionali che lo disciplinano. Ciò premesso espongo qui di seguito quanto da me rilevato».

E si alza il sipario.

* * *

Dapprima incontriamo i nuovi poteri che il testo attribuisce al ministro della Giustizia: poteri estesi, interferenti e pervasivi.

Il potere di rendere comunicazione annuale alle Camere sull´amministrazione della giustizia e sulle linee di politica giudiziaria dell´anno in corso. Ciò contrasta - rileva il Presidente - con gli articoli 101, 104 e 110 della Costituzione che definiscono l´autonomia dei giudici «soggetti soltanto alla legge», la magistratura come «un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere», il ministro della Giustizia «responsabile soltanto dell´organizzazione e del funzionamento dei servizi relativi alla giurisdizione».

«La norma approvata dalle Camere - commenta il Presidente - configura un potere di indirizzo in capo al ministro della Giustizia che non trova cittadinanza nel titolo IV della Costituzione». E aggiunge che l´indicazione delle linee di politica giudiziaria che il ministro dovrebbe esprimere in Parlamento e far attuare dai magistrati viola l´articolo 112 della Costituzione in base al quale «il Pubblico ministero ha l´obbligo di esercitare l´azione penale». «Ciò crea - commenta il Presidente - uno spazio di discrezionalità politica destinato ad incidere sulla giurisdizione».

Rilievi tecnici e marginali? Una sconfessione così netta lascia alle Camere una sola via di uscita: abolire, semplicemente abolire, l´articolo 2, comma 31, lettera a) della legge.

Stessa sorte tocca all´articolo 2, comma 14, lettera c), dove è prevista presso ogni direzione regionale dell´organizzazione giudiziaria la creazione dell´ufficio per il monitoraggio dell´esito dei procedimenti «al fine di verificare l´eventuale sussistenza di rilevanti livelli di infondatezza giuridicamente accertata del potere punitivo manifestato con l´esercizio dell´azione penale e altre manifestazioni inequivocabilmente rivelatrici di carenze professionali».

Anche qui il Presidente torna a ricordare gli articoli 101, 104, 110 della Costituzione, che oppongono un muro invalicabile all´interferenza politica del ministro nel merito della giurisdizione e anche qui le Camere - se vorranno accogliere i rilievi presidenziali - non avranno altra via che la cancellazione totale della norma.

Infine, di eguale importanza, l´articolo 1, comma 1, lettera m) che attribuisce al ministro la facoltà di ricorso al Tar contro le delibere del Csm concernenti il conferimento degli incarichi direttivi, trasferimenti ecc.

Qui il contrasto è con l´articolo 134 della Costituzione dove si stabilisce che solo la Corte costituzionale è titolata a dirimere i conflitti tra il Csm e il ministro della Giustizia. E dunque altra bocciatura ed altra doverosa soppressione della norma incostituzionale.

Dopo questi tre giudizi negativi, il ministro dovrà dunque ritornare al suo ufficio, il solo previsto in Costituzione, di organizzatore dei servizi inerenti all´esercizio della giurisdizione. Il tentativo di invadere con la politica il merito dell´attività giudiziaria ha trovato una diga che può essere superata soltanto da un voto del Parlamento che disconosca esplicitamente il messaggio di rinvio del Presidente. Questa sì, sarebbe una vera e propria sfida della maggioranza parlamentare e del governo contro il Capo dello Stato. Vorranno farlo?

Arriveranno a farlo?

Molti osservatori dicono di no, che non lo faranno.

Non hanno l´autorità morale e il consenso del paese per tentare una via così impervia.

E´ probabile che questa previsione si riveli giusta, ma allora perché ci hanno provato? Non sono poi così sprovveduti a Palazzo Chigi e al ministero della Giustizia da ignorare la Costituzione e il rigore del Presidente.

Come mai si sono lasciati andare fino al punto di voler scalzare uno dei cardini essenziali dello stato di diritto?

Vedremo i seguiti di questa vicenda, che si svolge in contemporanea con l´altra del «salva-Previti», anch´essa approvata in tutta fretta per sottrarre un imputato eccellente ai rigori della legge, dimezzando i termini di scadenza della prescrizione: una sorta di amnistia per una quantità di soggetti, corrotti, corruttori, truffatori, scippatori, con la differenza che un´amnistia opera per una volta sola mentre il «salva-Previti» resterà una norma stabile senza aver dotato il sistema giudiziario dei mezzi necessari a snellire rapidamente i processi. E´ come spezzare il termometro credendo con ciò di aver debellato la malattia.

* * *

Gli altri rilievi di Ciampi riguardano il Csm e sono simmetrici a quelli relativi ai poteri indebiti attribuiti al ministro della Giustizia. Tanto si è tentato di estendere questi e di altrettanto debbono essere ripristinati quelli.

Ciò vale soprattutto a proposito della Scuola creata per la preparazione dei magistrati e dei concorsi previsti per l´ingresso e la carriera nella magistratura. Scuola e concorsi sono istituzioni collocate al di fuori del Csm, le cui valutazioni il Csm dovrebbe supinamente accettare per l´assegnazione degli incarichi mentre la Costituzione glieli riserva in via autonoma ed esclusiva.

L´incostituzionalità di tali norme è palese e il Presidente la denuncia al Parlamento.

Voglio chiudere questa rassegna del messaggio presidenziale riportandone la conclusione che fa da suggello e da sigillo a tutto il documento.

«Per i motivi di palese incostituzionalità innanzi illustrati chiedo alle Camere una nuova deliberazione. Con l´occasione ritengo opportuno rilevare quanto l´analisi del testo sia resa difficile dal fatto che le disposizione in esso contenute sono condensate in due soli articoli, il secondo dei quali consta di 49 commi ed occupa 38 delle 40 pagine di cui si compone il testo legislativo. A tale proposito richiamo l´attenzione del Parlamento su un modo di legiferare che non appare coerente con la «ratio» delle norme costituzionali che disciplinano il procedimento legislativo e segnatamente con l´articolo 72 della Costituzione secondo il quale ogni legge «deve essere approvata articolo per articolo e con votazione finale».

Se si pensa al fatto che la legge finanziaria prossimamente all´esame anch´essa del Quirinale, consiste di un solo «maxi-emendamento» articolato in 591 commi e per di più approvato in Senato con voto di fiducia e senza possibilità di esame degli emendamenti proposti, si capisce meglio quale fase legislativamente eversiva sia in corso e quale arduo compito di arginarla sia quello assunto doverosamente dal Presidente della Repubblica.

* * *

Ho già accennato alla legge «salva-Previti», approvata dalle Camere nei giorni scorsi a tambur battente e inserita con un colpo di mano in un testo di norme che tendono a rafforzare le pene di una serie di crimini di stampo mafioso, oggi nuovamente aumentati.

Il dimezzamento dei tempi previsti per la prescrizione dei reati è scandaloso. Non solo perché è ritagliato su misura con l´obiettivo pubblicamente ammesso dalla maggioranza parlamentare di ottenere il proscioglimento di Previti e di Dell´Utri, ma anche perché instaura una sorta di amnistia permanente e modulata non soltanto sui reati ma soprattutto sulla biografia penale degli imputati. Per gli incensurati i termini di prescrizione sono dimezzati, per i recidivi sono diminuiti di un quarto e ancor meno per i recidivi abituali. Queste disposizioni premiano soprattutto i colpevoli di reati di corruzione, laddove si tratta nella generalità dei casi di persone incensurate fino a quel momento insospettabili, dotate di solito di ampi mezzi finanziari e quindi provvisti di robusti collegi di difesa per i quali è un gioco da bambini tirare in lungo i processi e raggiungere l´impunità profittando della raccorciata prescrizione.

E´ avvenuto così che in una legge di inasprimento delle pene contro il crimine organizzato sia stata inserita un´amnistia permanente per i corrotti e i corruttori, che chiuderà tutte le vertenze ancora in corso a carico del ristretto clan dei «berluscones» e assicurerà per il futuro la semi-impunità per chi vorrà ricalcarne le orme.

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Concludo. Nell´ultimo anno e mezzo della legislatura il governo e la maggioranza che lo sostiene hanno evidentemente deciso di smantellare le strutture fondamentali della Costituzione e dello stato di diritto trasformando l´impianto liberal-democratico della separazione dei poteri e del loro reciproco equilibrarsi in un sistema di potere che riposa unicamente sulla dittatura di una maggioranza clonata e riprodotta in fotocopia come pura proiezione numerica di una autocrazia in avanzato stato di costruzione.

Era prevedibile che ciò accadesse date le caratteristiche del gruppo che si è formato nel ?93 e che nel 2001 ha legittimamente conquistato il potere con la chiara e dichiarata intenzione di stravolgere le regole e rendere irreversibile quella conquista.

Se c´è un momento in cui si può dire senza tema di drammatizzare spinte emotive e moralistiche che la democrazia e lo stato di diritto sono in pericolo; se c´è un momento in cui tutte le convenienze di gruppo e di partito debbono cedere alla tutela del bene comune, sia a destra che al centro e a sinistra, per impedire che la devastazione istituzionale e morale in corso arrivi a compimento; se c´è infine un momento in cui, come ha scritto ieri Claudio Magris sul «Corriere della Sera» tutti gli uomini liberi si debbono unire contro uno scandalo e un´avventura di questa gravità; ebbene quel momento è venuto.

Il nostro comune punto di riferimento non può che essere il presidente della Repubblica. Da solo e con la sola forza che gli deriva dalla Costituzione egli sta adempiendo al suo compito. Ancora pochi giorni fa l´ho udito dire che i suoi doveri sono quelli che la Costituzione e la sua coscienza gli impongono e che ad essi non verrà meno in nessun caso.

Non è mai stato un uomo di parte, il nostro Presidente, e mai lo sarà. Per questo il consenso che lo circonda è così vasto ed è questa la sua forza e la forza della nostra Repubblica.

In quarantamila hanno sfilato ieri a Roma nonostante la pioggia che non ha dato tregua. Si sono visti più ombrelli che striscioni e bandiere, pochi anche gli slogan, «piove governo ladro», ovviamente. Ma quel «contratto, contratto», scandito da una parte all’altra del corteo e le bordate di fischi che si sono levate sotto il ministero della Funzione pubblica erano firmati dai lavoratori pubblici che ieri hanno scioperato per 8 ore unendo alle critiche alla politica economica di Berlusconi la protesta per la forte penalizzazione della categoria.

Al loro fianco c’era l’intero stato maggiore del centrosinistra. Anzi, era alla testa del corteo dietro lo striscione di apertura di Cgil, Cisl e Uil. La presenza di Fassino, Bertinotti, Parisi, Diliberto, Pecoraro Scanio, Boselli, del candidato alla presidenza del Lazio, Marrazzo, è stata qualcosa di più di un’adesione scontata o, peggio, rituale. Soprattutto la presenza di Romano Prodi che ha scelto l’occasione dello sciopero generale e un corteo di lavoratori per il ritorno attivo alla politica. «È l’inizio di un’azione unitaria per la ripresa del Paese. Perché questo Paese è da rifare», ha detto. Un messaggio diretto, una scelta di campo dell’opposizione e del suo leader che mostrano di avere un progetto comune con i sindacati e il mondo del lavoro. Una posizione accolta da commenti al curaro degli esponenti della destra.

Romano Prodi ha parlato dello «stato di disagio» vissuto contro la politica del governo, nello sciopero e nelle manifestazioni c’è questo, ma c’è anche «la volontà unitaria per superarlo», «non è una manifestazione contro - ha continuato Prodi - questa è una manifestazione perché tutti siano uniti per preparare qualcosa di meglio per il futuro». C’erano molti giovani ieri a Roma, di ogni categoria, dagli edili, ai metalmeccanici, dal commercio alla ricerca e alle comunicazioni. Prodi si è rivolto a loro «non possiamo rifare il Paese senza una valorizzazione delle nuove generazioni». Poi la corsa al Quirinale, per l’incontro con Ciampi.

L’opposizione vuole «resuscitare» il Paese, riprenderselo, sottrarlo al modo in cui è governato che Piero Fassino definisce «sciagurato». «La manifestazione di oggi rappresenta bene l’opposizione ampia che c'è nel Paese contro la politica economica di questo governo. D'altra parte dopo tre anni di cura Berlusconi-Tremonti la condizione economica è disastrosa», ha detto il leader dei Ds sfilando anche lui sotto la pioggia. «L'Italia - aggiunge - da tre anni è a crescita zero, nella Ue abbiamo il più basso tasso di incremento dell’economia. I conti pubblici sono stati dissestati. Gli italiani devono farsi carico di pagare un buco di 50mila miliardi che gli ha lasciato Tremonti e viene proposta una Finanziaria che va sicuramente nella stessa direzione». «Inoltre - dichiara ancora Fassino - si propone una riduzione fiscale che si tradurrà in una mancia data agli italiani con una mano e tolta con l'altra. Dalle tasche degli italiani infatti si toglierà molto di più di quello che viene dato». «Mi pare - conclude - che ci siano tutte le condizioni per dire no a questa Finanziaria e d'altra parte non lo diciamo solo noi: lo dicono le organizzazioni sindacali, la Confindustria, il mondo del commercio. Non c'è un settore della società italiana che sia soddisfatto di questa Finanziaria».

Il governo è isolato, la protesta di ieri è stata «una mozione di sfiducia», sintetizza Fausto Bertinotti che ha messo l’accento sulle «convergenze» tra le critiche dell’opposizione e le critiche di Cgil, Cisl e Uil e di tutte le organizzazioni sindacali «anche di destra». Chiudono le fabbriche e i salari, gli stipendi, le pensioni hanno preso una botta tremenda dall’aumento dei prezzi. «Si capisce che c’è una furia nel mondo del lavoro contro la politica del governo». Altro che il partito, o il sindacato «delle tasse» come accusa la destra. Non si possono trattare le persone che protestano come «stupidi» che non capiscono il taglio delle tasse, osserva Pierluigi Bersani. Un'operazione, aggiunge Enrico Boselli, che non servirà a vincere le elezioni perché gli italiani sanno che si tratta di uno «spot». Se non di «balle», come dice Francesco Rutelli. Per Oliviero Diliberto, Pdci, lo sciopero è «sacrosanto» di fronte alla «porcata» di un governo che colpisce le fasce più deboli. Mentre per i Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio la sintonia fra la Gad e sindacati prova che l’opposizione è dalla parte della gente, mentre la Cdl è «rinchiusa nei palazzi». Per Cesare Salvi, leader della Sinistra Ds per il Socialismo, «l’adesione massiccia allo sciopero dimostra come le bugie del governo hanno le gambe corte» ma, osserva, «parla anche a noi del centro-sinistra: il Paese ha bisogno di proposte chiare, stabilite da un programma di governo che porti la nostra alleanza a mettere al centro il tema

Roma, 29 ott. (Adnkronos) - ''Le immagini che avete visto della firma della Costituzione europea non sono immagini Rai. Le riprese sono state effettuate da una società incaricata dalla Presidenza del Consiglio''. E' il comunicato di cui l'Usigrai, a norma del contratto di lavoro giornalistico, ha chiesto la lettura nelle due principali edizioni odierne dei telegiornali Rai.

''Le telecamere Rai -prosegue il comunicato- non sono state ammesse e la Rai non ha potuto scegliere in autonomia come documentare l'avvenimento. Il servizio pubblico, che come voi spettatori sapete ha le capacità tecniche e professionali per raccontare gli eventi istituzionali, i fatti della cronaca o i grandi appuntamenti sportivi, oggi è stato tenuto fuori dalla porta. Per un giorno un'attività del servizio pubblico è stata privatizzata. E' un attacco alla Rai, ma anche al diritto di voi cittadini ad avere un'informazione corretta e affidabile''.

La replica di viale Mazzini non si è fatta attendere. ''L'informazione sulla firma della Costituzione Europea è stata realizzata dai giornalisti della Rai che con grande professionalità hanno raccontato l'evento e ne hanno approfondito il significato storico e politico'' dice l'azienda che ''esprime apprezzamento per il loro lavoro e giudica quindi offensivo per i giornalisti della Rai il comunicato dell'Usigrai che li accusa di non aver fornito un'informazione corretta e affidabile, solo perché le immagini ufficiali della cerimonia sono state fornite dalla società incaricata dalla Presidenza del Consiglio di documentare visivamente l'evento''.

Ma i cdr di Tg1, Tg2, Tg3 hanno smentito di sentirsi ''offesi dalla nota dell'Usigrai, emessa a tutela del loro lavoro'' e si dicono ''invece offesi per il comportamento dei vertici aziendali''.

Ritiene altresì offensiva la replica della Rai il segretario della Fnsi, Paolo Serventi Longhi: ''Rappresenta un'offesa non solo nei confronti dei giornalisti della Rai ma della stessa storia della più grande azienda di informazione e di cultura d'Italia''.

Sinceramente non saprei dire se il Mahatma Gandhi fa vendere più cellulari, schede telefoniche, connessioni a internet e altri utilissimi aggeggi moderni che sono oggi il core-business del mercato globale. Se sì, spero che gli eredi prendano qualche royalty, ma non mi faccio illusioni: il grande nonviolento, il simbolo mondiale del pacifismo, è sicuramente «fuori-diritti». Dunque, stiamo ai fatti: nel mercato globale si paga tutto, ma Gandhi è gratis. Davanti a questa innegabile evidenza, il mondo si divide in due: chi si indigna come un crotalo e scrive al manifesto, e chi invece mette mano alla calcolatrice per vedere quanto ci si guadagna. Eppure, mi preme di più un'altra domanda, partendo dalla pubblicità che tanto ha sconvolto certi compagni: cosa voleva dirci l'artista? Partiamo dal cosa. Cosa vende quello spot (o pagina) con il Mahatma? Non vende il telefono, né l'abbonamento, e nemmeno una tariffa, o una suoneria con la canzoncina. Vende l'idea che tutto questo si possa fare. Allo stesso modo, la filosofia Nike non vende scarpe da tennis, ma un'idea di sport, un'ideologia. Si vende dunque una cosa che non è in vendita: l'immateriale ottimismo che oggi un altro mondo è possibile (grazie alla comunicazione globale e a Telecom), venato dal rimpianto che tutto questo ben di dio non fosse disponibile prima. Il disegno è bellissimo, il messaggio è forte, l'artista è stato proprio bravo.

Ma c'è un salto logico. Si lascia infatti intendere che la possibilità tecnica di fare una cosa sia sufficiente per farla. Certo, si può ( tecnicamente) comunicare a tutto il mondo su maxischermi. Si può ( tecnicamente) vedere un filmato in rete con tecnologia wi-fi sul computer portatile dal deserto. Ma chi può davvero farlo? chi ha il potere per farlo? Qualcosa mi dice che Gandhi non avrebbe potuto, anche se fosse stato tecnicamente in grado. State certi che lo trovavano in un fosso prima. Qualcos'altro mi dice che nei deserti oggi è più facile crepare di fame o sbudellati che collegarsi a Internet.

Del resto gli esempi di cose che si possono fare in teoria ma non in pratica è infinito. E per scendere sulla terra dopo tanti discorsi globali, guarda un po', nemmeno Telecom ha potuto fare il terzo polo televisivo italiano come aveva desiderato e progettato e addirittura avviato alla grande. Era possibile (tecnicamente), ma non lo è stato (politicamente), stante la situazione di monopolio italiana, di nome Silvio. Chi si indigna, a sinistra, per l'uso di un simbolo forte come Gandhi a fini commerciali vede soltanto una parte del problema. Certo, c'è una sorta di esproprio ideologico. Lo spot è pacifista, è schierato, punta a un pubblico che ci assomiglia, a quelli che un Gandhi lo vorrebbero in mondovisione anche subito. Ma del resto, la stessa azienda continua a irrorare i media di spot con figone mozzafiato, tette, culi, scempiaggini ammiccanti e cretinate sparse. Si tratta di un'azienda globale, di un mercato globale, che vende una comunicazione globale e che quindi ha molti pubblici diversi, praticamente tutti, dai dodici a novant'anni. E noi (quelli come noi, pacifisti, nonviolenti, anche soltanto genericamente contro le guerre) facciamo parte del pacchetto. Siamo mercato anche noi, gente. Non mettiamo le scarpe di cocomero, non ci cibiamo di bacche e radici, ogni tanto - perfino! - usiamo il telefonino.

Dunque mi coglie questo dubbio: che l'indignazione per l'uso commerciale di un simbolo «nostro» (più o meno) nasconda il disagio di essere anche noi target, anche noi clienti, anche noi obiettivo della propaganda del mercato. C'è da stupirsi? Non lo so. Certo credo che si dovrebbe avere di fronte al mercato e alla sua propaganda (detta pubblicità) un atteggiamento un po' più laico o se volete anche soltanto un po' più furbo. Non è un mistero che la pubblicità sia specializzata nel prevedere tendenze. Dovremmo dunque rallegrarci se dalle moine sexy della figona di turno si passa al primo piano del Mahatma. Il disagio però resta. Come mai? Semplice: ci si mostra il futuro nel passato (come sarebbe il mondo?). E intanto si tace sul fatto un futuro così non ce l'abbiamo nemmeno nel presente. Perché non ci mancano certo i telefoni, né i cavi, né le suonerie, né tutte le diavolerie elettroniche che Telecom può inventare e vendere. Quel che ci manca è un leader mondiale che parli a tutti e dica: basta ammazzarsi come polli, basta scannarsi come maiali. Ecco, questo - anche con tutte le tecnologie del mondo - non ce lo abbiamo. Peccato, eh?

Vale sempre quello che diceva il vecchio Vonnegut: non c'è niente di intelligente da dire a proposito di un massacro. Solo, forse, che il concetto di scontro di civiltà tanto in voga tra i crociati di entrambe le parti andrebbe rivisto. Non ci sono due civiltà che si ammazzano barbaramente a vicenda (noi contro loro) come piacerebbe a Oriana & Osama, ma i vertici, le élites politiche ed economiche di due schieramenti che ammazzano la gente che sta in mezzo. I ragazzini di Beslan sono la fotografia della situazione: presi in trappola tra due follie contrapposte, tirassegno d'allenamento tra due eserciti stupidi e rozzi come soltanto gli eserciti sanno essere. Di qui l'indipendentista aspirante martire e di là lo zar che non cede e mostra i muscoli: in mezzo rimane il ragazzino osseto, stritolato, innocente, effetto collaterale, briciola inevitabile. Questa volta. Le altre volte erano i pendolari madrileni, gli impiegati di New York, i civili di Falluja, i passeggeri degli autobus di Gerusalemme o degli aeroplani russi, i bambini palestinesi bombardati e chiusi dietro un muro, i ragazzini di Kabul. Ecc. ecc, aggiungete a piacere, riempite qualche riga pure voi di gente innocente che ci lascia la pelle, l'elenco della barbarie è infinito. Dalla Cecenia a Guantanamo, è uno scontro di civiltà? Se ammettiamo questa ipotesi bisogna subito aggiungere un corollario: civiltà comandate da teste di cazzo.

Il (debolissimo) pensiero emergente vorrebbe questo: che si considerasse il mattatoio quotidiano come uno scontro tra occidente e islam, tra buoni che devono difendersi (noi, ovviamente) e cattivi che attaccano (loro). Mentre se si fa la conta dei morti e dei feriti, delle sofferenze e dei traumi, si scopre che ci sono due leadership di pazzi (loro Bush, loro Osama, loro Putin, loro terroristi) contro circa sei miliardi di persone che non c'entrano niente e che temono di finirci in mezzo (noi). Noi che andiamo a scuola o a prendere il treno, o che finiamo per sbaglio sulla traiettoria di un missile o con gli elettrodi attaccati alle palle in una prigione. E' solo un piccolo cambio di prospettiva, uno spostamento della visuale, ma credo che in questo senso sì, sia possibile vedere una reale contrapposizione tra «noi» e «loro»: noi le vittime e loro quelli che sparano, da una parte o dall'altra, circondati da ideologi e consiglieri e affaristi e strateghi della forza furbi come faine, che abitino in una grotta sperduta o in una casa bianca a Washington.

Tanto per piccolo esercizio, basta un'occhiata ai manifesti ideologici: i siti più trucidi della Jihad non hanno nulla da insegnare quanto a desiderio di dominio, alle patinate home page dei pensatoi Usa che spiegano e spingono il New American Century. C'è una specularità tra queste due follie, una somiglianza ideologica: da entrambe le parti il pallino è in mano ai falchi, la prevalenza dello stronzo è conclamata in ognuna delle fazioni in lotta. Sei miliardi di moderati guardano attoniti e stanno nel mezzo. Intendo in questo caso per "moderati" tutti quelli che rivendicano come un diritto di non essere ammazzati né da un falco né dall'altro e né da tutti e due come nella scuola di Beslan.

Anche altre letture convincono poco. Le democrazie sono sotto attacco, ci dice Mauro su Repubblica. Vero, ma non ci dice quanto virtuali siano queste democrazie. Che se ci fosse stata una vera democrazia in Spagna, in Iraq non ci sarebbero andati, e non avrebbero raccolto duecento cadaveri (nostri!) alla stazione di Atocha. Uguale per l'Italia. Uguale per il Regno Unito di mr. Blair. Se gli americani fossero informati come tutti pensiamo dovremmo essere in una democrazia, saprebbero che Saddam non era Osama e forse si sarebbero opposti alla guerra, chissà, non si sa mai cosa può combinarti la democrazia se per caso ti metti ad applicarla. L'esercizio di cercare chi ha cominciato, che è stato il primo, indagare su chi è stato più stronzo con chi negli ultimi duecento anni, può spiegare molte cose, ma non allontana il mirino da quelli che stanno in mezzo, che siamo noi, parecchi miliardi di scudi umani. Sinceramente, credo che dovremmo cominciare a prenderla proprio come una questione personale, dopotutto è a noi - a noi sei miliardi di ragazzini di Beslan - che queste due bande di stronzi sparano addosso.

Il rinvio alle Camere, da parte del capo dello Stato, della legge sulla riforma giudiziaria conferma la preoccupazione generale dinanzi a tale legge o almeno ad alcuni suoi aspetti. Forse oggi sarebbe necessario un nuovo appello come quello che nel 1919, in un altro momento difficilissimo della storia italiana, Don Sturzo rivolgeva «agli uomini liberi e forti». Sarebbe opportuno rivolgerlo a tutti e in particolare, fra gli uomini liberi e forti, a quelli tra essi che militano nella destra o nel centrodestra, giacché persone oneste e coraggiose si trovano in ogni formazione politica rispettosa delle regole democratiche, a sinistra, al centro e a destra. Fra coloro che fanno parte dell’attuale coalizione di governo o l’appoggiano, vi sono certamente molti galantuomini di animo non servile. Essi non sono meno indignati, turbati e umiliati di quanto non lo siano gli avversari del governo dalla recentissima approvazione dell’indecente legge che abbrevia i termini di prescrizione. Qui non si tratta più di destra o di sinistra, di statalismo o di liberismo, di consenso o dissenso sulla guerra in Iraq, di separazione o no delle carriere dei magistrati e così via, legittimi temi della consueta lotta politica che vede legittimamente affrontarsi e scontrarsi forze e opinioni diverse. Qui si tratta di una degradazione civile che declassa a manfrina di interessi nemmeno di parte, ma personali la legge, che è «uguale per tutti» e fondamento dello Stato e di ogni comunità umana, come sottolineava il cardinale Ratzinger ricevendo la laurea honoris causa in diritto.

È un pervertimento scandaloso, che svilisce lo Stato, la cosa pubblica, la Patria. Spetta agli uomini onesti d’ogni parte ribellarsi a questa indegnità politica, egualmente pericolosa e lesiva per tutti, che disonora l’Italia. Naturalmente qualcuno potrà dire che non è con la morale o col moralismo che si fa politica. È vero, ma non la si fa nemmeno con l’immoralità. Non basta essere onesti per essere buoni politici, ma non basta nemmeno non esserlo. Nessuno auspica al timone del Paese una virtù fanatica e astratta, pericolosa e autoritaria come quella dell’incorruttibile Robespierre. Ma neppure l’opposto è auspicabile.

La politica è l’arte del compromesso, che implica - fino a un certo punto - pure la morale. Ma la dignità o l’indegnità di una politica si misurano sulla qualità e sul grado di tale compromesso. Al di sotto di un certo livello di decenza, la questione non è più solo morale, ma diviene politica, perché mina le istituzioni, l’ordine della società, tutti gli aspetti della vita associata; è una vera e propria sovversione.

Lo sapeva bene Benedetto Croce, così duramente critico di ogni moralismo astratto, quando diceva - contestando il famoso e cinico detto di Enrico IV, secondo il quale Parigi vale una Messa - che una Messa vale più di Parigi, perché è un fatto spirituale e come tale costituisce un nerbo, una sostanza della vita umana, individuale e collettiva. Salvare l’anima non vuol dire essere colombelle pudibonde, ma salvare l’integrità della propria persona; essere liberi cioè forti, anziché eunuchi. Essere succubi della mutilazione subìta dal Paese con l’approvazione di quella legge è un’onta per tutti; gli onesti uomini di destra, cui le sorti dell’Italia stanno certo a cuore non meno che agli onesti uomini di sinistra, non dovrebbero permettere che la destra sia identificata con questo eversivo attentato alla civiltà della nostra Patria comune. Un grande scandalo può certo provocare una crisi salutare: «E’ necessario che avvengano scandali», dice il Vangelo, ma aggiunge: «Guai a quell’uomo per cui avviene lo scandalo».

Come il candidato imparò a vendersi

IDA DOMINIJANNI

«Condurre una campagna elettorale ormai è solo un modo politico per fare della pubblicità»: parola del New York Times, non di oggi ma di un secolo fa. Elezioni americane del 1904, quelle vinte da Theodore Roosvelt, il quale a sua volta, otto anni prima, aveva commentato la vittoria del suo compagno di partito Mc Kinley osservando che era stato «pubblicizzato come un medicinale». Destino e successo del marketing politico erano dunque già scritti ai tempi della belle époque?

Che cosa è cambiato da allora a oggi, lungo il secolo della democrazia di massa, e in che rapporto stanno le vicissitudini di quest'ultima e quelle della comunicazione commerciale? Se lo chiede Ferdinando Fasce nel suo contributo al numero - Fahrenheit America - che la rivista di studi nordamericani Acoma dedica alle elezioni presidenziali e al panorama politico, sociale e culturale in cui esse cadono. La risposta non è facile, scrive Fasce, perché la questione, che pure è considerata centrale da tutti gli osservatori della politica americana (e ormai anche di quella europea e italiana soprattutto), resta ancora «largamente inesplorata» negli Stati uniti stessi. Senza riandare all'epoca del New Deal, quando l'agenzia pubblicitaria Barton tentò invano di combattere il peso dei «discorsi dal caminetto» radiofonici di Franklin Delano Roosevelt con una intensa attività di pubblicità istituzionale per le grandi imprese, o al salto provocato dall'avvento della tv nel fare accettare la comunicazione commerciale in sede politica, bastano gli ultimi decenni a fornire i materiali per una storia della democrazia del marketing politico ormai imprescindibile per chiunque si interroghi sulle della democrazia tout-court.

1960, confronto Nixon-Kennedy: si tocca un punto dinon ritorno nelle strategie comunicative della campagna elettorale. I dibattiti politici risultano già «un esempio clinico di pseudo-evento, di come lo si costruisce, del perché ha successo»; gli spot a pagamento assumono un peso dirimente nella vittoria di Kennedy; e per la prima volta la strategia dello stesso Kennedy, che si serviva non di una ma di due agenzie pubblicitarie, punta non più sulla conquista di un pubblico di massa indifferenziato, ma sulla segmentazione dell'audience politica su base etnica e religiosa. 1968, vittoria di Nixon: per la prima volta compare l'ufficio comunicazione per i rapporti fra la presidenza e i media, e un comunicatore commerciale, H. R. Hadelman, entra nello staff presidenziale; comincia l'epoca dei political consultants e conseguenti campagne negative sull'avversario, polemiche costruite ad personam, chiacchiericci scandalistici montati per condizionare e depistare l'agenda politica. E' certo comunque che dagli anni Venti e soprattutto dagli anni Cinquanta in poi, l'affermarsi di una comunicazione politica «sempre più indirizzata alle viscere dei cittadini-spettatori e sempre più lontana dalle questioni sostanziali della gestione e distribuzione del potere» va di pari passo con la crisi dei partiti di massa e di una sfera pubblica intesa come sede di elaborazione e discussione delle opinioni.

La trasformazione dei cittadini in audience segmentata si completa, negli ultimi trent'anni, con le strategie di targeting non più solo nella «vendita», ma nella stessa definizione della linea politica dei candidati. E infine con la sempre più forte sovrapposizione fra politica e intrattenimento nei talk-show televisivi, frequentati con particolare abilità da Bill Clinton. Conclusione: rivisitato lungo le vicissitudini del secolo, il marketing politico si rivela non solo un'industria potente e pervasiva, ma una vera e propria alternativa, elitaria e manipoatrice, alla democrazia di massa, sì che risulta oggi difficile, se non impossibile, pensare a un rilancio di quest'ultima senza fare i conti con il modo in cui lo sponsorship l'ha ormai contaminata e forse definitivamente snaturata, su una e forse anche su quest'altra sponda dell'Atlantico.Non è questa, del resto, l'unica via attraverso cui gli Stati uniti di oggi ci rimandano la centralità decisiva della dimensione linguistico-comunicativa della politica. Nello stesso numero di Acoma, Marilyn B. Young conduce un'analisi sottile del modo in cui la lingua dell'imperialismo - «immediata, diretta, monosillabica, imperativa»- e la lingua dell'impero -«benevola, materna, polisillabica, condizionale»- si stiano intrecciando nel costruire «la ricreazione nostalgica di un passato angloamericano colonizzatore e guerriero» e nell'imporre «una visione di guerra permanente, perseguita in nome di una pace permanente». Ed è ancora il linguaggio a rivelarsi centrale nella costruzione dello «stile paranoico» che ha antiche radici nella società americana, ma ha peculiarmente caratterizzato il primo mandato di George W. Bush. Ne scrive Bruno Cartosio: costruzione e imitazione speculare del nemico, negazione al nemico medesimo di ogni qualità degna di rispetto, ossessione per il suo sadismo, ritorsione di pari misura, secondo un gioco proiettivo in cui all'altro vengono attribuiti i peggiori aspetti di sé. Un gioco che altro non è se non la storia degli ultimi quattro anni: dalla «confrontation» fra Bush e bin Laden alla costruzione bugiarda delle «prove» contro Saddam Hussein alla specularità degli orrori e delle torture in Iraq.

Nelle elezioni del 2 novembre è in gioco anche e soprattutto questo: non la terapia definitiva, ma quantomeno la cura sintomatica della deriva paranoica della politica e della società americane.

«Sono donne e dovrebbero stare zitte. Sono pacifiste e dovrebbero vergognarsi. Sono vive e avrebbero dovuto tornare solo come salme per una bella cerimonia di unità nazionale, come prova evidente che la guerra di civiltà è scoppiata davvero». Non c'è molto da aggiungere alle parole con cui il direttore dell'Unità Furio Colombo ha commentato domenica il linciaggio a cui Simona Pari e Simona Torretta sono state sottoposte sui giornali della destra (codiuvati, sia pure con toni più moderati, da alcune firme dei grandi giornali indipendenti) per avere osato sostenere, dopo il loro rilascio, che l'invasione dell'Iraq deve cessare, che le truppe willing vanno ritirate, che i sequestratori le hanno trattate con rispetto; per avere osato affermare che vogliono tornare ancora in Iraq; per avere osato ringraziare, oltre al governo, l'opposizione e le manifestazioni pacifiste. Il linciaggio, da cui lo stesso Silvio Berlusconi ha sentito il bisogno di prendere a un certo punto le distanze, ha avuto nei giorni scorsi - e ancora ieri, nell'editoriale del Tempo - toni di una volgarità insopportabile, di quella che di tanto in tanto spunta dalle viscere dell'Italia in transizione e dovrebbe farci interrogare sull'inciviltà che abita le nostre democrazie prima che sullo scontro di civiltà fra Occidente e Islam. Frasi come «se vogliono tornare in Iraq rispediamocele con due calci nel sedere», «la prossima volta si paghino da sole il ricatto», «tacciano e intanto ritiriamogli il passaporto» non depongono a favore né di chi le pronuncia né della sfera pubblica in cui circolano. Sono diventate pronunciabili nella sfera pubblica italiana anche o in primo luogo perché erano indirizzate a due donne? Credo di sì e non lo dico per alimentare il vittimismo femminile ma in senso esattamente contrario: tanta foga si è scatenata proprio perché le due Simone hanno smentito lo stereotipo della donna vittima. Se fossero state vittime e basta, vittime e morte, vittime e perse, vittime e vinte, vittime e piegate, vittime e stuprate, chiunque, compresi i direttori di Libero, del Giornale e della Padania nonché gli zelanti deputati leghisti che ne hanno seguito i suggerimenti, le avrebbero invece piante e compiante, commiserate e santificate. Ma così non è stato. Molti lati restano e resteranno oscuri del loro sequestro e del loro rilascio, motivi e modalità, ma un punto è chiaro ed è che le prime ad aver creato le condizioni per la propria liberazione sono state loro stesse, Simona e Simona: parlando con i sequestratori in una lingua che li ha saputi raggiungere, convincendoli che avevano preso un abbaglio, posizionandosi politicamente laddove stavano e stanno, cioè con e non contro la popolazione irachena. Il primo spazio di trattativa, senza nulla togliere a Berlusconi Frattini e Letta e Scelli, lo devono a se stesse, alla pratica politica che a Baghdad avevano costruito e all'esperienza e alla conoscenza dell'altro che avevano accumulato. Due donne libere, non due donne vittime. Due donne che fanno politica in prima persona, non o non solo due donne posta in gioco della politica istituzionale. Due donne amiche, non due donne in competizione fra loro. E' quanto basta per spiazzare tutti gli stereotipi che mezza Italia del terzo millennio - e non solo, ci si può giurare, il suo lato destro - non solo mantiene nelle sue viscere ma alimenta e rinverdisce.

Si aggiunge a questo la loro resistenza a diventare, come ha osservato Ilvo Diamanti su Repubblica, l'icona vivente dell'unità nazionale sperimentata durante il loro sequestro. Ma qui siamo già nel regno della ragion politica; l'essenziale viene prima, su quel piano prepolitico, o forse postpolitico, su cui tutto l'essenziale della guerra in Iraq si sta giocando mettendo in scacco la ragion politica. Lo spiazzamento dei ruoli sessuali - in questo caso come in altri, compreso quello dolente e di segno opposto delle torturatrici di Abu Ghraib - continua a essere un segmento decisivo di questa guerra, combattuto senza esclusione di colpi.

Le 15 août dernier, une jeune femme de 16 ans a été pendue en haut d'une grue dans une rue de la province de Mazandaran, au nord de l'Iran. Son crime : «Actes incompatibles avec la chasteté». Amnesty International USA, qui rapporte son cas, ne précise pas les conditions de son arrestation. Flagrant délit de prostitution ou acte d'amour avec son petit ami ?

Finalement, cela importe peu. En revanche, il importe de savoir les conditions de son procès et de son exécution. Trop pauvre pour être assistée d'un avocat, Atefeh Rajabi, tel est son nom, s'est défendue seule (en dépit de la loi iranienne qui exige la présence d'un avocat) et avec une audace inouïe qui allait la mener encore plus vite au pied de la grue. Non seulement elle a insulté son juge, le mollah Haji Reza, mais elle a mis en accusation le régime des corrompus et, pour finir, elle a ôté certains de ses vêtements (on ne dit pas lesquels) en pleine cour. Ivre de rage, son juge l'a décrétée folle et, par voie de conséquence, l'a condamnée à la pendaison dans les plus brefs délais. En moins de trois mois, l'affaire fut réglée. Il obtint le double feu vert de la Cour suprême de la République islamique et du ministre de la Justice. Mais sa colère n'était pas encore retombée. Il fallut au juge mettre lui-même la corde autour du cou de Atefeh Rajabi et donner l'ordre de mort.

Enterré le jour même de son exécution, son corps a été déterré par des inconnus et a disparu. Il ne reste donc rien de cette adolescente suppliciée par des barbares au nom de la charia. Rien, sinon son nom qu'il faut ajouter à la longue liste des martyrs des religions totalitaires. C'est peu de chose, je le concède, mais c'est la moindre des choses. Une dernière précision : son compagnon, arrêté en même temps qu'elle, a été condamné à cent coups de fouet. La punition exécutée, il a été relâché. C'est aujourd'hui un homme libre.

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