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Un'esortazione a piantare alberi, non tanto e solo ai singoli cittadini, ogni organizzazione di qualunque natura e orientamento, ad ogni azienda pubblica o privata, alla straordinaria rete di comuni e regioni d’Italia, al governo nazionale. Obiettivo: piantare 60 milioni di alberi il prima possibile. Qui l'appello.





IL DIRITTO DI CAMBIARE:
UN HABITAT SANO E VIVIBILE

Siamo un gruppo di urbanisti, architetti, agronomi, ecologi, ambientalisti, attivisti dei movimenti per difesa del territorio e dei beni comuni, per la giustizia ambientale e il diritto alla città.

Chiediamo a tutte e a tutti di usare anche queste elezioni per segnare una inequivocabile svolta nelle politiche territoriali. Non è più il tempo di tergiversare. Cambiamenti climatici, inquinamenti, perdita della biodiversità e della fertilità dei suoli, rarefazione delle risorse naturali, devastazione del paesaggio, emarginazione dei soggetti più fragili, la lotta di tutti contro tutti ci dicono che il nostro habitat è prossimo al collasso.

L’ambiente in cui viviamo è il risultato di un rapporto tra le attività umane e la natura. E’ il risultato delle scelte funzionali, proprietarie e fruitive implicite nelle politiche di un paese.

In Italia, la dimensione fisica, territoriale e ambientale delle scelte politiche è stata ignorata. A guidare le trasformazioni urbane sono state solo le forze economiche di mercato, le rendite immobiliari e finanziarie. Nel nostro paese non vi è mai stata una visione strategica per un uso ecosostenibile e condiviso del territorio.

La pianificazione pubblica, che dovrebbe progettare la collocazione sul territorio delle diverse sedi per le attività umane è stata delegittimata per lasciare campo libero alle singole iniziative immobiliari, alle “grandi opere”, all’urbanizzazione selvaggia.

La produzione legislativa e amministrativa ha accentuato la de-regolazione e lo smantellamento del ruolo della pianificazione urbanistica.

Non è solo una crisi “nel” sistema, né una crisi solo italiana. E’ una crisi "del" sistema capitalistico che brucia risorse naturali vicine all’esaurimento e restituisce scarti tossici non metabolizzabili, che espelle gli abitanti meno abbienti dal loro habitat e produce diseguaglianze sempre più accentuate. I primi a pagarne le conseguenze del progressivo deterioramento fisico del pianeta sono le popolazioni più fragile e impoverite.
E’ giunto a conclusione il mito ingannevole dello sviluppo infinito e dell’infinita produzione di merci. Non ci potrà essere mai sostenibilità in un sistema economico dominato dalle leggi del massimo profitto. L’economia dominante va profondamente cambiata.

Il percorso di cambiamento ha bisogno di attingere agli elementi di speranza che oggi sono riscontrabili nei comitati, nei movimenti, nelle associazioni e nelle pratiche dal basso che agiscono in difesa dei territori, dell'agricoltura contadina, contro il consumo di suolo, le privatizzazioni dei beni pubblici e la dilapidazione delle risorse naturali.

Da queste esperienze arrivano importanti idee da raccogliere: dal concetto di bene comune a quello di diritto alla città e di giustizia ambientale, dai quali emerge l’imperante necessità di:

- interrompere la dipendenza della società dalla logica del mercato capitalistico ed affermare delle scelte nelle quali siano posti al centro i bisogni umani, il valore d’uso dei beni, la costruzione di un habitat che rispetti e curi il patrimonio naturale e storico
- (ri) conquistare la politica partendo dal basso, dagli abitanti e dai problemi concreti che li accomunano, restituendo quindi la sovranità al popolo.

Un’idea di ciò che occorre fare è espresso nel programma elettorale di POTERE AL POPOLO!, diretta espressione delle tante battaglie, istanze, e vertenze provenienti da comitati e movimenti territoriali:
- un radicale cambiamento di indirizzo degli investimenti pubblici. Le risorse finanziarie destinate alle missioni militari, alle “grandi opere” (come il MOSE, la TAV in Val di Susa, la Pedemontana) e ad altri progetti ambientalmente dannosi (come la TAP, le trivellazioni petrolifere, l’eolico selvaggio), in quanto dispendiosi, devastanti, spesso del tutto inutili che impoverisco territori e indebitano i cittadini, dovrebbero essere destinati al benessere di tutti gli abitanti;
- un massiccio programma di manutenzione e cura del patrimonio naturale, infrastrutturale ed edilizio, a partire della messa in sicurezza idrogeologica e sismica;
- centralità della salute ambientale nelle scelte di sviluppo economico, culturale e sociale: dalla tutela della qualità dell’aria e dell’acqua alla sovranità e qualità alimentare; dall’eliminazione dell’energia da combustibili fossili e altre fonti ambientalmente dannose, alla bonifica dei siti inquinati, dal potenziamento di una mobilità sostenibile e il trasporto pubblico allo stop del consumo di suolo; dalla ripubliccizazione della acqua, a una gestione dei rifiuti basata sulla loro riduzione, riuso e riciclo;
- priorità della vivibilità delle città sugli interessi della rendita: da un piano di riqualificazione delle periferie a un potenziamento dei servizi pubblici, da un piano straordinario di alloggi sociali a una nuova legge per il controllo degli affitti; da una pianificazione democratica dei territori e un reale decentramento delle decisioni al prevalere delle virtù sociali della cooperazione, solidarietà, mutualismo e valorizzazione delle differenze.

L’irresponsabile miopia delle classi dirigenti ancora oggi governanti non ammette mezze misure: l’unico cambiamento radicale è il voto alla nuova lista di Potere al Popolo!

Per aderire all'appello

Inviare nome e cognome a Ilaria Boniburini

Promotori
Ilaria Boniburini
Paolo Cacciari
Eddy Salzano
Sergio Brenna
Guido Viale
Enzo Scandurra

Firmatari
Maurizio Acerbo
Ilaria Agostini
Gualtiero Alunni
Daniella Ambrosino
Amalia Apa
Giuseppe Aragno
Simonetta Astigiano
Paolo Baldeschi
Massimo Barbaglio
Paolo Barone
Maria Carla Baroni
MariaSole Benigni
Fabrizio Bertini
Piero Bevilacqua
Gabriella Bianco
Davide Biolghini
Giuseppe Biondi
Giorgio Boratto
Alessio Brancaccio
Sergio Brenna
Roberto Budini Gattai
Maria Grazia Campari
Antonio Luigi Cannoletta
Marisa Caputi
Tiziano Cardosi
Antonio Castronovi
Carlo Cellamare
Lucia Ciarmoli
Laura Cima
Angelo M. Cirasino
Stefania Cirio
Riccardo Clerici
Flavio Cogo
Giancarlo Consonni
Licia D'Anella
Lidia Decandia
Chiara De Dominicis
Vittoria De Dominicis
Marina De Felici
Vezio De Lucia
Maurizio De Zordo
Francesco Di Cataldo
Giuseppe Di Fazio
Laura di Lucia Coletti
Renato Di Nicola
Enzo Di Salvatore
Paola Errani
Maria Fabrizio
Luigi Fasce
Stefano Fatarella
Salvatore Ferrante
Eliana Ferrari
Antonio Fiorentino
Gallelli Cecina
Giorgio Gallo
Cristiano Gasparetto
Angelo Genovese
Gruppo urbanistica per Unaltracittà-Firenze
Athos Gualazzi
Maria Pia Guermandi
Massimiliano Guerrieri
Licia Infriccioli
Cosimo Invidia
Susanna Kuby
Gianfranco Laccone
Teresa Lapis
Salvatore Lihard
Laura Lobina
Giuseppe Lombardo
Raymond Lorenzo
Simone Lorenzoni
Antonio Luongo
Angela Mancuso
Elisa Marini
Antonella Marras
Alessandro Martelli
Luciano Mazzolin
Elena Mazzoni
Rossana Melito
Lodovico Meneghetti
Bruna Mestrini
Piero Muò
Giuseppe Musolino
Tiziana Nadalutti
Annalisa Nardi
Giorgio Nebbia
Paula Nolff
Mario Ori
Elisabetta Pandolfini
Aldo Pappalepore
Fausto Pascali
Vincenzo Pellegrino
Luigi Piccioni
Jusith Pinnock
Giorgio Pizziolo
Lucy Pole
Daniela Poli
Cristina Quintavalla
Roberta Radich
Nanni Ricci
Nicola Ricciardi Giannoni
Ezio Righi
Maria Pia Robbe
Piergiorgio Rocchi
Irene Rui
Giuseppe Ruiu
Daniela Sacelli
Ruba Saleh
Maurizio Sarti
Giovanni Serni
Piero Serniotti
Monica Sgherri
Marco Simoniato
Mario Sommella
Andrea Spallato
Ugo Sturlese
Graziella Tonon
Marino Trizio
Maria Concetta Tumeo
Vittorio Turco
Daniele Vannetiello
Simonetta Venturini
Giuseppe Claudio Vitale
Maria Rosa Vittadini
Stefano Zenoni
Guido Zentile
Alberto Ziparo

17 ottobre 2017. Una iniziativa che dovrebbe ripetersi in ogni piazza d'Italia, grande o piccola sia la città o il paese. Un appello che dovrebbe essere un canto per tutti i petti


Giustiziaed eguaglianza contro il razzismo:

il21 ottobre tutte/i a Roma

Inun momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo deciderefra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni equello che si chiude dentro ai privilegi di pochi. Sembriamo condannati avivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cuiprendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori,prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa. Unasocietà che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi hala “colpa” di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismoregressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali. Una società incui il prevalere di un patriarcato violento e criminale è l’emblema evidente diun modello tradizionale che sottopone le donne alla tutela maschile e ne negala libertà. Disagio e senso d’insicurezza diffuso sono strumentalizzati dalla politica,dai media e da chi ha responsabilità di governo. Si fomentano odi e divisioniper non affrontare le cause reali di tale dramma: la riduzione di diritti,precarietà delle condizioni di vita, mancanza di lavoro e servizi.
Eppuresperimentiamo quotidianamente, nei nostri luoghi di vita sociale, solidarietà econvivenza, intrecciando relazioni di eguaglianza, parità, reciprocacontaminazione, partendo dal fatto che i diritti riguardano tutte e tutti e nonsolo alcuni. Scegliamo l’incontro e il confronto nella diversità, riconoscendopari dignità a condizione che non siano compromessi i diritti e il rispetto diogni uomo o donna.
Vogliamoattraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili conuna marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustiziasociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo.
Migranti,richiedenti asilo e rifugiati che rivendicano il diritto a vivere con dignitàinsieme a uomini e donne stanchi di pagare le scelte sbagliate di governi cheerodono ogni giorno diritti e conquiste sociali, rendendoci poveri, insicuri eprecari.
Associazioni,movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal bassopercorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme amigranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano lanegazione del futuro per tutti.
Ongche praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale.
Personenate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riformasulla cittadinanza.
Giornalistiche tentano di fare con onestà il proprio mestiere, raccontando la complessitàdelle migrazioni e prestando attenzione anche alle tante esperienze positive diaccoglienza.
Costruttoridi pace mediante la nonviolenza, il dialogo, la difesa civile, l’affermazionedei diritti umani inderogabili in ogni angolo del pianeta e che credono nellalibertà di movimento.
Vogliamoridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati,politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte etutti i bisogni primari.
Ilsuperamento delle disuguaglianze parte dal riconoscimento dei dirittiuniversali, a partire dal lavoro, a cui va restituito valore e dignità, perchésia condizione primaria di emancipazione e libertà.
Chiediamola cancellazione della Bossi-Fini che ha fatto crescere irregolarità, lavoronero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo.
Denunciamol’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione dellefrontiere e del diritto d’asilo. Gli accordi, quasi sempre illegittimi, conpaesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefastedelle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana cherestringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cuichiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione inItalia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’UE. Veri e proprilager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo chedelegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino pervisitarli senza alcun vincolo o limitazione.
Chiediamocanali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre,persecuzioni, povertà, disastri ambientali.
Occorronopolitiche di accoglienza diffusa che vedano al centro la dignità di chi èaccolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che anteponganol’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeoche non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo.
Il21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dallaparte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottarecontro ogni forma di discriminazione e razzismo.

Per adesioni: 21ottobrecontroilrazzismo@gmail.com
A Buon Diritto
A MM-Archivio delle memorie migranti
A.C.S.E. (Associazione Comboniana Servizio Emigrati e Profughi)
Action Aid
ADIF (Associazione Diritti e Frontiere)
Africa Unite
Agenzia Habeshia
Alleanza popolare per la democrazia e l'uguaglianza - Bologna
Altramente
Amnesty International Italia
Antigone
AOI
Arci
Arcigay Napoli
Arcs
ARS (Associazione per il rinnovamento della sinistra)
Articolo 3 Osservatorio sulle discriminazioni
ASGI
ASI (Associazione solidarietà internazionale)
Asinitas Onlus
Assemblea Antirazzista Antifascista - Vicofaro/Pistoia
Associazione "Joy e gli altri"
Associazione PAPANGO
Associazione "Con...Officine Gomitoli"
Associazione “CittàVisibili” Firenze
Associazione A Sud
Associazione Chi rom e...chi no
Associazione CIAC onlus di Parma
Associazione Cultura è Libertà
Associazione culturale LA COORTE di Campi Salentina (LE)
Associazione culturale la festa dei folli
Associazione Dhuumcatu
Associazione d'iniziativa politica e culturale "IN COMUNE"
Associazione Gylania di Perugia
Associazione Insieme Onlus di Vicchio Firenze
Associazione Italia - Nicaragua
Associazione K_Alma
Associazione Laboratorio 53 Onlus
Associazione Laura Lombardo Radice
Associazione Le Mafalde Prato
Associazione Linearmente Onlus
Associazione Marco Mascagni
Associazione Maschile Plurale
Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Associazione nazionale di solidarietà con il popolo Sahrawi (ANSPS)
Associazione Nazionale Giuristi Democratici
Associazione per la Pace Nazionale
Associazione Spazio Libero
Associazione Sucar Drom
Associazione Transglobal
Associazione Voci della Terra
Associazione Welcome in Val di Cecina ONLUS
AssoPacePalestina
Attac Italia
Baobab Experience
Bottega Equosolidale "Tutta n'ata storia" - Nocera Inferiore (SA)
Camera del Lavoro CGIL Rieti Roma Est Valle dell'Aniene
Campagna LasciateCIEntrare
Campo Progressista
Casa Internazionale delle Donne
Casetta Rossa
Centro Riforma dello Stato
Cesv (Centro di Servizio per il Volontariato).
Cild
CIPSI
Circolo culturale cerco...piteco di Roma
Circolo culturale left / Vibra di Modena
Cittadinanza e Minoranze
Cittadinanzattiva
Cnca
Coalizione Civica di Bologna
Coalizione Sociale - L'Aquila
Cobas
Comitato 3e32 - L'Aquila
Comitato Accoglienza Solidale Castelnuovo di Val di Cecina
Comitato Aqcua pubblica Nocera Inferiore
Comitato Fiorentino Fermiamo la Guerra
Comitato Organizzatore "Convegno Libertà delle donne 21 sec. "
Comitato per gli Immigrati e contro ogni forma di discriminazione
Comitato Popolare Antirazzista Milet Tesfamariam Genova
Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos
Comune-info.net
Comunità Cristiana di Via Caldieri
Coop. Agorà Kroton
Coop. Gea Irpina Impresa Sociale Fattoria Sociale Onlus
Cooperativa Be free
Cooperativa Sociale Dedalus
Cooperativa Sociale La Nuova Arca
Coordinamento Basta morti nel Mediterrraneo - Firenze
Coordinamento genitori democratici di Roma
Coordinamento nord sud del mondo
Coordinamento per la democrazia Costituzionale
Coordinamento per la Democrazia Costituzionale di Roma
COSPE
Cotrad Cooperativa Sociale - Onlus
Cultura è libertà
Donne in rete per la rivoluzione gentile
E Zezi gruppo operaio
Emergency
Emmaus Italia
Ex Opg - Je So Pazzo
Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie)
Fiom-Cgil
Flc Cgil
Focus-Casa dei Diritti Sociali
Fondazione Cercare Ancora
Forum Droghe onlus
Forum Permanente del Sostegno a Distanza - Forumsad Onlus
ForumSad Italia
Gesco
Giornale "Il Bolscevico"
Giuristi Democratici di Roma
Greenpeace Italia
Gruppo Abele
gruppo Murga Sincontrullo
Gruppo PaLaDe (sez. Roma nordovest Alleanza per la Democrazia e l'Uguaglianza)
Gruppo promotore della DIP (Dichiariamo Illegale la Povertà)
Italiani senza cittadinanza
Kumpania impresa sociale
l'Altra Europa con Tsipras
LegaCoopSociali Nazionale
Legambiente
Libera
Libertà e Giustizia
Link Coordinamento Universitario
Lunaria
Medici Senza Frontiere
MEDU
Movimento Consumatori
Movimento Nonviolento
Nelpaese.it
Noi Siamo Chiesa, movimento per la riforma della Chiesa cattolica
Osservatorio Migranti di Basilicata
Pmli
Possibile
Prc S.E
Progetto Diritti
Progetto Ubuntu Firenze
Radicali italiani
Redazione periodico Lavoro e Salute
Reorient Onlus
Rete Antirazzista Fiorentina
Rete degli Operatori e delle Operatrici Sociali
Rete degli Studenti Medi
Rete della Conoscenza
Rete della Pace
Rete delle Città in Comune
Rete ECO - Ebrei contro l'occupazione
Rete italiana delle Donne in Nero
Rete nazionale "Educare alle differenze"
Rete Primo Marzo
Rete Radiè Resch
Rete Scuole Migranti
ReteRomana Palestina
S.E.I. Sindacato Emigranti e Immigrati
Senzaconfine
Servizio Civile Internazionale
Sinistra Italiana
SOS Razzismo Italia
Sprar "Valeria Solesin" (AV)
Sud Pontino Social Forum
Train to Roots
Uds
Udu
Uisp
Un ponte per...
Una città in comune Pisa
Unione Sindacale Italiana fondata nel 1912
UsACLI
WILPF Italia

eddyburg aderisce all'appello "Sosteniamo Margherita, punita per aver salvato "i Caraibi d'Italia" da uno scempio edilizio" e invita a sottoscriveres:(link in calce.19 settembre 2017.

Margherita Corrado è un'archeologa che in contesto difficile ha avuto il coraggio di denunciare un disastro ambientale: ora per ritorsione le viene impedito di lavorare. Facciamole sapere che non è sola. Ministro Franceschini, intervenga!

Un altro scandalo si sta consumando in Calabria. Margherita Corrado, l’archeologa che aveva fermato con le sue denunce la distruzione del paradiso naturale di Punta Scifo, ha ricevuto un’interdizione al lavoro come professionista, oltre che una denuncia per diffamazione, dallo stesso soprintendente per i beni archeologici sotto accusa (qui l'articolo di La Repubblica) per lo sfregio della costa e per falso ideologico.

Si tratta di un atto inqualificabile contro una cittadina e archeologa che ha osato opporsi al sistema di connivenze e inadempienze che aveva permesso l'avvio dei lavori nell'area ora sotto sequestro (qui la denuncia di L'Espresso). Altri articoli dei media, negli ultimi 3 giorni raccontano della solidarietà dei cittadini e degli addetti ai lavori.(qui l'articolo del Corriere della Calabria dell'11/09/2017)

Non lasciamo sola Margherita!

Firma anche tu questa petizione per chiedere al Ministro Franceschini di intervenire subito per porre fine a questa ingiustizia!

#fermiamoquestoSCIFO

La storia: Gli imprenditori Scalise erano riusciti nel 2012 a iniziare la costruzione di un enorme complesso turistico nel paradiso naturale di Punta Scifo, spacciandolo per un piccolo agriturismo. Il soprintendente in questione, Mario Pagano, non aveva avuto un ruolo secondario nella vicenda. Proprio grazie alle denunce e al dossier di Margherita Corrado, infatti, è stato travolto insieme ad altre 7 persone dalle indagini della procura di Crotone, accusato tra l’altro di falso ideologico in atto pubblico, per aver comunicato al Ministero (per sostenere l’ineluttabilità dell’abuso perpetrato) che tutti i 79 bungalow del complesso erano già stati realizzati, quando ciò non era vero.

Era il “capo” di Margherita e gliel’ha fatta pagare cara. Prima denunciandola per diffamazione presso la procura di Torre Annunziata, poi imponendo a tutti i suoi sottoposti, tramite una circolare, di non farla più lavorare.

Non lasciamola sola!

https://www.change.org/p/margherita-punita-per-aver-salvato-i-caraibi-d-italia-da-uno-scempio-edilizio-dariofrance-intervenga-fermiamoquestoscifo?source_location=topic_page

Le organizzazioni ed i firmatari in calce al presente appello ritengono che il cd decreto Minniti sia da respingere sia per le modalità con le quali è stato prodotto, senza la consultazione della società civile e con un provvedimento di urgenza immotivato, sia per i contenuti che veicolano un messaggio politico culturale reazionario e per soluzioni normative inefficaci e pericolose.

In particolare preoccupano le norme contenute nel decreto del 20 febbraio 2017, n. 14, Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città, che valutiamo assolutamente sbagliato nella impostazione generale ed in riferimento ai poteri di ordinanza in materia di ordine pubblico attribuiti ai sindaci oltre i limiti di garanzia costituzionale.
Riteniamo totalmente arbitrario l’utilizzo della decretazione d’urgenza e grave che un decreto sulla sicurezza emanato dal Ministero dell’Interno e della Giustizia intervenga con strumenti di controllo e repressione con l’obiettivo dell’eliminazione della marginalità sociale come previsto dall’art. 4, accreditando la tesi della criminalizzazione degli ultimi.
Le nuove disposizioni invece di risolvere i problemi della esclusione sociale ne aggravano l’intensità, suggerendo ai sindaci come unico strumento di intervento, per la “tutela ed il decoro di particolari luoghi” (come ad esempio le stazioni o i parchi pubblici o ogni altro luogo interessato da flussi turistici), quello dell’allontanamento ed il divieto di frequentazione da parte delle persone più in difficoltà, identificando esplicitamente fra le altre anche coloro che hanno problemi di abuso di alcol o sostanze stupefacenti.
Riteniamo questa impostazione grave e contraria a qualsiasi principio di solidarietà sociale e di riconoscimento di pari dignità dei cittadini, quasi che le persone in difficoltà non fossero anch’esse parte della comunità locale, ma soggetti da contenere anche fisicamente.
Ci preoccupa anche l’impostazione secondo la quale i provvedimenti di divieto di accesso a determinati luoghi, emanati ai sensi dei regolamenti di polizia urbana possano essere più severi nei confronti di coloro che sono stati destinatari di condanna confermata solo fino al grado di appello, aggravando una pena comminata dopo un regolare processo; ledendo in tal modo il principio fondamentale della presunzione di innocenza.
Altrettanto grave ci pare la persecuzione, con il divieto di frequentare locali pubblici o aperti al pubblico verso chi è stato condannato fino all’appello per reati di cui al dpr. 309/90 la nefasta legge antidroga, riproducendo il contenuto delle disposizioni dell'art 75 bis recentemente dichiarato incostituzionale dalla Corte costituzionale. La riproposizione di una norma bocciata dalla Consulta è segno di arroganza e inoltre la sua applicazione avrebbe inevitabilmente applicazioni diverse nei Comuni e potrebbe portare a provvedimenti di stigmatizzazione sociale arbitrari.
La norma include esplicitamente anche i minori, e potrebbe giungere a vietare la frequentazione della scuola a soggetti già evidentemente segnati da situazioni di marginalità e difficoltà, senza fornire alcuna alternativa educativa o di supporto sociale.
Si prevede altresì per tali soggetti la possibilità della sospensione condizionale della pena legata al divieto di frequentazione di locali e spazi determinati, ponendo in atto così una norma in contrasto con il principio di riabilitazione della pena previsto dall'art.27 della Costituzione.
Ancora più sorprendente è che il decreto consenta alla Regioni di sbloccare risorse per l’assunzione di personale finalizzato alla gestione del numero unico per le emergenze 112 che fa riferimento alle forze di polizia e comprende solo le emergenze sanitarie, mentre i servizi sociali e socio sanitari che lamentano da anni la riduzioni di organici e la cronica mancanza di risorse rimarrebbero senza sostegno.
Chiediamo che il Parlamento respinga in toto il decreto nella sua formulazione attuale e che si apra al più presto un confronto per una riforma del testo unico sulle droghe che permetta un rilancio dei servizi a favore di coloro che hanno problemi di dipendenza patologica nell’ambito di un rilancio generale dei servizi sociali, respingendo la riproposizione di logiche proibizioniste, moraliste e punitive.

Le organizzazioni promotrici:

A Buon Diritto
Antigone onlus
CGIL
Cnca (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza)
Comunità San Benedetto al Porto
Forum Droghe
Funzione Pubblica CGIL
Itardd (Rete Italiana Riduzione del Danno)
La Società della Ragione onlus
Legacoop sociali
Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids)
L'Isola di Arran
Presidenza onoraria Gruppo Abele


Qui il testo dell'appello con lo strumento per le ulteriori adesioni

Il Piano paesaggistico della Sardegna (2006), obbligatorio secondo il Codice dei beni culturali e del paesaggio, è strumento indispensabile per la difesa delle coste dell'Isola e ottimo esempio per altre esperienze di pianificazione. In questi dieci anni ha resistito al referendum abrogativo contro la legge “Salvacoste” del 2004, suo presupposto, e a numerosissimi ricorsi presso i tribunali amministrativi oltre che al goffo tentativo di cancellarlo da parte del governo di Ugo Cappellacci.

L'attuale governo di centrosinistra ha dato il via, nell’aprile 2015, a un piano-casa nella logica di Berlusconi, mentre nel marzo scorso ha approvato un disegno di legge con l'idea di “snellire” e “semplificare” i procedimenti, con gravi deroghe al PPR in violazione dell’art. 9 della Costituzione.

La legge, se sarà approvata, sarà certamente dichiarata incostituzionale, ma nel frattempo produrrà la destabilizzazione della tutela del territorio dell'Isola, con effetti devastanti specialmente nella fascia costiera.

L’obiettivo del Ddl è soprattutto evidente in alcuni articoli che darebbero vita a un programma derogatorio durevole, con l'ampliamento di alberghi a pochi passi dal mare (art. 31), favorendo grandi progetti pure in contrasto con il PPR (art. 43), con l'aumento delle volumetrie turistiche già dimezzate da precedenti disposizioni (art. A4). Ma sono tanti altri i contenuti inaccettabili della normativa, ad esempio sull'uso delle aree agricole.

Allo stesso obiettivo di allontanamento dalla vigente disciplina di tutela vanno ascritte le insostenibili critiche mosse da esponenti della Giunta regionale al soprintendente Fausto Martino, al quale va la nostra solidarietà e il nostro apprezzamento per la benemerita azione che svolge in difesa dei beni culturali dell'Isola.

Sono queste le ragioni dell’appello che sottoponiamo al presidente Francesco Pigliaru chiedendogli di confermare il livello di tutela previsto dal PPR, da estendere alle zone interne, sospendendo nel frattempo l'iter di approvazione del Ddl, avviandone il riesame alla luce delle numerose e autorevoli critiche espresse in questi mesi.

Paolo Berdini, Piero Bevilacqua, Graziano Bullegas, Stefano Deliperi, Vezio De Lucia, Tore Dessena, Vittorio Emiliani, Maria Pia Guermandi, Paolo Maddalena, Antonietta Mazzette, Tomaso Montanari, Maria Paola Morittu, Sandro Roggio, Edoardo Salzano, Tore Sanna, Alessio Satta, Salvatore Settis, Carmelo Spada

Settembre 2017


Le adesioni possono essere inviate alla Consulta delle associazioni ambientaliste della Sardegna consulta.sardegna@tiscali.itonsulta.sardegna@tiscali.it

Circola ancora quella proposta di legge nazionale inutile, sponsorizzata da molte brave persone, che prevede la lotta al consumo di suolo mediante una legge assolutamente priva di efficacia. Non si caschi di nuovo nella trappola.

Nell’intenzione lodevole di combattere il consumo di suolo, il Forum Salviamo il paesaggio ha predisposto una proposta di legge nazionale che ha fatto circolare in questi giorni, per raccogliere eventuali modifiche.

Non riteniamo efficace l’impianto della proposta. L’unica strada da percorrere è quella di far ricorso ai poteri esclusivi dello stato in materia di “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”, stabiliti dall’art. 117, secondo comma, lettera s) della Costituzione. Viceversa, fare riferimento al “governo del territorio”, materia oggetto di legislazione concorrente ai sensi dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione, apre la strada a un inconcludente percorso Stato > Regioni > Comuni.

Per comprendere meglio, vi invitiamo a rileggere la proposta di eddyburg del 3 giugno 2013.

«Un appello. C’è bisogno di un’alternativa, di un nuovo progetto di società che guardi ai valori civili e sociali della Costituzione e superi i confini dei partiti tradizionali». il manifesto, 1 luglio 2017 (c.m.c.)
«In un progetto condiviso e in una sola lista. Una grande lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile. Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza».

Nell’accogliere questo appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari, vogliamo promuovere un incontro pubblico per avviare qui a Roma un percorso verso quell’Alleanza popolare indicata dall’assemblea nel Teatro Brancaccio del 18 giugno scorso. Pur se provenienti da esperienze diverse, siamo persone da sempre impegnate nelle battaglie per la democrazia e l’uguaglianza e sentiamo l’esigenza, oltreché la responsabilità, di ricostruire un pensiero critico e sviluppare un’iniziativa sociale, in alternativa all’attuale quadro politico cittadino.

In una città impoverita e sfiduciata, in cui non si vedono all’orizzonte neanche gli esordi di politiche pubbliche che si propongano di affrontare gli squilibri e i dissesti dell’oggi, né di delineare i risanamenti e le strategie per il domani. E dove aumentano le diseguaglianze economiche, la fatica e la solitudine delle donne, cresce il degrado materiale; i servizi pubblici si riducono e si deteriorano, tra mancanza di risorse e gestione approssimata; il lavoro diminuisce e fa aumentare la disoccupazione, la sottoccupazione, il precariato, il lavoro nero; il patrimonio pubblico, il territorio, l’ambiente e i beni culturali alla mercé dei poteri privati.

E se il centrosinistra ha definitivamente esaurito la sua traiettoria politica, consegnandosi al mercato e lasciandosi contagiare dalla corruzione, anche la nuova esperienza cinquestelle non sembra in grado di corrispondere adeguatamente ai bisogni della città, tra inconsistenze e dilettantismi, oltre a quel meschino riflesso culturale che la spinge verso derive perbeniste, se non razziste.

La città rischia di perdersi.
Roma ha un disperato bisogno di tornare a respirare e di ritrovare una speranza. Ha bisogno di una politica nuova. Una politica che accolga tutti e tutte e non lasci indietro nessuno; che costruisca vivibilità e non paura; che rispetti i diritti sociali e promuova il lavoro; che non faccia mercato del proprio territorio; che salvaguardi i beni comuni e non svenda il suo patrimonio; che non realizzi grandi opere inutili, ma investa sulla manutenzione della città e delle sue bellezze; che usi le imposte e le tariffe per redistribuire la ricchezza e per finanziare e gestire servizi pubblici. Una politica insomma che salvaguardi Roma e le dia un futuro di crescita economica e serenità sociale.

C’è bisogno di un’alternativa, di un nuovo progetto di società che guardi ai valori civili e sociali della Costituzione e superi i confini dei partiti tradizionali. Un progetto che unifichi le aspirazioni di chi avverte l’urgenza di impegnarsi al servizio della democrazia.

Tanti e tante, ci auguriamo, saranno protagonisti di questo percorso. Noi vogliamo essere solo un inizio, un innesco per cominciare insieme a parlare di noi e della nostra città. Vediamoci il prossimo 10 luglio alle 17, alla Casa internazionale delle donne, in Via della Lungara 25.

Prime firme:
Giuliana Aliberti, Andrea Baranes, Andrea Costa, Vezio De Lucia, Francesca Fornario, Francesca Koch, Roberto Giordano, Sandro Medici, Maurizio Messina, Roberto Morea, Roberto Musacchio, Rita Paris, Bianca Pomeranzi, Alessandro Portelli, Enrico Pugliese, Rosa Rinaldi, Giulia Rodano, Bia Sarasini, Enzo Scandurra, Anna Simone, Tina Stumpo, Francesco Sylos Labini, Stefania Tuzi

Hanno aderito:
Elettra Deiana, Paolo Cento, Vincenzo Vita, Adriano Labbucci, Alfonso Gianni, Vito Meloni, Corrado Morgia, Gemma Azuni, Alberto Campailla, Angelo Fredda, Patrizia Sentinelli, Michele Dau, Maurizio Fabbri, Ferruccio Nobili, Lucia Bartolini, Maurizio Sapora, Sergio Di Julio, Monica Capalbi, Andrea Maccarrone, Lisa Canitano, Marco Schettini, Elio Romano, Domenico Artusa, Michela Becchis.

Per aderire:
civediamoildieci@gmail.com
evento facebook: www.facebook.com/events/1913965345555364

Un appello per sbloccare una decisionecriminale dei governi europei. Firma utilizzando il link in calce. Wemove online, 16 giugno 2017

la settimana scorsa la Commissione Ue ha proposto destinarecirca 500 milioni di euro all’anno dal budget Ue alla Ricerca e lo sviluppo alsettore bellico e delle tecnologie Questo denaro non sarà quindi destinato adaltri settori come lo sviluppo sostenibile e la tutela dell’ambiente. Questamanovra è lo specchio delle intenzioni della lobby europea dell’industriabellica. La guerra di solito non è un buon affare, se non per l’industriabellica.
Tra sei giorni i governi degli Stati membri si incontrerannoper discutere i vari aspetti del piano. La decisione finale rimane aiministri. La buona notizia è che la proposta è allo stadio iniziale e abbiamola possibilità di bloccarla sul nascere!
Vogliamo contattare il Presidente del Consiglio Ue el’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica disicurezza, protagonisti dell’imminente summit e dobbiamo esseresicuri che capiscano che i cittadini europei si aspettano che la proposta dellaCommissione venga rifiutata. Ti vadi aiutarci di unirti a noi e di aiutarci a raccogliere 100.000 firme perfermarli?
L’industria bellica è particolare, perché trae profitto dalconflitto e dalla guerra. Almeno cinque paesi Ue hanno venduto armi e munizionia quattro paesi coinvolti nel conflitto in Siria dal 2012. La proposta dellaCommissione mira a potenziare le capacità di questi Stati di esportare armisofisticate, finanziate con il denaro di chi paga le tasse. L’Ue nondovrebbe trattare in maniera privilegiata questo tipo di industria.
Eppure la Commissione si sta muovendo in questo senso. Ifinanziamenti al settore bellico dovrebbero provenire dai “risparmi” delbudget Ue - risparmi che potrebbero invece essere investiti per sostenereprogrammi poco finanziati come quelli legati alla tutela dei diritti umaniPotenziare la militarizzazione a scapito dei diritti umani e della risoluzionedi conflitti: questa non è l’Europa di pace che vogliamo costruire.
Molti pacifisti in Europa e decine di organizzazioni si sonomobilitate la scorsa settimana. Ma hanno bisogno di noi, di migliaia di noi,per essere sicuri di essere ascoltati. E qui entriamo in gioco noi e lanostra comunità: possiamo dare un grande sostegno a chi lotta in nome dellapace. Abbiamo sei giorni prima del summit a Bruxelles - non perdiamoquesta opportunità! Fai appello al tuo governo ora!
Il modo migliore per moltiplicare l’impatto della nostraazione è inoltrare questa e-mail ai tuoi contatti. I tuoi amici si fidano di tee questa è la migliore garanzia per essere sicuri che si impegnino ad agire!Dobbiamo essere in migliaia e basta davvero solo un clic: ti va di inviarequesta e-mail ai tuoi amici?
Sperando in un futuro di pace,
Olga (Bologna), Virginia (Madrid), Oliver (Berlino) e tuttala squadra di WeMove
Utilizzaquesto link per firmare

altreconomia online, 15 giugno 2017 (c.m.c.)

Lo scorso maggio è stata approvata dal Senato (195 voti a favore, 8 contrari) una proposta di legge sull’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento giuridico italiano. Si tratta di un provvedimento atteso da molto tempo ma che, nella sua formulazione attuale si pone in totale contraddizione con la convenzione Onu sulla tortura e con le indicazioni contenute nella sentenza di condanna contro l’Italia della Corte europea per i diritti umani del 7 aprile 2015 (Cestaro vs Italia per il caso Diaz).

Un testo “provocatorio e inaccettabile” che non produrrà nessun cambiamento. Una “legge truffa” come scrivevano – tra gli altri – Lorenzo Guadagnucci, Enrico Zucca e Ilaria Cucchi in un appello diffuso all’indomani dell’approvazione della legge al Senato. Di questa norma, che sembra essere stata scritta appositamente per non essere applicata, si è discusso ieri a Roma durante il convegno “Legittimare la tortura“, che ha visto la partecipazione di giuristi, studiosi, vittime di tortura e attivisti per i diritti umani.

Dite no a questa legge che legittima la tortura

Siamo operatori del diritto, studiosi, testimoni di tortura e ci rivolgiamo ai parlamentari chiamati a discutere il 26 giugno prossimo il testo di legge sulla tortura approvato nel maggio scorso al Senato, per chiedere di fermarsi.

Chiediamo di non approvare quel testo, perché sbagliato e inefficace, destinato a produrre un effetto perverso, ossia legittimare alcune forme di tortura, forse la maggior parte delle forme di tortura praticate in Italia e nel mondo, a cominciare da casi noti del passato come quelli avvenuti alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto nel 2001 a Genova, e come la tortura psichica, che diventerebbe pressoché impunibile a causa della formulazione scelta dai senatori (il “verificabile trauma psichico” è un concetto fuorviante e ingannevole).

Il testo di legge in discussione sembra concepito contro le vittime di tortura anziché a loro tutela, ed è in palese antagonismo con le prescrizioni della Corte europea per i diritti umani, a cominciare da quelle contenute nella sentenza dell’aprile 2015 sul caso Diaz (Cestaro contro Italia). Se il testo uscito dal Senato diventasse legge, l’Italia si allontanerebbe ulteriormente dagli standard democratici internazionali e sancirebbe – di fatto – la fuoriuscita del nostro paese dalla Convenzione europea per i diritti umani.

Chiediamo quindi al Parlamento di non approvare il testo uscito dal Senato e di riaprire la discussione a partire dalla formulazione della Convenzione Onu contro la tortura e dalla giurisprudenza della Corte europea sui diritti umani. È un percorso possibile e necessario, realizzabile in tempi brevi da un Parlamento che si proponga l’obiettivo di adeguare il nostro ordinamento a ciò che l’esperienza storica e la giurisprudenza in materia di tortura ci consegnano.

Le forze di polizia italiane hanno il diritto di confrontarsi con una normativa rigorosa, dalla quale non hanno nulla da temere. Il testo oggi in esame sembra invece ritenere che le forze dell’ordine italiane non possano sopportare una normativa che corrisponda ai criteri più avanzati e accettati nelle democrazie moderne.

Una cattiva legge in questo caso non è meglio di niente: è piuttosto un passo falso che fa arretrare l’impegno storico di ogni democrazia contro gli abusi di potere e in particolare contro il più odioso degli abusi, qual è la tortura.

Firmatari

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera
Enrico Zucca, sostituto procuratore generale a Genova, già pm nel processo “Diaz”
Roberto Settembre, già giudice nel processo d’appello per i fatti di Bolzaneto Lorenzo Guadagnucci, comitato Verità e giustizia per Genova
Michele Passione, avvocato del foro di Firenze
Adriano Zamperini, università di Padova, autrice di “Violenza e democrazia” Marialuisa Menegatto, università di Padova, autrice di “Violenza e democrazia”
Marina Lalatta Costerbosa, università di Bologna, autrice di “Il silenzio della tortura”
Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genova Social Forum
Donatella Di Cesare, università di Roma La Sapienza, autrice di “Tortura” Tomaso Montanari, presidente Libertà e Giustizia
Ilaria Cucchi, associazione Stefano Cucchi
Mauro Clerici, sostituto procuratore di Milano
Pietro Raitano, direttore, e la redazione della rivista Altreconomia

la Repubblica online, 4 giugno 2017 (p.d.)

Nel momento in cui il nostro Paese da una classe politica incapace di guardare al di là dei propri interessi e dei propri timori è portato con cinismo a un appuntamento elettorale ricco di incognite e povero di speranze, Libertà e Giustizia, nella continuità del suo impegno a sostegno dei valori costituzionali che il suo stesso nome sintetizza, si rivolge ai cittadini con le considerazioni che seguono e con la proposta che le conclude.

L'alta partecipazione al referendum costituzionale del 4 dicembre, confrontata con il crescente astensionismo alle elezioni politiche, ha dimostrato che esistono milioni di elettori che attendono proposte sulle quali sono disposti a mobilitarsi quando non si tratta semplicemente di essere convocati o, meglio, utilizzati in operazioni di potere da cui sono lontani, che non li interessano più e che spesso nemmeno comprendono. Essi sono una risorsa della democrazia e una forza potenziale di rinnovamento della politica.

Solo cerchie chiuse di potere possono non curarsi del progressivo restringersi della partecipazione politica e perfino rallegrarsene, fino a quando non verrà per loro il momento di dover constatare su quanto fragili basi sociali poggia il sistema di potere che hanno costruito. Per questo, Libertà e Giustizia ritiene necessaria una proposta che possa motivare politicamente i cittadini, dando loro una prospettiva per la quale valga la pena di impegnarsi politicamente, a incominciare dal prossimo appuntamento elettorale.

A fronte del tanto sbandierato rinnovamento, il Partito Democratico si logora in tattiche di sopravvivenza, incurante della sua tradizione riformatrice e della sua storia, una storia che fu a favore della giustizia sociale e contro il privilegio. La riproposizione dell'alleanza con il partito Forza Italia, presentata come necessaria nel prevedibile quadro politico post-elettorale, non fa che confermare il forse definitivo mutamento di natura in atto in quel Partito. Si prospetta il ritorno a un passato tutt'altro che glorioso, segnato da interessi inconfessabili, da scandali che non finiscono di indignare e da conseguenti manovre per impedirne la conoscenza e la discussione nel dibattito pubblico. Per questo Libertà e Giustizia invita all'impegno pubblico coloro che avvertono l'urgenza di una politica per l'uguaglianza nella società e per la trasparenza nella politica.

I maggiori partiti si presentano ai cittadini non con i tratti della partecipazione dei cittadini, ma con quelli della personalizzazione nella figura del capo, cui fanno seguito corteggi di seguaci che dal capo sperano d'ottenere gratificazioni. Piccole oligarchie di partito formano tra loro un'oligarchia grande e autoreferenziale. Per questo Libertà e Giustizia ritiene essere il momento di tentare di scoperchiare un sistema di potere chiuso che, per coloro che non vi sono dentro, è divenuto irrespirabile.

La grottesca e vergognosa vicenda che ha portato alla legge elettorale in discussione in questi giorni è la dimostrazione d'una classe politica che si sente assediata e, invece di aprirsi alla democrazia, se ne difende rinchiudendosi sempre più su se stessa. La legge elettorale dovrebbe essere fatta per i cittadini e, invece, sarà fatta per gli interessi di partito, secondo i sondaggi. S'era detto no al Parlamento dei nominati e saranno tutti nominati. S'era detto no alle liste bloccate e per metà saranno bloccate e per l'altra metà non ci sarà bisogno di bloccarle perché non ci saranno proprio. S'era detto, no alle candidature plurime e sono rimaste. S'era detto no alle nomenclature di partito garantite e inamovibili e ce le troveremo tali e quali, anzi più forti che mai. Si può discutere sull'opportunità di ritornare alla proporzionale, ma questo sistema è di per sé uno scandalo. Lo si può subire in silenzio, magari decidendo di non farsene complici astenendosi dal voto. Oppure si può decidere di non stare al gioco. Libertà e Giustizia sosterrà coloro che prenderanno iniziative per cambiarlo.

A questo quadro piuttosto desolante è prevedibile che, se rimarrà invariato, la risposta sarà ancora più astensionismo, proprio quando, il 4 dicembre, abbiamo constatato il desiderio di partecipazione soprattutto della parte più debole del nostro Paese: poveri e giovani che chiedono di contare ai quali si risponde, invece, rafforzando le oligarchie. L'associazione Libertà e Giustizia, sollecitata in questo senso da molti dei suoi aderenti, ritiene doveroso tentare una proposta che colmi il vuoto di rappresentanza e che offra agli elettori una identità politica chiara nel senso della giustizia sociale, dell'istruzione e della salute pubbliche, della lotta alla corruzione, della difesa dei beni comuni dal loro sfruttamento privatistico, della partecipazione: in una parola, il patrimonio di valori che sono nella Costituzione ai quali si può guardare per un "futuro" che non sia chiacchiera e slogan, ma progetto di società concreta.

La nostra Associazione non ha mai preso parte direttamente alle contese elettorali né si è mai candidata a qualche cosa. Conformemente alla sua natura culturale, non lo farà nemmeno ora. Ma, la sua è "cultura politica" e ciò la obbliga a dire che la più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l'urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali, è necessaria, come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia. In questo senso e a queste condizioni, essa è pronta a partecipare al dibattito e alle iniziative che si renderanno necessarie in vista delle prossime elezioni.

Sandra Bonsanti, presidente emerito
Tomaso Montanari, presidente
Gustavo Zagrebelsky, presidente onorario

Comitato per il No nel Referendum Costituzionale, 16 novembre 2016

In questi giorni avete visto cosa è disposto a fare l'attuale Presidente del Consiglio pur di vincere il referendum e togliere potere ai cittadini: la lettera inviata agli italiani all'estero è solo l'ultimo di una lunga serie di gravi abusi di potere, che iniziano dalla palese violazione della par condicio in televisione.
Nonostante tutto ciò, in migliaia stiamo difendendo la Costituzione per combattere la politica asservita agli interessi di pochi. I volontari stanno affluendo sempre più numerosi. Il numero di Comitati per il NO supera ormai i 700. Dalla nostra parte abbiamo infatti la passione e l’impegno di voi cittadini!
Ad oggi le vostre donazioni ci hanno consentito di far fronte alle spese della campagna elettorale: per affiggere manifesti, stampare volantini, mettere in onda su tv, radio locali e Facebook spot pubblicitari, fare manifestazioni. Nonostante il poco spazio che ci è stato concesso su Tv e giornali, abbiamo puntato sui territori e sul web per informare i cittadini e portarli ad una scelta consapevole. Attraverso i nostri contenuti su Facebook siamo riusciti nell'ultimo mese a raggiungere 11 milioni di italiani e 1 milione di loro hanno interagito con noi.
Ora però abbiamo esaurito le nostre risorse e per continuare ad informare i cittadini abbiamo bisogno di un vostro ultimo contributo, prima possibile, per raccogliere nuove risorse finanziarie che utilizzeremo in queste ultime settimane prima del referendum.
Per ringraziarvi manderemo a tutti coloro che donano al nostro Comitato per il No un “Certificato di sana e robusta Costituzione” che riceverete con il vostro nome e cognome e la firma del nostro Presidente inviando una email a salvalacostituzione@gmail.com
Sulla nostra pagina Facebook trovate le foto dei primi donatori che ci hanno voluto testimoniare il loro contributo nella precedente richiesta di sottoscrizione. Insieme possiamo farcela a vincere la battaglia contro i potenti che vogliono manomettere, per i loro interessi, la nostra Costituzione.
Contiamo sul vostro aiuto, siete le nostre risorse, la nostra forza. Ogni contributo può fare davvero la differenza. Grazie di cuore ad ognuno di voi!
CON BONIFICO BANCARIO Intestato a
Comitato per il NO nel referendum sulle modifiche della Costituzione
Sede Legale Studio Avv. Pietro Adami - Corso D’Italia 97 - 00198 ROMA
IBAN: IT50 H010 1003 2011 0000 0015 772
BIC: IBSPITNA (per chi sta all’estero)
o con CARTA DI CREDITO SUL SITO WWW.IOVOTONO.IT/DONA

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L’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che l’Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca sulla Pace quantifica in 72 milioni di euro al giorno.

Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno. È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, per un’alleanza la cui strategia non è difensiva, come essa proclama, ma offensiva.

Già il 7 novembre del 1991, subito dopo la prima guerra del Golfo (cui la NATO aveva partecipato non ufficialmente, ma con sue forze e strutture) il Consiglio Atlantico approvò il Nuovo Concetto Strategico, ribadito ed ufficializzato nel vertice dell’aprile 1999 a Washington, che impegna i paesi membri a condurre operazioni militari in “risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza”, per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica, e migratoria. Da alleanza che impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, la Nato viene trasformata in alleanza che prevede l’aggressione militare.

La nuova strategia è stata messa in atto con le guerre in Jugoslavia (1994-1995 e 1999), in Afghanistan (2001-2015), in Libia (2011) e le azioni di destabilizzazione in Ucraina, in alleanza con forze fasciste locali, ed in Siria. Il Nuovo concetto strategico viola i principi della Carta delle Nazioni unite.

Uscendo dalla Nato, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola la nostra Costituzione, in particolare l’articolo 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali.

L’appartenenza alla Nato priva la Repubblica italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali.

La più alta carica militare della Nato, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati uniti. E anche gli altri comandi chiave della Nato sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La Nato è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici.

L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti, esemplificata dalla rete di basi militari Usa/Nato sul nostro territorio che ha trasformato il nostro paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo.

Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.

L’Italia, uscendo dalla Nato e diventando neutrale, riacquisterebbe una parte sostanziale della propria sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.

Sostieni la campagna per l'uscita dell'Italia dalla Nato per un’Italia neutrale.

LA PACE HA BISOGNO ANCHE DI TE
per leggere la petizione e aderire cliccate qui: Petizione No Nato No guerra

Primi firmatari

Dinucci Manlio, giornalista
Fo Dario, Premio Nobel, autore e attore
Imposimato Ferdinando, magistrato
Zanotelli Alex, religioso
Minà Gianni, giornalista
Vauro, disegnatore
Chiesa Giulietto, giornalista
Fo Jacopo, scrittore
Vattimo Gianni, filosofo
Pallante Maurizio, saggista
Mazzeo Antonio, giornalista
Canfora Luciano, filologo
Gesualdi Francesco, saggista
Giannuli Aldo, docente universitario
Grimaldi Fulvio, giornalista
Celestini Ascanio, attore
Cacciari Paolo, esponente politico
Cardini Franco, storico
Cremaschi Giorgio, sindacalista
Losurdo Domenico, filosofo
Mazzucco Massimo, giornalista e regista
Riondino David, musicista
Zucchetti Massimo, docente universitario

hanno firmato anche

Albanesi Mario, giornalista
Alciator Chiesa Agostino, diplomatico
Alleva Piergiovanni, giuslavorista
Amoretti Scarcia Bianca Maria,docente universitaria

Francesco Zanchini, docente universitario
Dante Cattaneo, Sindaco di Ceriano Laghetto
Apicella Vincenzo, disegnatore

Barbarossa Romano, operaio Acciaierie Terni

Becchi Paolo, docente universitario

Belardinelli Alessandro, operaio Whirpool-Indesit

Benigni Glauco, giornalista

Bongiovanni Giorgio, direttore Antimafia2000

Boylan Patrick, cittadino USA, docente universitario

Brandi Vincenzo, ingegnere

Bottene Cinzia, attivista

Braccioforte Martino, operaio Riva Acciaio Terni

Brotini Maurizio, sindacalista

Bulgarelli Mauro, senatore

Cabras Pino, direttore Megachip

Cacciarru Alberto, operaio Alcoa Sulcis

Calderoni Maria Rosa, giornalista

Cao Mariella, attivista

Capuano Enrico, musicista

Castellani Mirko, operaio La Folgore Prato

Castrale Francesco, operaio Akerlund and Rausing

Catone Andrea, direttore rivista “MarxVentuno”

Cernigoi Claudia, storica

Cicalese Pasquale, economista

Cipolla Nicola, senatore

Cocco Giovanni, docente universitario

Correggia Marinella, ecopacifista Rete No War

Crippa Aurelio, senatore

Cristaldi Mauro, scienziato
D’Alessio Ciro, operaio Pomigliano d’Arco

D’Andrea Filomena, cantautrice

De Iulio Pier Francesco, direttore Megachip

De Lorenzo Francesco, ingegnere
De Santis Paolo, docente universitario
De Pin Paola, senatrice
D’Eliso Filippo, compositore
D’Orsi Angelo, docente universitario
Donati Mirko, operaio Teleco S.p.A.
Fisicaro Anita, attivista Rete No War
Franzoni Dom, teologo

Galli Giorgio, politologo

Gemma Mauro, direttore sito web “MarxVentuno”

Germano Roberto, scienziato

Giacomini Ruggero, storico

Giannini Fosco, senatore

Ginatempo Nella, attivista Rete No War

Girasole Mario, operaio Fiat Mirafiori

Girasole Tommaso, operaio Samar


Guidetti Serra Gabriella, attivista Casa Internazionale Delle Donne

Kersevan Alessandra, storica

La Grassa Gianfranco, giornalista

Macchietti Loredana, editore rivista 'Latinoamerica e tutti i sud del mondo'

Manisco Lucio, giornalista

Manca Luigi, operaio Carbosulcis

Manduca Paola, docente universitaria

Marino Luigi, direttore rivista “MarxVentuno”

Matiussi Dario, storico

Morese Giuseppe, operaio Thyssenkrupp Torino

Pagliani Piero, pensionato
Palermi Manuela, giornalista

Palombo Marco, attivista Rete No War

Pellegrini Ferri Miriam, giornalista

Pepe Bartolomeo, senatore

Pesce Delfino Vittorio, antropologo

Pesce Ulderico, attore e regista

Pullini Pierpaolo, operaio Fincantieri Ancona

Salzano Edoardo, urbanista

Severini Maurizio, musicista

Slaviero Paolo, insegnante

Spetic Stoyan, senatore

Spinelli Vladimiro, operaio Vibac

Steri Bruno, Ass. Ricostruire il PC

Viale Guido, scrittore

Vindice Lecis giornalista

Vlajic Gilberto, segretario Ass. Non Bombe ma solo Caramelle
Vitiello Giuseppe, scienziato

per leggere la petizione e aderire cliccate qui: Petizione No Nato No guerra

Siamo rimasti sconcertati nell’apprendere che l’amministrazione capitolina sta partecipando alla conferenza dei servizi della Regione Lazio per l’approvazione – in località Tor di Valle, al posto del vecchio ippodromo – di una mastodontica speculazione edilizia che in campagna elettorale il M5S aveva decisamente contrastato. Il progetto va sotto il nome di Stadio della Roma e comprende una pluralità di volumi edilizi per un totale di circa un milione di metri cubi di cui solo un quinto riguarda lo stadio e altre funzioni connesse alle attività sportive. Il resto sono tre grattacieli alti più di 200 metri e altri edifici destinati ad attività direzionali, ricettive e commerciali privi di rapporto funzionale con lo stadio ma destinati a compensare il costo delle opere infrastrutturali necessarie alla fruibilità dell’impianto sportivo. Il tutto su un’area in un’ansa del Tevere che il piano regolatore destina a verde sportivo attrezzato. Con il pretesto dello stadio si aggiunge insomma alla capitale un nuovo centro direzionale, non lontano dall’Eur, per iniziativa di un privato costruttore. Tra l’altro, senza che nessuno abbia spiegato che fine fanno lo stadio Olimpico e il vecchio stadio Flaminio ormai abbandonato. Per non dire della difficoltà a negare lo stesso trattamento a un eventuale richiesta di altri costruttori apparentati alla squadra della Lazio o ad altre società sportive.

All’origine dell'affare non c’è una organica “legge sugli stadi”, ma un comma inserito forzosamente all’ultimo momento nella legge di stabilità del 2014 (147/213, c. 304) nell’ambito del tradizionale maxiemendamento e quindi approvato solo grazie alla decisione del governo (Letta) di imporre il voto di fiducia. Il comma prevede che il Comune, se d’accordo con il proponente, dichiara “il pubblico interesse della proposta”. L’approvazione definitiva spetta alla Regione Lazio a seguito di un’apposita conferenza dei servizi.

Il proponente è il presidente della Roma James Pallotta che, tre mesi dopo l’approvazione della legge di stabilità, ha presentato il progetto dello stadio. L’intervento dovrebbe essere realizzato dalla società Eurnova di proprietà dell’imprenditore Luca Parnasi proprietario anche dell’ex ippodromo. Il 22 dicembre 2014 l’assemblea capitolina, con il voto favorevole della maggioranza che sosteneva il sindaco Marino, deliberò l’interesse pubblico dell’intervento fra le proteste del M5S, del comitato Salviamo Tor di Valle dal cemento e di altri. Nel giugno scorso Pallotta ha consegnato a Comune e Regione il progetto definitivo, ma la sindaca Virginia Raggi, invece di revocare come ci si aspettava la deliberazione di pubblico interesse, ha concordato con la Regione l’avvio della conferenza dei servizi, vincolandosi a un esito pressoché scontato di approvazione. Nello sconcerto di coloro, come chi sottoscrive quest’appello, che o speravano nel radicale cambiamento promesso da Raggi o che, pur non avendo votato M5S, auspicavano che insieme alle Olimpiadi venisse accantonato, subito e per sempre, anche il nuovo stadio.


Firmatari al 22 ottobre 2016: Edoardo Salzano, Paolo Baldeschi, Piero Bevilacqua, Sergio Brenna, Pierluigi Cervellati, Vezio De Lucia, Maria Pia Guermandi, Anna Marson, Carlo Melograni, Giancarlo Storto, Maria Pia Robbe, Salvatore Settis, Tomaso Montanari, Flavio Cogo, Piero Rovigatti, Claudio Canestrari, Paola De Jesus, Adriano Labucci, Enrico Grifoni, Andrea Costa, Loredana Mozzilli, Angelo Zola, Carlo Bisogni, Bruno Ceccarelli, Enzo Scandurra, Alfredo Cometti Queirolo, Mario Lusi, Stefano Fatarella, Maurizio Ceccaioni, Marcello Paolozza, Fabio Alberti, Pietro Maura, Sandro Morelli, Silvio Talarico, Gianluca Colletta, Anna Pizzo, Pierluigi Sullo, Vittorio Salvatore, Fiamma Dinelli, Valter Bordini, Gioacchino Assogna, Elisabetta Forni

Il manifesto, 10 settembre 2016

Quattordici delle maggiori organizzazioni di coltivatori e ambientalisti palestinesi hanno mandato un appello alla Coldiretti Veneto per chiedere che riveda la sua decisione di sponsorizzare e partecipare a Watec, convegno israeliano su questioni idriche che quest’anno si terrà dal 21 al 23 settembre a Venezia, per la prima volta in Europa. Tra i firmatari il Sindacato degli Agricoltori Palestinesi, la Rete delle ONG Ambientaliste Palestinesi e il Gruppo Idrologico Palestinese.

A motivare la richiesta, il ruolo dell’industria idrica israeliana «nelle gravi violazioni dei diritti umani e dei diritti relativi all’acqua» e la partecipazione a Watec di imprese che «svolgono un ruolo fondamentale nell’occupazione e nella colonizzazione» delle loro terre. Tra queste, Tahal Group International, il quale «costruisce impianti per il trattamento delle acqua reflue per le colonie israeliane», e IOSight, «che conta tra i suoi principali clienti la compagnia statale israeliana Mekorot, nota per l’appropriazione delle risorse idriche palestinesi e per le forniture di acqua alle colonie, così come Hagihon, coinvolta negli impianti di trattamento delle acque reflue per le colonie».

Nella lettera si sottolinea inoltre che proprio «nel controllo delle risorse idriche si manifesta una delle più evidenti violazioni del diritto internazionali legate all’occupazione illegale del nostro territorio» ad opera di Israele e delle colonie illegali in Cisgiordania, a Gerusalemme est e nel Golan, e dell’assedio israeliano contro Gaza.

Le organizzazioni palestinesi evidenziano come l’uso quasi esclusivo da parte di Israele e dei coloni dell’acqua causa gravissimi danni alle condizioni di vita ed alle attività agricole dei palestinesi. Denunciano ai loro colleghi italiani, infatti, che «questa estate in alcune zone della Cisgiordania la carenza di acqua ha obbligato molti allevatori palestinesi ad abbattere o vendere il proprio bestiame e molte coltivazioni sono state distrutte». Nel 2009 la Banca Mondiale aveva stimato che il danno subito dall’agricoltura palestinese per la carenza di irrigazione può ammontare al 10% del PIL e alla perdita di 110.000 posti di lavoro. «Da allora la situazione non ha fatto altro che peggiorare».

A Gaza «meno del 6% dei palestinesi di Gaza ha a disposizione acqua potabile». La salinizzazione delle falde e l’inquinamento determinato dalle distruzioni di impianti di depurazione e rete fognaria operate dagli attacchi militari israeliani provocano gravi malattie, soprattutto a bambini e anziani.

Nel chiedere alla Coldiretti Veneto di rivedere la sponsorizzazione di Watec, le organizzazioni palestinesi fanno notare che «importanti compagnie internazionali si sono ritirate o hanno annullato la propria collaborazione» con alcune delle imprese presenti alla fiera israeliana «a causa del loro coinvolgimento nelle violazioni delle leggi internazionali».

Le organizzazioni palestinesi hanno anche espresso solidarietà a tutta l’Italia e, in particolare, agli agricoltori colpiti dal recente terremoto. Attendono ancora risposta da parte di Coldiretti.

La campagna No Mekorot, che ha promosso campagne contro gli accordi tra la società idrica israeliana e gli enti italiani, sostiene la protesta delle organizzazioni palestinesi contro l’adesione di Coldiretti a Watec e fa appello a tutte le imprese ed enti italiani coinvolti di ritirare la propria partecipazione.

Riferimenti
http://bdsitalia.org/index.php/chi-siamo

Libertàgiustizia, 6 maggio 2016 (p.d.)

Più di settantaduemila sono i firmatari dell’appello lanciato dal fisico Giorgio Parisi attraverso Change.Org, “Salviamo la ricerca italiana” (vedilo qui).

Anche noi, nel nostro piccolo, di petizioni ne abbiamo lanciate due, entrambe corredate da una dozzina di primi firmatari che sono fra i migliori o più noti “umanisti” del nostro paese.

La prima (vedila qui) a sostegno delle denunce di Elena Cattaneo e Giovanni Bignami relative al metodo seguito dal Governo per il megafinanziamento decretato a favore della ricerca biomedica e destinato a creare nell’area Post Expo un polo di ricerca biomedica, Human Tehnopole: un metodo di arbitraria erogazione di denaro pubblico a un ente chiamato a sostituirsi a una tanto desiderata e ancora inesistente Agenzia Generale della Ricerca – ma nel peggior modo possibile: assegnando denari e collaborazioni col metodo dei phone calls al posto dei public calls, nella più completa assenza di trasparenza, competizione e valutazione oggettiva dei meriti. E nel silenzio del ministro che, vedendosi palesemente ignorato e aggirato, constatando anzi la sorprendente sfiducia nelle istituzioni pubbliche competenti, avrebbe dovuto come minimo dimettersi, e invece ha agito quasi di conserva con il Presidente del Consiglio, nominando lo scorso febbraio un fisico sperimentale di tutto rispetto, il Professor Massimo Inguscio (classificato solo terzo a pari merito nella top list dei candidabili) alla Presidenza del CNR. La quale, sfortunatamente per lui, è anche la Presidenza della Commissione Nazionale per l’Etica della Scienza. Una disciplina, l’etica pubblica, con la quale il prof. Inguscio non sembra intrattenere buoni rapporti, come non li intrattiene forse con ogni tipo di regole, come mostra l’ormai tristemente nota dichiarazione pubblica che abbiamo ripreso da ROARS, e che ha suscitato la nostra seconda petizione, altrettanto ben fornita di primi firmatari d’eccellenza, una richiesta di immediate dimissioni. Entrambi gli appelli hanno ottenuto migliaia di contatti e complessivamente centinaia di adesioni. Una lettera che li raccoglieva è stata inviata al Ministro Giannini.

Risultato? Silenzio dal lato delle istituzioni; ma anche un gran discutere e confrontarsi, finalmente, anche fra umanisti e scienziati, nella nostra piccola comunità. Al punto che alcuni hanno scritto, a nome della sezione italiana dell’EMBO (i biologi) una lettera al Ministro, che anche noi abbiamo ripreso (vedila qui); e a loro, a quanto pare, Il Ministro ha risposto, chiedendo di incontrarli.

Sarebbe bello se, preparandosi all’incontro, leggessero le limpide perplessità espresse ancora una volta da Elena Cattaneo su “Repubblica” (leggi qui): ma come è possibile che il ministro della Ricerca definisca l’Agognata Agenzia Nazionale della Ricerca “Un altro carrozzone” inutile, dimostrando lo stesso disprezzo che il suo Presidente del Consiglio ostenta nei confronti di tutte le istituzioni di garanzia e di controllo, quelle che, come le “soprintendenze” lo “Sblocca Italia” dovrebbe rottamare? Guai se questo incontro fosse l’anticamera di un ennesimo accordo particolare: “imbarcate anche noi”.

Del resto se si seguono gli aggiornamenti sulla pagina dell’appello di Giorgio Parisi, non sembra che le nostre ragioni, che sono assolutamente universali e in questo senso “assolute”, con buona pace del Prof. Inguscio che sui “principi assoluti” ci sputa, perché non sono “costruttivi”) siano finora state ascoltate. Ragione di più per continuare, imperterriti e pacati, a snocciolarle. L’Università, la Ricerca SIAMO NOI! Noi universitari e ricercatori, certo, ma anche e forse soprattutto noi cittadini, a beneficio dei quali, e di ogni donna e uomo capace di libertà e pensiero su questa terra, la ricerca e l’istruzione esistono. Perché forse c’è un punto che gli stessi filosofi non sottolineano mai abbastanza, un punto che ostinatamente ignorano le corporazioni, le consorterie, le baronìe residue convertite prosperando nei mestieri più rampanti dei politicanti. Anche cercare la verità è promuovere giustizia, è promuovere anzi il bisogno più alto della persona libera, pensante e capace di autonomia. Anzi: il bisogno di verità è il gradino più alto del bisogno di giustizia. E’ per questo che il linguaggio degli Inguscio tanto profondamente ci disgusta, e ci avvilisce.

Il manifesto, 29 aprile 2016 (p.d.)

«L’unica risposta sul caso Giulio Regeni che arriva dall’Egitto è l’arresto di chi se ne occupa. Cosa faremo noi?». «Cosa sta aspettando il governo italiano per continuare a premere sulle autorità egiziane al fine di ottenere la verità? E perché l’Italia non chiede agli altri Stati europei di fare lo stesso?». Nasconde a malapena la reticenza, Matteo Renzi, quando nel corso del consueto filo diretto con i cittadini sui social network risponde alle domande sull’omicidio del ricercatore friulano con un solo tweet: «Lo stiamo già facendo e continueremo a farlo».

La verità però ormai purtroppo è sotto gli occhi di tutti, comprovata ed esibita dall’ultima brutale ondata di arresti al Cairo tra i quali, oltre al consulente della famiglia Regeni, Ahmed Abdallah, anche quello di una giornalista egiziana che non aveva creduto alla versione del regime sull’uccisione dei rapinatori accusati del rapimento di Giulio. Per questo in molti, dal senatore Luigi Manconi a Ilaria Cucchi che ha lanciato una petizione su Change.org, chiedono che dopo il richiamo per consultazioni dell’ambasciatore ora il governo muova altri passi senza ulteriori indugi.

Per il presidente della commissione Diritti umani del Senato non rimane che dichiarare l’Egitto paese non sicuro, e così la pensano anche molti europarlamentari italiani del gruppo socialista che già da settimane premono in tal senso sulle istituzioni europee.

Ieri invece Ilaria Cucchi ha lanciato una petizione al governo italiano per ricordare ciò che accomuna le vicende di «Giulio Regeni, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini» e di suo fratello Stefano, «morto tra sofferenze disumane quando era nelle mani dello Stato e, soprattutto, per mano dello Stato». «Stiamo chiedendo all’Egitto verità per Regeni. Dobbiamo farlo. Ma ricordiamoci che lo facciano dall’alto del fatto di essere l’unico Paese d’Europa a non avere una legge contro le brutalità di Stato – scrive Ilaria Cucchi chiedendo di firmare su Change.org – La Corte di Strasburgo ha già condannato l’Italia per gli orrori del G8 di Genova nel 2001. E ci ha imposto l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale. Che aspettiamo?».

Anche le manifestazioni del Primo Maggio organizzate da Cgil, Cisl e Uil in alcune città italiane ricorderanno Regeni. In particolare, al ricercatore friulano sarà dedicato il tradizionale corteo di Cervignano, così come nel suo nome si sfilerà anche da Trieste a Gradisca d’Isonzo fino a Pordenone.

«Da questa terra di lavoro un soffio di libertà», è lo slogan scelto dai sindacati della provincia di Udine che mette insieme la richiesta di «verità e giustizia per Giulio» con i diritti dei lavoratori (sui quali si concentravano gli studi di Regeni), ma anche con il tema di un’Europa «incapace di esprimere una politica comune di accoglienza di fronte a un’emergenza profughi». Un modo per ricordare che i diritti umani sono universali, oppure non sono.

Eddyburg ovviamente aderisce. Il manifesto, 29 aprile 2016

Il Parlamento di Londra ha votato a maggioranza contro l’accoglienza di 3000 bambini siriani accampati a Calais e dispersi nei vari campi profughi europei. Si tratta di minori senza genitori, (morti sotto i bombardamenti o dispersi) molti dei quali potevano anche essere adottati da tanti cittadini dell’opulento Regno Unito. L’iniziativa, che era stata approvata dalla Camera dei lords, è stata bocciata dalla Camera elettiva, anche per iniziativa del ministro degli Interni. Noi siamo ammutoliti di fronte a questa ulteriore pagina d’infamia che macchia il ceto politico d’Europa. Crediamo che l’episodio non possa essere derubricato tra gli “incidenti” della Realpolitik in un momento di grave confusione dell’Unione. Non è così.

E’ un gesto disumano che prepara le coscienze europee ad accettarne altri e altri ancora nei prossimi mesi e anni. Di passo in passo si viene accumulando nelle psicologie collettive un tasso crescente di assuefazione all’umana ferocia che ci farà accettare qualunque prossima barbarie. Perciò non possiamo tacere. Cittadini inermi e senza potere vogliamo urlare il nostro sdegno e farlo arrivare sino al Parlamento britannico- il più antico e venerabile del Continente – perché il più gran numero possibile di cittadini sappiano quanto è accaduto. Ci vergogniamo di essere cittadini di questa Europa. Ci vergogniamo di fare parte della stessa comunità in cui alcuni parlamentari respingono bambini senza patria per ragioni di ottuso interesse nazionalistico. Sconfiggiamo con le nostre mani nude queste scelte di crudeltà che nessun realismo può far passare come scelte politiche.

Primi firmatari
Bevilacqua Piero, Abati Velio, Accendere Pier Davide, Aragno Giuseppe, Attili Giovanni, Baldeschi Paolo, Battinelli Andrea, Belgioioso Giulia, Berdini Paolo, Betti Maria Pia, Bevilacqua Dario, Bianchi Alessandro, Bonora Paola, Brutti Massimo, Budinigattai Roberto, Carascon Guillermo, Carducci Michele, Cellamare Carlo, Cingari Salvatore, Ciuffetti Augusto, Collisani Amalia, Consonni Giancarlo, Cristaldi Flavia, Decandia Lidia, Di Siena Pietro, Drago Anna, Favilli Paolo, Fiorentini Mario, Fubini Lia, Gambardella Alfonso, Gattuso Domenico, Gisotti Marinella, Guermandi Maria Pia, Indovina Francesco, La Torre Gioacchni Francesco, Leder Francesca, Magnaghi Alberto, Marchini Luisa, Marson Anna, Massari Olga, Masulli Ignazio, Nassisi Anna, Olivieri Ugo, Pagano Giorgio, Pardi Pancho, Pasquale Riccardo, Riviello Annamaria, Pazzagli Rossano, Picone Mario, Poli Daniela, Ricci Cecilia, Rufino Annamaria, Ricci Cecilia, Saponaro Giuseppe, Saresella Daniela, Savino Michelangelo, Scandurra Enzo, Sciarrone Rocco, Siciliani de Cumis Nicola, Sylos Labini Stefano, Tonello Fabrizio, Tonon Graziella, Toscani Franco, Trane Franco, Vavalà Luigi, Villani Claudia, Vitale Armando.

Ulteriori adesioni possono essere inviate a:

officina-dei-saperi@googlegroups.com
O direttamente a il manifesto

assessore alle Trasformazioni di Roma, la nostrasolidarietà con un breve messaggio inviato alla sua pagina Facebook. Lo riproponiamo qui, aggiornato al3 marzo



Premessa

Non c’è da meravigliarsi troppo del tentativo di linciaggio mediatico di Giovanni Caudo. Lo strumento del lancio di manciate di fango sull’avversario è diventato un attrezzo consueto nella politica italiana. Nascondersi dietro le parole dette e non dette, le allusioni eteree, le mezze verità, mescolate alle bugie palesi, l’inclusione quasi distratta del nome di un innocente tra quelli di noti colpevoli: sono tutte tecniche ormai sperimentate della lotta politica in questa Italia immiserita.

E la crosta bipartisan degli interessi immobiliari è a Roma talmente consolidata che chiunque tenti di introdurre un po' di legalità è subito destinato al massacro. Sfogliando all’indietro le pagine di eddyburg sono riemerse parole che abbiamo scritto non molti mesi fa, nel luglio dell’anno scorso. Le riportiamo interamente perché aiutano a capire:

«Chi, come noi, ha seguito e criticato passo per passo l’urbanistica romana degli anni di Francesco Rutelli e di Walter Veltroni sa bene che ben prima ancora di Gianni Alemanno il territorio romano era stato venduto alla speculazione dei padroni del cemento. Per chi volesse documentarsi, basterebbe digitare sul “cerca” di eddyburg le parole “pianificar facendo”, e poi magari quelle“diritti edificatori”, per rintracciare i numerosi articoli che raccontano in che modo la gestione dell’urbanistica romana sia stata appaltata agli “energumeni del cemento”. Un’analisi appena un po’ più approfondita consentirebbe di comprendere in che modo le consorterie poi battezzate “larghe intese” o “patto del Nazareno” abbiano dominato il governo del territorio nella Capitale, facendo di quest’ultima il laboratorio della peggiore stagione che la nostra Repubblica abbia conosciuto»

Chiunque avesse voluto turbare l’equilibrio di potere che gestiva questo “laboratorio” era destinato al linciaggio. Questa volta è toccato a Giovanni Caudo, di cui si è voluta colpire la rettitudine personale. Ma troppi la conoscono perché la mobilitazione a sua difesa non si faccia sentire. Come si sta facendo sentire, anche con questo appello di eddyburg (e.s.).

Noi stiamo con Giovanni Caudo

Esprimiamo sdegno per la vergognosa e infamante campagna di stampa contro Giovanni Caudo, ex assessore alla Trasformazione Urbana della giunta romana di Ignazio Marino. L’onestà personale di Caudo è fuori discussione e le sue iniziative in materia urbanistica sono state improntate da assoluta legittimità, avendo egli proseguito da amministratore pubblico indirizzi da anni elaborati in un’intensa attività di ricerca universitaria. E’ in corso un’indagine della magistratura su alcune vicende, peraltro risalenti agli anni di Alemanno, che coinvolgono il IX Dipartimento dell’amministrazione capitolina. E l’inchiesta merita il più assoluto rispetto. Ma da parte di alcuni settori dell’informazione sono partiti ingiustificati e disgustosi attacchi contro Caudo che rispondono solo agli interessi di potentati immobiliari e a una strategia che mira a impedire ogni possibilità di cambiamento e innovazione.

primi firmatari
Edoardo Salzano, direttore di eddyburg.it
Paolo Baldeschi, Università di Firenze
Roberto Camagni, Politecnico di Milano
Vezio De Lucia, urbanista
Maria Cristina Gibelli, Politecnico di Milano
Anna Marson, Università IUAV di Venezia
Enzo Scandurra, Università di Roma
Piero Bevilacqua, Università di Roma
Mauro Baioni, direttore della Scuola di eddyburg
Ilaria Boniburini, University of the Witwatersrand

24 febbraio 2016

Ulteriori adesioni

al 29 febbraio
Danilo Andriollo
Sandra Annunziata
Donato Belloni
Rossana Benevelli
Giorgia Boca
Alessandro Boldo
Alberto Calabrese
Carlamaria Carlini
Gabriella Corona
Giancarlo Cotella
Marco Cremaschi
Nicola Dall’Olio
Paolo Dignatici
Francesco Erbani
Stefano Fatarella
Elisabetta Forni
Georg Joseph Frisch
Paolo Grassi
Graziella Guaragno
Marco Guerzoni
Daniele Iacovone
Francesca Leder
Elettra Malossi
Leonarda Martino
Ugo Marelli
Cristina Marietta
Giulia Melis
Lodo Meneghetti
Barbara Nerozzi
Luca Nespolo
Pancho Pardi
Rita Paris
Camilla Perrone
Laura Punzo
Cristina Renzoni
Serena Righini
Maria Pia Robbe
Sandro Roggio
Rodolfo Sabelli
Maurizio Sani
Alfredo Scardina
Stefano Simoncini
Giancarlo Storto
Giulio Tamburini
Walter Tocci
Luigi Toscano
Gaetano Urzí
Norberto Vaccari
Lorenzo Venturini
Maria Rosa Vittadini

Massimo Zucconi


Ulteriori adesioni a: eddyburg@tin.it

Il presidente degli Stati Uniti Obama ha incontrato ieri (8 febbraio) il presidente Sergio Mattarella, e non ha mancato di sottolineare quanto sarebbe felice se l’Italia spingesse ancora più forte per l’approvazione del TTIP.

“E’ dal lavoro che stiamo facendo insieme in Afghanistan – ha riportato Obama al termine dell’incontro – alle opportunità che si presentano nel finalizzare un accordo come il TTIP. Abbiamo concordato che un’azione comune tra Stati Uniti ed Italia non solo serve gli interessi di entrambi i nostri paesi, ma anche la più ampia relazione transatlantica che ha comportato così tanta pace e prosperità in molti degli ultimi decenni”. Anche Mattarella ha convenuto che il TTIP potrebbe servire per prevenire ulteriori crisi economiche e sociali.

Scherzi e retorica a parte, non ci sfugge che Obama stia giocando il tutto per tutto per arrivare a confezionare il pacco del TTIP, come sia sia, prima della fine del suo mandato. Anzi: prima della fine dell’estate, nei prossimi tre round negoziali, previsti a Bruxelles dal 22 al 24 febbraio, ad aprile negli Usa e di nuovo a Bruxelles a luglio.

Ma Mattarella… perché servire questa causa persa, anzi dannosa per il nostro Paese? Chiediamoglielo!

Tagliate e incollate il messaggio sottostante nella pagina webmail del Quirinale

Presidente Mattarella, non cada nella rete del TTIP

Si informi meglio, dalle oltre 300 organizzazioni, associazioni, sindacati, imprese, e comitati che dicono no al Trattato Transatlantico.

Riferimenti

Su eddyburg numerosi articoli rintracciabili digitando TTIP nel "cerca" in alto a destra della homepage.Qui la pagina della Campagna Stop TTIP che spiega cos’è il TTIP e quali sarebbero i suoi effetti

Ai docenti, Agli studenti, Al personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, Agli esponenti della società civile,

Gli estensori di questa lettera-appello e i suoi sottoscrittori sono accomunati dal convincimento che l'Università italiana vede il drammatico ridimensionamento della sua influenza sulla società. Negli ultimi 7 anni, per la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana, l' Università ha perduto un quinto delle sue strutture organizzative e lavorative e ha visto ridursi il numero degli studenti universitari. Come emerge da una ricerca condotta, tra gli altri, da Gianfranco Viesti per conto della fondazione Res è drammatico il generale calo delle immatricolazioni che assume le dimensioni di un crollo al Sud: nel 2012 -16% rispetto al 2000-2001 in Sicilia, -19,8% in Calabria, -21,9 in Sardegna.

L’Università è stretta in una morsa mortale, tra un’intollerabile riduzione delle risorse finanziarie e una soffocante burocrazia. Si assiste al proliferare di disposizioni normative, di pratiche inquisitive, di controlli amministrativi, volti ad accrescere la sua “resa” economica, a diminuire i costi interni e a subordinare strettamente il processo di formazione al mercato del lavoro e delle professioni.

L'Italia figura ultima dei Paesi OCSE per i fondi destinati all'Università e alla ricerca con un misero 1% del PIL. Le tasse d’ iscrizione sono cresciute negli ultimi 7 anni del 51%: il più elevato incremento a carico di studenti e famiglie verificatosi a livello mondiale. Oggi l'accesso all'istruzione universitaria italiana è il più costoso d'Europa, dopo quello di UK e Olanda; inoltre da noi il diritto allo studio è stato di fatto smantellato: solo il 7% degli studenti riceve una borsa di studio a fronte del 27% della Francia e del 30% della Germania.

Le risorse già insufficienti sono quindi attribuite sulla base di due parametri: il costo standard necessario alla formazione di ciascuno studente sul territorio nazionale, un parametro del tutto inappropriato quando si deve finanziare la crescita culturale del paese, e la qualità della ricerca stimata attraverso il parametro VQR (Valutazione della Ricerca), un elefantiaco sistema di valutazione che ha creato una situazione di confusione montante e di conflittualità. Tra l’altro a questo metodo di valutazione sono sottoposti docenti sottopagati e del tutto privi, da anni, di fondi per la ricerca, cioè delle risorse minime per ottenere i risultati per i quali sarebbero valutati. Il risultato di queste politiche è stato la penalizzazione di risorse, di aree disciplinari, di atenei e territori, soprattutto (ma non esclusivamente) al Sud.

Le classi dirigenti italiane vogliono liquidare l'Università di massa e tornare a una configurazione classista degli studi superiori. Il mondo universitario, luogo di formazione del pensiero critico, deve languire poiché a selezionare le poche élites necessarie alla continuità del processo economico basteranno pochi centri di “eccellenza”, perlopiù privati.

Gli estensori dell’appello chiamano quanti lo sottoscriveranno e il mondo universitario a una giornata di mobilitazione con un’assemblea generale, di docenti, studenti, personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, da tenersi l’11 febbraio all'Università di Napoli

L’obiettivo è discutere e portare all’attenzione dell’opinione pubblica: 1) la necessità di nuovi e organici e costanti investimenti nell’Università pubblica; 2) la creazione di un welfare studentesco per sostenere l'accesso e la permanenza dei ragazzi all'Università 3) un supporto alle regioni per garantire uguali standard di diritto allo studio; 4) l’immissione di nuovo personale docente e TAB che copra almeno il turn-over; 5) la revisione dei ruoli della docenza con nuove e chiare regole per la progressione di carriera e il rinnovo del contratto di lavoro per il personale contrattualizzato.

Vogliamo lanciare un segno di speranza e di stimolo perché risorga un momento di discussione critica dentro l’Università.

Se muore l'Università per tutti, l'Italia non sarà più l'Italia, ma una qualunque periferia vacanziera del mondo.


Piero Bevilacqua
, già docente de La Sapienza, Roma,
Ugo M. Olivieri, Federico II, Napoli,
Alessandro Arienzo, Federico II, Napoli,
Antonio Bonatesta, Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani
Alberto Campailla (Associazione studentesca)
Armando Carravetta, Federico II, Napoli,
Bruno Catalanotti, Federico II, Napoli
Angelo D'Orsi
Paolo Favilli, già docente dell’Università di Genova
Mario Lavagetto, già docente dell’Università di Bologna
Romano Luperini, già docente dell’Università di Siena
Ignazio Masulli
Maurizio Matteuzzi, Università di Bologna, associazione “Docenti preoccupati”
Tomaso Montanari, Federico II, Napoli
Daniela Montesarchio, Federico II, Napoli
Giorgio Parisi, La Sapienza, Roma
Laura Pennacchi, economista, Fondazione Basso
Tonino Perna
Enzo Scandurra

Ermanno Rea, scrittore

Il manifesto, 17 novembre 2015 (m.p.r.)

In un tornante della storia, quale si va profilando in conseguenza della mattanza occorsa il 13 novembre a Parigi per opera di seguaci del Daesh, il Comitato per il No al referendum costituzionale sulla riforma Renzi-Boschi, chiede al Presidente della Camera dei deputati e ai Presidenti dei gruppi parlamentari di rinviare a data da destinarsi la discussione, già fissata per il prossimo 20 novembre, davanti alla Camera dei deputati, per l’approvazione, in prima deliberazione, del ddl cost. n. 2613-B.
Il Comitato ritiene infatti inopportuno che in un momento così grave che richiede l’unità di tutte le forze politiche e sociali – come ai tempi del terrorismo, se non peggio –, le Camere possano procedere tranquillamente nel loro lavoro di revisione della gran parte degli articoli della Costituzione come se nulla fosse accaduto. Mentre è proprio nei momenti di crisi, che la Costituzione, nei suoi principi e valori, dovrebbe costituire il simbolo, per eccellenza, del l’unità del popolo italiano.
Né si obietti che, con la progettata modifica della Camera e del Senato, lo Stato italiano acquisirebbe maggior forza per contrapporsi al terrorismo jihadista. Proprio l’esperienza degli anni di piombo ha infatti insegnato che le battaglie contro l’eversione non si combattono limitando i poteri del Parlamento, che erano gli stessi di quelli tuttora previsti dalla Costituzione del 1947, e che potrebbero semmai essere rimodulati agevolmente con appropriate modifiche regolamentari.
La gravità dell’attuale situazione che potrebbe addirittura sfociare, come da più parti si sostiene, in uno stato di guerra o in una situazione analoga, induce il Comitato per il No a sottolineare che se la riforma Renzi-Boschi venisse approvata nel testo di cui al ddl cost. n. 2613-B, non sarebbero più le Camere a deliberare lo stato di guerra, come previsto dal vigente articolo 78 della Costituzione, ma la sola Camera dei deputati. E ciò, come se il Senato, ancorché rappresentativo delle autonomie locali, quale previsto dalla riforma Renzi-Boschi, non fosse anch’esso un organo dello Stato-comunità e quindi della Repubblica italiana.
Comitato per il no al Referendum costituzionale sulla riforma Renzi-Boschi
Consiglio direttivo: Gustavo Zagrebelsky (Presidente onorario), Alessandro Pace (Presidente), Pietro Adami, Alberto Asor Rosa, Gaetano Azzariti, Francesco Baicchi, Vittorio Bardi, Mauro Beschi, Felice Besostri, Francesco Bilancia, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Sergio Caserta, Claudio De Fiores, Riccardo De Vito, Carlo Di Marco, Giulio Ercolessi, Anna Falcone, Antonello Falomi, Gianni Ferrara, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Alfonso Gianni, Alfiero Grandi, Raniero La Valle, Paolo Maddalena, Giovanni Palombarini, Vincenzo Palumbo, Francesco Pardi, Livio Pepino, Antonio Pileggi, Marta Pirozzi, Ugo Giuseppe Rescigno, Stefano Rodotà, Franco Russo, Giovanni Russo Spena, Cesare Salvi, Mauro Sentimenti, Enrico Solito, Armando Spataro, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Mauro Volpi.

La Repubblica, 10 agosto 2015

SIGNOR Presidente della Repubblica, in un suo recentissimo intervento, ha scritto che «dobbiamo chiederci... perché spesso, nei decenni che ci sono alle spalle, siamo venuti meno al precetto dell’articolo 9, che con lungimiranza il costituente aveva inserito tra i principi fondamentali della Carta».

Ebbene, oggi siamo a chiederle di voler accertare se le Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche approvate dal Senato della Repubblica lo scorso 4 agosto, e ora sottoposte alla Sua firma, non contengano indicazioni che palesemente vengono meno proprio al precetto di quel lungimirante articolo 9 (“ La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”).

Ci riferiamo in particolare a due punti.

Il primo è quello che inserisce stabilmente nel nostro ordinamento il principio del cosiddetto “silenzio assenso” tra amministrazioni pubbliche (articolo 2, comma 1, lettere g e n; art. 3, comma 2). Questo principio non è applicabile all’ambito dei beni culturali e del paesaggio, e infatti la legge 241/90 espressamente escludeva che il silenzio-assenso potesse applicarsi «agli atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico»: lo stesso concetto è stato poi ribadito più volte, dalla legge 537 del 1993 alla legge 80 del 2005. Questa esclusione deriva proprio dalla presenza dell’articolo 9 nella Costituzione, e dalla interpretazione che la Corte Costituzionale ne ha dato in numerose sentenze, a cominciare dalla nr. 151 del 1986: «La primarietà del valore estetico- culturale», sancita dalla Costituzione, non può in nessun caso essere «subordinata ad altri valori, ivi compresi quelli economici», e anzi dev’essere essa stessa «capace di influire profondamente sull’ordine economico-sociale». Se il valore estetico-culturale del patrimonio e la sua centralità nell’ordine degli interessi nazionali vanno intesi come «primari e assoluti» di fronte a qualsiasi tornaconto privato, l’eventuale silenzio di un pubblico ufficio non può mai e poi mai valere come assenso; semmai, qualsiasi temporanea alterazione della naturale gerarchia dev’essere il frutto di un’accurata meditazione e di un’esplicita formulazione, e non di un casuale silenzio.

Il secondo è quanto dispone la lettera “e” del comma 1 dell’articolo 8, che prevede la «confluenza nell’Ufficio territoriale dello Stato di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato... individuazione della dipendenza funzionale del prefetto in relazione alle competenze esercitate... attribuzione al prefetto della responsabilità dell’erogazione dei servizi ai cittadini, nonché di funzioni di direzione e coordinamento dei dirigenti degli uffici facenti parte dell’Ufficio territoriale dello Stato, eventualmente prevedendo l’attribuzione allo stesso di poteri sostitutivi».

Ora, nel caso delle soprintendenze questa confluenza in uffici diretti dal rappresentante dell’esecutivo sostituisce una discrezionalità tecnica con una amministrativa, e si configura come la messa sotto tutela governativa di un ufficio che deve invece rimanere del tutto autonomo. Questa svolta contraddice fatalmente la lunga storia italiana della tutela pubblica. L’articolo 2 della legge 386 del 22 giugno 1907 disponeva che: «I prefetti e le autorità che ne dipendono, i procuratori del Re e gli ufficiali di polizia giudiziaria (...) coadiuvano le sopraintendenze e gli analoghi uffici più prossimi, dando notizia di qualunque fatto che attenga alla tutela degli interessi archeologici e artistici e intervenendo dovunque lo richieda l’osservanza della legge che regola tale tutela». Anche prima della Costituzione, dunque, la specificità tecnico-scientifica delle Soprintendenze era riconosciuta, e i prefetti dovevano non dirigere i Soprintendenti, ma semmai coadiuvare il loro lavoro di tutela. Nemmeno le leggi fasciste del 1939 osarono negare questo principio, che fu poi consacrato, al massimo livello possibile, tra i principi fondamentali su cui si fonda la Repubblica.

Signor Presidente, siamo certi che la palese incostituzionalità di queste due disposizioni sarà accertata dalla Corte Costituzionale: ma le chiediamo se non sia saggio evitare al paesaggio e al patrimonio storico e artistico della Nazione lo scempio che potrebbe avvenire in attesa di un tale pronunciamento.

Con osservanza,

Gaetano Azzariti, Professore ordinario di diritto costituzionale
Lorenza Carlassare, Professore emerito di diritto costituzionale
Alberto Lucarelli
Paolo Maddalena, già Vice Presidente della Corte Costituzionale
Guido Neppi Modona, già Giudice della Corte Costituzionale
Alessandro Pace
Salvatore Settis, già Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali
Gustavo Zagrebelsky, già Presidente della Corte Costituzionale

Come Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua sentiamo la necessità di prendere parola in merito al deposito di diversi quesiti referendari presso la Corte di Cassazione effettuato lo scorso 16 luglio dall’associazione “Possibile” promossa da Pippo Civati. Sono otto quesiti che spaziano dalla materia elettorale al Jobs Act, dalla “Buona scuola” allo “Sblocca Italia”, con l’intenzione dichiarata di raccogliere le oltre 500.000 firme necessarie entro il prossimo 30 settembre.

Riteniamo di dover prendere parola perché in base alla nostra esperienza - quella di due referendum che nel giugno 2011 hanno portato la maggioranza assoluta del popolo italiano a dichiarare l’acqua bene comune e la necessità di una sua gestione pubblica e partecipativa - crediamo che si stia sbagliando nel metodo e nel merito.

Il referendum è uno dei pochissimi strumenti a disposizione della popolazione per poter intervenire e decidere su temi e problemi che riguardano l’intera società; uno strumento spuntato dalla crisi della democrazia, come abbiamo sperimentato con la mancata applicazione di quanto deciso sull’acqua, ma sicuramente capace di costruire sensibilizzazione culturale, mobilitazione sociale, partecipazione collettiva. Elementi senza la presenza dei quali, l’annuncio di nuovi referendum, oltreché palesemente inefficace - ha idea l’onorevole Civati di cosa voglia dire raccogliere le firme in tutto il paese entro il 30 settembre? - rischia di essere il già conosciuto tentativo di sovradeterminare i conflitti reali aperti nella società.

Come Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua siamo direttamente impegnati in molte delle lotte ambientali che riguardano lo Sblocca Italia, insieme a reti e comitati che in moltissimi territori stanno costruendo l’attivazione sociale per fermare la nuova ondata di opere e impianti inutili e devastanti. Così come siamo impegnati a contrastare il nuovo ciclo di privatizzazione dei servizi pubblici locali e a favorirne la ripubblicizzazione. E’ solo dall’elaborazione e dall’esperienza dei comitati direttamente impegnati che può maturare l’eventuale decisione di costruire una campagna referendaria.

Lo stesso dicasi su temi come la “Buona scuola” o il “Jobs Act” che, pur non vedendoci direttamente impegnati come Forum, ci vedono comunque interessati come esperienza che ha fatto dei beni comuni e dei diritti sociali l’humus del proprio agire sociale.

La profondità della crisi della democrazia in questo Paese e l’attacco sistematico ai diritti e ai beni comuni portato avanti dal governo Renzi e dai dogmi dell’austerità dell’Unione Europea richiedono senz’altro una forte risposta da parte dei movimenti sociali e la possibilità di costruire una stagione di “referendum sociali”, connettendo l’insieme delle lotte in campo nel Paese, è senz’altro tema su cui ci interessa un confronto dentro i movimenti e nella società.

In nessun caso, crediamo che questo confronto possa essere by-passato o addirittura “rappresentato” da proposte velleitarie interamente giocate dentro lo schema di un autoreferenziale riposizionamento dentro il quadro politico.

Sulla base di queste riflessioni, e come già richiesto pubblicamente dal variegato movimento per la scuola pubblica, crediamo sia necessario chiedere all’associazione “Possibile” di ritirare la propria proposta.

La democrazia è troppo importante per essere affidata ad annunci velleitari ad uso mediatico.

Luglio 2015.

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