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Dopo l'11 settembre tutto è cambiato, gli Stati uniti imporranno la pace tra Israele e Palestina e riconosceranno lo stato palestinese per avere con sé gli stati arabi nella santa lotta al terrorismo: questa era la prognosi unanime dei «siamo tutti americani». Nulla di questo è avvenuto. L'escalation di Israele ha toccato livelli mai raggiunti, i territori dell'Anp sono frammentati, isolati e divisi da Tsahal, per la seconda volta i carri armati hanno invaso Ramallah e Betlemme con rastrellamenti e arresti, Sharon tiene sotto sequestro Arafat nella sede dell'Anp, da venerdì i suoi soldati sono entrati nelle sue stanze, in queste ore la situazione potrebbe precipitare in qualsiasi direzione, dallo scontro mortale alla cattura o espulsione.

Sharon fa quel che vuole, e quel che vuole è demolire leader, movimento e premesse di uno stato palestinese. Nulla gli interessa meno del piano saudita. Anzi utilizza gli attentati suicidi delle organizzazione palestinesi armate, che per Arafat non nutrono più alcuna fiducia dopo trent'anni di occupazione e di negoziati falliti, per portare a termine il suo disegno. Anche a costo dell'esistenza dei suoi, perché sa che a ogni giro di vite gli attentati aumenteranno. Ma questo gli darà la giustificazione per elevare il livello della guerra: non ha fatto sapere che finora ha usato una frazione assai modesta del suo potenziale militare? Chiuso in una specie di bunker con le milizie israeliane fuori della porta, al buio perché gli hanno tagliato l'elettricità, Arafat manda al mondo appelli che nessuno recepisce. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha votato, beninteso con gli Stati uniti, quel che gli Stati uniti si limitano a chiedere a Sharon che receda dalle città occupate, non senza esigere da Arafat che fermi gli attentati. Cioè nulla. Ieri l'altro il vice di Cheney sosteneva che in verità la Palestina da sempre mira a distruggere Israele, ieri Powell, che sarebbe la colomba e il cervello dell'amministrazione Bush, si limita a farci sapere che «Arafat non verrà ucciso».

In questa Pasqua ebraica e cristiana nella terra santa del 2002, fra invasioni, esplosioni, sparatorie e sangue, si sta varcando una soglia di irreparabilità. I palestinesi possono venir uccisi o cacciati, ma Israele non sarà mai in pace nell'oceano arabo che la circonda. Lo sanno e lo dicono i refusnik. Perché non lo dicono Stati uniti ed Europa? Bush non ne ha né l'intelligenza né la prudenza. Oggi afferma che Arafat resta un interlocutore, domani che è un terrorista. Crede, e sembra che tutta l'opinione degli Stati uniti sia con lui, di poter regolare le cose come e al momento che vorrà. Anche se finora la sua strategia si è saldata nello scasso territoriale e il caos politico in Afganistan, nell'imprendibilità di Al Qaeda, nel no degli stati arabi a una nuova guerra all'Iraq.

Sarebbe l'ora che l'Europa cessasse di aspettare da Washington la soluzione dei problemi dei quali porta la responsabilità storica. E' l'Europa che ha reso impossibile per secoli agli ebrei di vivere nei suoi confini, e di aver trasformato il desiderio di quella nazione di avere una terra in una necessità dopo lo sterminio nazista, assecondato dall'Italia. Ma assegnando nel dopoguerra agli ebrei una terra alla quale li legava il Libro ma li separavano duemila anni, la si toglieva ai palestinesi che vi erano nati. Come potevano capire quell'innesto forzato? Toccavano all'Europa tutte le politiche di intervento e mediazione possibili per garantire gli uni e gli altri. Non le ha fatte, e Israele è da sempre sotto l'ombrello degli Stati uniti, a loro volta tenuti sotto sterzo dalla loro grossa comunità ebraica.

L'Europa parli almeno in queste ore terribili. Affermi, non dico come Peace now, ma Yeoshua e Amos Oz, che pure ormai detestano Arafat, che c'è una sola strada per garantire i diritti dei palestinesi e l'esistenza in pace di Israele - sanzionare la politica di Sharon, esigere il ritiro di Israele alle frontiere del 1967, riconoscere anche unilateralmente lo stato palestinese. Se non ha il coraggio di farlo il nostro poco nobile governo, che cosa impedisce all'opposizione di centrosinistra di presentare una mozione unitaria, netta e solenne, in questo senso? Forse sfonderebbe la maggioranza, certo premerebbe sull'intera sinistra europea e oltre. E non lascerebbe soli i molti e le molte che salvano il poco onore che ci resta cercando di interporsi fra un gigante armato e un popolo deciso a morire pur di ferirlo, perché ormai non ha più nulla da perdere.

ROMA - «Questo governo, con i suoi errori e le sue improvvisazioni, ci prepara un inverno e una primavera che non esito a definire drammatiche. Alle forzature destabilizzanti sul versante della politica istituzionale si accompagnerà un drastico aggravamento della crisi economica e delle condizioni materiali di migliaia e migliaia di cittadini. Rischiamo una stagione di licenziamenti di massa, una cosa che non si è vista neanche durante le crisi degli anni '70. Con questa maggioranza inaffidabile non esistono margini per un dialogo bipartisan: l’opposizione deve prepararsi a stare in campo, con tutta la forza delle sue proposte alternative».

Sergio Cofferati, perché un giudizio così severo e preoccupato? La congiuntura va male dappertutto, non solo in Italia.

«Ma in Italia, al contrario del resto d’Europa, stiamo assistendo ad una novità che colpisce, e della quale non si ha memoria nella storia di questi ultimi anni: una distruzione programmata e quasi sistematica di valore economico. Che precipita in tutta la sua gravità in due vicende emblematiche: da una parte la Legge Finanziaria, dall’altra la crisi del sistema produttivo e soprattutto della Fiat».

Partiamo dalla Finanziaria. Cosa c’è che non va?

«La totale improvvisazione, accompagnata dall’erraticità degli interventi. Ci sono aspetti specifici, in questa manovra, che appaiono intollerabili: i condoni, messaggio terribile ai cittadini ai quali si insegna che la virtù civica non è necessaria, e poi la finanza creativa. Ma poi, più in generale, è l’impianto complessivo della Finanziaria che preoccupa. Gli obiettivi macroeconomici non si realizzeranno mai. L’aumento del Pil previsto per il 2003, al 2,3%, è chiaramente irraggiungibile. La Confindustria stima l’1,4%. Siamo a uno scostamento del 45%. Ora la coerenza è un problema loro. Ma gli effetti materiali di questo fallimento previsionale lo pagheranno i cittadini. Il Parlamento sta per dare via libera a una Finanziaria destituita di ogni fondamento. Dunque non solo inefficace, ma oggettivamente pericolosa, perché avrà effetti potenzialmente disastrosi sull’economia e sulla società italiana».

Dopo il caos nel voto al Senato l’Ulivo chiede le dimissioni di Tremonti. Lei condivide?

«Non c’è il problema del singolo ministro del Tesoro. Io vedo una responsabilità collegiale di tutto il governo. C’è un’intera coalizione che con le sue azioni o le sue omissioni sta procurando un danno rilevante al Paese. L’anno prossimo la crisi economica si avviterà paurosamente. Già in queste ultime settimane c’è stato un ulteriore peggioramento della congiuntura. Dal mese di gennaio si scaricheranno sul ciclo gli effetti disastrosi delle crisi industriali, a partire dalla Fiat, e delle enormi difficoltà in cui si dibatte il terziario. Queste dinamiche non sarebbero dovute sfuggire al governo, che invece continua ad occultarle, o peggio a rimuoverle».

Possibile che tutto è sempre colpa di Berlusconi?

«Queste crisi erano tutte scontate. Quando vaste aree del settore dei servizi escono dalla franchigia del monopolio e affrontano il mare aperto del mercato, è fisiologico che si creino difficoltà competitive, soprattutto per un sistema di imprese di scarsa qualità e di insufficiente dimensione, come quello italiano. Ma ancora più scontato era il crollo della Fiat. Un gruppo che soffre da tempo una crisi di prodotto e di qualità. I dati sul mercato di luglio spiegano tutto: i costruttori di auto europei hanno accresciuto in media le loro quote del 3,5%, la Fiat ha ridotto la sua del 7,7%. Un divario di 11 punti: il gruppo fa prodotti che il mercato non apprezza. Stiamo parlando di luglio: la Cgil ha denunciato per mesi la gravità del caso Fiat, il governo non ha visto e non ha capito nulla di quello che stava accadendo?».

Sta di fatto che i lavoratori di Termini Imerese passeranno il Natale a casa, e altre migliaia di lavoratori rischiano di fare la stessa fine.

«E’ un dramma sociale di enormi proporzioni. L’anno scorso la Ue aveva chiesto ai governi di predisporre insieme alle parti sociali tutti gli strumenti necessari per garantire piena sopportabilità sociale ai processi di ristrutturazione produttiva, evitando il ricorso ai licenziamenti collettivi. Al vertice di Bilbao se n’è discusso, ma il governo italiano ha mostrato assoluta indifferenza. Ma i costi di quell’indifferenza, oggi, li scarica sulla pelle dei lavoratori. Affronta la crisi industriale senza strumenti specifici. Gli ammortizzatori sociali esistenti, prepensionamenti, mobilità e cassa integrazione, attenuano l’impatto della crisi per l’azienda, ma distruggono saperi e conoscenze accompagnando fuori dal ciclo produttivo lavoratori qualificati e ancora giovani. E solo l’ottimo Cavaliere poteva invitarli a trovarsi un lavoretto "alternativo": la verità è che quelle persone rischiano di non rientrare mai più nel mondo del lavoro».

Che si doveva fare, allora?

«Occorreva una politica industriale, ma quando la nomini ormai ti guardano con fastidio e sospetto: sembra che alludi alla pianificazione sovietica. Occorreva rispondere in modo socialmente equo alle sollecitazioni della Ue, mentre si è preferito sprecare un intero anno a cercare di distruggere i diritti di chi lavora. Occorreva una Finanziaria che programmasse politiche espansive dal lato dei consumi, che rilanciasse le infrastrutture, volano di vera occupazione, che rafforzasse la ricerca scientifica e l’economia della conoscenza. E invece si è preferita una manovra di condoni e di cartolarizzazioni».

Lei non può addossare tutta la colpa del dissesto Fiat al governo, trascurando le responsabilità degli altri. La famiglia Agnelli non ha commesso errori?

«Il nostro sistema industriale soffre vizi antichi. Primo tra tutti un rapporto strettissimo e carico di pericoli con il mondo delle banche. Nel caso della Fiat, questo ha prodotto un indebitamento enorme e il pericolo che, per reintegrarlo, si imponga al gruppo un ridimensionamento dell’auto, con conseguenze sociali inaccettabili. Il fatto che il piano industriale della Fiat debba passare al vaglio positivo o negativo di quattro grandi istituti di credito è una patologia del sistema. Ed è ancora più patologico che tutto questo sia accaduto nel silenzio della Banca d’Italia, che invece scende in campo oggi, tardivamente, debordando chiaramente dai suoi compiti. Dall’altra parte c’è Mediobanca, che d’accordo con il governo propone un rimedio peggiore del male. Certo, anche la famiglia Agnelli ha commesso errori: non è chiaro quali siano i suoi scopi. La stessa cessione della Fidis e della quota in Gm si prestano a interpretazioni molto dubbie. C’è un indebitamento altissimo da ridurre. Ma disimpegnare la partecipazione in Gm sembra alludere chiaramente a un allontanamento dell’azionista dal settore auto».

Lei sarebbe d’accordo con l’ingresso dello Stato nel capitale Fiat?

«E’ buona norma, di fronte a un dramma del genere, non escludere nulla. Detto questo, io credo che la soluzione più efficace possa essere non la partecipazione diretta dell’azionista pubblico nel capitale dell’azienda, ma la messa a disposizione, anche in forme nuove da sperimentare come le Agenzie, di risorse e strumenti dello Stato a sostegno delle attività di ricerca in un settore strategico come quello dell’auto. L’obiettivo di fondo deve essere chiaro: nessun posto di lavoro deve essere perso. Io ho visto Stati e governi svolgere funzioni attive per risolvere questi problemi. Quello che non ho mai visto, invece, è un governo che prima convoca i manager ad Arcore, poi di fronte ai tagli si limita a svolgere compiti puramente notarili. Ma alla fine tutto torna: c’è una drammatica coerenza nelle vicende della Fiat e della Finanziaria».

Cofferati, tiriamo le fila del ragionamento. Di fronte a tutto questo cosa deve fare l’opposizione, oltre ai girotondi?

«Il centrosinistra dovrà presidiare al meglio il versante della politica istituzionale, per porlo al riparo dalle aggressioni annunciate: l’ipotesi del presidenzialismo, l’attacco al principio dell’unità nazionale, alle forme di democrazia partecipata e alla giustizia. Poi il centrosinistra si deve preparare a una primavera durissima, in cui l’iniziativa dell’opposizione sui temi della politica economica e sociale dovrà essere molto forte. A questo punto, spero che a sinistra nessuno si lasci più affascinare dall’idea di una competizione da raggiungere dal lato dei costi: è un terreno che va lasciato al centrodestra, con i risultati rovinosi che sta producendo».

Non vede margini per un dialogo sulle riforme tra i due Poli?

«No, nessun margine. L’interlocutore è totalmente inaffidabile, su tutti i fronti. E di nuovo, spero che a sinistra se ne sia convinto anche chi pensava di poter riaprire un dialogo bipartisan con il centrodestra: spero che nessuno nutra più dubbi, sulle reali intenzioni di questa maggioranza».

Che tuttavia governa, e governerà fino alla fine della legislatura.

«Hanno una maggioranza numerica forte. Sono spaccati su tutto, ma alla fine si ricompattano sempre. Non ho mai creduto alla "spallata" e non vedo rischi di rottura nella Casa delle libertà. Vedo invece un crescente conflitto, che si risolve con continue mediazioni dannose per il Paese. Per questo l’Ulivo si deve attrezzare, per costruire un vasto consenso sulle sue ipotesi alternative, raccogliendo tutte le energie e aprendosi ai movimenti, indispensabili a fronteggiare una situazione così delicata».

Lei ha già detto sì alle primarie per la scelta del leader.

«Purchè votino tutti gli elettori: ogni altra ipotesi riproporrebbe l’idea che sia il ceto politico a decidere. In questo momento devono decidere gli elettori, la società».

Prodi è un buon candidato?

«Non parlo di nomi. Il mio elenco delle priorità è noto: prima il programma, poi le regole e alla fine il candidato con le primarie, nel 2005».

Lei è in pista, anche se Fassino dice che non bastano «i leader che riscaldano il cuore».

«Io ho il mio impegno professionale, e nel tempo libero mi dedico alla Fondazione Di Vittorio. Questo è tutto. Quanto a Fassino, ho sempre pensato che occorra parlare al cervello, ma che serva anche saper parlare al cuore. I processi di emancipazione sociale nascono dal miglioramento delle condizioni di vita della gente, che ha bisogno di riconoscersi in un sistema di valori vissuti e condivisi. Guai a pensare che nei grandi movimenti il cuore sia irrilevante. Io che sono stato tanti anni in Cgil ve lo posso garantire: il cuore è fondamentale».

CESARE GARBOLI

Si può leggere il presente con gli occhi del passato?

Caro Bernardo, per ragioni che non sto a dirti mi trovavo, qualche giorno fa, a La Rochelle. Era una giornata di tempo incerto, quindi, a suo modo, bellissima, intiepidita da dolcissimi colpi di sole in mezzo alla mobile e ventosa densità delle nuvole. Ho comprato da un tabaccaio l´unica copia di Repubblica, o la sola superstite, e ho visto che c´era un tuo articolo sulle sofferenze patite da Praga in questo secolo. Titolo: «I tradimenti dell´Occidente e la rivincita di Praga». Mi sono seduto in una brasserie davanti al vecchio porto e ho cominciato a leggere.

Argomento del tuo articolo era la possibile lettura simbolica del vertice dell´Alleanza Atlantica che si è tenuto a Praga. Un atto di riparazione, di risarcimento dei capi di Stato europei nei confronti di una città lasciata alla mercé di Hitler nel 1938, e dell´Armata rossa trent´anni dopo.

Ma il presupposto del tuo articolo era molto più problematico. Si può leggere il presente con gli occhi del passato? E´ un tema storiografico sul quale non ci dovrebbero essere più dubbi. Mi rivedo a lezione di uno dei più grandi storici italiani di questo secolo, Delio Cantimori, il quale non perdeva mai occasione di ricordare che non si possono applicare al presente i parametri coi quali interpretiamo gli avvenimenti del passato, pena una confusione che provoca soltanto distorsioni ed errori. La Storia non si ripete mai; essa contiene sempre un elemento di novità, di creatività, ed è questo l´elemento da decifrare, quello che si nasconde e che ha più importanza. Per una buona metà, le tue idee concordano con quelle della storiografia più autorevole; ma per l´altra metà, non vuoi rassegnarti. Non sai rinunciare al piacere che ti regala qualche appetitoso e saporito parallelismo tra ieri e oggi. E´ una «saggia abitudine», secondo te, «leggere il presente attraverso la lente del passato», mentre «una valutazione nuda e cruda dell´attualità non ha alcun sapore e spesso non ha neppure un senso».

E sta bene. Non è questo il passaggio del tuo articolo che mi ha fatto sollevare gli occhi dal giornale per posarli sulla vista del vecchio porto. Mi sono fermato a riflettere quando ho letto che il primo dei tradimenti dell´Occidente nei confronti di Praga si consumò «per placare la Germania nazista». Furono ceduti, anzi regalati a Hitler, nel 1938, da parte di Francia e Gran Bretagna, i territori dei Sudeti, nell´illusione di salvare la pace, ma in realtà spianando la via alla seconda guerra mondiale. Mio Dio, com´è proteiforme questo Occidente! Tradimento? Altro che tradimento, caro Bernardo. La Germania, nel 1938, era il cuore dell´Occidente. Quale cultura ha dominato il mondo occidentale, tra l´Otto e il Novecento, fino a diventare oggetto d´idolatria, se non quella tedesca? Si direbbe che il volto obliquo, debole, impaurito e irresoluto dell´Occidente ti faccia dimenticare, Bernardo, la vocazione aggressiva dell´Occidente, tanto più irrazionale e crudele quanto sempre esercitata, dai tedeschi ieri e dagli spagnoli e dai nordamericani in secoli un po´ più lontani, «a fin di bene», di progresso e di pace (non vorrai negarmi che il sogno di un mondo sano, puro, incontaminato, pacifico, ma da raggiungere con l´aggressione e la guerra, fosse l´obiettivo dichiarato e propagandato dalle svastiche e dai fasci littori).

Dire Occidente, come ben sai, è dare un nome alla contraddizione medesima. Contraddizione vuol dire dialettica, e la dialettica è il solo, vero valore dell´Occidente: la dialettica, ovvero la capacità di compiere orrori e di commettere ingiustizie, ma anche quella di criticarli e di sentirsene colpevoli. Ma un altro passaggio, forse più importante, mi faceva e mi fa ancora riflettere. Mi sembra che il tuo articolo, Bernardo, sia una di quelle gru che appaiono di lontano erette ma con una gamba alzata, e si vorrebbe tirargliela giù e piantargliela in terra. Se il presente si fa leggere e interpretare con le lenti del passato, se la memoria storica crea parallelismi pieni di sapore e di senso, quale senso e sapore dobbiamo dare al tradimento e al risarcimento nei confronti di Praga? Se la situazione di allora si sta ripetendo, chi sono gli attori di oggi? A chi spetta oggi il ruolo della Germania nazista? E a chi, quello dell´Occidente debole e impaurito? Nel tuo articolo, questo punto essenziale viene taciuto. Chi recita, oggi, il ruolo dello Stato che vuole possedere e conquistare il mondo, e assoggettarlo alle sue convinzioni? Non vorrei sbagliare, ma ho l´impressione che tutto il tuo articolo cammini lungo una strada che porta alla tesi, oggi sempre più vittoriosa, contraria alle opinioni di Gino Strada, secondo la quale si può salvare la pace solo con la forza, che vuol dire missili e bombe. E sia, ma chi sarebbe il nostro Hitler contemporaneo? Sei sicuro di averlo identificato? E che sia quello giusto?

Scusami, caro Bernardo, se ti rivolgo queste ingenue domande, me ne sento quasi colpevole. Ma ho qualche attenuante. Sono domande non retoriche, ma reali, anche se nate in un pomeriggio ozioso davanti al vecchio porto di una vecchia città. Ti leggevo guardando la linea dell´orizzonte, e lasciavo che l´immaginazione si sostituisse allo sguardo. Ogni volta che alzavo gli occhi, superavo la gelida distesa dell´Atlantico per fissare i contorni e le coste dell´America. No, non degli Stati Uniti d´America, secondo la fallace e impropria sinonimia per cui viene attribuita a uno Stato, da un po´ di tempo in qua, la titolarità di un continente. No, pensavo, figurati, al Canada, e di là m´inoltravo nel Montana, e ne scendevo giù, verso il Messico, e giù ancora, nell´America centrale dei Maya, e giù ancora, in Bolivia, in Nicaragua. Quante civiltà, quanti popoli ci sarebbero ancora se non fossero intervenuti i valori dell´Occidente, e senza le bandiere che li difendevano. Ma io continuo a intromettermi in questioni sulle quali tu hai tanta e tanta più competenza di me. Non volermene, e un saluto affettuoso dall´Italia, dove sono tornato e da dove ti scrivo. Un saluto da uno che ama, molto meno di te, i piatti saporiti che imbandisce la storia, e quasi preferisce il pugno di riso insipido e privo di senso, come dici tu, privo di condimento, povero, anzi poverissimo di senso, tanto che qualcuno ne potrebbe contare perfino i chicchi nella ciotola, in qualche parte del mondo.

BERNARDO VALLI I giudizi sull´Occidente alla luce della Storia

Se alzo gli occhi, mentre leggo la tua lettera, caro Cesare, vedo la facciata scolorita di una casa di rue Blanche, la strada che dalla Trinité sale verso Pigalle. La vedo di scorcio da una finestra di rue Chaptal, dove abito da più di vent´anni. Il quartiere è oggi più triste del solito. E´ velato da una nebbia leggera, da una pioggia fitta e sottile, come il getto di uno spruzzatore. Eri più fortunato tu a La Rochelle. Ma anche nei giorni grigi mi sento a mio agio, anzi mi considero un privilegiato, in questo decaduto quartiere di Parigi, un tempo chiamato Nouvelle Athènes.

So che qui, in rue Chaptal, dove adesso c´è il Museo della Vie Romantique, nell´800 si incontravano Georges Sand, Alphonse Lamartine, Turgeniev, e tanti altri, persino l´imperatrice Sissi che veniva a posare per un pittore alla moda. So che più in là, all´angolo di rue Blanche, in quella che adesso è Rue Ballu, viveva Emile Zola ai tempi dell´Affare Dreyfus; che Baudelaire ha abitato in rue Pigalle; che Balzac ha ambientato tanti suoi romanzi in rue Taitbout, in Place Saint Georges.... So che i brutti edifici sono dovuti alle distruzioni durante la Comune e alle cattive ricostruzioni sui giardini e i cortili di un tempo. Se non ricordassi la sua storia, se lo guardassi nudo e crudo, cosi com´è, privo di condimento, come tu guardi i chicchi in una povera ciotola, il IX arrondissement di Parigi mi sarebbe apparso e mi apparirebbe piuttosto squallido.

Caro Cesare, so che non si possono applicare al presente i parametri coi quali interpretiamo gli avvenimenti del passato. So che la Storia non si ripete mai. Ma resto convinto che l´attualità cruda e nuda non abbia alcun sapore e neppure un senso, se non la collochi nella Storia dei luoghi in cui si svolge, così come non ha un´anima il quartiere, la città, il paese in cui vivi, se non tieni conto di quel che vi è accaduto nel passato prossimo e remoto. Ho amato l´Algeria, il Viet Nam anche perché seguivo i loro drammi del momento ricordando quelli del loro passato. Cosi ho creduto di capire molti comportamenti. Come seguire la vicenda mediorientale senza la lente della Storia? Là c´è un popolo ritornato dopo duemila anni nella terra che fu sua. Vi è ritornato sferzato da tragedie secolari. Tragedie che si ripercuotono su un altro popolo, innocente, che su quelle terre è trattato adesso, tragicamente, come se fosse di troppo. Il passato l´ho incollato addosso, quando faccio il mio mestiere. Quando vedo la cerimonia nel castello di Praga rivado con la memoria al '68 cui ho assistito. E per riflesso condizionato vado più in là: al '48, al '38. L´immagine del pugno di riso insipido e privo di senso, che tu preferisci ai piatti saporiti imbanditi dalla Storia, è molto bella. Te la invidio. Come invidio l´elegante leggerezza della tua lettera. Potrebbe in effetti essere una liberazione non avere più i pregiudizi, i condizionamenti, le ambiguità, le passioni dettate dal passato. Ma rischierei allora di vedere anche la bruttezza nuda e cruda dell´angolo del IX arrondissement in cui vivo. La tua bella immagine è un lusso che non posso permettermi. Penso che a te piaccia anche esteticamente.

Caro Cesare, provo un certo imbarazzo nel rivolgermi a te con questo tono. A te di cui conosco bene l´erudizione, la profondità della conoscenza storica e letteraria, a te curatore di un´edizione a me cara della Divina Commedia, opera ricca, traboccante di memoria storica. Scusami, è la sfacciataggine del mestiere. Ma tu, con la tua leggerezza, mi hai gettato tra le braccia dei macigni. Non arriverò comunque al punto di rispolverare, rivolgendomi a te, i «valori» che si sottintendono quando si parla di Occidente. Non arriverò a tanto. Del resto tu stesso fai una sintesi che mi sembra esemplare, quando scrivi che dire Occidente è dare un nome alla contraddizione medesima, la quale significa dialettica, ovvero capacità di compiere errori e di commettere ingiustizie, ma anche quella di criticarli e di sentirsene colpevoli. Ti pare poco, Cesare? Dove non c´è quella contraddizione non c´è Occidente. Là gli errori vengono sepolti sotto il silenzio e le idee si infrangono contro i dogmi. L´Occidente fu espulso dalla Germania, che ne era stata il cuore, quando prevalse il nazismo. Né era più nella Praga del '48, o in quella «normalizzata» con l´invasione sovietica, dopo la breve Primavera politica del '68.

Dirai che è comodo espellere, meglio sospendere via via dall´Occidente i vari paesi quando massacrano sei milioni di ebrei, quando compiono stragi coloniali o quando si impongono con l´arroganza o la violenza a popoli più deboli. E poi riammetterli quando si sono tolti il sangue dalle mani e ricominciano a predicare la libertà. E´ la contraddizione di cui parli.

Posso ritornare con poche righe a Praga? Nel '75 la polizia perquisisce l´appartamento del filosofo marxista Karel Kosic, giudicato un dissidente, e gli sequestra un´opera costata dieci anni di lavoro. Con l´amico Milan Kundera, quel giorno Kosic scende da Hradcany, dove abita, verso la penisola di Kampa, e attraversa la Moldava, sul ponte Manes. Lui e Kundera pensano di rivolgersi a una personalità di indiscussa autorità intellettuale in grado di costringere le autorità a restituire l´opera al suo autore. Ma in quella Praga non esistono personalità del genere. Non ne possono esistere. Raggiungendo la piazza della Città Vecchia, dove abita Kundera, lo scrittore e il filosofo si sentono prigionieri di un´immensa solitudine, di un vuoto angosciante, del vuoto in cui avevano cercato invano un nome cui ricorrere. E quel vuoto era per loro dovuto, diranno poi, all´assenza dell´Occidente. Alla fine Kosik decise di far avere una lettera a Jean Paul Sartre. Kundera rimproverava al filosofo francese di avere creato, con la sua concezione dell´ «impegno», la base teorica di un´abdicazione della cultura come forza autonoma, specifica e irriducibile. Ma riconobbe che Sartre era il solo ricorso in quel momento. Ed infatti Karel Kosic riebbe, dopo circa un anno, il suo manoscritto. Penso che in quell´occasione Sartre rappresentasse l´Occidente, del quale era uno dei più severi critici. Senza l´Occidente Sartre non sarebbe esistito.

Tu mi chiedi a un certo punto, caro Cesare, chi recita oggi il ruolo dello Stato che vuole possedere e conquistare il mondo, e imporre le sue convinzioni. Vi sono molti aspetti sconcertanti nell´iperpotenza, in particolare da quando George W. Bush è alla Casa Bianca. Nessun altro impero ha esercitato tanto potere in tutti i campi. Un potere che si estende al nostro futuro; che, anche grazie al progredire della scienza, della tecnica, di cui ha il quasi monopolio, estende la sua influenza a tutto il pianeta; e che, adesso, ritiene di poter applicare il principio della guerra preventiva. No, caro Cesare, non mi sfiora neppure l´idea che si possa salvare la pace solo con la forza. Ma non sono un pacifista radicale come il mio amico Tiziano Terzani. Tu stesso, parlando della Germania nazista e dell´Europa debole che la lasciò fare, riconosci che la forza a volte è indispensabile. Obbligatoria. Ma non deve certo decidere come e quando usarla, unilateralmente, una superpotenza che ritiene di incarnare, da sola, la giustizia universale.

Come credere nell´Occidente, se quello che oggi è il centro del´impero occidentale suscita tante perplessità? Gli Stati Uniti non sono un´entità monolitica. Al loro interno è forte la dialettica di cui tu parli. Dialettica alla quale diamo abitualmente il nome di democrazia, se vuoi di democrazia occidentale, per fissarne la specificità e i limiti. Nella coscienza di questi limiti risiede, penso, il principale pregio dell´Occidente. Ed è questa consapevolezza a far sì che esso senta la necessità, perlomeno in questa fase «borghese» della sua storia, di studiare, immaginare un sistema alternativo a se stesso. Quasi che questo fosse indispensabile al suo equilibrio. Da quando la grande alternativa emersa nel secolo scorso è svanita, è fallita in quella versione, si è creato un vuoto. Un vuoto nel quale molti si muovono nevroticamente. Annaspano. Cercano nuovi sostegni. Anche perché il dinamismo della dialettica rischia col tempo di annegare nel pensiero unico. Al quale l´Occidente è allergico. Capisco chi soffre e se mi consenti, caro Cesare, mi sembra di notare qualche sintomo, di quel malessere, anche nella tua elegante lettera, che mi ha obbligato a tanta pesantezza.

C'è tutta una tiritera, sul mondo connesso in rete, che prevede ansiose considerazioni sui pericoli del virtuale, sul gioco delle doppie identità, sulla dipendenza da video, sugli equivoci sentimentali e le trappole erotiche che la fibrillante ubiquità della parola elettronica porta con sé. Tutto vero, o quasi. Ma tutto molto "nostro", molto occidentale, cioè lussuoso e lussurioso, aggiuntivo e magari bulimico.

E difatti, quando Charlie mi chiese, come primissima cosa, dov'era l'Internet Point pù vicino, e se riuscivo a procurarle un computer usato, mi domandai perché diavolo un'immigrata cingalese in Italia, con evidenti problemi economici e logistici, fosse così interessata a qualcosa che nella mia testa a parte l'ovvia funzione professionale: comunico per mestiere, e comunicare in fretta mi avvantaggia molto non è certo incasellata tra le priorità assolute. Diciamo che formulai, istintivamente, un pensiero del genere: ma perché mai Charlie pensa al companatico prima ancora di pensare al pane?

Avrete già capito, al volo, la grossolanità del mio errore di valutazione. Per Charlie e per i suoi amici, sradicati dal loro mondo, dalle abitudini quotidiane, dagli affetti, la posta elettronica è perfino più necessaria e desiderabile del pane. Il rapporto tra reale e virtuale, per loro, è significativamente capovolto: immaginatevi in una vita rovesciata, tolti da voi stessi e dalla vostra realtà di nascita e scaraventati in un altro mondo. Le strade di una piccola città ligure (dove Charlie lavora) vi parranno virtualissime, così come la lingua, i volti, i cibi, gli abiti. E l'appiglio con la realtà sta dentro il computer, nei soffici clic con i quali Charlie, quasi ogni giorno, riaccede alla famiglia e agli amici, ai vecchi genitori.

E riga dopo riga ricostruisce il quadro sbiadito della memoria domestica, si informa sui cambiamenti, le malattie, gli amori, i dettagli quotidiani della sua realtà d'origine.

Fate il confronto tra questo partire, nell'evo della comunicazione in tempo reale, e a basso costo, e il partire dei nostri emigranti, un secolo o mezzo secolo fa. Con le lettere che viaggiavano in piroscafo, le vite e le morti raccontate sempre in differita, rassegnati a una precarietà quasi totale dei contatti, a una perdita così radicale delle proprie origini che quasi sempre, per sopravvivere psicologicamente, si preferiva spaesarsi per sempre, dimenticare, abbracciare definitivamente la nuova vita e accendere un piccolo lume malinconico davanti al simulacro sbiadito di quella vecchia. La patria, per quegli espatriati, diventava una religione, un culto dell'altrove, e la vita materiale era un'altra, si sovrapponeva all'identità di partenza con inesorabile brutalità.

Charlie, invece, rimpatria di continuo, per pochi spiccioli, e riesce a sostenere lo spaesamento compensandolo, ogni volta che le serve, con la rassicurazione del contatto in tempo reale con la patria, cioè con se stessa.

Se vi ho raccontato di Charlie, del suo digitare quotidiano, l'ho fatto perché credo che il dibattito sulle nuove tecnologie sia, spesso, pochissimo tecnologico, cioè tenda e prescindere dai vantaggi strutturali e pratici, e si concentri sugli effetti sovrastrutturali o anche solo collaterali. Una definizione apparentemente ingenua, e però risolutiva, di posta elettronica, è "lettere che viaggiano molto più rapidamente". Lettere, dunque, cioè scrittura, racconto, emozioni e linguaggio. Il cattivo uso dello strumentoscrittura, e della comunicazione in genere, prescinde ampiamente dalla natura del mezzo. I grafomani e gli ossessivi e i rompicoglioni esistevano anche prima, perfino ai tempi della penna d'oca, e così i mentitori, i simulatori verbali, i ricattatori e gli anonimi, che potevano distillare i loro veleni al riparo di una identità falsa, o di una non identità, esattamente come i viaggiatori in rete sotto pseudonimo. Oh, certo, il cambio di velocità, con l'elettronica, è stato così clamoroso da non potere non avere effetti anche sulla qualità della comunicazione. Ci sono scambi epistolari, via Email, così intensi e furenti, e concentrati in pochi minuti, da non permettere, per esempio, quella digestione delle parole, quella decantazione delle emozioni, che aiuterebbero a essere meno impulsivi, meno in balia delle circostanze. Il video chiama alla risposta immediata, al corpo a corpo istintivo. Ma si tratta, con ogni evidenza, solo di impadronirsi meglio di un nuovo uso evitando di farsene usare, di sperimentare un linguaggio riuscendo a rimanerne padroni. Di caduti sul campo ce ne sono e ce ne saranno, ovvio, così come a una circolazione automobilitica intensa corrisponde una triste percentuale di incidenti.

Il solipsista nevrotico che si abbandona al video e chiude porte e finestre di casa è una figura reale, ognuno di noi ne conosce qualcuno, e in molte case ci si parla di meno, tra abitanti, perché si è individualmente affacciati, ognuno nella sua stanza, sul mondo della comunicazione elettronica. Ma gli svantaggi di una iperconnessione non possono cancellare i vantaggi della velocità e dell'economicità con le quali si può accedere al lontano e al negato, riformulando di continuo nozioni ed emozioni quotidiane. Chi non ha certezze, o ha poca pratica di sé e degli altri, potrà anche esserne travolto. La maggioranza delle persone non si confonderà, imparerà presto a frugare nella sua casella postale esattamente come accade nell'androne di casa, buttando via con un gesto sicuro la montagna di pubblicità invasiva e di fregnacce commerciali, i messaggi importuni, le pressioni invadenti o insolenti, e salvando solo le parole utili e attese, quelle che portano agli affetti, agli interessi personali, al lavoro, al ristoro della conversazione.

Per ogni vittima della ciancia elettronica ininterrotta, c'è una Charlie che chiama casa, come un ET che non vuole perdere il suo mondo, e trova sempre risposta. Il gioco vale la candela.

Noi, deputati e senatori contrari ad un attacco armato all'Iraq, rivolgiamo un appello a tutti i rappresentanti del popolo che siedono in parlamento: fermiamo la macchina di questa guerra. Noi non vediamo il collegamento con la indispensabile lotta al terrorismo internazionale, che costituisce una minaccia per l'umanità. Noi temiamo piuttosto il piano inclinato di uno scontro tra civiltà, destinato ad alimentare il fondamentalismo islamico e a rendere sempre più ingovernabile il mondo. Noi avvertiamo i rischi immanenti per la sicurezza del nostro e di ogni altro paese, in particolare quelli dell'area del Mediterraneo.

Ora molte contrarietà e dubbi, tra gli stati membri delle Nazioni unite e dello stesso consiglio di sicurezza, sembrano contrastare le certezze di un conflitto inevitabile. Siamo convinti che le Nazioni unite debbano agire in piena autonomia e non subire l'imposizione di una risoluzione che accolga il principio della «guerra preventiva», contrastante con la loro Carta fondativa.

- perché un tale deliberato di autorizzazione alla guerra non potrebbe trasformare una scelta sbagliata in una scelta giusta;

- perché, lungi dal rafforzare il ruolo delle Nazioni unite potrebbe essere causa della loro delegittimazione agli occhi della gran maggioranza dell'opinione pubblica mondiale.

Per questo i nostri sforzi vogliono essere orientati:

- ad esigere dall'Iraq di accettare le ispezioni sugli armamenti e in tutti i siti;

- ad evitare la guerra, rappresentando in questo modo gli orientamenti maggioritari dell'opinione pubblica europea e di una parte importante di quella degli Stati uniti;

- a proporre che l'Onu avvii un processo negoziale sul disarmo, relativo agli armamenti nucleari e chimico-batteriologici, in tutta l'area medio orientale, anche nel quadro della soluzione del conflitto israeliano-palestinese.

Sono queste le posizioni che sosterremo nel parlamento e nel paese, riaffermando il valore e l'efficacia, nell'era della globalizzazione, dell'articolo 11 della costituzione italiana. Noi non voteremo per la guerra all'Iraq.

C. Acciarini, M. Agostini, E. Baio Dossi, F. Bandoli, F. Baratella, G. Battaglia, T. Bedin, K. Bellillo, G. Bellini, F. Bertinotti, G. Bianchi, V. Bielli, F. Bimbi, R. Bindi, S. Boco, M. Bonavita, D. Bonfietti, P. Brutti, G. Buffo, M. Bulgarelli, G. Burtone, V. Calzolaio, F. Carboni, F. Carella, P. Castellani, M. Cavallaro, A. Cennamo, P. Cento, M. Cialente, L. Cima, F. Cortiana, A. Cossutta, M. Cossutta, F. Crucianelli, G. D'Andrea, N. Dalla Chiesa, S. Dameri, S. De Franciscis, E. Deiana, F. De Martino, L. De Petris, T. De Simone, T. De Zulueta, O. Diliberto, O. Di Serio D'Antona, P. Di Siena, A. Donati, E. Duca, L. Duilio, A. Falomi, E. Fassone, G. Fioroni, A. Flammia, A. Fluvi, P. Folena, G. Frigato, M. Fumagalli, A. Gaglione, P. Gasperoni, L. Giacco, A. Gianni, P. Giaretta, F. Giordano, G. Giulietti, A. Grandi, G. Grignaffini, F. Grillini, R. Innocenti, A. Iovene, G. Kessler, C. Leoni, M. Lion, G. Lolli, A. Longhi, M. Magistrelli, L. Malabarba, G. Malentacchi, R. Mantovani, L. Marcora, L. Marino, F. Martone, G. Mascia, G. Melandri, L. Meduri, A. Monticone, G. Morgando, D. Mosella, F. Mussi, A. Muzio, N. Nesi, A. Occhetto, G. Pagliarulo, G. Panattoni, A. Pecoraro Scanio, L. Pennacchi, G. Petrella, R. Pinotti, S. Pisa, G. Pisapia, G. Pistone, A. Pizzinato, E. Realacci, G. Reduzzi, N. Ripamonti, M. Rizzo, A. Rotondo, R. Ruggeri, A. Rusconi, G. Russo Spena, S. Sabattini, C. Salvi, G. Santagata, R. Sciacca, C. Sgobio, A. Soda, T. Sodano, A. Soliani, A. Sasso, P. Toia, L. Trupia, S. Turroni, T. Valpiana, S. Vertone, N. Vendola, F. Vigni, M. Villone, W. Vitali, D. Volpini, G. Zancan, L. Zanella, K. Zanotti

Ha suscitato qualche preoccupazione sui giornali di ieri la dichiarazione del ministro Pisanu a proposito dell'annunciata manifestazione del 14 settembre, che è stata sentita come un allarme, discutibile, per una manifestazione di piazza che si vuole pacifica. Vorrei spezzare una lancia in favore di Pisanu, il quale ha detto sicuramente qualcosa di leggero (nel senso di commettere una leggerezza) ma anche qualcosa di pesante (nel senso che ha peso, e deve essere preso nella dovuta considerazione). Il ministro ha dichiarato di voler difendere, contro ogni movimento della piazza, il libero accesso alle sedi del Parlamento e il diritto degli eletti dal popolo di accedere alle loro sedi deputate. Giusto, e direi che è il suo mestiere. Qualcuno ha osservato che il 14 settembre non sono previsti lavori parlamentari, e che quindi il ministro poteva esimersi dall'esprimere questa preoccupazione. Però, nel dirlo, e nel sostenere "il diritto di essere rappresentati in Parlamento" (diritto certamente sacrosanto), ha citato di converso il "diritto di piazza" ovvero "il diritto di manifestare liberamente e pacificamente le proprie opinioni".

Il riferimento al diritto di piazza sembra così ovvio che non sarebbe il caso di congratularsi col ministro per averlo evocato, ma viviamo in tempi oscuri, e non dobbiamo dimenticare che meno di due settimane fa questo diritto era stato messo in dubbio dal presidente del Senato. Infatti, al Meeting di Rimini, Marcello Pera aveva ammonito che la politica non si fa "in piazza", bensì nelle sedi deputate, vale a dire nelle due Camere. Così ammonendo aveva ridato voce a opinioni già espresse negli ultimi tempi nell'ambito della maggioranza, dove più volte si era manifestata irritazione nei confronti delle manifestazioni di piazza. Ora siccome le opinioni di persone così illustri possono essere ascoltate alla radio o alla televisione anche da giovanissimi, forse ancora all'oscuro di una nozione di democrazia, bisogna riflettere un momento sulla funzione politica della "piazza".

Le manifestazioni di piazza possono essere di vario tipo. Alcune, ancorché spiegabili storicamente, sono passate in giudicato come manifestazioni di disordine che avevano forse valore sintomatico ma che non hanno prodotto risultati apprezzabili. Si pensi allo storico tumulto dei Ciompi, o ai torbidi di cui tanto bene ci racconta Manzoni, e in cui si era trovato coinvolto il povero Renzo. Talora manifestazioni di insofferenza popolare hanno dato origine a repressioni spaventose, come ai tempi di Bava Beccaris, talora ancora la piazza si è dimostrata feroce e incontrollabile, talora è stata manovrata dal potere per i propri fini, e metto dentro lo stesso paniere, dal punto di vista della loro dinamica, sia il rogo dei libri promosso da facinorosi nazisti che tante manifestazioni della rivoluzione culturale cinese, manovrate accortamente dallo stesso Mao.

Non solo, la storia ha pronunciato diversi giudizi su insurrezioni popolari, si vedano le cinque giornate di Milano, che noi devotamente rievochiamo con pubbliche cerimonie e che i nostri ragazzi studiano a scuola come splendido esempio di eroismo, e che tuttavia sotto diversa luce apparivano al buon maresciallo Radetsky e al suo regio e imperial governo. Ma la piazza non si manifesta solo nella violenza, e le democrazie occidentali l'hanno riconosciuta e istituzionalizzata come luogo della libera espressione, non dico romanticamente della volontà popolare, ma almeno di settori non trascurabili della pubblica opinione.

Nelle democrazie esistono, è vero, tre poteri, il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario, tutti e tre sovrani nel proprio ambito (e mi permetto di ricordarlo anche al presidente del Consiglio, nell'ambito di un progetto di educazione permanente degli adulti), e la sede per condurre dibattiti politici che poi sfocino in leggi è il Parlamento. Ma le democrazie riconoscono anche al "popolo", che poi è la pubblica opinione nelle sue varie sfaccettature, il diritto di controllare i vari poteri dello Stato, giudicarne l'azione e stimolarla, manifestare eventuali insoddisfazioni circa la conduzione della cosa pubblica. In tal senso la voce dell'elettorato, che non può manifestarsi solo il giorno del voto, è utile anche al Parlamento e al governo stesso, al secondo perché gli trasmette un segnale, una sollecitazione, al primo perché dall'insoddisfazione popolare si possono trarre utili indicazioni sulle elezioni successive (che è poi quello che si tenta di appurare anche mediante sondaggi, un ricorso alla piazza "virtuale" che nessuno considera una forma di pressione illecita).

Come si manifestano le opinioni degli elettori? Attraverso l'azione di vari leader di opinione, giornali, associazioni, partiti, e persino gruppi di interesse particolare, tanto che negli Usa è praticamente istituzionalizzata la funzione delle lobbies, che aprono uffici a Washington per cercare di favorire gli interessi di ogni singolo gruppo, sia quello dei fabbricanti di armi che quelli che difendono qualche minoranza etnica o religiosa. Ma queste opinioni si manifestano anche a opera della piazza.

Le democrazie conoscono infinite dimostrazioni di piazza, che non sono tali in virtù delle persone che vi partecipano, perché può essere manifestazione di piazza anche quella di una ristretta minoranza, persino di due o tre persone, che riunendosi vogliono comunicare in pubblico quello che pensano o vogliono. In tal senso basta andare davanti al Parlamento inglese, o in ogni città americana, per vedere schiere di cittadini che inalberano cartelli e scandiscono slogan, cercando di coinvolgere i passanti. Basta andare sul celebre Hyde Park Corner, per vedere signori che su un podio improvvisato arringano gli astanti - ma non è necessario andare a Londra, anche nelle città italiane si trovano luoghi in cui la gente si riunisce spontaneamente a discutere dei fatti politici del giorno. Talora queste manifestazioni di piazza possono essere imponenti, come il Moratorium di Washington del 1969, contro la guerra in Vietnam, che ha scosso il paese.

Possono essere di destra o di sinistra, e si ricorderà la marcia dei quarantamila a Torino, che esprimeva nel pieno della lotta sindacale la posizione dei quadri aziendali, i cosiddetti colletti bianchi, o le manifestazioni di piazza delle "maggioranze silenziose", le sfilate dei sostenitori del Polo e le celebrazioni celtiche della Lega. Con tutto il rispetto, sono manifestazioni di piazza anche quelle che vedono addensarsi folle multicolori in piazza San Pietro, eventi così legittimi che la televisione li pubblicizza ed esalta.

La piazza si manifesta in vari modi e la legge delle democrazie è che possa farlo, se la manifestazione non degenera in violenza e qualcuno non arriva a sfasciare le vetrine o a incendiare le automobili. Ero presente al Moratorium del 1969, e l'ho visto svolgersi in modo pacifico dalla mattina alle 4 del pomeriggio, sino a che un gruppo di attivisti, che all'epoca si chiamavano Weathermen, non ha creato disordini, e allora la polizia è intervenuta con i gas lacrimogeni. Ma, regolati i conti coi Weathermen, nessuno in America ha giudicato il Moratorium violento e illegittimo, visto che vi parlava persino il dottor Spock, celebre autore di un manuale su cui le mamme americane hanno educato almeno due generazioni di bambini, il quale si è rivolto all'immensa folla giovanile iniziando con "Voi, tutti figli miei!" scatenando un irrefrenabile applauso di complicità e riconoscenza.

Ho citato le manifestazioni delle maggioranze silenziose e quelle della Lega. Non capisco perché le si debba considerare (e giustamente) legittime, quando poi si grida all'untore se la manifestazione è organizzata dai sindacati, e solo per il fatto giuridicamente trascurabile che raccoglie non migliaia bensì milioni di persone, o se si esprime attraverso un girotondo. È legittimo inneggiare alla Razza Piave e non alla Bella Lavanderina?

Certo, nelle manifestazioni di piazza fa aggio la quantità. Ma "quantità" non è una brutta parola, poiché è sulla quantità (in mancanza di criteri più sicuri) che si regge la democrazia, dove alle elezioni vincono coloro che sono in maggior numero. La piazza, quando si comporta in modo non violento, è espressione di civile libertà, e consideriamo dittatoriali quei paesi dove le manifestazioni di piazza non sono consentite, oppure se ne costruiscono dei simulacri organizzati dall'alto, come le adunate oceaniche a Piazza Venezia. Ma queste erano discutibili non perché fossero oceaniche, bensì perché non presupponevano contro-adunate di segno opposto. Chiediamoci ora che cosa fosse il Meeting di Rimini dove Pera ha condannato la piazza. Non era una seduta parlamentare, e nemmeno un seminario umbratile per addetti ai lavori. Come le feste dell'Unità, e ancor più, perché si svolgeva anche nel centro stesso della città, era una manifestazione della "piazza", e di sicuro impatto politico, dove gli organizzatori erano fieri di sottintendere "vedete quanti siamo?", con la stessa soddisfazione che in pari occasioni manifestano sia il Papa che Cofferati.

E dove ha pronunciato il presidente del Senato la sua arringa contro la piazza? In piazza, in una manifestazione che si svolgeva al di fuori delle aule parlamentari e intendeva esprimere le opinioni di una parte dei cittadini. Per cui la condanna della piazza avvenuta in piazza sembrava quasi l'azione di un severo moralista che, volendo condannare le pratiche di esibizionismo, si presenti sul sagrato del duomo, apra di colpo l'impermeabile esibendo quello che non si deve mostrare e gridi "Non fate mai così, intesi?"

Il ministro Pisanu è stato più accorto e ha ammesso che si ha il diritto di mostrarsi in piazza, purché non si mostri quello che non si deve mostrare. Pena, avrebbe dovuto dire, l'intervento della Buoncostume. Ma, nel clima in cui viviamo, si è avvertito, a torto o a ragione, ancora una volta un clima di diffidenza verso la piazza. Però verso la piazza degli altri, non verso la propria. Ma in democrazia non deve esserci differenza tra piazza del Popolo, piazza Risorgimento e piazza San Pietro. Le piazze sono tutte uguali, sono di tutti, aperte a tutti e quando rimangono vuote, presidiate dai carri armati, allora si parla di Repubblica delle banane.

(29 agosto 2002)

CHE cosa poteva fare un galantuomo, se non buttarla in ridere, quando certi nostri intellettuali in gita a Parigi si camuffarono da partigiani in lotta contro la dittatura? E che altro poteva fare, se non scherzarci sopra, quando un presentatore della Tv intonò «Bella ciao» chiamando il suo pubblico alla resistenza contro il dittatore? No, non poteva far altro. Evidenziare la comicità di quelle scenate sembrò naturale. Persino doveroso. Quando dalla lontana Sofia il capo del governo - non un portaborse, non un ministro da strapazzo - accusò due noti giornalisti di comportamenti «criminosi», il galantuomo pensò si trattasse di un' altra «gaffe». Dell' ennesima cafonata. Le reazioni alla «fatwa» di Sofia, quello strillare di censure, liste di proscrizione, minacce alla libertà di parola, gli parvero perciò esagerate. Anche perché venivano da fonti ormai inascoltabili. Da chi ha fatto un facile mestiere dello sparare ogni santo giorno a mitraglia contro ogni mossa, parola o pensiero del capo del governo.

Al contrario, il galantuomo pensò che la grossolana sortita di Sofia avesse messo i due giornalisti al riparo da qualsiasi eventuale misura nei loro confronti. Li avesse resi invulnerabili. Infatti, se mai quei due fossero stati davvero estromessi dai loro programmi nella televisione pubblica, questo avrebbe confermato in modo clamoroso - se non proprio un progetto autoritario in atto - quanto meno la tracotanza e volgarità di chi oggi detiene il potere in Italia. E a tanto il capo del governo non poteva arrivare. Semmai, il suo personale interesse e quello del governo stavano adesso nel far dimenticare la «gaffe». Stendervi un velo sopra, non riparlarne mai più. I due giornalisti potevano stare dunque tranquilli.

Intanto però, il coro di «Bella ciao» si levava sempre più compatto e stonato, e una quantità di personaggi già ridicoli di per sé stessi stavano superando ogni limite del grottesco atteggiandosi a combattenti della libertà. Siamo giusti: come avrebbe potuto trattenersi un galantuomo dall' ironizzare sulla Nuova Resistenza, su quella nuova carnevalata che gli stavano montando sotto il naso?

Bene: il galantuomo s' è sbagliato, non aveva capito niente. Non s' era reso conto che in questo paese, di questi tempi, c' è poco da scherzare. I due giornalisti hanno infatti perso i loro programmi. Gli «hommes de main» del capo del governo, i nuovi presidenti, direttori generali e direttori di rete della Rai, li hanno fatto fuori. Né più né meno. La sortita di Sofia non era quindi, come sembrava, una «gaffe»: era un ordine impartito agli uomini di mano perché agissero brutalmente e al più presto. Per il galantuomo, l' intera vicenda non potrebbe essere più malinconica. E non perché gli mancheranno i programmi televisivi cancellati d' autorità, che anzi non gli piacevano. Ma perché adesso si trova costretto ad allinearsi col coro di «Bella ciao», con quelli camuffati da partigiani, con quelli del «resistere, resistere, resistere». Di colpo mescolato, insomma, ai più rumorosi e faziosi. Ma la scelta è obbligata. Con quelli che mettono alla porta due giornalisti invisi al padrone, non si può infatti stare. Da quella parte c' è troppo cattivo odore.

HA SCRITTO ieri Ilvo Diamanti a chiusura del suo articolo sui fatti francesi: "L'anomalia italiana non c'è più". Rimane naturalmente il triste primato - ancora e credo per sempre esclusivamente nostro - di un capo di governo che è al tempo stesso il monopolista dell'intero sistema di comunicazione televisivo; su questo punto non ci batte e non ci batterà nessuno. Ma per il resto, populismo, demagogia, tentazioni nazionalistiche o comunque euroscettiche, attacco ai corpi intermedi per annullarne o indebolirne l'autonomia, liberismo e dirigismo pasticciati insieme, non siamo più soli in Europa, anzi siamo in numerosa anche se molto scadente compagnia.

Restano ancora in piedi Schroeder e Blair, ma il primo è quanto mai pericolante, il secondo, lui sì, è anomalo e lo è sempre stato sia quando il pendolo oscillava verso sinistra sia ora che si è vigorosamente collocato a destra. Anomalo Blair perché anomala è ed è sempre stata l'isola inglese di fronte al continente europeo per un vasto ventaglio di cause a tutti note e che qui comunque sono fuori dal nostro tema. Il tema, tanto per delimitarlo con esattezza, riguarda l'effetto dei fatti francesi sull'Europa (e sull'Italia) e sulla sinistra europea (e italiana). Ce n'è d'avanzo.

In Francia è andato a fondo il Partito socialista dopo cinque anni di coabitazione forzata con un Capo dello Stato leader della destra ex gollista ma rigorosamente contro la destra xenofoba di Le Pen. Avevano governato bene i socialisti francesi ma questa circostanza, apparentemente fondamentale, non li ha salvati dal naufragio. Le cause, come concordemente rilevato da tutti gli osservatori francesi e stranieri, sono state due. La prima non riguarda soltanto i socialisti ma anche la destra chiracchiana, cioè l'intero establishment politico; riguarda la politica in quanto tale e si definisce con una sola parola: disaffezione.

La gente, avendo perso ormai da tempo il senso dell'appartenenza, ha preso in odio la politica e i politici. Essi a loro volta sono diventati da tempo autoreferenti e castali. Questi due mondi non si incontrano più.

Il risultato quantitativo emerge da due percentuali che dicono tutto: le forze di Chirac e di Jospin sommate insieme rappresentano il 36 per cento dei voti espressi e il 25 per cento degli aventi diritto al voto. Questa è la disaffezione. Si vota per chi si propone come non politico anzi antipolitico, vecchio o giovane che sia. Essendo caduto il sentimento di appartenenza, ciascuno pensa al proprio interesse, la percezione del bene comune è scomparsa dalle categorie mentali.

Quindi si preferisce l'antipolitico che interpreta la pancia della gente e i suoi supposti interessi primordiali. In questa situazione non c'è più posto per il socialismo. Quanto al neogollismo di Chirac, vincerà perché Le Pen è impresentabile e la "gauche" sarà costretta a votare per il suo avversario storico. Ma intanto il leader xenofobo ha fatto man bassa di voti popolari, operai, e "lumpen" e si prepara a lanciare l'arma del referendum anti-Europa. Sarà lunga questa storia, domenica scorsa ne è stata scritta solo la prima pagina.

Ma la seconda causa del naufragio socialista riguarda invece soltanto Jospin e il gruppo dirigente radunato intorno a lui: non sono stati riconoscibili e riconosciuti dalla loro gente che ha ritenuto, a torto o a ragione, che scegliere tra il capo del governo socialista e il presidente della Repubblica gollista fosse un inutile esercizio e un'inutile fatica. Conseguenza: sono rimasti al mare oppure hanno dato il loro consenso ai massimalisti di destra e di sinistra: nazionalisti, xenofobi, trotzkijsti; sedici candidati, sedici etichette, un supermarket di piccole ambizioni, di micro-ditte elettorali, specie a sinistra. Qui da noi ne sappiamo qualche cosa.

Ora l'Europa è direttamente minacciata nel suo spirito fondativo. Non dai proclami di Le Pen, almeno per ora, ma dalle pulsioni nazionali che la destra europea, anche la più moderata, ha portato sul proscenio. Ha ragione Prodi di allarmarsi ma i fatti sono purtroppo fatti. I Sedici dell'Unione, i Ventuno della Comunità, saranno d'ora in avanti altrettanti galli intorno ai tavoli del negoziato. La moderata destra spagnola per prima, l'Italia di Berlusconi-Tremonti-Bossi a pari merito, la Francia di Chirac in testa se non altro per disinnescare la miccia lepenista, Blair e la sua anomalia insulare. Vedremo tra poco Olanda e Germania ma ormai il giocattolo è rotto, ripararlo sarà estremamente difficile.

La sinistra europea, con il sogno socialdemocratico infranto, ha dinanzi a sé un compito immane: ricostruire un'appartenenza ideale che tenga insieme tutte le sue anime, ma anche darsi carico della modernizzazione nelle sue molteplici forme globali. Immaginare una politica riformista senza inseguire l'avversario. Negoziare con gli interessi senza divenirne schiava. Riportare la sua gente in battaglia senza abbandonarsi al massimalismo chiacchierone. Unificarsi senza chiudersi nel ghetto del settarismo. Rilanciare un disegno europeo che accresca la sovranazionalità ma non il dirigismo degli eurocrati. L'idea d'Europa sarà al centro della battaglia mentre non lo è stata finora in nessuno dei paesi che la compongono. Ma bisogna farne un'idea-forza, non una disputa astratta e lontana. Terribilmente difficile, ma vitale per la sinistra europea perché su questo terreno si gioca la sua rinascita o la sua definitiva estinzione.

La sinistra italiana, in mezzo a tanti errori, tante sconfitte, tante deplorevoli vanità di capi e capetti, ha però un vantaggio: da qualche mese le sue varie anime sono tornate in linea, hanno riscoperto il gusto della partecipazione, cominciano a capire che è finito il tempo di recriminare e di stracciarsi le vesti ed è venuto quello di ricompattarsi e marciare uniti. Ci sono ancora qua e là alcuni profetanti che reclamano vendette e invocano autodafé ma sono frutti fuori stagione perché oggi la strada da percorrere non consente alternative: modernizzare i diritti ed estenderli a tutti gli esclusi, così come hanno sentito ed espresso i padri e i figli affiancati gli uni agli altri al Circo Massimo il 23 marzo, nello sciopero generale del 16 aprile e come sarà ancora il 1[b0] maggio.

Estenderli nel lavoro, nella scuola, nell'economia, nell'informazione, nell'efficienza e autonomia della magistratura, nella crescita delle imprese. E investire sull'Europa, sulla sua identità passata e futura, sulla sua capacità di esprimersi unitariamente riconoscendosi negli ideali della libertà e della giustizia. La sinistra è questo o non è. I fatti francesi ne hanno dato drammatica conferma. Qui da noi si era capito già prima, Silvio Berlusconi aiutando. Si può pensare che proprio da qui il pendolo ricominci a muovere in direzione opposta? Talvolta i sogni si avverano se a sostenerli c'è l'umiltà di partecipare e l'orgoglio di costruire il futuro.

(24 aprile 2002)

LA STOLTA brutalità della sortita di Berlusconi sulla Rai ha un unico merito (involontario): costringere anche gli ultimi distratti a sbattere la fronte sul conflitto di interessi. Il premier del paese, nonché proprietario di Mediaset, ha parlato da padrone della televisione pubblica, chiudendo il cerchio del più surreale accumulo di potere politico e mediatico mai visto in democrazia.

Che lo abbia fatto nella convinzione assoluta di essere nel giusto, e anzi di riparare a un torto «criminoso» (avere la Rai dato voce, fin qui, anche ai suoi oppositori), è l´ennesima dimostrazione di una visione del mondo faziosa e quasi paranoie.

Sia o non sia un regime quello che l´uomo di Arcore presiede, è comunque un potere ingordo e al tempo stesso insicuro: perché solo l´insicurezza e la paura possono spingere un capo di governo, per giunta forte di un solido consenso elettorale e parlamentare, a sbocchi di prepotenza così maldestri e trafelati.

Profittare di un microfono bulgaro per purgare i palinsesti non è una delle tante gaffes o volgarità alle quali questo viaggiatore ciarliero ci ha abituati (quando va all´estero perde le inibizioni, come gli impiegati in viaggio-premio). È uno sfregio che lo stesso Berlusconi infligge a se stesso e al proprio ruolo istituzionale, un´autoumiliazione così stupida e grave da far trasalire anche i suoi osteggiatori più acerrimi, che non hanno nemmeno la tentazione di divertirsi per l´inciampo, tanto pesante e allarmante, questa volta, è l´impressione di debolezza e arroganza (l´una conseguenza dell´altra).

Berlusconi vuole essere amato da tutti, senza eccezione alcuna. Questo demone mina alle radici il suo aplomb psicologico e semplicemente cancella la grande finzione che è l´anima della sua avventura politica, e cioè quella di essere un «moderato». Di moderato il nostro premier non ha nulla, a partire dalla smodatezza delle sue proprietà e del suo potere e dalla incapacità congenita di tollerare le critiche altrui e, con esse, i limiti del proprio ruolo. Il senso del limite è l´essenza stessa del moderatismo. E un presidente del Consiglio che usa il proprio mandato per regolare i suoi conticini privati con due giornalisti e un comico, oltre a dimostrarsi un poveruomo, dimostra di non avere idea neppure vaga del concetto di limite.

Ha poi provveduto la reggenza Rai, il giorno dopo, a speziare ulteriormente la frittata sconsigliando vivamente allo staff di Fiorello di invitare Fabio Fazio, ospite indesiderato. Neppure la scaletta dei varietà può sfuggire al regolamento di conti in corso. Il particolare sarebbe solo grottesco se non mettesse a nudo l´accanimento mediatico sul quale il berlusconismo ha fondato il suo verbo. Se non si è mai visto al mondo un premier che comunica urbi et orbi chi può esibirsi in prima serata e chi no, è perché non si è mai visto al mondo un premier partorito direttamente dal televisore. Viene il sospetto che la politica e il potere, per Berlusconi, siano solo un incidente per coronare il suo sogno televisivo: fare l´autore di sei palinsesti completi, cantare finalmente a reti unificate le canzoni di Trenet (povero Trenet), essere circondato e consolato da quegli applausi a comando che solo certi varietà garantiscono. Potersi esibire a rischio zero, al riparo dai fischi, per un pubblico di soli amici e sodali, è cosa che, tra l´altro, non accende la fantasia degli artisti, ma dei guitti in cerca di rassicurazione.

Al di là di ogni considerazione politica, nel fondo di questa patologia della personalità non si riesce a vedere nulla ma proprio nulla di buono e di rassicurante. Un capo che perde le staffe al primo sberleffo di palcoscenico, al primo editoriale ostile, è comunque un pessimo capo, qualunque sia il suo programma politico. È un capo debole, vulnerabile, facile preda dei suoi malumori e della sua ansia di vendetta.

Resterebbe da sperare che il suo staff sia sufficientemente munito da metterlo in guardia, supplicandolo di non occuparsi più, almeno in pubblico, delle scalette televisive. Ma c´è da temere che il suo staff sia stato allestito con gli stessi criteri che ispirano il Berlusconi padrone della Rai: fuori dalle scatole chiunque non mi onori e non mi ami.

È stato davvero uno spettacolo entusiasmante, dall’inizio alla fine: dalle sciabolate satiriche della prima parte, alla lezione di poesia e di letteratura della seconda. Ah, se la sinistra sapesse farsi rappresentare dal cuore di Benigni e dal cervello di Cofferati!

ROMA - Roberto Benigni ha sbancato l'Auditel. Anzi, lo ha preso a schiaffi, perché dopo gli oltre 12 milioni di telespettatori che ieri sera hanno visto L'ultimo del Paradiso, una buona metà delle regole che si davano per acquisite sui gusti del pubblico vanno - direbbe il comico toscano - a farsi benedire.

Niente ballerine e niente ospiti. Questo si sapeva. Ma che Benigni riuscisse a inchiodare davanti al piccolo schermo milioni di persone solo leggendo e interpretando l'ultimo canto del Paradiso di Dante, questo non era affatto scontato. Bisogna tornare ai numeri per capire quanto "scandaloso" (come dice il dantista Sermonti) sia stato l' one man show di ieri sera. La media degli ascolti è stata di 12 milioni e 687 mila spettatori(con il 45,48% di share). Vale a dire che nella prima serata di ieri quasi uno spettatore su due era sintonizzato su RaiUno. Il bello è che quando l'attore ha iniziato la sua "tirata" su Dante, emozionante e appassionata, ma anche sofisticata e poco "spettacolare", l'ascolto è rimasto altissimo.

I dati Auditel parlano chiaro. I picchi di ascolto, è ovvio, si sono registrati in corrispondenza con la fine della prima parte dello show, quella "politica"'. Ma quando è iniziata la seconda parte dello spettacolo, e quasi fino alla fine, in pochi se ne sono andati, cambiando canale: alle 22 e 43 gli ascoltatori erano ancora sopra gli undici milioni.

Chi ha visto la performance di Benigni sa che il dato è clamoroso. Per chi non l'ha vista diciamo che in undici milioni hanno ascoltato per oltre un'ora una lettura testuale dei versi di Dante, e visto un Benigni inedito, almeno in tv, che si ferma ad ogni terzina e spiega, quasi arringa il pubblico per convincerlo di quanto quelle parole scritte 700 anni fa, in realtà ci riguardino tutti.

Parla di Dio, della Madonna, dell'amore. Cita Borges. Elenca similitudini, scioglie metafore. Filosofeggia sull'impossibilità di raccontare l'assoluto. Si lancia in una lunga esegesi del ruolo di San Bernardo nella Divina Commedia. Non si azzardano a farlo nemmeno su Rai Educational dopo l'una di notte. E invece lui fa piangere di commozione il babbo Luigi, riunito a Vergaio con tutta la famiglia, e nel frattempo si porta a casa il 45% di share e dodici milioni di telespettatori.

E' l' One man show più visto degli ultimi anni. Ha battuto, in valori assoluti, i programmi di prima serata condotti da mattatori come Morandi (Uno di noi), Fiorello (Stasera pago io), Panariello (Torno sabato-La lotteria) e Celentano (125 milioni di ca7...te). Ma non è il solito trionfo del Benigni televisivo. La prima tv di "La vita è bella", trasmessa il 22 ottobre dello scorso anno, fu vista da 16 milioni di persone. L'esibizione a Sanremo del 9 marzo scorso fu seguita da 19 milioni 218 mila spettatori. Ma farne dodici milioni come li ha fatti ieri sera è tutta un'altra cosa. Così, mentre a RaiUno arrivano da stamattina numerosi fax di ringraziamento per lo show andato in onda ieri sera, chi scrive i palinsesti televisivi avrà sicuramente di che riflettere. Magari per chiedersi se il pubblico della tv non sia molto meglio di quanto in genere si creda.

Intanto il direttore di RaiUno Fabrizio Del Noce sta già pensando al bis. Gli piacerebbe un appuntamento fisso natalizio. Oppure la lettura di altri canti della Divina Commedia. "Finchè rimarrò io a RaiUno - dice comunque il direttore della rete - Benigni avrà sempre le porte aperte". Anche perché - è sempre Del Noce che parla - ieri sera "è stato scritto un pezzo di storia della televisione, il più importante della tv del 2002".

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