loader
menu
© 2026 Eddyburg

L'Unità del 5 marzo pubblica in Prima pagina i titoli di alcuni giornali del giorno prima. Il tema era un progetto di viaggio di Silvio Berlusconi a Nassiriya in concomitanza con la serata di chiusura del Festival di Sanremo. Come vedete tre quotidiani hanno raccolto in forma di titolo la notizia e uno, il nostro, ha usato in prima pagina la notizia di quella ipotesi di viaggio («Berlusconi vuole andare a Nassiriya per apparire a Sanremo»). Ma la notizia era già stata oggetto di una interrogazione in Parlamento (del sen. Zanda, Margherita) di innumerevoli spunti, accenni, battute e scherzi sul palcoscenico di Sanremo. E su tale possibile evento, la sera del 3 marzo, vi era stata questa autorevole precisazione di Bruno Vespa: «Se il presidente va a Nassiriya, il collegamento televisivo deve avvenire con Porta a Porta e non con il teatro in cui si svolge il Festival». La parola “autorevole” a proposito di Vespa qui non è usata con ironia ma come sinonimo di “buona fonte”. Vespa ha parlato dell’evento e ha posto una condizione.

Poiché non è tipico neppure per Vespa dettare condizioni a un personaggio scarsamente controllabile come l’attuale presidente del Consiglio, la frase è apparsa un affidabile riferimento a un evento possibile.

Per essere sinceri con i nostri lettori, diciamo subito che non abbiamo atteso le parole di Vespa come una conferma. I titoli di un giornale si fanno molto prima, e noi lo avevamo scritto intorno alle 20.00 di mercoledì. Abbiamo indicato il viaggio come una intenzione («Berlusconi vuole...») non come un annuncio.

Ora ci giungono smentite importanti. Tenete conto della parola, “importanti”. Lo sono per la fonte e per il linguaggio.

Ecco la prima: «Mettere insieme Nassiriya e le canzonette è il peggio che si potesse inventare la sinistra divisa su tutto e unita solo dall’odio e da questa campagna di leggende metropolitane contro il presidente del Consiglio». Firmato Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Ecco la seconda: «I comunisti e i fascisti erano dei dilettanti rispetto alle tecniche di aggressione, di falsità e di odio di cui è capace questa sinistra. Ora basta. Altrimenti il Paese rischia di precipitare in uno scontro dalle conseguenze imprevedibili». Firmato Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia.

Prendiamo atto delle parole dei due statisti e notiamo: primo, il sottosegretario Bonaiuti non aveva mai, prima d’ora, usato un simile linguaggio. È noto come una persona cauta che ha dovuto parare ben altre gaffe e risolvere ben altri problemi del suo assistito.

Chi gli ha dettato la frase - questa volta - sembra mosso da collera, forse perché è stato punto sul vivo. Impossibile non notare qualcosa di atipico rispetto alle dichiarazioni di un abile portavoce: c’è ira, c’è insulto. Ma non c’è smentita.

Secondo. Le parole di Bondi sono tipica reazione caratteriale del personaggio, che richiederebbe la presenza costante di un Crepet, invece distratto dalle canzonette di Porta a Porta . Ma questa volta Bondi aggiunge la minaccia, quasi l’annuncio, di «uno scontro dalle conseguenze imprevedibili».

Chiunque può perdere il controllo e usare frasi pesanti. Ma se è uno che ha in mano il potere, si tratta di un importante notizia politica che passiamo ai notisti e commentatori dei tanti, liberi, giornali antiberlusconiani di cui - come dice il premier - è affollato il Paese.

Terzo. Forse Silvio Berlusconi non andrà mai a Nassiriya. Di certo anche gli eventi accaduti tra Baghdad e Karbal martedì scorso non lo hanno incoraggiato e il nostro presidente del Consiglio finora ha dimostrato molte cose, anche al di là della linea della sua convenienza politica, ma non il coraggio. Se ci andasse, immaginate che lo farà senza adeguata rappresentazione pubblicitaria? Sarà certamente collegato in diretta, sarà certamente protagonista lui e non i soldati che va a visitare, perché questo è il suo tipico, unico “modus operandi”, ed è inimmaginabile, anche per chi lo ama, un Berlusconi che non sia «migliore attore protagonista» di quella continua serata degli Oscar che è la sua vita. Forse gli abbiamo accreditato un gesto che richiede coraggio per essere compiuto, e di questo ci scusiamo. Per questo è criticabile l’evento da noi indicato come un suo progetto. Non nella natura spettacolare. C’è qualcuno in Italia(e ormai possiamo dire nel mondo) che riuscirebbe a immaginare Berlusconi nel comportamento di un normale presidente del Consiglio che non viene dall’unica esperienza e dall’unica fede della televisione?

Quarto. Confermiamo quello che dice, nella prima parte della frase, l’on. Bonaiuti. Fare un unico spettacolo di soldati italiani che rischiano la vita (e molti di essi sono morti) e di canzonette è una cosa indecente. Ma questa cosa indecente avviene in quella parte dell’evento Sanremo detto “dopofestival” .

La sera di mercoledì nello studio di Porta a Porta si è ballato e cantato intorno alla fila di sedie in cui erano seduti alcuni sopravvissuti della strage di Nassiriya.

Con grande dignità un colonnello e due giovani caporali (un uomo e una donna) hanno detto solo poche parole senza dare il minimo segno di partecipazione alla festa, eppure Apicella si era appena esibito - anche con canzoni originali del presidente del Consiglio - intorno a loro. La loro risposta è stata segnata da una evidente tristezza. Ma il tentativo di mischiare soldati italiani che rischiano la vita e canzonette, iniziativa giustamente giudicata “indecente” da Bonaiuti, c’è stato davvero, davanti agli occhi di milioni di spettatori.

Quinto. Ci sono state molte chiacchiere su rapporti e amicizie del nuovo “patron” di Sanremo, sul versante detto “mob” nei film di genere americani. Solo chiacchiere, forse. Ma è di cattivo gusto agganciare carabinieri, alcuni dei quali sono eroi delle missioni a cui hanno preso parte, per esibirli come segno di legalità nello spettacolo di un personaggio molto discusso dalle due parti dell’Oceano.

Come si vede, di indecenza ce ne è molta in questa storia. E non dipende dal mancato viaggio di Berlusconi a Nassiriya. Dipende da alcuni protagonisti della storia. Registrarlo (certo, con rischio, a giudicare dalle parole di Bondi) è dovere di cronaca

Eddyburg ©

L’articolo di Gianni Vattimo “Rifare la DC, capisco. E la sinistra?”, comparso sull’ Unità del 5 marzo 2004 mette sul tappeto un tema centrale dell’attuale strategia nel centro sinistra nel nostro paese, sia in vista sia delle elezioni europee, sia per quel che riguarda una candidatura forte e rappresentativa al governo del paese, da sancire con la vittoria alle prossime elezioni politiche. Indipendentemente dall’ipotesi ammaliante (ma politicamente un tantino sfocata) della ricostituzione di una “nuova DC”, è indubbio che la lista unitaria per le europee che raggruppa DS, Margherita, SDI e Repubblicani “progressisti”, sancisca la nascita di una forza di centro sinistra moderata. Una forza le cui opzioni politiche – benché ancora non chiarite nella loro articolazione programmatica – paiono puntare sulla classica “conquista del centro”, presentando una serie di istanze e proposte che, se certo si differenziano da quelle del Polo delle Libertà, rinunciano, almeno per ora, ad ogni presa di posizione chiaramente progressista su principali temi dell’agenda politica e sociale di questi anni.

Si considerino a tal proposito le prese di posizione del “triciclo” sui seguenti temi: 1) i rapporti tra economia, mercato e regole statuali e sovrastatali relative al governo di tale mercato (significativa ad esempio la sostanziale convergenza delle proposte di legge Fassino e Tremonti, relative alla regolamentazione dei bilanci aziendali, della raccolta del risparmio e del governo del credito); 2) la perdita di potere d’acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti, dovuta anche ad una precisa scelta economica del governo Berlusconi (sintomatica la sostanziale indifferenza della maggioranza diessina e della Margherita verso le recenti le lotte salariali degli autoferrotranvieri); 3) lo smantellamento delle garanzie normative nell’ambito del mercato del lavoro, soprattutto per coloro che sono alla ricerca di una prima occupazione (prevale ancora tra i dirigenti moderati del centro sinistra una visione “darwinista” del mercato del lavoro); 4) la questione della riforma delle pensioni (si consideri ad esempio l’apertura di credito al progetto Maroni-Tremonti, espressa in questi giorni da Rutelli), 5) le linee guida della politica estera italiana (l’astensione sul “pacchetto” legislativo che prolunga la missione militare in Irak sembra essere del tutto organica alle scelte di fondo del “triciclo” in merito alle grandi questioni sul “governo del mondo”).

Ne consegue che, dal punto di vista del programma elettorale della lista moderata dell’Ulivo (di cui è responsabile Giuliano Amato, personaggio che incarna in maniera inquietante taluni aspetti di continuismo con le scelte economiche e sociali del craxismo) non sia stato sino ad oggi formalizzato alcun chiaro impegno sulla necessità di una serie di future iniziative legislative che sanino in modo virtuoso e progressista la sciagurata attività parlamentare del Polo in merito al governo dell’economia, al mercato del lavoro, alla scuola e alla ricerca, alla giustizia, alle riforme istituzionali, all’”aziendalizzazione integrale” della sanità, alla politica estera, al governo del territorio e alla difesa dell’ambiente.

Di questa situazione la “sinistra-sinistra”, come la definisce Vattimo, deve prendere atto con chiarezza e proporsi di costruire una proposta politica alternativa non solo a quelle del governo Berlusconi, ma anche alle scelte politiche oggi in statu nascendi nei settori più moderati della nuova formazione ulivista. E’ chiaro che le cose sono in tal senso rese più difficili dall’abbandono da parte di Sergio Cofferati del suo ruolo di protagonista della scena politica nazionale, abbandono che ha di fatto lasciato privo di leadership quel vasto agglomerato politico che va dai settori dei Democratici di Sinistra meno proni al “dalemismo”, a una vasta area dei lavoratori sindacalizzati, all’arcipelago dei movimenti, all’area del progressismo cattolico non allineato, sino a settori giovanili che sentono gravemente minacciati i loro diritti nel campo del mercato del lavoro, della scolarizzazione e della formazione professionale.

Oggi a rappresentare tale area in modo organizzato vi è solo Rifondazione Comunista, che - nonostante alcuni interessanti mutamenti della propria linea politica intervenuti negli ultimi tempi - rimane una forza a mio avviso insufficientemente attrezzata per rappresentare da sola con nuovo slancio la “sinistra-sinistra”, nella prospettiva di un’azione politica su più livelli volta a condizionare in modo virtuoso la formazione ulivista moderata in vista delle prossime scadenze. Vi è invece bisogno di una più larga intesa a sinistra del “triciclo” finalizzata alla verifica di un comune programma elettorale, al rilancio di iniziative di lotte di massa contro l’attuale governo, soprattutto sulle questioni della perdita del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e della controriforma delle pensioni, e infine al contenimento delle spinte “neoconsociative” che tornano a far capolino soprattutto tra i leader della Margherita e di alcuni settori dei DS.

E’ quindi di cruciale importanza rilanciare scelte politiche che, anche a livello organizzativo, puntino alla creazione di un “altra gamba” dello schieramento progressista, capace di confrontarsi efficacemente con la componente moderata, e ne condizioni con spirito unitario le scelte programmatiche e la definizione delle issues di governo. Tale nuovo slancio politico della “sinistra-sinistra” non può aver sostanziarsi solo in ambiti angustamente partitici (Rifondazione Comunista, il “correntone” diessino, i Verdi, il rassemblement Di Pietro-Occhetto), ne guardare con rassegnazione alla grave perdita propulsiva delle iniziative “movimentiste”, ma deve sforzarsi una volta ancora – come nella grande tradizione storica della sinistra europea – di costruire alcune linee guida che tengano unite entrambe le realtà, articolazioni partitiche e movimenti, e dia nuovo impulso all’ iniziativa politica della sinistra, bruscamente inceppatasi dopo la straordinaria prova di “energia sociale” culminata nella grande manifestazione indetta lo scorso anno dalla CGIL a Roma.

Solo così sarà possibile condizionare l’attività dell’ala moderata dell’Ulivo e far si che essa venga realmente a patti con la componente di sinistra dello schieramento progressista per candidarsi al governo del paese, rinunciando ad ogni integralismo “neodirigista” e a nuove iniziative che - sfruttando impropriamente il termine “bipartisan” – inaugurino una stagione prelettorale di compromesssi con il Polo e di forsennata (e perdente ) “corsa al centro”.

Come dimostrano le vicende delle tre elezioni politiche svoltesi con il nuovo sistema maggioritario, per essere vincente lo schieramento progressista deve reggersi per l'appunto su due “gambe” – una riformista moderata, una di sinistra – alleate e tra loro in rapporti di forza non eccessivamente sbilanciati. Nel 1994 nell’Ulivo mancava di un settore moderato, e andò incontro ad una secca sconfitta; nel 2001 si presentò agli elettori senza alcun accordo con Rifondazione Comunista, ripropose l’esperienza di governo moderato-consociativa del tandem D’Alema/Amato. e perse nuovamente. Vinse invece nel 1996 quando riuscì a far convivere dialetticamente - pur fra mille difficoltà - le “due gambe” del proprio “corpo sociale”.Oggi il problema si ripresenta in una prospettiva gravemente sbilanciata: l’opposizione progressista moderata si è organizzata, mentre la componente di sinistra della coalizione appare dispersa e confusa. E’ tempo invece di trovare nuovo slancio e di porre sul tappeto - con il giusto melange di unitarietà e di conflittualità “virtuosa” – istanze programmatiche e scelte politiche di “sinistra-sinistra”, che non rifiutino la radicalità quando essa sia politicamente necessaria, e persegua con spirito unitario una scelta politica di alto profilo, che contrasti ogni “riformismo” a senso unico e ogni integralismo economicistico. Un Ulivo che cammini solo con la “gamba moderata” sarà certamente votato ad un’altra sconfitta - elettorale, politica e culturale - a tutto vantaggio della destra oggi al governo.

«Luciano Liboni non è la belva che è stata descritta». Nella cappella del cimitero di Montefalco, dove ieri si sono svolti i funerali, è toccato a don Angelo Nizzi, parroco di Trevi, chiedere che si metta la parola fine al passato violento del Lupo. «E' giusto difendere la sua dignità di uomo - ha aggiunto il sacerdote - perché è una creatura di Dio e un uomo che Dio stesso ha voluto». Sono parole che riportano la vita di Liboni dentro i confini dell'umanità, dopo che è stato descritto come pericolo pubblico numero uno, marginale bandito e criminale, malato allo stato terminale, oltre che assassino efferato. La pietas cristiana spinge il sacerdote a parlare di «una montatura» orchestrata ai danni di un uomo che ha visto in faccia il Male e si è lasciato travolgere rovinosamente.

Le spoglie di Liboni arrivano a bordo di un carro funebre al cimitero comunale di Montefalco intorno alle 17,30. A bordo c'è una corona di fiori composta da crisantemi gialli e da gigli, oltre ad un mazzo di rose rosse dei familiari. Ad attendere il feretro nella cappella la madre Giuliana, le sorelle Tiziana e Giovanna e il fratello Giancarlo con la moglie. «Sono dispiaciuto, mortificato per tutto il sangue innocente che è stato versato», fa sapere Giancarlo attraverso il suo legale, Cristina Vinci. «Non ha mai ucciso nessuno, non capisco perché l'ha fatto ora». Un rapporto tormentato, il loro. Sembra infatti che non si parlassero dal 2000 a causa di un violento litigio avvenuto nel carcere di Spoleto durante il quale Giancarlo si era rifiutato di continuare a pagare le spese processuali di Luciano. La distanza tra i due fratelli si allargò a dismisura proprio in quel momento. Giancarlo lo denunciò per minacce e lesioni e non ci fu modo per giungere ad un accomodamento. I due fratelli si sarebbero ritrovati davanti ad un tribunale nel prossimo gennaio.

Al dolore, e all'incredulità della famiglia per un destino maledetto che appariva segnato sin dai primi anni dell'adolescenza di Liboni, partecipa anche un'ottantina di persone che hanno attraversato nel bene e nel male i suoi 47 anni, ad un tempo brutali e lancinanti. Qualcuno di loro prova a ricordarlo, il Lupo. Ricordi che si perdono negli anni, ma tutti concordi nel dire che Luciano ha sbagliato e che il delitto del carabiniere Alessandro Giorgioni rimane ingiustificabile. «Era un uomo come tanti altri - afferma un conoscente - è sempre stato sfortunato che non ha saputo scegliere la strada giusta».

Dice la sua anche Fausto Gentile, il benzinaio di Todi ferito due anni fa da Liboni con un colpo di pistola alla testa: «No, non riesco a dimenticare il male che mi ha fatto - dice -. Presto mi recherò sulla sua tomba per rendermi veramente conto che è tutto finito». Al funerale partecipa simbolicamente anche un sedicente «Comitato anarchico toscano Freccia rosso-nera» che ha affidato un messaggio ad Indymedia: «Liboni è uno degli eroi sacrificati dallo Stato giustizialista che riduce a morte i ribelli».

Nel frattempo, proprio accanto alla porta d'entrata della cappella, qualcuno ha deposto una piantina di fiori gialli con un fiocco viola e un biglietto con la scritta a stampatello: «Per Liboni con sentite condoglianze da Stefania e figli». Una leggera pioggia cade su un nutrito gruppo di giornalisti, con fotografi e teleoperatori al seguito, assiepato dietro le transenne disposte dal sindaco Valentino Valentini. Dall'interno si sente un urlo: «Andate via, vi avevo detto di non venire, lasciate in pace quest'uomo. Siete dei delinquenti». E' Giovanna, la sorella del Lupo, che maledice a perdifiato.

Quando critichi questa manovrina-stangatina che nel 2005 dovrà inevitabilmente trasformarsi in una manovrona-stangatona, ti senti obiettare: c´era forse una soluzione alternativa? Siete in grado di proporla? Coraggio, fuori la proposta.

In realtà sì, c´era una soluzione alternativa; c´erano molte soluzioni alternative, ma c´era soprattutto una premessa alternativa: non bisognava arrivare a questo punto, non bisognava imboccare tre anni fa questa politica economica e finanziaria dissennata, fondata su presupposti miracolistici inesistenti e ingannevoli. Se una persona è debole di cuore o di polmoni e se la si cura per tre anni con salassi e fanghi caldi riducendola uno straccio, è poi difficile rimetterla in piedi dallo stato di prostrazione in cui è precipitata. Il medico ha sbagliato fin dall´ inizio e invece di guarirlo rischia di ammazzare il suo paziente.

La cura Tremonti è stata esattamente questo: quando l´esperto fiscalista fu insediato sulla poltrona di Quintino Sella, la finanza e l´economia italiane erano state da poco dimesse dall´ospedale. Erano tornate in buona forma e facevano rispettabile figura tra i dodici paesi dell´euro e tra quelli del Gruppo dei Sette. La finanza pubblica era tornata solida, la cura Ciampi aveva risanato il bilancio, le partite correnti registravano un consistente attivo.

L´altissimo debito pubblico ereditato dalla gestione del decennio Forlani-Cossiga-Spadolini-Craxi-Andreotti era stato fermato ed era cominciata una virtuosa tendenza discendente. Inflazione e tassi d´interesse erano tornati alla normalità. La lira infine era stata convertita nella moneta europea comune. A questo punto, per legittima volontà del popolo sovrano, la barra del timone cambiò mano e passò all´accoppiata Berlusconi-Tremonti. Cominciò una fase radicalmente nuova. L´economia italiana e i suoi operatori, risparmiatori, contribuenti, furono lusingati e indotti a comportarsi sconsideratamente: la pace sociale fu stracciata, la concertazione abolita e relegata tra i ferri vecchi, il sindacato umiliato e incattivito. L´asse della politica economica fu spostato di 180 gradi, l´opera di risanamento abbandonata.

La conseguenza fu che le entrate rallentarono il passo, il fabbisogno si accrebbe e con esso aumentò il livello del debito pubblico. Ma poiché l´impegno era stato quello di arrivare ad una generale e radicale diminuzione della pressione fiscale, cominciando soprattutto a liberare gli spiriti animali dei ceti più ricchi, si ebbe come conseguenza che il finanziamento del fabbisogno di cassa e del disavanzo di competenza furono affidati ai condoni, alle vendite dei cespiti di patrimonio, alle anticipazioni bancarie sulle entrate future. In tempi di vacche magre ed anzi magrissime si scommise sul futuro facendo apparire un presente roseo che in realtà aveva colori di tutt´altra natura.

Perciò la domanda: esiste una alternativa alla stangata di oggi, è mal posta. La risposta è l´antico monito che s´impartisce a chi è stato bocciato agli esami: «Oportebat studuisse», bisognava aver studiato.

* * *

Allo stato in cui è arrivata la finanza italiana, con un rapporto deficit/Pil ormai oltre la soglia del 3 per cento, valutato al 3.5 dalle maggiori istituzioni di analisi internazionali e addirittura oltre il 4 nell´anno venturo, è evidente che una manovra sulla spesa e sulle entrate fosse indispensabile.

L´assurdo consiste nel fatto che ancora nel maggio scorso il "premier" negò perfino l´ipotesi di una qualsiasi operazione di bilancio e il suo ministro dell´Economia fu del medesimo avviso. Va bene che gli italiani sono scordarelli, ma c´è un limite. La frase «i nostri conti vanno benissimo» è stata detta addirittura da Berlusconi e dal suo "doppio" Tremonti ancora nel giugno e ancora la sera prima che il ministro dell´Economia si dimettesse.

Quando il nostro "premier" divenuto anche ministro interinale dell´economia è tornato dalla riunione dell´Ecofin di lunedì scorso, sembrò - stando ai resoconti televisivi della Rai e di Mediaset - che tornasse vincitor come il Radames dell´Aida. Marcia trionfale. Accordo completo a Bruxelles. Conti in perfetta regola come avevano sempre predicato e conclamato i Tremonti, i Bondi, i Cicchitto, gli Schifani.

Ma che cosa in realtà era accaduto all´Ecofin e che cosa è stato formalizzato venerdì dal Consiglio dei ministri? Era accaduto che il premier aveva assunto l´impegno in una assise internazionali a realizzare entro dieci giorni una manovra da 7,5 miliardi di tagli di spesa e di aumento di entrate. E questo è stato formalizzato nel decreto di venerdì. Dunque era completamente falso che i nostri conti andassero bene. I conti andavano male anzi malissimo e continuano ad andar male anzi malissimo anche dopo la manovra realizzata in modo insufficiente e sbagliato.

Il benestare dell´Ecofin non entra nel merito ed è motivato semplicemente dal fatto che in ogni caso abbiamo per ora evitato di superare la soglia del 3 per cento.

L´abbiamo evitato attraverso provvedimenti depressivi che frustano un cavallo anemico per indurlo a correre come fosse il destriero di Orlando. Ma non è il destriero di Orlando, è un ronzino sfiatato che avrebbe avuto bisogno di ben altre cure e questa è l´amara verità che tuttora continua a non venir detta al paese da quel raggruppamento politico che, come ha detto salacemente il governatore del Lazio Storace, si è trasformato in un «Casino delle libertà».

* * *

Sono stati tagliati 1 miliardo e 250 milioni di euro di incentivi alle imprese. L´80 per cento di questo taglio riguarda imprese operanti nel Mezzogiorno. Ma quel che è peggio non è soltanto il taglio alla legge 488 e ad altre provvidenze incentivanti, ma il blocco imposto alle erogazioni del ministero delle Attività produttive. Doveva erogare 1 miliardo e 750 milioni ma ora tutto dovrà slittare al 2005 insieme ai bandi di concorso delle imprese e a 45 mila posti di lavoro previsti. Le regioni più colpite sono Campania, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia.

Un altro dei capitoli della manovra è l´aumento delle imposte su assicurazioni, banche, fondazioni, per 1300 milioni di euro che si riverseranno inevitabilmente sui costi dei servizi (polizze, interessi sui prestiti, etc.).

Infine i 2 miliardi di euro che dovranno venire anche da vendite di immobili dello Stato riaffittati dallo Stato stesso costituiscono un´operazione basata anch´essa su un´assurdità. Si aggravano le spese correnti per pagare i canoni di affitto e le si alleggeriscono vendendo cespiti patrimoniali. Con un debito pubblico ai livelli enormi che conosciamo le vendite di cespiti patrimoniali dovrebbero essere mirate a ridurre lo stock del debito e non le spese correnti. Risulta francamente incomprensibile l´adozione di un criterio di questo genere.

Ciò che tuttavia non è stato chiarito al pubblico consiste nel fatto che le misure strutturali contenute nella manovra riguardano il secondo semestre 2004. Taglio di spese e aumento di imposte si ripeteranno inevitabilmente raddoppiate nel 2005 mentre la parte non strutturale della manovra (vendite di cespiti patrimoniali e rinvio nelle erogazioni dei ministeri) dovranno essere rimpiazzate con altri tagli e altre imposte.

Domenica scorsa scrissi che per mantenere nel 2005 il rapporto deficit-Pil entro la soglia del 3 per cento sarebbe stata necessaria un´altra manovra da due punti di Pil. Quella attuale è di un punto scarso e depurata dai 2 miliardi di una tantum scende a mezzo punto. Ci attende dunque nel 2005 un´altra stangata di oltre 20 miliardi di euro. Ecco i primi esiti d´una gestione che ci ha portato sull´orlo del disastro finanziario.

* * *

C´era, sì, l´alternativa ed era quella di adottare fin dall´inizio misure di sostegno dei redditi familiari e di incentivare i crediti al consumo e alle imprese. Era il solo modo per rilanciare la domanda in una fase congiunturale depressa, migliorando per questa via sia la dinamica del Pil sia, di conseguenza, il rapporto deficit-Pil.

Questa strada non è preclusa anche se il ritardo nell´imboccarla dopo tre anni di dilapidazione delle risorse la rende oggettivamente più difficile.

L´idea di un fondo rotativo finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti è positiva se verrà adottata rapidamente e affidata alla gestione del sistema bancario, senza peraltro che ciò giustifichi ulteriori tagli agli incentivi a fondo perduto.

Non ci sono scorciatoie in politica economica, né miracoli. Sono tre anni che ripetiamo questi suggerimenti di buona amministrazione. Quello che manca oggi non sono le idee né gli esempi. Mancano nella gestione delle pubbliche finanze persone come Ciampi, Andreatta, Visco. Si vede. Eccome se si vede

Ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all´occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica.

(da "La prima indagine di Montalbano" di Andrea Camilleri ? Mondadori editore, 2004 ? pag. 126)

La citazione riportata qui sopra, tratta dall´ultimo romanzo di Camilleri, si può ben applicare anche alle donne, a certe donne, come il presidente della Rai Lucia Annunziata. Chiamata a svolgere un ruolo di garanzia in nome di un´improbabile formula del "quattro + uno", è riuscita finora a districarsi dalle trappole di un Consiglio di amministrazione ostile senza cadere prigioniera o rimanere ostaggio della maggioranza. Quale che sia l´esito di questa vicenda, Lucia Annunziata ha fatto onore al suo impegno e a quello di tutte le donne che, a volte anche più e meglio degli uomini, di certi uomini, sanno assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.

Non possiamo invece dire altrettanto per i "quattro consiglieri dell´Apocalisse" nominati al vertice della Rai né tantomeno per un direttore generale che passerà alla storia ? si fa per dire ? come il commissario liquidatore del servizio pubblico. Con l´ultimo (in ordine di tempo) incidente a "Porta a porta", la gestione Vespa-Cattaneo ha toccato ormai il fondo. E come spesso accade in questi casi, l´eccesso di partigianeria e di servilismo non ha giovato alla fine neppure al beneficiario, se è vero che mercoledì scorso l´esibizione del presidente del Consiglio, il suo ennesimo one man show, ha fatto crollare gli ascolti al 17 per cento.

In questa occasione il conduttore della trasmissione ha sbagliato tre volte. Ha sbagliato innanzitutto sul piano giornalistico andando fuori tema con le divagazioni sulle cosiddette "grandi opere", all´indomani della battaglia di Nassiriya e mentre infuriavano le polemiche sul prolungamento della missione italiana in Iraq. Ha sbagliato sul piano professionale eliminando di fatto il dibattito e rinunciando lui stesso a qualsiasi contraddittorio. Ma ancor più ha sbagliato sul piano istituzionale replicando alle legittime critiche di Claudio Petruccioli, presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza, fino a parlare di "aggressione ignobile" e di "squallida iniziativa elettorale".

Quest´ultimo, fra i tre, è senz´altro l´errore più grave e intollerabile. La Vigilanza è un organismo di garanzia, composto da rappresentanti dei due rami del Parlamento, affidato perciò alla guida di un esponente dell´opposizione, come la Commissione di controllo sui servizi segreti. Giuste o sbagliate che fossero nel merito le censure di Petruccioli, e a nostro parere erano più che giuste, un dipendente dell´ente pubblico televisivo non può ribellarsi impunemente all´autorità che per legge ha il dovere di sorvegliare sul funzionamento del servizio medesimo.

Bruno Vespa, come qualunque giornalista della Rai, ha certamente tutto il diritto di difendere il proprio lavoro. Ma ha facoltà di farlo nelle sedi opportune, all´interno o all´esterno dell´azienda, e soprattutto nei modi appropriati. Offendere in questo modo il presidente Petruccioli significa offendere l´intera Commissione e l´intero Parlamento che l´ha eletta.

Non sorprende più di tanto che il direttore generale della Rai - per coprire in realtà il flop televisivo di "Porta a porta" - si sia affrettato a esprimere la propria solidarietà a Vespa, mettendosi così anche lui in una posizione oggettivamente eversiva rispetto alla Vigilanza parlamentare. Né che il giorno dopo abbia fatto altrettanto il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, artefice di quella "legge di sistema" sulla tv che tende a sistemare in primo luogo gli affari del presidente del Consiglio. Quanto alle reazioni di Forza Italia che ha chiesto addirittura le dimissioni di Petruccioli, evidentemente il partito-azienda non perde occasione per dimostrare di essere una filiale politica di Mediaset, un´agenzia che cura e amministra gli interessi privati del suo leader.

Eppure, proprio alla vigilia dell´ultimo soliloquio di Berlusconi sulla rete ammiraglia della tv pubblica, il centrosinistra era riuscito in Commissione di Vigilanza a far approvare un nuovo regolamento sulla par condicio in campagna elettorale, con il voto determinante dell´Udc di Casini e Follini. È un richiamo per l´attuale gestione della Rai, faziosa e cortigiana. Ma è anche un segnale, un avvertimento per la maggioranza di centrodestra.

Mezza Italia s´è già ribellata mercoledì scorso a questo malcostume televisivo e politico, disertando "Porta a porta", bocciando una trasmissione a senso unico, rifiutando il duetto tra il suo conduttore e il suo ospite d´onore. Adesso, se in campagna elettorale le disposizioni della Vigilanza non saranno rigorosamente rispettate, agli esponenti dell´opposizione non resterà che boicottare il salotto televisivo di Vespa: anzi, Fassino, Rutelli e magari Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio, forse farebbero bene ad annunciare che in questo caso non parteciperanno più ai programmi della Rai. E gli elettori del centrosinistra, defraudati di un loro diritto fondamentale al pluralismo dell´informazione e al confronto delle opinioni, potranno anche disdire in massa il canone d´abbonamento a un servizio pubblico che vìola il contratto con lo Stato e con ciascun cittadino telespettatore.

* * *

Tra i libri sui mass media che arrivano a questa rubrica, ne voglio segnalare qui uno scritto in forma di romanzo. S´intitola "Elen nella tempesta", autore Enzo Mangia, edito da Guida. Si tratta in realtà di un pamphlet sul dopo-Tangentopoli che cerca di risalire alle "fonti del terrorismo in Italia", come recita il sottotitolo.

È un dialogo fra due giornalisti, il moderato Victor e la rivoluzionaria Elen, impegnati in un confronto sulle ragioni della "democrazia malata". L´impianto narrativo non toglie forza all´indignazione civile. E alla fine, un´ampia rassegna di citazioni giornalistiche e satiriche completa la lettura.

Adriano Olivetti è stato un appassionato editore. Quella di disegnare riviste e progettare libri era un’attività che si armonizzava con i suoi interessi in campo industriale, politico, estetico, associativo. Il suo bisogno di diffondere idee e programmi si concretava, spesso, nella nascita di un periodico o di una collana editoriale: non è esagerato sostenere che il suo fervore inventivo si manifestasse, di pari passo, in fabbrica e in tipografia.

Già all’inizio del 1937, poco prima di assumere la presidenza della società d’Ivrea, l’ingegnere Adriano licenziava le bozze di stampa del primo numero della rivista Tecnica e organizzazione. Temi importanti del periodico erano l’analisi della struttura organizzativa delle imprese, lo studio dei perfezionamenti tecnico-produttivi, l’assistenza sociale, l’architettura industriale, l’istruzione professionale. Si delineava già quell’insieme di interessi culturali che avrebbe richiamato l’attenzione dell’imprenditore nei decenni successivi.

E’ del marzo 1946, dopo una gestione iniziata nei mesi della Liberazione, la nascita di Comunità, la rivista in cui le questioni che appassionavano l’imprenditore si sarebbero articolate in un ampio ventaglio interdisciplinare. L’elenco delle rubriche di cui si componeva questo quadrimestrale - politica, economia, urbanistica, architettura, filosofia, narrativa, poesia, arti figurative, cinema - può dare il senso della ricchezza del progetto. Esso era tenuto insieme da un’ispirazione di base, che andava precisandosi nelle opere dello stesso Adriano Olivetti: L’ordine politico delle comunità, che è del 1947, e Società, Stato, Comunità, uscito cinque anni più tardi. Ciò che l’industriale di Ivrea aveva in mente era una politica d’un timbro particolare, che non si riconosceva nei partiti tradizionali e tendeva a collegarsi con i movimenti d’opinione e le realtà associative locali. Al fondo delle sue concezioni, e del Movimento da lui creato, c’era la Comunità come cellula primaria dell’organizzazioine statuale. Essa - per dirlo con Geno Pampaloni, che fu per oltre un decennio un intellettuale «organico» dell’olivettismo - era «l’espressione compiuta del radicamento dell’uomo al paesaggio e al tema della sua vita». Questa ideologia, pur presente, non faceva di Comunità in quanto rivista un veicolo di tesi esclusive, ma piuttosto un punto d’incontro di varie istanzi civili: laiche, cattoliche, socialiste.

Ad animare questo concerto di voci contribuivano da un lato il fascino personale del fondatore, dall’altro la qualità dei collaboratori a lui subentrati nella direzione o nella cura del periodico: da Giorgio Soavi a Renzo Zorzi, un veneto taciturno e pacato, colto e tenace, che l’avrebbe diretto per molti anni anche dopo la morte di Olivetti. La redazione era composta da Pier Carlo Santini, Egidio Bonfante - scomparso appena la settimana scorsa - e L. Di Malta; e i collaboratori andavano da Franco Ferrarotti a Paolo Portoghesi, da Norberto Bobbio a J. K. Galbraith, da Jurgen Habermas a Isaak Singer. L’attenzione all’aspetto grafico della rivista s’accordava con quel nitore estetico che distingueva la "comunicazione" olivettiana, sia nel campo progettuale (il design) che in quello pubblicitario.

Di lì a poco, Comunità diventa una casa editrice. Anche qui, la gestazione è stata lunga e graduale. Fin dal 1943, l’imprenditore canavesano ha dato vita alle Nuove Edizione di Ivrea, un marchio di breve durata che riesce però ad assicurarsi i diritti di importanti testi stranieri. Ora, in vista delle edizioni di Comunità, Olivetti fa ricorso a una suggestiva trama d’ingegni: da Bobi Bazlen a Ernesto Bonaiuti, da Alberto Carocci a Leonardo Sinisgalli, a quel Luciano Foà che vent’anni più tardi fonderà la Adelphi.

Ai testi di urbanistica, di sociologia politica, di filosofia aziendale cominciarono ad affiancarsi, nel catalogo, le opere di spiriti religiosi come Soren Kierkegaard, Simone Weil, Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, Martin Buber, Nicolaj Berdiaev. Un apostolo terzomondista come Albert Schweitzer s’inseriva in questo quadro accanto a un pioniere industriale del rango di Frederik Winslow Taylor, a un urbanista come Lewis Mumford, a uno scienziato della politica come Giuseppe Maranini.

Direttore, nel ‘37, del piano regolatore della Val d’Aosta, Adriano Olivetti entrò nel consiglio direttivo dell’Istituto Nazionale di Urbanistica fino a diventarne, nel ‘50, presidente. Ma già da un anno aveva assunto la direzione della rivista dell’Istituto, intitolata appunto Urbanistica. Questa parola e questa disciplina erano intese - citiamo sue parole - a «colmare il "distacco" tra la cultura e lo Stato, tra Paese e Governo». «Cultura e Paese - egli sosteneva - reclamano la fine del disordine, la protezione della salute e dell’incolumità personale, l’eliminazione degli sprechi e dei rumori, il pieno impiego, l’unità armonica della vita».

Intorno alla capofila -perché tale restava Comunità - si andò presto formando una costellazione di periodici delle più varie specializzazioni, dalla Rivista di filosofia, diretta da Norberto Bobbio e poi passata editorialmente alla Einaudi, a Metron Architettura, da Architettura-cronache e storia fino a Selearte, l’agile rivista di informazione artistica diretta a Firenze da Carlo Ludovico Ragghianti. Nel 1955, finanziato da Olivetti, esordiva L’Espresso, frutto di una lunga riflessione: inizialmente, l’ingegnere Adriano, d’accordo con Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari, pensava a un quotidiano, sorretto dall’alleanza di varie "firme" industriali, ma poi si scelse la periodicità settimanale, economicamente meno impegnativa. Nei tardi anni Cinquanta, Olivetti chiese a Carlo Caracciolo - che dell’Espresso possedeva una piccola quota - di subentrargli nel controllo del settimanale (oltre che della maggiore fra le testate di architettura nate intorno al movimento di Comunità). L’industriale di Ivrea fu dunque il creatore di un gruppo editoriale che si sarebbe, col tempo, ramificato e consolidato.

In un campo assai diverso anche il mensile meridionalista Nord e Sud, diretto da Francesco Compagna, s’era giovato, nascendo a Napoli nel 1954, dell’appoggio finanziario erogato, in varie forme, dalla Olivetti e dal suo capo. A me, proveniente da quella esperienza napoletana, toccò di partecipare, fra il ‘57 e il ‘58, a una delle ultime iniziative editoriali olivettiane: un settimanale, con redazione a Torino, intitolato La via del Piemonte: regione, quest’ultima, nella quale l’ingegnere di Ivrea si presentava candidato al Parlamento (venne eletto, e più tardi gli subentrò, nel seggio, Franco Ferrarotti). Ma, in corrispondenza con lo spirito insieme ideale e pragmatico del suo fondatore e patron, la prospettiva elettorale non esauriva gli interessi del settimanale diretto da Geno Pampaloni. Ricordo, in redazione, Giovanni Giudici, Stefano Petrovich, Giulio Crosti, Carla Perotti, e fra i collaboratori Carlo Fruttero, Luigi Carluccio, Massimo Fichera, Antonio Spinosa, Valerio Castronovo: una piccola rappresentanza di coloro che Adriano Olivetti associò, lungo i decenni, alla sua multiforme avventura, all’interno della quale l’editoria assunse uno spazio privilegiato.

Una lista delle persone che egli chiamava intorno a sé, coinvolgendoli nei suoi progetti, rischia di diventare interminabile o lacunosa, fra letterati, urbanisti, architetti, grafici, designer, esperti di edilizia popolare, giornalisti, analisti della politica, studiosi di problemi meridionali (e qui torna alla memoria Riccardo Musatti, autore di un saggio pieno di intuizioni e speranze, La via del Sud, e poi direttore dell’ufficio pubblicità e stampa della Olivetti). Sull’affluenza degli intellettuali in azienda, sotto Adriano, si è fatta molta letteratura. Non apparirà comunque retorica l’etichetta di «ex olivettiani», di «adrianèi» della quale tanti si sono fregiati o a volte ancora si fregiano, riconoscendosi fra loro. In nome di una remota, contagiosa utopia.

L’effetto petrolio sui sogni del Cavaliere

Eugenio Scalfari

Si riteneva fino a poco fa da parte dei maggiori centri mondiali di analisi economica che la ripresa congiunturale Usa avrebbe continuato a tirare energicamente per tutto l´ultimo quadrimestre dell´anno. Reddito nazionale, domanda interna, esportazioni, creazione di nuovi posti di lavoro, plusvalenze provenienti da una Borsa in rialzo, tassi d´interesse in moderato e già metabolizzato aumento: queste le formidabili forze che avrebbero trainato l´economia mondiale definitivamente fuori dal pantano in cui era caduta subito dopo lo sgonfiamento della bolla speculativa del 2000 e le successive drammatiche vicende del 2001. E se qualche vagone o vagoncino non avesse potuto agganciarsi al grande treno in corsa, pazienza: dopo la lunga stagnazione, un capitalismo risanato avrebbe dimostrato la perenne validità del libero mercato e della sua capacità di diffondere insieme benessere e libertà.

Ma per qualche ragione ancora non interamente chiara ma già individuabile nelle sue grandi linee, qualche elemento essenziale del quadro sta marciando storto, qualche meccanismo dev´essersi inceppato. Quasi di sorpresa infatti l´andamento dei consumi Usa ha rallentato e così pure la produzione industriale e la creazione di nuovi posti di lavoro. La Borsa ha invertito la tendenza specie nei settori di alta tecnologia e in quelli manifatturieri.

Intanto il prezzo del petrolio continua a salire e forse è proprio questo l´elemento determinante di quest´inattesa frenata. Se non invertirà rapidamente la tendenza al rialzo ci troveremo in mezzo ad una vera e propria crisi petrolifera capace di modificare profondamente tutte le previsioni fin qui formulate sull´andamento dell´inflazione, dei tassi d´interesse, del finanziamento dei disavanzi, del commercio internazionale.

Mai come in questo momento l´incertezza è dunque al culmine e i mercati sono privi di orientamento. In realtà nessuno aveva immaginato una situazione del genere anche se non mancavano i segnali per avvistarne la gravità.

***

I prezzi del greggio sono ininterrottamente al rialzo da cinque anni. Dai 18 dollari al barile del maggio ´99 per il petrolio quotato sui mercati di New York e di Londra, siamo arrivati nell´agosto 2004 a 44 dollari (41 per il Brent quotato a Londra). L´aumento medio è stato cioè del 60 per cento.

Se si considerano i dodici mesi che vanno dalla fine della guerra in Iraq al giugno 2004, l´andamento del greggio registra un rialzo da 28 a 39 dollari per barile.

Ciò avviene in una fase in cui dal punto di vista congiunturale la tensione della domanda e la disponibilità dell´offerta avrebbero dovuto generare un virtuoso equilibrio intorno al prezzo di 22-24 dollari al barile. Siamo invece ad uno sballo esattamente del doppio che non accenna a diminuire.

Diventa sempre più chiaro dunque che a cause congiunturali si sono sovrapposti mutamenti strutturali sia nella domanda che nell´offerta. La prima è strutturalmente aumentata a causa dell´irrompere dell´Asia (e della Cina in particolare) sul mercato petrolifero e carbonifero. La seconda è strutturalmente diminuita a causa dell´arresto degli investimenti nella ricerca petrolifera e nelle nuove fonti d´energia diverse dal petrolio. La documentazione di questi mutamenti profondi è stata analizzata in questi ultimi mesi da numerosi interventi sulle riviste specializzate del settore (tra i quali segnalo un recente saggio di Alberto Clò) e dai giornali economici più attenti ( Wall Street Journal, Financial Times, Economist).

Sperare che basterebbe un po´ più di buona volontà da parte dei produttori Opec, un rapido ritorno sul mercato del petrolio iracheno, del gas russo, del greggio venezuelano nonché l´utilizzo calmieratore delle riserve Usa, è pura illusione.

La crisi petrolifera è ormai un dato di fatto. Gli effetti possono essere molto pesanti sui mercati globali e in particolare sulle economie degli Stati Uniti e di Eurolandia nonché su quelle dei paesi emergenti non petroliferi.

***

Si comprende meglio in questo contesto quale sia stato il drammatico errore compiuto dal governo italiano nel triennio 2001-2004 durante la gestione Berlusconi-Tremonti della politica economica: per tener fede all´impegno elettorale di «non prender denaro dalle tasche degli italiani» ci si è affidati ai condoni e alla finanza creativa puntando tutte le carte sulla ripresa internazionale.

Gli effetti nefasti di questa politica sono stati quelli di distruggere l´avanzo primario delle partite correnti, di interrompere la diminuzione del debito pubblico, di diminuire le entrate tributarie e di far correre più velocemente il fabbisogno e il rapporto deficit/Pil.

Questa politica è arrivata ai piedi di un invalicabile muro e Tremonti ne ha fatto le spese. Per la stessa ragione il Berlusconi di agosto ha cambiato politica: ora ha bisogno come dell´aria che respira dell´appoggio del sistema bancario, della Confindustria, della Banca d´Italia, dei poteri forti o almeno di quello che ne è rimasto. Farà concessioni, farà promesse.

Circola voce che voglia vendere le sue televisioni a operatori «nazionali». Forse è soltanto un´esca, un modo per distribuire qualche "per cento", un osso da dare ai cani che minacciano di mordergli i polpacci alla ripresa di settembre. Vedremo.

Ai sindacati promette una sorta di scala mobile costruita su misura dei pensionati. Non è farina del suo sacco perché sono anni che i sindacati confederali, le associazioni dei consumatori e i partiti d´opposizione chiedono parametri specifici per le classi di reddito più deboli, non solo pensionati ma tutti i lavoratori e i contribuenti sotto ai 20 mila euro di reddito annuo e, insieme a questo, un sistema di ammortizzatori sociali che dia protezione al lavoro flessibile e la fiscalizzazione degli oneri sociali.

Si parla tanto di riformismo forte. Eccone alcuni esempi. Quanto costerebbe un progetto di riforma fondato su questi elementi? Non si è lontani dal vero azzardando la cifra di 20-25 miliardi, più o meno quanto il costo del tanto strombazzato taglio dell´Irpef ma molto più produttivo ai fini del rilancio dell´economia, dell´industria, dei consumi, dell´occupazione e del potere d´acquisto.

Questo mi sembra il tipo di programma operativo che il centrosinistra dovrebbe far proprio e che del resto è già nella sua linea e nel suo Dna. Bastano due sole parole per presentarlo al paese: protezione sociale e innovazione. E poi articolarle nel concreto.

Ci vuole un grande respiro di efficienza e di equità. I rappezzi, il riformismo delle briciole, le velleità contrapposte del moderatismo e della palingenesi finale sono vecchi arnesi d´un mondo che fu. Innovazione e protezione, creatività individuale e solidarietà comunitaria: questo è il programma che ci si aspetta da Romano Prodi. Sta nel cuore e nella mente di tutti i democratici. Non ci vogliono cento pagine né cinquanta e neppure venti. Ne bastano tre o quattro per indicare e rendere espliciti quegli obiettivi che tutte le persone perbene conoscono da tempo e dei quali il paese ha bisogno.

Preoccupa il clima di indifferenza che circonda la legge sull'ordinamento giudiziario approvata il 29 giugno 2004 dalla Camera in contrasto con la Costituzione. Il metodo è stato quello della fiducia. Per i non addetti ai lavori, è bene ricordare che quando viene posta la fiducia, il dibattito si interrompe e si passa al voto del testo indicato dal governo senza discussioni. Il dibattito su un testo di decine di pagine, cruciale per i diritti dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni, è durato venti minuti in commissione e zero minuti in aula. Contestato dai magistrati, - che hanno scioperato in maniera compatta per ben due volte, - e dagli avvocati penalisti poiché il Governo ha impedito ai parlamentari di opposizione di dire la loro opinione. Il Governo con un vero e proprio colpo di mano ha approvato una riforma sulla separazione delle funzioni che viola la Costituzione nella parte in cui afferma l'indipendenza del Pubblico Ministero al pari dei Giudici. E in quella in cui disciplina il CSM come organo di autogoverno della Magistratura. E questo obiettivo viene raggiunto con la sottrazione dei poteri al CSM nella selezione delle toghe e nella nomina dei vertici degli uffici direttivi, e la contemporanea dilatazione delle competenze del Ministro Guardasigilli che premia i magistrati che lavorano nel palazzo. Questo avviene con la sapiente regia di esperti che fanno leggi truccate e difficilmente comprensibili. Esse dicono una cosa e ne vogliono un'altra. E sfuggono all'attenzione della pubblica opinione.

In passato non ero contrario alla separazione delle funzioni tra giudici e Pm. Ma oggi essa è fatta contro tutta la magistratura per limitarne l'indipendenza. In ogni caso essa andava fatta con una legge costituzionale e non con una legge ordinaria senza un minimo di discussione. La separazione delle carriere é un sogno lungamente inseguito dal Governo che approfitta del momento più favorevole, essendo la pubblica opinione assorbita da gravi problemi sociali . E per separare Pm e giudici si creano una serie di ostacoli che rendono di fatto impossibile il passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa. La riforma prevede un solo concorso per l'accesso alle due carriere. Ma evita di indicare quali capacità particolari dovrebbero dimostrare i giudici rispetto ai Pubblici Ministeri. La mancanza di regole consentirà a commissioni addomesticate di selezionare i Procuratori della Repubblica secondo criteri arbitrari adottati dal Ministero della Giustizia. Si sta realizzando l'idea di magistrati graditi al Governo.

L'obiettivo è di vulnerare l'indipendenza del Pubblico Ministero sottoponendolo al controllo dell'esecutivo. Ma l'indipendenza trova la sua consacrazione nell'articolo 112 della Costituzione che stabilisce il principio della obbligatorietà della azione penale.. Principio che si collega a quello che la legge è uguale per tutti. Il Pm deve iniziare il processo ogni volta che viene violata la legge, senza possibilità di discriminazioni o favoritismi a seconda del gradimento del Ministro di turno. La Corte Costituzionale ha sempre ribadito l'indipendenza del Pubblico Ministero soggetto solo alla legge. Sicché non sarebbe possibile, con legge ordinaria, consentire interferenze esterne ed estranee alle sue funzioni come avviene con la legge sull'ordinamento giudiziario.

È stato reintrodotto il concorso per titoli ed esami, per la nomina dei vertici degli uffici direttivi requirenti e giudicanti, con privilegi di carriera per i magistrati ministeriali. Tutto questo intacca l'indipendenza dei magistrati. Basta leggere la relazione alla Costituzione: "Per quanto riguarda la indipendenza del potere giudiziario, occorre predisporre una disciplina tale da distaccare del tutto la carriera degli organi del potere giudiziario - giudici e pubblici ministeri - dal potere esecutivo. Quando si parla di carriera, s'intende riferirsi sia alla assegnazione della sede del magistrato sia alle promozioni". La relazione aggiunge "la nomina della commissione di concorso viene sottratta al potere esecutivo, contribuendosi in tal modo alla ulteriore garanzia di indipendenza della magistratura requirente e giudicante".

Il concorso interno per la promozione dei magistrati, bocciato in passato, è censurabile per tre ragioni. Ingiusto perché favorisce i magistrati meno impegnati e gravati di lavoro. Giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lavorano 20 ore al giorno nei processi di mafia, sarebbero "sconfitti" da magistrati imboscati presso il Ministero. Il sistema è inadeguato anche perché tiene conto delle nozioni teoriche astratte ma non della capacità concreta, della laboriosità, dell'equilibrio e dell'imparzialità. Ed infine è controproducente, poiché turba la serenità ed il prestigio del magistrato distogliendolo dal lavoro di indagine. Infatti, il giudice sarebbe costretto a trascurare il suo lavoro per impegnarsi a vincere il concorso per titoli ed esami ed aspirare ad un ufficio direttivo.

La riforma tende anche ad un modello di pubblico ministero assoggettato burocraticamente al Procuratore della Repubblica, figura centrale la cui nomina sarà di fatto decisa dal Governo attraverso il controllo dei concorsi interni ed i veti del Ministro. Il Procuratore determina i criteri di organizzazione degli uffici e di assegnazione e revoca dei processi ai singoli magistrati. Qui sta il trucco. Garantita la scelta di Procuratori addomesticati si è creato un meccanismo per cui gli stessi Procuratori avranno la possibilità di manovrare e insabbiare i processi che riguardano fatti che toccano i santuari dei poteri forti.

Di dubbia costituzionalità è anche l’istituzione della "Scuola della Magistratura". Il progetto di legge parte dall'esigenza reale di una maggiore professionalità dei magistrati per raggiungere lo scopo diverso di attribuire il controllo della Magistratura al potere esecutivo. E lo fa con un meccanismo sofisticato che affida la "scuola" ad un comitato in cui prevalgono membri controllati dall'esecutivo. Si tratta di compiti, assegnazioni, nomine, trasferimenti e promozioni che l'art. 105 della Costituzione conferisce al CSM a cui invece verrebbero sottratti.

Altro punto rilevante riguarda il potere del Guardasigilli di opporsi al conferimento di incarichi direttivi assegnati in contrasto con il suo parere. Tale potere di interdizione vanifica le competenze del CSM nella nomina dei capi degli uffici giudiziari.

A tutto questo si aggiunge il fatto che la riforma non produce alcun miglioramento della giustizia poiché il Governo non ha proposto e non intende portare avanti alcuna riforma per accelerare i tempi infiniti dei processi civili e penali.

DALLA VIVA voce di Bush, nella sua conferenza stampa di ieri mattina a Villa Madama, abbiamo appreso che il suo ricorso all´Onu e soprattutto il conferimento al nuovo governo provvisorio dell´Iraq di una sostanziosa sovranità sugli affari civili, economici e militari iracheni è dovuto alle pressanti richieste avanzate da Berlusconi che il presidente americano ha accolto per il riguardo dovuto all´amico e all´alleato. Berlusconi l´aveva già anticipato quando, pochi giorni fa, andò a riferire in Parlamento gli esiti del suo viaggio a Washington e a New York, ma pochi gli avevano creduto. Ora i molti che gli avevano dato dello sbruffone e del bugiardo sono serviti, a meno di non concedere a Bush la stessa patente di bugiarderia che qui siamo soliti attribuire al nostro presidente del Consiglio.

Con tutta la migliore buona volontà, questa tentazione tuttavia si affaccia alla nostra mente e ne porta con sé un´altra assai più seria: se Bush mente con tanta disinvoltura quando lascia all´alleato italiano il merito d´averlo convinto a cambiare rotta nell´enorme pasticcio iracheno e d´esser riuscito a convincerlo là dove avevano fallito Powell, Putin, Schroeder, Chirac, la Cina e Giovanni Paolo II, come possiamo prestar fede alle dichiarazioni del leader della superpotenza mondiale quando afferma che a Bagdad si è voltata pagina, che la Coalizione multinazionale è ormai il docile braccio armato del governo iracheno, che la spinosissima questione delle torture va ridotta alla responsabilità di pochi soldati in vena di goliardia un po´ troppo spregiudicata, che avremo tra breve uno Stato palestinese libero e indipendente e che, infine, l´Onu sta per assumere quel ruolo vitale, centrale, essenziale (scegliete voi l´aggettivo che più vi aggrada e Bush lo ripeterà) che da un anno e mezzo la vecchia Europa e la Russia e l´India e la Cina e i Paesi arabi chiedevano ad una voce? Ci voleva un miracolo. Ma il miracolo c´è stato. Possiamo battezzarlo ? perché no ? il miracolo di San Silvio. E se quel vecchio testardo e sfiatato di Giovanni Paolo II ancora ne dubita, peggio per lui. Rischia di doverne render prima o poi conto all´Onnipotente, che come tutti ormai sappiamo ricopre la sua luminosa essenza con una tunica a stelle e strisce alla testa della sua falange di angeli dalle trombe d´argento che alternano le note dell´inno americano a quelle di "Tipperary".

Tra un po´ inseriranno forse anche il nostro Mameli in quello spartito celeste destinato a sgominare i diavoli e a riportare la pace nel mondo in attesa della prossima guerra.

* * *

Naturalmente in Iraq stanno accadendo molte cose e sarebbe un grave errore non considerarne la portata. La vera portata, che solo in piccola parte coincide con quella propagandata dal coro angelico guidato con esperta e duttile maestria dal Condoleezza Rice.

Chi ha scelto i 26 membri del governo provvisorio iracheno? Stando alla versione Bush li ha reclutati Brahimi, l´inviato di Kofi Annan a Bagdad, dopo aver girato il paese da cima a fondo e aver tastato il polso di tutte le persone che contano, di tutte le etnie, religioni, tribù e ceti sociali.

La versione Brahimi differisce: il vero reclutatore è stato Bremer, il proconsole americano che tra venti giorni cederà il posto a Negroponte. «Bremer - ha detto Brahimi in una sua stizzita dichiarazione - si è comportato come un dittatore. I miei suggerimenti non erano questi». Esiste anche una versione Bremer che attribuisce il maggior peso della selezione reclutatoria al Consiglio provvisorio tuttora in carica fino al 30 giugno. Difatti buona parte del personale ministeriale proviene dal medesimo Consiglio, mentre Brahimi aveva inizialmente suggerito un´incompatibilità assoluta, necessaria proprio per marcare la famosa discontinuità tra l´ieri e l´oggi.

Il premier iracheno è emerso da un´indicazione del Consiglio provvisorio. Idem il presidente provvisorio. Tutti e due graditi a Bremer e al dipartimento di Stato (non da Rumsfeld).

Difficile dire se si tratta di una svolta, d´un compromesso a mezza strada o d´una piroetta. La versione di Al Sistani è che sia un compromesso a mezza strada; lui prima di pronunciarsi aspetta le elezioni dove pensa di vincere se non addirittura di stravincere. Intanto non disarma le sue agguerrite milizie che finora sono state, come si dice, con le armi al piede.

Del resto nessuno dei capi che contano, delle tribù che contano, ha disarmato le proprie milizie. Ce ne sono a decine, ogni milizia presidia le sorti d´una tribù, d´un sottogruppo, d´un partito, d´una fazione. Alcune - poche - con presenza nazionale; altre in sostegno di ras locali.

Neppure la milizia di Al Sadr ha deposto le armi nonostante le forti perdite subite in combattimento e le intimazioni di Sistani. Sadr tratta ma armato. I vecchi baathisti trattano. Il modello che viene avanti sembra quello d´assegnare a ogni milizia la guardiania dell´ordine pubblico facendogli indossare la divisa della polizia irachena: tante milizie, tanti spezzoni di polizia. Così è stata pacificata Falluja. Così regge la tregua inquieta di Nassiriya e quella di Kerbala. A Najaf ancora alle milizie di Sadr non sono state date le giubbe della polizia di Stato, perciò si sparacchia. A Bagdad c´è Al Qaeda e la questione è più complicata perché Al Qaeda non la vorrebbe in casa nessuno, né gli americani né le fazioni irachene. All´epoca di Saddam non c´era. Ma adesso c´è e questa è una tristissima novità.

* * *

La nuova risoluzione dell´Onu è arrivata alla sua terza bozza e, con qualche ulteriore limatura, sembra ormai matura per esser messa in votazione e approvata dal Consiglio di sicurezza. Anche Chirac sembra disposto a votarla avendo ottenuto (per merito di Berlusconi, ma lui - ingrato - fa finta di non saperlo) che se il futuro governo iracheno dovesse invitare la Coalizione a sgombrare il campo, la Coalizione obbedirebbe.

Comunque, in assenza di quell´invito, la Coalizione se ne andrebbe entro il dicembre 2005 sempre che il lavoro di normalizzazione sia compiuto.

Questo calendario è chiaro nelle date ma oscuro nelle condizioni permissive. Non si sa a chi spetti il giudizio sull´avvenuta o non avvenuta normalizzazione, se al governo eletto o al Consiglio di sicurezza o alla Coalizione stessa e ai governi che ne rispondono.

* * *

Nelle conferenze stampa di Bush a Roma e a Parigi l´argomento sostanzialmente ignorato è stato quello dell´eterno conflitto palestinese-israeliano. Solo il vecchio Papa ha battuto su quel tasto. Era quasi senza voce, le mani che reggevano i fogli del suo discorso gli tremavano visibilmente, respirava con grande fatica, ma le parole scendevano come colpi di martello e l´indice sottolineava i passaggi cruciali alzandosi verso l´alto quasi a chiamare la testimonianza dell´Onnipotente specificando che quelle parole era Lui dall´alto a dettarle al suo Vicario.

Salvo quella voce, la piaga purulenta del Medio Oriente è stata di fatto sorvolata. Credo perché il nostro Berlusconi non ha avuto il tempo materiale di occuparsene e di convincere Bush e Blair, con le buone o con le cattive, a darsene veramente carico. Ma vedrete, troverà il tempo anche per questo e allora anche su quel fronte vi saranno risultati.

Nel frattempo il Nostro ha promesso truppe fresche per l´Afganistan perché anche lì c´è ancora molto da fare: il governo Karzai non può mettere il naso fuori da Kabul senza esser preso a fucilate. Anche lì le milizie sono tante quanti sono i feudi, i vassalli e i valvassori che dominano, ciascuno, un pezzo o pezzetto di paese. Perfino gli studenti Taliban hanno rialzato un po´ la testa anche se acciaccati ma tuttavia vivaci e pieni di voglie.

Il governo Karzai, o meglio il comando americano, non hanno ancora avuto la brillante idea di far indossare alle milizie dei signori della guerra le uniformi della polizia di Stato afgana. In compenso molti di quei signori fanno parte del governo nazionale. L´Onu fa peacekeeping nella capitale.

Fuori di essa le milizie fanno peace enforcing a modo loro. I soldati Usa, insieme a qualche reparto di "volenterosi", cercano sempre Bin Laden sulle montagne di confine col Pakistan.

Questa storia sembrava finita all´inizio del 2002, ma a metà del 2004 è sempre lì. La maggior parte delle donne continua a nascondere la faccia dietro il burqa per non far arrabbiare i mariti. Emma Bonino se ne dispera e a ragione. Bisognerebbe stabilire per legge il nubilato? E se non bastasse? Se anche i fidanzati preferissero il burqa quando portano a spasso le fidanzatine?

Valli a capire. Forse Schifani potrebbe suggerire qualche cosa d´intelligente. Forse anche Calderoli. Di talenti noi ne abbiamo a dovizia. Se andassero all´estero per informarsi meglio sarebbe un gran vantaggio per tutti, a cominciare naturalmente dal popolo italiano.

GUARDATE con attenzione questi due spezzoni di cro naca, o forse di storia, che si svolgono da tre anni sotto i nostri partecipi occhi: lo spezzone America-Medio Oriente-terrorismo e lo spezzone Europa-Medio Oriente-terrorismo. Si svolgono su linee parallele, destinate probabilmente a convergere, ma il come e il quando non si conoscono. Secondo i canoni della geometria due parallele si incontrano all´infinito il che, secondo i canoni della politica, significa mai. Ciò ha sviluppato un terzo e un quarto spezzone: quello intra-europeo e quello Usa-Europa. Dalle diverse combinazioni di questi quattro elementi uscirà la storia dei prossimi mesi e dei prossimi anni.

Molti altri ufficiali dell´ex esercito saddamita sono stati reintegrati nelle loro funzioni e molti soldati sono stati richiamati alle armi. A Falluja e in tutta la zona sunnita dell´Iraq centrale questi provvedimenti sono stati accolti con favore dalla popolazione. Almeno per ora.

6. Gli ostaggi italiani nelle mani d´una sedicente Brigata verde di Maometto non sono stati ancora rilasciati. Nuove condizioni, di fatto irricevibili, sono state poste per la loro liberazione.

7. Le milizie sciite che fanno capo ad al Sadr sono ancora sul piede di guerra (insieme ai guerriglieri sunniti), a Najaf, a Kerbala, a Kufa, a Falluja, a Nassiriya, a Bassora. In quest´ultima città operano anche cellule di Al Qaeda. La situazione in molti quartieri di Bagdad è confusa. Vige il coprifuoco, lo stillicidio dei morti prosegue da ambo le parti.

8. Durante il mese d´aprile sono caduti sul teatro di guerra iracheno 131 militari americani. I feriti sono alcune centinaia. Numerosi anche i morti nella polizia irachena e tra uomini d´affari, executives e civili americani e occidentali. Le perdite di vite umane tra la popolazione di Falluja sono state fin qui oltre 1.200, i feriti alcune migliaia. La percentuale di bambini e ragazzi sotto i 14 anni è stimata al 20% del totale, cioè non meno di 250 per quanto se ne sa. Al di là di queste notizie non ufficiali, il fronte di Falluja è blindato. Di quanto sia veramente accaduto in quella città di 200mila abitanti, quanta parte di essa sia stata distrutta dai bombardamenti, quale sia lo stato sanitario e alimentare della popolazione è ignoto dopo due settimane e mezzo d´assedio e di battaglia.

9. Notizie e fotografie orripilanti sulle torture inflitte da soldati e ufficiali Usa (ai comandi di una generalessa) a prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib alla periferia di Bagdad, sono state diffuse dalle tv americane e pubblicate dai giornali di tutto il mondo. Analoghi comportamenti sembrerebbero riguardare anche militari inglesi, ma su questo punto non ci sono ancora prove. Il Pentagono era a conoscenza dell´accaduto dallo scorso gennaio. I media Usa hanno esitato a rivelare quanto sapevano tenendo nascosta la vicenda per tre giorni, alla faccia della famosa indipendenza e libertà della stampa americana.

10. Gli ultimi sondaggi che riguardano il consenso dell´opinione pubblica americana al presidente Bush circa la condotta del dopoguerra iracheno sono scesi al 46% e il trend è al ribasso. Ma il consenso per lo sfidante Kerry si mantiene tuttavia intorno al 32%. Bush s´indebolisce ma Kerry non intercetta i voti in uscita.

11. Sono in corso contatti intensi tra Zapatero, Chirac, Schröder e Blair sulla risoluzione da sottoporre al Consiglio di sicurezza dell´Onu.

12. Nel frattempo il contingente militare spagnolo in Iraq è rientrato in patria tempo di record.

13. Sono in corso anche contatti tra il dipartimento di Stato americano, Annan e Brahimi sul medesimo argomento d´una auspicata nuova risoluzione dell´Onu, nella quale - secondo quanto dichiarato dal segretario generale delle Nazioni Unite - si autorizzerà una forza multinazionale a restare in Iraq.

14. Sullo stesso tema Berlusconi ha parlato con Putin e Blair. Frattini con Powell e Annan.

15. Il 1? maggio 10 paesi europei sono entrati ufficialmente a far parte dell´Unione che conta ora 25 membri.

16. Altri morti e altri attentati e raid aerei nelle strade di Gaza. Scene di "ordinario" mattatoio, mentre il Likud boccia il piano di ritiro di Sharon.

* * *

Che cosa si deduce da questo oggettivo elenco di fatti? La prima deduzione è che il recupero della sicurezza in Iraq resterà saldamente nelle mani del Comando americano e del nominando ambasciatore Negroponte se la sua nomina sarà approvata dal Congresso.

Di qui nasce una prima domanda: il Consiglio di sicurezza approverà dunque una nuova risoluzione che prenda atto di questa circostanza e accetterà comunque il coinvolgimento dell´Onu suggerito da Brahimi? Nel caso in cui il Consiglio accetti la risoluzione a maggioranza, la Francia e la Russia s´allineeranno o bloccheranno la delibera con il loro veto? La risposta dovrebbe arrivare entro il corrente mese di maggio. Da essa dipenderà anche l´atteggiamento, operativamente ininfluente ma politicamente d´un certo rilievo, dell´opposizione parlamentare italiana e in particolare delle forze riformiste che hanno dato vita alla lista Prodi.

Nel frattempo tuttavia è accaduta qualcosa che merita riflessione. In occasione della dolorosa vicenda degli ostaggi, rimasta ancora senza conclusione, il movimento pacifista è stato utilizzato come un "asset" positivo sia dalla maggioranza di governo che dai partiti d´opposizione. Allo stato delle cose questo "asset" s´è rivelato l´unico strumento efficace di pressione sui sequestratori, sebbene non ancora risolutivo. La tanto invocata politica estera "bipartisan" s´è finora materializzata solo sul punto che fin qui era stato il più controverso tra centrodestra e centrosinistra e all´interno dello stesso centrosinistra: le organizzazioni che si battono per la pace e per il ritiro delle truppe d´occupazione dall´Iraq sono state incoraggiate a scendere in piazza per favorire la liberazione dei tre italiani.

In tutto ciò c´è evidentemente un elevato tasso d´ipocrisia, ma il fatto politico resta: gli anatemi di Berlusconi e dei suoi sodali contro la piazza pacifista e "comunista" hanno dovuto cedere il posto a una sorta di riconoscimento forzoso ma non per questo meno significativo. A fronte di ciò il movimento pacifista, con l´eccezione della sciocca frangia dei "disobbedienti", ha rinunciato all´irruente vilipendio del presidente del Consiglio.

La mezza benedizione forzosa del centrodestra alle bandiere arcobaleno che seguivano il corteo promosso dalle famiglie degli ostaggi non cambia la sostanza delle cose ma indica però quale sia la forza dei fatti. La forza dei fatti dimostra eloquentemente che l´opzione militare non serve a nulla per sconfiggere la guerriglia d´un paese liberato e allo stesso tempo occupato.

Probabilmente l´opzione militare non serve granché neanche per portare avanti la sacrosanta lotta contro il terrorismo, che è tuttavia questione del tutto diversa dalla guerriglia anche se gran parte dell´establishment politico e mediatico fa di tutto per confondere insieme questi due differenti fenomeni.

La forza dei fatti e l´inutilità dell´opzione militare serve anche a rispondere a un´altra obiezione, sbandierata di continuo da quanti restano aggrappati all´opzione militare costi quel che costi in termini di vite umane.

L´obiezione è quella che prevede l´esplosione immediata della guerra civile in Iraq nel caso di ritiro delle truppe di occupazione. Contro questa obiezione si possono formulare i seguenti rilievi.

1. Perché mai e tra chi dovrebbe scoppiare la guerra civile? I curdi sono fuori dal quadro, il loro autonomo potere nel Kurdistan iracheno è già ben consolidato. I sunniti vogliono garantirsi libertà e autonomia nei territori dove sono da sempre maggioritari. Gli sciiti reclamano la guida della politica nazionale in forza della loro preponderanza numerica. Questi principi sono ragionevoli e largamente accettati da gran parte della società irachena.

2. La guerra civile è un´ipotesi mentre la guerriglia contro le truppe occupanti è una sanguinosa realtà. Bisogna mantenere questa sanguinosa realtà per paura che s´avveri un´ipotesi possibile ma non probabile? 3. Un´eventuale guerra civile non potrebbe essere evitata dalla presenza di forze militari che non abbiano partecipato alla guerra? 4. Qualora infine l´ipotesi della guerra civile risultasse così probabile e terrifica da imporre la permanenza delle truppe Usa e dei "volenterosi" alleati, quanto tempo dovrebbe durare la loro presenza? Se quel fantasma è ritenuto probabile oggi, lo sarà ancora tra un anno e anche tra 2 o 5 o 10. Nei Balcani i focolai di guerra civile si perpetuano dai tempi dell´invasione turca, mezzo millennio fa. Chi si ripara dietro lo schermo della guerra civile deve dunque dire la verità fino in fondo: l´Iraq non potrà essere restituito agli iracheni almeno per i prossimi dieci anni se basteranno. Dovrà essere affidato a un uomo forte, amico dell´America e puntellato dalla presenza d´una adeguata forza militare americana.

Questa è la verità di chi sbandiera il timore d´una (improbabile) guerra civile: un protettorato Usa a Bagdad. E allora diamoglielo. Noi europei, noi italiani, che ci stiamo a fare?

* * *

Se verrà effettivamente incaricato, sarà interessante seguire le gesta del generale saddamita Saleh a Falluja. Quell´uomo, che in foto sembra un Saddam pacioso, sarà osservato con molta attenzione dalla Casa Bianca, dal Pentagono e anche a Londra al numero 10 di Downing Street. Con la dittatura di Saddam non c´erano in Iraq né la guerra civile né i terroristi di Al Qaeda. In compenso c´era il terrore per chi s´opponeva al dittatore.

Non si può dire che gli americani ci facessero gran caso. Infatti lo armarono con le famose armi di distruzione di massa affinché sconfiggesse l´Iran khomeinista e facesse funzione di gendarme del Golfo.

Saddam per fortuna non c´è più e questo è il solo tangibile risultato che però non compensa l´orribile sconquasso che ne è derivato. Ma ora la Casa Bianca coltiva l´unica vera ipotesi che la farebbe uscire dalla trappola irachena: una dittatura militare a Bagdad gestita da un dittatore fantoccio, capace tuttavia di tenere in riga i suoi sudditi con l´ausilio coranico dei mullah sciiti e degli ulema sunniti.

Questa mistura sarebbe l´esito finale della guerra irachena e della teoria sulla democrazia esportabile. Barbara Spinelli, in un bell´articolo sulla Stampa di 9 giorni fa ha scritto "Termidoro a Bagdad". Peggio cara Barbara, molto peggio del termidoro e del terrore bianco che seguì a quello robespierrista nella Parigi del 1795. Militari saddamiti e ayatollah coranici al potere con il puntello dei marines ricordano piuttosto una cupa Vandea.

L´Europa non c´entra e non ci deve entrare. Del resto valga il detto "chi rompe paga e i cocci sono suoi". Parole sante con questi chiari di luna.

ROMA - Una trasmissione come quella di stasera con il premier Berlusconi a «Porta a Porta» senza contradditorio sarà illegale in campagna elettorale. E' quanto stabilito oggi dalla Vigilanza Rai: la commissione ha infatti approvato con 16 voti a favore e 15 contro, l'emendamento che inserisce nel regolamento della par condicio l'obbligo del contraddittorio nelle trasmissioni di approfondimento Rai durante la campagna elettorale, vale a dire durante i 45 giorni che precedono il voto. L'emendamento è stato presentato dal presidente della Vigilanza Claudio Petruccioli.

SCONFITTA LA MAGGIORANZA - Assente la Lega, la maggioranza è andata sotto nella votazione di due emendamenti, tra cui quello sull'obbligo del contraddittorio che modificava l'art.5 del regolamento Rai per le prossime campagne elettorali, europee e amministrative.

L'altro emendamento, passato con 17 voti a favore e 12 contro grazie al voto congiunto del centro-sinistra e dell'Udc, riguarda l'art.3 del regolamento. Presentato sempre da Claudio Petruccioli, stabilisce che nelle trasmissioni di comunicazione politica «il tempo disponibile è ripartito tra i soggetti politici con criterio paritario». La parità di trattamento, spiega il capogruppo della Margherita in Vigilanza, diventa valida anche nella prima fase della campagna elettorale, cioè prima della presentazione delle liste, «mentre nel precedente regolamento - spiega Gentiloni -, nella prima fase di campagna elettorale, il tempo era ripartito in proporzione alla consistenza politica dei soggetti».

«Con i voti di oggi, che per due volte hanno messo in minoranza le posizioni di Forza Italia, la par condicio in Rai diventa più garantista ed equilibrata», ha commentato il capogruppo della Margherita in Vigilanza Paolo Gentiloni.

Dopo aver discusso e approvato i primi 5 articoli del regolamento, la Vigilanza tornerà a riunirsi mercoledì per la discussione e la votazione degli altri emendamenti e, probabilmente, per il voto finale al testo.

Questo giornale, nello svolgere la sua attività di voce dell’opposizione a Silvio Berlusconi e al movimento finanziario e mediatico che Berlusconi ha mobilitato e sta mobilitando contro la Repubblica, la Costituzione e il sistema democratico fondato su poteri separati e sulla libertà di informazione del Paese, corre i suoi rischi. Un rischio è certo la nostra sopravvivenza, considerato il rigoroso blocco politico della pubblicità imposto a un giornale che in edicola va bene, che ha una media di settantamila lettori al giorno e un «contatto» (così viene definito dagli esperti il numero di persone che in un giorno prende in mano il giornale) di quasi mezzo milione di persone.

Un rischio è l’isolamento altrettanto rigoroso imposto ai programmi della Rai, alle rassegne stampa, e a ogni programma in cui tutte le testate giornalistiche, tranne la nostra, sono normalmente incluse (vale la pena di ricordare che, in Italia, l’Unità esiste solo nella rassegna stampa di Radio Radicale).

Un rischio è la continua denuncia non solo di «estremismo», che è un giudizio politico, ma anche di terrorismo, che è una accusa criminale. I collaboratori di Berlusconi, e lo stesso presidente del Consiglio, la sollevano continuamente, vedi il libro di Vespa in cui Berlusconi annuncia 37 minacce di morte dovute ai titoli dell’Unità, vedi le frequenti occasioni di insulto e aggressione personale del presidente del Consiglio alla giornalista o al giornalista dell’Unità che si levano a fare domande nelle sue conferenze-stampa.

Ci sono però altri rischi, come quelli di apparire a volte sgraditi a quei punti di riferimento che sono i partiti della opposizione in Parlamento, e in particolare ai Ds. Dov’è il problema, che è bene non nascondere o non pretendere di ignorare? E’ nel fatto che ci sono momenti di non coincidenza fra la visione di opposizione continua ad una aggressione continua, che guida questo giornale (Berlusconi non cambia di giorno in giorno, non inventa perché perde le staffe, piuttosto realizza un disegno ben congegnato, in fasi successive) e le diverse, legittime scelte che i gruppi parlamentari ritengono di fare di volta in volta, tenendo conto, evidentemente, anche di fatti o ragioni o ispirazioni che per noi, da lontano, non si vedono o non si afferrano. Come ho detto, a noi sembrano legittime quelle scelte. Non dubitiamo che siano fondate. Ma se non le condividiamo?

Faccio un esempio. Alcuni di noi, e certamente chi scrive, non riescono a condividere una sola parola di ciò che Umberto Ranieri, vice presidente Ds alla Commissione Esteri della Camera, ha detto all’Unità (e ad altri giornali) sulla questione delle truppe italiane in Iraq. A lui risulta che «la sostanza del pensiero degli italiani sull’Iraq è che il ritiro dei militari coinciderebbe con la linea del tanto peggio». Ranieri sembra non notare che quei soldati sono usati in modo indecoroso dal governo di Berlusconi, esibiti come uno scalpo. Lo ha dimostrato il senatore Schifani che - durante il dibattito sul Decreto per Nassiriya - ha osato leggere in aula il nome dei Caduti del tragico attentato terroristico come se fosse un volantino elettorale per Forza Italia. L’offesa è immensa. Ma Umberto Ranieri, deputato Ds, riassume così la situazione: «Gli italiani non avrebbero capito se avesse vinto la linea: basta, non ce ne frega niente, ci ritiriamo». All’offesa di Schifani si aggiunge in questo modo, sia pure a causa di un linguaggio mal maneggiato, un’altra offesa. Traduce con un «non me ne frega niente» l’angoscia di soldati stipati in un bunker senza la possibilità di svolgere alcuna missione, la assenza radicale di un ruolo umano, militare o politico, e anche l’umiliazione di essere sottoposti (al di fuori di ogni trattato) ai comandi inglesi e americani.

Autorizza l’offerta senza condizioni di soldati italiani ad altri governi che hanno strategie e visioni che l’Italia non ha mai votato. Trova menefreghismo opporsi alla iniziativa personale, narcisistica, estranea al Parlamento ed estranea all’Europa, di Berlusconi, che dona soldati italiani per farsi bello, per ragioni di prestigio personale, soldati vivi e soldati morti, buttati in una missione di guerra mai votata per quello che è.

Eppure il presidente emerito della Repubblica Scalfaro è stato chiaro nel dire: «Sono due momenti distinti. Uno è la gratitudine e l’affetto per i soldati. L’altro è la valutazione totalmente negativa della politica del governo sulla crisi irachena». Eppure il politologo Giovanni Sartori aveva fermamente ammonito sull’imbroglio delle informazioni negate agli italiani: «La triste morale di questa storia è che a Berlusconi è consentito di mentire senza spazio di controprova». Eppure nelle stesse ore in cui si decideva che non si poteva votare «no» al truffaldino decreto Berlusconi, che saldava insieme le due storie distinte degli interventi militari umanitari (Bosnia, Kossovo) e della tragica guerra senza fine in Iraq che sta facendo rivoltare l’America, la rete americana Cnn ha mandato in onda la conferenza stampa settimanale della Casa Bianca. In essa, spinto da domande spietate dei giornalisti che Berlusconi avrebbe definito «mestatori» (come ha fatto con il nostro Solani l’anno scorso) il portavoce di Bush ha detto che «no, in queste condizioni le elezioni non sono possibili; che no, in queste condizioni non si prevede un passaggio delle consegne perché sarebbe difficile dire a chi; che, no non c’è alcuna prospettiva al momento di un possibile intervento delle Nazioni Unite». Venivano smontate, insomma, una per una tutte le presunte ragioni che consigliavano di lasciare le cose come stanno.

Le opinioni pubbliche di Stati Uniti e Inghilterra non hanno alcuna intenzione di lasciare le cose come stanno. Due drammatiche inchieste sulle false ragioni dell’entrata in guerra sono in corso in quei Paesi. E ormai sono in gioco i destini personali ed elettorali dei due leader che quelle guerre hanno voluto e che da quelle guerre non riescono a uscire. Perché dall’opposizione italiana - o da voci autorevoli tra le sue fila - si manda allora il messaggio che discutere quella guerra sarebbe «fregarsene» e che respingere la politica di un governo, sarebbe «abbandonare l’Iraq» come se il valore e la vita di quei soldati potessero lavare le colpe della politica invece che farle vedere in formato gigante? Per fortuna Luciano Violante ha detto con fermezza una frase che tanti, a sinistra e in tutta l’opposizione, si sentono di dire con lui: «Una politica scriteriata ha mandato i soldati a rischiare e a morire».

Naturalmente nessuno mette in dubbio l’onestà o la rettitudine di tutti colore che si sono astenuti senza votare restando sul posto. Ciò che si mette in dubbio - specialmente dopo le spiegazioni autorevoli e non contraddette di Ranieri - è che i cittadini (tra poco elettori) possano capire ciò che sta succedendo. Sarebbe bastato, a coloro che confondono in modo così strano i soldati con il governo che li ha mandati, leggere ciò che un importante collaboratore di Clinton alla Casa Bianca, il prof. Benjamin Barber, ha scritto nel suo libro «L’impero della paura» (Einaudi, 2004): «Le aquile di Bush sono unilateraliste per vocazione perché la loro ira farisaica è profondamente imbevuta di mitologia eccezionalista. Credere che gli Stati Uniti siano unici consente loro di invocare a propria discolpa le virtù dell’America, usare l’innocenza come giustificazione della guerra giusta e avvalersi della indipendenza sovrana per motivare l’unilateralismo strategico». Nessuno ha pensato, negli Usa, che l’ex consigliere di Clinton, in questo suo atto netto e preciso di opposizione alla guerra di Bush, abbia voltato le spalle ai soldati americani o «se ne sia fregato» del loro destino. Nessuno ha pensato che l’ex consigliere della Casa Bianca abbia poca «cultura di governo». Di certo gli americani capiscono bene quali sono le profonde obiezioni alla guerra di Bush. Sanno che Bush, nell’intervista televisiva con Tim Russert si è definito «presidente di guerra», e prendono le distante.

Ma tutto ciò - grave com’è - non è che un esempio. Ci aiuta a capire quanto sia grave e unico il rischio che la nostra Repubblica sta correndo e che le parole di Oscar Luigi Scalfaro e di Giovanni Sartori, due uomini non sospettabili di estremismo, ci raccontano ogni giorno con esemplare chiarezza. Niente è estemporaneo o dovuto a uno scatto di nervi o a una occasionale perdita di controllo, nel comportamento di Silvio Berlusconi.

Il progetto di aggressione ai fondamenti della vita democratica e repubblicana è sistematico, coerente. Oggi si manifesta con un insulto, domani con una legge. La legge può essere per un diretto e sfacciato tornaconto personale (Berlusconi dispone di una maggioranza che vota compatta e senza vergogna la fiducia per salvare una azienda privata del primo ministro, negando una sentenza della Corte Costituzionale), oppure può servire per ferire a morte le istituzioni repubblicane con la cosiddetta «riforma della giustizia» del ministro Castelli, o con la devastante «devolution» di Bossi che vuole rendere ingovernabile un grande Paese. La guerra in Iraq - a cui l’Italia non partecipa e per la quale il Parlamento italiano non ha mai votato - fa parte di questo piano: inchiodare l’opposizione in nome del patriottismo a una impresa che appare clamorosamente sbagliata nei Paesi che l’hanno voluta, e dove però le intimidazioni e le confusioni, pur in presenza di eventi terribili non possono funzionare perché in quei Paesi vi è piena libertà di informazione.

Questo è il punto: se l’azione - diciamo così - del governo di Berlusconi non è estemporanea, non è semplice malgoverno, ma attacco pianificato per scassare un Paese e fare largo a interessi personali e particolari, a un autoritarismo ottuso ma potente, a causa del grandi mezzi mediatici e dell’immenso danaro a disposizione, altrettanto sistematica, punto per punto, momento per momento, bisogna che sia l’opposizione.

Come ho detto all’inizio di questo articolo, con simili affermazioni si corre un rischio: che questa persuasione, certo ossessiva, quanto ossessiva è la tenacia distruttiva di Berlusconi, possa apparire ingrata e ingiusta verso chi le battaglie della opposizione le conduce ogni giorno (anche con duri ostruzionismi notturni) in Parlamento. La nostra appassionata intenzione è di sostenere quell’impegno. Ma anche di non cedere e di non distrarsi, quando, insieme ai cittadini, si perde il filo e il senso di ciò che accade sulla scena politica, almeno agli occhi di chi vede da lontano. Una opposizione non torna a vincere con l’espediente di fregiarsi del titolo di «cultura di governo», che suona bene ma non significa niente. Prima deve diventare cultura di opposizione, finché dura la minaccia e si dispiega il progetto distruttivo di un governante-padrone che agisce brutalmente con tutta la sua ricchezza.

Berlusconi minaccia, ormai si capisce, di comprarsi, in un modo o nell’altro, pezzo per pezzo quel che gli manca per ottenere risultati elettorali che, sulla base di ciò che ha fatto, gli sarebbero negati. Berlusconi non è «la politica», è un evento grave e pericoloso. Ce lo dice la stampa del mondo.

Ce lo dicono i governi europei che non vogliono condividere con lui un summit, a costo di tagliare fuori un Paese importante come l’Italia. Ce lo dice il cupo e ridicolo semestre europeo guidato dalla caricatura di un italiano che sa usare soltanto insulti e barzellette. Ce lo dice lui stesso, ogni giorno, in modo chiaro e sfrontato. Non vedere l’emergenza è impossibile, come è impossibile immaginare che, in Parlamento o fuori, a Nassiriya o in Italia, si stiano vivendo giorni normali.

Tutto ciò noi ci sentiamo di dirlo non per polemica ma per necessità, non per la pretesa di avere ragione ma per un senso grave di allarme che non possiamo rinunciare a comunicare. Non vediamo né spazio né tempo per le riflessioni tranquille dei giorni normali.

Senza carri armati, anzi circondato da uno stuolo di giornalisti benevoli e molto pazienti, ieri Silvio Berlusconi ha occupato la prima rete e il primo telegiornale della Rai per tutto il tempo che ha voluto, facendo saltare programmi e Tg, fedele solo a se stesso, alla sua immagine, al suo interesse, alla sua voce, al suo essere dove sta, in posizione arbitraria e incontrastata di potere. Lo vedete guardarsi intorno, mentre il nastro di parole scorre nel vuoto in automatico, e sembra colto da un secondo pensiero: possibile che sia così bravo da sottomettere tutto un Paese, i suoi intellettuali, i suoi commentatori, i suoi critici naturali, i giornalisti, senza poter esibire alcun merito, senza poter vantare alcun risultato, senza avere portato al Paese - o almeno a un’area o un ceto del Paese - qualche sia pur limitato miglioramento e di vantaggio?

O forse lo stimola un’altra domanda meno vanagloriosa e più umana: possibile che sia così facile? Gli sarà venuto in mente nel momento in cui uno dei partecipanti ha posto senza imbarazzo questa domanda che dovrebbe essere studiata - d’ora in poi - nelle scuole di giornalismo: «Presidente ci dica qual è la notizia del nuovo anno». È una domanda esemplare perché completa la delega dei poteri in questa Repubblica che Luciano Violante, nella sua dichiarazione alla Camera, ha chiamato la “Repubblica maggioritaria”. Ovvero tutto il potere alla maggioranza che - attraverso il meccanismo del voto di fiducia che vieta ogni discussione - delega tutto il potere al governo. E il governo - si è già visto e si vede in ogni Consiglio dei ministri - ha già delegato tutto il potere al capo.

Adesso un giornalista con posizione televisiva autorevole gli offre anche l’ultimo privilegio: definire che cosa è una notizia. Non più. Adesso è stato chiesto al capo di scegliere. È a questo punto che Berlusconi, nonostante l’immensa stima che ha per se stesso, deve essersi chiesto: possibile che sia così facile?

È inevitabile pensare a un libro di recente pubblicazione “La notte della democrazia italiana. Dal regime fascista al governo Berlusconi” a cura di Giampasquale Santomassimo. È la raccolta di una serie di interventi di una giornata di studio all’Università di Firenze cui hanno partecipato, fra altri, con Enzo Collotti, Giovanni De Luna, Giovanni Gozzini, Paul Ginsborg, Percy Allum, Stuart Woolf, Michele Battini, Gabriele Turi.

Scrive di quell’evento Simonetta Fiori (la Repubblica, 26 novembre): «Tutti trovano lecito chiedersi se in Italia non stia nascendo un regime di natura politico-mediatico-videocratico. Gli studiosi dell’Italia tendono a convergere su una risposta affermativa. Dicono: “Sì, oggi in Italia vige una democrazia atipica, guardata con allarme dall’opinione pubblica europea e con sostanziale indifferenza da quella italiana perché col tempo (come scrive il curatore del libro) ci si abitua a tutto, anche a considerare normale ciò che non è e non può esserlo”».

***

Non è normale, infatti, che nel corso del lungo monologo detto “conferenza stampa” soltanto cinque giornalisti osino porre domande sul costo della vita, sul finto taglio delle tasse, sulla evidente necessità di una ulteriore manovra correttiva, sulla “par condicio” che sarà abolita col voto di fiducia. E che la inviata de l’Unità, per aver osato riferirsi alla misteriosa scomparsa del premier per 32 giorni, dopo il Natale del 2003 (una scomparsa senza spiegazioni che nessun capo di governo democratico potrebbe permettersi in Paesi normali) si è sentita rispondere che sarà lieto di fornirle l’indirizzo di un buon chirurgo plastico. E ha precisato, per l’Italia e per il mondo, con una di quelle frasi con cui certi anziani imbarazzano tutti in famiglia: «Io mi sento 40 anni, corro, faccio i cento metri con ottimo tempo. Dunque devo rappresentare fisicamente me stesso meglio degli altri perché posso permettermelo. È una forma di rispetto verso chi si aspetta da te una certa rappresentazione sul piano nazionale e internazionale. E credo che il mio comportamento (rivolgersi al chirurgo plastico, ndr) debba essere portato ad esempio».

La parola chiave è “rappresentazione”. Con essa il presidente del Consiglio, trascinato dal suo “One man show” (lo spettacolo di un attore che tiene la scena da solo) svela un suo pensiero ossessivo, la chiave del suo comportamento che ha tre punti d’appoggio: giovare a se stesso, vantare il bene fatto agli altri (tutto è merito suo, anche gli aiuti dopo l’immane tragedia asiatica) ed essere ammirato per come appare. Con la profonda persuasione di fare accadere - o di aver già fatto accadere - ciò che racconta e di cui si vanta da solo, sospeso nella aura magica che si è costruita sulla certezza dell’unico successo che gli importa e che conta: il successo mediatico. Dice a se stesso e a noi che ciò che dice è accaduto perché lui non può fallire.

***

Un filo di patologia lega queste immagini di se stesso che entrano in televisione, la occupano, scacciano tutte le altre immagini con la persuasione che lui governa lì, in quel momento, con quello che dice e quello che si vede. Ma perché l’ossessione che Berlusconi ha di se stesso possa continuare intatta e anzi rafforzata occorre una situazione di culto. La storia conosce bene situazioni come questa. Sentite Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 28 dicembre, in un editoriale ingannevolmente intitolato “La vera forza di Romano Prodi”. «Già molto tempo prima che Berlusconi pubblicizzasse il suo famoso contratto con gli italiani, il centrodestra aveva, presso l’elettorato, una immagine netta e riconoscibile. Le sue idee forti erano conosciute ed erano quelle del capo. Erano le idee di Berlusconi (...) il centrodestra si propone (dalla devoluzione al fisco, dalla Giustizia al Welfare alla Costituzione) come forza di cambiamento e di rottura con il passato».

Berlusconi - occorre dirlo - trae dal cerchio di adulazione che si è prontamente creato intorno a lui e dal cerchio di intimidazione che ha saputo creare, regalando orologi e rovinando carriere, tutto il frutto possibile. Per aumentare l’adulazione si elogia da solo, si compiace da solo, si esibisce fino a quando - come i colleghi compiacenti o pazienti o ansiosi di Palazzo Madama durante l’occupazione di due ore televisive il 30 dicembre - la sua folla ride. Ride, come i bambini a scuola, una risata umiliante e liberatoria. Tutti sanno che con lui non si ride sempre. Fin dal principio ha messo in chiaro un concetto mussoliniano: «Questa è una opposizione fatta di anti italiani che tramano per impedirmi di ottenere la revisione del patto di stabilità». Ci dice l’agenzia Ansa che il premier assicura: «Porterò le prove». Non le porterà, non le ha mai portate. Ricordate le accuse spaventose della Commissione-killer detta Telekom Serbia che aveva per scopo di incriminare Prodi e Fassino? Ricordate le sanguigne minacce della Commissione Mithrokin? Tutto svuotato dalla magistratura, non da chi, in Parlamento, si è prestato al servizio-calunnia. Ma non importa. Fra coloro che ricevono dal premier orologi e orecchini e coloro che traggono insegnamento dai licenziamenti di colleghi illustri, nessuno ha voglia di verificare, di denunciare l’omissione, la bugia, il puro spettacolo a vuoto, l’inganno.

***

Una volta zittiti i critici, una volta stabilito, nelle sue file e nelle file degli altri, che non è accettabile parlare male di lui, Berlusconi non ha esitazioni ad affermare: «Come Bush si batte contro il terrorismo, anch’io continuerò a battermi contro il male di questa sinistra. Ma Bush non ha un problema interno, perché le radici liberali dei democratici e dei repubblicani sono le stesse. Invece noi abbiamo una preoccupazione maggiore. C’è una base religiosa, nel nostro partito, per evitare che prevalga il male, cioè una ideologia che dovunque è stata dannosa per i cittadini». Una dichiarazione arretrata di molti decenni nella storia, che si situa tra Francisco Franco e Pinochet. Possiamo dire che Berlusconi è un Francisco Franco buono perché non usa la garrota? O che è un Pinochet virtuale perché, poi, alle parole - che chiunque in Europa considererebbe gravissime - non segue il sangue?

Proviamo a riassumere i tratti fondamentali di un giorno con Berlusconi, il 30 dicembre, il monologo televisivo senza fine detto benevolmente “conferenza stampa”.

1 - Berlusconi occupa la Tv quando vuole, parla per il tempo che vuole, improvvisa quello che vuole sapendo che nessuno intercetterà cifre finte o affermazioni irreali.

2 - Berlusconi occupa la Tv all’ora del telegiornale mentre centinaia di famiglie italiane attendono con angoscia di sentire un nome, un luogo, una rassicurazione sui figli e genitori dispersi. A lui non importa. Interrompe il servizio pubblico perché deve parlare di se stesso.

3 - Berlusconi accusa come vuole, sicuro del suo controllo sui media. Ogni risposta, se ferma e adeguata, sarà definita “odio”. Il riferimento all’opposizione come antitaliana e come simile ai nemici di Bush (dunque il terrorismo) viene accettata e diffusa perché, nella grande stampa indipendente e nei talk show televisivi, nessun commentatore vorrà raccogliere la questione. I più miti fingeranno di non averla sentita, i più militanti la rilanceranno come se si trattasse di cose vere, fondate, provate.

4 - Governare è difficile e rischioso. Perché Berlusconi dovrebbe farlo quando può comprare ciò che gli serve, contentare i suoi con le nomine, liquidare o promuovere giudici in posizioni cruciali come vuole lui, a dispetto del Csm (lo ha appena fatto nel caso della Procura antimafia), mandare i suoi amici negli organi di controllo (lo ha appena fatto con Guazzaloca nominato all’Antitrust), nominando sottosegretario chiunque, purché fedele o zitto?

Berlusconi, con il suo controllo totale dei media, è libero di recitare per gli italiani la parte del Mandrake della politica nazionale e mondiale (mentre nel mondo perdiamo vertiginosamente immagine e reputazione), conta sul silenzio o su domande benevole e storie che non saranno mai scritte. Ci fa sapere che senza libertà di comunicazione e di informazione si vive benissimo perché a comunicare ci pensa lui. Ci propone - lui e tanti altri - di smetterla e di stare al gioco. Tanti ci stanno e si trovano bene, in ottimi studi tv con ruoli di spalla. Insistono (non sempre con le buone): «Non siamo fanatici»

Eppure noi ci sentiamo moderati. Con quel che succede, diciamo appena il minimo.

Hai sentito che cosa ha detto Prodi? Ma ti pare il caso di parlare di mercenari? Mica una sola telefonata ho ricevuto. E nemmeno due. E tutte (per restare in tema) assolutamente «volontarie». Replicherò dunque con un apologo neorealista. Lui si chiamava Gianni ed era un autista d’autobus in pensione. Lei, sua moglie, si chiamava Anna e aveva un’ammirazione appassionata per la gente che rischia per le nobili cause. Si commosse e si sentì importante una volta che le passai al telefono Antonino Caponnetto. Tutti e due, credo, erano iscritti ai Ds.

Mi accompagnarono in lungo e in largo tutti i giorni della campagna elettorale nelle politiche del 2001.

Su e giù con un furgone per le vie del centro di Genova e per la Val Bisagno. Non furono i soli a darsi da fare per me. Si mossero a decine e decine i militanti dell’Ulivo. Tutti i giorni, ciascuno nelle ore che poteva. Ero il loro candidato; un candidato non locale, fra l’altro, ma - così mi parve - ugualmente gradito per il suo prolungato impegno su alcuni temi che molti di loro consideravano cruciali per la democrazia. Alla fine di un mese e mezzo di campagna elettorale cercai di sdebitarmi moralmente per quell’aiuto che, certo, era stato prodigato con tanta generosità per fare vincere l’Ulivo; ma che aveva coinvolto e costruito (e come sarebbe potuto essere diversamente?) relazioni umane profonde. Regalai a quasi tutti i nuovi amici trovati sul campo copie dei miei libri. A Gianni e Anna, che si erano dedicati a me tutti i giorni dall’alba fino a notte, mi sembrò giusto consegnare una busta, per così dire, di rimborso spese. C'era dentro un assegno di un milione. Una cifra simbolica, di fronte a un mese di lavoro in due. Non volevo insomma che lo intendessero come un vero pagamento. Lo rifiutarono lo stesso. Non ne vollero sapere. Lo abbiamo fatto per ideali, mi risposero. Vollero, questo sì, dei libri con una dedica calorosa. Poi non mi chiesero mai un favore. Non cercarono di far valere il loro aiuto per dare origine ad alcuna clientela. Li ho riincontrati spesso. E lo scorso giovedì sera, durante una manifestazione sulla Finanziaria, proprio mentre Berlusconi lanciava l’idea dei suoi Mille, si sono candidati a ripetere la loro fatica nel 2006.

Ho ripensato a questo groviglio di rapporti, di impegni, di affetti che si formano nell’azione politica. Ci ho ripensato appunto leggendo la polemica scoppiata dopo l’annuncio dei mille professionisti azzurri e l’icastica risposta di Prodi sui “mercenari” e sui “volontari”. Ha sbagliato Prodi? Ha superato il limite del “civile confronto”? Ha fatto un autogol clamoroso, come da più parti si recita? Lasciamo perdere i limiti del civile confronto, che non si sa chi possa più invocare, visti i silenzi prudenti con cui si accolgono accuse ben più sanguinose di quella prodiana. La polemica invece, quella, non va fatta per nulla cadere. Piuttosto va sviscerata. Per capire che cosa si può ancora dire in questa temperie politica. Qual è il galateo e chi lo stabilisce. E siccome credo che il centrosinistra non debba perdere un grammo della propria intelligenza e della propria libertà di espressione (visto per di più che gli spazi di libertà si restringono ogni giorno di qualche centimetro), vale la pena ripartire dall'etimologia. Dice il Devoto Oli, a proposito della parola mercenario: «Di chi svolge un’attività al solo scopo di trarne un guadagno». E aggiunge che sono truppe o soldati mercenari quelli «reclutati con contratto per fare la guerra». Specificando che anche una balia può essere mercenaria, nel senso che allatta a pagamento, non per amore. Ma resta inteso che sia la balia sia il soldato possono fare a pagamento cose in cui in certa misura si riconoscono. Che la balia può amare il bimbo che allatta per mestiere. Che il soldato può ammirare il signore che lo paga e sotto le cui bandiere egli si batte.

Questo è il dizionario. Se poi si volesse andare più a fondo e sottilizzare, si potrebbe rilevare che mercenario e soldato hanno in fondo radici uguali: mercede e soldo. Il tempo fa e disfa lentamente le parole, come sappiamo. Ma gli umori, le reattività, gli spiriti e le faziosità, vanno oltre. A comando trasfigurano quei termini che hanno una loro semplicità e potenza descrittiva. E' curiosa la politica. Da un lato inventa parole vacue e untuose per diplomatizzare e stemperare la dialettica delle idee, preoccupata nevroticamente di ogni forma di dissenso. Dall’altro conia insulti e accuse che non stanno né in cielo né in terra tanta ne è l’intenzionale violenza. Sicché, oscillando senza tregua tra questi due estremi, bandisce dal suo lessico le parole chiare e cristalline. Anche per questo essa è lontana dalla gente. Perché rifiuta di parlarne la lingua quotidiana. Quella della gente comune, non della gente da trivio (che invece ogni tanto adotta disinvoltamente).

Berlusconi arruola con regolare contratto mille giovani per la sua «guerra» (parola da lui pronunciata centinaia di volte) contro «la sinistra»? È il tipico caso del Devoto Oli. Bisognerebbe parlare di professionisti, che suonerebbe meglio? Ma qui non di professionisti si tratterebbe. Non si parla infatti di pubblicitari, di addetti stampa, di sondaggisti, che per una campagna elettorale prestano la loro opera al servizio di una parte politica. Ma di persone che svolgerebbero un’attività di propaganda a pagamento, che ora non svolgono. Tant’è che sarebbero selezionate non tra quelle che già ora fanno politica per Berlusconi gratuitamente. Ma - si è detto - sul mercato (giusto?), attraverso una adeguata attività di selezione svolta da appositi e premiati cercatori di talenti. E dietro promessa di una mercede. Nulla di vergognoso, per chi impara ad avere una visione laica della vita e della politica. Ma il cui contrario, nel prezioso «Dizionario dei sinonimi e dei contrari» di quasi mezzo secolo fa (edizione speciale, udite udite, per l’Arma dei Carabinieri), si chiama, alternativamente, «gratuito», «volontario», «disinteressato».

Devo dire la verità. Fa un po’ specie vedere che chi ha fatto del denaro la propria religione, chi ne ha fatto il metro supremo per misurare capacità e qualità delle persone (ricordate il celebre episodio del premier con il ragazzino milanese che gli diceva che il suo papà, diversamente da lui, non poteva mangiare al Savini? «Si vede che non ha lavorato come me», gli rispose) provi poi vergogna o risvegli i suoi furori se gli si osserva che progetta di acquistare con il denaro la altrui disponibilità al lavoro politico.

E fa un po’ specie anche sentire evocare, in questo caso, il professionismo politico. Il quale è tutt’altra cosa e si trova, come è noto, sotto tutte le bandiere. Sono professionisti della politica coloro che vivono di politica (in modo più o meno definitivo) grazie a un’attività istituzionale. E lo sono anche coloro che vengono pagati dai partiti per svolgere le loro mansioni. I quali però - lo si ricordi - non vengono reclutati con un'offerta pubblica sul mercato. Ma in genere ricevono un'offerta di collaborazione dopo un tirocinio fatto in modo assolutamente volontario presso il partito che meglio incarna i loro ideali. Arrivano cioè al professionismo per un cumulo di circostanze, ma avendo all’origine una scelta di “gratuità”. Che si manifesta, a scanso di equivoci, tanto a destra (specie nella Lega e in Alleanza nazionale) quanto a sinistra.

Ogni tanto la politica ha le sue pretese semantiche. Una volta pretese che non si potesse parlare di «lotta alla mafia». Che non potessero usare quell’espressione esecranda né i magistrati, né gli intellettuali, né gli insegnanti, né i preti, né i giornalisti. A cicli alterni mette al bando il termine «società civile», che pure ha radici dense e ben motivate da Hobbes a Gramsci. Sembrano pretese stravaganti, ma dietro queste ambizioni censorie ci sono sempre nervi scoperti, nitide esigenze di potere. Perciò cedere a queste pretese non è un fatto semantico. È un fatto civile e politico. Sull’opportunità di una parola si può discutere all’infinito. Sul suo fondamento logico ed etimologico no. Pena la perdita di un po’ di libertà. Di espressione e d’opinione

I teorici della globalizzazione assicurano che tra i suoi effetti benefici vanno incluse l´interdipendenza che si è realizzata tra i sistemi economici, e la possibilità di poter produrre ogni cosa in qualsiasi luogo. Nonchè il fatto che è diventato indifferente se la proprietà formale di un´impresa abbia sede in un dato paese mentre le sue unità produttive sono localizzate altrove. Il caso della Embraco di Chieri, presso Torino, che ha chiesto di aprire la procedura di mobilità per oltre 800 dipendenti, mettendo a rischio anche altri 400 posti di lavoro nell´indotto, suggerisce di annoverare tra gli effetti della globalizzazione anche la irresponsabilità, sottratta a ogni forma di tracciabilità, di imprese e dirigenti.

In verità se uno chiede chi mai sia responsabile del destino di queste 1.200 persone, molte delle quali sono troppo giovani per poter andare in pensione quando la mobilità avrà termine, si trova dinanzi a una serie di risposte affatto razionali. Ma esse, nell´insieme, portano a concludere che abbiamo costruito un sistema economico irrazionale, in primo luogo perché nei suoi meandri è impossibile risalire a chi dovrebbe rispondere di quel che succede.

La fabbrica di Chieri una volta si chiamava Aspera. Non andava troppo bene, e la proprietà la cedette alla multinazionale brasiliana Embraco. L´importante, fu detto, non era la collocazione della proprietà, bensì il mantenimento della produzione e dei posti di lavoro. Risultato: i dipendenti Embraco erano 2.150 nel 1999, 1.640 nel 2001, 1.000 tondi l´estate scorsa e 940 oggi. Di cui quattro quinti in mobilità, il che significa chiusura prossima della fabbrica. Chi è responsabile di simile caduta dell´occupazione, e prima ancora del calo di produzione che l´ha causata? L´Embraco produce compressori per frigoriferi che vengono acquistati soprattutto dalle consociate di Whirlpool Europa, colosso degli elettrodomestici trapiantato dagli Usa, le quali stanno in Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, con stabilimenti in vari altri paesi. Per essere redditizia l´Embraco dovrebbe produrre almeno 6 milioni di pezzi l´anno, ma le imprese di Whirlpool Europa gliene comprano soltanto 4. Il prodotto italiano di marca brasiliana è forse di qualità non eccelsa? Costa troppo? Non è adatto alle produzioni degli stabilimenti austriaci, bulgari o slovacchi? E se tutto ciò fosse vero, qualcuno nell´azienda di Chieri non poteva accorgersene anni fa, e introdurre i mutamenti opportuni? I dirigenti di Chieri potrebbero naturalmente rispondere che loro debbono sottostare alle superiori prescrizioni di costi e di specifiche tecniche della multinazionale da cui dipendono. Se gli stabilimenti austriaci o belgi o bulgari non gradiscono i compressori della Embraco, è al Brasile che bisogna domandare spiegazioni, non a Chieri. Ed è presumibilmente dal Brasile che è giunto l´ordine di chiudere la fabbrica del torinese per portare la produzione nell´Europa orientale. A loro volta i dirigenti Whirlpool dei relativi paesi potrebbero difendersi dall´accusa di snobbare il prodotto made in Ue, seppur con marchio brasiliano, ricordando che loro hanno sul capo la Whirlpool Corporation of America, che verifica con estrema severità l´andamento delle vendite come dei costi di produzione.

Il caso Embraco è dunque emblematico. Vuoi perchè di casi simili ve ne sono ormai centinaia solo in Piemonte, e migliaia in Italia, con centinaia di migliaia di lavoratori coinvolti. Vuoi per il fatto che al fondo della maggior parte di essi si ritrovano circostanze analoghe: l´interdipendenza globale che diventa una forma patologica di dipendenza locale dalle bizzarrie di processi economici incomprensibili ai più; la proprietà straniera che preferisce ovviamente licenziare i dipendenti d´un paese lontano che non quelli del suo vicinato; intrecci produttivi e finanziari di cui è quasi impossibile venire a capo, al fine di trovare qualcuno che renda conto di decisioni aventi ricadute negative su intere regioni. Per il momento possiamo solo sperare che enti territoriali e sindacati trovino modo quanto meno di alleviare la grave situazione determinatasi in quel di Chieri. Ma i casi simili continueranno a moltiplicarsi, fino a quando non si inventeranno e si adotteranno mezzi appropriati per governare localmente la globalizzazione.

Di fronte a questo disegno di legge che riscrive 43 articoli della nostra Costituzione e che è stato approvato in prima lettura venerdì 15 ottobre dalla Camera dei Deputati, non si sa se aggregarsi ai brindisi di gioia della Lega e di tutto il Polo (Follini e Udc compresi, con la sola eccezione del roccioso Tabacci che si è astenuto) oppure condividere la definizione di Piero Fassino e di Ciriaco De Mita («indigeribile pastrocchione») e le parole di Francesco Rutelli («un venerdì nero per la Repubblica»). Non si sa se vederlo come una tragedia o come una farsa costituzionale.

Personalmente sarei incline più alla farsa che alla tragedia, ma mi rendo ben conto che una farsa costituzionale è al tempo stesso una tragedia: non si può infatti scherzare impunemente con la Carta che sancisce il patto fondamentale tra i cittadini e le istituzioni definendo i diritti, i doveri, lo statuto di cittadinanza, le forme della rappresentanza, l´equilibrio dei poteri, le modalità del controllo sul loro operato, gli istituti di garanzia.

Con questo complesso di problemi la maggioranza ha arruffato soluzioni improbabili con una leggerezza che rasenta l´irresponsabilità. Di qui il dilemma tra farsa o tragedia, che a ben guardare sono le due facce d´uno stesso spettacolo messo in scena da Berlusconi Bossi e Fini sotto gli occhi rassegnati e conniventi di Follini sulla pelle della democrazia repubblicana.

Trattandosi d´un disegno di legge di riforma costituzionale, per di più sottoposto a referendum poiché manca la maggioranza qualificata prevista dalla Costituzione, il Capo dello Stato non ha in questo caso alcun potere di interdizione. Non resta dunque che l´appello referendario al popolo sovrano che però non potrà essere indetto che a conclusione delle quattro votazioni previste dall´articolo 138 della vigente Costituzione.

Credo e spero che la votazione popolare cancellerà questo pastrocchione, dico meglio questo obbrobrio che, allo stato dei fatti, lascia dietro di sé una veduta di rovine. Il testo approvato l´altro ieri dalla maggioranza plaudente ha infatti abbattuto in un colpo solo i poteri del Parlamento, quelli del presidente della Repubblica, l´unità nazionale. Per di più ha messo in moto un meccanismo del quale si ignora il costo ma non l´ampiezza della sua oscillazione che va da zero a 100 miliardi di euro.

Sull´ipotesi di costo zero non scommetterebbe nessuna persona dotata di normale buonsenso: essa infatti si può verificare soltanto nel caso in cui le Regioni italiane, per gestire i nuovi poteri che otterranno dalla devoluzione, possano utilizzare i pubblici impiegati già in forza nelle attuali strutture amministrative dello Stato.

L´ipotesi più probabile si colloca invece in prossimità del tratto di oscillazione massimo, tra gli 80 e i 100 miliardi di euro, con possibilità di superare perfino quella cifra-limite. Il che significa che l´intero impianto della devoluzione può portare lo Stato federale alla bancarotta finanziaria.

Ma questo lo sapremo soltanto quando si dovranno emettere le leggi attuative del nuovo dettato costituzionale. A quel punto il faccione grottesco e comico della farsa tornerà a far capolino dietro le cupe nuvole della tragedia, ma allora sarà troppo tardi per riderne.

* * *

Andrea Manzella ha già individuato ieri su questo giornale con chiarezza e dottrina gli aspetti sostanziali e sostanzialmente incongrui di questa legge.

Ero tentato di chiamarla legge di controriforma, ma mi sono poi reso conto che il termine non sarebbe appropriato. La controriforma è una cosa molto seria con la quale si può dissentire o consentire, ma che è comunque animata da una sua coerenza, da una sua cultura, da una sua dignità intellettuale. La Controriforma con la quale la Chiesa si oppose, tra la fine del XVI e l´inizio del XVII secolo, allo scisma luterano fu una profonda scossa riformatrice che alimentò per almeno cent´anni un rinnovamento profondo del clero, della catechesi, delle opere missionarie; ebbe una sua coerenza non esclusivamente oscurantistica; produsse la cultura del barocco in architettura, nella «maniera» pittorica, nella musica.

Applicare il termine di controriforma all´obbrobrio farsesco che sta sotto i nostri occhi sarebbe quindi blasfemo. Qui c´è soltanto una furbizia di avvocaticchi che hanno cercato di accontentare i disomogenei partiti della coalizione preparando una sorta di «fricandò» messo in cottura a fuoco lentissimo; talmente lento che quasi nessuno degli attuali protagonisti sarà in grado di assaporarne il gusto.

Provo ad elencare i vari elementi che lo compongono aggiungendovi poche note di chiarimento e di osservazione.

* * *

1. Il Parlamento, come rappresentanza del popolo dotata del potere di fare leggi, controllare l´operato del potere esecutivo, dargli e togliergli la fiducia, non esiste più. Il governo assume in proprio anche il potere legislativo poiché decide quali provvedimenti ritiene indispensabili alla propria azione e su di essi chiede la fiducia. Ove mai non l´ottenesse scioglie la Camera.

Essa, la Camera, può in teoria votare la sfiducia al governo a patto però di aver già individuato - rigorosamente nell´ambito della maggioranza parlamentare - un nuovo premier in grado di ereditare il consenso della maggioranza stessa senza che vi sia alcun apporto da parte dell´opposizione.

2. Il «premier» è eletto direttamente dal popolo in collegamento con i deputati candidati nei collegi. Il Capo dello Stato gli deve affidare automaticamente la formazione del governo. Il premier presenta al Parlamento il ministero senza bisogno di chiedere alla Camera il voto di fiducia. Dello scioglimento della legislatura abbiamo già detto: rientra nei poteri del premier.

Osservo che non esiste in nessun Paese europeo l´elezione diretta del primo ministro né esiste la sfiducia costruttiva limitata all´ambito della maggioranza parlamentare.

3. Il Capo dello Stato è semplicemente un notaio. Serve a certificare come autentici gli atti che il «premier» sottopone alla sua firma. Ogni controllo di legalità e di costituzionalità di tali atti gli è precluso. La sua firma di certificazione è un atto dovuto. Sta scritto nella legge che egli è il garante dell´unità federale dello Stato. Ma i modi e i poteri attraverso i quali possa esercitare quella garanzia non sono previsti. Il solo modo possibile che ha è di dimettersi dalla carica che ricopre. Chi sta al Quirinale avrà dunque soltanto diritto al picchetto d´onore e poteri di tagliar nastri, portare corone d´alloro al Milite ignoto e inviare telegrammi d´auguri o di condoglianze a seconda dei casi.

4. Il Senato federale non si sa che cosa sia e non lo sanno, credo, nemmeno coloro che ne hanno proposto l´istituzione. Esamina solo le leggi regionali e quelle che interessino le regioni. Qualora vi sia conflitto di competenza tra Senato e Camera, la decisione viene presa da una Commissione paritetica che configura una sorta di terza Camera.

5. Sulla devoluzione di poteri alle Regioni non mi diffonderò, è materia già spiegata fino alla noia. Il fatto che, ciò nonostante, nessuno ci capisca niente vuol dire semplicemente che si tratta di materia non comprensibile.

Esempio: l´organizzazione delle istituzioni sanitarie è di esclusiva competenza regionale ma la tutela della salute è di competenza dello Stato.

Così per la scuola e per i suoi programmi. Lo Stato comunque ha il potere di avocare a sé in qualunque momento poteri devoluti qualora la situazione lo richieda. Si tratta insomma d´una devoluzione-fisarmonica che si allarga o si restringe a capriccio e secondo gli umori.

6. I Comuni sono in coda alla gerarchia amministrativa, fiscale e politica.

Sopra di loro non c´è più soltanto il bieco Stato centralista, ma anche l´amorevole regione neo-centralista. E le province? Nebbia e mistero.

7. Le regioni possono accorparsi fondendosi tra loro. Ma possono anche cambiare confini. Se i piacentini volessero uscire dall´Emilia e aggregarsi alla Lombardia o al Piemonte potrebbero farlo senza che l´Emilia abbia potere di opporsi. E viceversa se il lodigiano volesse trasmigrare in Emilia. Anche qui fisarmonica, che si porta dietro ospedali, imprese, gettito tributario, risorse bancarie e professionali.

Tralascio il resto. Sembra un «puzzle» costruito da un pazzo.

8. Il «puzzle del pazzo» (scusate la cacofonia) andrà in vigore nel 2011 nel caso migliore, oppure nel 2016. Il motivo di questa lunghissima dilazione è il seguente: la legge prevede di andare in vigore nella legislatura successiva a quella nella quale avviene l´approvazione. Se il referendum confermativo avverrà entro il 2006 la legge di cui qui si discute entrerà a regime nella legislatura che inizia nel 2011; ma se il referendum avverrà dopo il 2006 (e sempre che approvi il «puzzle del pazzo») la legge sarà a regime nel 2016.

Non esiste nel mondo intero un solo caso d´una nuova Costituzione (perché di questo si tratta) che entri in vigore sei o undici anni dopo la sua prima approvazione. Motivo? Forse segretamente sperano che qualcuno negli anni a venire butti per aria il «puzzle del pazzo».

9. C´è un´altra possibilità. Che la Corte costituzionale, messa in moto da un magistrato ordinario o da un ricorso di Regioni, stabilisca che la procedura adottata modificando con un´unica legge 43 articoli della Costituzione violi quanto previsto dall´articolo 138, che esclude riforme «a sacco». In tal caso la legge in parola sarebbe cassata. Questo però potrebbe avvenire solo dopo la sua approvazione finale.

* * *

Ci sarebbe ancora molto da scrivere e da spigolare ma ne faccio grazia. Alla mia età ne ho già viste tante e tante ne ho lette o sentite raccontare. Una storia come questa però supera l´immaginazione. Perciò sono anche contento d´averla vissuta in presa diretta. Ungaretti parlava di allegria di naufragi e Montale di come si cammina sul ciglio d´un muro dove sono infissi i vetri acuminati d´una bottiglia rotta. Qui è diverso. Qui un gruppo di buontemponi giocano a palletta con lo Stato e si battono le mani da soli sperando che gli spettatori facciano altrettanto.

Non era mai accaduto un fatto simile. Speriamo che non accada mai più.

Sui destini di Simona Pari e Simona Torretta Silvio Berlusconi invoca cautela, «è terrorismo mediatico» e bisogna valutare il vero, il falso e il virtuale di messaggi e rivendicazioni. Certo, bisogna valutare e con cautela. Ma nessuno meglio di Silvio Berlusconi sa che tra il reale, il televisivo e il virtuale i confini, oggi come oggi, sono assai labili, perché il televisivo e il virtuale fanno la realtà e non viceversa. Che vuol dire, in tempi come questi, «terrorismo mediatico», e che c'è da fare per contrastarlo? Diagnosi e ricetta per alcuni sono semplici. L'obiettivo primo dei terroristi essendo proprio l'effetto mediatico, la produzione di terrore tramite immagini del terrore, la messa in scena della violenza come quintessenza della violenza, occorre staccare la spina, deflazionare quelle immagini, sottrarsi al ruolo impotente e voyeur dello spettatore. In una parola, spegnere le tv. Ha cominciato l'altro ieri La Stampa, hanno continuato ieri Avvenire e altre testate: ci vuole un codice deontologico internazionale, un accordo fra tutti i network europei; black out su quei coltelli che tagliano la testa agli ostaggi e a tutti noi, prigionieri a nostra volta del video e delle sue inconsce e capziose seduzioni. Se la decapitazione diventa uno spot, almeno evitiamo di mandarlo in onda: salveremo le nostre teste, depotenzieremo il gioco del boia. E pazienza se di rincalzo alle tv c'è Internet che non si può spegnere: il comando politico si eserciti almeno laddove ancora può, e sulla tv ancora può.

Si può fare, è utile farlo? La domanda corre nelle redazioni televisive, e le risposte, salvo lo zelo di Porta a porta che promette «mai più quei video», si appellano alla misura del buon senso e del buon gusto: informare senza indulgere, far vedere senza compiacere. Fermarsi sulla soglia del giusto limite, un attimo prima che il coltello si infili nella carne; un attimo prima che la tragedia si trasformi in spettacolo. Giusto, saggio: è il minimo di sensibilità, umana e professionale, che i tempi richiedono. Ma è troppo poco rispetto alle strategie di contrasto che i tempi richiedono.

Nella civiltà del visuale, il terrorismo, come già la guerra, usa il visuale: chi se ne stupisce era fuori dal mondo fino a un attimo fa. Nel visuale, per giunta, i giochi si moltiplicano e le strategie si complicano molto velocemente. Poco più di un decennio fa, nella prima guerra del Golfo, le telecamere servivano a edulcorare la guerra, a smaterializzarla, a nascondere il massacro dei corpi sotto lo spettacolo dei bombardamenti. Tre anni fa l'atroce volo di cadaveri nudi dalle Torri gemelle in fiamme fu rapidamente cassato dalle immagini - anch'esse ridotte a spot -degli attentati dell'11 settembre. E tutt'ora la legittimazione della guerra di Bush si avvale della stessa tecnica di cancellazione delle bare dei soldati americani, mentre Putin prende a sua volta le sue misure antiterrorismo di oscuramento televisivo. Senonché, nello scenario iracheno, il corpo si è preso la sua amara rivincita: con ogni mezzo, dalle tv alle fotografie di Abu Ghraib ai video sui sequestri che viaggiano in rete, la materialità delle ferite, delle amputazioni, delle sevizie, delle esecuzioni buca la virtualità che pareva deputata a preservarcene, a farci vedere senza toccare, a farci sapere senza traumatizzarci. Il gioco si è fatto più complesso, e al suo interno il terrorismo mediatico fa il suo gioco.

Qual è il nostro? Oscurare, limitare, codificare dall'alto il limite del visibile e dell'invisibile, della scena e dell'osceno, non serve a niente, perché per fortuna non è solo dall'alto che il gioco si decide: né dall'alto dei governi, né dall'alto dei gruppi del terrore organizzato. Vedere non vuol dire solo subire, vuol dire anche prendere atto e reagire. Internet non è l'ennesima diavoleria al servizio del terrorismo, è anche e soprattutto una grande arena su cui i governi possono poco o nulla e in cui le strategie di controinformazione, discussione, ribellione, autoorganizzazione possono invece molto. In ciò che resta delle democrazie, non è mai con un meno ma con un più di informazione, di immagini, di parole che si spezzano i tentativi di distruggere la sfera pubblica. Non è distogliendo lo sguardo dal gioco del boia che impareremo a dire no.

Torniamo al lavoro

Klein, Naomi

”I fanatici della Casa Bianca di Bush non sono né pazzi né stupidi né loschi più degli altri”: questo il sottotitolo dell’articolo della giornalista canadese, che spiega perché bisogna votare “anybody but Bush”. Un ragionamento applicabile anche alla situazione italiana? Da Internazionale, n. 553 del 19 agosto 2004

A giugno con riluttanza mi sono trovata d'accordo con quelli che dicono Anybody but Bush, "chiunque tranne Bush". A convincermi, alla fine, è stato Bush in a box, un regalo di mio fratello a mio padre per il suo compleanno. Bush in a box è una sagoma di cartone del presidente degli Stati Uniti con una serie di fumetti che riproducono i soliti bushismi.

Classiche cianfrusaglie contro Bush, in vendita da Wal-Mart e fabbricate in Malesia. Bush in a box mi ha però riempito di disperazione. Non perché il presidente sia idiota, cosa che già sapevo, ma perché ci rende idioti. Intendiamoci: mio fratello è un tipo intelligente, che dirige un centro di ricerca. Ma Bush in a box riassume bene il livello delle analisi sfornate oggi dalla sinistra. Il ritornello è noto: la Casa Bianca è caduta nelle mani di un losco gruppo di fanatici che sono pazzi, stupidi o entrambe le cose.

Votate Kerry e fate tornare il paese al buon senso. Ma i fanatici della Casa Bianca di Bush non sono né pazzi né stupidi né particolarmente loschi. Servono solo con spietata efficienza gli interessi delle grandi aziende che li hanno messi al potere. La loro arroganza non deriva dall'essere una nuova razza di fanatici, ma dal fatto che la vecchia razza si trova in un nuovo clima politico incontrollato. C'è però qualcosa nella miscela di ignoranza, devozione e arroganza di Bush che alimenta nei progressisti un disturbo che ho chiamato "cecità Bush".

Quando colpisce, ci fa perdere di vista ciò che sappiamo di politica, economia e storia, facendoci concentrare solo sulla personalità strampalata dell'inquilino della Casa Bianca. Questa follia deve finire, e il modo più rapido per farlo è eleggere John Kerry: non perché sarà diverso, ma perché sulla maggior parte dei temi fondamentali – l'Iraq, la "guerra alle droghe", il conflitto israelo-palestinese, il libero scambio, le imposte sulle società – sarà altrettanto nefasto. La principale differenza è che, facendo queste cose, Kerry apparirà intelligente, assennato e felicemente ottuso.

Ecco perché sono d'accordo con "Anybody but Bush": solo con al timone una persona noiosa come Kerry riusciremo a piantarla con le patologie presidenziali e potremo di nuovo concentrarci sui problemi concreti. Naturalmente la maggior parte dei progressisti è già compatta sull'"Anybody but Bush", convinta che non sia il momento di sottolineare le somiglianze tra i due partiti aziendalisti. Non sono d'accordo. Dobbiamo prendere atto di queste spiacevoli somiglianze e poi chiederci se abbiamo migliori possibilità di combattere un programma aziendalista promosso da Kerry o da Bush.

Non credo che la sinistra sarà ascoltata in una Casa Bianca targata Kerry/Edwards. Ma vale la pena ricordare una cosa: è stato sotto Bill Clinton che i movimenti progressisti in occidente hanno di nuovo cominciato ad analizzare i sistemi, la globalizzazione delle multinazionali e addirittura il capitalismo e il colonialismo.

Abbiamo cominciato a vedere l'impero moderno non come la sfera di un'unica nazione, ma come un sistema globale di stati interdipendenti, istituzioni internazionali e grandi aziende; una comprensione che ci ha permesso di costruire delle reti globali, dal Forum sociale mondiale a Indymedia. Leader innocui, che declamano cliché liberal mentre tagliano lo stato sociale e privatizzano il pianeta, ci spingono a identificare meglio quei sistemi e a costruire movimenti agili e intelligenti per fronteggiarli.

Alcuni sostengono che l'estremismo di Bush ha in realtà un effetto positivo perché unifica il resto del mondo contro l'impero Usa. Ma un mondo unito contro gli Stati Uniti non è necessariamente unito contro l'imperialismo. Malgrado la loro retorica, Francia e Russia si sono opposte all'invasione dell'Iraq perché minacciava i loro piani sul petrolio iracheno.

Con Kerry al potere, i leader europei non potranno più nascondere i loro disegni imperiali dietro le sferzate contro Bush. Lo sfidante democratico sostiene che dobbiamo dare "ai nostri alleati… un equo accesso ai contratti della ricostruzione" e alla "redditizia industria petrolifera irachena". Come se i problemi dell'Iraq si risolvessero dando a Francia e Germania una quota più grande del bottino di guerra.

Non si parla degli iracheni, e del loro diritto a gestire il loro paese e il loro petrolio. Sotto un governo Kerry la consolante illusione di un mondo unito contro l'aggressione imperiale cadrà, mettendo a nudo quelle manovre per il potere che sono il vero volto dell'impero moderno.

Di recente ho avuto un'accesa discussione con un amico a proposito del sostegno di Kerry al muro dell'apartheid in Israele, sugli attacchi gratuiti contro il presidente venezuelano Hugo Chávez e sui suoi pessimi precedenti in materia di libero scambio.

"Sì", ha concordato tristemente l'amico. "Ma almeno crede nell'evoluzione". Anch'io ci credo: nell'evoluzione più che mai necessaria dei nostri movimenti progressisti. E questo non succederà finché non metteremo via gli adesivi da frigorifero e le battute su Bush e non diventeremo seri. Cioè solo quando ci saremo sbarazzati del "distrattore in capo". Perciò, Anybody but Bush. E poi si torni al lavoro.

ROMA Professore Fisichella, lei sostiene che è sempre più il governo, invece dei Parlamento, a fare le leggi. È così?

È una tendenza che si manifesta da tempo non solo in Italia ma che in Italia ha raggiunto un livello molto alto.

Da quando e perché?

La tendenza rinvia anche a legislature precedenti ma in questa mi pare ci sia stata una certa accelerazione. Questo apre la strada verso una caduta dell'equilibrio tra esecutivo e legislativo. La letteratura scientifica attribuisce ai parlamenti due funzioni fondamentali: produzione legislativa e controllo politico. Della legislazione ho già detto. I parlamenti cercano semmai di inserirsi nella iniziativa governativa con piccole modifiche e senza grande capacità di promuovere leggi sistemiche. Sul controllo politico gli spazi si stanno obiettivamente restringendo.

Dove porta tutto questo?

Verso la contrazione degli spazi per le classi di estrazione squisitamente politica rispetto a quelle di estrazione economica, tecnocratica, finanziaria, mediatica. Se si restringe lo spazio delle istituzioni rappresentative, in un quadro che registra la crisi dei partiti e per molti aspetti anche dei sindacati, è evidente che gli spazi resi vuoti dalle difficoltà crescenti del Parlamento e dal rattrappimento di partiti e sindacati, vengono riempiti da altri soggetti che non hanno legittimazione democratica.

Andiamo verso una società sempre più autoritaria?

È un rischio, non c'è nulla di ineluttabile anche se ci sono forti tendenze, verso una società dove il criterio di selezione democratica viene per vari aspetti superato da criteri di selezione oligarchici. Per Augusto Comte ci sono due grandi poteri: la forza concentrata e quella dispersa. La prima, è quella delle risorse economiche e finanziarie; la seconda, quella dei grandi numeri e può controbilanciare la prima. Ma se partiti e sindacati sono in crisi, il potere mediatico finisce con l'assolvere un ruolo di indirizzo o di elusione, di sviamento dai grandi problemi reali della società.

Lei parla della crisi della democrazia italiana e in controluce si vede Berlusconi proprietario delle tv. Ho capito male?

Il fenomeno negli Usa s'è manifestato da tempo. I politologi parlano di sistema senza partiti. Il partito è stato sostituito essenzialmente dal potere mediatico, dalle televisioni.

Insomma, da Berlusconi. Ma come possiamo difenderci in Italia? Quali garanzie possiamo darci?

In un sistema bipolare è necessario che i due poli possano competere ad armi pari. Questo, per un verso, esige che siano rispettate certe regole che riguardano anche il sistema mediatico…

…Par condicio…

…Appunto. Per un altro esige che se c'è una opposizione che ritiene che la situazione deve essere corretta, questa opposizione deve comportarsi seriamente, senza dare gli spettacoli che sta dando in questo periodo.

Professore è polemico col centro destra e critico col centro sinistra?

(ride) Veda lei, veda lei.

L'opposizione sottovaluta?

Siamo di fronte a una generale carenza di classi dirigenti in Italia. Una classe dirigente seria, consapevole del fatto che questi sono i problemi, non li ridurrebbe ai particolarismi su cui indulge con troppo frequenza, ad atteggiamenti di antipolitica o di politicantismo partigiano. Sì, direi che non ci si rende conto che in Italia, ma non solo, viviamo un processo di svuotamento per linee interne della democrazia attraverso un indebolimento delle regole e soggetti (partiti, sindacati, istituzioni rappresentative). Questa crisi libera spazi che vengono occupati da soggetti che non hanno legittimazione democratica.

La mancata soluzione del conflitto d'interessi aggrava la situazione italiana?

È uno dei problemi di cui su cui ha ragionato anche il centro destra che però non s'è dato una soluzione soddisfacente. Ma lo svuotamento della democrazia dovrebbe essere affrontato soprattutto dall'opposizione e da quella parte della maggioranza consapevole dei rischi.

Invece l'opposizione non se ne occupa?

Non lo so. L'opposizione mi appare incomprensibile in questa fase.Non riesco a cogliere in essa il senso della consapevolezza della sfida che sta vivendo il sistema democratico italiano.

Il bipolarismo come si colloca nella sua analisi?

Può essere del tutto coerente con una Italia che funziona bene. Non c'è contrapposizione tra bipolarismo e una funzione alta della politica.

E la concentrazione dei media?

Sempre la concentrazione eccessiva è stata una controindicazione per la democrazia. La storia della democrazia europea, l'unica che conosciamo, da 2500 anni a questa parte raccomanda di evitare gli eccessi di concentrazione, quello che gli antichi chiamavano il dispotismo orientale. Il potere deve essere distribuito in modo che non ci sia tutto il potere su un unico capo, su una unica testa.

Voterà l'eventuale legge sulla cancellazione della par condicio?

Alcune leggi che riguardano le regole non le ho votate quando mi è sembrato costituissero un vulnus per la democrazia.

È noto da anni che i lavori precari ricadono soprattutto sulle donne. Tempo determinato, co.co.co., stages, part time forzato (che la persona accetta perché non trova un tempo pieno), lavoro intermittente e simili: in complesso circa due terzi dei lavori che prevedono un´occupazione e un reddito discontinui sono svolti da donne. Un recente decreto interministeriale accentua tale forma di discriminazione a loro danno. Esso prevede infatti che in tutte e 20 le regioni italiane, non solo in quelle meno sviluppate, si possano offrire dei contratti di lavoro di durata compresa tra i 9 e i 18 mesi, non rinnovabili, unicamente alle donne di qualsiasi età. A tutte le donne, si noti, per il mero fatto di appartenere a tale genere. Viene così offerta a qualunque datore di lavoro un´altra possibilità di offrire contratti di breve durata alle centinaia di migliaia di donne che ogni anno sono in cerca di occupazione. Quelle che si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro, come quelle che sono state licenziate o che vorrebbero cambiare lavoro.

I passi compiuti dal legislatore per arrivare a peggiorare in tal modo le prospettive lavorative delle donne, quali che fossero le sue intenzioni, sono due. Primo passo: l´art. 54 del decreto legislativo n. 276, emanato oltre un anno fa per dare attuazione alla legge 30 di riforma del mercato del lavoro, prevede un contratto definito "di inserimento". È un erede dei vecchi contratti di formazione e lavoro, diretto a realizzare l´inserimento d´un lavoratore nel mercato del lavoro mediante un progetto individuale di adattamento delle sue competenze professionali. Il decreto precisa che esso è riservato ad alcune categorie di persone. Tra di esse figurano le donne di qualsiasi età residenti in un´area geografica in cui il tasso di occupazione femminile sia inferiore almeno del 20% a quello maschile. Le aree in cui codesto tasso sussiste dovevano essere individuate in un altro decreto del ministro del Lavoro di concerto con il ministro dell´Economia.

Si poteva pensare che tali aree sarebbero state identificate quasi esclusivamente nel Mezzogiorno, dove è pure possibile erogare incentivi economici alle imprese come previsto dalla Commissione Europea. È qui che interviene il secondo passo. Il ministero del Lavoro ha infatti scoperto ora, a distanza di un anno, un dato noto in realtà da decenni: il tasso d´occupazione femminile è inferiore a quello maschile di almeno 20 punti in tutte indistintamente le regioni italiane. Magari di pochi decimi di punto, come in Friuli-Venezia Giulia, dove lo scarto è di appena lo 0,1% (51,7 per le femmine, 71,8 per i maschi), o in Piemonte, dove tocca lo 0,3% (51,6 contro il 71,9). Ma è comunque inferiore di almeno 20 punti. Lo dicono le rilevazioni Istat. Lo sottolinea la Relazione tecnica che accompagna il decreto ministeriale, con tanto di tabella che calcola le aree secondo quanto previsto dal precedente decreto legge attuativo della riforma. Sulla base di tale tabella il ministro del Lavoro, di concerto con il ministro dell´Economia, ha quindi decretato che "le aree territoriali di cui all´articolo 54 ecc. ecc. sono identificate per gli anni 2004, 2005 e 2006 in tutte le Regioni e Province autonome". Decreto e relazione tecnica si possono leggere nel sito del ministero.

Il nuovo decreto ministeriale stabilisce che gli incentivi economici alle imprese previsti dalla legge del 2003 per i contratti di inserimento di lavoratrici si applicano solamente alle regioni del Mezzogiorno e delle Isole, più il Lazio. Ma non esclude l´estensione a tutte le regioni d´un altro dispositivo di sicuro interesse per le imprese. Si tratta della possibilità di inquadrare chi è assunto con un contratto d´inserimento anche a due livelli al disotto della categoria che spetta alle mansioni corrispondenti a quelle cui è finalizzato il progetto di inserimento. In tal modo alle donne di qualsiasi età, che per ora significa legalmente compresa tra i 15 e i 64 anni, si aprono straordinarie opportunità di occupazione in tutte le regioni italiane. Per il mero fatto di essere donne, possono ora venire assunte dovunque con contratti di inserimento della durata massima di diciotto mesi, ed essere inquadrate sotto il profilo professionale e retributivo appena due categorie più in basso di coloro che nell´ufficio o nel reparto di fianco fanno il loro stesso lavoro.

L´obiezione più trita che si possa fare ai suddetti rilievi è che il decreto ministeriale ammette una possibilità, senza imporre nulla. In primo luogo va sottolineato che è l´occasione a rendere il lavoro precario. Si offra per legge agli enti pubblici economici, alle imprese e loro consorzi o gruppi, agli enti di ricerca pubblici e privati, come elenca puntigliosamente il decreto legislativo del 2003, l´occasione di stipulare in 20 regioni dei contratti aventi le caratteristiche sopra indicate, ed essi, anche per le difficoltà che molti attraversano, non mancheranno di approfittarne, a fronte della vastissima platea di donne che sono alla ricerca assillante di un lavoro. Ma soprattutto l´obiezione suddetta ignora l´offesa insita nell´etichettare l´intero universo femminile come uno strato sociale assoggettabile per legge ad ulteriori discriminazioni sul mercato del lavoro.

MARINES che entrano nella moschea crivellata di colpi. Poi uomini a terra: guerriglieri feriti nei combattimenti del giorno prima. In attesa di soccorsi mai arrivati. Infine un marine che punta il fucile e spara alla testa di uno di loro: un uomo che giace immobile sul pavimento.

Queste drammatiche sequenze, fissate da Kevin Sites della Nbc, hanno fatto il giro del mondo. Nemmeno la complicità che inevitabilmente si stabilisce tra i giornalisti embedded e i reparti che li incorporano e proteggono poteva censurare una simile violenza.

Sono immagini destinate a sollevare aspre polemiche. E non solo in Occidente. Anche se l´autore dell´esecuzione a freddo è stato arrestato, quel gesto aumenta a dismisura la percezione, già assai negativa, che i musulmani hanno dell´America. Come in precedenza Abu Ghraib, quel colpo di fucile nega nella sua essenza il progetto americano di esportare la democrazia nel mondo islamico. Se la democrazia non è solo procedura elettorale ma insieme di regole e di istituti di garanzia che permettono di evitare abusi di ogni genere, il volto con cui si manifesta nelle piane mesopotamiche non è certo dei migliori. E non basteranno le elezioni di gennaio a rifargli la cosmesi.

L´America afferma di aver invaso l´Iraq per liberarlo dagli innegabili soprusi di Saddam e trasformarlo in un paese democratico. Condivisibili o meno, tali premesse impongono agli Usa un preciso dovere: quello di comportarsi coerentemente con quei propositi. In una situazione in cui i jihadisti, nel tentativo di aizzare i musulmani, dipingono la guerra come prova provata della volontà occidentale di "distruggere l´islam", gli Stati Uniti devono attenersi il più strettamente possibile alle regole di guerra condivise dalla comunità internazionale. Niente, nemmeno una teologia politica niente affatto secolarizzata che la rappresenta come l´alfiere del Bene contro il Male, può permette all´America di varcare quel confine. Nonostante, o forse proprio per l´11 settembre, all´America di Bush spetta una paradossale, ma non per questo meno prescrittiva, "condotta morale della guerra".

Immagini come quelle di Falluja, già serialmente riprodotte in tv come al Jazeera o nei siti dell´islam on line, alimentano quel conflitto di civiltà che, a parole, tutti dicono di voler evitare. Nella circostanza non valgono nemmeno le giustificazioni secondo cui non sono meno feroci, da parte jihadista, gli sgozzamenti, le decapitazioni rituali, le esecuzioni con colpi di pistola a bruciapelo degli ostaggi. Non ultima quella di Margaret Hassan. Perché, semmai esiste una superiorità occidentale nei confronti di altre civilizzazioni, questa consiste proprio nella capacità di evitare la tentazione della reciprocità negativa. Non è l´universalizzazione dell´orrore che ci fa sentire orgogliosi di appartenere all´Occidente. Fortunatamente abbiamo o superato da tempo il "complesso di Kurtz", il personaggio conradiano che si spinge sino in fondo al baratro dell´orrore per svelare i limiti della "dialettica dell´illuminismo".

Combattere in Iraq secondo le regole significa non solo impartire alla catena di comando severe disposizioni perché non avvengano fatti come quelli di Falluja. Ma anche permettere che la Mezzaluna Rossa o i servizi sanitari locali soccorrano i feriti, siano combattenti o popolazione civile. A Falluja non sono solo gli iracheni a parlare di "catastrofe umanitaria". A detta degli stessi militari americani la distruzione della città, provocata da bombardamenti aerei, dai tiri dei tank, dagli scontri strada per strada, è impressionante. Il rifiuto Usa di lasciare entrare un convoglio umanitario in città, almeno nelle aree sotto controllo, va a violare quelle regole minimali che tentano di mettere in forma il dramma della guerra. Un atteggiamento che non aiuta né l´America, né l´intero Occidente, che dalla radicalizzazione dell´odio nel mondo islamico non traggono certo vantaggi.

Dal condono di villa Certosa alla riscrittura della Costituzione repubblicana. Una coalizione che impone al parlamento in sole 24 ore una doppietta del genere - passando con disinvoltura dal maneggio sulle illegalità private alle materie dei padri costituenti - è capace di tutto. Anche di risorgere imprevedibilmente dalle ceneri in cui essa stessa si era immersa e sprofondava a colpi di verifiche, smottamenti politici e dissesti finanziari. Con il colpo di ieri Berlusconi, da molti dato prematuramente per già sconfitto, ha ricompattato la sua maggioranza «del nord», messo a tacere quella «del sud» e accelerato lo sconquasso del nostro stato sociale e della nostra convivenza civile. Un'opera già sostanzialmente avviata dalla politica economica Tremonti-Siniscalco, e che culminerà con la famosa, sbandierata, tante volte rinviata e ormai imminente riforma fiscale. Il lungo cammino parlamentare, i tanti tira-e-molla della Lega, i compromessi a cui persino i bossiani si sono dovuti piegare, le parti fumose e pasticciate di ingegneria istituzionale, il caos che contraddistingue una serie di disposizioni, potrebbero trarre in inganno circa la portata della riforma approvata ieri. Se la doppia lettura parlamentare confermerà quest'impostazione, di qui a pochi mesi avremo non una revisione della Costituzione, ma una nuova Costituzione fondata su princìpi opposti a quelli del '48. La riforma approvata ieri, ridotta all'osso, si riassume in due punti essenziali: poteri molto più forti all'esecutivo e quasi assoluti al premier; poteri dirompenti alle regioni sui settori essenziali dello stato sociale, a partire da scuola e sanità. Da un lato, il rafforzamento del governo in senso leaderistico - il premier è un padrone, ha poteri da presidente di un consiglio di amministrazione -; dall'altro, uno svuotamento delle sue responsabilità e dei suoi poteri sulla politica economica e sociale - sulle quali ogni regione avrà i suoi princìpi e i suoi criteri. E soprattutto, le sue risorse: «i nostri soldi restano a casa nostra», la Lega traduce il suo slogan in realtà, con tanti saluti al Sud che i Fini e i Follini cercheranno di tenere elettoralmente in qualche altro modo.

Un governo forte, uno stato minimo. Con il passaggio di ieri, è una politica che si fa Costituzione. E che paradossalmente, mentre passa a livello di princìpi, fatica di più ad affermarsi nel concreto. Infatti la stessa filosofia è alla base del caso che agita la cronaca politica, il gran miraggio della riduzione delle tasse. Solo che in questo caso il «principio» si applica su scala nazionale: «i miei soldi restano a casa mia». Il calcolo politico di Berlusconi ormai è evidente: portare nelle tasche dei contribuenti-elettori, con le dichiarazioni dei redditi del 2005 e del 2006, un po' di spiccioli. Farli sentire più ricchi. Un calcolo forse miope: per far sentire più ricchi gli italiani, dopo anni di depauperamento, servirebbe una cascata d'oro, e ormai in giro si comincia a percepire il fatto che «meno tasse» vuol dire anche «meno servizi». Ciononostante, Berlusconi e i suoi puntano tutto sul «meno tasse», dividendosi all'apparenza solo sul «per chi»: per i ceti più bassi? I medi? I ricchissimi? Un dibattito fuorviante, che si sta già incamminando verso la soluzione ovvia fin dall'inizio, l'ultima citata: è più facile dare tanto ai pochi più ricchi, magari aggiungendo un'elemosina per i poverissimi, che un po' ciascuno a tutta la garnde fascia del ceto medio-basso.

Non sono questi i principali ostacoli che finora hanno bloccato la «rivoluzione fiscale» del fu Tremonti, ma l'assenza delle risorse: il bottino da spartirsi è già finito, dilapidato tra condoni e manovre finte, sulle quali peraltro arrivano una dopo l'altra le censure europee. Per questo l'ultima manovra spericolata che Berlusconi tenta per risollevarsi è davvero senza rete: la copertura finanziaria che la Banca d'Italia, la Confindustria, l'Europa insistentemente chiedono, non c'è. Ci sarà, e consisterà in altri tagli alle spese. Come far passare questa evidentissima manovra senza svelarla è il problema che Berlusconi, Siniscalco e gli altri del gruppo hanno di fronte di qui a pochi giorni. Se l'acrobazia riuscisse l'autunno del 2004 potrebbe segnare, contro ogni previsione, l'inizio dell'ennesima vita politica di Berlusconi, all'insegna della «nuova Costituzione» e delle «nuove tasse». Speriamo di essere smentiti.

Caro Direttore, questa è una lettera che non avrei voluto e non avrei creduto di dover scrivere.

Viviamo momenti difficili e, spesso, terribili. Dall´Iraq all´Ossezia, dalla Cecenia all´Afghanistan, dal Darfour al Medio Oriente al Mediterraneo il mondo è scosso da guerre, terrorismi, violenze e emigrazioni di massa. Abbiamo negli occhi le immagini dei bambini di Beslan e nel cuore l´angoscia per le nostre due Simone.

Se osservate nella prospettiva di queste tragedie, l´Europa appare come un´isola relativamente felice.

I sessant´anni di benessere seguiti alla fine della Seconda guerra mondiale hanno trasformato il volto stesso delle nostre società e la vita di ciascuno di noi. Abbiamo una moneta comune, l´euro. E con l´allargamento non abbiamo soltanto esteso a tutto il continente un´area di pace: abbiamo anche creato un gigante dell´economia mondiale.

Ma non sono solo rose e fiori. L´Europa, che sino a tutti gli anni Sessanta aveva conosciuto una stagione di crescita impetuosa, ha rallentato il proprio ritmo di sviluppo e da tre decenni non riesce a ridurre il divario che la separa dagli Stati Uniti.

E, in quest´Europa, l´Italia è tra i paesi che soffrono di più. Le Ferrari dominano le corse di Formula Uno, ma in tutte le altre gare perdiamo drammaticamente terreno. All´Onu, specchio fedele delle gerarchie internazionali, siamo caduti in una serie inferiore, irrimediabilmente staccati da Francia e Germania che, per decenni, sono state nostre pari.

E le cose non vanno meglio nell´economia. Siamo entrati nell´euro ma, mentre gli spagnoli confermano il loro ritmo veloce e francesi e tedeschi riprendono a correre, noi arranchiamo in ultima fila. Il turismo soffre sotto i colpi di una concorrenza sempre più forte. Le nostre esportazioni non tirano più. Siamo quasi spariti nelle classifiche delle grandi imprese. Non produciamo più ricerca d´avanguardia. Stiamo tenendo un´intera generazione di giovani in una situazione di precarietà destinata a portare ad un futuro di insicurezza. Assistiamo all´impoverimento di quella classe media che è la spina dorsale e vitale di ogni società. Leggiamo di oltraggiose retribuzioni a grandi dirigenti mentre schiere infinite di lavoratori sono costretti a vivere con stipendi che non permettono di coprire la quarta settimana del mese.

Il dissesto della finanza pubblica certificato dalle dimensioni, tuttora vaghe ma in ogni caso imponenti, della manovra annunciata dal governo, non è che il sintomo della necessità di una vera e propria ricostruzione del paese. Scuola, università, giustizia civile, protezione degli anziani e dei più deboli, sistema dell´informazione: non c´è campo della vita e della società italiana che non richieda un intervento profondo.

C´è chi ha sparso l´illusione che bastasse lasciare la briglia sciolta perché l´Italia riprendesse a correre. Che bastasse promettere meno tasse per creare un entusiasmo capace di generare investimenti, lavoro, ricchezza. Che, in sostanza, il paese meno lo si governava meglio era.

Ma non era che un´illusione. Una perfida illusione che lascia e lascerà un´eredità pesante e imporrà un lavoro duro e di lunga durata a chi sarà chiamato a reggere il paese.

Con la consapevolezza della dimensione della sfida che sta di fronte all´Italia, una consapevolezza resa ancora più acuta dagli anni trascorsi guardando al nostro paese dall´osservatorio della Commissione Europea, nel luglio dello scorso anno, in previsione delle elezioni europee e in preparazione delle elezioni politiche, ho lanciato la proposta di una lista unitaria delle forze riformatrici.

L´idea era semplice: bisognava costruire una forza capace di operare come motore e timone di una grande coalizione di tutte le forze riformatrici in modo da guadagnare la fiducia degli elettori e garantire successivamente la stabilità del governo.

A questo invito hanno risposto, per primi, i Democratici di Sinistra, i Socialisti Democratici italiani, i Repubblicani Europei e la Margherita, i partiti che più direttamente rappresentano le grandi tradizioni culturali e politiche alla base della Costituzione della nostra Repubblica e lo spirito di novità e di unità all´origine dell´esperienza dell´Ulivo. Uniti nell´Ulivo: questo è il nome che scegliemmo per la nostra lista. Un nome che testimonia la volontà di operare e di presentarci uniti di fronte ai cittadini e, allo stesso tempo, propone un legame diretto con il marchio della coalizione che aveva già vinto contro la destra nel 1996 e del governo che aveva saputo portare l´Italia al traguardo dell´euro.

Al momento del voto europeo, più di dieci milioni di donne e di uomini, quasi un elettore su tre, hanno premiato questo sforzo di innovazione e di coraggio, facendo della Lista Uniti nell´Ulivo di gran lunga la prima forza politica italiana con una consistenza pari ai due terzi dell´intero centrosinistra e ad una volta e mezzo la maggiore forza del centrodestra.

A questi milioni di italiane e di italiani era giusto, era doveroso rispondere, dopo il voto, lavorando per consolidare ciò che essi con tanta evidenza avevano mostrato di apprezzare. Di qui la proposta di creare, sulla base e sull´esperienza della lista unitaria , la Federazione dell´Ulivo. Una federazione inizialmente formata dai quattro partiti promotori della lista ma aperta a tutte le forze pronte a condividerne l´ispirazione. Non un partito unico, ma un soggetto politico attrezzato ad avvalersi e, anzi, ad esaltare le tradizioni, le culture, il radicamento sociale, gli spazi di azione dei partiti, protagonisti insostituibili della vita politica del paese e, allo stesso tempo, in grado di decidere in modo unitario e, dunque, di operare con tutta l´autorità del proprio peso politico.

Un soggetto politico, la Federazione dell´Ulivo, al centro e al servizio della più ampia coalizione del centrosinistra, di quella grande alleanza democratica necessaria per mobilitare, anche attraverso le primarie, le straordinarie energie dei movimenti, delle associazioni e dell´intera società nazionale, per vincere le elezioni e, soprattutto, per governare l´Italia sulla base di un comune progetto riformatore.

La Federazione dell´Ulivo, la Grande Alleanza Democratica. Questi sono i due strumenti, semplici e comprensibili, di un grande progetto di innovazione per uno schieramento riformatore.

Mi permetto di aggiungere che questa è anche la mia identità politica, l´unica per me possibile. Nel senso che questi elementi, insieme e in coerenza tra loro, riassumono e danno un significato ad una storia personale e ad un impegno politico vissuti nel segno e con gli obiettivi, tra loro indissolubilmente collegati, del definitivo superamento della divisione tra laici e cattolici, del pieno consolidamento della democrazia dell´alternanza e, dunque, dell´unità tra tutte le forze riformatrici.

L´affermazione della Lista Uniti nell´Ulivo alle elezioni europee, il contemporaneo successo delle altre forze dell´opposizione riformatrice, la ormai lunga scia di vittorie in tutte le consultazioni amministrative degli ultimi tre anni, dalle province di Roma e Milano ai comuni di Bologna e Bari alla Regione Friuli Venezia Giulia, sono la prova che siamo stati e siamo capaci di interpretare le aspirazioni e le domande dei cittadini italiani. Un recentissimo sondaggio realizzato dalla società Ispo di Milano ci dice che se ci fossero domani le elezioni politiche, tra il 33 e il 35,5 per cento degli elettori voterebbe i partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, il 52,5 per cento voterebbe per la coalizione di centrosinistra mentre soltanto il 37,7 per cento sarebbe disponibile a votare in favore del centrodestra.

Insomma: gli italiani ci chiedono unità per cambiare il paese e affrontare i gravissimi problemi della loro vita di ogni giorno e ci premiano vistosamente quando rispondiamo positivamente a questa loro domanda.

Del tutto incomprensibili sono, dunque, le resistenze a questo progetto e a questa prospettiva di successo, di vittoria, di governo. Eppure, queste resistenze ci sono. E si concentrano, tutte, sul cuore, sul nocciolo duro del meccanismo che ho appena riassunto e ricordato, cioè sulla Federazione dell´Ulivo.

Non do´ di tutto questo un´interpretazione personale. Quello che vedo non è un contrasto tra persone. Si tratta di un contrasto politico. E, come tale, deve essere trattato e chiarito una volta per tutte.

Per spiegarmi meglio, mi riferisco alla mia esperienza in questi cinque anni e mezzo alla guida della Commissione Europea, perché il confronto e la composizione tra i ruoli e gli interessi dell´Unione Europea e degli Stati nazionali è un modello quasi perfetto del rapporto tra i partiti e la nascente Federazione dell´Ulivo.

Così come gli Stati nazionali, anche i partiti sono gelosi, e giustamente gelosi, della loro storia, delle loro tradizioni, delle loro identità. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno interessi concreti da difendere. Così come gli Stati nazionali, anche i partiti hanno radicamento sociale e legami col territorio.

Ma, così come, nel mondo globalizzato di oggi, ci sono compiti ed interessi che solo l´Europa, grazie alle sue dimensioni e al suo peso, può svolgere e difendere, così, nella politica nazionale, c´è un ruolo che solo un soggetto politico di prima grandezza come una Federazione dell´Ulivo in grado di rappresentare oltre un terzo dell´elettorato, può giocare.

La dimensione, tuttavia, da sola non basta. E´ sempre l´esperienza europea che ci mostra come l´Unione sia pienamente efficiente, capace di dialogare da pari a pari con le grandi potenze del mondo e di difendere con forza gli interessi dei propri cittadini, solo e soltanto quando è dotata degli strumenti per agire e delle regole per decidere.

Questo, dunque, è il terreno sul quale ci dobbiamo misurare. Siamo pronti a rispondere alla domanda di unità che viene dagli elettori? Abbiamo l´ambizione di concorrere per il governo del paese? Sentiamo la responsabilità di creare un soggetto politico all´altezza delle sfide e dei problemi che ci stanno davanti e che i cittadini ci chiedono di affrontare? Siamo pronti, per questo, a dare vita e autorità ad una Federazione dell´Ulivo che, pur promossa e costituita dai partiti, non si esaurisca nella semplice sommatoria dei partiti stessi e riceva, dunque, l´autorità, i poteri e gli strumenti operativi per rappresentare l´interesse comune e decidere per esso? O preferiamo chiuderci nella difesa di un piccolo interesse di parte, indifferenti al più grande esito della battaglia per il futuro dell´Italia? Queste sono le domande alle quali dobbiamo dare risposte chiare e concrete.

Se c´è un progetto alternativo e qualcuno che pensa di incarnarlo, si vada ad un confronto aperto e comprensibile ai cittadini. Se, come testimoniano le dichiarazioni dei segretari dei partiti della Lista Uniti nell´Ulivo, un progetto alternativo non esiste, allora siamo coerenti e conseguenti. Perché solo una cosa non possiamo permetterci: di non essere, in questo momento della storia, all´altezza delle nostre responsabilità.

Si dicano i sì ed i no. E si spazzino via tutte le ambiguità, tutte le riserve mentali. Il punto d´arrivo devono essere atti credibili, decisioni e attribuzioni di responsabilità impegnative.

Solo quando e se questi impegni saranno stati assunti potremo credibilmente andare avanti nella costruzione del nostro progetto.

Solo quando saremo certi di potere contare su una Federazione capace di operare con efficacia e con autorità potremo credibilmente aprire il confronto con le altre forze riformatrici per la costruzione della grande alleanza democratica. Anche le riunioni che abbiamo tanto atteso, come quella fissata per il 4 ottobre, rischiano altrimenti di essere inutili. Ed è inutile fare cose inutili.

È in gioco il futuro del paese. È in gioco la possibilità di porre fine all´avventura di una maggioranza, di un governo, di un presidente del Consiglio che hanno devastato i conti pubblici, che hanno inferto un colpo gravissimo al prestigio internazionale dell´Italia, che lavorano per una società costruita non sulle opportunità, sulle libertà e sui diritti di tutti ma sui privilegi di pochi, che non conoscono il confine tra pubblico e privato, che mancano di senso dello Stato.

È in gioco la speranza, la possibilità di preparare una società più giusta, più prospera, più dinamica, più serena e ricca di gioia di vivere, per le nostre famiglie, per i giovani, per gli anziani, per le donne e per gli uomini d´Italia.

Questo è il tempo delle scelte.

Silenzio adesso. Enzo Baldoni, l'italiano simpatico, il viaggiatore spericolato, il pacifista è morto. Ucciso in mezzo a un mare d'inchiostro versato da chi lo ha usato per attaccare i suoi compagni, la gente che come lui è contro la guerra. Lo hanno fatto diventare una caricatura, il rovescio comico di Fabrizio Quattrocchi, tanto per dire che non ci sono ostaggi «buoni» o «cattivi». Che tutti gli italiani sono uguali. Ora sì. Ma Enzo Baldoni ha sacrificato la sua vita per aiutare le vittime di una selvaggia crociata integralista contro integralisti, di un conflitto che ha moltiplicato il terrore. Era lì armato soltanto della sua fantasia, creatore di interferenze estetico-politiche, capace di far sorridere i bambini all'ospedale, di riconsegnare i caduti senza nome alla grande platea della pietà, di immettere su Internet la flagranza della morte che non è fatta di numeri, ma di persone. Omaggio a Enzo Baldoni, vittima due volte, della barbarie di militanti di un Iraq che nelle loro mani non sarà mai pacificato, e di coloro lo ha indicato come «amico» dei suoi assassini. Non era un italiano come gli altri, aveva più coraggio di noi che ce ne stiamo qui a parlare della sua fine straziante e di chi ha irriso il suo magnifico slancio, di chi non vede mentre lui ha visto che cos'è la guerra.

Perché siamo in Iraq - ostaggi tutti di un mezzo presidente dalla tortura facile - ora lo sappiamo. E sappiamo anche perché dobbiamo andarcene. L'ultimatum è scaduto sulla linea della fermezza. Non è troppo tardi per farlo, si dirà. E invece sì, è troppo tardi perché Enzo non c'è più e non ci resta che la sua rondinella liquida a volare sulle macerie di un mondo più triste, più buio e sconfitto.

© 2026 Eddyburg