Caro Eddy, i tempi sono tanto orribili che non viene più la forza di chiedere «come va?».Ti mando un mio articoletto apparso sulle pagine milanesi del «Corriere della Sera», in cui sintetizzavo l'intervento al Convegno che si è tenuto in Triennale a partire dalla Mostra «La città infinita» curata da Aldo Bonomi e Alberto Abruzzese.
Si può essere densi e giusti anche nella sintesi di un “articoletto”. Grazie! Inserisco subito, qui.
La legge dispone di rendere pubblico, per un certo periodo, i progetti edilizi complessi analogamente ai piani urbanistici. Ciò ha il fine di dare la possibilità ai cittadini interessati di presentare osservazioni riguardo al progetto.
Questa è la Legge ma la realtà è un'altra e peggiorata dal marketing applicata alla modificazione del territorio. La realtà è che il cittadino non ha il tempo e a volte la preparazione culturale per recarsi presso gli enti locali a prendere visione e ancor meno analizzare i progetti. Inoltre la proprietà, con l'iniziativa e le disponibilità economiche che le sono proprie, intraprende azioni comunicative che presentano una finta realtà non contrastata da uguali azioni informative pubbliche. La potenza di modificazione dell'opinione pubblica dell'ente locale è minima rispetto a quella elevata e senza limiti della proprietà.
Di esempi ce ne sono a centinaia; ne segnalo uno riguardante l'intervento denominato "I Gigliati", previsto nella cittadina di Fidenza, in provincia di Parma. Il rendering divulgato sui media è suggestivo e mistificatorio della reale portata dell'intervento raffigurandolo visivamente per la minima parte comprendente quasi esclusivamente le superfici a verde e spazio pubblico. Rinvio, per una migliore fruizione dei concetti, al sito diariodifidenza.it ove sono riportati il rendering a confronto con la reale incidenza progettuale.
A quando un'etica della comunicazione per chi modifica il territorio che, in fin dei conti, non è dentifricio?
Un cordiale saluto.
Condivido pienamente la sua critica. La retorica della partecipazione nasconde giochi di prestigio orientati a propagandare, cioè a convincere che una certa merce è desiderabile al di là delle sue qualità reali, spesso inventando e mistificando. E spesso i tecnici aiutano a mistificare, a camuffare, a nascondere; il largo impiego dei rendering finisce per testimoniare proprio questa intenzione.
Ma la responsabilità va distribuita in più d’una direzione: chi governa, che si propone più di inculcare che di convincere; chi assiste tecnicamente il governante, che adopera il suo sapere nell’aiutare a camuffare, anziché a rendere trasparente ciò di cui si discute; e anche il cittadino, che dovrebbe impiegare parte del suo tempo a comprendere, a pretendere che lo si aiuti a comprendere, e a contestare chi lo inganna.
Cari amici,
di seguito il disegno delle abitazioni di cui Ar.te Immobiliare annuncia l'imminente costruzione ai bordi del Parco Mauriziano di Chivasso. Le abitazioni costituiscono il cosiddetto PEC Mauriziano approvato dal Comune di Chivasso, già da una precedente amministrazione.
Il disegno è tratto dal sito dell'immobiliare medesima, che potete consultare anche voi.
Qualche osservazione:
1) gli edifici (in giallo) che verranno costruiti sono alti e grandi, sproporzionati rispetto alle piccole case (in grigio) esistenti nella zona, e sono ai confini del Parco, a differenza delle casette. Insomma, tra le attuali casette e il Parco ora c'è un grande prato: un'area verde rimasta per anni intatta, e che ora verrà riempita dal complesso edilizio;
2) I nuovi edifici appaiono alti e grandi (ad una domanda telefonica fatta da un giornale locale l'impresa ha risposto che verranno costruiti 600 appartamenti, vedi "La Periferia" del 16 luglio 2008): e il verde? Qualche fila di alberelli: oltretutto questo è il disegno presentato agli acquirenti: quanti di questi alberelli verranno veramente piantati? Tenete conto che la fitta striscia di alberi che compare alle spalle del complesso edilizio non rappresenta in modo credibile l'esistente: non sono alberi così fitti come compaiono nel disegno: se tanto mi dà tanto, staremo a vedere quanto verde verrà effettivamente creato attorno alle nuove abitazioni;
3) come potete notare, la strada (la famigerata strada del Mauriziano) collega due rotonde, una all'inizio di Chivasso Ovest, e una ai bordi del centro città. Cioè raccoglie il traffico in arrivo da Torino e lo convoglia verso il centro città (e verso le zone di espansione urbana di Chivasso Nord, a Nord della ferrovia Torino - Milano), e viceversa. Diventerà perciò una strada di grande traffico, che passerà ai bordi del Parco, dove ora c'è solo un tranquillo sterrato da passeggio. E consentirà a chi arriva da Torino di raggiungere rapidamente il centro infilandosi a razzo in Via Berruti: un altro colpo di genio, visto che nella zona di Via Berruti ci sono scuole superiori, un asilo e un centro anziani;
4) gli edifici sono alti e grandi e si affacciano sul Parco. Costituiranno uno specie di muro che incomberà sul Parco: un disastro anche dal punto di vista paesaggistico. Mi chiedo con quale criterio l'Amministrazione che ha approvato il Pec abbia consentito una tale cubatura, o meglio con quale criterio sia stato redatto il Piano Regolatore che autorizza una tale cubatura in quell'area finora circondata dal verde. Quel piano regolatore è stato approvato definitivamente nel 2004, sotto l'amministrazione dell'attuale senatore Andrea Fluttero. Ora il senatore è stato nominato responsabile per le politiche ambientali del suo partito. Non commento: fate voi. E un po' come se il ministero della salute venisse affidato a Jack lo Squartatore;
5) nell'immagine 2, in alto verso destra, compare un'area verde. E' molto più grande di quanto appaia nel disegno. Ora è un grande campo coltivato, l'ultimo che ancora trovate uscendo da Chivasso verso Torino, a destra dopo il distributore di benzina e prima della rotonda. E' una specie di miracolo che un pratone come quello sia ancora lì e non sia stato ancora urbanizzato. Ma probabilmente non durerà a lungo. Il Piano regolatore consente che vi si costruiscano capannoni. Eppure a Chivasso vi sono due grandi aree industriali sottoutilizzate, e poste vicino al casello autostradale, la Chind e il Pichi, cioè l'ex area Lancia. A che serve destinare a capannoni anche il pratone? Gli ambientalisti chivassesi hanno chiesto una variazione di piano per trasformare il pratone in area verde o agricola, in modo da salvarla. Naturalmente, nessuna risposta. Oltretutto, oggi, con l'aumento del prezzo dei prodotti agricoli, sarebbe sensato salvare le aree agricole esistenti. Invece ci faranno capannoni: un vero colpo di genio! Chissà se qualche membro dell'Amministrazione chivassese si è mai imbattuto nell'espressione "consumo di suolo". Forse sì, ma potrebbe averlo scambiato per una nozione usata in un corso universitario sull'allevamento dei vermi, oppure in un corso di Scienza dell'alimentazione.
Per ulteriori informazioni sulla situazione urbanistica Chivasso (adatta ad una tesi di laurea intitolata: "Un caso di urbanistica criminale") visitate il sito del Centro Otelli di Chivasso (www.centrotelli.blospot.com).
La Illycaffè ha presentato una richiesta di risarcimento danni per 450.000 Euro nei confronti di un blog intitolato “Illyflop”, attivato nella recente campagna elettorale per le elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia, blog di cui era responsabile un esponente di AN e che era rivolto in realtà contro l’allora presidente della Regione, Riccardo Illy. La richiesta è motivata dal fatto che il blog in questione - peraltro oscurato dopo pochi giorni – avrebbe provocato un calo (quantificato in 180 tonnellate di caffè) nelle vendite dell’azienda. La vicenda – ancorché apparentemente grottesca - giustifica una certa preoccupazione, per quanto concerne la libertà di parola e di stampa.
Se è infatti sufficiente che il cognome di un politico e il nome di un’azienda coincidano, per motivare richieste del genere, è facile immaginare a quali rischi si andrebbe incontro, qualora il tribunale ammettesse l’istanza della Illycaffè.
Ogni critica rivolta al politico sarebbe infatti ritenuta riverberarsi automaticamente sull’azienda, con le conseguenti azioni giudiziarie: tenuto conto del numero di imprenditori (o rampolli di famiglie imprenditoriali) “prestati alla politica” in Italia, le conseguenze sarebbero incalcolabili. Verrebbe a crearsi infatti una nuova forma di censura, incompatibile con i diritti politici elementari garantiti dalla Costituzione. Avrebbero qualcosa da temere tutti coloro i quali – non soltanto i avversari politici – per anni hanno criticato Illy presidente della Regione Friuli Venezia Giulia (e prima ancora Illy sindaco di Trieste) in interventi sui media, nei dibattiti pubblici, ecc.
Pare quindi evidente l’effetto intimidatorio implicito nella richiesta di risarcimento danni. Nel caso specifico di Illy, poi, viene anche da chiedersi se l’apparentemente inspiegabile favore mediatico di cui ha goduto per anni, sia dovuto a sincero apprezzamento per la sua azione politica, oppure al timore di ritorsioni da parte dell’azienda di famiglia. In ogni caso, l’azione legale pare in linea con il comportamento tenuto da Illy dopo le elezioni, inaspettatamente - per lui e la sua coalizione di centro-sinistra - perdute: totale silenzio con i media e perfino con gli alleati (neppure un ringraziamento agli elettori), ritiro “sdegnoso” nell’azienda, dimissioni da consigliere regionale ma richiesta di riscatto per il vitalizio (da 1.700 Euro netti mensili), che gli spetterà al compimento dei 60 anni in quanto ex consigliere, in aggiunta alla “liquidazione” da quasi 50 mila Euro incassata subito. Come un qualsiasi esponente della “casta”. Il suo reddito dichiarato nel 2006 ammontava a 1.122.423 Euro.
Un evidente paradosso. Il pensiero corre ad altri proprietari di ingenti macchine per fare profitto, ben più potenti (e vincenti) di Illy. Ma B. non sembra poter reclamare danni per il suo soggiorno nella politica.
Cari amici, come potete vedere nell'allegato, una impresa edile annuncia la prossima realizzazione delle nuove abitazioni presso il Parco Mauriziano di Chivasso. Un progetto (il cosiddetto Pec Mauriziano) annunciato da tempo.
Il processo di graduale "privatizzazione" del Parco era già iniziato con la costruzione della "casa degli scout", che l'Amministrazione comunale chivassese ha edificato nei mesi scorsi per assegnarla al gruppo scout CNGEI di Gassino e Chivasso. In città è stato un avvenimento clamoroso, che ha suscitato molte polemiche. E' stato infatti il primo edificio costruito dentro il Parco Mauriziano. Non era mai avvenuto prima: una costruzione realizzata con denaro pubblico - dentro un parco acquistato con denaro pubblico - e che, invece di venire messa a disposizione di tutti i cittadini, sarà assegnata ad una sola associazione privata. (Chi desidera, può ricevere gli atti amministrativi che riguardano la vicenda: in allegato ptete comunque trovare bozza della lettera che gli ambientalisti chivassesi stanno inviando alla Regione Piemonte).
Ora viene annunciata la "prossima realizzazione" degli edifici residenziali del "PEC Mauriziano", che trasformerà il parco nel cortile di casa dei nuovi residenti. Com'è noto, l'edificazione del PEC Mauriziano comporta la costruzione della cosiddetta "strada del Mauriziano", che per un tratto passerà esattamente al confine con il parco: collegando la statale in arrivo da Torino con la provinciale per Montanaro, diventerà una strada di grande traffico e avrà un impatto devastante nei confronti un'area verde finora appartata e tranquilla anche grazie al fatto che vi si accede solo attraverso uno sterrato.
Gli ambientalisti chivassesi da tre anni chiedono all'Amministrazione comunale che venga costruito solo il primo tratto della strada, quello effettivamente necessario agli autoveicoli per raggiungere le nuove abitazioni e il vicino capannone. E chiedono che si rinunci alla costruzione del secondo tratto, quello che correrebbe esattamente lungo il confine con il parco. Questo secondo tratto è una inutile devastazione. Sarà un regalo ai costruttori del PEC Mauriziano: per i futuri residenti delle nuove abitazioni, infatti, quel secondo tratto costituirà una "scorciatoia" per infilarsi rapidamente nel centro della città. Ma sarà una "scorciatoia" che porterà rumore, inquinamento e pericolo in un'area verde frequentata da famiglie, bambini, anziani, sportivi.
Il Parco Mauriziano non è un giardinetto qualsiasi. Antica proprietà dell'Ordine Mauriziano, è un'area ricca di grandi e vecchi alberi, fresca e ombrosa. E' l'unica area verde della città ad avere queste caratteristiche. La sua integrità dovrebbe venire preservata accuratamente, anche a vantaggio dei tanti che, in tempi di crisi economica, hanno minori possibilità di andare in vacanza e di passare i fine settimana fuori città.
Il Parco Mauriziano è stato acquistato dal Comune di Chivasso per metterlo a disposizioni di tutti i cittadini. Ora, come tante aree verdi nel nostro paese, subisce un processo di graduale "mercificazione" e di "privatizzazione" di fatto, a vantaggio di interessi particolari e a danno di quelli collettivi.
Tuttavia, la strada del Mauriziano non è stata ancora costruita: c'è ancora tempo per fermarla.
Piero Meaglia, Comitato Parco Mauriziano di Chivasso
Per info: 011 9109407, 347 0978639,
p.meaglia@libero.it
P.S. Sulle vicende delle ex proprietà dell'Ordine Mauriziano è stato appena pubblicato il libro di Michele Ruggiero, Il grande broglio di Torino. Scandaloso Mauriziano. La dissoluzione della più grande proprietà terriera europea, Fratelli Frilli Editori, Genova 2008, di cui daremo più ampia informazione.
Caro Eddyburg, rispondo all'appello di Giuseppe Palermo che invoca l'aiuto degli esperti di fronte al diffondersi di sentenze dei TAR che negano la legittimità dei ricorsi delle associazioni ambientaliste e suggerisce il coinvolgimento diretto dei cittadini nei ricorsi. Purtroppo la situazione è ancora peggiore: in un ricorso di cittadini e commercianti del quartiere Isola a Milano il Consiglio di Stato ha annullato la sentenza del TAR Lombardia favorevole nel merito ai ricorrenti sostenendo - udite, udite - che cittadini e commercianti non potevano avere interessi legittimi convergenti; il Tar Lombardia si è prontamente adeguato a questo ammaestramento citando quella sentenza per negare la legittimazione al ricorso sul caso ex Varesine dove i ricorrenti erano solo cittadini direttamente antistanti l'area in questione.
Il messaggio è chiaro: nelle trattative dirette (PII, ecc.) tra amministrazioni comunali e proprietà immobiliari con cui si gestisce ormai la città, i cittadini è bene che non mettano becco !
Con un Parlamento tutto impegnato a risolvere i casi giudiziari del premier, la questione della giustizia per i cittadini comuni viene continuamente negata, anzi si avanza l'ipotesi che negli eventi speciali (Expò, grandi opere) bisognerebbe sancire per legge l'impossibilità di associazioni e cittadini di ricorrere ai TAR chiedendo le sospensive: se ne parlerebbe semmai poi, ad opere compiute, per valutare eventuali diritti a risarcimenti monetari. Anche qui, immunità e blocca processi, diritto del più forte economicamente a fare i propri comodi, se del caso pagando il proprio privilegio.
Sono i politici, non gli esperti, a dovere farsi vivi rompendo un farisaico diplomatismo istituzionale che assiste inerte alla demolizione dello Stato di diritto!
Certo che è la politica che deve farsi carico di questi aspetti della vita e del futuro della nostra società: tanto più che l’aggressione ai diritti dei cittadini in quanto tali è fortissima e pervasiva, caratterizza un’ideologia che non è solo della destra berlusconiana. Ma la politica non coincide con i politici, essa è anche una dimensione del cittadino. E se i professionisti della politica non fanno, o fanno troppo poco e troppo pochi, il loro mestiere, occorre che i cittadini si attrezzano. Come i politici di professione, anche i cittadini devono attrezzarsi. A questo fine occorrono due cose: la capacità di associarsi, la disponibilità di esperti.
Caro Eddyburg, ho letto il comunicato delle associazioni sulla variante di San Casciano e anche la sentenza del Tar Toscana che rigetta il loro ricorso, e devo dire che, pur comprendendo e condividendo appieno il disappunto di quegli amici, non mi sentirei però di condividere interamente il loro stupore. In realtà la sentenza, per la parte che riguarda l'inammissibilità delle associazioni ambientaliste, mi pare in linea con la giurisprudenza prevalente (fra cui alcune note pronunce del Consiglio di Stato), la quale – purtroppo se vogliamo, ma così è – propone la famosa distinzione fra ambiente e urbanistica. Discutiamone pure, mostriamo tutti i limiti di quella concezione, ma non dimentichiamo nemmeno che si tratta di materia nota e non nuova. Col senno del poi, mi permetto anche di dire che sarebbe stato opportuno rivolgersi, per la firma di quel ricorso, ad un'associazione nel cui statuto quell'interesse all'urbanistica fosse indicato con chiarezza o, ancora meglio, a un qualsiasi privato cittadino abitante nella zona. Quanto poi alla parte della sentenza che dichiara infondati i restanti motivi del ricorso, lì – mi pare – è giocato tutto da un lato sulla data di decorrenza della VAS e delle sue norme attuative e dall’altro sulle procedure che il Comune dice di aver seguito e che i ricorrenti contestano, e su questo, anche perché non conosco le carte, non mi pronuncio.
Se ti scrivo però non è per dare giudizi, senza nemmeno averne i titoli, sul lavoro in ogni caso prezioso fatto dagli altri, ma per una questione più generale. Temi come quelli sopra ricordati (rapporto fra ambiente e urbanistica nel diritto, rappresentatività di comitati e associazioni e interessi diffusi, recepimento delle direttive comunitarie in materia di ambiente) sono troppo importanti per essere lasciati agli specialisti. Specialmente la normativa comunitaria, con i tempi che corrono, dovrebbe essere familiare non agli “operatori del diritto” soltanto ma a tutti, in modo che tutti, proprio tutti, possano avvalersene in modo tempestivo ed efficace, senza intermediari e senza dover incorrere in errori spesso evitabili. Si tratta di procedure estranee alla nostra tradizione, sì, ma con cui avremo a che fare sempre più spesso. I funzionari, compresi quelli bene intenzionati, le conoscono male (hai mai visto, per caso, un soprintendente mandare a VIA, di sua propria iniziativa, un progetto dell’allegato B del dpr 12/4/96, p. es., per capirci, un villaggio turistico? Io no, almeno dalle mie parti, eppure lo potrebbe fare benissimo e ciò oltre tutto gli faciliterebbe il lavoro e gli eviterebbe magari qualche grana superflua; e mi pare anche grave che nel codice dei BBCC appena pubblicato di queste norme comunitarie sovraordinate non si faccia nemmeno cenno). E non è uno scandalo che autentiche enormità (e ancora una volta sulla VIA!) come quelle contenute in certe sentenze su MoSE, Ponte o Tav, per limitarmi a casi macroscopici, non siano state oggetto dell'esame accurato che meritavano e spesso nemmeno siano state impugnate presso la Corte di giustizia europea?
E allora, lo so che le persone capaci di orientarsi bene in queste materie, e poi di farle capire a tutti, sono poche. Ma quei quattro gatti rimasti in giro perché non vedi di chiamarli a raccolta un po’ tu, che intervengano e scrivano più spesso qui di queste cose?
Grazie Giuseppe, è sacrosanto il tuo appello alla collaborazione di chi sa. Sarebbe bello se le associazioni, i comitati, i gruppi interessati alla difesa dei beni comuni (il paesaggio, il territorio, la città) riuscissero a costituire un gruppo di esperti cui chiede pareri e assistenza, valutazioni e consigli. Scendano gli esperti – quelli veri – dalle loro torri d’avorio, e diano una mano a chi, giorno per giorno, cerca di difendere interessi di tutti, troppo spesso a mani nude.
In prima approssimazione si può concordare con De Lucia (Pianificazione paesaggistica vs Pianificazione urbanistica?eddyburg, 29 giugno 2008), perché nella pregevole relazione di Settis al convegno della rete dei comitati del 28 giugno scorso a Firenze, l’affermazione che nella legislazione pregressa sul paesaggio «la tutela si è fermata alla porta delle città» può essere interpretata come un’inesattezza. Ma poi occorre discostarsi dagli argomenti che De Lucia adduce. È indubbio che l’urbanistica abbia da sempre teso a comprendere la tutela del paesaggio. L’urbanistica è essenzialmente volontà di governo dell’interezza del territorio. Ma è difficile pensare che Settis non abbia, come i più, questa consapevolezza. Ciò che, invece, sembra poco presente alla maggioranza dei commentatori è che la legge 1497 del 1939 non intendeva affatto limitare la tutela alle porte delle città. Non solo ciò è documentato dagli innumerevoli scritti che la precedono e ne propugnano l’emanazione; ma anche dalla semplice constatazione che le migliaia di luoghi vincolati in base a quella legge (e non per deliberazione di piani territoriali o urbanistici) comprendono interi centri urbani e cospicue parti di grandi città.
A cosa è dovuto dunque questo costante riaffiorare di una vena polemica, «pianificazione paesaggistica vs pianificazione urbanistica»? Solo a un perdurante quiproquo? No, le radici del contrasto sono profonde e di ben altra natura; ma per lo più non si spinge lo sguardo verso questo fondo, evitando così di porsi faccia a faccia col dilemma in cui resta avvolta la volontà di tutelare il paesaggio in forza di legge, in quanto bene culturale di interesse pubblico. Questa volontà sorge insieme all’affermarsi degli ordini giuridici volti a garantire il cosiddetto “libero mercato”, ossia quell’agire individuale e sociale che, in quanto determinato dallo scopo primario del profitto, si chiama “capitalismo”. La tutela si costituisce essenzialmente sulla base della distinzione tra valore “culturale” e valore “venale” dei beni. Non si tiene mai abbastanza presente che negli ordini giuridici del nostro tempo, quelli in vario modo liberaldemocratici, entrambi i valori sono di interesse pubblico, ossia sono riconosciuti come diritti. Quando un determinato bene è posto come mezzo di un’azione di mercato, pubblico o privato che sia l’attore, tale bene si identifica al suo valore venale. Cosa accade quando il medesimo bene è posto sotto tutela in quanto ne è riconosciuto il suo valore culturale?
Il legislatore e la giurisprudenza hanno mantenuto saldo il principio che il valore culturale è preminente su quello venale. Il fondamento giuridico della tutela pubblica (dalla quale non discende immediatamente alcuna efficienza operativa), è tutta racchiusa in questo principio, che è però insieme il più esplicito riconoscimento della contrapposizione irriducibile dei due valori. In che senso irriducibile? La preminenza di un valore non annienta gli altri possibili. Ma va tenuto ben presente che ogni agire è determinato dallo scopo primario. È lo scopo primario che dà il senso all’agire, che ne determina la direzione verso cui muovere, ogni altro fine coinvolto nell’azione è ridotto a puro e semplice mezzo per raggiungere l’intento prioritario. Sicché ogni agire che ponga come primaria la determinazione del valore venale di un bene, non esclude necessariamente la determinazione del valore culturale del medesimo bene, ma quest’ultima sarà posta necessariamente quale proprio mezzo e così viceversa quando l’azione ponga come primaria la determinazione del valore culturale.
Ora, c’è una pervicace resistenza nella cultura urbanistica a non riconoscere esplicitamente e nella sua essenza che quell’agire per mezzo di atti normativi delle amministrazioni locali che chiamiamo pianificazione urbanistica e territoriale è istituzionalmente e di diritto preposta alla determinazione del valore venale dei beni e come tale è operata, con un’efficacia e un’efficienza che non hanno alcun riscontro in nessuna azione di tutela. Allo stato del diritto è questa la ragion d’essere della pianificazione pubblica, che la rende assolutamente incompatibile con lo scopo costituito dalla determinazione del valore culturale dei beni a fini di tutela.
Un padrone può avere due servi, anzi spesso ha bisogno di molti servi, ossia gli occorrono molte mediazioni per raggiungere gli scopi. Ma un servo (lo strumento urbanistico) non può avere due padroni (il valore culturale e il valore venale). Quando si tende, come si sta tendendo, verso una tale situazione, allora è il servo a farla da padrone, ossia il mezzo (la strumentazione urbanistica) si rovescia in scopo primario di tutte le azioni che se la contendono. L’agire determinato dalla tutela e l’agire determinato dagli interessi economici (pubblici o privati che siano) sono costretti ad assumere come scopo primario il possesso e il potenziamento del mezzo, ciascuno nel tentativo di prevalere sull’avversario. Sicché gli atti normativi, di legge e amministrativi, vanno crescendo di numero e s’infittisce il ritmo e la variazione della loro produzione. Ma allo stato dei rapporti di forza, è l’agire economico che ha la capacità di sviluppare una potenza di gran lunga superiore all’agire culturale nel potenziamento e nell’uso degli strumenti di piano a proprio favore. È altamente probabile (ma qui non c’è spazio per argomentare la tesi) che l’insufficiente consapevolezza di gran parte della cultura urbanistica contribuisca a rafforzare tale supremazia, anche quando o soprattutto quando crede o vuol far credere di esser tutta intenta a salvare e a donar paesaggio (e non solo) all’umanità intera.
Il punto su cui non concordo con Ventura è racchiuso in questa frase: “quell’agire [...] che chiamiamo pianificazione urbanistica e territoriale è istituzionalmente e di diritto preposta alla determinazione del valore venale dei beni”. A differenza di Ventura, io ritengo che la pianificazione urbanistica sia uno strumento, la cui finalizzazione è determinata dalla politica. Tra i suoi effetti possono esserci sia l’attribuzione di “valori venali” che la tutela di “valori culturali”, È solo se scendiamo dal livello dell’astrazione a quello della concretezza che possiamo cogliere la validità (parziale) della posizione di Ventura: che sta nel fatto che oggi, nella condizione della nostra attuale società, la pianificazione è adoperata per la finalità “venale”. Ma le eccezioni ci sono, e dimostrano che – come nel caso dei piani ricordati da De Lucia – la pianificazione può essere adoperata anche per la finalità della tutela dei “valori culturali”.
Alcuni di noi, da diverse sponde, si sforzarono di proporre un metodo di pianificazione che anteponesse, nella pianificazione territoriale e urbanistica ordinaria, le scelte della tutela su quelle della trasformazione, cioè dell’attribuzione di “valore venale” (rinvio in proposito al mio scritto per i Quaderni dell’Archivio Osvaldo Piacentini). Tracce sbiadite di questo tentativo sono nelle parole di alcune leggi regionali, come la toscana; ma sono, più che parole, chiacchiere.
Gentile prof. Salzano,
Dall'articolo di ieri uscito su Milano Finanza (di seguito), se ho capito bene:
1) Io Stato non ho un euro da dare a Te Comune e a Te ho tolto l'Ici;
2) Tu Comune non hai un euro, ma non puoi tartassare i concittadini federalisti, autonomi e devoluti... se no arrivano le forche da te...mi crolla il federalismo e poi faccio comunque brutta figura anche io Stato;
3) Se Tu comune non puoi tartassare non puoi, così come sei messo adesso amministrativamente, vendere ai privati la terra i palazzi, i musei che i tuoi concittadini passati e presenti ti hanno lasciato. Tu Comune sei una bella signora non più tanto giovane e senza molti liquidi ma hai comunque ricche doti immobiliari che tieni "congelate". E si sa, quando c'è la salute c'è tutto...
4) Se però Tu Comune dai a me Stato i palazzi i musei e quant'altro che i tuoi concittadini ti hanno lasciato in eredità per custodirli, indebolisci i tuoi status proprietari, le tue prerogative, sciogli i vincoli e me li fai vendere a me Stato, io garantisco Te Comune che la cosà apparirà semplice ed indolore, sotto il tappeto di una mega corporation immobiliare, con sede in Olanda ed "utili" (di pochi) in luogo dei diritti (di tutti) e soci (pochi) in luogo dei "cittadini" (tutti).
5) Tu Comune, vecchia signora, non avrai più bisogno dell'umiliante assegno-trasferimento di papà Stato, è il federalismo baby cosa ci vuoi fare! Una volta ceduti tutti i gioielli di famiglia tramite la mallevadoria statale alla Corporation, reso disponibile al mercato l'indisponibile, violati tutti i pomerii, potrai comunque ritirare, a ogni fine del mese... i soldi della pensione da qualcun'altro...
Cortesia, Convenienza, Qualità
ho capito bene o sono troppo pessimista?
Temo proprio che, nella sostanza, lei abbia capito benissimo. Quanto tempo impiegheranno i nostri concittadini a comprendere che hanno dato poteri quasi assoluti a chi le inventa tutte per togliere loro quello che hanno conquistato con lotte e sacrifici? Inserisco di seguito l’articolo che mi ha cortesemente inviato. Lei legga l'analisi /article/articleview/11455/0/150/ di Mario Agostinelli e Andrea Rossi sul modo in cui con l'ICI tolgono ai poveri per dare ai ricchi.
Tremonti vuole i palazzi comunali.
Manovrina da 3 miliardi nel 2008, oltre 13 miliardi nel 2009.
di Rocco Spinosi
Milano Finanze, 13 giugno 2008
L’immaginazione e la creatività non gli è mai mancata e anche questa volta il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, sta mettendo a punto una manovra delle sue. Nel mirino il gigantesco patrimonio immobiliare degli enti locali che assomma a oltre 460 miliardi. Peccato che siano gestiti malissimo, dal momento che danno in media un rendimento dell' 1 % e costano il 2%. Bene, per recuperare parte delle risorse che servono a far ripartire l'Italia con il suo Piano Triennale, il superministro avrebbe in carnet un progetto per il prossimo Dpef: il conferimento di una corposa fetta degli immobili comunali nella nuova società che nascerà dalla fusione tra Patrimonio spa, Agenzia del Demanio e Fintecna Immobiliare. Per il via libera del piano serve l'assenso dei comuni interessati, ma l'intento sarebbe quello di razionalizzare l'immenso mattone di Stato, retrocedendo poi agli enti locali che aderissero all'operazione un valore per ciascun immobile trasferito: un percorso analogo a quello effettuato già in passato con le operazioni di cartolarizzazione Scip 1 e Scip 2, dove gli enti previdenziali che conferirono i loro immobili al Tesoro ebbero in cambio capitali senza ricevere però più i trasferimenti centrali. Un'altra ipotesi in campo prevede un fondo immobiliare che gestirebbe anche gli edifici. La manovra è complessa e con cifre da capogiro, basti pensare che uno studio recente di Magna Carta ha contabilizzato in ben 227 miliardi il valore degli immobili comunali, mentre regioni e province avrebbero sotto il loro ombrello cespiti molto inferiori rispettivamente di 11 e 29 miliardi. Ma da ieri è certo che una stretta sugli enti locali arriverà e sarà di circa 3,4 miliardi solo nel 2009 (1 miliardo di tagli solo alla sanità) per salire a quota 5,2 nel 2010 (2 miliardi i tagli sanitari).
Il quadro macroeconomico non è infatti incoraggiante e i tecnici ministeriali sono alla ricerca di 35 miliardi che comporranno il menu del Piano, di cui 13,1, come ha annunciato ieri il sottosegretario al Tesoro Giuseppe Vegas, solo per il 2009. Intanto Tremonti, il presidente della Camera Fini e il ministro Calderoli hanno fatto il punto sul Dpef e da alcune fonti è giunta anche una conferma: il governo, insieme a manovra e disegni di legge collegati, avrebbe pronta anche una piccola manovrina correttiva per il 2008, necessaria a centrare il rapporto deficit/pii. Si tratta di misure da 2,5-3 miliardi che arriverebbero da una stretta sulle spesa delle p.a. e dalle annunciate misure fiscali su banche e petrolieri. Dpef, decreto legge sulla manovrina e ddl sul piano di sviluppo saranno discussi nel consiglio dei ministri fissato per mercoledì 108 giugno alle 18.
Ho letto l'articolo dell'Unità con cui Morassut risponde a Tocci e la postilla. C'è un punto molto importante che andrebbe chiarito - sicuramente a vantaggio della comprensione da parte dei non specialisti, ma forse anche per loro -: Morassut dice che le denunce di Report si riferiscono a iniziative urbanistiche che sono il risultato di decisioni presi dalle giunte Carraro. Il punto è che tutto ciò non riguarderebbe il nuovo PRG: se questo è vero (non si dice niente nella postilla su questo), la questione riguarderebbe il fatto che per 15 anni le giunte di sinistra non hanno fatto niente per mettere una pezza alle situazioni che hanno prodotto gli obbrobri denunciati da Report (ridisegnarli, annullarli, qualche cosa...) e, più che altro, che tali obbrobri prendessero forma. Il problema, quindi, sarebbe grave, ma diverso da quello denunciato da Report e commentato da Tocci.
Nella postilla si scrive che “le previsioni dei PRG non concedono affatto ‘diritti edificatori’, che quindi la cancellazione di previsioni del vecchio PRG (1962!!!) non comportava nessuna ‘compensazione’ nè per Tormarancia nè per nessuna altra previsione che si fosse voluta cancellare. Rilasciare o autorizzare atti abilitativi basati su vecchie previsioni di PRG non era quindi necessario nè alla giunta Rutelli nè alla giunta Veltroni”. Mi sembra che sia esattamente quello che Declich vorrebbe che fosse scritto. L’origine di tutti i regali che gli amministratori alla Morassut (non è certamente l’unico!) fanno alla rendita immobiliare sta proprio in quella incredibile falsità: che il PRG assegni dei “diritti edificatori” che devono in qualche modo essere riconosciuti. Nella trappola di questa falsità cade perfino Walter Tocci: il che prova che quella malfamata espressione, “diritti edificatori”, è diventato un idolum fori. Bisogna sconfiggerlo, caro Declich, il marcio nasce da lì. Carlo Levi diceva: le parole sono pietre. Oggi dobbiamo dire: dalle parole sbagliate nascono palazzi.
Caro Eddy, raccolgo il tuo invito a conclusione dell’incontro di sabato a Ferrara. Francesco Indovina, il cui intervento è stato molto interessante, ha fatto nella replica un’affermazione a proposito di Barcellona, che a me non pare esatta: ha sostenuto che nel territorio metropolitano di quella città è in atto una interessante esperienza di governo metropolitano, senza che vi sia nemmeno un piano urbanistico di riferimento. Non so se in questo preciso momento la situazione è quella che dice Francesco ma mi risulta che storicamente questa esperienza si è formata su solide basi di pianificazione. Accludo uno stralcio di una lezione che tenni in un corso integrativo di urbanistica a Napoli sugli uffici di pianificazione, dove ricordo alcune notizie su questo tema. Dalla mie informazioni risulta che:
- il piano urbanistico c’era, ebbe una importanza rilevante e sulla sua formazione aveva avuto una notevole influenza il piano intercomunale milanese. E’ strano il mondo allora erano gli spagnoli a copiarci;
- c’era anche un organismo di governo metropolitano, che a quanto mi risulta opera ancora, specie nella gestione delle reti infrastrutturali. Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di visitare questa struttura e ho appreso tra l’altro che – per quanto costituito per legge dal Franchismo morente – era diventato una struttura governato dai socialisti e quindi inviso alla Generalidad, che lo sciolse d’imperio. Ma ciò non valse a distruggere questa struttura che si ricostituì qualche anno dopo, su base consortile, per volontà diretta dei comuni interessati.
Roberto Giannì
Forse non mi sono spiegato bene, ho sostenuto una cosa diversa e cioè che era stato approvato il nuovo piano metropolitano, un piano i cui primi vagiti
risalgono al 1963, ma manca ancora un livello di governo metropolitano. Come mi pare si sia messo in evidenza, proprio nella riunione, l'assenza di un livello
di governo appare negativo anche per la migliore pianificazione. Una struttura "consortile" non è proprio una struttura di governo perchè essa è legata al consenso dei membri che misurano la condivisione in base all'interesse della propria zona e non dell'intera area metropolitana (a questo proposito il fallimento di tutte le esperienze italiane di pianificazione comprensoriale costituisce una verifica di questa mia opinione). E' vero che a Barcellona esiste una gestione unitaria delle reti di mobilità, che è stata una fortuna per determinare linee di indirizzo all'esplosione di Barcellona, dando luogo a quella che Oriol Nello definisce una "città di città" e alle quale, se non ricordo male, ho fatto riferimento nell'intervento.
Quindi non mi pare ci sia da contendere tra Giannì e me, ma piuttosto un fraintendimento in ragione dei tempi stretti che la tavola rotondo ha cocesso a ciascuno.
Altri punti, dato l'uditorio, mi sembrava fossero più controversi. Io sono disponibile anche ad un dibattito telematico.
Francesco Indovina
D’accordo, Francesco, proseguiremo la discussione, soprattutto sui punti controversi: che valutazione dare dello sprawl e, più in generale, è indispensabile accodarsi allo sviluppo in atto, alle sue regole, ai suoi miti e ai suoi "stili di vita", oppure si può (si deve) criticarlo e contrastarlo? Ne riparleremo presto, il Festival di Ferra a è statoi molto interessante in proposito, fino agli ultimissimi interventi di domenica sera
Vi segnalo due video (su Yuo Tube) sui risultati dell'attività edilizia nel comune di Capo d'Orlando (ME). Allegato un documento sulla situazione urbanistica della città
1 http://it.youtube.com/watch?v=grgZzGqLaHU&feature=related
2 http://it.youtube.com/watch?v=rBDb1-eFy0Q
Saluti.
Davvero terrificante questa tranquilla documentazione di come rubano il nostro patrimonio, giorno per giorno
Ho letto l'Eddytoriale e sono contento che tu abbia scritto quelle righe, perché mi ci riconosco ed è importante che questo avvenga, anche sopratutto a distanze generazionali ampie.
Ma cosa è successo? E' successo un casino e adesso dobbiamo rimboccarci le maniche.
Non sarebbe il caso che si pensassero a forme nuove di espressione della rappresentanza? I partiti di massa sono stati smantellati, e sono diventati cartelli elettorali, come negli Usa. Non c'è da stupirsi che poi vinca chi ha il programma più superficiale e gretto. Non c'è più un'azione politica quotidiana sui territori, il risultato è questo: a far la destra è più brava la destra.
Non esiste più un comunità, nel senso che il senso di appartenenza sui luoghi di lavoro e in altri contesti è stato disintegrato. Non ci si sente più di condividere una condizione sociale e civile con gli altri. Le nostre sono città di individui soli anche se non solitari. Il recupero di questa identità avviene sul piano territoriale e l'ha capito la lega Nord che su un'identità finta ha costruito il suo successo.
La sinistra invece si è ritirata nei salotti a discutere di sistemi elettorali e bizantinismi vari, la sinistra non parla più la lingua delle classi subalterne.
Non c'è un orizzonte alternativo a quello grigio e plumbeo del neolibersimo. Non c'è. Il Pci aveva il mito dell'Urss (non è nostalgia, intendiamoci, anzi) che era potente, significava che era possibile organizzare la società in modo diverso.
Oggi c'è sconforto, questo è l'unico mondo possibile. Non c'è un disegno, un orizzonte, una meta comune. Non si può far politica senza questa meta, si è condannati a brancolare nel buio e a non essere credibili malgrado la buona volontà.
Occorre mettersi di impegno, studiare, capire, come dici tu, tanti hanno rinunciato a farlo tanto tempo fa, intenti a seguire le risate finte di Drive In.
Spero a presto
Si, occorre studiare. Ma studiare significa seguire due percorsi, nessuno dei quali può essere abbandonato. 1) Comprendere che cosa è oggi il sistema economico-sociale nel quale viviamo, quali sono i suoi meccanismi economi e quelli sociali, chi ne siano i beneficiari e chi le vittime; e comprendere se si può cambiarlo, e su quali punti far leva per farlo. 2) comprendere, giorno per giorno, com’è fatta l’Italia e come si muove, quali sono le articolazioni della società, i poteri che in essa agiscono e gli strumenti che adoperano, il consenso che i poteri ottengono dai diversi ceti, categorie, classi.
Questo intendo per studiare. Ovviamente non può ciascuno di noi fare tutto, perciò occorre un lavoro collettivo, nel quale ciascuno dia il suo apporto. E, ovviamente, occorre che ci sia lo spazio per studiare e comprendere, e diffondere le conoscenze: perciò devono rimanere aperti gli spazi della democrazia. Che è costata lacrime e sangue non solo ai “comunisti” che oggi tutti condannano, ma certamente a loro in misura molto ampia.
Mantenere aperti gli spazi della democrazia significa che bisogna occuparsi di politica già da oggi, e non aspettare il momento in cui avremo compreso come si può cambiare il mondo.Anche perchè, nel frattempo, dobbiamo cercare che distruggano il meno possibile di ciò che merita di essere usato con parsimonia. A proposito, a che ne sta l'imbecille Metro di Parma?
Abbiamo letto ieri un singolare comunicato d’agenzia, che riportava un singolare giudizio espresso da Silvio Berlusconi in visita elettorale ad Alghero. L’abbiamo spedito a chiedendogli informazioni sull’episodio di ingiustificato blocco dei lavori che la sinistra avrebbe compiuto. Ecco la risposta.
Caro eddyburg, quando ho visto la nota Agi di ieri ho pensato ad un errore. Secondo l’agenzia “Silvio Berlusconi, ad Alghero, parlando davanti agli imprenditori locali davanti al plastico dell'Hotel Carlos V i cui lavori di ampliamento sono bloccati”, ha detto che la cultura degli uomini di sinistra “rende invincibile l'ostilità per gli imprenditori. A quelli della sinistra – ha osservato con enfasi - l'edilizia privata sembra un atto di ruberia. Sono arrivato alla conclusione che sono antropologicamente diversi da noi”.
Nella nota dell’AGI manca però una informazione essenziale: i lavori di soprelevazione dell'albergo non sono stati bloccati per via dei complotti della sinistra ma per ordine della Procura della Repubblica di Sassari, la quale ha constatato che si tratta di lavori illegittimi, ha messo sotto sequestro il corpo di fabbrica abusivo e ha rinviato a giudizio l'imprenditore e altri presunti responsabili. Siamo abituati a queste sceneggiate e non varrebbe la pena di commentare. Ma tutte le volte che Berlusconi mischia le carte e cerca di fare passare per vittime gli evasori fiscali e gli abusivi si sente l'obbligo di precisare. Ecco allora un articolo de La Nuova Sardegna, del 13 novembre scorso, che documenta nel dettaglio i fatti che riguardano gli abusi edilizi del padrone del Carlos V patrocinato da Berlusconi. Il titolo delll’articolo, di Federico Spano, è: “Sono quattro i rinvii a giudizio per il raddoppio dell’hotel Carlos V”
“Quattro rinvii a giudizio per il raddoppio dell’hotel Carlos V di Alghero. Ieri mattina, il giudice per le indagini preliminari Antonello Spanu ha fissato l’udienza per i quattro indagati per i presunti abusi nell’ampliamento dell’albergo algherese, che sarà una delle sedi del vertice vertice italo-algerino di domani. Tommaso Domenico Giorico, amministratore unico della Giorico Hotels, proprietaria della struttura, il fratello Riccardo, amministratore dell’impresa Sofingi che stava eseguendo l’opera, e il direttore dei lavori, Antonio Delogu, difesi dagli avvocati Pasqualino Federici e Luigi Concas, devono rispondere dell’accusa di abuso edilizio, mentre Antonio Era, funzionario comunale con delega all’edilizia privata, rappresentato dall’avvocato Giuseppe Conti, è accusato di abuso d’ufficio. L’udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 12 dicembre. L’inchiesta della procura, condotta dal sostituto Paolo Piras, era partita nel 2006 in seguito alla denuncia dei residenti nella zona dell’albergo, sul lungomare Valencia, che si lamentavano per la perdita del «diritto al panorama», in seguito alla sopraelevazione dell’albergo. Secondo la procura, per l’ampliamento dell’hotel non sarebbe stata condotta la necessaria verifica per gli spazi adibiti a verde pubblico e per la viabilità, oltre all’assenza di uno studio urbanistico approvato dal consiglio comunale. In attesa di verificare eventuali abusi, il sostituto procuratore Paolo Piras aveva chiesto al gip Elena Meloni il sequestro preventivo dell’ala in costruzione dell’hotel a quattro stelle, per evitare che, proseguendo l’ampliamento, i Giorico reiterassero la violazione urbanistica e aggravassero la situazione. La richiesta della procura era stata respinta dal gip, secondo il quale esisteva il permesso di edificare e non poteva essere disapplicato dal giudice. Di avviso opposto, pochi giorni dopo, il tribunale del riesame al quale si era rivolto il pm Paolo Piras. Il collegio, presieduto dal giudice Mariano Brianda, aveva dato ragione alla procura ordinando il sequestro del cantiere. Nell’estate 2006 erano stati posti i sigilli nella parte superiore della struttura, non ancora conclusa. La Procura ritiene che con il progetto di ampliamento del Carlos V, autorizzato da tutti gli uffici competenti, siano stati violati due articoli del piano regolatore della città catalana. Questo comporterebbe un vizio originario di illegittimità della concessione edilizia. Ravvisando l’abuso edilizio, la Procura aveva indagato il committente, il direttore e l’esecutore delle opere nonostante questi avessero formalmente le carte in regola. Ma, a parere della magistratura, inefficaci. Al centro della indagine del pm Piras ci sono soprattutto le altezze del complesso alberghiero, superiori a quelle più frequenti dell’isolato. L’obbligo di rispettare questo limite è contenuto nel Prg algherese, tuttavia a suo tempo questo non impedì all’Ufficio tecnico del Comune di approvare la concessione edilizia. Autorizzazione che esiste, ma che secondo la Procura sarebbe stata concessa in violazione degli strumenti urbanistici. Il consulente della Procura nell’inchiesta sul Carlos V è Alberto Boi, titolare a Cagliari dello studio tecnico «Centro regionale servizi urbanistici». È di Boi la relazione che alla fine della primavera del 2006 aveva convinto il sostituto procuratore Paolo Piras a chiedere al gip Elena Meloni il sequestro preventivo dell’ala in costruzione dell’hotel. Contro l’ordinanza di sequestro avevano presentato ricorso in Cassazione gli avvocati Agostinangelo Marras, Filippo
Filippo Bassu e Antonio Alberto Azzena. Secondo i suoi legali, la Giorico Hotel aveva rispettato il permesso di costruire. Gli avvocati erano entrati nel merito delle presunte altezze violate sostenendo che, nell’area presa in esame, erano stati confrontati edifici con destinazioni d’uso diverse”.
Cara redazione di eddyburg, ho seguito di recente con attenzione il dibattito che si sviluppa sul sito parallelamente alla campagna elettorale, e in particolare la tesi che sottende alcune posizioni sulla città e il territorio, secondo la quale esiste di fatto una convergenza di massima fra i programmi dei due schieramenti principali (PdL e PD) entrambi attestati in prevalenza su posizioni al tempo stesso economicamente liberiste e ambientalmente aggressive.
Credo possa contribuire a far chiarezza, tra l’altro, anche questa analisi proposta qualche tempo fa dal Sole 24 Ore, che allego, focalizzata sul problema della casa.
Cordiali saluti
La ringrazio molto. L’articolo mi sembra ancora utile e quindi lo inserisco, benché in genere cerchiamo di essere tempestivi e di fare della prima pagina un “giornale”
Caro Salzano, mi pare davvero utile ed opportuno che la discussione continui. Penso che un confronto critico aperto sia quello di cui più che mai c’è bisogno anche (in realtà sto pensando ‘soprattutto’) in campo urbanistico. A questo proposito, mi farebbe piacere accostassi queste poche righe alla nota di commento al mio libro che hai pubblicato su eddyburg. Non voglio certo entrare qui in una discussione di dettaglio (chi fosse interessato troverà sviluppi più ampi in un testo di prossima pubblicazione, a cura di De Luca, che anche tu richiami). Solo vorrei fare una precisazione e segnalare alcune cose.
Inizio dalla precisazione: resto convinto che ci siano differenze significative tra una posizione liberale classica (che cerco di riprendere e sviluppare) e le pratiche di governo che oggi alcuni definiscono neoliberali o neoliberiste, ad esempio le pratiche di governo di cui parla David Harvey nel libro Breve storia del neoliberismo, 2007. Lo stesso Harvey è costretto a fare acrobazie d’ogni tipo (come tanti altri del resto) per riuscire a criticare, in un colpo solo e sulla base di una presunta obiezione unitaria, la teoria liberale classica e la teoria neoliberista contemporanea, la teoria conservatrice e la teoria neoconservatrice, le pratiche illiberali più disparate dei governi più vari, etc. Sia chiaro: Harvey ha ovviamente diritto (e, magari, anche ragione) a criticare un insieme di posizioni e pratiche che trova indesiderabili, ma crea solo un’inutile confusione fingendo che stiano tutte sotto lo stesso ombrello. Il punto è che molte pratiche di governo presunte liberali (ad esempio, in Europa o negli Stati Uniti) sono in realtà totalmente illiberali per il loro spregio della rule of law (ossia, della ‘supremazia e certezza del diritto’), l’autoritarismo centralizzatore, l’esorbitante potere attribuito all’esecutivo, l’inclinazione protezionistica, l’idolatria della tradizione, l’opposizione alla sperimentazione di nuovi stili di vita. Continuo a pensare che una posizione quale quella difesa ne La città del liberalismo attivo, 2007 (e nel mio libro precedente: L’ordine sociale spontaneo, 2005) non solo non sia affine a queste pratiche di governo, ma possa utilmente contribuire a criticarle. Cercherò, in futuro, di rendere questo punto ancor più evidente. La confusione che continua a regnare in proposito (e che anche un autore del calibro di Harvey contribuisce purtroppo ad accrescere) mi pare renda la cosa indispensabile.
I punti su cui volevo richiamare l’attenzione, sempre assumendo una posizione liberale classica in senso stretto e radicale (e non quell’instabile miscuglio di neoliberismo e conservatorismo di cui confusamente discute Harvey), sono i seguenti.
In primo luogo, la tradizione liberale a cui mi rifaccio non si disinteressa dei deboli: anzi, ritiene che i deboli sarebbero protetti meglio proprio entro un quadro liberale. Le idee liberali di costituzione, checks and balances, diritti individuali, tolleranza, etc. hanno come obiettivo principale proprio difendere i più deboli della società. L’idea è che la più solida difesa dei deboli si ottiene garantendo le libertà negative individuali di tutti (ossia le libertà alla non-interferenza, da parte di chiunque, nella sfera personale di ognuno). Lungi dall’essere solo libertà ‘formali’, le libertà negative individuali sono infatti quanto di più sostanziale si possa immaginare in difesa proprio dei più deboli (“È solo la libertà al negativo, la rivendicazione di una sfera di non-impedimento, che sta dalla parte dei sottoposti e che non può ritorcersi contro di loro”: Sartori, Democrazia e definizioni, 1959, p. 209. “Il liberalismo è il principio di diritto secondo il quale il potere pubblico [...] deve limitarsi e fare in modo [...] che nello stato [...] possano vivere anche coloro che non pensano né sentono come i più forti o come la maggioranza. Il liberalismo – è necessario oggi ricordarlo – è la generosità suprema: è il diritto che la maggioranza concede alle minoranze ed è dunque il più nobile appello che sia mai risuonato nel mondo [...]” (Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, 2001, p. 105). Dunque, non solo il tema del potere dei forti (governanti compresi) nei confronti dei deboli non è assente dalla tradizione del pensiero liberale, ma è la sua vera ossessione: tutto l’armamentario istituzionale di derivazione liberale può essere riletto come un tentativo di garantire una sfera protetta per chiunque. (Oltre alla imprescindibile difesa delle libertà negative, in un’ottica liberale si possono prevedere anche trasferimenti di risorse in favore di chi di fatto si trova in una situazione di disagio materiale, preferendo però strumenti tipo ‘reddito minimo’ o ‘buoni per servizi’ perché si tratta di forme più efficienti e più facilmente garantibili tramite procedure impersonali. Tutto ciò evitando però di illuderci che si possano creare mondi in cui tutti abbiano accesso a tutto, ed evitando di rendere difficile proprio ai più deboli migliorare la loro posizione nel deleterio tentativo di creare tali mondi impossibili. A margine, ricordo che è ormai riconosciuto da tutti che i sistemi di welfare tradizionali hanno trasferito risorse enormi verso le classi medie e non certo verso gli strati più bassi della società. È anche per questa ragione che credo sia meglio tornare a concentrarci su un’idea di ‘povertà assoluta’ e abbandonare l’idea di ‘povertà relativa’: si vedano Moroni e Chiappero-Martinetti, "Spazi plurali di povertà assoluta. Elementi per una teoria normativa", in corso di pubblicazione su ‘Etica ed economia’, IX/2, 2007).
In secondo luogo, il mercato non è una ‘divinità’ in un’ottica liberale quale la mia (se c’è una divinità, quella è il diritto). Il mercato è, semplicemente, la più efficace forma di organizzazione della vita economica che risulta compatibile con la garanzia di certi diritti individuali fondamentali e con la connessa idea della supremazia del diritto (come cornice impersonale e imparziale di convivenza). Di nuovo, non certo a esclusivo favore dei più ricchi. Per dirla con Mises, I fallimenti dello stato interventista, 1997, p. 365: “Un’economia di libero mercato non è un sistema raccomandabile dal punto di vista degli interessi egoistici degli imprenditori e dei capitalisti. L’interesse particolare di un gruppo o di singoli individui non ha bisogno dell’economia di mercato; è il benessere generale che ne ha necessità. Non è vero che i difensori dell’economia di mercato siano i difensori degli interessi egoistici dei ricchi. Gli interessi particolari degli imprenditori e dei capitalisti invocano l’interventismo, per proteggersi dalla competizione di individui più efficienti e maggiormente attivi. Il libero sviluppo dell’economia di mercato deve’essere tutelato non nell’interesse del ricco, ma nell’interesse di tutti i cittadini”. E ancora: “È largamente diffusa l’opinione che il liberalismo si distingua dagli altri indirizzi politici perché privilegia e difende gli interessi di una parte della società – dei possidenti, dei capitalisti, degli imprenditori – rispetto a quelli di altri ceti sociali. Ma si tratta di una supposizione del tutto infondata. Il liberalismo ha sempre guardato agli interessi generali, mai a quelli di un gruppo particolare qualsiasi [...]. Storicamente il liberalismo è stato il primo indirizzo politico attento al benessere di tutti e non a quello di particolari ceti sociali” (p. 33).
In terzo luogo, quando si parla di proprietà, credo sia utile distinguere tra ‘il diritto di detenere proprietà privata’ e ‘il diritto dell’individuo X di detenere la proprietà Y (ad esempio, il suolo Y)’. Il primo è un diritto basilare formale. Il secondo è un titolo giuridico sostantivo ad una cosa particolare (che sarà legittimo se sarà stato ottenuto nei modi previsti dalla legge: ad esempio acquistandolo liberamente da K, ottenendolo in eredità da Q, ricevendolo in regalo da H, etc.). È ovviamente il primo che i liberali (sottoscritto compreso) difendono come uno dei diritti individuali fondamentali: il fatto che tale diritto esista è infatti decisivo per chiunque, proprietario e non. La difesa di questo diritto non è perciò a favore dei proprietari effettivi di titoli a Y (o W), ma a favore di tutti. Con le parole di Hayek, Legge, legislazione e libertà, 1986, p. 151: “Gli attacchi… al sistema della proprietà privata sono riusciti a diffondere la credenza secondo cui l’ordine che in base a tale sistema… viene sostenuto è al servizio di interessi particolari. Ma la giustificazione del sistema della proprietà privata non si ritrova nella tutela degli interessi dei proprietari. Tale sistema serve sia gli interessi di coloro che momentaneamente posseggono una proprietà, sia quelli di coloro che momentaneamente non la posseggono, poiché lo sviluppo dell’intero ordine di azioni da cui dipendono le moderne forme di civiltà è stato reso possibile solo grazie all’istituzione della proprietà medesima”. Questo punto, effettivamente controintuitivo, è quello che da qualche secolo si continua a non cogliere; in buona parte dipende dal fatto che l’idea diffusa di proprietà è ancor’oggi retaggio di antiche forme di organizzazione sociale in cui i diritti individuali (a partire proprio da quello di proprietà!) non erano per nulla universali e il mercato non esisteva affatto in forma compiuta. Come osserva Heath, Citadel, Market and Altar, 1957, pp. 123-124, gli uomini godono normalmente dei vantaggi dell’esistenza dell’istituto della proprietà privata “anche se il loro concetto tradizionale ed emotivo della proprietà in generale – e della proprietà della terra in particolare – li spinge a vederla come un privilegio […] da cui l’umanità come tale è esclusa e nessuno che non sia il fortunato proprietario può goderne. È come se tutta la proprietà e la ricchezza fossero beni personali posseduti solo per essere consumati o distrutti a scopo di auto-gratificazione o per qualche sinistro progetto antisociale. Questo è il lascito persistente alla mentalità moderna del nostro passato remoto e totalitarista, quando non c’era una libera economia di mercato e ben pochi uomini liberi”. Ammetto di non aver approfondito la cosa nel libro come sarebbe probabilmente stato utile e mi ripropongo di tornarci (a proposito posso segnalarti un fatto curioso, ma, credo, interessante: tu mi accusi di aver dato peso eccessivo ed esclusivo alla proprietà nel mio libro, mentre Carlo Lottieri, in un intervento che finirà sempre nel volume curato da De Luca, mi rimprovera per essermi pressoché dimenticato di trattarne…).
In quarto luogo, mi sembra utile ribadire che il diritto di detenere proprietà privata (di beni), pur fondamentale in una prospettiva liberale, non è certo l’unico diritto basilare cui si riconosce importanza in tale prospettiva; i diritti alla libertà di espressione, coscienza, culto, associazione, etc. hanno anch’essi una chiara origine e matrice liberale (ed io li ritengo, ovviamente, della massima importanza: tanto che sto completando un altro libro ove al centro di tutto sta il diritto di associazione). Ragion per cui – e concludo questo punto – il liberalismo è anche il fondamento etico-giuridico necessario e imprescindibile della democrazia. (Per citare ancora Sartori, 1957, p. 28: “A forza di dire soltanto, per brevità, democrazia… quel che resta innominato viene dimenticato, o, comunque, viene posposto e subordinato: finisce che la democrazia – vocabolo espresso – sta sopra. E che il liberalismo – vocabolo sottinteso – sta sotto. Il che è esattamente il contrario della verità”. In modo analogo – e per citare un altro insospettabile – si esprime Bobbio, Il futuro della democrazia, 1984, p. 6: perché si dia democrazia è necessario che siano prima garantiti “i cosiddetti diritti di libertà, di opinione, di espressione della propria opinione, di riunione, di associazione, etc, i diritti sulla base dei quali è nato lo stato liberale ed è stata costruita la dottrina dello stato di diritto in senso forte, cioè dello stato che non solo esercita il potere sub lege, ma lo esercita entro i limiti derivati dal riconoscimento costituzionale dei diritti cosiddetti inviolabili dell’individuo… Dal che segue che lo stato liberale è il presupposto non solo storico ma giuridico dello stato democratico”).
In quinto luogo, non credo sia difficile ammettere che la pianificazione urbanistica tradizionale è stata spesso utilizzata per difendere proprio gli interessi immobiliari (non il ‘diritto generale a detenere proprietà privata’, ma ‘le proprietà specifiche di alcuni’). Certo, si può sostenere che questo è dipeso da politici e amministratori che sono colpevolmente venuti meno ai loro obblighi e da imprenditori dediti a pratiche fraudolente, ma penso sia lecito sollevare il dubbio che possano esserci stati dei problemi strutturali: la possibilità di differenziare le singole posizioni tramite zonizzazione di dettaglio, prevista e avvalorata dalla pianificazione urbanistica tradizionale, può ad esempio essere riconosciuta come responsabile principale del crearsi di pressioni e collusioni di vario genere. (Come scrive Nozick, Anarchia, stato e utopia, 1981, p. 288, “l’uso illegittimo di uno stato da parte d’interessi economici per scopi economici si basa su un preesistente potere illegittimo dello stato di arricchire alcune persone a spese di altre. Se si elimina quel potere illegittimo di dare vantaggi economici differenziali, si elimina o si riduce drasticamente il motivo per desiderare influenza politica”).
In sesto luogo, può darsi che i diritti previsti dalla tradizione liberale (anche nella forma aggiornata e integrata in cui la ripropongo) non siano sufficienti; questo è un punto d’attacco rilevante della tua critica (direi il più importante), solo vorrei sottolineare che estenderli non vuol dire riconoscere ‘diritti comuni’, vuol dire, semplicemente, riconoscere altri ‘diritti individuali’. Di fronte alla possibilità di allungare la lista dei diritti, è comunque sempre il caso di chiedersi se ne vale la pena (ossia, se nel farlo non stiamo per caso mettendo a rischio altri diritti cui maggiormente teniamo o dovremmo tenere) e se saremo in grado di ottemperare all’impegno (ogni volta che aggiungiamo ‘diritti positivi’ serviranno infatti risorse da impiegare in modo efficiente per garantirli effettivamente e non sarà sufficiente proclamarli). Hai comunque totalmente ragione ad invitare ad approfondimenti e discussioni su questo aspetto cruciale.
Un’ultima osservazione: ho visto che è apparso sul sito anche un lungo, interessante intervento critico di Camagni sul mio lavoro; pubblicherò una risposta estesa all’intervento di Camagni sulla rivista ‘Scienze Regionali’ (volta a mettere in luce, da un lato, come l’economia normativa mainstream si sia sviluppata in una prospettiva etica totalmente diversa da quella liberale classica – senza, apparentemente, accorgersene – e, dall’altro, come essa venga troppo spesso inopportunamente spacciata come un esercizio di puro ragionamento tecnico). Qui vorrei limitarmi ad osservare che, diversamente da quanto Camagni sostiene, non ho mai affermato che il liberalismo (in senso classico) sia incompatibile con la pianificazione: lo è se quest’ultima pretende di essere la forma di coordinazione principale delle attività private (come buona parte della tradizione urbanistica ha sempre richiesto); non lo è se diventa lo strumento di coordinazione esclusivamente di certe attività pubbliche (come io propongo). In termini generali, il punto centrale del mio libro non è un’idea idilliaca del mercato, ma una concezione realista delle istituzioni. A questo proposito, faccio mia questa osservazione di Caldwell, Hayek’s Challenge, 2004, p. 397, relativa alle ripetitive critiche rivolte alla prospettiva hayekiana e a quelle affini: “Hayek’s critics employ a strategy that is both familiar… and suspect. In economics, the strategy begins by assuming that Hayek was trying to prove that market always work efficiently… The critic then provides examples of cases in which markets fail to function properly. Hayek is, thus, supposedly refuted (and, in the process, revealed as an ideologue). This line of attack fails, however, because the initial premise is demonstrably false: Hayek never claimed optimality for markets… Hayek insights are more evident when one reads him as investigating alternative institutions rather than as constructing proofs of optimality. What are the alternative institutional forms that might be used in structuring society?”.
Grazie come sempre dello spazio, dell’attenzione e degli spunti critici su cui continuerò a riflettere, Stefano Moroni
Caro Moroni, non ho tempo di formulare una replica più ampia alle tue note, e mi limito a un paio di battute. Mi sembra che le teorie che esponi non abbiano nessun riferimento concreto con la realtà nella quale viviamo. Il liberalismo attivo del quale discetti è molto molto più lontano da me, e dalla cocncretezza del mondo, di quanto non non lo siano i caciocavalli appesi con i quali Benedetto Croce illustrava alla sua cuoca le idee alloggiate nel platonico iperuranio. La tua riflessione teorica sul “liberalismo attivo”, dato il terreno delle azioni al quale vuole applicarsi, non mi sembra abbia molto senso se non si connette alla concretezza del mondo attuale, così come è stato formato anche da quel complesso di ideologie delle quali il liberalismo, con tutte le sue inflessioni e modulazioni (compresa quella minore di von Hayek) è stata parte egemonica. Ed è proprio su questo piano che la tua riflessione mi sembra fuorviante.
Ad esempio, dici:”la tradizione liberale a cui mi rifaccio non si disinteressa dei deboli: anzi, ritiene che i deboli sarebbero protetti meglio proprio entro un quadro liberale”. Ma il mondo che è stato foggiato e celebrato dalla “tradizione liberale” è un mondo del quale la povertà è un portato ineliminabile: ne è il necessario prodotto. Ha senso immaginarsi un “liberalismo attivo” caritatevole nei confronti della povertà, come del resto è stato il liberismo ottocentesco, se non ci si domanda quali sono i meccanismi del sistema economico-sociale che provocano, in tutto il mondo e perfino in Europa, la crescita della povertà?
E ha senso ragionare, in modo certamente raffinato e colto, sulla distinzione tra “ diritto basilare formale” e ” titolo giuridico sostantivo” in relazione alla proprietà, se si dimentica che in nessuna immaginabile situazione a tutti può ugualmente essere attribuito il “titolo giuridico sostantivo” della proprietà, cioè il concreto e “libero” possesso dei mezzi che garantiscano un adeguato livello di benessere e di felicità?
Ma io credo che la distanza massima tra noi è segnata dal diverso ruolo che attribuiamo ai “diritti comuni”. Per te sono semplicemente una espansione dei diritti individuali. Per me sono la garanzia che, tra i principi che regolano la vita dell’uomo e della società, esiste anche quello dell’eguaglianza, e che tra le prospettive assegnate alla nostra civiltà ci sia quella di non essere costituita da una massa di individui ma da una società.
Purtroppo le chances di bloccarre questa corsa pazza sono poche.
Soltanto una mobilitazione di massa può spaventare e scuotere le coscienze di alcuni consiglieri.
Questa mobilitazione deve essere un primo passo per organizzare qualcosa di più importante.
Il nostro comune ha deciso di adottare un PGT a crescita zero. Senza zone di espansione. Il senso della mobilitazione è anche quello di far crescere un'onda che dagli enti locali contraddica, nei fatti, le scelte scellerate di alcune pedine nelle mani di poteri molto forti.
Se tutti i comuni si schierassero contro, sarebbe ben difficile andare contro la volontà di chi, comunque, rappresenta i cittadini.
Però, purtroppo, l'ammazzaparchi è fortemente voluto da molti sindaci (anche del centrosinistra), che non vedono l'ora di sedersi al "banchetto".
Forse pensano di essere protagonisti, di questa tragicommedia: in realtà sono solo comparse, e di un vero e proprio dramma, che segnerà il nostro futuro.
Spero davvero di incontrarvi in moltissimi sabato 1 marzo.
Un caro saluto
Domenico Finiguerra
Le osservazioni di Luigi Bobbio sono condivisibili nel metodo, e suscitano altre considerazioni, sul “caso” Castelfalfi e soprattutto sul suo costituire la base di un ragionamento assai più ampio. Prima di rispondere direttamente nel merito, alla domanda che Bobbio mi pone riguardo alle possibilità di una correzione procedurale, provo a fare una sintesi delle questioni che emergono.
1- Castelfalfi come molti altri luoghi del Paese, splendidi e appetibili, interessa evidentemente una comunità assai estesa. Per questo ci sono nel nostro ordinamento regole translocali che secondo il Codice del paesaggio occorre anteporre a scelte introverse, mediante i Piani paesaggistici e forme di controllo che garantiscano la tutela del territorio nell'interesse della comunità nazionale.
Per questo ogni progetto di trasformazione “casereccio”, in sintonia con le aspettative della gente del posto, è fuori luogo in senso letterale. Castelfalfi è un borgo che dista qualche chilometro dal nucleo Montaione, comune di appartenenza. Potrebbe trovarsi anche amministrato dal Comune di Gambassi, dal quale dista poco più, o di Certaldo. Direi che la popolazione della Val d’Elsa lo sente suo, ma penso di non sbagliare di molto affermando che appartiene almeno alla Toscana.
Fino quando la Sardegna ( esempio significativo di annose spoliazioni ) non si è dotata di un Piano paesaggistico degno di questo nome, c'era un sindaco di un comune costiero di un migliaio di abitanti che pensava di potere decidere il futuro delle “sue” coste, una quindicina di chilometri, con l’ approvazione dei suoi elettori (poco più di trecento).
2 - Si mena vanto per il procedimento utilizzato per Castelfalfi, per le carte in tavola a disposizione dei cittadini, per l'accesso agli atti ampiamente consentito (garantito per legge, però). Tutti fatti certamente apprezzabili, e l’esperimento è sicuramente utile pure a partire dagli errori. Ma credo che, data la dimensione dell'intervento e la necessità di variare il quadro delle previsioni sovraordinate, non ci fossero in realtà alternative alla strada intrapresa. Inverosimile e imprudente, converrà Bobbio, pensare di “nascondere le carte”, con una negoziazione dietro le quinte, ed ecco il fatto compiuto. Un modo di procedere a rischio di polemiche, anzi con la certezza di suscitarne molte, di polemiche, che come si è visto a Monticchiello non agevolano, anche se a sollevarle sono conventicole di intellettuali.
3- Continuo a pensare che sia scelto di allestire un processo con un pregiudizio ben saldo: la convenienza della proposta Tui, proteggendola e con essa il pregiudizio, trascurando ad esempio di comunicare tutti i dati numerici del progetto, omessi o camuffati nel fascicolo (con gli acquerelli- nostalgia, molto accattivanti quanto poco esplicativi).
Così una presentazione “neutra” rischia di trasformarsi in un'opera di persuasione sulla giustezza e convenienza di un brutto programma, già legittimamente sottoposto a trattamenti di cosmesi dal linguaggio accorto dei proponenti.
D'altra parte, nota Alberto Magnaghi, le platee sono in generale bendisposte ad accettare interventi anche vandalici di modernizzazione, quando declinati secondo modelli cari ai consumatori globali che plaudono ai villaggi Robinson, come agli ipermercati, che accolgono con compiacimento un po’ masochista la pubblicità ingannevole. Difficile che colgano sconvenienze neppur tanto occulte, nell’orizzonte di un paesaggio sciupato per sempre: se nessuno glie lo spiega. Più facilmente colgono al volo i vantaggi in termini di flussi turistici, “ perchè ci sarà pure chi arriverà fino a Montaione a prendere un caffè, a Ferragosto” .
4- C'è l’altro modello, alternativo, colpevolmente oscurato , che mostrerebbe gli svantaggi del progetto Tui. Nessuno si è fatto carico di indicarlo l' altro orizzonte, quello dello sviluppo durevole.
In continuità con quell’eredità splendida che la Toscana si ritrova, grazie alla cura dei luoghi, continuamente e esemplarmente praticata e teorizzata con sapienza (dagli affreschi di Ambrogio Lorenzetti fino alle lezioni di Edoardo Detti). Non lo ha fatto il Garante, il quale ha agito nella condizione data – si è detto –, lasciando così in campo la sola prospettiva indicata da Tui, “migliorabile” per sottrazione di volumi a richiesta del popolo sovrano. L'ho vista decine di volte messa in pratica questa tattica: si avanza una proposta esagerata e poi si dimezzano le misure. Come in ogni contrattazione, la quantità di cui alla resa potrebbe essere stata abilmente programmata. Si chiede cento per avere cinquanta ( ma cinquanta o trenta potrebbe essere molto).
5 - Ma ecco la domanda di Bobbio: si è in tempo a correggere il tiro ? Per quello che ne so il processo ha già sortito gli effetti del gradimento del progetto, appunto da parte della platea assai ristretta, e parzialmente informata, a cui è stato proposto. Ma si potrebbe provare e quantomeno servirebbe:
a) un’ammissione sull’ insufficienza del consenso registrato, accogliendo l’idea di non stare confinati nella discussione entro limiti amministrativi ( nel teatro S. Ammirato di Montatone);
b) ampliare subito la platea includendo altri soggetti eccentrici, sguardi meno ravvicinati, spostando la discussione su tavoli meno addomesticati, così da inquadrare il caso nella più generale necessità di tutelare tanti luoghi come Castelfalfi;
c) bilanciare la presentazione dell’impresa con una “relazione d’accusa” di pari rango, redatta con un po’ di scienza, che indichi le alternative e offra soprattutto le vere dimensioni dell’intervento e degli impatti;
d) l’assicurazione da parte delle autorità regionali che si sta in un quadro di compatibilità, perché il caso non costituisca l’ eccezione, il precedente su cui fare leva (e ogni fattoria della Toscana, grande o piccola, vanti il diritto di accrescere la dotazione di volume di cui dispone per finalità agricole).
Non è molto. Pare troppo?
Anzitutto esprimo il mio apprezzamento per il prezioso servizio svolto da eddyburg, che costituisce per me una fonte quotidiana d’informazione. Mi impegnerò tra l’altro a svolgere un ruolo attivo sulla recente proposta di vertenza per la difesa e valorizzazione dello spazio pubblico, irrinunciabile conquista della disciplina urbanistica e più in generale della democrazia, che è senza alcun dubbio minacciato da una pericolosa tendenza alla privatizzazione del territorio. Habermas, Baumann ed altri studiosi della modernità illustrano come la tendenza alla privatizzazione dello spazio pubblico riguardi ahimè non solo la gestione del territorio ma ogni campo d’azione sensibile per la democrazia come l’informazione, la cultura ecc..Credo che questa battaglia sia di portata epocale e per condurla con qualche speranza di successo si dovrà uscire dagli ambiti strettamente disciplinari e trovare alleati su diversi fronti. Nello specifico disciplinare l’impegno sarà quello di ripristinare un equilibrato rapporto tra investimento privato e investimento in opere pubbliche finanziate con gli oneri di urbanizzazione.
Ma vengo all’argomento che mi ha spinto ad intervenire: Castelfalfi. Ho letto con molto interesse non solo le posizioni illustrate nella cartella appositamente aperta da eddyburg ma anche l’esauriente documentazione inserita nel sito del Garante della comunicazione incaricato di istruire la” pratica partecipativa “. Mi sono occupato per molti anni di progettazione partecipata per il Comune di Roma. Negli ultimi dieci, in qualità di dirigente di un ufficio che si chiama “sviluppo locale ecosostenibile partecipato”, ho maturato esperienza sulle pratiche partecipative ed ho fatto parte del gruppo di lavoro che sotto la guida di Luigi Bobbio ha curato il testo A più voci edito dal Ministero della Funzione pubblica. Questa premessa è necessaria per spiegare (o giustificare?) un mio punto di vista che, malgrado io non svolga più le funzioni di cui sopra , non riesce a spogliarsi ancora del ruolo istituzionale già svolto.
Comprendo una preoccupazione di fondo che turba Salzano, Magnaghi, il WWF, Italia nostra, Legambiente ed altri intervenuti : Castelfalfi è un “tassello del meraviglioso mosaico del paesaggio italiano”( Salzano); un intervento che modifichi alcuni aspetti costitutivi delle colline toscane può rappresentare un pericoloso precedente per spregiudicati investitori pronti allo scempio dell’intero patrimonio paesaggistico della Toscana (vedi la storia di Montichiello). E, in modo più o meno velato, emerge la preoccupazione che il particolare impegno posto dalla Giunta Regionale sulla vicenda Castelfalfi con la predisposizione di un articolato piano di consultazione e l’istituzione di un Garante, che ricalcano le linee della legge regionale sulla partecipazione, approvata da pochi giorni, non derivino solo dalla risonanza anche internazionale suscitata dal caso ma siano un modo surrettizio per entrare nella cittadella delle tutele paesaggistiche usando la partecipazione come cavallo di Troia. Che la partecipazione sia una bandiera talvolta sventolata dal nemico non ho dubbi, che ci siano usi strumentali ne ho alcune prove, che a volte sia confusa ed affrettata ne sono testimone e artefice anche per le scarse risorse di cui disponevo, ma il tema di fondo è: vogliamo o no che si svolgano processi partecipativi? E se si, come si dovrebbero svolgere?
Salzano mostra sfiducia in un processo che consegna le decisioni alla sola comunità di Montaione. Denuncia la mancanza di rappresentanti di comunità più vaste e auspica una partecipazione allargata ai cittadini della Regione su su fino all’Europa per sottolineare la responsabilità collettiva di patrimoni materiali e morali di questa portata. Pone sicuramente un problema serio per la conduzione di processi partecipativi: qual è la comunità di riferimento? Non vi è dubbio che la comunità che decide è quella a cui la legge assegna questo compito,ovvero il Consiglio Comunale di Montaioni previo parere positivo di tutti gli organi sovraordinati e secondo le linee del Piano strutturale adottato e del PIT. La comunità che viene consultata ( sottolineo la differenza tra decisione e consultazione) può e deve essere più vasta in modo da avere il maggior numero di pareri, non escluso quello delle Nazioni Unite . Può sembrare una battuta paradossale, ma voglio ricordare l’utile servizio alla tutela svolto dall’Unesco con il riconoscimento di alcuni luoghi come Patrimonio dell’Umanità. Il processo avviato è di consultazione e può essere ancora esteso ad altri soggetti . Spetta alla sensibilità e all’intelligenza politica del Consiglio Comunale di Montaioni prendere una decisione, la migliore possibile dati i presupposti di base e l’avvenuta consultazione . La politica è l’arte del possibile. Ad ora non può essere altrimenti salvo programmare per il futuro un Piano strutturale intercomunale che indichi le linee di sviluppo di un’area vasta .
La comunità di Montaioni ha cultura e sensibilità sufficiente per comprendere il tesoro di cui dispone, il danno che arrecherebbe all’intera comunità regionale ed europea, e alle generazioni future, in caso di scelta sbagliata? Qui il discorso si fa più complesso e la posizione di Salzano, di Magnaghi ed altri è di sfiducia. Personalmente, ricordando uno slogan maoista, ho più fiducia nelle masse. Come ho potuto verificare in altre circostanze analoghe di confronto con le comunità locali, i numerosi interventi dei cittadini di Montaioni dimostrano sensibilità e conoscenza profonda in merito ai temi della tutela del paesaggio, delle risorse idriche, energetiche, produttive. Se il processo di partecipazione è ben condotto emerge, anche nelle comunità più piccole che con supponenza crediamo non sappiano vedere al di là del loro naso, sensibilità ambientale, difesa dei valori di conservazione laddove costituiscono un patrimonio inalienabile della comunità, consapevolezza delle conseguenze immediate e future delle scelte. Per i progettisti della TUI che dovranno ricalibrare il progetto e per il Consiglio comunale che dovrà decidere, le informazioni emerse dal dibattito pubblico sono molto preziose: se progetto si farà sarà sicuramente migliore di quello presentato. Magnaghi rivendica la scelta di essere “urbanista di parte” e di voler svolgere un ruolo pedagogico per far emergere dalla comunità i valori più autentici dell’autosostenibilità che la privatizzazione e il consumismo impediscono di cogliere. Il dibattito pubblico gli ha consentito di svolgere la sua funzione pedagogica e se quanto ha seminato non ha portato, a suo parere, un buon raccolto, a differenza delle altre situazioni virtuose che cita, ciò è dovuto anche alla elevata posta in gioco. Quando una comunità teme, in una situazione economica complessa e precaria come quella imposta dai processi di globalizzazione, di perdere un’ importante occasione per lo sviluppo rappresentata da un forte investimento privato, non è facile il compito del pedagogo. In uno splendido film di Lars Von Trier, “Dogville” , è rappresentata con rara efficacia la dinamica di una piccola comunità , nella quale il pedagogo è travolto dai fatti, incapace di mediare tra un evento esterno di forte impatto e i sentimenti e istinti più profondi della comunità.
Il punto cruciale della vicenda quindi è il rapporto tra tutela dei valori storici e culturali del territorio e sviluppo economico. E’ rarissimo il caso in cui tutela e sviluppo si sposino felicemente senza prima una serie di litigi. Anzi il più delle volte i litigi sono talmente forti che il matrimonio non si fa. Ma la situazione di Castelfalfi è simile a quella nella quale si trovano centinaia di comunità locali che devono misurarsi con l’intervento privato che da parecchio tempo ha assunto la forma del project financing o del programma complesso o del progetto urbano, in deroga a tutte le forme tradizionali di pianificazione, che per Salzano sono una vera jattura . Si può tornare indietro? Lo vedo molto difficile. D’altra parte le risorse economiche non vanno dove vogliamo noi ma dove trovano convenienza. E’ una legge inesorabile del capitalismo, che ci piaccia o no è il sistema dentro cui operiamo. Che l’economia trovi molto redditizi gli investimenti sulla rendita non ci sono dubbi; che la politica mostri un’ eccessiva subalternità all’economia non ci sono dubbi; che la politica, solo grazie ad esortazioni morali, riprenda il comando sull’economia è assai improbabile. Credo che, volenti o nolenti, è finita una fase dell’urbanistica e se ne sia aperta un’altra, irta di rischi, per la quale non sono stati ancora predisposti tutti gli strumenti di regolamentazione. L’interessante saggio di Camagni dal titolo “il finanziamento della città pubblica”(pubblicato da Eddyburg) mette in risalto la differenza tra il poco che è entrato nelle casse del Comune di Milano nel calcolo degli oneri versati da un investitore privato rispetto alla situazione di Monaco di Baviera dove l’Amministrazione può ottenere fino ai 2/3 dell’incremento di valore derivato dall’investimento. So di casi di Roma e di altre città in cui si è operato con analoga sciatteria o colpevole omissione a danno del pubblico interesse. Regolare queste operazioni con un onesto e responsabile expertise sarà un aspetto determinante per tutelare il bene comune nell’ambito dell’urbanistica contrattata.
Tra i tanti strumenti necessari per regolare la nuova fase c’è anche la partecipazione. Solo una forte partecipazione informata che obblighi il capitale privato ad una negoziazione ad armi pari, per quanto possibile, può riorientare la politica verso una minore subalternità al potere finanziario. Solo la diffusione di nuove forme di democrazia che Attali ,nel suo azzardato saggio futurologico “breve storia del futuro”, chiama “ iperdemocrazia” può contrastare la tendenza dominante che lui chiama “iperimpero del denaro”.
Per tornare a Castelfalfi ritengo, sulla base della mia esperienza, con i limiti di una conoscenza indiretta , che il processo sia stato fin qui ben condotto, che la figura di un Garante esterno,come stabilito dalla legge regionale, sia determinante, per quanto formale (nella partecipazione la forma conta), che i cittadini e le associazioni intervenute abbiano dimostrato una notevole competenza e maturità, che la TUI ha dimostrato una rara disponibilità a mettere tutte le carte sul tavolo, non escluso il piano finanziario ( vedi Camagni). Magari fossero tutti così gli investitori, di solito neanche si presentano nel dibattito pubblico certi come sono degli accordi stipulati nelle segrete stanze! Tuttavia penso che il processo di partecipazione non possa considerarsi concluso: dai resoconti escono fuori molte posizioni,ovviamente non concilianti tra loro, che per essere portate a sintesi hanno bisogno di molto lavoro progettuale. Tutte le posizioni dovrebbero essere riassunte in alcuni scenari di maggiore o minore impatto ambientale ove ci siano indicatori che misurano l’impatto ( aria, acqua, energia, occupazione, eredità storico- culturale, ecc.). E’ peraltro quanto suggerisce la direttiva europea per piani e programmi di rilevante impatto ambientale che si traduce nella strumentazione della VAS ( Valutazione Ambientale Strategica). Sarà la comunità, la più vasta, ad esprimere un orientamento motivato sulla predilezione di questo o quello scenario con la consapevolezza che tale orientamento costituisce non la decisione ma un fondamentale contributo alla decisione, che spetta unicamente agli organismi preposti, i quali si giocano la credibilità politica sulla serietà, intelligenza e lungimiranza della scelta.
Infine per quanto riguarda lo spazio pubblico aderisco alla vertenza con la convinzione che sicuramente la prima cosa da fare sia una battaglia politica per abolire la norma della Finanziaria che obbliga i Comuni a cercare i soldi per le spese correnti nella svendita del territorio (anche se con l’aria che tira non si sa chi saranno gli interlocutori). Ma la principale strada da percorrere sarà il monitoraggio ed il sostegno alle migliaia di vertenze che piccole e grandi comunità locali, anche quelle che si suppongono limitate culturalmente, hanno aperto con le Autorità locali per la difesa e la valorizzazione di spazi pubblici degradati o minacciati di scomparire per l’assalto del capitale privato al territorio. Come in tutte le vertenze è auspicabile che si possano tutte concludere con un accordo, nel quale si ottenga il massimo, dati i rapporti di forza esistenti.
La Partecipazione è destinata a diventare, nei prossimi tempi, forse la questione centrale della vita stessa dei Comitati, e anche delle politiche regionali secondo il Presidente Martini, (le due cose sono strettamente legate), rischiando peraltro di diventare un termine equivoco e generico, tirato da tutte le parti, peggio della sostenibilità. Tenendo presente questa situazione, colgo l’occasione di due recenti avvenimenti, per dare un contributo alla discussione su questa questione per noi vitale.
Sul dibattito pubblico di Castelfalfi.
Non avendo potuto partecipare direttamente al dibattito che si svolgeva nei fine settimana (poiché ero impegnato in altra azione partecipativa, di “progetto partecipato” che si svolgeva anch’essa nei fine settimana), ho inviato all’ultimo momento una nota che proponeva la costruzione partecipata di un’alternativa a livello del comune, che benché giudicata fuori tema è stata ugualmente inserita nelle documentazione allegata, e mi è stato gentilmente trasmesso il testo della documento finale, per una sua valutazione. Mi riferisco pertanto a tale testo per le considerazioni che intendo svolgere.
Al di là delle modalità di svolgimento del dibattito, a cui non ho potuto partecipare, il punto critico che a mio avviso mette in discussione l’intera operazione è il passaggio dalla fase del dibattito vero e proprio, e conseguente raccolta e sintesi degli interventi (assai esauriente) a quella delle “Considerazione conclusive”. Qui si verifica l’errore epistemologico e democratico dal punto di vista partecipativo, perché le conclusioni le tira il garante, e non vengono prodotte partecipativamente.
In proposito occorre chiarire subito un possibile equivoco. Produrre le conclusioni in maniera partecipata non vuol dire “concludere con un voto, o con la manifestazione assembleare da imporre all’amministrazione” vuol dire anzi fornire all’amministrazione una valutazione condivisa, ovvero un’interpretazione non di un singolo ma di una comunità. Chi ha pratica di partecipazione attiva sa infatti che questo è il momento più ricco e stimolante, che può sortire un’unica valutazione condivisa, ma che può fornire legittimamente anche una o più “interpretazioni”, che potranno contribuire a prendere decisioni meditate da parte dell’Amministrazione.
Nel caso in questione risulta poi evidente che, se si confrontano le cronache delle 40 pagine di riunioni con le conclusioni finali, l’ottimistica conclusione che “il progetto TUI sia un’opportunità di riqualificazione territoriale che la comunità locale, nel suo insieme, apprezza e intende proseguire…” appare come una forzatura, e come una “interpretazione”, certo legittima ma, assai personale, che avrebbe tutt’altra validità se fosse emersa da una procedura partecipativa delle conclusioni stesse ma che invece appare del tutto di parte, espressa da un garante quantomeno “frettoloso”.
Infatti le numerose “obiezioni” sollevate nel dibattito avrebbero potuto avere legittimamente anche esiti del tutto diversi da quelli espressi dal garante. Infatti, stando alla cronaca stessa delle riunioni, tra i molti esiti possibili si sarebbero potute avere conclusioni che:
- avrebbero potuto porre questioni pregiudiziali, ovvero condizioni “sine qua non”, ed il loro cumulo avrebbe potuto portare anche ad una valutazione negativa, o quantomeno sospensiva, dell’intero progetto.
- avrebbero potuto esprimere una posizione di forte dubbio, tale da invocare il principio “di precauzione” mettendo in discussione proprio “la misura in cui si può”. Forse non è assolutamente certo che si possa. ed allora “non s’ ha da fare” ( nel dubbio astieniti, dicevano i Padri della Chiesa)
- Forse, e questo sarebbe stato il caso più interessante, dalle “obiezioni”, che in realtà non erano solo di negazione ma anche di proposizione e alternativa, si sarebbero potuti estrapolare numerosi temi programmatici e propositivi che avrebbero potuto portare a costruire delle alternative e delle opzioni diverse per il territorio.Questo importante spunto partecipativo è stato del tutto trascurato perché fuori dalle logiche di una partecipazione fortemente monodirezionale, rivolta esclusivamente alla ricerca del consenso o del contenimento del dissenso, e per così dire “bloccata” su rigide regole e su pregiudizi precostituiti.
In questo modo infatti si assiste ad un grave condizionamento nel quale tutte le obiezioni, assai ricche e articolate, sono state ridotte a “raccomandazioni”, filtrate dall’interpretazione del garante, delle quali il Comune potrà tenere conto o meno, se lo riterrà opportuno, e sostanzialmente senza alcuna garanzia di trasparenza. Esse sono state per così dire devitalizzate, perdendo sia tutta la loro capacità di segnalazione del pericolo, e perdendo altresì tutta la ricchezza della loro propositività a volte esplicita a volte nascosta ma comunque presente (risorse idriche, potenzialità agricola, valore architettonico, occupazione,turismo,…).
Questa impostazione edulcorata ha inoltre evitato una critica, che pure era apparsa, e cioè quella del danno che l’intervento, proprio in termini economici e di valore dei luoghi, certamente rischia di produrre sul territorio e nei confronti del paesaggio, danneggiando pesantemente tutti gli altri operatori economici, mentre la TUI può appropriarsi tranquillamente del valore paesistico, contemporaneamente impoverendo così pesantemente tutta la comunità e l’economia generale. Altro che creazione di vantaggi economici alla comunità di Montaione, interventi simili distruggono la ricchezza comune di un luogo e di una popolazione.
Per tutte queste ragioni, sarebbe stato opportuno che allora si andasse a fare il confronto su tutto il territorio comunale delle conseguenze che il progetto TUI può provocare agli altri operatori e a tutta la comunità, e predisporre viceversa un progetto alternativo , a scala comunale, di sviluppo equo e sostenibile. Ciò avrebbe consentito di andare quindi ad un confronto serrato tra i due progetti , un confronto effettuato con la partecipazione della popolazione.
Vi sarebbe potuta essere anche un’ulteriore occasione di sviluppo della partecipazione. Il secondo progetto si sarebbe anche potuto redigere esso stesso in maniera partecipata, proprio a partire dalle obiezioni stesse, ovvero dalle proposte emerse agli incontri (forse sarebbe ancora possibile?……). In tal modo si sarebbe potuto dare alla partecipazione tutto il suo valore, uscendo dal vicolo cieco della partecipazione regolamentata e limitata, per favorire lo sviluppo di una partecipazione legata alla propositività , verso forme di relazione tra “Amministrazionecomunale e Popolazione” più mature e più attive e praticate in modo non occasionale . Ma questo è anche un altro discorso, che affronteremo in altra occasione.
Qui si può concludere con la vicenda Castelfalfi dicendo che essa mostra tutti i limiti di un’idea di partecipazione molto angusta e controproducente, che penalizza gli apporti propositivi della popolazione, che viene schiacciata sulla ricerca di consenso o al massimo di raccolta di consigli e di raccomandazioni, (che spesso lasciano il tempo che trovano), un tipo di partecipazione defatigante e che alla lunga mortifica la popolazione.
Ciò si può evitare solo se si sviluppano ulteriori passaggi, che non possono essere ridotti al semplice monitoraggio delle azioni del privato e della Amministrazione. Tale monitoraggio, pur necessario, in realtà dovrebbe già essere obbligatorio. Ma ancor più dovrebbe essere obbligatoria la costruzione di alternative, urbanistiche e programmatiche, che qualunque valutazione strategica( o integrata che sia), dovrebbe comunque prevedere, senza delle quali la partecipazione è un bluff, anche quella, pur limitata, relativa alla discussione pubblica.
La Legge Regionale
La questione della Legge regionale sulla partecipazione è una questione, per molti di noi, molto contraddittoria e molto “sofferta”, e ciò per due ordini di considerazioni, una nei confronti della legge in quanto tale ed una nei confronti dell’uso che potrà esserne fatto (anche a partire dal caso Castelfalfi).
A molti di noi, fino dal suo apparire , l’idea che la Partecipazione dovesse essere fatta per legge, ci è sembrata una contraddizione in termini, e quest’ombra ci sembra che non sia stata fugata neppure dalla legge appena approvata. In ogni caso la legge toscana può essere letta come composta di due parti, quella sui principi, e quella sulle modalità di attuazione. Sono due parti molto diverse, anche se ovviamente tra loro intrecciate ( e non sempre in senso positivo).
La parte dei principi generali. E’ la parte più interessante, spesso potremmo dire “ispirata”, piena di valori e di indicazioni di alta qualità, e nella quale di massima, io ed altri, ci riconosciamo. Ma dobbiamo anche subito rilevarne un limite, quello per cui si ritiene che se la partecipazione diviene un articolato di legge, essa automaticamente , di per sé, già “esiste”. E ciò è palesemente un’illusione intellettuale. Una legge non è un manifesto culturale, ed anche i “manifesti” hanno ormai una grossa limitazione, una limitazione che si ritrova anche in questa legge, e cioè quella di fare riferimento e di fare parte di un pensiero “illuminista” che si risolve in se stesso .
Ora, invece, chi ha qualche esperienza di partecipazione sa bene che la partecipazione è un modo nuovo di pensare e un modo di essere profondamente diverso, lontano dall’illuminismo, e dal determinismo, è un modo - potremmo dire - ecologico (della natura e della mente), un modo in progress, un modo evolutivo, di ricerca/azione, di azione e riflessione, che matura e si evolve nel divenire del pensiero, della consapevolezza, della trasformazione condivisa. Ecco questo è proprio quello che non si ritrova nella legge, la quale è di fatto una struttura statica, concepita per stadi, tutta rivolta a dare norme e definizioni, e comunque tutta organizzata nei confronti di tre sole modalità partecipative,
-.quella nei confronti di progetti e di proposte già elaborate, semplicemente da valutare;
- quella della consultazione partecipativa nei confronti della presa delle decisioni da parte degli enti;
- quella della formazione di strumenti di legge che vengono resi obbligatori.
Inevitabilmente, una limitazione di campo così forte e così circoscritta non può che portare, nell’aspetto attuativo, come vedremo, a prescrizioni estremamente rigide. In effetti la legge non dice niente degli aspetti più vitali e più aperti della partecipazione, che in sintesi possono essere così indicati:
A)Le iniziative di partecipazione che nascono dal basso, “bottom up”, che vivono indipendentemente dal loro riconoscimento entro canoni precostituiti, estremamente vitali e significative,
B) La partecipazione legata alla dimensione della proposta e del progetto, la partecipazione creativa, che è la forma più entusiasmante della partecipazione stessa,
C) La partecipazione legata al “fare”, il fare partecipativo, le dinamiche dell’agire partecipato sul territorio e nella città.
E’ chiaro che queste forme della partecipazione difficilmente possono essere inserite in una legge, ma a questo punto non è chiaro se il non averle inserite sia in bene , perché così sono ancora “libere” di esprimersi e di evolvere progressivamente, o se viceversa il non trovarle elencate nella legge, vuol dire che sono misconosciute ed escluse dall’idea di partecipazione in quanto tale.
Ci potrebbe essere obbiettato che la legge non è statica e che sia nella sua formazione che nei suoi esiti sono previsti dei momenti di verifica e di sviluppo. In realtà è proprio la sua formazione che ci lascia perplessi con i suoi stadi precostituiti, ed in particolare con alcuni episodi estremamente discutibili quali l’episodio della assurda kermesse pseudo partecipativa di Carrara. Così come ci sembra “consolatorio”mettere un limite di verifica della legge a ben di quattro anni di distanza, senza monitoraggi frequenti e intermedi, una verifica che ci sembra obbiettivamente eccessivamente lontana e puramente formale.
Se la parte di legge riferita ai principi ci lascia molte perplessità, la parte riferita alle modalità di attuazione ci trova decisamente contrari. Molti sono gli aspetti che fanno di questa legge una vera e propria legge di censura, di controllo e di irreggimentazione della partecipazione. Segnaliamo gli aspetti più macroscopici.
- la figura del garante, che “giudica e manda secondo che avvinghia” e che è una sorta di plenipotenziario e di giudice della partecipazione . una figura la cui istituzione basterebbe da sola a negare ogni aspetto di trasparenza e addirittura di democrazia per tutta l’operazione legislativa adottata.
- i tempi straordinariamente stretti per ogni azione di verifica, entro i quali è quasi impossibile acquisire dati ed esprimere valutazioni circostanziate ( tanto che si ha il sospetto che si dovranno valutare proposte delle quali le decisioni sono già state prese e che non possono essere “intralciate” o rallentate). I tempi così stretti inoltre escludono in partenza la possibilità di crescita e di sviluppo di ogni forma di partecipazione di tipo evolutivo e di elaborazione di proposte di arricchimento delle tematiche in esame
- gli standard quantitativi e procedurali estremamente gravosi (p. es. numeri esosi delle soglie di raccolta firme) per le richieste di partecipazione indipendenti,
- la routine di procedure obbligatorie per legge sulla partecipazione territoriale che equipareranno la partecipazione agli standard urbanistici, banalizzando e sclerotizzando la partecipazione stessa a pratica burocratica precostituita, ovvero improvvisata, imitata, resa sterile e svuotata di significato.
L’uso che potrebbe essere fatto della legge
Le modalità di attuazione previste dalla legge, oltre ad essere già estremamente gravi di per sé, si prestano ovviamente ad una deriva repressiva e di normalizzazione nei confronti del fenomeno dei Comitati, che viceversa rappresenta una ricchezza della società civile della nostra e di altre regioni, una ricchezza straordinaria, sempre più evidente in questi ultimi tempi nei quali i nodi dell’amministrazione tradizionale della società e del territorio vengono al pettine. La possibilità è che invece una legge sulle regole della partecipazione si trasformi in una regola per estirpare la partecipazione attiva, dal basso, la partecipazione spontanea aggregata, quella capace di esiti creativi.Ebbene questa possibilità è stata annunciata ed è estremamente alta e incombente.
Che fare in questa situazione? Probabilmente - nel passaggio dalla Giunta al Consiglio- si potrebbe tentare di eliminare gli aspetti più platealmente “repressivi”. Si potrebbe ridurre ad un anno il periodo di verifica della legge .
Se la legge dovesse comunque diventare vigente, potremmo accettare di partecipare -nonostante tutto- alle fasi di attuazione della legge stessa, senza pregiudizi, ma anche non tacendo se non vi saranno le garanzie elementari, e potremmo partecipare a condizione che le fasi di prima applicazione vengano “partecipativamente e liberamente” monitorate e valutate.
Ma più che altro potremmo impegnarci proponendo ed invocando non una legge di regolazione della partecipazione bensì una legge di promozione della partecipazione, a cominciare dalla incentivazione e dalla diffusione delle condizioni per la partecipazione spontanea, quella promossa dai cittadini stessi. Si dovrebbe quindi attivare una legge che promuovesse la partecipazione e sostenesse le sperimentazioni nel corpo della società e sul territorio, dalle quali poi dovrebbero essere estrapolati progressivamente i criteri di comportamento e i nuovi valori condivisi. Questa riteniamo che dovrebbe essere la strada da intraprendere, riconvertendo – se fossimo ancora in tempo- la legge regionale, opportunamente e radicalmente modificata, verso un diverso esito, sperimentale, praticabile e condiviso.
Quando vi capita di stare davanti a un funzionario comunale, o a un guru dell’architettura, che vi parla di urbanistica in modo iniziatico, mistico, oscuro, e comunque incomprensibile, rincuoratevi. I casi sono due: o avete sbagliato posto oppure (più probabile) avete davanti un imbecille. Un imbecille magari acculturato, dalla parlantina sciolta, prodigo di battutine e calore umano. Oppure un imbecille ad hoc, che sta sul vago a bella posta, graniticamente convinto che parlarvi della città, com’è fatta, cosa ci state a fare lì dentro voi e lui (o lei per par condicio), sia cosa superiore a qualunque possibilità di impegno. Insomma l’idea corrente è che quando il gioco si fa duro i duri incominciano a giocare, e niente è più duro del cemento, asfalto, intrico di interessi che tengono insieme quell’oggetto misterioso che chiamiamo città.
Non deve essere per forza così. La città, la buccia artificiale impastata di natura che ci siamo costruiti nei millenni, è qualcosa che ci appartiene e che possiamo capire benissimo. Certo, negli stessi millenni è diventata assai più complicata del primo gruppetto di case raccolte attorno a un pozzo, a un incrocio di strade, magari all’ombra di una fortezza o di un tempio, ma questo non significa che capirla sia qualcosa che va oltre la possibilità di chi ne è già in qualche modo il massimo esperto: il cittadino.
È questa la sfida raccolta con passione, metodo e gran classe divulgativa da uno dei più noti urbanisti italiani, Edoardo Salzano, che nel suo ultimo Ma Dove Vivi? La Città Raccontata (Corte del Fontego, 2007) condensa e rielabora diversi decenni di “esperienza critica” da cittadino: amministratore, docente universitario, autore di libri e consulente di grandi piani, urbani e territoriali.
Ma non c’è niente di compiaciutamente autobiografico, in questo agile libretto di un centinaio di pagine, pensato e laboriosamente costruito perché “L’urbanistica, un modo corretto di vivere e trasformare la città, non vince se non diventa un sapere diffuso, radicato fin dai primi gradi di apprendimento”. Evidente come un modo corretto di vivere e trasformare la città sia qualcosa che si colloca lontanissimo dall’idea di un sapere iniziatico, di terminologie tecniche intricate, di grandi intuizioni dei grandi pensatori, poi somministrate in pillole da qualificati pulpiti. Insomma la città sei tu, impara a conoscerti.
Il che detto in altre parole significa ad esempio chiarire come sia l’inestricabile impasto fra le idee e le pietre a costituire il cuore della città, non altro. Città quindi da non confondere con la sola trasformazione fisica dello spazio: sono certo in qualche modo “città” anche i nuclei abitati raccolti attorno al castello del signore o al monastero che regna sul contado, ma rappresentano solo una tappa verso la città dei cittadini, portatori di diritti che non a caso iniziano in corrispondenza del confine delle mura.
In questa prospettiva, il piano regolatore urbanistico non è affatto (solo) quell’elaborato tecnico complesso con cui normalmente il cittadino si scontra, emanazione del potere costituito a limitarne in un modo o nell’altro la libera espressione, ma il tentativo costante di regolare la convivenza di centinaia, migliaia, milioni di individui tutti con l’ostinata tendenza ad adattarsi all’ambiente naturale … modificandolo. Chi più, chi molto meno, naturalmente.
Esemplare, da questo punto di vista, la vicenda di New York, da due secoli icona urbana e urbanistica. È per Manhattan, ci racconta Salzano, che una commissione di saggi delinea il primo piano urbanistico moderno, ben diverso dai grandi schemi ingegneristico-architettonici di papi e sovrani. All’inizio del XIX secolo il piano per l’isola di Manhattan, anche sulla base di analisi e proiezioni, nasce per delibera municipale tracciando l’ormai leggendaria maglia ortogonale di Streets est-ovest e Avenues nord-sud a formare i grandi isolati rettangolari su cui nei secoli cresceranno prima qualche magazzino di mattoni e travi in legno, poi i grattacieli che conosce tutto il mondo. Quei grandi isolati sono ciò che il mercato chiede, ed è all’interno di quella maglia regolare che si applicheranno via via le regole edilizie e di convivenza scelte dalla società dei cittadini.
A New York anche la natura, prima nemica ed esclusa fuori dalle mura della città, farà il suo grande ritorno nell’urbanistica della generazione successiva, verso il 1850. Per motivi sanitari, culturali, di prestigio anche economico, un’altra Commissione decide che un’ampia parte degli stessi isolati rettangolari, al centro dell’isola, non potrà essere edificata, ma che solcata da tortuosi sentieri rappresenterà per i cittadini un piccolo catalogo tascabile dell’ambiente naturale, e naturalmente nella logica di mercato farà aumentare i valori dei terreni più vicini a quei nuovi ampi viali alberati per carrozze e borghesi a passeggio. Ancora alla tutela dei valori immobiliari, all’inizio del XX secolo il piano di New York sperimenterà su larga scala il cosiddetto zoning, ovvero la suddivisione della città in parti omogenee per attività (residenza, industria, commercio …) e tipi di edifici (le casette unifamiliari, i capannoni industriali, i grattacieli per uffici). E così, con notevoli varianti locali sia nel tempo che nello spazio, che soprattutto nelle forme di partecipazione dei cittadini, è accaduto e accade in tutte le città del mondo.
Il libro poi si sofferma con attenzione sul caso italiano, la nascita dell’urbanistica moderna nel Novecento, la ricostruzione del dopoguerra e le distorsioni tipiche del nostro paese, con la sua democrazia fragile anche e soprattutto quando si tratta delle sue forme più immediate e quotidiane, come quelle appunto del diritto alla città. Fino ad arrivare sino ai nostri tempi, con l’emergere delle grandi tematiche ambientali, come quelle legate all’industria o al traffico, o più direttamente connesse alle forme dell’insediamento, dalla villettopoli diffusa coi centri commerciali alla qualità della vita per gli abitanti dei quartieri.
Tutto questo, senza mai perdere di vista l’idea che sta alla base di tutto questo densissimo e “leggero” libro: non c’è nessuno più qualificato del semplice cittadino, per capire, decidere, progettare, trasformare la città. Nel rispetto di sé stessi e degli altri. Salvo prima appunto chiedersi, in modo approfondito e critico, magari anche sulla scorta della lunga serie di informazioni e prospettive fornite dal volume: ma dove viviamo?
Edoardo Salzano, docente emerito di fondamenti di urbanistica allo IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia), figura storica di questa disciplina in Italia, è stato anche presidente dell’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) ed è autore di numerose pubblicazioni, tra le quali va ricordato almeno “Fondamenti di urbanistica” (Laterza, 1998).
Ha redatto numerosi piani regolatori comunali in varie parti d’Italia ed ha creato, tra l’altro, il sito www.eddyburg.it, sul quale compaiono scritti di numerosissimi autori sulla politica, la società, e (ovviamente) l’urbanistica, ma anche su “ciò che rende bella, interessante e piacevole la vita”, ricette comprese. Di certo, un sito straordinariamente ricco di materiali, documenti (anche rari), interventi e notizie per chi si interessa dei temi attinenti la gestione del territorio.
La presentazione dell’autore è importante, per introdurre un libro come “Ma dove vivi? La città raccontata”. Si tratta infatti di una sorta di storia della città (di tutte le città, specie quelle europee), narrata dal punto di vista di chi cerca di individuare i modi per risolverne i tanti problemi, pur consapevole dell’enormità e della difficoltà dell’impresa.
Ecco quindi apparire subito la centralità della questione del regime dei suoli e della proprietà di questi – qui Salzano si rifà alle analisi di Hans Bernoulli – con il ruolo determinante della rendita immobiliare (”attività” intrinsecamente parassitaria) nel determinare storicamente le dinamiche della trasformazione urbana nell’età moderna, ma anche nel provocare la crisi delle città e lo stravolgimento del territorio circostante. Fenomeno particolarmente accentuato in Italia, come anche le cronache triestine degli ultimi tempi non mancano di sottolineare.
Derivano da ciò, ad esempio, la dispersione degli insediamenti di ogni tipo (villette, capannoni industriali-artigianali-commerciali, infrastrutture di ogni tipo, ecc.) nelle campagne, che ormai rendono irriconoscibile quella che una volta era la pianura padano-veneta. Per tacere degli ignominiosi scempi compiuti lungo le coste del (ormai ex?) “Belpaese”.
Alla crisi della città, manifestatasi già agli inizi del XIX secolo, si cercò di dare risposta con l’urbanistica, cioè con la ripresa del controllo da parte dell’autorità pubblica, sulle trasformazioni urbane. Dal primo piano regolatore dell’età moderna (New Kork, 1811), a quello “poliziesco” del barone Haussmann per la Parigi del secondo impero, via via fino ai giorni nostri, comincia quindi la cavalcata di Salzano tra le norme, i principi e gli elementi costitutivi di uno strumento urbanistico, spiegati in modo chiaro e semplice, senza inutili tecnicismi e quindi accessibile a tutti. Nulla a che fare, insomma, con l’astruso gergo “urbanistichese” di tanti addetti ai lavori….
Scorrono così le vicende della legge urbanistica italiana del 1942, la “ricostruzione” (che ha significato spesso distruzione) postbellica, e il tentativo fallito di riforma urbanistica del ministro Sullo nel 1963. Fino ai giorni nostri, con le scorribande degli “immobiliaristi”, la commistione tra interessi speculativi e politici, Tangentopoli e l’urbanistica contrattata, la legge “Lupi” fortunatamente accantonata e le sfide del futuro.
Rispetto a queste ultime, l’autore indica alcune fondamentali linee-guida: la città e le sue parti da considerare come beni comuni e non merci, la necessità di una pianificazione unitaria dell’organismo-città, la centralità degli aspetti ambientali, lo sforzo per la riduzione della mobilità meccanizzata, la necessità di stimolare la partecipazione dei cittadini fin dalle prime fasi della progettazione urbanistica, il ruolo imprescindibile dei poteri pubblici nelle decisioni, e altro ancora.
Completano il libro un utile glossario, una bibliografia essenziale ed un’antologia di testi (la Lucrezio a Engels, da Matilde Serao ad Antonio Cederna) che in epoche diverse e da diversi punti di vista hanno affrontato gli stessi argomenti trattati da Salzano.
A tutti coloro che soffrono la fatica di vivere in città caotiche, sovraffollate, inquinate, inefficienti (che sono tantissimi). E a coloro (tanti anche questi) che invano cercano un alloggio accessibile mentre esistono grandi quantità di edifici interamente inabitati. E a quanti (sempre molti) vorrebbero luoghi di naturale incontro e socializzazione con il loro prossimo e non ne trovano. E a quelli (non pochi) che si domandano come sia possibile che antichi centri urbani di straordinaria bellezza vengano soffocati e stravolti dal cemento dilagante. E anche a quelli (pochi ma incavolatissimi) che si indignano di fronte alla quasi certa impunità per qualsiasi abuso edilizio. A tutti costoro va sentitamente consigliata la lettura di un assai pregevole libretto appena edito da Corte del Fontego, il quale in poco più di cento pagine indica e illustra cause e vicende che hanno condotto il nostro paese a questa deplorevole situazione.
Ma dove vivi?(pp. 136, euro 14,90) è, appunto, il titolo. La città raccontata il sottotitolo. L'autore è Edoardo Salzano, urbanista noto non solo per numerosi libri, saggi e articoli, ma anche per le tante battaglie che ha condotto e conduce: da docente universitario, da consulente e partecipe alla definizione di piani regolatori, e come titolare e conduttore di «eddyburg», un sito web aperto da parecchi anni, che riesce a essere puntualmente e tenacemente, oltre che sapientemente, impegnato in tutte le cause legate al tremendo guasto urbanistico d'Italia, ma anche attento giono dopo giorno all'intero panorama delle vicende politiche e culturali che del guasto, non soltanto urbanistico, sono responsabili.
Parte da lontano, questa «città raccontata». Addirittura dai primi aggregati stanziali umani, cioè dal momento in cui i nostri lontani progenitori «inventano» il villaggio, antefatto della città. La quale nasce e si organizza per la soddisfazione di esigenze che riguardano l'intero gruppo, cioè nel segno della collettività, della reciprocità, della socialità; e anche in seguito, nella sua evoluzione economica demografica architettonica, continua a essere l'espressione più significativa della società cui appartiene. In pratica è la storia intera ricostruita in queste pagine, attraverso la descrizione di piccoli antichissimi centri abitati, cresciuti spontaneamente come alberi, oppure di imponenti moderni complessi architettonici, e di vasti spazi via via organizzati secondo fermi criteri e precise normative.
Città che spesso parlano di rapporti duramente diseguali, e che però tra la cattedrale, il palazzo comunale o il castello signorile e l'intrico di abitazioni modeste o poverissime, non mancano mai di uno spazio - la piazza centrale di solito - dedicato ai rapporti personali, alla vita comunitaria. Città che si dilatano nel tempo, con l'aumento della popolazione, della produzione, dei traffici; che vedono le fabbriche sostituire via via l'antico artigianato; che poco a poco invadono il territorio circostante, a tratti fino a cancellare la campagna. Che però fino a qualche decennio fa continuavano a offrire luoghi in cui riconoscersi e comunicare, a consentire quel senso di appartenenza che garantisce sicurezza, certezza della «città come bene comune».
Tutto ciò oggi è finito, ridotta la città a «mero agglomerato di merci e di gente». Questa vicenda Salzano la percorre da esperto conoscitore della materia e ne indica le cause: la scomparsa della proprietà indivisa dei suoli, la rivoluzione borghese, l'industrializzazione intensiva del mondo, la guerra seguita da una «ricostruzione distruttiva», la crisi di viabilità connessa al dominio indiscusso della motorizzazione privata; e anche i tentativi di risposta alla crisi, posti in essere mediante pianificazione urbanistica e territoriale, obbligo di «piani regolatori», tutte cose che all'estero, in particolare in diversi paesi europei, hanno avuto anche apprezzabili risultati.
Ma in Italia, dopo vari quanto inutili tentativi di arrestare il degrado, le cose sono andate senza sosta peggiorando, fino ai «terribili anni Novanta», nei quali l'autore indica il momento di più forsennato assalto al «bel paese» da parte della speculazione immobiliare, nel silenzio spesso omertoso delle amministrazioni locali e la generale «disattenzione» politica, anche delle sinistre. Il tutto aggravato da nuovi tremendi problemi: le sempre più numerose e folte migrazioni, cospicuo contributo all'aumento esplosivo della popolazione urbana di tutto il mondo; l'aumento continuo e continuamente sollecitato dei consumi, che tra l'altro rende ormai ingestibile il problema dei rifiuti; la minaccia sempre più evidente, e da nessuno infatti più negata, della crisi ecologica planetaria. Il tutto d'altronde rapportabile a quello che è stato efficacemente definito «l'immaginario capitalistico dell'illimitato».
Il libro è inoltre corredato da una serie di informazioni e dati tecnici, riguardanti i contenuti e le regole di un piano urbanistico, la produzione legislativa italiana e straniera in materia, i tentativi italiani di riforma e i relativi fallimenti. E anche da una piccola ma significativa antologia, una bibliografia ragionata, un glossario, e una serie di affascinanti illustrazioni. Quanto basta a farne anche un utile strumento didattico. Non sarebbe male se i nostri svagatissimi giovani venissero informati di queste cose e fossero sollecitati a rifletterci su.
Nota: altri commenti su questa stessa cartella Recensioni e Segnalazioni (f.b.)
Edoardo Salzano, per noi, è sempre “il professore”. Non perchè abbia insegnato ai gruppi dirigenti di mezzo Pci l’abc dell’urbanistica e tanto meno perchè in lui ci sia il benché minimo atteggiamento professorale, ma proprio per la sua chiarezza espositiva, rigore disciplinare e, appunto, amore per la didattica. Per rendersene conto basta entrare in eddyburg.it , diventato uno dei siti di attualità urbanistica più aggiornati e visitati. Ora Eddy ci regala un piccolo gioiello: Ma dove vai? La città raccontata, Corte del Fontego, Venezia 2007, pp.118, euro 14,90, con annessa piccola bibliografia ragionata, glossario e una gustosa antologia di quasi aforismi di Lucrezio, Engels, il capo pellirossa di Seattle, Calvino e altri. Un compendio di storia dell’urbanistica – meglio, sulle “ragioni dell’urbanistica” - di immediata comprensione, rivolto a un pubblico non necessariamente esperto. Anzi, pensato proprio per i giovani, poiché all’autore “piacerebbe che (l’urbanistica) si insegnasse dalle scuole elementari”.
Dopo una vita lavorativa come docente all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, nella cattedra che fu di Astengo, autore di Fondamenti di urbanistica. La storia e la norma (1998), intransigente osservatore di ogni operazione di trasformazione territoriale avvenuta nel nostro paese, per Salzano è naturale sentire il bisogno di ribadire ad un pubblico più vasto possibile la necessità della pianificazione urbana. Nonostante le pessime prove che la città ha subito dall’avvento del neoliberismo, dall’affermazione del capitale finanziario e dalla globalizzazione, per Salzano continua ad essere la “casa della società”. E’ nata con la missione di facilitare ed elevare la vita degli uomini e dovrebbe continuare a corrispondervi. Ma se la città è la nostra “seconda natura”, la materializzazione delle nostre scelte culturali, allora è impossibile separare la sua scienza (l’urbanistica) da quella del governo dei beni pubblici: la politica. “Nella sua sostanza il piano è l’espressione d’una volontà collettiva, quindi politica” (p.41). Così: “L’urbanistica è una parte della politica”, ed infatti – ricorda l’autore - hanno la stessa radice nelle nostre due lingue antiche: urbs e polis significano entrambe città. Il titolo (“Ma dove vivi?”) è un invito a prendere concretamente, individualmente coscienza delle ragioni che hanno determinato i diversi assetti territoriali nella storia delle popolazioni insediate e un invito a partecipare attivamente alle decisioni che investono il territorio.
Il libro è la descrizione della parabola dell’urbanistica nel nostro paese, dalle grandi speranze degli anni ’60, alla deregulation iniziata negli anni ’80; dai tentativi di riforma di Fiorentino Sullo, all’”urbanistica contrattata”; dall’idea di piano, agli immobiliaristi. Gli effetti catastrofici sono quotidianamente di fronte ai nostri occhi, e non solo in termini estetici. Lo spawl (leggo nel glossario: “letteralmente: sdraiarsi sguaiatamente”) urbano è anche inquinamento, congestione, segregazione… Nelle sua espansione senza pianificazione, la città esplode, mentre: “L’extraurbano è diventato terra di nessuno: luogo di attesa per l’ingresso, tramite la speculazione fondiaria, nel regno infetto dell’urbano, luogo dlele discariche, dell’esportazione degli scarti urbani, residuo esso stesso” (p.26). Vivere nelle moderne megalopoli aumenta le sofferenze. L’utopia fondativa della città dell’armonia, del benessere, della democrazia si è rovesciata nel suo contrario. Mi viene in mente Mike Davis Il pianeta degli slum. Ma Eddy non dispera, per lui sono così evidenti i vantaggi che si avrebbero riprendendo in mano la vecchia disciplina, che pare impossibile non tornare a quella “pratica di governo, quell’insieme di regole, strumenti e procedimenti con cui una comunità regola le trasformazioni fisiche e funzionali del suo territorio” (p.82). La città come “bene comune”, liberata dalla rendita fondiaria urbana, riaffidata a processi decisionali pubblici. Chissà se davvero qualche professore di scuola media vorrà adottare il testo di Salzano e chissà se qualche nostro sindaco e ministro vorrà tornare sui banchi di scuola.
Il volume non poteva essere dedicato che a Gigi Scano, recentemente scomparso, che in Eddy aveva trovato un maestro, un amico e un compagno di mille battaglie.