Caro Augias, l'uso del tu confidenziale va sempre più diffondendosi. Fino a poco tempo fa quasi tutti si davano del lei. Ora si danno del tu i colleghi di lavoro e i coetanei, anche se vecchi, anche se si conoscono appena. Si danno del tu gli occasionali compagni di viaggio, i vicini di casa, i compagni di partito e i compagni di briscola, talora i clienti e i camerieri (più spesso il cliente al cameriere). Gli extracomunitari poi danno del tu a tutti, e non mi pare affatto offensivo perché così la lingua diventa più semplice e meno difficile da apprendere. Credo che succeda un po' per tutti gli idiomi in tutto il mondo e non ci trovo nulla di riprovevole. Ben vengano le semplificazioni. Non le scrivo per questo. L'altro giorno, in una triste occasione, ho rivisto alcuni vecchi amici d'infanzia. Mi hanno detto solo: «Ciao, tu come stai?». Una frase banale, ma ho sentito che il loro «tu» era diverso da quello degli altri: era carico di affetto. Dunque è proprio vero che si può dare del tu a tutti (i Romani lo davano all'imperatore, gli uomini lo danno ai santi). Noi potremmo tranquillamente darlo - faccio per dire - a un eventuale giudice imparruccato che ci sta giudicando. Tanto non tutti i «tu» sono uguali: alcuni possono portare con sé un distacco più severo di un compassatissimo «lei».
Giovanni Sessa
Magenta g.sessa@tin.it
È vero che ci si dà del tu con molta più facilità e frequenza d'una volta. Del resto si è sempre dato del tu non solo ai santi ma anche a Dio, unico modo possibile di rivolgersi alla divinità. Restano però le diversità tra le lingue. In francese il passaggio al tu offre resistenze psicologiche più forti che in italiano. In inglese l'unico pronome "you" assume connotato familiare solo quando è accompagnato dal nome proprio della persona cui ci si rivolge oppure da un'intonazione dalla quale si capisca che si è passati a un ipotetico tu. Un paragone vicino è con lo spagnolo dove il ricorso al tu è frequente come da noi. Del resto noi siamo gli unici a poter scegliere fra tre pronomi, se vogliamo considerare anche l'antiquato voi che il fascismo cercò invano di imporre e che oggi sopravvive in particolari rapporti e in poche zone soprattutto al Sud. I giovani il tu se lo sono sempre dato. Cassola: «E smettetela di darvi del lei esclamò Ilio. Mi fate ridere, con questo lei. Tra i giovani il lei non usa». Il lei può denotare affettazione, ma un tu precoce può creare imbarazzo dal momento che passare al tu dev'essere decisione che sgorghi da un sentimento di reciproca familiarità. Giosuè Carducci: «Ve n'ha, ve n'ha di questi lustrissimi novelli/sbicati su dà cenci, sorti da' caratelli,/ che la passano liscia co' poveri plebei:/ gente a la buona e semplice che non sa dar di Lei/ a quelli con cui prima andavano a braccetto,/ scherzando, cicalando fumando il sigaretto». Del lei ha fatto uso altezzoso e spesso ridicolo la piccola borghesia rimpannucciata che lo esigeva da coloro che riteneva "inferiori". Non so francamente se dobbiamo dolerci del dilagare del tu, ennesimo mutamento del nostro costume relazionale. Denota certo un ulteriore abbandono delle forme. Ma rispetto a quello che succede, in quanto ad abbandono delle forme, mi sembra con tutta franchezza il minore dei mali, ammesso che un male sia.
Dividere unendo, o unire dividendo: ancora una volta Silvio Berlusconi ha invaso lo spazio politico, con un´operazione che mira a essere formalmente impeccabile, ma che in realtà è insidiosa e strumentalizzatrice. Perché è vero che contro Bin Laden e il radicalismo islamico l´unione rapresenta un valore: se l´attacco terroristico globale è un´aggressione alla democrazia, allo stile di vita occidentale, alla cultura che tutti respiriamo, alla nostra stessa civiltà, allora ogni manifestazione unitaria o bipartisan è benvenuta. Anche, s´intende, la manifestazione contro il terrorismo lanciata da Leonardo Domenici, presidente dell´Anci e sindaco di Firenze.
Naturalmente occorre avere chiaro che manifestazioni di questo genere non servono a unire dal basso il popolo della sinistra e della destra: certi eventi accadono soltanto nella terribile condizione in cui si è trovata la Spagna dopo gli apocalittici attentati di Madrid. Servono piuttosto a unire le rappresentanze, i partiti, le élite, le leadership. A dimostrare pubblicamente l´unità di un paese minacciato, e a trasmettere un´immagine di reciproca solidarietà a tutta l´opinione pubblica.
Con l´intervista che esce oggi sul Foglio, il quotidiano diretto da Giuliano Ferrara, Berlusconi conduce una spericolata acrobazia in parte sui territori dell´ovvio, e in parte sui terreni scivolosi della manipolazione politica. Dire che è necessario un «patto democratico» per impedire «l´uso politico di parte» del terrorismo significa rivendicare con enfasi un´ovvietà. Si ha notizia in Italia di qualcuno, partito o uomo politico, che usa politicamente il terrorismo? C´è qualche soggetto nella politica italiana che scherza col fuoco? No, evidentemente. E allora che cosa vuole dire il premier quando sostiene che bisogna «escludere con una dichiarazione comune il terrorismo dall´ambito delle questioni su cui si svolge il conflitto ordinario della democrazia italiana»?
Non si capisce bene, a meno che non voglia dire che sul terrorismo occorre essere sempre d´accordo con il governo. Oppure, peggio, che c´è qualcuno, si immagini in quale settore politico, che la tentazione di sfruttare politicamente il terrorismo ce l´ha. Difatti Berlusconi aggiunge subito dopo che «la sinistra deve decidersi, uscire dall´ambiguità». Ora, che la sinistra abbia un atteggiamento variegato rispetto all´intervento unilaterale in Iraq, e che al suo interno le posizioni sulla missione "Antica Babilonia" siano le più diverse è un fatto: ma sostenere che esista e si manifesti un´ambiguità rispetto al fenomeno terroristico non è nemmeno un insulto. È una torsione tanto velenosa della realtà da risultare insostenibile per tutti coloro a cui è rivolta.
In realtà la posizione di Berlusconi, apparentemente brillante sul piano polemico (in sintesi: «non si può essere contro il terrorismo a giorni alterni») sembra fatta apposta per incenerire ogni idea bipartisan, sulle prossime manifestazioni pubbliche ma soprattutto sulla linea politica del nostro paese. Perché da un lato il capo del governo invita all´unità nazionale, alla solidarietà di tutto il Paese, e dall´altro attacca gli «equivoci» del centrosinistra, la «contraddizione profonda» che segna il campo a lui avverso. A suo dire c´è un´Italia della pace vera, quella «che scese in piazza il 10 novembre 2001 per solidarietà con gli americani colpiti da Bin Laden, quella che il 19 aprile del 2002 manifestò il proprio amore per Israele colpito dalle stragi di civili dell´Intifada del terrorismo suicida».
Questa eccellente prova linguistica di Berlusconi si riferisce alle iniziative pubbliche promosse dal Foglio. Ma a osservare da vicino le sue espressioni, il senso del discorso è che esistono due Italie, l´una affidabile, vicina agli amici americani, cosciente della sfida terroristica di Al Qaeda e serenamente decisa a reagire; e un´altra Italia inaffidabile, caratterizzata da un pacifismo talmente ideologico o rinunciatario da non essere credibile perfino sul piano della sua lealtà democratica.
L´ossimoro di Berlusconi, dividere per unire, o viceversa, sembra incomprensibile ma è comprensibilissimo. Oggi i governi che hanno sostenuto l´intervento in Iraq sembrano i prossimi destinatari dell´ondata di rancore che si riverserà su di loro, sulle «destre delle bugie», come è appena avvenuto alle elezioni spagnole. Per questa ragione il capo del governo ha bisogno di distinguere, di separare, di identificare con un sigillo interlocutori e nemici. Per suddividere le responsabilità, per alleggerire la scelta tragicamente futile del sostegno alla politica angloamericana, per attribuire alle pattuglie della cattiva sinistra il perdurare dell´opposizione alla presenza italiana sul suolo iracheno.
A occhio, l´intervista di Berlusconi è il frutto di una stagione precedente, inavvertitamente passata. È una volontà assertiva che si presenta con le caratteristiche affascinanti e bizzarre del fuori moda. In realtà, non stiamo giocando alla politica. In realtà siamo sotto tiro, l´ha detto proprio Berlusconi. In realtà, proprio per tutto questo ci vorrebbe una consapevolezza diversa, anziché il disincanto cinico e la manipolazione contro gli avversari politici. Ma la consapevolezza, cioè lo spirito bipartisan o repubblicano, una generosità politica di fondo, non la possiede Berlusconi come non l´hanno avuta Aznar e i suoi ministri. Questa volta è possibile che il calcolo di Berlusconi, la croce gettata addosso ai suoi oppositori, sia stato un azzardo. Se è così, gli rimbalzerà addosso molto presto, e potrebbe fargli molto più male del male che ha voluto infliggere ai suoi avversari
Di mercificazione del corpo femminile è lastricata la storia dell'umanità, ma la cultura - chiamiamola così - azzurra made in Italy riesce ancora una volta a scartare la medietà e a eccellere in stupidità e cinismo. Nella brillante proposta di imporre una tassa progressiva sul secondo aborto e sui successivi firmata dal senatore Gentile non c'è solo l'ennesimo attacco al welfare, al principio di uguaglianza, a una legge dello Stato confermata da un referendum popolare, al primato delle donne nella procreazione. C'è un'idea generale dei delitti e delle pene che merita una menzione speciale per la sua volgarità: abortire è un crimine, passi per la prima volta, ma se c'è la recidiva si paga, e si paga ogni volta di più. Partorirai con dolore, abortirai con moneta. La libertà femminile è servita. Non servono argomenti moderati contro questo colpo d'ala di volgarità e non servono cifre ragionevoli. Lo sappiamo noi e lo sanno Gentile e Sirchia: gli aborti calano, la contraccezione funziona, il problema resta soprattutto per le fasce sociali meno istruite e per le immigrate, e dunque non c'è da modificare la 194 ma semmai da migliorarne il funzionamento. Non è questo il punto, perché l'aborto non è una questione di contabilità, né criminologica né sociologica. Non è una piaga sociale e non è un delitto: è una disgrazia e un lutto, rimedio estremo a una gravidanza indesiderata, che a sua volta è un imprevisto e un lapsus. Provate a monetizzare l'inconscio, e dell'alzata d'ingegno di Gentile sentirete subito il suono stridulo e ridicolo.
Non ci sono le condizioni politiche per portarla avanti, dice ora Sirchia dopo essersi a sua volta coperto di ridicolo ammiccandole col suo solito spirito pedagogico militante, che gli fa dimenticare l'obbligo istituzionale di applicare le leggi prima di attaccarle che compete a un ministro. No che non ci sono, le condizioni politiche. Non solo perché nella stessa Casa delle libertà s'è alzato il fuoco di sbarramento, e nell'opposizione la barriera dei no è (quasi) compatta. Non ci sono, perché il ritornante refrain contro la 194 che ogni tanto qualcuno intona come un grammofono sfiatato si infrange ogni volta contro il muro dell'indifferenza femminile. Non passa, perché non allarma. Non allarma, perché un ritorno indietro, sul terreno dell'aborto, è per le donne, italiane e non, semplicemente impensabile. L'aborto non è un diritto acquisito: è una tessera irrinunciabile di quel mosaico interiorizzato di responsabilità che si chiama primato sulla maternità.
Di questo mosaico la soap opera politica attacca ora questo ora quel pezzo. Ci prova e ci riprova da lustri con l'aborto, c'è riuscita di recente con la legge contro la procreazione assistita: per poco, perché il referendum si occuperà di vanificarla, e di mettere in soffitta quell'idea dell'embrione-persona che accomuna i divieti sull'uso della provetta e le tasse sull'interruzione di gravidanza. Non c'è far west procreativo, non c'è far west abortivo, non ci sono donne da sorvegliare e punire. Prima la soap politica ne prende atto meno fiato spreca: e la cosa non riguarda solo gli estremismi azzurri. Riguarda anche gli opportunismi confessionali che ogni volta agitano i petali della Margherita, ora procurando voti alle norme contro la fecondazione artificiale, ora procurando ammiccamenti alla revisione della 194.
Per una strano gioco della sorte, il senatore Gentile (non nuovo a questa e altre boutade, compresa la proposta di conferire il nobel per la pace a Berlusconi) viene da Cosenza, la stessa città che nei giorni scorsi ha visto la sua sindaca rivendicare la propria decisione di mettere al mondo un figlio anche senza sostegno paterno, contro ogni ombra di ipocrisia sociale e politica. Ammettiamo per gioco che volesse rincorrerla sulla scena mediatica e sullo stesso terreno. Solo che da una parte c'è una donna che agisce in libertà per affermare il suo desiderio di diventare madre, dall'altra c'è un uomo che lavora di repressione per punire il desiderio di altre donne di non diventarlo. Scarti della differenza sessuale nella procreazione, scarti della differenza di stile nella politica. Il desiderio non ha prezzo, e monetizzarlo non paga.
Sui quotidiani italiani, ieri mattina, il numero degli ospiti annunciati alla solenne Notte delle Tre Tavole variava, e non di poco: da un minimo di trentatré a un massimo di quarantatré, a conferma di quanto sia complicato, dopo anni di monocrazia assoluta, imparare di nuovo a fare i conti con la piccola e festosa folla della politica "collegiale". Prima bastava saper contare fino a uno?
L´unico elemento di continuità tra passato, presente e futuro era la presenza di una sola donna, la socialista Chiara Moroni, spersa in mezzo a una foresta di cravatte, copertura involontaria di un maschilismo ottuso e irriducibile, vero elemento anti-europeo, anzi extra-europeo, dell´Italia politica. Per il resto, quantità e qualità degli invitati (tra i quali spiccava, ovviamente, il trionfante De Michelis, riassunto al Tavolo dei Tavoli, quello dei leader) facevano intendere che, effettivamente, il famoso teatrino della politica aveva ufficialmente incorporato il famoso Berlusconi, venuto a Roma per spazzarlo via e divenuto il primo nome in cartellone.
Leggendo quella lista di segretari e sottosegretari, di esperti e consulenti, e il mormorio su tattiche e pretattiche, e le possibili mosse e contromosse, veniva spontaneo pensare, con sbalordimento, alla scena politica italiana di appena poche settimane fa, con Lui ritratto e replicato fino allo sfinimento, e tutti gli altri, amici e nemici, ridotti a commentarne le gesta non avendone di proprie. E viene da chiedersi perché mai questo paese debba sempre passare, come si dice classicamente, da un estremo all´altro: dall´ascesa travolgente e paurosa, a furor di popolo, di un miliardario demagogo che proclama di schifare la politica, e intende rimpiazzarla tutta quanta con il suo sorriso facilone, alla vendetta tardiva ma feroce, quasi sadica, della politica che lo costringe a piegarsi alle sue regole peggiori, quelle di una contrattazione mai limpida, di trattative mai chiuse, di patti sempre spergiurabili.
Possibile che, in mezzo, nell´immenso spazio vuoto che separa il Berlusconi semiduce, ossesso mediatico, padrone di tutto, dal Berlusconi di adesso, ostaggio dei suoi alleati, il centrodestra non abbia trovato un decente metodo per riconoscergli la leadership, però senza consegnarglisi mani e piedi? Perché, per esempio, i partiti di Follini e Fini hanno sempre votato (sapendo di votarli) leggi e decreti platealmente cuciti sulla silhouette personale del premier, sottoscrivendone gli atti più arroganti (come l´assoggettamento della Rai, che solo oggi, a cose ormai fatte, Follini pone come questione di principio), salvo poi denunciare un eccesso di potere personale che essi per primi hanno alimentato? Se dei paletti dovevano essere piazzati, e non in nome delle poltrone ma della democrazia, o perlomeno della decenza istituzionale di fronte al paese, perché non piazzarne neanche mezzo quando si era ancora in tempo, quando la vittoria elettorale (collegiale) della Casa delle Libertà era ancora fresca, e quando già si cominciava a capire che l´immodestia e l´estremismo del premier cominciavano a disgustare non solo gli elettori del centro moderato, ma perfino una parte consistente del suo stesso elettorato? E se questo, come si dice, è un paese moderato, come è possibile che sia riuscito a inscenare, in poco più di un decennio, prima la decapitazione simbolica (non del tutto) di un´intera classe dirigente, con Mani Pulite, poi la svendita all´ingrosso dell´intera scena politica all´uomo più ricco del paese, infine, storia di adesso, la minacciata restaurazione della prima Repubblica forse non tal quale ? ci mancherebbe ? ma comunque simile, con partitini di pochi etti che riescono a ribaltare la bilancia, decisioni di ogni ordine e grado impossibili da prendere, intere politiche economiche che franano sulla prima clientela ostile?
Che strano paese moderato, quello dove nemmeno i moderati sono moderati? Non lo sono stati quando hanno accettato di fare solo da codazzo plaudente a Berlusconi (a meno che "pavido" sia un accettabile sinonimo di moderato), si dubita che possano esserlo adesso, nel momento fatale in cui la crisi del Re mette a dura prova la moderazione e la lungimiranza dei cortigiani, finalmente con le mani libere.
ROMA - Gino Strada, con la sua Emergency, è stato uno dei canali di trattativa "in chiaro" per la liberazione degli ostaggi. Nelle prime tre settimane di maggio, Strada, con sua figlia Cecilia e Tommaso Notarianni, ha negoziato a Bagdad con quattro fonti irachene. Ripartendone con una certezza. Che Agliana, Cupertino e Stefio sarebbero stati liberati "senza condizioni". Oggi dice: "Ci è stato detto che quando la vicenda era ormai risolta, qualcuno ha pagato 9 milioni di dollari... Che gli ostaggi sono stati di fatto consegnati agli americani".
Chi ha pagato?
"Non so chi ha tirato fuori i soldi. So i nomi dei mediatori che, mi viene detto, li hanno maneggiati. Non ho difficoltà a farli, perché Emergency non è un servizio segreto e quel che ha fatto lo ha fatto in modo trasparente. Abbiamo lavorato per la liberazione degli ostaggi con la stessa logica con cui lavoriamo nei nostri ospedali. Siamo stati testimoni diretti di una storia che ha incrociato il nostro cammino. E ora che gli ostaggi sono sani e salvi posso raccontarla".
Chi ha maneggiato i 9 milioni?
"Un uomo di nome Salih Mutlak. Personaggio noto a Bagdad per essersi arricchito con il contrabbando nei dieci anni di embargo. Un nome che ho sentito la prima volta ad Amman, in Giordania".
Cosa seppe ad Amman?
"Incontrai Jabbar Al Kubaissi, un ex esiliato con cui Emergency aveva avuto rapporti in passato. Gli spiegai che Emergency non era disposta a trattare il rilascio degli ostaggi, ma lo riteneva un atto dovuto come gesto di riconoscenza umanitario per aver curato 300 mila iracheni negli anni dell'embargo. Kubaissi convenne sulle mie richieste. Mi fece capire che la testa "politica" del gruppo dei sequestratori sarebbe stata disposta ad un rilascio senza condizioni nelle mani di pacifisti italiani. Ma aggiunse che c'era un problema. Qualcuno tra i carcerieri era sensibile alle sirene del denaro. E che questo canale di trattativa era nelle mani di tale Salih Mutlak. Sapemmo, una volta a Bagdad, che Mutlak aveva rapporti con Abdulsalam Kubaissi, religioso del Consiglio degli Ulema, e che con lui aveva lavorato alla liberazione degli ostaggi giapponesi".
A Bagdad avete incontrato questo Mutlak?
"Ovviamente no. La nostra linea era opposta. Nessuna trattativa economica. Cercammo interlocutori in grado di parlare alla componente politica di chi gestiva il sequestro. Per tutte e tre le settimane della nostra permanenza a Bagdad, i nostri contatti furono un imam di Bagdad, l'imam di Falluja, il fratello di Jabbar Kubaissi, Ibraim, medico di Abu Ghraib, e un terzo uomo, di cui non faccio il nome perché oggi rischia la sua vita".
Erano in contatto diretto con i sequestratori?
"Questo è quello che capimmo. E ritengo di non essermi sbagliato".
Vi diedero delle prove dell'esistenza in vita degli ostaggi?
"No. All'inizio ci proposero di utilizzare dei video da mandare ad Al Jazeera come canale di comunicazione. Ma rifiutammo".
Dunque non è vostro il biglietto che Stefio mostrava nel video del 31 maggio e mai mandato in onda da Al Jazeera.
"Non mi risulta fosse nostro".
Torniamo alle vostre fonti a Bagdad.
"L'ultima settimana di maggio, dopo aver ricevuto assicurazioni che i sequestratori avevano deciso il rilascio degli ostaggi, con tempi e modi che non ci furono indicati, decisi di rientrare in Italia. Vivevo da tre settimane in un residence e l'aria si era fatta pesante. Per dodici giorni, fino a sabato scorso, 5 giugno, non seppi più nulla. Poi, quel sabato, ricevetti una telefonata dal nostro rappresentante a Bagdad".
Cosa le disse?
"L'imam di Falluja aveva comunicato che la questione era risolta. Di attendere una liberazione imminente".
Cosa che è avvenuta.
"Certo. Ma non nei tempi ipotizzati dall'Imam. Martedì 8, nelle stesse ore in cui il nostro rappresentante a Bagdad parlava con l'imam per aver qualche notizia sugli ostaggi, Agliana, Cupertino e Stefio venivano liberati. Cademmo dal pero. Chiedemmo spiegazioni. Cosa era successo?".
Già, cosa era successo?
"Ci è stato detto che i 9 milioni incassati da Mutlak avevano convinto una parte del gruppo a trasferire gli ostaggi dalla prigione di Ramadi ad Abu Ghraib e a consegnarli agli americani con un finto blitz inscenato in una casa di Zaitun street. La strada dove ha provato ad avvicinarsi ieri il vostro cronista prima che provassero a sequestrarlo. Un testimone che abbiamo raggiunto, tale Fahad, ci ha confermato di aver visto la presa in consegna di Agliana, Cupertino, Stefio e del polacco la mattina dell'8 giugno".
Il polacco sostiene di essere stato liberato a Ramadi. E gli ostaggi italiani di non essere stati trasferiti di prigione negli ultimi giorni precedenti il blitz. Sono circostanze che non tornano.
"Io ho appena raccontato quel che so...".
(c. b. - g. d'av.)
(11 giugno 2004)
http://www.archiviostampa.it/default.asp?cat_id=659
ROMA Antonello Falomi è seduto sul divanetto nella sua stanza di vicepresidente del gruppo Ds al Senato. Il piccolo ramoscello di Ulivo sul bavero della giacca. Non se lo toglie mai. La sua storia è quella di un ulivista convinto. Quella stanza ora dovrà abbandonarla. La sua è stata una «decisione sofferta». E per il momento si sente «orfano» come confida agli amici che gli telefonano. «Ma spero che il mio non sia un abbandono definitivo. Spero sempre di poter ritrovare un partito diverso da quello che sto lasciando. La lotta politica serve anche a questo». L’amarezza c’è, tuttavia: «In un partito le regole che attengono alla partecipazione della minoranza non possono essere le stesse che ci sono in un consiglio di amministrazione. Bisogna sempre trovare la sintesi che consente di tenere insieme un partito».
Come è arrivato a questa decisione?
«L’ultima riunione della direzione del partito è stata un passaggio chiave. La minoranza ha tentato in tutti i modi di mutare la posizione che ormai sta emergendo nel partito sulla vicenda irachena. Hanno respinto tutto. Quello che più mi ha colpito è l’ambiguità, la doppiezza, il ricorso a marchingegni parlamentari per non affrontare con chiarezza questo nodo».
Quale ambiguità?
«Non si può dire: se otteniamo lo scorporo del decreto si vota contro il finanziamento della missione in Iraq. E poi dire contemporaneamente che è sbagliato chiedere il ritiro delle truppe. È una contraddizione. O si vogliono lasciare lì le truppe senza viveri e armanenti, il che è palesemente assurdo. Oppure, in realtà, si sta cercando di indorare la pillola per far digerire un mutamento di posizione rispetto a pochi mesi fa».
A che cosa attribuisce questo mutamento di posizione?
«Si pensa di poter vincere la battaglia contro Berlusconi spostando verso il centro, in senso moderato, il baricentro della coalizione. La mia contrarietà all’operazione triciclo nasce proprio di qui».
Lei fa parte del correntone che però ha deciso di condurre una battaglia dall’interno contro quella che definisce la deriva moderata del partito.
«Condivido le riflessioni, le analisi, le proposte che in questo momento sta facendo il correntone. La sua battaglia è giusta e sacrosanta. Si deve solo ringraziarlo per la funzione che svolge nel partito. Io ho scelto di condurre la stessa battaglia in forme diverse e nuove».
Su questa scelta ha pesato il rapporto con Occhetto...
«Ho partecipato con impegno al tentativo di Occhetto e Antonio Di Pietro di collocare la loro lista dentro una prospettiva diversa da quella del partito riformista. La loro battaglia aveva portato anche a un risultato politico importante: la sottoscrizione di un documento comune nel quale si affermava che la lista del triciclo non era la premessa di un partito riformista ma il primo passo per il rilancio della costituente di un Ulivo più ampio e attento a movimenti e società civile».
Poi cosa è accaduto?
«Nel giro di quattro giorni ci sono state tre interviste di Rutelli, D’Alema e Fassino che smentivano quanto era stato sottoscritto e ribadivano che l’operazione triciclo era funzionale al motore riformista. Si è data l’impressione che la firma a quel documento fosse stata apposta senza crederci davvero. A quel punto Occhetto e Di Pietro hanno fatto un’altra scelta».
Ora c’è anche la faccenda del simbolo...
«Spero vivamente che ci si metta intorno a un tavolo e si trovi un accordo. Altrimenti sarebbe la riprova che la lista cosiddetta unitaria anziché unire divide. E non si può nemmeno ripetere la favola del lupo e dell’agnello: chi ha deciso di impossessarsi del simbolo di una intera coalizione non sono i partiti minori che giustamente protestano, ma i partiti maggiori. Credo che a Prodi converrebbe fare il leader di tutta la coalizione e non farsi schiacciare su una parte. Per quanto siano ottimistiche le previsioni elettorali del listone manca sempre un 20% dei voti per arrivare al 51%».
Si impegnerà nella lista con Occhetto?
«Condivido la carta di intenti con la quale Occhetto ha aperto un confronto con Di Pietro per definire la lista. E condivido l’idea di aprirsi a personalità collegate ai movimenti. Se il processo si concluderà positivamente è possibile un mio impegno».
Un programma per la sinistra. Giuliano Amato si rivolge agli opinion leader dalle colonne di "Repubblica". Chiede un aiuto per parole d'ordine efficaci, per temi che possano entrare a far parte della cultura programmatica della sinistra. Ieri il sociologo Domenico De Masi ha risposto con un appello alla creatività e alla felicità. Ha detto che la politica della sinistra deve liberarsi dagli apparati e dalla vecchia idea di una società industriale che non c'è più. Oggi risponde Giorgio Bocca, che in testa ha un'idea continua, martellante, indispensabile. Per lui non ci sono programmi per la sinistra, di nessun tipo, che possano prescindere da una cosa del genere. Che possano dimenticare che siamo in guerra, in una guerra ingiusta, in una guerra pericolosa.
Allora Bocca, da dove partiamo per questo pro-gramma della sinistra?
«Al primo punto, ma proprio al primo, c'è il ritiro immediato delle truppe dall'Iraq».
Perché?
«Perché questa guerra è l'alibi di tutto il malgoverno, di tutte le ipocrisie, di tutte le alleanze ingiuste. Questa guerra è uno strumento terrificante. Sono per una scelta alla Zapatero. Lui cosa ha fatto? Ha detto che per prima cosa avrebbe ritirato le truppe. Ecco cosa dobbiamo fare noi».
Andiamo avanti nel programma. Vediamo il secondo punto per un futuro politico dell'Ulivo.
«Il secondo punto è ancora una volta una dichiarazione di intenti. Bisogna trovare il modo di abolire l'uso dello Stato a fini privati. Io credo che la gente comune ormai abbia compreso bene che siamo in preda a uno sfruttamento del denaro pubblico in mano a interessi privati. Vuoi un esempio?».
Dimmi.
«L'alta velocità. Prova a passare per la tratta ferroviaria Torino-Milano. Passa per quella pianura Padana là. Non esiste più, è stata sventrata con una carica di cemento che l'ha resa irriconoscibile. Quelli sono miliardi spesi, miliardi dello Stato che girano e che tornano indietro attravero giravolte estrose e facilmente comprensibili. E sai per tutto questo cemento, per tutti questi miliardi spesi, quanto è stato risparmiato ai viaggiatori? Te lo dico io: 10 minuti al massimo».
Bocca, sai cosa ti risponderebbe qualcuno: tu vuoi un programma della sinistra che è contro le opere pubbliche, contro il nostro intervento internazionale a fianco degli alleati, vuoi un programma di moralizzazione, il solito moralismo che non porta a nulla.
«E intanto loro, il governo, continuano a fare quello che vogliono. Prendi il ponte sullo stretto di Messina».
Sei contro anche a quello.
«Si tratta di una grande opera che collega due deserti. Solo che in mezzo a quei due deserti c'è una cosa annosa che si chiama mafia. La mafia governa questo paese da 150 anni. E questo antico rapporto è ancora perfettamente valido. Alle ultime elezioni politiche le forze di governo hanno raccolto proprio lì la quasi totalità dei seggi. Chiediti il perché. Ma chiediti soprattutto cosa la sinistra dovrebbe fare per arginare tutto questo».
Vuoi mettere la lotta alla mafia in un programma di governo dell'Ulivo?
«Sì perché questo paese possa tornare a una decente normalità, ed è proprio il compito della sinistra. E del suo programma. E poi bisogna cominciare a smontare le leggi fatte dalla Casa delle libertà».
Francesco Rutelli, leader della Margherita, ha scatenato un putiferio dicendo che non è indispensabile fare come Penelope: loro che legiferano e fanno…
«Loro chi, i berlusconiani?».
Appunto. E l'opposizione che deve ogni volta disfare. Lui, Rutelli, dice che non si deve ricambiare tutto per forza.
«Rutelli è uno di quelli che antepongono la loro carriera personale al bene della sinistra. E siccome vuole fare il capo del governo, si comporta di conseguenza».
Rutelli non la prenderà bene. Lo accusi di essere un opportunista che non vuole il bene di questo paese.
«Non riesco a vederla in un altro modo. Poi sai, le ambizioni di Rutelli all'interno della sinistra mi sembrano poca cosa rispetto a quello che sta accadendo davvero».
Cioè?
«Siamo al capolinea, credimi. Il genere umano ha avviato un processo di autodistruzione, ed è un processo visibile ovunque».
Sei un apocalittico.
«No, sono realista. Quale dovrebbe essere il programma della sinistra? Dovrebbe denunciare che il sistema economico globale è una vera e propria corsa al bottino. Le lobby, i potenti, non stanno facendo altro che riempire le loro casse».
Ci provano tutti da sempre.
«E come no. Ma perché Amato anziché chiedere parole d'ordine, e fare distinguo, non invita i suoi alleati a mettere al centro del programma la ricostruzione dello Stato? Saccheggiato da Berlusconi e dai suoi uomini?».
Sei qui per dirglielo tu.
«Nel frattempo siamo arrivati alla vigilia di una delle crisi petrolifere più gravi che si possano ricordare».
Beh, questa è sempre colpa della guerra.
«E la sinistra traccheggia, no? Guarda, io non sono un pacifista illuso, io sono un pacifista e basta. Chissà perché i pacifisti devono essere sempre "illusi". Quelli che credono ancora nell'Onu».
Finisce che dopo dell'apocalittico ti danno anche dell'ingenuo.
«Sarebbero ingenui tutti quelli che non vogliono credere alle menzogne che ci propinano ogni giorno? Io penso che il ritiro dalla guerra, una politica estera diversa, un'idea dello Stato più rigorosa, sia uno di quegli argmomenti che convincono tutti. Non capisco cosa aspettino».
Magari ci stanno pensando.
«Intanto mi sembra che stiano arrampicandosi sugli specchi. Pensa ai comunisti. La propaganda comunista diceva: noi vogliamo creare una società dove nessun uomo può dominare su un altro uomo. Quel messaggio lo capivano tutti. Cosa si poteva chiedere di più?».
Non è che poi nella realtà si realizzasse...
«Certo ma era un modo per affrontare i temi della storia. Allora ha ragione Francis Fukuyama quando sostiene che siamo alla fine della storia».
E dunque alla fine di un programma plausibile per la sinistra?
«Credimi, è difficile mettere giù un programma nel caso totale. Caos italiano, dove nessuna regola è più rispettata. Caos mondiale, con questa macchina gigantesca del capitalismo che nessuno riesce più a fermare».
Ti daranno del comunista Bocca.
«Che mi dia del comunista Berlusconi o Fini, mi preoccupa poco. Spero che non mi diano del comunista Fassino e Rutelli. E che si ricordino di una parola d'ordine di Enrico Berlinguer…».
Adesso te lo danno sicuro…
«Berlinguer si appellava alla moralità. La moralità che in questo paese manca».
Apocalittico, ingenuo. E ora, con un classico giochetto, pure moralista. Però mi sa che incasserai bene queste critiche. Ma una cosa devi farla, adesso. Regala uno slogan efficace ad Amato, che lo ha chiesto dalle colonne del tuo giornale, uno slogan alla John Edwards. Tipo: "Non più un'America dei ricchi e una dei poveri, ma un'unica, sola America per tutti". Provaci.
«E va bene, ti regalo il più semplice. Ma l'unico possibile: "Torniamo al passato"…».
La fotografia è di Fabrizio Bottini
Nel caldo pomeriggio romano di ieri la frase ricorrente tra gli esponenti dell'attuale maggioranza era: «Domenica, maledetta domenica». Il vertice a oltranza convocato per oggi non è più sicuro: può essere rinviato o addirittura saltare. Anche da Palazzo Chigi ti dicono che il vertice è stato convocato, ma non è sicuro che la convocazione abbia effetto. La crisi del governo berlusconiano è arrivata al calor bianco e anche aver immolato Tremonti (che dice solo di soffrire di amnesia e, quindi, insiste nel far intendere che avrebbe molte cose da dire) non è servito a nulla. Anche un rappattumamento dell'ultimora sarebbe solo una provvisoria pecetta.
Il dato di fatto è che nella presente situazione di grave crisi economica (il cavaliere è stato anche sfortunato) il berlusconismo gattonesco, un po' populista e un po' autoritario è del tutto finito, non ha più spazio.
Certo Berlusconi, forte della sua maggioranza parlamentare (ma anche questa non più sicura come una volta), può decidere di andare avanti sulla via dell'autoritarismo e della demagogia, di una drastica riduzione delle imposte (ma avrà qualche problema di bilancio) e di limitazione delle libertà costituzionali e tentare di durare fino alla scadenza della legislatura, ma sarebbe egualmente cotto. Nella, per lui, migliore delle ipotesi marcirebbe fino al 2006.
Potrebbe, e ci ha sicuramente pensato, mettere in moto la sua potente macchina mediatica, drammatizzare la situazione: o me o il diluvio, più precisamente o me o i comunisti e andare alle elezioni anticipate. Ma questa ipotesi gli fa, fondatamente, piuttosto paura. Non è più possibile una replica del 18 aprile del 1948 e lui non è più «l'uomo nuovo» che libera il paese dai «professionisti della politica». E vale aggiungere che Berlusconi non è solo un uomo politico che può andare in minoranza, è anche un imprenditore assai importante e ove perdesse il potere politico il trascurato «conflitto di interesse» potrebbe cadergli malamente addosso. Quindi quello delle elezioni anticipate forse è un rischio da evitare. Forse è condannato a farsi cucinare a fuoco lento.
Follini, fino a ieri fedele alleato del Cavaliere e che si muove solo per ragioni di potere, ha capito che il tempo è cambiato, ha capito che nella situazione italiana ed europea Berlusconi non ce la può fare a governare e ha scelto la linea del cucinarlo a fuoco lento: con la maggioranza esterna continuerà a dare i suoi voti a Berlusconi aspettando fiduciosamente che si scuocia fino a diventare immangiabile e nel frattempo offrire ai cosiddetti poteri forti una sostanza di governo meno decisionista e più malleabile.
Per ultimo c'è, almeno per noi, una considerazione poco consolante e cioè che la partita se la giocano tra loro, in famiglia, nella stessa famiglia. Una vola, da veterocomunista, mettevo (e mettevamo) l'accento sulle contraddizioni interne dell'avversario, ma perché avevamo la presunzione di essere noi un soggetto attivo, capace di egemonia prima che di potere. Allo stato dei fatti il centro-sinistra non è questo soggetto alternativo, pensa ancora che la strada del successo sia quella dell'attenzione al centro, e non ai ceti medi di togliattiana memoria ma al centro politicante. E soprattutto non si capisce che cosa veramente voglia nella situazione data. Dopo la fine della seconda guerra i comunisti sottoscrissero anche un prestito per la ricostruzione, ma contemporaneamente avevano fatto passare una Costituzione certamente non liberista e avevano cominciato lotte, anche per la riforma agraria che non era proprio la nazionalizzazione delle industrie.
Francamente se dovessimo arrivare a considerare il pur rispettabile Marco Follini, l'uomo che ci potrà liberare dal Cavaliere saremmo messi molto male.
«Mi dimetto per sottolineare che i limiti di pluralismo interno sono stati superati, e che questo consiglio opera in condizioni di illegittimità». Il cda della Rai è convocato per le tre del pomeriggio a Milano. Mezz'ora prima, a sorpresa, Lucia Annunziata convoca una conferenza stampa all'hotel Principe di Savoia, nel centro della città. E comunica che la sua esperienza di «presidente di garanzia» finisce qui. Perché «l'occupazione dell'azienda» è stata completata. Perché ormai «è stata annullata ogni forma di autonomia». Perché «tutto il potere è concentrato nelle mani di pochi fedelissimi». Il consiglio che si riunirà di lì a poco ha in programma un voluminoso pacchetto di nomine, compendio del piano di riorganizzazione firmato dal direttore generale Flavio Cattaneo che ha cambiato i connotati al servizio pubblico. «Ultimo atto di una organizzata campagna della maggioranza tesa al controllo pieno» della Rai, è scritto nella lettera che Annunziata legge ai giornalisti. La presidente, dopo quattordici mesi vissuti in un clima di scontro permanente, «schiacciata sotto la maggioranza del 4 a 1», come riconosce lei stessa, decide dunque che è questo il momento per mollare gli ormeggi. Anche i suoi referenti nel centrosinistra - che dopo l'ultimo match telefonico con Cattaneo, quello in cui il dg aveva promesso alla presidente «calci in culo», le avevano suggerito di restare al suo posto - a questo punto sono convinti: meglio le dimissioni, pena andare avanti con una presidente delegittimata.
Nella sua lettera, dunque, Annunziata racconta: «Alle 12.15, con meno di tre ore di preavviso, a spregio di ogni regola del diritto societario, il direttore generale ha proposto una serie di nomine chiave per la gestione dell'azienda e di sue consociate». Una «interpretazione forzata dei regolamenti che ha trasformato il cda in una buca delle lettere nella quale vengono ratificate decisioni prese in altri luoghi». L'ormai ex presidente spiega che sul suo tavolo sono arrivate 18 pagine fitte di nomi, scritte a mano per la fretta e in «mancanza di ogni rispetto di iter aziendale», che «stravolgono completamente il profilo dell'azienda, rendendo chiari i condizionamenti esterni». Decine e decine di nomine in vista, strettamente targate. «Adesso, per quanto mi riguarda - conclude Annunziata - questo consiglio è illegittimo». Perché la formula di «garanzia», se mai ha avuto un senso, non esiste più.
Ma, ancorché rappresentativo della sola maggioranza berlusconiana, il consiglio non si sente certo delegittimato. Infatti, di lì a poco, con il consigliere anziano Francesco Alberoni alla presidenza, si riuniscono Angelo Maria Petroni e Giorgio Rumi; in collegamento da Roma c'è Marcello Veneziani. Una consultazione informale per commentare l'addio della presidente e poi si passa al sodo. Dalla riunione escono ben 43 nomine. Un trionfo per Forza Italia, molta soddisfazione per la Lega o una sua parte (incassa soprattutto Roberto Calderoli, che accusa la presidente uscente di «razzismo» nei confronti del Carroccio, nientemeno). An fa comunque buon viso e, a partire dal suo leader Gianfranco Fini, si scaglia contro Annunziata accusata di andare in cerca di un seggio (lei smentisce subito) e di essersi dimessa - dice Fini - con «motivazioni ridicole» perché «parlare di mancanza di pluralismo è un'autentica sciocchezza». Più tardi, dopo una richiesta di reintegro rivolta dal forzista Paolo Romani ai presidenti delle camere, sarà ancora Fini a dire che il cda a quattro - a differenza di quanto sostenuto dal presidente della vigilanza Claudio Petruccioli ancor prima della notizia delle dimissioni e, dopo, dall'opposizione - è «pienamente legittimo». E l'Udc - che con Marco Follini critica espressamente l'infornata di nomine alla vigilia delle elezioni - rimanda la partita sul consiglio a dopo il voto.
Dal canto loro, chiamati in causa, i presidenti di camera e senato, Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera, uno a Ankara l'altro a New York, si chiamano fuori. Mentre la crisi al vertice di viale Mazzini precipita, si viene a sapere che il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha promulgato la «nuova» versione della legge Gasparri, che oggi sarà pubblicata sulla gazzetta ufficiale. A questo punto il potere di nomina non spetta più alla seconda e terza carica dello stato. Del cda a nove membri previsto dalla Gasparri si occuperanno direttamente i partiti al governo: sette consiglieri saranno indicati dalla commissione di vigilanza con una formula che prevede tre caselle per l'opposizione e quattro per la maggioranza, un consigliere sarà indicato dal ministero dell'economia, che indicherà anche il presidente, al quale dovranno dare il via libera i due terzi della vigilanza.
Le voci dell'imminente nomina di un nuovo «presidente di garanzia», circolate nel pomeriggio, vengono dunque smentite. L'opposizione non sarebbe in ogni caso della partita. I presidenti delle camere faticherebbero a trovare qualcuno disposto a prestarsi come foglia di fico per pochi mesi.
Del nuovo consiglio (quello attuale scade nel marzo prossimo) si riparlerà alla luce del voto. Ma il clima è destinato a restare caldo, anche dentro l'azienda. Uno dopo l'altro, i comitati di redazione del Tg lombardo (cui viene negata la lettura del comunicato nell'edizione delle 19.30), di Torino, del Tg1 e del Tg3, di Rai International e di Televideo, denunciano la gravità della situazione, invitano alla mobilitazione, si appellano a Pera e Casini, denunciano il rischio per il pluralismo se non il «servilismo» dei vertici Rai, descrivono quella di ieri come «la pagina più nera» scritta sulla pelle del servizio pubblico. Il direttore generale tace. I consiglieri (a parte Veneziani, che attacca Annunziata), pure. Il premier non si occupa di Rai.
VERREBBE naturale per chi scrive su un giornale nel giorno della Pasqua cristiana affrontare il tema della passione, della morte e della resurrezione di Gesù di Nazareth, della preghiera nell´orto del Getsemani, della disperazione del Figlio dell´uomo quando si sente abbandonato da Dio, delle parole misteriose che egli rivolge ai suoi discepoli quando li esorta ad armarsi, lui che ha sempre predicato la pace, la non violenza e l´amore anche per chi ti colpisce e ti uccide. Secondo il Vangelo di Luca fu durante l´ultima cena di Gesù con i suoi discepoli: «Ma adesso chi ha una borsa la prenda e così la bisaccia e chi non ha spada venda il suo mantello per comprarla... E quelli dissero: Signore, ecco qui due spade. Ed egli: Basta!».
Verrebbe naturale di scriverne per cercar di capire ancora una volta il senso di quello splendido racconto del Figlio dell´uomo, della sua vita, della sua gioia, del dolore, del suo amore, della sua crocifissione: il Figlio dell´uomo che è il Figlio di Dio fatto carne per salvare il mondo; oppure il Figlio dell´uomo che gli uomini hanno trasfigurato nel Figlio di Dio costruendo un modello per andare oltre se stessi predicando vita e amore contro le ombre dell´odio e della morte.
Ma più naturale ancora viene di trasferire quel racconto nel nostro presente, mentre una sorta di Apocalisse infuria dovunque e il suo epicentro si svolge proprio in quelle regioni che videro il contrastato sorgere dell´Unico Dio nelle terre di mezzo che stanno tra il Tigri e il Giordano, tra il mare Arabico e il Mediterraneo, tra Bagdad e Gerusalemme.
Quelle terre sono sconvolte dall´odio, devastate dalle stragi, disseminate di rovine. Odio chiama odio, sangue chiama sangue, i combattenti uccidono invocando il nome del loro dio, che non è più l´Unico da quando ciascuna delle parti in guerra ha scritto quel nome sulla propria bandiera.
Proprio nei giorni della Pasqua questo scempio è arrivato al culmine, la violenza ha scacciato la pietà e sembra che il Figlio dell´uomo non debba mai più risorgere dal sepolcro dove il suo corpo flagellato fu riposto.
Di questo bisogna scrivere oggi e del perché l´odio ha invaso il mondo e la Bestia ha assunto le sembianza dell´Uomo.
"L´età dell´odio" è un libro appena uscito in Italia. L´ha scritto una cinese che si chiama Amy Chua e insegna alla Law School della Yale University.
Umberto Galimberti l´ha ampiamente recensito su questo giornale, ma ci ritorno su perché la sua lettura è terribilmente attuale. Nell´enorme folla di libri che da tre anni si accatastano per spiegarci con tesi e analisi diverse e contrapposte perché siamo arrivati a questa generale follia, Amy Chua è la sola che, distaccandosi dai fatti che avvengono quotidianamente sotto i nostri occhi, ha saputo entrarvi dentro meglio d´ogni altro arrivando alla loro radice e osservando le cause che li hanno determinati.
Le cause sono chiarissime. Scrive Galimberti: "Il mercato concentra la ricchezza, spesso stratosferica, nelle mani d´una minoranza economicamente dominante, mentre la democrazia accresce il potere politico della maggioranza impoverita. In queste circostanze l´introduzione della democrazia innesca un etno-nazionalismo dalle potenzialità catastrofiche che scaglia la maggioranza autoctona, facilmente istigata da politici opportunisti, contro la minoranza facoltosa e detestata". E scrive Amy Chua: "Negli ultimi vent´anni abbiamo promosso con energia nel mondo intero sia l´apertura liberista al mercato sia la democratizzazione. Così facendo ci siamo tirati addosso l´ira dei dannati".
Questo (e il libro lo dimostra ampiamente con una dovizia di analisi e di esempi che spaziano su quattro continenti) è il fondamento dell´odio antiamericano che stupisce gli americani; questa è la ragione vera della rivolta irachena contro i «liberatori» e delle "intifade" palestinesi contro Israele, ma così avviene dovunque, dalla Cecenia allo Zimbabwe, dall´Indonesia alle Filippine, dal Venezuela alla Sierra Leone, dalla Serbia alla Bolivia e al Ruanda.
Questo è anche il motivo che rende precaria la sorte dei regimi arabi moderati e amici dell´Occidente, gli Emirati, l´Arabia Saudita, l´Egitto e perfino il Marocco e gli altri Paesi del Maghreb. Con una differenza per altro essenziale che rende ancora più drammatico il problema mediorientale: proprio lì, in Iraq, in Iran, in Arabia, negli Emirati, giacciono nel sottosuolo gli otto decimi delle riserve petrolifere mondiali. La maggioranza povera, l´esercito dei dannati, per usare il linguaggio di Amy Chua, ha individuato un capro espiatorio e un tesoro inestimabile che in qualche modo gli appartiene.
Ma è pur vero che lasciarlo in quelle mani equivarrebbe a una rivoluzione planetaria dei rapporti di forza. La trappola irachena è questa: non ci si può né restare impigliati né uscirne. Non è il Vietnam, è molto peggio del Vietnam.
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Una situazione del genere si verificò nel XIX secolo anche in Europa, che deteneva allora il potere mondiale; e nel XX secolo nel Nord America. Cioè in quei Paesi che nel loro complesso costituiscono l´Occidente.
Anche in Occidente la rivoluzione industriale aveva concentrato la ricchezza nelle mani d´una minoranza dominante mentre la democrazia, gradualmente conquistata, accresceva il potere della maggioranza povera, dell´esercito di riserva dei disoccupati, dei lavoratori che soggiacevano alla «legge bronzea» dei salari, infine ai "dannati" di Amy Chua.
Ma in Occidente la rivoluzione industriale aveva suscitato una borghesia vasta, un ceto medio produttivo, un´aristocrazia operaia e anche una cultura laica che aveva creato prima ancora della democrazia lo Stato di diritto, la separazione dei poteri e gli istituti di garanzia che ne costituivano i pilastri. Queste forze capirono che la combinazione tra pauperismo-democrazia-liberismo avrebbe provocato conflitti esplosivi.
Perciò intervennero, moderarono, contribuirono a modificare la natura stessa del capitalismo.
Sotto la pressione dei partiti socialdemocratici, delle leghe contadine, dei sindacati operai e della borghesia liberale nacque un capitalismo sociale che diffuse più rapidamente i benefici derivanti dal profitto e dall´accumulazione della ricchezza.
I "dannati" non sono scomparsi, ma non sono stati abbandonati a se stessi e il loro perimetro si è gradualmente ristretto anche se, proprio dal 1989 in poi, il "pensiero unico" liberista imperversante in tutto l´Occidente ha determinato un´inversione di tendenza molto preoccupante, un aumento degli indici di povertà e un indebolimento pericoloso dello Stato sociale e della redistribuzione della ricchezza.
Questa però è la storia dell´Occidente. Purtroppo questa storia non è stata esportata. L´impero americano ha seguito un modello del tutto diverso. Ha fatto sognare i miracoli del mercato e la democrazia di massa in paesi dove lo Stato di diritto non era mai esistito, dove la religione era totalizzante quanto l´autorità civile era evanescente e dove i tassi di natalità delle masse povere erano elevatissimi.
Per evitare che la conflittualità sociale desse esiti catastrofici, la democrazia è stata manipolata in modo da favorire dittature e gruppi locali resi partecipi della ricchezza. La storia politica ed economica del Sud America, dell´Africa, del Medio Oriente ne fornisce una plastica rappresentazione, iniziata dal colonialismo europeo (anglofrancese soprattutto) e proseguita con fresca irruenza dagli Stati Uniti, a partire da Theodore Roosevelt in poi. Bush Junior ne rappresenta oggi il concentrato insieme alla sua corte di neocon, che ai suoi Cheney, ai suoi Rumsfeld, alla sua Condi Rice, ma è stato soltanto l´ultimo di una lunga serie.
Qualcuno si stupisce di quanto sia accaduto in questi giorni? Qualcuno si scandalizza delle parole di Giovanni Paolo che ricorda continuamente i deboli e gli oppressi della terra? Qualcuno pensa che quelle parole e le parole dei pacifisti di buona fede siano belle utopie spazzate via dall´intelligenza della realpolitik, mentre invece proprio quelle parole contengono una saggezza politica che è la sola a poter portare l´Occidente fuori dalla trappola mediorientale e alleviare la condizione dei "dannati"?
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L´Onu, in queste condizioni da mattatoio, non andrà in Iraq, questo è ben chiaro. Del resto cambiare il colore del casco ai militari Usa non servirebbe a niente.
Molti ormai riconoscono che la guerra contro Saddam Hussein è stata una pura follia, ma raccomandano di pensare non più a ieri ma ad oggi e a domani.
Non vogliono capire che per pensare al domani bisogna essere ben consapevoli degli errori spaventosi commessi ieri: dal governo di Bush e dai governi che l´hanno affiancato condividendo con esso l´errore esiziale d´una guerra pericolosissima nonché la rottura grave della legalità internazionale.
Occorre dunque, come primissima cosa, che cessi il mattatoio, che i soldati americani smettano di sparare nel mucchio come sta accadendo a Falluja e in gran parte delle città irachene. Questo non fermerà il terrorismo di Al Qaeda ma indebolirà la spinta ribellistica delle milizie sciite di Al Sadr e darà respiro agli iracheni meno propensi alla violenza che forse rappresentano la maggioranza d´una popolazione così duramente provata.
Se cessa il mattatoio forse l´Onu tornerà a Bagdad ma ci tornerà alla sola condizione che non solo l´assistenza e la consulenza politico-costituzionale ma anche la gestione della sicurezza e dell´ordine pubblico siano concentrate nelle sue mani e in quelle del costituendo governo provvisorio iracheno (il simulacro di governo insediato da Bremer è in corso di rapida liquefazione e va inevitabilmente rifatto).
L´ordine pubblico deve essere negoziato, come hanno fatto i nostri bravi militari a Nassiriya dopo aver dovuto eseguire l´ordine dissennato del comando inglese di Bassora, a sua volta indirizzato dal comando supremo Usa in Qatar, di sgombrare con la forza i tre ponti sul Tigri. Un episodio del genere non dovrebbe mai più essere ripetuto da un contingente militare che è stato proclamato non belligerante e umanitario.
Negoziare l´ordine pubblico non con i terroristi ma con le fazioni tribali e religiose irachene. Con i terroristi o con chi ne adotta i metodi non si può e non si deve negoziare nulla; personalmente condivido al cento per cento la decisione di non trattare per il rilascio degli ostaggi rapiti. Non c´è altra strada se non si vuole che il caos di oggi si moltiplichi per mille. Ma poi?
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Poi bisogna che l´Occidente fornisca all´Onu i mezzi economici per ricostruire il Paese, sanarne le ferite, rilanciare la produzione e la vendita del petrolio incassandone i proventi e destinandoli alla ricostruzione.
Alla domanda su che cosa debba fare l´America la risposta, nell´interesse dell´America, è una sola, dettata dalla ragione: l´America deve passare la mano mettendo i suoi generali e le sue truppe, insieme a tutte le altre che già sono sul terreno e a quelle che dovrebbero andarvi ora, agli ordini di un comando multinazionale integrato che risponda direttamente al segretario generale delle Nazioni Unite.
Se gli Usa e i loro attuali alleati non capiranno che questa è la sola svolta possibile e auspicabile, allora gli Usa se la sbrighino da soli o con chi sciaguratamente voglia restare.
L'Unità del 5 marzo pubblica in Prima pagina i titoli di alcuni giornali del giorno prima. Il tema era un progetto di viaggio di Silvio Berlusconi a Nassiriya in concomitanza con la serata di chiusura del Festival di Sanremo. Come vedete tre quotidiani hanno raccolto in forma di titolo la notizia e uno, il nostro, ha usato in prima pagina la notizia di quella ipotesi di viaggio («Berlusconi vuole andare a Nassiriya per apparire a Sanremo»). Ma la notizia era già stata oggetto di una interrogazione in Parlamento (del sen. Zanda, Margherita) di innumerevoli spunti, accenni, battute e scherzi sul palcoscenico di Sanremo. E su tale possibile evento, la sera del 3 marzo, vi era stata questa autorevole precisazione di Bruno Vespa: «Se il presidente va a Nassiriya, il collegamento televisivo deve avvenire con Porta a Porta e non con il teatro in cui si svolge il Festival». La parola “autorevole” a proposito di Vespa qui non è usata con ironia ma come sinonimo di “buona fonte”. Vespa ha parlato dell’evento e ha posto una condizione.
Poiché non è tipico neppure per Vespa dettare condizioni a un personaggio scarsamente controllabile come l’attuale presidente del Consiglio, la frase è apparsa un affidabile riferimento a un evento possibile.
Per essere sinceri con i nostri lettori, diciamo subito che non abbiamo atteso le parole di Vespa come una conferma. I titoli di un giornale si fanno molto prima, e noi lo avevamo scritto intorno alle 20.00 di mercoledì. Abbiamo indicato il viaggio come una intenzione («Berlusconi vuole...») non come un annuncio.
Ora ci giungono smentite importanti. Tenete conto della parola, “importanti”. Lo sono per la fonte e per il linguaggio.
Ecco la prima: «Mettere insieme Nassiriya e le canzonette è il peggio che si potesse inventare la sinistra divisa su tutto e unita solo dall’odio e da questa campagna di leggende metropolitane contro il presidente del Consiglio». Firmato Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Ecco la seconda: «I comunisti e i fascisti erano dei dilettanti rispetto alle tecniche di aggressione, di falsità e di odio di cui è capace questa sinistra. Ora basta. Altrimenti il Paese rischia di precipitare in uno scontro dalle conseguenze imprevedibili». Firmato Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia.
Prendiamo atto delle parole dei due statisti e notiamo: primo, il sottosegretario Bonaiuti non aveva mai, prima d’ora, usato un simile linguaggio. È noto come una persona cauta che ha dovuto parare ben altre gaffe e risolvere ben altri problemi del suo assistito.
Chi gli ha dettato la frase - questa volta - sembra mosso da collera, forse perché è stato punto sul vivo. Impossibile non notare qualcosa di atipico rispetto alle dichiarazioni di un abile portavoce: c’è ira, c’è insulto. Ma non c’è smentita.
Secondo. Le parole di Bondi sono tipica reazione caratteriale del personaggio, che richiederebbe la presenza costante di un Crepet, invece distratto dalle canzonette di Porta a Porta . Ma questa volta Bondi aggiunge la minaccia, quasi l’annuncio, di «uno scontro dalle conseguenze imprevedibili».
Chiunque può perdere il controllo e usare frasi pesanti. Ma se è uno che ha in mano il potere, si tratta di un importante notizia politica che passiamo ai notisti e commentatori dei tanti, liberi, giornali antiberlusconiani di cui - come dice il premier - è affollato il Paese.
Terzo. Forse Silvio Berlusconi non andrà mai a Nassiriya. Di certo anche gli eventi accaduti tra Baghdad e Karbal martedì scorso non lo hanno incoraggiato e il nostro presidente del Consiglio finora ha dimostrato molte cose, anche al di là della linea della sua convenienza politica, ma non il coraggio. Se ci andasse, immaginate che lo farà senza adeguata rappresentazione pubblicitaria? Sarà certamente collegato in diretta, sarà certamente protagonista lui e non i soldati che va a visitare, perché questo è il suo tipico, unico “modus operandi”, ed è inimmaginabile, anche per chi lo ama, un Berlusconi che non sia «migliore attore protagonista» di quella continua serata degli Oscar che è la sua vita. Forse gli abbiamo accreditato un gesto che richiede coraggio per essere compiuto, e di questo ci scusiamo. Per questo è criticabile l’evento da noi indicato come un suo progetto. Non nella natura spettacolare. C’è qualcuno in Italia(e ormai possiamo dire nel mondo) che riuscirebbe a immaginare Berlusconi nel comportamento di un normale presidente del Consiglio che non viene dall’unica esperienza e dall’unica fede della televisione?
Quarto. Confermiamo quello che dice, nella prima parte della frase, l’on. Bonaiuti. Fare un unico spettacolo di soldati italiani che rischiano la vita (e molti di essi sono morti) e di canzonette è una cosa indecente. Ma questa cosa indecente avviene in quella parte dell’evento Sanremo detto “dopofestival” .
La sera di mercoledì nello studio di Porta a Porta si è ballato e cantato intorno alla fila di sedie in cui erano seduti alcuni sopravvissuti della strage di Nassiriya.
Con grande dignità un colonnello e due giovani caporali (un uomo e una donna) hanno detto solo poche parole senza dare il minimo segno di partecipazione alla festa, eppure Apicella si era appena esibito - anche con canzoni originali del presidente del Consiglio - intorno a loro. La loro risposta è stata segnata da una evidente tristezza. Ma il tentativo di mischiare soldati italiani che rischiano la vita e canzonette, iniziativa giustamente giudicata “indecente” da Bonaiuti, c’è stato davvero, davanti agli occhi di milioni di spettatori.
Quinto. Ci sono state molte chiacchiere su rapporti e amicizie del nuovo “patron” di Sanremo, sul versante detto “mob” nei film di genere americani. Solo chiacchiere, forse. Ma è di cattivo gusto agganciare carabinieri, alcuni dei quali sono eroi delle missioni a cui hanno preso parte, per esibirli come segno di legalità nello spettacolo di un personaggio molto discusso dalle due parti dell’Oceano.
Come si vede, di indecenza ce ne è molta in questa storia. E non dipende dal mancato viaggio di Berlusconi a Nassiriya. Dipende da alcuni protagonisti della storia. Registrarlo (certo, con rischio, a giudicare dalle parole di Bondi) è dovere di cronaca
L’articolo di Gianni Vattimo “Rifare la DC, capisco. E la sinistra?”, comparso sull’ Unità del 5 marzo 2004 mette sul tappeto un tema centrale dell’attuale strategia nel centro sinistra nel nostro paese, sia in vista sia delle elezioni europee, sia per quel che riguarda una candidatura forte e rappresentativa al governo del paese, da sancire con la vittoria alle prossime elezioni politiche. Indipendentemente dall’ipotesi ammaliante (ma politicamente un tantino sfocata) della ricostituzione di una “nuova DC”, è indubbio che la lista unitaria per le europee che raggruppa DS, Margherita, SDI e Repubblicani “progressisti”, sancisca la nascita di una forza di centro sinistra moderata. Una forza le cui opzioni politiche – benché ancora non chiarite nella loro articolazione programmatica – paiono puntare sulla classica “conquista del centro”, presentando una serie di istanze e proposte che, se certo si differenziano da quelle del Polo delle Libertà, rinunciano, almeno per ora, ad ogni presa di posizione chiaramente progressista su principali temi dell’agenda politica e sociale di questi anni.
Si considerino a tal proposito le prese di posizione del “triciclo” sui seguenti temi: 1) i rapporti tra economia, mercato e regole statuali e sovrastatali relative al governo di tale mercato (significativa ad esempio la sostanziale convergenza delle proposte di legge Fassino e Tremonti, relative alla regolamentazione dei bilanci aziendali, della raccolta del risparmio e del governo del credito); 2) la perdita di potere d’acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti, dovuta anche ad una precisa scelta economica del governo Berlusconi (sintomatica la sostanziale indifferenza della maggioranza diessina e della Margherita verso le recenti le lotte salariali degli autoferrotranvieri); 3) lo smantellamento delle garanzie normative nell’ambito del mercato del lavoro, soprattutto per coloro che sono alla ricerca di una prima occupazione (prevale ancora tra i dirigenti moderati del centro sinistra una visione “darwinista” del mercato del lavoro); 4) la questione della riforma delle pensioni (si consideri ad esempio l’apertura di credito al progetto Maroni-Tremonti, espressa in questi giorni da Rutelli), 5) le linee guida della politica estera italiana (l’astensione sul “pacchetto” legislativo che prolunga la missione militare in Irak sembra essere del tutto organica alle scelte di fondo del “triciclo” in merito alle grandi questioni sul “governo del mondo”).
Ne consegue che, dal punto di vista del programma elettorale della lista moderata dell’Ulivo (di cui è responsabile Giuliano Amato, personaggio che incarna in maniera inquietante taluni aspetti di continuismo con le scelte economiche e sociali del craxismo) non sia stato sino ad oggi formalizzato alcun chiaro impegno sulla necessità di una serie di future iniziative legislative che sanino in modo virtuoso e progressista la sciagurata attività parlamentare del Polo in merito al governo dell’economia, al mercato del lavoro, alla scuola e alla ricerca, alla giustizia, alle riforme istituzionali, all’”aziendalizzazione integrale” della sanità, alla politica estera, al governo del territorio e alla difesa dell’ambiente.
Di questa situazione la “sinistra-sinistra”, come la definisce Vattimo, deve prendere atto con chiarezza e proporsi di costruire una proposta politica alternativa non solo a quelle del governo Berlusconi, ma anche alle scelte politiche oggi in statu nascendi nei settori più moderati della nuova formazione ulivista. E’ chiaro che le cose sono in tal senso rese più difficili dall’abbandono da parte di Sergio Cofferati del suo ruolo di protagonista della scena politica nazionale, abbandono che ha di fatto lasciato privo di leadership quel vasto agglomerato politico che va dai settori dei Democratici di Sinistra meno proni al “dalemismo”, a una vasta area dei lavoratori sindacalizzati, all’arcipelago dei movimenti, all’area del progressismo cattolico non allineato, sino a settori giovanili che sentono gravemente minacciati i loro diritti nel campo del mercato del lavoro, della scolarizzazione e della formazione professionale.
Oggi a rappresentare tale area in modo organizzato vi è solo Rifondazione Comunista, che - nonostante alcuni interessanti mutamenti della propria linea politica intervenuti negli ultimi tempi - rimane una forza a mio avviso insufficientemente attrezzata per rappresentare da sola con nuovo slancio la “sinistra-sinistra”, nella prospettiva di un’azione politica su più livelli volta a condizionare in modo virtuoso la formazione ulivista moderata in vista delle prossime scadenze. Vi è invece bisogno di una più larga intesa a sinistra del “triciclo” finalizzata alla verifica di un comune programma elettorale, al rilancio di iniziative di lotte di massa contro l’attuale governo, soprattutto sulle questioni della perdita del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e della controriforma delle pensioni, e infine al contenimento delle spinte “neoconsociative” che tornano a far capolino soprattutto tra i leader della Margherita e di alcuni settori dei DS.
E’ quindi di cruciale importanza rilanciare scelte politiche che, anche a livello organizzativo, puntino alla creazione di un “altra gamba” dello schieramento progressista, capace di confrontarsi efficacemente con la componente moderata, e ne condizioni con spirito unitario le scelte programmatiche e la definizione delle issues di governo. Tale nuovo slancio politico della “sinistra-sinistra” non può aver sostanziarsi solo in ambiti angustamente partitici (Rifondazione Comunista, il “correntone” diessino, i Verdi, il rassemblement Di Pietro-Occhetto), ne guardare con rassegnazione alla grave perdita propulsiva delle iniziative “movimentiste”, ma deve sforzarsi una volta ancora – come nella grande tradizione storica della sinistra europea – di costruire alcune linee guida che tengano unite entrambe le realtà, articolazioni partitiche e movimenti, e dia nuovo impulso all’ iniziativa politica della sinistra, bruscamente inceppatasi dopo la straordinaria prova di “energia sociale” culminata nella grande manifestazione indetta lo scorso anno dalla CGIL a Roma.
Solo così sarà possibile condizionare l’attività dell’ala moderata dell’Ulivo e far si che essa venga realmente a patti con la componente di sinistra dello schieramento progressista per candidarsi al governo del paese, rinunciando ad ogni integralismo “neodirigista” e a nuove iniziative che - sfruttando impropriamente il termine “bipartisan” – inaugurino una stagione prelettorale di compromesssi con il Polo e di forsennata (e perdente ) “corsa al centro”.
Come dimostrano le vicende delle tre elezioni politiche svoltesi con il nuovo sistema maggioritario, per essere vincente lo schieramento progressista deve reggersi per l'appunto su due “gambe” – una riformista moderata, una di sinistra – alleate e tra loro in rapporti di forza non eccessivamente sbilanciati. Nel 1994 nell’Ulivo mancava di un settore moderato, e andò incontro ad una secca sconfitta; nel 2001 si presentò agli elettori senza alcun accordo con Rifondazione Comunista, ripropose l’esperienza di governo moderato-consociativa del tandem D’Alema/Amato. e perse nuovamente. Vinse invece nel 1996 quando riuscì a far convivere dialetticamente - pur fra mille difficoltà - le “due gambe” del proprio “corpo sociale”.Oggi il problema si ripresenta in una prospettiva gravemente sbilanciata: l’opposizione progressista moderata si è organizzata, mentre la componente di sinistra della coalizione appare dispersa e confusa. E’ tempo invece di trovare nuovo slancio e di porre sul tappeto - con il giusto melange di unitarietà e di conflittualità “virtuosa” – istanze programmatiche e scelte politiche di “sinistra-sinistra”, che non rifiutino la radicalità quando essa sia politicamente necessaria, e persegua con spirito unitario una scelta politica di alto profilo, che contrasti ogni “riformismo” a senso unico e ogni integralismo economicistico. Un Ulivo che cammini solo con la “gamba moderata” sarà certamente votato ad un’altra sconfitta - elettorale, politica e culturale - a tutto vantaggio della destra oggi al governo.
ROMA Ci risiamo. Dopo aver santificato Marcello Dell’Utri, aver gridato che la sentenza dei giudici di Palermo è frutto di una persecuzione politica, il Polo si appresta ancora una volta a invadere il terreno della giustizia per ostacolarne il corso con leggi ad hoc, salvare dalla galera gli amici degli amici. Il copione è sempre lo stesso. Dell’Utri è condannato per concorso esterno in associazione mafiosa? Il centro destra ha già iniziato a dire che si tratta di un reato «finto», «da cancellare».
Lo ha detto, subito dopo la sentenza, il capogruppo di An in Commissione Antimafia, Luigi Bobbio. E gli hanno fatto eco due centristi come Carlo Giovanardi («C’è un problema politico e giuridico da risolvere, quello del concorso esterno in associazione mafiosa») e Rocco Buttiglione («Il concorso esterno è reato poco chiaramente definito»). Tutti d’accordo che occorre intervenire sul piano legislativo per abrogare il reato. «Il concorso esterno in associazione mafiosa - sostiene Bobbio - è frutto della creazione della magistratura siciliana, avallata dalla Cassazione. Bisogna assolutamente intervenire sul piano della legislazione per cancellare da un lato una vergogna giuridica e dall’altro una sorta di scatola vuota nella quale si tenta da troppo tempo di infilare chiunque sia sgradito, per le ragioni più varie, a un magistrato inquirente».
Bobbio ha già individuato anche lo strumento: «Una revisione del 416 bis». Che potrebbe essere oggetto di una proposta di legge ad hoc o meglio essere contenuta nel cosiddetto «pacchetto Napoli», le norme anticrimine che si pensa di inserire dentro la pdl sulla recidiva (la cosiddetta Cirielli-Vitali che a sua volta già contiene le norme salva-Previti). Una bella matrioska per levare le castagne dal fuoco a Previti e Dell’Utri in un colpo solo? Quello della matrioska è un gioco in cui il Polo è diventato esperto. Basta presentare emendamenti a un testo già pronto che si raggiunge lo scopo.
Nel caso della Cirielli-Vitali che sarà in aula proprio in questa settimana per essere licenziata prima di Natale (a questo almeno punta Fi) fu un emendamento firmato dal forzista Mario Pepe ad introdurre, nell’estate del 2003, la drastica riduzione dei tempi di prescrizione dei reati. Un emendamento che fu subito ribattezzato salva-Previti (se la legge fosse approvata sarebbe immediatamente applicata anche ai processi in corso per il principio del «favor rei»). E trovò però l’opposizione dell’Udc. L’aennino Cirielli, fra l’altro, si dimise da relatore della legge proprio per le polemiche sollevate dall’introduzione di quell’emendamento. L’Udc (era ancora in corso la fantaverifica di governo)tuonò che si trattava di una «amnistia mascherata». Ed è stato proprio per questo che la legge ridenominata Cirielli-Vitali e che riguarda, ironia della sorte, l’inasprimento delle pene per i recidivi, ha finito per slittare varie volte.
Nel frattempo la maggioranza ha approvato la controriforma dell’ordinamento giudiziario e ha cercato disperatamente di trovare «la quadra» sul pacchetto di norme anticrimine («pacchetto Napoli»). Il ministro della giustizia Castelli avrebbe voluto inserirle nella legge Cirielli-Vitali ma l’ipotesi sembrava essere tramontata perché il ministro dell’Interno Pisanu si era messo di traverso. Così proprio nelle ore in cui la Camera approvava l’ordinamento giudiziario per il pacchetto Napoli sembravano essere rimaste in piedi le due ipotesi alternative di un legge ad hoc (troppo lungo l’iter, però) o di un decreto.
Adesso Bobbio ipotizza la matrioska: una norma salva-Dell’Utri messa dentro il pacchetto Napoli, messo dentro la Cirielli-Vitali che già contiene la norma salva-Previti.
Il rebus è all’attenzione dei cosiddetti «saggi» della Casa. Che però dovranno vagliare anche la percorribilità di un’altra strada, più antica e molto cara al Polo. Quella prospettata ieri dal sottosegretario udiccino alla Giustizia Michele Vietti: ripristinare l’immunità parlamentare, rendere intoccabili deputati e senatori. Strada ardua però. Visto che lo scorso gennaio la Consulta ha già dichiarato illegittimo anche il famoso Lodo Schifani, l’immunità per le alte cariche dello Stato. Per l’opposizione si annuncia un’altra battaglia contro «la scandalosa cultura del privilegio e dell’impunità» (Pecoraro Scanio). Non sarà, come dice il prodiano Franco Monaco, che si dovrebbe rispolverare «la questione morale»? «Ci siamo imposti il dogma del politicamente corretto secondo il quale dovremmo inibirci il giudizio morale e politico sui profili clamorosi e inquietanti delle recenti note sentenze. Neppure dopo sentenze di questa portata che attengono ai rapporti tra corruzione, mafia e politica e che investono i vertici dello Stato, sentiamo il dovere di mettere a tema la questione della qualità etica di una classe dirigente? Una questione morale grossa come una casa?».
Il dottor Dulcamara, che nell´opera buffa affascinava le piazze di paese declamando le virtù del suo elisir e promettendo agli ingenui villici eterna giovinezza, ricchezza e felicità, si è ormai trasferito a Palazzo Chigi e imbonisce con la voce del presidente del Consiglio: per uscire dal ristagno economico e dalle acque morte d´una crescita che da tre anni non si allontana dallo zero, non c´è altra ricetta che la riduzione dell´Irpef e in particolare dell´aliquota massima che colpisce i redditi più elevati, quelli degli imprenditori e dei manager. Basterebbe ridurre quell´aliquota dal 43 al 39 per cento per imprimere all´economia italiana la salutare scossa di cui il nostro Dulcamara cominciò a parlarci fin dall´aprile del 2001.
Come mai un elisir così miracoloso non sia stato ancora propinato e quindi non abbia ancora prodotto i suoi magici effetti, è cosa inspiegabile. Ma ancor più inspiegabile sono le certezze che animano il Dulcamara in questione e il coro dei suoi sodali a dispetto d´ogni senso della realtà.
La realtà è infatti che il numero dei contribuenti che hanno dichiarato un reddito superiore ad un milione di euro è di appena 1.081 (dati della dichiarazione relativa al 2001); nello stesso anno hanno dichiarato redditi superiori ai 300.000 euro annui soltanto 17.000 contribuenti. Riducendo l´aliquota Irpef dal 43 al 39 questi scaglioni di reddito avrebbero un beneficio complessivo di 500 milioni di euro. Sarebbe questa la chiave di innesco della scossa tanto attesa? Chi può prestar fede ad una fandonia di simili dimensioni? Bondi? Schifani? La gentile e graziosa ragazza che fa da qualche giorno la portavoce del nostro beneamato Berlusconi, della quale purtroppo non ricordo il nome?
Noto di passata che la Confindustria, cui presumibilmente sono iscritti i percettori dei suddetti redditi, non ha mai chiesto un provvedimento del genere, anzi si è dichiarata perplessa e addirittura contraria a sperperare risorse pubbliche nella direzione d´uno sgravio fiscale sui redditi personali e in particolare d´un abbattimento dell´aliquota più elevata dell´Irpef.
Non è strana questa resistenza di Confindustria verso una strategia economica di cui i suoi maggiori associati sarebbero i principali beneficiari? Non sarà che non sono tanto allocchi da scambiare per oro fino una patacca di ottone?
* * *
Personalmente non sarei affatto contrario all´aumento dell´imposta sugli autonomi che il ministro del Tesoro chiama pudicamente manutenzione fiscale.
Quel gruppo di contribuenti beneficia già ora d´una sorta di concordato che in realtà configura un permanente condono rispetto al suo effettivo reddito. Il fatto che in tempi di ristrettezze il buon Siniscalco voglia ridurre il livello di quel condono mi sembra del tutto plausibile. Ma vedrete che alla fine da tanto fumo resterà pochissimo arrosto; in tempi elettorali valgono solo gli spot e questa «manutenzione» è assai poco spendibile sul mercato pubblicitario.
Resta come solo e vero perno della manovra il famigerato tetto del 2 per cento che dovrebbe niente meno durare per l´intero triennio 2005-2007. Per tutto questo arco di tempo la spesa corrente complessiva, sia di competenza che di cassa, dovrebbe restar congelata, in termini reali, al livello di spesa del 2003.
Quest´ipotesi non è minimamente credibile. Qualora fosse effettivamente realizzata avrebbe effetti deflazionistici imponenti e indiscriminati. Siamo dunque in presenza d´una strategia dissennata sia nell´ipotesi di mancata realizzazione (nel qual caso salterebbero tutti i parametri e gli obiettivi della manovra) sia nel caso di efficace applicazione (nel qual caso passeremmo dalla stagnazione alla recessione vera e propria).
Aggiungo un´osservazione che non mi pare sia stata ancora fatta. Per l´esercizio 2005 Siniscalco prevede che il tetto del 2 per cento produca minori spese per 7-8 miliardi di euro, necessari a contenere il deficit al di sotto della soglia del 3 per cento fissato dal patto europeo di stabilità.
Nel medesimo esercizio 2005 quello stesso tetto servirebbe a coprire la riduzione dell´Irpef e dell´Irap.
Ma Siniscalco non spiega con quali risorse manterrà il deficit sotto la soglia del 3 per cento. Il tetto che produce 7 miliardi di minori spese non può infatti essere utilizzato contemporaneamente per finanziare due diversi obiettivi: contenimento del deficit e riduzione di entrate. Ho la sensazione che in questo caso Dulcamara, oltre che a vendere falsi elisir, si dedichi anche al gioco delle tre carte; nell´opera buffa questo non è previsto. Caro ministro, qui siamo fuori dal copione.
Tralascio il discorso sul pubblico impiego che ci porterebbe lontano, ma una parola la voglio pur dire. Contrariamente ai propositi della Lega, che se potesse imbarcherebbe i pubblici dipendenti con destinazione Libia insieme agli immigrati clandestini, Siniscalco ha aperto un confronto. Propone aumenti contrattuali agli statali del 5 per cento anziché rispettare il tetto del 2, ma in contropartita vuole il blocco del turn over e anche un accordo di mobilità per trasferire dallo Stato alle Regioni gli impiegati necessari a causa della devoluzione dei poteri. Posso dire che questo è un sogno, una pia illusione che non avrà alcun riscontro nella realtà? Anzitutto il 5 per cento di aumento contrattuale: ci vorrà almeno il 6 per convincere i sindacati, con il che il tetto sarà stato superato tre volte.
Recuperarlo col blocco del turn over? Mi pare un´ipotesi di terzo grado. Quanti sono i pubblici dipendenti che escono ogni anno dal servizio attivo? Il ministro del Tesoro dovrebbe dircelo per poter calcolare l´entità del risparmio, ma dovrebbe anche dedurre da questo ammontare le nuove pensioni da pagare ai dipendenti in uscita. Il risparmio generato dal blocco sta infatti nella differenza tra lo stipendio e la pensione più liquidazione.
Tutto ciò senza introdurre il discorso connesso con la devoluzione. Lo Stato cioè dovrebbe non solo bloccare il turn over ma anche, con una massa di impiegati decrescente, trasferirne alcune decine di migliaia alle amministrazioni regionali. Il ministro Maroni ha dichiarato che lui non ci è mai riuscito e lo dice uno che la devoluzione l´ha voluta a ogni costo e a ogni prezzo.
Allora, direbbe Bossi, dov´è la quadra? Un 6 per cento in più agli statali, recuperato congelando le assunzioni; un blocco che non tiene conto che non tutti i comparti della pubblica amministrazione sono in identiche condizioni, in alcuni ci sono esuberi, in altri invece scarsità, né è pensabile di trasferire un insegnante di lettere a insegnare l´inglese o addirittura a rimpiazzare un impiegato dell´Agenzia delle entrate. Contemporaneamente bisognerebbe trasferire un considerevole gruppo di impiegati dalla Calabria al Veneto, dalla Campania al Piemonte, con tutti i problemi di impianto connessi a mobilità del genere. A chi la racconta, signor ministro del Tesoro?
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La verità è che l´intera struttura della manovra e dei suoi collegati non regge. Ci saranno effetti recessivi, il bilancio non sarà affatto riassestato anche perché il tetto non è un taglio. Dulcamara lo ha ripetuto infinite volte e noi, critici, abbiamo risposto di no, abbiamo sostenuto che tetto e taglio in questo caso erano sinonimi.
Ebbene, abbiamo sbagliato per fervor di polemica. Non sono la stessa cosa.
Se si taglia una determinata spesa si produce un effetto strutturale: quella spesa non c´è più. Ma se si mette un tetto al suo lievitare la spesa continua a esistere. Non cresce ma non scompare; scaduto il tempo del tetto, riprenderà a crescere con raddoppiata irruenza per riguadagnare il tempo perduto. E per produrre gli stessi risultati costerà di più perché nel frattempo i prezzi saranno aumentati.
In realtà il tetto fa parte dei famosi provvedimenti "una tantum" che Siniscalco voleva abolire o per lo meno ridurre drasticamente e che l´Europa, giustamente, vede come il fumo negli occhi.
Diciamolo con franchezza, onorevole ministro del Tesoro: l´intera sua manovra di 24 miliardi, più i 7 necessari a finanziare la riduzione delle tasse, si basa interamente su provvedimenti una tantum salvo le micro-tasse e le micro-economie che in totale non arrivano a 2 miliardi. Quando il tetto verrà tolto il suo successore si troverà di fronte a un baratro. La Commissione europea ha accettato, sia pure con sordi brontolii, le sue spiegazioni sul tetto visto come intervento strutturale. Non credo che a Bruxelles siano rimbecilliti. In realtà le hanno fatto un favore, hanno chiuso un occhio. Ma continuano a rognare sulle una tantum. E se tra qualche mese, con la nuova Commissione, apriranno l´occhio socchiuso e le chiederanno conto della panzana che lei ha raccontato a loro e a noi, lei che cosa farà?
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Bisognava iniettare potere d´acquisto prontamente spendibile nelle tasche della massa dei consumatori, quelli che stanno a metà della trottola dei redditi, non i 18 mila che stanno al vertice. Questo bisognava e bisogna fare.
Restituendo il "fiscal drag". Fiscalizzando gli oneri sociali entro una fascia di retribuzioni. Abolendo l´Irap o riducendola drasticamente. Razionalizzando ma non annullando gli incentivi e i crediti d´imposta alle imprese. Trovando la copertura con interventi mirati sugli immobili, sulle rendite, sulle plusvalenze finanziarie.
Il reddito ristagna ma i patrimoni in termini nominali sono molto cospicui in Italia e dunque bisogna mettere a contribuzione i patrimoni per rilanciare i redditi.
La parola patrimonio fa paura? Ma è già colpito il patrimonio. La chiamano Ici ma non è forse un´imposta patrimoniale? Certo, come spot pre-elettorale, funziona poco. Perciò continuiamo così. Stiamo andando dritti verso la bancarotta, caro Follini.
Lei mi dirà: perché si dirige proprio a me? E a chi mi dovrei dirigere? Lei è un moderato. Un centrista. Ha a cuore gli interessi del paese e non quelli del partito. Si è arrabbiato di brutto contro chi lo definiva cane da pagliaio o tigre di carta. Ha fatto la faccia feroce verso i suoi alleati che (se ne era accorto anche lei) dilapidavano le finanze dello Stato. Ha applaudito insieme a Fini al siluramento di Tremonti. E non si accorge che Siniscalco è la fotocopia del predecessore e forse anche peggio? E vota con tranquilla coscienza una legge di riforma costituzionale che ci porterà alla bancarotta; un premierato che sopprime di fatto il regime parlamentare e la presidenza della Repubblica. Ora infine voterà una vergognosa legge finanziaria interamente basata su provvedimenti provvisori.
Ma quando si guarda allo specchio (della coscienza) che sentimenti prova?
P. S. Mentre scrivevo questo articolo mi è arrivata la notizia che il nostro presidente della Repubblica ha dovuto subire un intervento chirurgico per fortuna di leggera entità, felicemente concluso. Mi permetto di utilizzare questo spazio per inviargli gli auguri più affettuosi. Un uomo come lui, se non ci fosse stato, avremmo dovuto inventarcelo: così si dice quando si vuole significare una presenza indispensabile. Tanto più indispensabile in un´epoca che abbonda di Dulcamara e di Tartufi. Lunga vita e buona salute a nome di tutti quelli che vedono in lei l´usbergo delle nostre istituzioni democratiche e dei nostri sentimenti morali di libertà e di giustizia.
Scrive Vittorio Zucconi su 'Repubblica' del 20 settembre che tra le (quasi impossibili) elezioni irachene che dovrebbero tenersi nel prossimo gennaio e le elezioni presidenziali Usa del 2 novembre corre un filo diretto. Bush ha assoluto bisogno di mantenere nell'opinione della maggioranza degli americani la fiducia nel buon andamento della situazione irachena, premessa per lui indispensabile alla vittoria elettorale. Perciò cerca con tutti i mezzi di attenuare e nei limiti del possibile nascondere le dimensioni del disastro iracheno. Su queste reticenze e menzogne si fonda in larga misure il suo vantaggio sul rivale Kerry. Quando infine la verità apparirà lampante, sarà troppo tardi, Bush avrà conquistato il suo secondo mandato e il partito democratico dovrà rinviare a chissà quando i propositi di tornare alla Casa Bianca.
Zucconi non è il solo a formulare questa diagnosi, direi che quasi tutti i più seri analisti della politica americana concordano sul fatto che il maggior 'peccato' da imputare all'amministrazione Bush non è l'errore compiuto nello scatenamento della guerra irachena, ma nella devastazione che essa ha causato al principio della trasparenza e all'obbligo della verità come elementi basilari della democrazia.
Reticenze e menzogne sono pratiche incompatibili con la democrazia in genere e con quella sancita dai padri fondatori della Costituzione americana in particolare. La guerra preventiva contro Saddam Hussein e quel che ne è seguito hanno prodotto ferite difficilmente rimarginabili del tessuto politico e morale del più grande paese del mondo, con conseguenze ancora non valutabili sul resto dell'Occidente.
Mi permetto tuttavia di avanzare un'altra ipotesi, non necessariamente alternativa alla precedente. Secondo me non è soltanto l'iniziativa di Bush e la sua presenza al vertice ad aver indotto forti mutamenti nel sistema, ma il fatto che è il sistema in quanto tale che sta cambiando natura. La democrazia americana conserva certamente le profonde caratteristiche che presiedettero alla sua fondazione e alla sua evoluzione nel corso di duecent'anni, ma ne ha acquisite altre in tempi più recenti e son per più aspetti contraddittorie rispetto a quelle tradizionali. Per dirla in breve, il sistema americano sta rapidamente evolvendo verso una sorta di democrazia imperiale, sia a causa di proprie pulsioni interne sia a causa di mutamenti altrettanto profondi in corso in Europa e in Asia. Questa evoluzione è stata soltanto accelerata dall'evento dell'11 settembre. Secondo me sbaglia chi fa coincidere la nuova storia del pianeta con quella data e con il trauma che l'abbattimento delle torri gemelle ha cagionato nel popolo americano. Il mutamento era cominciato parecchio tempo prima. L'11 settembre ne costituisce non la causa, ma una delle concause e per certi aspetti addirittura un effetto. E Bush, con tutto il corteggio dei neo-conservatori da un lato e della religione 'crociata' dall'altro, rappresenta l'inevitabile prodotto di questo complesso di circostanze.
A questo punto si pone una domanda: quando e perché gli Stati Unti sono diventati una democrazia imperiale? Il quando si può situare nel momento della caduta del Muro di Berlino, cioè dell'implosione e del disfacimento dell'Urss e del trionfo del cosiddetto pensiero unico: esce di scena l'altra grande potenza nucleare, affonda l'ideologia comunista, si dispiega con tutta la sua forza la globalizzazione dei mercati, delle comunicazioni, del costume.
Il perché è dato dall'altra faccia della stessa medaglia ed è il dominio, conclamato e spinto al parossismo, della tecnologia su tutti gli altri aspetti della vita sociale e perfino individuale. Al punto che da parte di una linea di pensiero molto autorevole si comincia a sostenere che il rapporto di dipendenza della tecnologia dall'uomo, che ha retto l'evoluzione della nostra specie dalla comparsa dell''homo sapiens' fino a oggi, è stato da un paio di decenni almeno capovolto. Ora è la tecnologia, intesa come massa di prodotti e di saperi, che guida l'uomo e lo condiziona nelle sue scelte e quindi nella sua evoluzione; insomma nel mutamento del suo essere, nelle scelte dei suoi obiettivi, nella sua stessa struttura antropologica.
Gli Stati Uniti sono di gran lunga la prima potenza tecnologica del pianeta. In un mondo globale dominato dalla tecnologia è chiaro che l''imperium' spetterà a chi possiede le risorse tecnologiche nel guidarlo. La classe dirigente americana è perfettamente consapevole di queste verità. Forse per una parte della popolazione questa consapevolezza non è ancora del tutto chiara, ma sia pure in modo implicito tutti i cittadini di quella grande e collaudata democrazia sanno qual è ormai il ruolo dell'America nel mondo . La scomparsa di fatto del vecchio isolazionismo ne costituisce il segnale più evidente: in un mondo globale e tecnologico l'isolazionismo non ha più senso alcuno, la delocalizzazione delle attività cancella i confini e le aree di influenza. Cambiano inevitabilmente le modalità della guerra. Infine, spiace doverlo dire ma è semplicemente una constatazione, in un mondo dominato da gigantesche forze tecnologiche concentrate in un solo paese, il modo di opporvisi è soltanto quello del terrorismo. Esso costituisce la risposta del mondo debole all''imperium' dell'unica potenza planetaria esistente. Piaccia o non piaccia, la situazione è questa. Di conseguenza sta cambiando il sentire del popolo americano.
Un popolo che partecipa al suo ruolo e al suo destino imperiale giudica i fatti con una scala di valori diversa da prima e diversa da quella ancora valida per gli altri popoli. Certo anche la potenza imperiale si può dar carico di una diffusione equilibrata del benessere nella misura in cui essa rafforzi ed estenda il suo ruolo. La potenza imperiale si assegna altresì il compito di insegnare ai paesi soggetti le forme e i metodi del buon governo, sempre che sia un buon governo disposto a riconoscere e accettare l'appartenenza all'impero, dal quale deriva la legittimazione d'ogni altro potere.
In tale contrasto è del tutto naturale il 'neglect' nei confronti dell'Onu e dell'Europa quando da loro provengano segnali di resistenze e di critica: l'impero non sopporta limitazioni esterne alla sua forza e al suo potere legittimante. Questa sembra a me la realtà in cui viviamo e questo autorizza a pensare che non sia Bush a manipolare la vera anima dell'America ma che Bush esprima l'anima imperiale dell'America. Probabilmente la esprime male e forse può condurla alla sconfitta. Ma questo è un altro discorso.
Improvvisamente compare il presidente del Senato, in una drammatica intervista a piena pagina sul quotidiano la Repubblica, si mette in posa accanto al cadavere di Enzo Baldoni, per il quale, da vivo, da ostaggio, da uomo in estremo pericolo, non ha detto una parola né fatto un gesto, e dice: «I terroristi, che non sono pochi gruppi fanatici ma un grandissimo fronte che attraversa il mondo, proclamano la sharia, dichiarano la jihad, vogliono colpire l'Occidente, sono determinati a distruggere la nostra civiltà. C’è una guerra dichiarata e noi dobbiamo decidere come atteggiarci. Possiamo combatterla questa guerra, oppure possiamo alzare le mani».
Lo stupore dei lettori è facilmente immaginabile. La uccisione barbara e misteriosa del pacifista Baldoni, ad opera di un gruppo barbaro e misterioso, serve al presidente del Senato italiano per dichiarare la guerra universale.
Un evento importante - oltre che tragico - se si pensa che Pera è la seconda carica dello Stato, e che in quella veste ha sempre espresso tutto il suo disprezzo per i pacifisti (da vivi) come Baldoni. Anche in questa intervista-proclama, il presidente del Senato non ha la mano leggera. Ascoltate: «Una grande parte del clero o tace o marcia per la pace, come se non fosse affar suo difendere la civiltà cristiana».
Qualcuno ricorderà che Marcello Pera incarna una alta funzione istituzionale, che, per definizione, è al di sopra delle parti.
Ecco come la vede lui, nella straordinaria intervista-proclama: «Se il problema è la tutela della nostra civiltà, la questione va ben oltre le divisioni interne. Va addirittura oltre quell’unità di fondo che dovrebbe esserci in politica estera. Destra e sinistra dovrebbero unirsi per fare sforzi comuni e trovare strategie contro il terrorismo. Truppe sì, truppe no, svolta sì, svolta no è una discussione tardiva».
Il modello Pera è semplice: 1- Come intendere il dialogo: noi parliamo e voi ascoltate. 2- Che cosa intendiamo per strategia comune: noi decidiamo la guerra e voi vi arruolate, e anzi manifesterete il dovuto entusiasmo. 3- Qualunque altro distinguo è da imbelli o da traditori.
Come si vede, Pera è al di sopra delle parti nel senso che vede dissenso, intellettuali, pacifisti (quelli vivi) oppositori come rimasugli di una povera visione arretrata. Esistono solo lui, la sua parte unica e giusta (presumibilmente Dio è con lui e non con quegli stupidi preti che marciano per la pace) e una bella guerra di civiltà. Lui esorta: dobbiamo andare tutti in Iraq. E non sembra che parli di un convegno. Marcello Pera ha corso un rischio. Ha proclamato la sua guerra santa, con speciale cattivo gusto, sulla tomba non ancora trovata di un uomo di pace, nelle stesse ore in cui le sue controparti francesi hanno avuto - per tempo, prima che si compia un altro delitto - uno scatto di impegno per salvare in ogni modo due vite.
Per Jacques Chirac, per il presidente del Consiglio di quel Paese, per il ministro degli Esteri francese, non è sembrato eccessivo - invece di invocare la jihad cristiana - impegnare ogni attimo e ogni risorsa della loro autorità e del loro peso nel mondo per riportare a casa, sani e salvi, i due giornalisti. Se falliranno, in queste ore angosciose, potranno dire al loro Paese che non erano in vacanza, e che hanno tentato il tutto per tutto. Se ci riusciranno, Marcello Pera si ritroverà ad essere il rappresentante di un’Italia sola, triste e pericolosa, un Paese arruolato agli ordini di altri, nella guerra santa nonostante i suoi cittadini e la sua Costituzione.
«Si ode a destra uno squillo di tromba / a sinistra risponde uno squillo». Oppure: «Se voi suonerete le vostre trombe noi suoneremo le nostre campane». Scegliete voi, cari lettori, quali di questi due celebri motti sia più adatto a rappresentare le due sentenze susseguitesi di poche ore e rispettivamente riguardanti Silvio Berlusconi (tribunale di Milano) e Marcello Dell´Utri (tribunale di Palermo).
A me sembra più adatto il primo: dà conto dei fatti, la magistratura ha parlato, è stata finalmente messa in condizioni di andare a sentenza dopo anni di esame delle carte processuali e (nel caso Berlusconi-Previti) di impedimenti processuali e legislativi pervicacemente frapposti dagli imputati e dai loro difensori per guadagnar tempo e far scorrere il più possibile i termini della prescrizione. Poi ci si lamenta per le lentezze della giustizia quando sono stati proprio due imputati eccellentissimi a farla avanzare col passo del gambero e della lumaca.
Il secondo motto configura piuttosto lo spirito dei commenti alquanto esagitati diffusi dai dirigenti del centrodestra subito dopo la condanna di Dell´Utri: la sentenza di Palermo vista come rappresaglia dei giudici palermitani rispetto a quella parzialmente liberatoria dei giudici milanesi.
Questi ultimi lodati, i primi vilipesi senza eccezioni.
Commenti stonati, di fronte ai quali spicca il riserbo e la prudenza del centrosinistra, dove nessuno si è peritato di buttarla in politica, neppure quelli che hanno espresso rammarico per il mancato rifiuto da parte del presidente del Consiglio di non accettare il proscioglimento per prescrizione, applicato dal tribunale ad uno dei capi d´imputazione, come la carica che ricopre avrebbe dovuto consigliargli.
In realtà le sentenze dei due tribunali rappresentano l´essenza della normale e corretta attività di giurisdizione affidata alla magistratura giudicante in libera dialettica con la pubblica accusa, le parti civili e la difesa degli imputati e, soprattutto, sono il risultato della libera valutazione dei fatti e l´applicazione ad essi delle norme vigenti.
Può darsi che i giudici dell´appello emendino la condanna a Dell´Utri o può darsi che la confermino. Sulla base delle risultanze emerse in processo, per quello che ne è stato ampiamente riferito dai giornali, a noi sembra che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa sia stato ampiamente provato. Il collegio giudicante comunque, dopo aver discusso per ben tredici giorni in camera di consiglio e dopo sette anni da quando l´inchiesta della Procura ebbe inizio, ha concluso in modo limpido e netto per la colpevolezza.
Dell´Utri, nella sua dichiarazione successiva alla condanna, ha anche ribadito che proseguirà nella sua attività politica e adempirà all´importante incarico che Berlusconi gli ha affidato di organizzatore della campagna elettorale di Forza Italia. È un suo diritto: innocente presunto fino a sentenza definitiva.
Certo l´accusa per la quale è stato condannato è molto pesante. La sensibilità d´una persona normale opterebbe piuttosto, se non sulle dimissioni dalla carica di senatore, almeno sull´astensione da incarichi di rilievo che hanno come destinatari nientemeno che gli elettori. Ma la sensibilità morale è ormai una merce rarissima. Pensare di trovarla nell´anima di Marcello Dell´Utri equivarrebbe a sognare ad occhi aperti. Infatti nessuno ci ha mai pensato.
E´ stata invece sorprendente la solidarietà "umana" manifestatagli con pubblica dichiarazione dal presidente della Camera alla vigilia della sentenza. Casini ricopre una carica costituzionale molto elevata. L´amicizia personale, se del caso, la si esprime in forme strettamente private. Esternata pubblicamente getta un´ombra di interferenza nei confronti del potere giudiziario che Casini avrebbe potuto e anzi dovuto rigorosamente evitare.
* * *
Più complessa, pur nelle venti righe del suo dispositivo, è stata la sentenza del tribunale di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi. I colleghi D´Avanzo e Giannini ne hanno già ampiamente scritto sul nostro giornale di ieri.
Aggiungerò poche osservazioni ai loro commenti.
A me sembra che i giudici milanesi non siano stati pusillanimi né che abbiano scelto una via mediana e indolore usando un eccesso di sottigliezza giuridica.
Dovevano giudicare tre capi d´imputazione che configuravano tutti e tre la corruzione di magistrati. In un caso l´imputato è stato assolto con formula piena (regalo di gioielli nel corso d´un viaggio di vacanza). In un altro caso, che configurava una corruzione connessa ad un processo specifico, l´imputato è stato assolto sulla base dell´articolo 530 del codice di procedura penale che consente l´assoluzione se le prove non sono ritenute sufficienti. Nel terzo caso (denari versati dalla Fininvest al magistrato Squillante) la prova (hanno detto i giudici) è stata raggiunta ma, con la concessione delle attenuanti, il reato risulta prescritto e quindi l´imputato è prosciolto.
Sentenza pusillanime? Ho già detto che a me non sembra. La sola, vera questione sta nella concessione delle attenuanti generiche. Potevano concederle o negarle. E quindi prosciogliere (come hanno fatto) o condannare.
Giuridicamente cambiava molto; politicamente e moralmente non cambia quasi nulla. La sentenza ha infatti accertato che Berlusconi ha versato 500 milioni di lire a Squillante (già condannato nel processo collaterale a otto anni di reclusione) per corromperlo. È uno dei reati più gravi previsti dal nostro codice. Il fatto che il decorso dei termini lo abbia prescritto non cambia nulla nel giudizio morale e politico. Sempre che, naturalmente, i giudici di appello non modifichino e capovolgano la sentenza di primo grado in senso assolutorio per l´imputato.
Qualcuno ha scritto che la sentenza smentisce l´impianto accusatorio della Procura. Non mi pare.
Un´assoluzione per insufficienza di prove e un proscioglimento per decorrenza di termini non distrugge un bel niente, al contrario conferma almeno per la metà l´impianto accusatorio. Allo stesso tempo dimostra l´indipendenza e la terzietà del collegio giudicante rispetto al Pubblico ministero. Che si vuole di meglio e di più? Non dobbiamo essere rispettosi del libero convincimento dei magistrati? Non è su di esso che si basa soprattutto l´indipendenza della giurisdizione? E non è quello il bene da tutelare ad ogni costo e che (sia detto qui incidentalmente) la riforma della giustizia approvata pochi giorni fa dal Parlamento ed ora alla firma del presidente della Repubblica, fa di tutto per condizionare e financo impedire?
* * *
Mi restano ancora da fare poche osservazioni su due questioni importanti: le connessioni politico-morali tra il processo Dell´Utri e Berlusconi; i rapporti, in generale, tra la politica e l´attività di giurisdizione.
Sulla prima questione non c´è che constatare come nell´intero processo Dell´Utri si veda in filigrana l´ombra di un convitato di pietra; nell´opera mozartiana si tratta del Commendatore, qui il convitato di pietra è un Cavaliere.
Tutta l´attività di Dell´Utri nella sua presunta collaborazione esterna con l´associazione mafiosa si svolge, in Sicilia come a Milano, nell´interesse della Fininvest e fa parte integrante della storia della Fininvest ai suoi albori, alle sue prime affermazioni imprenditoriali, alle sue iniziali e consistenti accumulazioni finanziarie. In sede giudiziaria il processo riguarda esclusivamente Dell´Utri; ma in sede politico-morale riguarda direttamente anche Berlusconi. I due sono legati a filo doppio come, su un altro versante, Berlusconi è legato a Cesare Previti.
Fini e Follini (e Bossi e Tremonti) conoscono perfettamente questa realtà.
Il loro silenzio, anzi la copertura blindata che hanno sempre dato al Capo su questo terreno, pesa come un macigno sulla fragilità dei loro piccoli strappi e minime ribellioni. Simul stabunt, simul cadent.
E ora la questione del rapporto tra la politica e la giurisdizione.
«Sarebbe ora ? scrivono molti dei nostri terzisti in servizio permanente effettivo ? che politici e magistrati comprendessero di svolgere due attività separate e distinte nelle quali debbono reciprocamente guardarsi dall´interferire». «In democrazia non è vero che la legge sia eguale per tutti». «I politici non possono esser giudicati dai magistrati, rispondono soltanto ai loro pari e al popolo degli elettori».
Queste affermazioni contengono una verità ovvia e una pericolosa bugia. La verità ovvia sta nel fatto che la giurisdizione non può avere ingresso nell´attività legislativa del Parlamento così come governo e Parlamento non possono avere ingresso nelle attività istruttorie e processuali. Ma ? ecco la nefasta bugia ? il politico che commetta reati comuni, tanto più se li ha commessi prima di ricoprire un qualsivoglia ruolo politico, è soggetto alla legge e alla giurisdizione né più né meno d´ogni altro cittadino. Non può invocare alcuna particolare immunità né alcuna particolare indulgenza né alcun foro speciale. Salvo il caso in cui si tratti non già di reati comuni ma di reati politici, per i quali infatti esistono speciali procedure che culminano nell´impeachment, cioè nello stato d´accusa votato dal Parlamento e rimesso per il giudizio alla Corte costituzionale.
E´ singolare che i nostri terzisti confondano tra loro concetti così elementari e incalzino i magistrati affinché rispettino il ruolo dei politici astenendosi dall´applicare anche a essi quel sindacato di legalità la cui esistenza distingue lo Stato di diritto dai regimi totalitari. O si tratta di ignoranza delle norme ordinamentali e dei principi del diritto, oppure si tratta di malafede partigiana.
Il presidente del Consiglio ha cambiato idea. Non è la prima volta che accade e non sarà certamente l'ultima. Di fronte alla forza dei numeri aveva accettato di ridurre l'Irap (di poco, ma comunque un po', tanto per la scena) e di alleviare il bilancio delle famiglie del ceto medio che non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese (di pochissimo, 8 euro al mese, un buffetto sulla guancia per comprarsi un gelato "una tantum") rinviando al 2006 il famoso taglio dell'Irpef per 6 miliardi e mezzo (anche in questo caso un altro buffetto che non avrebbe dato alcuna salutare scossa all'economia ma sarebbe comunque servito come spot elettorale).
Ma in tre giorni si è accorto che questo stentato calendario aveva provocato uno scossone alla sua immagine e al consenso dei suoi più fedeli elettori. I sondaggi, quelli che stanno rilevando settimana per settimana lo smottamento dei consensi, registravano una caduta del 6-8 per cento; lo stato maggiore di Forza Italia si agitava come non mai; perfino i giornali a lui più fedeli lo criticavano con titoli a tutta pagina.
Così ha fatto un'inversione di rotta totale: ha riportato al 2005 il taglio dell'Irpef spalmato su tre scaglioni e ha cercato d'imporre agli alleati e al ministro del Tesoro la prescrizione necessaria al suo spot elettorale.
Naturalmente mancava (e manca tuttora) la copertura finanziaria, ma che importanza ha la copertura? Chi cerca trova. Siniscalco è lì per questo.
Perciò si sbrighi.
Agli alleati riottosi ha promesso carote e bastonate. A Fini la Farnesina, a Follini la vicepresidenza del Consiglio, a tutti e due un ulteriore rimpastone a rate con almeno un nuovo ministro per ciascuno, alla Lega il governatorato della Lombardia, Formigoni permettendo.
In alternativa la bastonata suprema: se non ci state mi dimetto e andiamo alle elezioni anticipate. Niente lista unica e nessun collegamento: ci vado da solo con Forza Italia e muoia Sansone e tutti voi insieme, oppure vinco da solo e di voi resteranno soltanto cenere e vento.
Fini intanto ha accettato la carota; la Farnesina lo attrae da tempo e d'altra parte metà se non addirittura tre quarti dei suoi colonnelli sono già conquistati dal Cavaliere. Follini finora resiste, ma è stretto tra una metà del suo partito e Casini.
Naturalmente tutto dipende dalla famosa copertura finanziaria che Siniscalco deve trovare. E dipende anche dalla credibilità della predetta copertura che, qualora fosse risibile, indurrebbe Ciampi a respingere la legge.
Per ora si aspetta. Nei primi giorni della settimana si conoscerà la ricetta del ministro del Tesoro e si saprà qual è il finale di questa lunghissima telenovela che ha realizzato la sintesi tra l'opera buffa e il dramma; un genere teatrale finora sconosciuto nella storia del teatro anche se ben noto alle cronache politiche italiane.
Mancano, si dice, un paio di miliardi per chiudere la partita delle tasse. In realtà, come sa bene il ministro dell'Economia, ne mancano parecchi di più.
Due miliardi di ammanco li ereditiamo dai conti del 2004 e sono soltanto una piccola parte del lascito avvelenato di Tremonti (diventato garrulo dopo un breve silenzio) al suo ingrato successore. Tra poche settimane sapremo, a consuntivo, se in quell'esercizio sia stato superato il deficit del 3 per cento imposto dai patti di Maastricht.
Quasi certamente sì.
Tre miliardi derivano dal minor gettito del condono edilizio, prorogato più volte e reso ancor più indecente di quanto non fosse fin dall'inizio.
La stretta sulle finanze dei Comuni e sulla Sanità e l'indebitamento degli Enti locali si scaricheranno sui conti generali della pubblica amministrazione oltre che sulle prestazioni dovute ai cittadini. Gli incentivi alle imprese sono stati pressoché azzerati; per tutto il 2005 non vedranno un soldo neppure sotto forma di prestiti agevolati.
La scuola è senza fondi e gliene vogliono togliere ancora.
La riforma Moratti, per pessima che sia, ha comunque un suo costo ma non si sa come farvi fronte.
La domanda finora inevasa non è dunque dove e come trovare i 2 miliardi dei quali Siniscalco è in affannosa ricerca, ma dove e come trovarne almeno 6 e forse di più, come già preconizzato dagli ispettori del Fondo monetario.
Aggiungete a tutto ciò la stasi dei consumi, il crollo delle esportazioni dovuto all'apprezzamento dell'euro, il taglio degli investimenti, i contratti del pubblico impiego, e dite se c'è spazio e se c'è senso alla riduzione dell'Irpef nel 2005 (e anche nel 2006).
I consensi di Berlusconi calano? Ma questo, lasciatecelo dire, è un problema suo e non dei cittadini di questo paese.
Si sa (lo afferma Berlusconi) che il maxi-emendamento che il governo presenterà in Senato è già pronto. Si mormora che gli aumenti già promessi agli statali saranno ridotti dal 5 e mezzo al 3,7 per cento e il blocco del turnover esteso a due anni. Si mormora che le "finestre" per i pensionati in uscita saranno diminuite nel 2005 da tre a una soltanto, che i tagli all'Irap saranno rinviati di un anno, il condono edilizio ancora una volta prorogato tanto per metterci accanto una cifra qualsiasi in entrata. Infine il blocco delle sovraimposte ai Comuni e ritocchi vari alle accise, al Lotto, allo spicciolame della spesa.
Accetterà Fini il bastone sugli statali dopo la vistosa carota personale ricevuta con la feluca degli Esteri? Si piegherà Follini o deciderà invece di "vedere" il bluff berlusconiano tra Irpef ed elezioni anticipate? Che si tratti di un bluff è di tutta evidenza, ma decidere di andarlo a vedere implica comunque coraggio. E definitiva rottura. Questo è il punto: o giocare ancora a padrone e sottopadrone o alzarsi dal tavolo e sceglierne un altro.
Francamente mi sembra improbabile.
I critici del centrosinistra gli rimproverano di crogiolarsi con i guai della coalizione avversaria senza però esporre le sue proposte per ridare slancio all'economia italiana avviando nel contempo il risanamento della pubblica finanza dilapidata dai tre anni del malgoverno Berlusconi-Tremonti.
Mi sembra che sia una critica giusta, tanto più che, se il centrosinistra vincerà le elezioni del 2006, riceverà in eredità una finanza pubblica ridotta in macerie sicché risanarla sarà pesantissimo.
Secondo me i termini del problema sono molto chiari.
Viviamo una fase di sostanziale stagnazione dei redditi, degli investimenti, della domanda. La congiuntura mondiale ha robustamente influito nel determinare questa situazione.
La ripresa in Usa c'è stata a partire dal 2003 e continua sia pure a ritmo ridotto. La brusca discesa del dollaro serve a sostenere le esportazioni Usa e a contenere l'enorme disavanzo commerciale col resto del mondo. Non incoraggia tuttavia il resto del mondo - e segnatamente le Banche centrali e gli investitori istituzionali - a mantenere le loro riserve di liquidità in buoni del tesoro Usa.
Se le Banche centrali e gli investitori istituzionali del Medio Oriente e del Far Est (Cina, Giappone, Singapore) decidessero di convertire in euro almeno una parte delle riserve collocate in Treasury Bonds, il mercato valutario segnerebbe tempesta e la Federal Reserve dovrebbe correre ai ripari uscendo dal suo olimpico "benign neglect". Ma è un'ipotesi remota e non so neppure augurabile.
L'Europa deve dunque provvedere da sola a rimettersi in moto e l'Italia, vagone di coda, deve contribuire al rilancio e al buon governo proprio ed europeo inevitabilmente agganciati.
Ho già ricordato che stiamo attraversando una lunga fase di redditi e di domanda stagnanti. Aggiungo che la struttura dei nostri redditi è una delle più squilibrate, forse la più squilibrata in Europa; da noi le differenze tra le varie fasce sono le più alte e generano malessere, insicurezza, invidia sociale. Il risanamento della finanza pubblica e il rilancio della domanda non possono cioè prescindere da una politica di incentivi alla domanda e all'offerta e da un'azione perequativa non cosmetica ma sostanziale.
Per finanziare entrambi questi obiettivi di sostegno e di perequazione dei redditi, la principale fonte disponibile è quella dei patrimoni e delle rendite.
Abbinata a riforme di liberalizzazione efficaci.
I patrimoni in Italia sono cospicui perché i redditi più elevati, le plusvalenze, i guadagni accumulati nel tempo con l'inflazione quando viaggiava a due cifre, i profitti enormi derivanti dall'urbanizzazione e dalla valorizzazione delle aree destinate all'edilizia, hanno determinato un ammontare di ricchezza molto rilevante e in larga misura improduttiva.
Bisogna rimettere in circolo quella ricchezza.
Incoraggiare con opportune misure chi la detiene ad investirla produttivamente e/o prelevarne una quota per finanziare la politica di sostegno dei redditi, della domanda e dell'offerta.
So bene che la sola parola "patrimoniale" è tabù. I partiti fanno di tutto per non pronunciarla come si trattasse di una pestilenza maligna. Ma un osservatore oggettivo non può esimersi dal constatare che viviamo in un'economia dove si è ormai formata una palese contraddizione tra formazione dinamica dei redditi da un lato e statica consistenza dei patrimoni dall'altro. A cominciare dalle rendite mobiliari che in Italia sono fiscalmente colpite la metà di quanto avvenga negli altri paesi di Eurolandia.
Del resto il governo attuale ha già messo mano a questo deposito di ricchezza con la rivalutazione degli estimi catastali. Non è forse un'imposta sul patrimonio quella che accresce l'imponibile riferendo ad esso una serie di imposte dall'Ici alle tasse sui rifiuti urbani ? Il passo successivo dovrebbe riguardare le rendite e la ritenuta secca sulle cedole che è del 12,5 per cento da noi e oltre il 20 in Europa.
Liberalizzare i mercati, sostenere i redditi e perequarne la struttura, rilanciare consumi e investimenti, fiscalizzare per le fasce deboli la contribuzione sociale diminuendo in questo modo il costo del lavoro e quindi migliorando la competitività, incoraggiare la progettualità e le priorità degli investimenti, mettere a contributo i patrimoni inerti: non sono questi altrettanti elementi d'una politica economica attiva e - se le si vuole dare una denominazione - di stampo moderno e liberal-socialista? O uno slogan sempre verde: giustizia e libertà?
Anche altri avevano proposto la patrimoniale: ecco Epifani
Ci sono questioni che, ogni qualvolta irrompono nel dibattito politico, assumono valore sintomatico, scompaginano schieramenti, portano a galla l'incoffessabile. Una di queste è la sessualità, in specie nelle sue manifestazioni ritenute «anormali» o perverse o pericolosamente libere rispetto a una «regola» fallocratica e machista. Che si tratti di autorizzare il desiderio femminile di diventare o di non diventare madre, di sanzionare il potere maschile di esercitare violenza su una donna, di tutelare giuridicamente le coppie omosessuali, ogni qualvolta il territorio della sessualità entra a contatto con quello della politica e della normazione giuridica le reazioni idiosincratiche si sprecano - e in Italia lo sappiamo bene dall'iter tortuoso delle leggi sull'aborto, sulla procreazione assistita, sulla violenza sessuale. Col caso Buttiglione però s'è passato il segno. E la rapidità con cui, nel giro di pochi giorni, sono stati creati i neologismi di teo-con, rad-con, laico-clericali per dare nome al vasto fronte dei suoi sostenitori, la dice lunga sul fatto che siamo di fronte a una novità: a differenza della politica, la lingua non mente. Il vasto fronte di sostenitori di Buttiglione, che va dal Foglio ai cosiddetti «terzisti» di fede liberale del Corsera e della Stampa , ha creduto di ravvisare nella sua bocciatura a commissario per la giustizia, le libertà e la sicureza della Ue un episodio «contrario a una visione laica e liberale delle istituzioni». Non è laico né liberale, sostengono nell'appello pubblicato giorni fa sul Foglio, «giudicare un politico cattolico o di qualsiasi altra confessione o formazione culturale in base alle sue idee e al suo credo». E in base a che cosa se non alle sue idee e ai suoi atti, di grazia, dovrebbe essere giudicato un politico in democrazia? In base alle sue promesse, obiettano i radcon-teocon: Buttiglione ha detto come la pensa sui gay, la famiglia, le madri-single, la procreazione assistita, promettendosi però fedele al comandamento kantiano della separazione fra diritto e morale. Bene, i parlamentari che lo esaminavano non gli hanno creduto; e giustamente, non potendo il candidato estrarre dal suo curriculum politico italiano ed europeo alcuna prova del suo credo kantiano. Siamo nell'ambito di una normale, normalissima dialettica politica democratica, come ha riconosciuto Massimo Teodori rompendo il fronte sul Giornale di ieri. Una dialettica, per una volta, sgombra dall'urgenza della mediazione giuridica: non si votava su una legge ma su un candidato, che per giunta sbandierava le sue idee in contrasto con quella Carta dei diritti che nell'Unione, ai teo-con piacendo, fa già norma, come ha ricordato Miriam Mafai.
Ma in Europa c'è una pericolosa deriva laicista, sostengono i teo-con impugnando il rifiuto di inserire in Costituzione il richiamo alle radici ebraico-cristiane dell'Unione. Per la verità avrebbero a disposizione altri e più convincenti argomenti, che però si guardano bene dall'usare. La legge francese contro il velo, per dirne una, è un pessimo esempio di uso della laicità a fini di assimilazione. Ma di quella non si parla, anzi molti dei teo-con ne parlano solitamente benissimo, perché giova allo scopo. Quale? Quello di fare barriera contro l'invasione islamica che turba i loro sonni.
Con il che siamo al movente numero uno della campagna sul caso Buttiglione, che è - dichiaratamente - solo un capitolo di una più vasta offensiva squisitamente reazionaria a favore di una identità europea, anzi occidentale, arroccata sui valori tradizionali e contro la minaccia del multiculturalismo, del pluralismo etico, del politically correct. L'offensiva, sia chiaro, marcia su un campo di crisi: ovunque in Occidente il multiculturalismo è in difficoltà, il pluralismo etico rischia di soccombere sotto i colpi dello scontro di civiltà, il politically correct non è esente da risvolti di ipocrisia sociale. Ma i teo-con non vanno per il sottile e usano argomenti stupefacenti per rozzezza e isteria. Si va dal timore di Galli della Loggia per la minacce dell'omosessualità all'antropologia monoteista ai rimpianti di Panebianco per l'Europa pre-secolarizzata, dalla facciatosta di Gaetano Quagliariello che vede nei cattolici una minoranza oppressa alle libere associazioni di Giuliano Ferrara fra la bocciatura di Buttiglione, il nullismo di Zapatero e il nichilismo di Almodovar.
Un armamentario da nuovi crociati, cattolici integralisti in guerra di religione e di civiltà contro l'attacco integralista all'Occidente, osserva giustamente Ritanna Armeni su Liberazione ipotizzando che questo strumentale ancoraggio al sacro sia necessario a una politica liberista che da sola non ce la fa più a governare il mondo globale, e che in Italia, annota Ezio Mauro su Repubblica, non ce l'ha fatta a produrre la cultura lib-lab che aveva millantato. Tutto vero, a patto di ricordare due cose. La prima è che tutto questo s'è già visto dall'altra parte dell'Atlantico, e non è solo una larga fetta della posta in gioco di oggi fra Bush e Kerry, ma è già stata la posta in gioco di quattro anni fa fra Bush e Gore e, prima ancora, di un drammatico conflitto che correva sotto le vene dell'America clintoniana e l'ha sconfitta. La seconda è che a questa offensiva scatenata sul terreno caldo dei valori la sinistra non può rispondere solo sul terreno freddo dei programmi. Quando c'è in gioco l'emotività, ancorché isterica, bisogna giocare, e disertare il tavolo significa solo condannarsi a perdere.
Un tempo nei partiti di sinistra vigeva l´istituto della autocritica. Nei paesi comunisti era, però, applicato soprattutto per indurre gli accusati dei processi staliniani a confessare preventivamente i presunti crimini. Il famoso libro di Koestler, «Buio a mezzogiorno», ne ha dipinto un quadro agghiacciante. Ciò malgrado in Italia, se l´autocritica fu talvolta utilizzata come strumento di mortificazione di militanti non allineati, essa conobbe anche una applicazione estremamente utile quando avveniva in nome collettivo. In particolare, di fronte a sconfitte che implicavano gravi errori di analisi, il Pci procedeva, in nome dell´autocritica, ad una revisione generale dell´azione condotta, coinvolgendo in essa l´assieme dei militanti, dalla direzione alla base. Lo scopo era di individuare le cause dei rovesci subiti - naturalmente senza mettere in discussione la natura del partito medesimo-, rivedere giudizi, applicare gli indispensabili mutamenti, così da legittimare e sublimare quella che veniva chiamata la «svolta». Ricordo, tanto per fare un esempio, che quando nel 1954 le liste della Fiom-Cgil nelle elezioni delle commissioni interne alla Fiat subirono una imprevista disfatta, che metteva in forse lo storico rapporto tra Pci e classe operaia, l´autocritica comportò la «scoperta» di quanto stesse mutando l´industria italiana e l´organizzazione del lavoro e quanto fosse superata una linea di politica sindacale imperniata tutta sul contratto nazionale di categoria. A questo seguì la scoperta, sia pur tardiva, delle trasformazioni in corso nel capitalismo italiano, culminate nel boom a cavallo degli anni ´50 e ´60, che il partito faticava addirittura a percepire nella loro dinamica dirompente.
Da tempo l´autocritica è, però, venuta meno anche in veste di strumento correttivo di una linea politica. Così l´effetto di decisioni, rivelatesi radicalmente erronee, permane come un impaccio non biodegradabile che appesantisce e compromette l´azione politica. Così gli errori di ieri generano quelli di oggi. Cosa è, ad esempio, il criticato voto di astensione di Ds e Margherita alla Camera sull´articolo che introduce il Senato federale, se non il punto di arrivo della dissennata riforma del Titolo V della Costituzione approvata con 4 voti di maggioranza in chiusura della passata Legislatura? In quel momento si è aperta la falla attraverso cui sta passando la devoluzione e lo sfascio dell´impianto costituzionale repubblicano (premessa, sia pur virtuale e in un contesto politico diverso, furono le modifiche di eguale segno ventilate alla Bicamerale). Ora siamo alla resa dei conti: entro qualche giorno la maggioranza approverà in prima lettura la riforma. Passati tre mesi il Parlamento procederà alla seconda lettura.
Frattanto la sinistra tenta di porre rimedio e annuncia il ricorso al referendum. Meglio tardi che mai, pur tuttavia un referendum, non accompagnato da una radicale autocritica sul federalismo imputabile alla sinistra, apparirebbe quanto meno incoerente (non ha torto, ad esempio, chi ricorda la propensione ds per il premierato o il deferimento di sanità e scuola alle Regioni).
Tutto ciò è ancor più indispensabile sia perché, come provano i sondaggi di Ivo Diamanti («Repubblica» 19 sett.) la propensione al federalismo, al di fuori dell´alta Lombardia e del Nordest, «crolla sommersa dal dissenso sociale», sia perché le decisioni che portarono la sinistra ad imboccare la deriva federalista vennero assunte sempre da ristretti gruppi dirigenti politici e parlamentari senza alcun coinvolgimento democratico degli iscritti e tanto meno degli elettori. Inascoltati rimasero i sindacati che paventavano giustamente una differenziazione dei diritti sociali, inascoltato il Meridione in ogni sua istanza. Fece premio l´illusione di inseguire la Lega sul suo terreno, addirittura immaginandosela come «una costola della sinistra», fece premio un costituzionalismo di recente conio, incantato da velleità moderniste di efficienza. Si disse che si voleva rendere più vicino il popolo alle istituzioni ma si trascurò che già vigeva il regionalismo e che andava, se mai, potenziata l´autonomia dei comuni. Si ignorò che le radici storiche della democrazia italiana risiedevano nell´unità raggiunta col Risorgimento contro borbonici, austriacanti e papalini, consolidata dalla sinistra con l´alleanza tra lavoratori del Nord e contadini meridionali, difesa durante la Resistenza da quanti non a caso si chiamavano «garibaldini», definita infine dalla Costituzione del ´48. E invece di difendere questo patrimonio di valori si è preferito far concorrenza a Bossi. Volete almeno chiedere scusa?
Non si è trattato di consegne: da tempo i dirigenti francesi non hanno più modo di darne alle redazioni. Ma quando è giunta la notizia, sabato sera, non appena a Parigi si è appreso che i rapitori dei giornalisti di Radio France e del Figaro esigevano l´abrogazione della legge che proibisce il velo a scuola, le radio, le tv e i giornali sono stati bombardati di appelli. Supplicando, perorando e argomentando, numerosi collaboratori dei maggiori responsabili dello Stato chiedevano di non alzare il tono dei commenti, di non montare l´opinione pubblica. «È in gioco la vita dei vostri colleghi ? dicevano ?. Dobbiamo poter isolare quegli esaltati e mobilitare tutto l´Islam al nostro fianco,paesi arabi, musulmani di Francia, autorità religiose islamiche; l´ultima cosa da fare sarebbe quella di alzare i toni contro il mondo arabo-musulmano, per ritrovarci in Francia in una posizione di confronto-scontro con l´Islam».
Era evidente. Lo era tanto che di fatto questi appelli alla ragione sono apparsi superflui. Come i francesi, al momento di svegliarsi la mattina dopo, anche i giornalisti avevano intuito la trappola, peraltro davvero molto scoperta.
In Francia vivono 5 milioni di musulmani: quasi un decimo della popolazione. Molti di loro, anche se contrari al velo e magari atei, vivono con disagio la nuova legge, come un marchio sulla loro comunità. Giovedì prossimo riapriranno le scuole. Una minoranza di fondamentalisti aveva annunciato da tempo la volontà di difendere le ragazze che nonostante tutto si presenteranno in classe con il velo. La prova di forza covava, i poteri pubblici erano preparati, ed ecco all´improvviso quest´ultimatum dall´Iraq: gli islamisti che volano in soccorso dei musulmani di Francia, e senza chiederne il parere li arruolano di fatto nella loro Internazionale, vogliono renderli complici delle loro minacce di assassinio, precipitandoli in uno scontro con la terra in cui sono immigrati.
Il calcolo è tanto chiaro quanto cinico, e mentre i telefoni squillavano nelle redazioni il ministro dell´Interno Dominique de Villepin, figlio spirituale di Jacques Chirac e ministro degli esteri durante il braccio di ferro franco-americano sull´Iraq, convocava i responsabili delle organizzazioni musulmane francesi, senza distinzione di correnti. A mezzogiorno meno un quarto di domenica, la prima manche era vinta. Tutto l´islam francese si era schierato, facendo fronte comune con la Francia. All´uscita da quella riunione, Fatiha Ajbli, la pasionaria velata dell´Unione delle organizzazioni islamiche di Francia - lo stesso movimento che intendeva condurre la resistenza contro la legge - dichiarava davanti ai microfoni e alle telecamere, al fianco di Dominique de Villepin: «Non voglio sangue sul mio velo». Non solo: la stessa Fatiha Ajbli si è offerta come ostaggio, insieme a una delle sue compagne, in sostituzione dei suoi «compatrioti francesi». Nel giro di poche ore, la barbarie dei "folli di Dio" aveva creato una scorciatoia, facendo guadagnare parecchi anni all´integrazione dei musulmani di Francia. Forte di questo successo, Jacques Chirac ha potuto passare alla seconda parte della strategia elaborata sabato sera: la chiamata a raccolta delle capitali arabe, tutte desiderose di esprimere la propria solidarietà alla Francia, di descrivere i rapitori come pecore nere dell´islam e di azionare tutte le leve possibili per ottenere la liberazione di Christian Chesnot e Georges Malbrunot. Da oltre trentasei ore, implicitamente ma talora anche molto esplicitamente, i dirigenti francesi ricordano ai loro omologhi arabi che la Francia non aveva esitato a esporsi in prima linea per tentare di impedire l´intervento americano in Iraq, e che ora tocca a loro assumersi il rischio di evitare un nuovo deterioramento dei rapporti tra Islam e Occidente.
La Francia è unita e al meglio, intelligente e forte, ma al tempo stesso tremendamente preoccupata, perché in questo dramma sta vivendo tutto ciò che aveva temuto e pronosticato. Nel tentativo di dissuadere George Bush dall´intervento in Iraq, aveva spiegato due cose. Innanzitutto, che questa guerra non avrebbe portato alla democrazia ma al caos. E la minaccia di assassinio che ora pesa su Christian Chesnot e Georges Malbrunot è un´ulteriore prova della fondatezza dei suoi avvertimenti. Non solo - come l´Italia sa anche troppo bene - in Iraq la violenza è quotidiana, ma oltre tutto gli americani e il governo ad interim che hanno istituito non cessano di perdere terreno, sul piano militare come su quello politico. Falluja, la città sunnita che speravano, la scorsa primavera, di riprendere sotto il loro controllo mobilitando le truppe del deposto regime, è nelle mani di islamisti fanatici che governano in nome di Dio, e da quel bunker organizzano attentati e rapimenti.
Sul versante sciita, Moqtada al-Sadr, il giovane religioso che infiamma i più poveri tra i suoi correligionari, ha potuto sfidare per varie settimane le truppe americane a Najaf e quindi ritirarsi, libero, mentre i suoi uomini non hanno neppure consegnato le armi. Giorno dopo giorno, il paese si sfalda, esplode, sprofonda nell´anarchia, tanto che non si riesce a vedere come si potranno tenere elezioni nel gennaio prossimo. Il futuro dell´Iraq è oscuro, e se ora la Francia deve pagare a sua volta l´errore dell´America, è perché anche la seconda delle sue previsioni si è avverata. L´occupazione americana e il caos iracheno - aveva detto - offriranno un nuovo campo di manovra ai jihadisti, agli esaltati delle reti islamiste che dall´Afghanistan sognano di sfasciare l´Occidente, come credono di aver sfasciato l´Urss a Kabul. Prima dell´intervento americano, quella nebulosa era in regresso. In Algeria, gli islamisti segnavano il passo. In Tunisia erano in rotta, in Turchia si stavano ricentrando, in Afghanistan avevano perduto il potere e l´Iran, culla dei folli di Dio, li respingeva in massa e si avviava verso la democrazia. Il jihadismo ormai annaspava, ma questa guerra, sommata allo scontro israelo-palestinese, gli ha ridato forza facendo nascere nuove cellule, e l´idea di scatenare la lotta finale tra Islam e Occidente ha ripreso corpo in Iraq.
In Iraq l´Internazionale islamista si afferma come una componente sempre più forte della battaglia contro gli americani, e considera i francesi nemici come gli altri. Anzi, la Francia è un paese tanto più detestabile e pericoloso in quanto pretende di secolarizzare l´islam, di imporgli la sua laicità come fa con le altre religioni, creando un modello di islam in pace con la modernità. È quest´ambizione che oggi viene presa di mira con la richiesta dell´abrogazione della legge sul velo. Questa legge ovviamente sarà mantenuta. La Francia è così poco tentata di cedere al ricatto che non lo ha neppure rifiutato, ma semplicemente ignorato. Se però i jihadisti mettessero a segno la loro minaccia, se Christian Chesnot e Georges Malbrunot fossero assassinati, allora si approfondirebbe la rottura tra l´islam e la cristianità - lo scontro di civiltà che la Francia, allo stesso modo del papa, vuole ad ogni costo evitare. Sarebbe un´accelerazione della corsa verso l´abisso: una sconfitta della ragione, e un dramma per il mondo.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
Senza carri armati, anzi circondato da uno stuolo di giornalisti benevoli e molto pazienti, ieri Silvio Berlusconi ha occupato la prima rete e il primo telegiornale della Rai per tutto il tempo che ha voluto, facendo saltare programmi e Tg, fedele solo a se stesso, alla sua immagine, al suo interesse, alla sua voce, al suo essere dove sta, in posizione arbitraria e incontrastata di potere. Lo vedete guardarsi intorno, mentre il nastro di parole scorre nel vuoto in automatico, e sembra colto da un secondo pensiero: possibile che sia così bravo da sottomettere tutto un Paese, i suoi intellettuali, i suoi commentatori, i suoi critici naturali, i giornalisti, senza poter esibire alcun merito, senza poter vantare alcun risultato, senza avere portato al Paese - o almeno a un’area o un ceto del Paese - qualche sia pur limitato miglioramento e di vantaggio?
O forse lo stimola un’altra domanda meno vanagloriosa e più umana: possibile che sia così facile? Gli sarà venuto in mente nel momento in cui uno dei partecipanti ha posto senza imbarazzo questa domanda che dovrebbe essere studiata - d’ora in poi - nelle scuole di giornalismo: «Presidente ci dica qual è la notizia del nuovo anno». È una domanda esemplare perché completa la delega dei poteri in questa Repubblica che Luciano Violante, nella sua dichiarazione alla Camera, ha chiamato la “Repubblica maggioritaria”. Ovvero tutto il potere alla maggioranza che - attraverso il meccanismo del voto di fiducia che vieta ogni discussione - delega tutto il potere al governo. E il governo - si è già visto e si vede in ogni Consiglio dei ministri - ha già delegato tutto il potere al capo.
Adesso un giornalista con posizione televisiva autorevole gli offre anche l’ultimo privilegio: definire che cosa è una notizia. Non più. Adesso è stato chiesto al capo di scegliere. È a questo punto che Berlusconi, nonostante l’immensa stima che ha per se stesso, deve essersi chiesto: possibile che sia così facile?
È inevitabile pensare a un libro di recente pubblicazione “La notte della democrazia italiana. Dal regime fascista al governo Berlusconi” a cura di Giampasquale Santomassimo. È la raccolta di una serie di interventi di una giornata di studio all’Università di Firenze cui hanno partecipato, fra altri, con Enzo Collotti, Giovanni De Luna, Giovanni Gozzini, Paul Ginsborg, Percy Allum, Stuart Woolf, Michele Battini, Gabriele Turi.
Scrive di quell’evento Simonetta Fiori (la Repubblica, 26 novembre): «Tutti trovano lecito chiedersi se in Italia non stia nascendo un regime di natura politico-mediatico-videocratico. Gli studiosi dell’Italia tendono a convergere su una risposta affermativa. Dicono: “Sì, oggi in Italia vige una democrazia atipica, guardata con allarme dall’opinione pubblica europea e con sostanziale indifferenza da quella italiana perché col tempo (come scrive il curatore del libro) ci si abitua a tutto, anche a considerare normale ciò che non è e non può esserlo”».
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Non è normale, infatti, che nel corso del lungo monologo detto “conferenza stampa” soltanto cinque giornalisti osino porre domande sul costo della vita, sul finto taglio delle tasse, sulla evidente necessità di una ulteriore manovra correttiva, sulla “par condicio” che sarà abolita col voto di fiducia. E che la inviata de l’Unità, per aver osato riferirsi alla misteriosa scomparsa del premier per 32 giorni, dopo il Natale del 2003 (una scomparsa senza spiegazioni che nessun capo di governo democratico potrebbe permettersi in Paesi normali) si è sentita rispondere che sarà lieto di fornirle l’indirizzo di un buon chirurgo plastico. E ha precisato, per l’Italia e per il mondo, con una di quelle frasi con cui certi anziani imbarazzano tutti in famiglia: «Io mi sento 40 anni, corro, faccio i cento metri con ottimo tempo. Dunque devo rappresentare fisicamente me stesso meglio degli altri perché posso permettermelo. È una forma di rispetto verso chi si aspetta da te una certa rappresentazione sul piano nazionale e internazionale. E credo che il mio comportamento (rivolgersi al chirurgo plastico, ndr) debba essere portato ad esempio».
La parola chiave è “rappresentazione”. Con essa il presidente del Consiglio, trascinato dal suo “One man show” (lo spettacolo di un attore che tiene la scena da solo) svela un suo pensiero ossessivo, la chiave del suo comportamento che ha tre punti d’appoggio: giovare a se stesso, vantare il bene fatto agli altri (tutto è merito suo, anche gli aiuti dopo l’immane tragedia asiatica) ed essere ammirato per come appare. Con la profonda persuasione di fare accadere - o di aver già fatto accadere - ciò che racconta e di cui si vanta da solo, sospeso nella aura magica che si è costruita sulla certezza dell’unico successo che gli importa e che conta: il successo mediatico. Dice a se stesso e a noi che ciò che dice è accaduto perché lui non può fallire.
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Un filo di patologia lega queste immagini di se stesso che entrano in televisione, la occupano, scacciano tutte le altre immagini con la persuasione che lui governa lì, in quel momento, con quello che dice e quello che si vede. Ma perché l’ossessione che Berlusconi ha di se stesso possa continuare intatta e anzi rafforzata occorre una situazione di culto. La storia conosce bene situazioni come questa. Sentite Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 28 dicembre, in un editoriale ingannevolmente intitolato “La vera forza di Romano Prodi”. «Già molto tempo prima che Berlusconi pubblicizzasse il suo famoso contratto con gli italiani, il centrodestra aveva, presso l’elettorato, una immagine netta e riconoscibile. Le sue idee forti erano conosciute ed erano quelle del capo. Erano le idee di Berlusconi (...) il centrodestra si propone (dalla devoluzione al fisco, dalla Giustizia al Welfare alla Costituzione) come forza di cambiamento e di rottura con il passato».
Berlusconi - occorre dirlo - trae dal cerchio di adulazione che si è prontamente creato intorno a lui e dal cerchio di intimidazione che ha saputo creare, regalando orologi e rovinando carriere, tutto il frutto possibile. Per aumentare l’adulazione si elogia da solo, si compiace da solo, si esibisce fino a quando - come i colleghi compiacenti o pazienti o ansiosi di Palazzo Madama durante l’occupazione di due ore televisive il 30 dicembre - la sua folla ride. Ride, come i bambini a scuola, una risata umiliante e liberatoria. Tutti sanno che con lui non si ride sempre. Fin dal principio ha messo in chiaro un concetto mussoliniano: «Questa è una opposizione fatta di anti italiani che tramano per impedirmi di ottenere la revisione del patto di stabilità». Ci dice l’agenzia Ansa che il premier assicura: «Porterò le prove». Non le porterà, non le ha mai portate. Ricordate le accuse spaventose della Commissione-killer detta Telekom Serbia che aveva per scopo di incriminare Prodi e Fassino? Ricordate le sanguigne minacce della Commissione Mithrokin? Tutto svuotato dalla magistratura, non da chi, in Parlamento, si è prestato al servizio-calunnia. Ma non importa. Fra coloro che ricevono dal premier orologi e orecchini e coloro che traggono insegnamento dai licenziamenti di colleghi illustri, nessuno ha voglia di verificare, di denunciare l’omissione, la bugia, il puro spettacolo a vuoto, l’inganno.
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Una volta zittiti i critici, una volta stabilito, nelle sue file e nelle file degli altri, che non è accettabile parlare male di lui, Berlusconi non ha esitazioni ad affermare: «Come Bush si batte contro il terrorismo, anch’io continuerò a battermi contro il male di questa sinistra. Ma Bush non ha un problema interno, perché le radici liberali dei democratici e dei repubblicani sono le stesse. Invece noi abbiamo una preoccupazione maggiore. C’è una base religiosa, nel nostro partito, per evitare che prevalga il male, cioè una ideologia che dovunque è stata dannosa per i cittadini». Una dichiarazione arretrata di molti decenni nella storia, che si situa tra Francisco Franco e Pinochet. Possiamo dire che Berlusconi è un Francisco Franco buono perché non usa la garrota? O che è un Pinochet virtuale perché, poi, alle parole - che chiunque in Europa considererebbe gravissime - non segue il sangue?
Proviamo a riassumere i tratti fondamentali di un giorno con Berlusconi, il 30 dicembre, il monologo televisivo senza fine detto benevolmente “conferenza stampa”.
1 - Berlusconi occupa la Tv quando vuole, parla per il tempo che vuole, improvvisa quello che vuole sapendo che nessuno intercetterà cifre finte o affermazioni irreali.
2 - Berlusconi occupa la Tv all’ora del telegiornale mentre centinaia di famiglie italiane attendono con angoscia di sentire un nome, un luogo, una rassicurazione sui figli e genitori dispersi. A lui non importa. Interrompe il servizio pubblico perché deve parlare di se stesso.
3 - Berlusconi accusa come vuole, sicuro del suo controllo sui media. Ogni risposta, se ferma e adeguata, sarà definita “odio”. Il riferimento all’opposizione come antitaliana e come simile ai nemici di Bush (dunque il terrorismo) viene accettata e diffusa perché, nella grande stampa indipendente e nei talk show televisivi, nessun commentatore vorrà raccogliere la questione. I più miti fingeranno di non averla sentita, i più militanti la rilanceranno come se si trattasse di cose vere, fondate, provate.
4 - Governare è difficile e rischioso. Perché Berlusconi dovrebbe farlo quando può comprare ciò che gli serve, contentare i suoi con le nomine, liquidare o promuovere giudici in posizioni cruciali come vuole lui, a dispetto del Csm (lo ha appena fatto nel caso della Procura antimafia), mandare i suoi amici negli organi di controllo (lo ha appena fatto con Guazzaloca nominato all’Antitrust), nominando sottosegretario chiunque, purché fedele o zitto?
Berlusconi, con il suo controllo totale dei media, è libero di recitare per gli italiani la parte del Mandrake della politica nazionale e mondiale (mentre nel mondo perdiamo vertiginosamente immagine e reputazione), conta sul silenzio o su domande benevole e storie che non saranno mai scritte. Ci fa sapere che senza libertà di comunicazione e di informazione si vive benissimo perché a comunicare ci pensa lui. Ci propone - lui e tanti altri - di smetterla e di stare al gioco. Tanti ci stanno e si trovano bene, in ottimi studi tv con ruoli di spalla. Insistono (non sempre con le buone): «Non siamo fanatici»
Eppure noi ci sentiamo moderati. Con quel che succede, diciamo appena il minimo.
Hai sentito che cosa ha detto Prodi? Ma ti pare il caso di parlare di mercenari? Mica una sola telefonata ho ricevuto. E nemmeno due. E tutte (per restare in tema) assolutamente «volontarie». Replicherò dunque con un apologo neorealista. Lui si chiamava Gianni ed era un autista d’autobus in pensione. Lei, sua moglie, si chiamava Anna e aveva un’ammirazione appassionata per la gente che rischia per le nobili cause. Si commosse e si sentì importante una volta che le passai al telefono Antonino Caponnetto. Tutti e due, credo, erano iscritti ai Ds.
Mi accompagnarono in lungo e in largo tutti i giorni della campagna elettorale nelle politiche del 2001.
Su e giù con un furgone per le vie del centro di Genova e per la Val Bisagno. Non furono i soli a darsi da fare per me. Si mossero a decine e decine i militanti dell’Ulivo. Tutti i giorni, ciascuno nelle ore che poteva. Ero il loro candidato; un candidato non locale, fra l’altro, ma - così mi parve - ugualmente gradito per il suo prolungato impegno su alcuni temi che molti di loro consideravano cruciali per la democrazia. Alla fine di un mese e mezzo di campagna elettorale cercai di sdebitarmi moralmente per quell’aiuto che, certo, era stato prodigato con tanta generosità per fare vincere l’Ulivo; ma che aveva coinvolto e costruito (e come sarebbe potuto essere diversamente?) relazioni umane profonde. Regalai a quasi tutti i nuovi amici trovati sul campo copie dei miei libri. A Gianni e Anna, che si erano dedicati a me tutti i giorni dall’alba fino a notte, mi sembrò giusto consegnare una busta, per così dire, di rimborso spese. C'era dentro un assegno di un milione. Una cifra simbolica, di fronte a un mese di lavoro in due. Non volevo insomma che lo intendessero come un vero pagamento. Lo rifiutarono lo stesso. Non ne vollero sapere. Lo abbiamo fatto per ideali, mi risposero. Vollero, questo sì, dei libri con una dedica calorosa. Poi non mi chiesero mai un favore. Non cercarono di far valere il loro aiuto per dare origine ad alcuna clientela. Li ho riincontrati spesso. E lo scorso giovedì sera, durante una manifestazione sulla Finanziaria, proprio mentre Berlusconi lanciava l’idea dei suoi Mille, si sono candidati a ripetere la loro fatica nel 2006.
Ho ripensato a questo groviglio di rapporti, di impegni, di affetti che si formano nell’azione politica. Ci ho ripensato appunto leggendo la polemica scoppiata dopo l’annuncio dei mille professionisti azzurri e l’icastica risposta di Prodi sui “mercenari” e sui “volontari”. Ha sbagliato Prodi? Ha superato il limite del “civile confronto”? Ha fatto un autogol clamoroso, come da più parti si recita? Lasciamo perdere i limiti del civile confronto, che non si sa chi possa più invocare, visti i silenzi prudenti con cui si accolgono accuse ben più sanguinose di quella prodiana. La polemica invece, quella, non va fatta per nulla cadere. Piuttosto va sviscerata. Per capire che cosa si può ancora dire in questa temperie politica. Qual è il galateo e chi lo stabilisce. E siccome credo che il centrosinistra non debba perdere un grammo della propria intelligenza e della propria libertà di espressione (visto per di più che gli spazi di libertà si restringono ogni giorno di qualche centimetro), vale la pena ripartire dall'etimologia. Dice il Devoto Oli, a proposito della parola mercenario: «Di chi svolge un’attività al solo scopo di trarne un guadagno». E aggiunge che sono truppe o soldati mercenari quelli «reclutati con contratto per fare la guerra». Specificando che anche una balia può essere mercenaria, nel senso che allatta a pagamento, non per amore. Ma resta inteso che sia la balia sia il soldato possono fare a pagamento cose in cui in certa misura si riconoscono. Che la balia può amare il bimbo che allatta per mestiere. Che il soldato può ammirare il signore che lo paga e sotto le cui bandiere egli si batte.
Questo è il dizionario. Se poi si volesse andare più a fondo e sottilizzare, si potrebbe rilevare che mercenario e soldato hanno in fondo radici uguali: mercede e soldo. Il tempo fa e disfa lentamente le parole, come sappiamo. Ma gli umori, le reattività, gli spiriti e le faziosità, vanno oltre. A comando trasfigurano quei termini che hanno una loro semplicità e potenza descrittiva. E' curiosa la politica. Da un lato inventa parole vacue e untuose per diplomatizzare e stemperare la dialettica delle idee, preoccupata nevroticamente di ogni forma di dissenso. Dall’altro conia insulti e accuse che non stanno né in cielo né in terra tanta ne è l’intenzionale violenza. Sicché, oscillando senza tregua tra questi due estremi, bandisce dal suo lessico le parole chiare e cristalline. Anche per questo essa è lontana dalla gente. Perché rifiuta di parlarne la lingua quotidiana. Quella della gente comune, non della gente da trivio (che invece ogni tanto adotta disinvoltamente).
Berlusconi arruola con regolare contratto mille giovani per la sua «guerra» (parola da lui pronunciata centinaia di volte) contro «la sinistra»? È il tipico caso del Devoto Oli. Bisognerebbe parlare di professionisti, che suonerebbe meglio? Ma qui non di professionisti si tratterebbe. Non si parla infatti di pubblicitari, di addetti stampa, di sondaggisti, che per una campagna elettorale prestano la loro opera al servizio di una parte politica. Ma di persone che svolgerebbero un’attività di propaganda a pagamento, che ora non svolgono. Tant’è che sarebbero selezionate non tra quelle che già ora fanno politica per Berlusconi gratuitamente. Ma - si è detto - sul mercato (giusto?), attraverso una adeguata attività di selezione svolta da appositi e premiati cercatori di talenti. E dietro promessa di una mercede. Nulla di vergognoso, per chi impara ad avere una visione laica della vita e della politica. Ma il cui contrario, nel prezioso «Dizionario dei sinonimi e dei contrari» di quasi mezzo secolo fa (edizione speciale, udite udite, per l’Arma dei Carabinieri), si chiama, alternativamente, «gratuito», «volontario», «disinteressato».
Devo dire la verità. Fa un po’ specie vedere che chi ha fatto del denaro la propria religione, chi ne ha fatto il metro supremo per misurare capacità e qualità delle persone (ricordate il celebre episodio del premier con il ragazzino milanese che gli diceva che il suo papà, diversamente da lui, non poteva mangiare al Savini? «Si vede che non ha lavorato come me», gli rispose) provi poi vergogna o risvegli i suoi furori se gli si osserva che progetta di acquistare con il denaro la altrui disponibilità al lavoro politico.
E fa un po’ specie anche sentire evocare, in questo caso, il professionismo politico. Il quale è tutt’altra cosa e si trova, come è noto, sotto tutte le bandiere. Sono professionisti della politica coloro che vivono di politica (in modo più o meno definitivo) grazie a un’attività istituzionale. E lo sono anche coloro che vengono pagati dai partiti per svolgere le loro mansioni. I quali però - lo si ricordi - non vengono reclutati con un'offerta pubblica sul mercato. Ma in genere ricevono un'offerta di collaborazione dopo un tirocinio fatto in modo assolutamente volontario presso il partito che meglio incarna i loro ideali. Arrivano cioè al professionismo per un cumulo di circostanze, ma avendo all’origine una scelta di “gratuità”. Che si manifesta, a scanso di equivoci, tanto a destra (specie nella Lega e in Alleanza nazionale) quanto a sinistra.
Ogni tanto la politica ha le sue pretese semantiche. Una volta pretese che non si potesse parlare di «lotta alla mafia». Che non potessero usare quell’espressione esecranda né i magistrati, né gli intellettuali, né gli insegnanti, né i preti, né i giornalisti. A cicli alterni mette al bando il termine «società civile», che pure ha radici dense e ben motivate da Hobbes a Gramsci. Sembrano pretese stravaganti, ma dietro queste ambizioni censorie ci sono sempre nervi scoperti, nitide esigenze di potere. Perciò cedere a queste pretese non è un fatto semantico. È un fatto civile e politico. Sull’opportunità di una parola si può discutere all’infinito. Sul suo fondamento logico ed etimologico no. Pena la perdita di un po’ di libertà. Di espressione e d’opinione
I teorici della globalizzazione assicurano che tra i suoi effetti benefici vanno incluse l´interdipendenza che si è realizzata tra i sistemi economici, e la possibilità di poter produrre ogni cosa in qualsiasi luogo. Nonchè il fatto che è diventato indifferente se la proprietà formale di un´impresa abbia sede in un dato paese mentre le sue unità produttive sono localizzate altrove. Il caso della Embraco di Chieri, presso Torino, che ha chiesto di aprire la procedura di mobilità per oltre 800 dipendenti, mettendo a rischio anche altri 400 posti di lavoro nell´indotto, suggerisce di annoverare tra gli effetti della globalizzazione anche la irresponsabilità, sottratta a ogni forma di tracciabilità, di imprese e dirigenti.
In verità se uno chiede chi mai sia responsabile del destino di queste 1.200 persone, molte delle quali sono troppo giovani per poter andare in pensione quando la mobilità avrà termine, si trova dinanzi a una serie di risposte affatto razionali. Ma esse, nell´insieme, portano a concludere che abbiamo costruito un sistema economico irrazionale, in primo luogo perché nei suoi meandri è impossibile risalire a chi dovrebbe rispondere di quel che succede.
La fabbrica di Chieri una volta si chiamava Aspera. Non andava troppo bene, e la proprietà la cedette alla multinazionale brasiliana Embraco. L´importante, fu detto, non era la collocazione della proprietà, bensì il mantenimento della produzione e dei posti di lavoro. Risultato: i dipendenti Embraco erano 2.150 nel 1999, 1.640 nel 2001, 1.000 tondi l´estate scorsa e 940 oggi. Di cui quattro quinti in mobilità, il che significa chiusura prossima della fabbrica. Chi è responsabile di simile caduta dell´occupazione, e prima ancora del calo di produzione che l´ha causata? L´Embraco produce compressori per frigoriferi che vengono acquistati soprattutto dalle consociate di Whirlpool Europa, colosso degli elettrodomestici trapiantato dagli Usa, le quali stanno in Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, con stabilimenti in vari altri paesi. Per essere redditizia l´Embraco dovrebbe produrre almeno 6 milioni di pezzi l´anno, ma le imprese di Whirlpool Europa gliene comprano soltanto 4. Il prodotto italiano di marca brasiliana è forse di qualità non eccelsa? Costa troppo? Non è adatto alle produzioni degli stabilimenti austriaci, bulgari o slovacchi? E se tutto ciò fosse vero, qualcuno nell´azienda di Chieri non poteva accorgersene anni fa, e introdurre i mutamenti opportuni? I dirigenti di Chieri potrebbero naturalmente rispondere che loro debbono sottostare alle superiori prescrizioni di costi e di specifiche tecniche della multinazionale da cui dipendono. Se gli stabilimenti austriaci o belgi o bulgari non gradiscono i compressori della Embraco, è al Brasile che bisogna domandare spiegazioni, non a Chieri. Ed è presumibilmente dal Brasile che è giunto l´ordine di chiudere la fabbrica del torinese per portare la produzione nell´Europa orientale. A loro volta i dirigenti Whirlpool dei relativi paesi potrebbero difendersi dall´accusa di snobbare il prodotto made in Ue, seppur con marchio brasiliano, ricordando che loro hanno sul capo la Whirlpool Corporation of America, che verifica con estrema severità l´andamento delle vendite come dei costi di produzione.
Il caso Embraco è dunque emblematico. Vuoi perchè di casi simili ve ne sono ormai centinaia solo in Piemonte, e migliaia in Italia, con centinaia di migliaia di lavoratori coinvolti. Vuoi per il fatto che al fondo della maggior parte di essi si ritrovano circostanze analoghe: l´interdipendenza globale che diventa una forma patologica di dipendenza locale dalle bizzarrie di processi economici incomprensibili ai più; la proprietà straniera che preferisce ovviamente licenziare i dipendenti d´un paese lontano che non quelli del suo vicinato; intrecci produttivi e finanziari di cui è quasi impossibile venire a capo, al fine di trovare qualcuno che renda conto di decisioni aventi ricadute negative su intere regioni. Per il momento possiamo solo sperare che enti territoriali e sindacati trovino modo quanto meno di alleviare la grave situazione determinatasi in quel di Chieri. Ma i casi simili continueranno a moltiplicarsi, fino a quando non si inventeranno e si adotteranno mezzi appropriati per governare localmente la globalizzazione.