Ho provato una grande tristezza alla notizia della morte di Lucio Magri. Considero il dolore un fatto privato e non sarei intervenuta se non fossimo stati importunati dai consueti giudici del bene e del male che hanno emesso le loro sentenze dalle scene del servizio pubblico Rai e da altri media su come Magri ha deciso di morire.
Ho avuto la fortuna di incontrare molte volte Lucio Magri, a Roma e a Sassari, prima ai tempi della costruzione del Pdup e poi con il rientro nel Pci, avendo egli intravisto nel partito di Enrico Berlinguer la possibilità di recuperare una funzione a sinistra. Allora erano tanti i giovani che come me ne subivano il fascino, non solo fisico (era sicuramente un bell’uomo) ma soprattutto intellettuale: il suo pensiero era tanto rigoroso quanto raffinato. Ho assistito a molte accese discussioni tra Lucio Magri, Marcello Lelli (colui che dopo la laurea sarebbe diventato il mio maestro) e Giovanni Meloni, di cui, lo confesso, capivo assai poco. Memorizzavo invece i riferimenti e l’indomani andavo a cercare i libri nella Biblioteca Centrale dell’Università. Se scoprivo che la lettura era interessante, allora andavo nella libreria Dessì, dove il dottor Pulina mi aveva aperto un credito illimitato: a fronte di ben 5 mila lire, potevo prendere tutti i libri che volevo.
Le loro discussioni non erano mai ideologiche, seppure avessero in sé una specifica visione del mondo, quella che un tempo si definiva Weltanschauung; anzi, il rigore e il metodo dell’analisi erano il binario principale, qualunque fosse l’oggetto del contendere. Ho un debito verso queste discussioni che per me sono state fonte di sollecitazione. Oggi si direbbe un percorso di alta formazione.
Di Magri ricordo con nettezza il suo rapporto conflittuale con il fumo e l’umiltà con cui si rapportava ai giovani. Egli era, infatti, un accanito fumatore che non aveva mai sigarette in tasca. Regolarmente le chiedeva a noi che, squattrinati come eravamo, gli opponevamo un po’ di resistenza, dicendogli “ma perché non le compri, non sarai mica un avaro?”. E regolarmente lui ci rispondeva “sto cercando di smettere”. Ricordo anche che lo si andava a prendere in aeroporto, talvolta con automobili improbabili e che con noi mangiava panini caldi appena sfornati imbottiti di pancetta sfrigolante. Non l’ho mai visto con scorte o bodyguard, come si usa ora, nonostante fosse un personaggio pubblico importante, riconosciuto e amato dalla cosiddetta gente comune.
La resa finale di Magri è avvenuta in Svizzera, ma egli si era arreso ben prima, quando ha rinunciato ad essere un uomo pubblico, togliendo così ad altre generazioni di giovani il piacere della politica, quella autenticamente necessaria a cambiare e a rendere migliore il mondo e che non può fare a meno dello studio e della ricerca. E, citando Richard Sennett, il declino dell’uomo pubblico, di questo uomo, non ha reso la società italiana più giusta.
Caro Direttore, sulle pagine di Repubblica Milano è stato pubblicato un intervento del professor Giuseppe Boatti, che esprime giudizi generali sullo stato dell’urbanistica italiana e milanese, e in questo quadro presenta il Politecnico di Milano come luogo in cui prevale il pensiero unico e sono marginalizzate le posizioni critiche. Una risposta ci sembra necessaria in merito alla complessa questione delle tendenze prevalenti della cultura urbanistica italiana. La capacità di governo delle trasformazioni del territorio non è indipendente dalla cultura di governo che un paese è in grado di esprimere. Non vi è dubbio che in questi anni sia in crisi la possibilità di un’azione urbanistica legittima, rigorosa ed efficace; ma l’immagine dell’urbanista eroico, capace da solo di contrastare il corso della realtà, rischia di diventare un facile alibi, mentre è più complicato continuare a impegnarsi in un paziente processo riformista.
Inoltre, presentare il Politecnico come sede di un pensiero unico, o, peggio, di atteggiamenti collusivi con i poteri costituiti, è in palese contraddizione con l’attività quotidiana dei nostri docenti e ricercatori, con l’impegno a sostegno della costruzione di politiche pubbliche per la città e il territorio e con lo sforzo di alimentazione della riflessione pubblica. Un dipartimento, una scuola o un ateneo non sono partiti politici o lobby professionali. Pluralismo, trasparenza, cura del confronto pubblico sono requisiti inderogabili per qualunque università vera: la nostra attività di ricerca e di formazione e la stessa reputazione pubblica delle nostre istituzioni valgono dunque come la risposta più semplice e chiara.
Può essere utile aggiungere qualche considerazione relativamente all’impegno delle nostre istituzioni sui temi della città, pubblicamente espresso negli ultimi anni. Vari gruppi di colleghi hanno pubblicato testi rilevanti sul tema, tra i quali segnaliamo almeno "Per un’altra città. Riflessioni e proposte sull’urbanistica milanese" (2009, un libro a cui ha contribuitolo stesso Giuseppe Boatti); e più recentemente "Milano al futuro", testo sulle prospettive urbanistiche della città che sarà divulgato tra poche settimane. In questi volumi e in altre attività di ricerca e formazione docenti e ricercatori del Politecnico provano, in modo non ideologico, ad affrontare i complessi problemi del governo urbano, sostenendo la necessità di promuovere l’innovazione sociale, garantire abitabilità e qualità ambientale, favorire la coesione sociale. Il lettore interessato potrà dunque verificare se davvero le nostre istituzioni sono afflitte da pensiero unico, o se invece sono in grado di contribuire ad alimentare il dibattito sulla città con la critica e con la proposta.
Svelta come il baleno l’Accademia nel difendersi (debolmente: «abbiamo pubblicato un libro a cui ha contribuitolo stesso Giuseppe Boatti »). Lenta, anzi, immobile come un elefante in coma, nel difendere l’espressione della libertà di critica dagli attacchi intimidatori.
Del resto, è difficile aspettarsi altro da chi ritiene il termine “ideologia” non significa “insieme di principi e convinzioni condivisi da un determinato gruppo sociale” ma è sinonimo di dogmatismo e ottuso preconcetto: operazione semantica messa in opera da chi ha voluto imporre, come unica ideologia, quella dominante. Il “pensiero unico”, appunto, che Boatti ha denunciato nella sua lettera aperta. Insomma, viene il sospetto che, nel dire "no all'urbanista eroico", i due professori abbiano voluto dire "si" al pensiero unico.
Vedi qui il racconto e il commento sull'evento che ha provocato la polemica
29 OTTOBRE 2011
GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE
CONTRO LE CENTRALI A CARBONE
Contro l’uso del carbone, per un lavoro degno, per contrastare i cambiamenti climatici e tutelare la salute dando speranza al nostro futuro - Appello per una manifestazione nazionale a Porto Tolle e presidi davanti alle centrali a carbone
La scelta di incrementare l’uso del carbone per la produzione di energia elettrica è una scelta nociva e sbagliata, soprattutto oggi che i cambiamenti climatici costituiscono una minaccia per il futuro del Pianeta e le fonti rinnovabili, insieme all’efficienza energetica, rappresentano l’alternativa efficace e praticabile. La combustione del carbone in centrali elettriche rappresenta, infatti, la più grande fonte “umana” di inquinamento da CO2, più del doppio di quelle a gas. A parole tutti sono per la lotta ai cambiamenti climatici, ma in Italia si fanno scelte in senso contrario, nonostante l’Unione Europea abbia assunto la decisione di ridurre entro il 2020 di almeno del 20% le emissioni di gas serra, rispetto ai livelli del 1990.
Il carbone è anche una grave minaccia per la salute di tutti: la combustione rilascia una cocktail di inquinanti micidiali (Arsenico, Cromo, Cadmio e Mercurio, per esempio), che coinvolgono un’area molto più vasta di quella intorno alla centrale. L’Anidride solforosa emessa, combinandosi con il vapore acqueo, provoca le piogge acide, per non parlare dei danni alla salute derivanti dalle polveri sottili.
La consapevolezza del legame tra danno ambientale e minacce per la salute umana, con inevitabili costi per la collettività, dovrebbe ormai costituire una consapevolezza comune. Ciò nonostante, e per mere convenienze proprie legate all’attuale prezzo del carbone (peraltro in salita), alcune aziende insistono per costruire nuove centrali a carbone o riconvertire centrali esistenti.
Con i recenti referendum oltre 26 milioni di italiani hanno rivendicato il diritto a decidere del proprio futuro, un futuro in cui i cambiamenti climatici non raggiungano livelli distruttivi per l’ambiente, il benessere e la stessa specie umana, un futuro di vera sicurezza energetica, un futuro di vera e stabile occupazione. Rivendichiamo anche il diritto a essere coinvolti in scelte chiare, fondate su strategie e piani condivisi e non dettati dalle lobby energetiche, ma dall’interesse di tutti e dal bene comune.
Proponiamo il territorio polesano come laboratorio nazionale per cominciare ad immaginare ed attuare l'alternativa energetica, per uscire dalle fonti fossili.
Cominciamo questo percorso con una giornata di mobilitazione nazionale contro il carbone il 29 ottobre, e con una manifestazione nazionale nel Polesine.
A Porto Tolle, l'ENEL vuole – anche con modifiche alle leggi e alle normali procedure, operate da una politica compiacente – convertire una centrale a olio combustibile in una centrale a carbone della potenza di 2000 MW, nel mezzo del parco del Delta del Po. Questa centrale a carbone emetterebbe in un solo anno 10 milioni di tonnellate di CO2 (4 volte le emissioni di Milano), 2800 tonnellate di ossidi di azoto (come 3.5 milioni di auto), 3700 tonnellate di ossidi di zolfo (più di tutti i veicoli in Italia), richiedendo lo smaltimento di milioni di tonnellate di gessi e altre sostanze.
La centrale a carbone di Porto Tolle non ha alcun senso.
La riconversione avverrebbe al di fuori e contro di ogni strategia di riduzione delle emissioni di anidride carbonica (strategia che ancora oggi non c’è) e persino di ogni logica energetica, dal momento che l’Italia ha una potenza istallata quasi doppia rispetto al picco della domanda, al punto che i produttori di energia elettrica lamentano che gli impianti vengono oggi usati per un terzo della loro potenzialità.
Non solo: oggi le maggiori prospettive di nuovi posti di lavoro, nel mondo e in Italia, sono nei settori delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, con numeri che in alcuni Paesi ormai superano l’industria tradizionale; al contrario, la centrale a carbone porrebbe a rischio l’occupazione già esistente, e quella futura, nell’agricoltura, nel turismo e nella pesca.
La riconversione a carbone avverrebbe con una tecnologia di combustione che, pur spinta ai suoi migliori livelli, resta sempre assai più inquinante di quella basata sul gas naturale, e dannosa per la salute; nel caso di Porto Tolle, i dati di rilevazione e le epidemiologie mostrano che l’inquinamento e i danni sanitari si estenderebbero per buona parte della Pianura Padana.
Il ricatto occupazionale di ENEL, dunque, va rifiutato da tutti con dignità e fermezza, perché oggi più che ieri il futuro è nell’economia sostenibile per l’ambiente e la salute, tanto più che, sul piano occupazionale, la bonifica dell'area ed una sua riconversione verso impianti e produzioni nel settore delle energie rinnovabili pulite darebbero lavoro stabile e sicuro ad un maggior numero di persone.
Con la giornata del 29 ottobre ci rivolgiamo a tutti, anche a coloro che subiscono il ricatto occupazionale, nel Polesine e ovunque in Italia vi siano centrali a carbone o progetti di costruzione di nuove centrali o di ampliamento di quelle esistenti, per rifiutare tutti insieme la contrapposizione tra lavoro ambiente e salute, cominciando invece a costruire un lavoro dignitoso, una società basata sull’interesse comune e non sugli interessi di poche lobbies, sulla possibilità di un futuro per tutte e tutti.
Caro eddyburg, ho letto e confrontato la cosiddetta “legge casa” del Governo e quella della regione Lazio e ne ho tratto la conferma, oltre che ovviamente della dissennatezza di chi ci governa, dei dubbi che ho sempre avuto sul valore e l’utilità del potere legislativo delle regioni ancorché sancito dall’art. 117 della Costituzione. Detto in breve e in generale: se la legislazione regionale si discosta o contrasta quella dello Stato è un gran male e fonte di disordine; se la ripete tante volte quante sono le regioni è superflua e in definitiva inutile.
Ho letto attentamente la “legge casa” nel testo governativo (bozza) e mi sono chiesto se in sostanza non sia un incentivo all’ abusivismo o almeno una sua giustificazione per chi lo ha praticato e lo praticherà in futuro, e questo non solo per la lettera del testo dove ricorre spesso il termine “in deroga”, ma per la sua logica di base che attribuisce un potere di incentivazione economica al mero incremento quantitativo dell’edificato, che per parte sua è la molla di tanto abusivismo.
Orbene, la stessa logica l’ho trovata nella legge regionale (né allo stato delle cose poteva essere altrimenti) forse con qualche tentativo di attenuarne gli effetti più dannosi, ma con l’aggravante (ed è questo che intendo segnalare) di appesantire la lettera della legge e con ciò la lettura e l’osservanza di chi la deve rispettare; e si sa per esperienza che la fatica di lettura di un testo legislativo è un incentivo prima a non leggerlo, poi a non osservarne il dettato, e soprattutto è fonte di facili contestazioni per chi ha interesse ad approfittarne.
Una buona “legge casa” (chiamiamola sempre così) sia governativa che regionale, a mio giudizio dovrebbe basarsi su un’altra logica, che mi arrischio a riassumere nei punti seguenti.
1. Impegnare l’ente pubblico (soprattutto lo Stato) a farsi carico di un piano sull’esempio (tra i non pochi) del vecchio “Fanfani”.
2. Definire un sistema di finanziamento, indispensabile per alimentare lo stesso piano. Ed è cosa non facile che ne rileva l’aspetto economico (considerato sul medio-lungo periodo
3. Nel nostro specifico caso dell’edilizia, dovrebbe esaltare la finalità del piano, che in quello sopra citato a esempio era l’incremento dell’occupazione, mentre ora si dovrebbe cominciare a considerare il tema della razionalizzazione produttiva nell’industria delle costruzioni (Dio ne scampi dalla vieta prefabbricazione pesante).
4. Last but non least. Avviare, anche solo di un primo passo, la riforma del nostro regime immobiliare, responsabile di tanta parte del costo della casa, impedendo ai più di godere di un bene che si proclama un diritto; e non giovando certo alla produttività del corrispondente settore di produzione economica.
Franco Girardi, studioso e attento osservatore delle cose urbanistiche, muove giuste critiche (in parte già note ai nostri lettori) alle diverse declinazioni del cosiddetto piano casa. E contrappone alla sguaiate proposte del governo e delle regioni ipotesi alternative completamente diverse, che si rifanno alle migliori esperienze dell'edilizia pubblica italiana dei primi decenni del dopoguerra. Come non essere d'accordo. (v.d.l.)
Se oggi è stata una giornata no, se vi sentite un po' tristi, vi regalo un minuto di 'riso amaro'. Istituita la Commissione Piazze e la Commissione Grattacieli dal Sindaco di Roma Capitale, Gianni Alemanno. :-)))))))))))))))))))))))))))))))))))))))
A quando la Commissione Catacombe, l'unica parte edilizia ancora da 'sanare' ? In fondo le catacombe sono i primi abusi edilizi realizzati nella Roma cristiana. Ormai hanno costruito quasi ovunque in superificie, mancano solo i 'formicai'.
Le straordinarie mobilitazioni di fine agosto dei sindaci e amministratori dei piccoli Comuni italiani, minacciati di estinzione da un decreto finanziario del governo di dubbia costituzionalità, hanno evidenziato con forza una consapevolezza diffusa del ruolo di presidio della democrazia nei suoi aspetti comunitari, che la tradizione dei Comuni italiani può ancora svolgere. A maggior ragione questa funzione di presidio è strategica nei quasi duemila piccoli Comuni sotto i mille abitanti minacciati di morte. Questi riguardano per lo più le aree dello spopolamento collinare e montano (un quarto dei Comuni italiani che riguarda non più di un milione e mezzo di abitanti), aree che con fatica cercano di ripensarsi con nuovi equilibri socioeconomici e culturali del dopo-sviluppo industriale delle pianure. Per fare solo un esempio, nella Comunità Montana Alta Langa in Piemonte 35 su 39 Comuni sarebbero stati falcidiati.
Abituati come siamo ormai a vedere le debolezze delle amministrazioni locali (connivenze per ragioni di cassa con la rendita, le operazioni immobiliari, il consumo di suolo, e cosi via), molti di noi (esegeti del paesaggio, associazioni ambientaliste) hanno invocato in tempi recenti poteri forti dello Stato per limitare e controllare i poteri corruttibili dei sindaci e degli assessori. Con ciò dimenticando quanto le mobilitazioni di questi giorni hanno riproposto culturalmente alla ribalta: il ruolo insostituibile, per la democrazia, delle istituzioni di prossimità agli abitanti. Questo soprattutto in una fase storica di vertiginoso allontanamento dei sistemi di decisione economico finanziari dai luoghi di produzione e riproduzione della vita, e di conseguente riconsiderazione, da parte delle comunità reali degli abitanti, dei patrimoni territoriali come beni comuni. E’ in particolare proprio dai piccoli Comuni dimenticati che il ruolo della gestione dei beni comuni territoriali nell’economia può divenire indicazione strategica per il futuro dei nuovi equilibri socioeconomici dell’intero paese.
Per questi motivi, in appoggio agli amministratori e a quanti si sono mobilitati per la difesa dei presidi comunali, consideriamo nostro dovere di intellettuali, da decenni impegnati nella ricerca relativa alle problematiche identitarie e alla progettazione di istituti di democrazia partecipativa, nonché nella formazione universitaria delle nuove classi dirigenti, precisare le ragioni di questo appello, che chiediamo di firmare a quanti lo condividono.
La ripartizione dei nostri Comuni non è una eredità del passato, obsoleta, costosa ed inutile, quindi modificabile in funzione di necessità contabili del momento, e neanche un’icona intangibile da conservare per ragioni di foklore e di immagine, quindi di marketing territoriale. In una visione di lungo periodo che comunque ci rimanda all’antichità romana, la suddivisione del territorio in municipia, arricchita ed accresciuta nel medioevo e nell’età moderna da nuove ripartizioni territoriali – le Comunità poi Comuni – dal nord al sud, dall’est all’ovest, e nelle isole, costituisce l’elemento primario di identificazione delle nostre popolazioni con i loro territori. Unica realtà politica non sovrastrutturale, ma intrinseca, che radica appartenenze, cultura locale, specificità, e in quanto tale attraversa i secoli, dal medioevo, agli antichi stati regionali, alla realtà unitaria. Si può discutere oggi sull’opportunità o meno di eliminare comunità montane, province, regioni, come già si è sempre fatto nel tempo per altre ripartizioni amministrative negli antichi stati regionali e nello stato unitario, in quanto sovrastrutture con un loro valore ed una loro durata nel tempo misurabile su diversi parametri, economici, politici, sociali
Il Comune non può essere una questione numerica, né meramente burocratico/amministrativa. Le odierne amministrazioni comunali sono la traduzione contemporanea dell’essere Comune, che si affianca alle precedenti, diverse nei secoli, continuando ad esprimere organi di governo locale. L’entità territoriale e numerica di ogni nostro Comune è una entità unica, costruita sul lungo o medio periodo, che traduce un modo di essere. Queste cellule, che per essere vitali vanno preservate nella loro unicità, contengono tutte le potenzialità che rendono il nostro paese così unico e così grande, pur nella sua complessità e nelle difficoltà che ne conseguono. La civiltà occidentale ci è debitrice di questa forma di governo locale, il cui principio abbiamo esportato in Europa. Che l’ha fatta sua e la difende gelosamente. Non a caso la Francia, Stato storicamente centralizzatore per antonomasia, non ha mai toccato l’individualità territoriale e la conseguente esistenza amministrativa dei suoi oltre 36.000 Comuni. Anche nella sua riforma territoriale in corso, volta a “rafforzare il binomio comune-intercomunalità che rappresenta il livello che offre la maggior capacità di risposta alle aspettative dei cittadini in termini di progettazione del territorio e gestioni dei servizi di prossimità”, riafferma “la preminenza del comune nell’organizzazione territoriale”.
Ci sono state nella nostra storia, pre e post unitaria, altre riforme di accorpamento, come quella Leopoldina che ha riguardato il Granducato di Toscana nella seconda metà del Settecento o quella del 1928 voluta dallo stato fascista. Tutti gli amministratori che hanno governato o governano Comuni nati da accorpamenti conseguenti a riforme di questo tipo possono raccontare come l’identificazione unica degli abitanti nelle nuove realtà accorpate non si sia mai di fatto realizzata e come questo abbia pesato e pesi sulla gestione del locale.
Anche se la gestione dei loro servizi richiede oggi capacità manageriali, i Comuni non sono aziende. Nella nostra cultura le aziende non generano e non mantengono attraverso le generazioni la carica simbolica e identificativa, che ogni nostro Comune, indipendentemente dalla sua entità e dalla sua collocazione geografica, possiede. Di questa il sindaco è investito in quanto eletto, e la sua figura non può essere ridotta a quella di un qualsiasi ufficiale di stato civile, pena il venir meno della coincidenza fra rappresentanza e identificazione.
Fin dalle sue origini, ogni Comune è stato e continua ad essere luogo di primaria e vera identificazione dei suoi abitanti, di quelli nati al suo interno come di quelli, da sempre numerosi, provenienti da fuori. Attraverso l’acquisizione di pratiche sociali, “stili di vita”, abitudini e percezioni che fanno di ogni nostro connazionale, di qualunque origine esso sia, innanzi tutto il cittadino di un Comune. Da secoli è sul territorio del Comune che si misura e si realizza l’integrazione reale dell’individuo. E’ questa una nostra specificità che non possiamo accettare di veder cancellare per ignoranza politica. I decreti legge non possono modificare la coscienza sociale. Al massimo le impongono degli adeguamenti, i cui costi sociali sono comunque da valutare.
Mantenere la ripartizione territoriale dei Comuni significa assumere la nostra storia nella sua interezza, anche come condizione imprescindibile di una concezione del federalismo fondata sulla partecipazione e sulla solidarietà, a partire dal municipio e dalle sue reti. Significa anche accettare tutto quanto ci ha portato ad essere uno stato nazionale, attraverso molti secoli di non unità politica. Imporre nuove ripartizioni su basi meramente numeriche significa non solo ignorare i fondamenti della nostra cultura, il nostro modo specifico di fare politica, ma privare i futuri cittadini del nostro Paese di una ricchezza secolare che è loro di diritto, qualunque sia la storia individuale che li ha portati ad essere, per nascita o per scelta, italiani.
Per questo chiediamo al sistema politico, abbandonando definitivamente l’infelice ipotesi di scioglimento/accorpamento dei piccoli Comuni, di prendere soprattutto coscienza della loro rilevanza vitale.
Per aderire: www.societadeiterritorialisti.it
Noi siamo indignati. Siamo indignati contro i governi europei, che stretti tra la crisi e le politiche liberiste e monetariste imposte dalla Bce e dall'Fmi, accettano di essere esautorati delle funzioni democratiche per diventare semplici amministratori dei tagli della spesa sociale, delle privatizzazioni, della precarizzazione del mondo del lavoro e della costruzione di opere faraoniche, incuranti dell'ambiente e delle popolazioni. Siamo indignati perché le classi dirigenti continuano a proporci l'austerity per le popolazioni, mentre le rendite e i privilegi della finanza, dei grandi possidenti e della politica rimangono intonse, quando non crescono. Siamo indignati in particolare contro il governo italiano, che ha deciso di rispondere alla crisi con una manovra i cui contenuti cambiano di ora in ora ma i cui pilastri restano sempre gli stessi: taglio ai servizi, privatizzazioni, attacco ai diritti dei lavoratori.
Siamo indignati perché il governo ha deciso di abolire per decreto il diritto del lavoro, permettendo alle aziende di derogare ed eludere contratti e leggi, compreso l'art.18 dello Statuto dei lavoratrici e dei lavoratori, proseguendo sulla strada della cancellazione della libertà e della democrazia nei luoghi di lavoro.
Siamo indignati perché in questo modo si elimina la democrazia nei luoghi del lavoro e si estende a tutti i lavoratori il ricatto della precarietà, e della clandestinità per i migranti, con cui negli ultimi due decenni si sono livellate verso il basso i diritti e le condizioni di vita di migliaia di giovani, esclusi dal sistema di welfare e da ogni orizzonte di emancipazione.
Siamo indignati perché poco più di 2 mesi fa abbiamo votato, insieme alla maggioranza assoluta del popolo italiano, per la ripubblicizzazione dell'acqua e per le energie rinnovabili, e ora vediamo il nostro governo riproporre esattamente le vecchie ricette basate sulla svendita dei beni e su un modello di sviluppo energivoro.
Siamo indignati perché si potrebbe fare altro; perché vorremmo uscire dalla crisi attraverso un grande processo di innovazione, attraverso al costruzione di un nuovo modello di sviluppo che colga la sfida della riconversione ecologica dell'economia e di uno sviluppo sociale partecipato, basato sulla centralità dei saperi e dell'innovazione. Invece il nostro governo continua a impoverire la scuola pubblica, l'università e la ricerca, ignorando i milioni di studenti, dottorandi, precari, ricercatori che si sono mobilitati negli scorsi mesi e preferendo ascoltare la voce delle rendite baronali e dei profitti aziendali.
Siamo indignati perché i governi europei inseguono il dogma del pareggio di bilancio, cercando di far quadrare i conti della finanza, appesi come sono ai giudizi delle agenzie di rating o dei mercati di borsa, invece di fare i conti con le esigenze e i bisogni dei loro cittadini.
Siamo indignati perché in questo modo non abbiamo più una reale sovranità democratica, che è affidata alle stesse élite finanziarie transnazionali che prima hanno generato la crisi, poi hanno chiesto di essere salvate dagli stati e ora vorrebbero far pagare il conto a noi, giustificando con lo stato di necessità dichiarato della crisi la privatizzazione della vita delle persone e della natura.
Siamo indignati perché vediamo il serio rischio che a una vera alternativa al governo di Berlusconi e della Lega, si tenti di sostituire un'alternanza, fatta delle stesse politiche con maggioranze diverse, perché tutto cambi senza che in realtà nulla cambi.
E allora sappiamo che siamo indignati, ma indignarsi non basta.
Il cambiamento non arriverà da sé. Ce l'hanno insegnato le vicende degli scorsi mesi: le grande battaglie per i saperi, le lotte dei lavoratori in difesa del contratto nazionale, i diritti e i beni comuni in Italia, le rivolte del Mediterraneo, ora la crescita di un sentimento di ribellione contro le manovre finanziarie insostenibili e tutto ciò che ci viene propinato in nome della crisi.
Noi non ci limitiamo a indignarci, ma intendiamo darci da fare. Abbiamo in mente un mondo migliore del loro, e siamo pronti a mobilitarci per realizzarlo. Per il 15 ottobre in tanti stanno promuovendo appelli, discussioni pubbliche, verso la giornata internazionale United for global change.
Noi crediamo sia necessario aprire una discussione pubblica nel paese, tra tutti coloro che si stanno prodigando sulla mobilitazione internazionale del 15, ma anche e soprattutto con tutti coloro che pagano sulla loro pelle quanto sta accadendo. Vorremmo, iniziando dalla giornata di sciopero generale del 6 settembre, cominciare una consultazione ampia e trasversale, che raggiunga realtà sociali e di lotta, forze politiche e sindacali, movimenti e singole persone, per far sì che quella giornata sia una grande mobilitazione di tutti per l'alternativa, condivisa e partecipata. Consultazione che vorremmo far proseguire con un'assemblea pubblica a Roma, sabato 24 settembre alle ore 10. Un'occasione importante per qualificare il profilo politico della manifestazione del 15 ottobre, ma anche per far incontrare le tante questioni sociali che nella crisi vivono la loro drammatizzazione. Connettere i fili della resistenza alla crisi, per immaginare e costruire un'alternativa politica e di sistema nell'assemblea del 24, con la manifestazione del 15 ottobre, pensando a queste scadenze come a un passaggio e non a un punto d'arrivo, con passione e spirito d'innovazione.
Costruire tutti insieme una grande mobilitazione a Roma contro le politiche di austerity, significa immaginare e proporre per il nostro paese e per l'Europa un nuovo modello di sviluppo basato sulla democrazia reale, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale.
Ugo Mattei, Guido Viale, Giulio Marcon, Luciano Gallino, Alessandro Ferretti, Gianni Ferrara, Francesco Garibaldo, Tiziano Rinaldini, Bruno Papignani, Andrea Amendola, Giorgio Molin, Michele De Palma, Laura Spezia, Loris Campetti, Angelo Mastrandrea, don Andrea Gallo, Nicola Mancini, Francesco Raparelli, Luca Cafagna, Mario Pianta, Isabella Pinto, Augusto Illuminati, Gianni Rinaldini, Luca Casarini, Stefano Bleggi, Monica Tiengo, Sergio Zulian, Alessandro Metz, Luca Tornatore, Giuseppe Caccia, Tommaso Cacciari, Michele Valentini, Marco Baravalle, Vilma Mazza, Nicola Grigion, Luca Bertolino, Gianni Boetto, Enrico Zulian, Sebastian Kohlsheen, Olol Jackson, Francesco Pavin, Marco Palma, Cinzia Bottene, Antonio Musella, Pietro Rinaldi, Andrea Morniroli, Egidio Giordano, Eleonora de Majo, Francesco Caruso, Gianmarco de Pieri, Manila Ricci, Daniele Codeluppi, Roberto Musacchio, Patrizia Sentinelli, Roberto Cipriano, Andrea Alzetta, Giovanna Cavallo, Ada Talarico, Massimo Torelli, Claudio Riccio, Luca Spadon, Mariano Di Palma, Francesco Sinopoli, Giuseppe De Marzo, Emiliano Viccaro, Daniele De Meo, Matteo Iade.
Per aderire a questo appello scrivere a:
15ott2011@gmail.com. Io l’ho fatto (e.s.)
In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa.
È mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma (SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!
È mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma: “L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…”(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “ guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.
Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta, né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?
Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte? E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!
Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.
E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).
È un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa. E il 27 ottobre sempre ad Assisi, la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte. Che vinca la Vita!
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Dopo aver molto letto sull'expo di Milano, sui costi della aree, sulla discussione su cosa fare successivamente allo svolgimento dell'evento, pochi giorni fa ho avuto un lampo: tutta la discussione e le polemiche ruotano e trovano la loro base essenzialmente intorno al valore delle aree: se le aree valgono settanta milioni di euro allora (a parte trovare ORA questi soldi) POI dovranno essere realizzate abbastanza cubature con adeguate destinazioni per ripagare l'investimento. Ma a nessuno è venuto in mente che il buco nero di tutta la discussione è il dare per scontato quel valore? Secondo quanto è noto le aree sono attualmente a destinazione agricola e, a seguito di una necessaria variante per permettere la realizzazione dell'expo, dovranno essere destinati a servizi di scala cittadina, destinazione preordinata all'esproprio.
Se espropriati questi terreni costerebbero non più di sette/otto euro al metro quadro, essendo più che generosi, in quanto da considerarsi non edificabili ai sensi del testo unico delle espropriazioni, della giurisprudenza dei tribunali, della corte di cassazione e della corte costituzionale, e quindi da pagare a partire dai VAM.
Capisco che, come a Roma, anche a Milano, auspice gli autori del PRG ancora oggi vigente, sono state introdotte nella prassi urbanistica insostenibili orrori quali le compensazioni e la perequazione, infaustamente teorizzate dall'INU già negli anni Ottanta, ma qui stiamo parlando di qualcosa che è pericolosamente vicino ad un reato. Come chiamare altrimenti la decuplicazione del valore riconosciuto al proprietario? Ed il fatto che lo stesso sia un ente parapubblico a mio parere peggiora la situazione. Oramai gli ultimi anni hanno dimostrato che non si possono dare devastanti speculazioni senza l'attivo, compiacente e compiaciuto concorso delle amministrazioni responsabili della gestione del territorio.
Sono completamente d’accordo con le sue valutazioni nella loro sostanza. In particolare, sull’iniquità dell’appropriazione privata dei rilevantissimi incrementi della rendita per effetto di decisioni e investimenti, storici e attuali, della collettività. Sono anche perfettamente d’accordo con lo stigmatizzare il comportamento degli amministratori che operano accettando supinamente – e anzi agevolando – l’incremento della rendita. In questo sennso parlare di £reato” mi sembra del tutto ragionevole, e anzi ovvio. Ho viceversa qualche perplessità sull’aspetto giuridico. La propaganda che urbanisti infedeli e amministratori stupidi (ma sono questi, in Italia, che “fanno opinione”) hanno fatto ai cosiddetti presunti “diritti edificatori”, il trend del sistema capitalistico nella sua fase attuale (ha letto il bel saggio di Walter Tocci?) e l’omogeneizzazione che, con la sentenza europea, si è fatto di regimi patrimoniali del tutto diversi, temo che tutto ciò abbia provocato qualche modifica nella giurisprudenza, o almeno nei comportamenti della magistratura. Non sono un giurista, il mio è solo un sospetto, e mi piacerebbe che qualcuno lo confermasse o, meglio, lo fugasse, con riferimenti precisi.
Sarebbe bello se qualche parlamento approvasse una legge che stabilisse, in modo chiaro e non più equivocabile, che “la facoltà di costruire appartiene alla collettività”, e ne facesse discendere tutte le logiche conseguenze. Ma i tempi non mi sembrano maturi. E non lo diventeranno mai se non ci fosse qualcuno che, con petulanza, ricordasse e cercasse di far comprendere ai più quello che i miei maestri avevano compreso a proposito delle rendite, e soprattutto di quelle urbane: come e perché sono perniciose alla società e agli uomini, oltre che alla buona economia e al territorio.
Si chiede Gad Lerner in un recente aricolo su Repubblica, opportunamente ripreso da eddyburg, “in base a quale criterio il manager Franco Pronzato poteva fare il consigliere d'amministrazione dell' Enac, ricoprendo contemporaneamente l' incarico di coordinatore nazionale del trasporto aereo nel PD?” La stessa domanda può esser fatta a riguardo di Riccardo Conti, ex assessore al territorio della Regione Toscana, coordinatore nazionale per le infrastrutture nel PD e da qualche mese consigliere di amministrazione di F2i - Fondo italiano per le infrastrutture - in rappresentanza del Monte dei Paschi di Siena. Fondo quanto mai attivo in Toscana perché ha cercato di acquistare una quota del capitale sociale dell'aeroporto di Peretola. Ma Monte dei Paschi è anche presente (21%) nello scalo di Siena, l'aeroporto di Ampugnano, di cui sostiene l'ampliamento contro comitati e ambientalisti. Nel frattempo la 'banca rossa', azionista di riferimento di F2i, è entrata nel capitale di Sat, concessionaria dell'autostrada tirrenica, con quasi il 15%, mentre il 25% è stato acquistato da Holcoa (holding di concessionarie autostradali creato proprio per entrare in Sat da vari costruttori emiliani e da Ugf Merchant che è la banca d’affari del gruppo bolognese Unipol). Sat ha presentato da poco un nuovo progetto di tracciato autostradale che dovrà essere discusso con la Regione Toscana, la Provincia di Grosseto e i Comuni coinvolti. In quale veste interverrà Riccardo Conti? Come coordinatore per le infrastrutture del PD? Come consigliere di amministrazione di F2i? Sarà sordo agli interessi di Monte dei Paschi e dei costruttori emiliani? O agirà come rappresentante unico di tutti i vari soggetti? In questo caso si dovrebbe parlare non di conflitto, ma di macroscopica collusione di interessi. E Bersani che ne pensa? Eppure il Codice etico del PD recita esplicitamente che gli appartenenti al partito devono “rinunciare o astenersi dall’assumere incarichi esecutivi nel Partito qualora, a causa del ruolo ricoperto in imprese, associazioni, enti o fondazioni, aventi scopo di lucro o titolarità prevalente di interessi economico-finanziari, possa configurarsi un conflitto di interessi tale da condizionare i propri comportamenti”. Ma forse il segretario del PD se ne è dimenticato; e non si rende conto che questo intreccio di interessi, in cui pubblico e privato si confondono, è il brodo di coltura della corruzione; e che è meglio intervenire prima che stracciarsi (si fa per dire) le vesti dopo.
Da tempo siamo tra quanti sostengono che la politica (quella dei partiti) si è appiattita sull’economia: per di più, su quell’economia del neoliberismo straccione, all’italiana, che prospera saccheggiando i patrimoni collettivi con la logica non di Arsenio Lupin ma di Ghino di Tacco. Sempre più la rocca dalla quale si compiono le scorrerie non è quella di Radicofani, ma la rete di poteri aziendali che una volta si chiamava Parastato. Poche sono le voci che si sottraggono a questo andazzo, meno ancora i poteri. La rabbia cresce tra chi subisce e paga le conseguenze. Speriamo che il vento della protesta sia capace di esprimere una politica nuova, e non si rovesci in una tempesta reazionaria.
Per questo, unendoci ai diversi appelli che si moltiplicano nel Paese, chiediamo alla politica e alle istituzioni un gesto di razionalità: si sospenda l’inizio dei lavori e si apra un ampio confronto nazionale (sino ad oggi eluso) su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternati-ve. In un momento di grave crisi economica e di rinnovata attenzione ai beni comuni riesaminare senza preconcetti decisioni assunte venti anni fa è segno non di debolezza ma di responsabilità e di intelligenza politica.
Caro "Eddyburg", anche da fuori, oltre l'Alpe, un saluto di speranza per una nuova fase della storia d'Italia ( ma forse resta solo come una storieta...). Ma è vero, finalmente si parla anche in Germania non più solo su Berlusconi e le sue donne. 'La primavera italiana' di 2011 diventa ( forse...) un modello per altri paesi europei; p.e. per la vostra importantissima lotta contro la privatizzazione dell' acqua. Va bene anche la vostra netta posizione contro la energia nucleare ma per questo la Germania ha gia fatto molto. Adesso anche la Merkel porta un buttone "Atomkraft- Nein Danke!" È ridicolo, ma talvolta la storia è ridicolo o come hai scritto tu «la speranze è rinata [...] Mi sembra che siamo giunti a una fase molto interessante della vita del nostro paese, e che le vicende dell'urbs, della civitas e della polis meritino di essere seguite con il massimo d'attenzione». Sono d'accordissimo... Da Monaco di Baviera un caro saluto di solidarietà e di speranza.
Caro Eddyburg, consenti anche a me di esprimere qualche considerazione sull'intervista del prof. Cervellati sulla sua propensione di voto alle prossime amministrative per il comune di Bologna. L'intervista mi ha indotto a riflettere ancor più sulla situazione nella quale siamo chiamati a scegliere i nostri amministratori (e più in generale i governanti) e sulle relazioni tra la scelta che compiamo e l'impegno che mettiamo nel nostro agire quotidiano. É indubbio che si sia prodotta una crepa profonda tra la ricerca e la proposta culturale di chi, come Cervellati, è portatore per la sua stessa storia personale, e la rappresentanza politica che questa elaborazione doveva raccogliere, far diventare consapevolezza diffusa da parte dei cittadini-elettori, assumere in programma politico e, infine, tradurrre in iniziative e atti di governo. Siamo, oggi, in una situazione confusa e pericolosa nella quale non vi sono più riferimenti politici solidi (direbbe Bauman) e il lungo e appassionato impegno per un uso del territorio sottratto alle logiche mercantili non trova approdi convincenti nel magma di un mercato politico deprimente. Su questo, credo, conveniamo tutti Cervellati e Bandoli compresi.
Quello che non convince nell’ annunciata scelta di Cervellati di sostenere il candidato bolognese della Lega Nord è che il professore mostra di accettare comunque le “condizioni” in cui la scelta si svolge rivestendo la propria decisione di pragmatismo, localismo e, infine, un po' di rassegnazione che gli fa sostenere il meno peggio dell'offerta amministrativa odierna. Pragmatica è l'affermazione che le ideologie si sono dissolte e occorre guardare solo al merito delle proposte.
Sono convinto che le ideologie non sono morte ma che una ha vinto sulle altre. Con la conseguenza che essa può oggi definirsi la “realtà” e mettere fuori gioco le opzioni che non ne accettano i suoi presupposti. Tutti noi sappiamo bene come la vulgata liberista sia pura ideologia abilmente travestita da “realtà fattuale”, indiscutibile. Le conseguenze le vediamo nell'opera sistematica di distruzione dei territorio, dei beni comuni, di tutte le forme di convivenza sulle quali il lavoro di persone come Cervellati si è fondato. Il pragmatismo, in sé, non è un atteggiamento disprezzabile. Anzi, spesso ha consentito di affrontare fasi difficili, passaggi storici critici in cui serviva duttilità per superare momenti di debolezza della nostra lotta per ripartire, subito dopo, con più vigore.
Sono convinto, tuttavia, che il pragmatismo dentro questo quadro politico ci consegna un messaggio sbagliato: ha il sapore dell'arrendevolezza al di là delle intenzioni di chi lo propone.
A me pare un boccone amaro che non siamo costretti ad ingoiare. E anche la riduzione localistica del significato della scelta non contribuisce a depotenziare il valore della rinuncia. Non c'è una distanza tra il 'merito' delle questioni da affrontare sul piano amministrativo e i principi generali secondo una dicotomia tutto sommato accettata anche da Bandoli nel suo intervento pur critico. La chiusura localistica è un modo per delimitare la propria sfera di iniziativa e sfuggire –illusoriamente - alle dimensioni richieste dal problema che si ha di fronte. Non è proprio un economista come Claudio Napoleoni che ci ha insegnato che i problemi, posti a un livello inferiore, non trovano risposta?
Non si può cavarsela guardando i programmi locali (quali poi?) a prescindere dalle azioni condotte da chi li proclama. E non accampo nemmeno le considerazioni di politica generale che già Bandoli ha tirato in ballo riguardo alla Lega Nord. Stiamo pure al ‘merito’ della gestione della città e del territorio. Dov’è la originalità e in che cosa consiste la prospettiva coltivata da questa formazione politica? Non conosco le posizioni del candidato sindaco di Bologna che ha conquistato le simpatie di Cervellati: può darsi pure che sia una degnissima persona con la quale si possa anche intrattenere un dialogo proficuo. Io so che vivo e opero in una terra che della Lega Nord è la culla e non noto alcun esempio di politica del territorio che giustifichi un qualche apprezzamento. La verità è che il nodo della difesa dei valori pubblici non viene nemmeno affrontato da questa formazione e il rapporto con gli interessi che si coagulano e premono sul territorio viene eluso.
Il nervosismo di fronte a certe denunce sulla presenza della criminalità economica al nord - soprattutto nell'uso e gestione delle risorse territoriali - è un segnale importante. Le scelte locali, da queste parti, sono improntate alle più viete riduzioni dell’identità a vernacolo, della tutela e promozione della qualità del territorio a marketing, in un impasto di folclore inventato, sagre da strapaese e soliti (e solidi) riconoscimenti agli interessi diffusi. Fedele proiezione del suo elettorato, la Lega Nord, mostra una gestione minuta e minuziosa di interessi polverizzati con effetti d’insieme di rilevante impatto sulla qualità della pianificazione.
Si potrebbe ragionare a lungo del profilo della politica territoriale leghista ma v’è un altro aspetto della intervista di Cervellati che, secondo me, andrebbe considerato. La delusione e l’amarezza che traspaiono sembrano riflettere la figura di una persona con un lungo e intenso passato di impegno professionale e culturale segnato da un forte ‘collateralismo’ con forze politiche oggi dissolte senza lasciare eredi. É un sentimento che credo appartenga a molti. Ma non vedo come da ciò possa derivare la necessità di reperire, un po' frettolosamente, un altro approdo (anche se solo per tattica elettorale) per dare sbocchi all'impegno, ai progetti, alle speranze che ci animano. Non è indispensabile rassegnarsi al meno peggio, si può anche ‘saltare un giro’ e dedicarsi alla costruzione di qualcosa di nuovo. Il panorama non è poi così desolante a patto che si guardi fuori dai confini dell’attuale offerta politica. Non devo ricordarlo su Eddyburg che ne è la prova vivente ma, oltre il perimetro dei partiti più o meno istituzionali, c’è una galassia di persone che producono idee e progetti straordinari che meritano attenzione, studio ed elaborazione e che sono già ora i germi di un rinnovamento più radicale e convincente. Si potrebbe obbiettare che, purtuttavia, si vota qui e oggi e che anche il voto per un’amministrazione locale può fornire l’occasione per una scelta tattica che può dare qualche frutto. Ma è una illusione che sacrifica un orizzonte più vasto e, certo, anche più impegnativo e rischia di consolidare una fase di risacca gratificando posizioni politiche che non lo meritano.
Concordo con le tue valutazioni. La decisione di Cervellati induce a una riflessione nella quale gli spunti che tu proponi sono parte essenziale. Non solo sul piano dell’analisi dell’effettiva politica del territorio della Lega, e delle ragioni che stanno dietro alle stesse scelte di merito ragionevoli, ma anche su un piano più generale. Mi riferisco alla tua oservazione sul travestimento dell’ideologia in fattualità. La delegittimazione dello stesso termine “ideologia” - cioè della necessaria esistenza di un insieme di principi, convinzioni, valori, interessi comuni a un insieme di persone, e diversi da altri – ha contribuito a costruire un discorso per il quale quegli elementi (principi, convinzioni, valori, interessi) non hanno senso né peso, poichè vale solo “il fatto”, e ciò che è non ha alternative. La consapevolezza dell’esistenza un pensiero corrente quasi egemonico (è condiviso da un blocco che comprende non solo la destra, ma gran parte della sinistra), e l’abbandono della nozione stessa di ideologia, spingemolti a rifugiarsi nell’egoismo della scelta individuale (“contro” quel blocco, e magari alla componente più vicina), anziché sforzarsi nella ricerca di un’alternativa. Eppure ogni ideologia provoca germi di ricerca di un’ideologia opposta, e quindi di una diversa egemonia. Questi germi, nell’Italia di oggi, esistono. Per noi sono la speranza di un domani possibile. Chi la speranza l’ha persa, sceglie altre strade; se è onesto, lo ritroveremo sulla nostra strada.
Ho letto e riletto “Le mie città”, di Vezio De Lucia, attratto da ciò che l’autore narra di mezzo secolo di urbanistica e anche dalle non poche concordanze di sentimenti, speranze, illusioni che ho ritrovato nelle nostre due vite di urbanisti.
Sentimenti a parte, il libro solleva molte questioni (e altre ancora se ne potrebbero aggiungere) sulle quali un vivo dibattito sarebbe sicuramente utile e opportuno. Per tre ragioni almeno. Se ogni dottrina ha bisogno di verifica e aggiornamento continui, la nostra urbanistica lo ha in modo particolare; inoltre l’avanzamento teorico, confermandone e irrobustendone le ragioni, offrirà nuove e più affilate armi contro i suoi avversari di oggi e di domani; infine questo avanzamento, se opportunamente pubblicizzato risveglierà l’interesse oggi carente (dai politici al semplice cittadino) per la stessa urbanistica e le sue ricadute. Penso che il modo migliore per avviare questo dibattito sia di farlo attraverso eddyburg.
Comincio a caso con una questione che non è certo la più importante, ma ha una sua rilevanza e trovo nella domanda (pag.161): “che significa professione privata di urbanista pubblico?” Per il contesto di riferimento e la modalità con cui è posta, la domanda sembra ammettere che in certi casi (di professione privata appunto) la figura e il ruolo dell’urbanista possano assumere una connotazione privatistica. Ossia che l’urbanista, in quanto tale possa operare nel mero e solo interesse privato. A mio parere tale idea và accuratamente scansata. E De Lucia lo ha fatto molto bene scegliendo di operare solo per la pubblica amministrazione. Scelta validissima, praticata anche da Benevolo a Brescia; ma che non ha valore categoriale (tra l’altro ci vogliono amministratori come Bozoli o Rosania); non copre l’intero campo dell’operare urbanistico.
Fai il caso che in una città o sua parte, priva di piano regolatore, una impresa di costruzione cooperativa (una delle tante “rosse”) si rivolga a te per realizzare un programma di abitazioni sociali, dalla stessa impresa proposto e sul quale ci sia il pieno assenso del comune competente. In questo caso i soggetti in campo sono privati (l’impresa cooperativa, il progettista). Di pubblico, e non è poco, c’è l’interesse collettivo dell’opera proposta (interesse sancito nelle dovute forme). Detto di passata: magari una simile cosa l’avessero fatta sistematicamente le suddette cooperative, secondo un loro preciso piano di produzione industriale. Il non averlo fatto torna, a mio giudizio, a loro debito.
Vengo dunque alla domanda e rispondo: esercitare la professione di urbanista (indipendentemente dalla figura degli attori) significa operare nell’interesse pubblico. Se manca questa connotazione si fa altro che urbanistica : si fa una mala urbanistica. Fare urbanistica per
interesse privato è semplicemente contraddittorio (come per esempio praticare l’arte medica per far star male i pazienti..
Mi rendo conto che questa mia distinzione è forse un po’ troppo ideale, ma non è sottile, anzi è ben grossa come sa chi l’ha sperimentata. E’ sicuramente scomoda perché porterebbe (parlo sempre idealmente) a sfoltire non poco negli albi professionali degli urbanisti, e a mettere in giusta luce le varie “urban promo” dalle quali siamo sommersi.. Tornando alla storia di mezzo secolo, se andiamo indietro di altri vent’anni troviamo la medesima grossa distinzione nell’idea di fondazione dell’INU, se a indirizzo pubblicistico o accademico professionale privato.
Grazie della lettera e delle belle cose che scrivi di me. Sono assolutamente d’accordo, l’urbanistica di cui ci occupiamo dovrebbe essere solo quella funzionale all’interesse pubblico. Ricordo che nel consiglio direttivo nazionale dell’Inu rinnovato dopo la contestazione studentesca del 1968 decidemmo addirittura che poteva essere ammesso all’istituto chi dimostrava di aver svolto attività professionale solo per conto di pubbliche amministrazioni. Sappiamo bene che ciò non basta, conosciamo tutti pubbliche amministrazioni che perseguono sordidi interessi privati (e ci sono anche, al contrario, soggetti privati - come nel caso da te citato – che operano a favore dell’interesse generale). Dovremmo adesso dire che cos’è l’interesse pubblico in urbanistica, esiste una definizione per noi convincente? So solo che tanti delitti si compiono in suo nome, (v.d.l.)
Il Comitato per la Bellezza propone ad altre associazioni culturali di organizzare una campagna mediatica per "Va' pensiero" strumentalizzato dalla Lega Nord in funzione anti-unitaria e quindi anti-italiana. Nel periodo in cui lo scrisse per "Nabucco", Giuseppe Verdi era, fra l'altro, animato da spiriti fortemente mazziniani. Per cui scrisse all'amico e librettista Francesco Maria Piave. "Sì, sì, ancora pochi anni, forse pochi mesi, e l'Italia sarà libera, una e repubblicana". Nel 1861 "libera e una" lo fu, "repubblicana" soltanto nel 1946. Ma Giuseppe Verdi la pensava così fin dal 1848. Non solo: nel gennaio del 1849 "inaugurò", si può dire, la seconda Repubblica Romana (soltanto ora rivalutata appieno, con un suo Museo inaugurato da Giorgio Napolitano), rappresentando al Teatro Argentina la "prima" della "Battaglia di Legnano", opera più di ogni altra patriottica e italiana. Presenti gli stessi Mazzini e Garibaldi, il successo fu così fragoroso che il teatro venne invaso dal pubblico che agitava bandiere tricolori e reclamava il bis dell'intero ultimo atto (come avvenne).
In questo 150° dell'Unità d'Italia dobbiamo quindi riappropriarci di "Va' pensiero", non per contrapporlo all'Inno di Mameli (operazione musicalmente priva di senso), bensì per rifarne a pieno titolo uno dei canti fondamentali del nostro Risorgimento nazionale ed europeo (sottolineiamo, europeo), sottraendolo ad un uso ormai chiaramente anti-italiano. Questo dobbiamo fare con la più solenne delle dichiarazioni collettive.
p. il Comitato della Bellezza
Vittorio Emiliani -
v.emiliani@virgilio.it
Caro eddyburg, forse qualcuno dei frequentatori del vostro sito ha voglia di trascorrere un po’ di tempo all’aria aperta, in compagnia, ragionando con altri su un tema che sta a cuore a molti: “ Aria, acqua, terra, biodiversità, saperi: beni essenziali da vivere e da condividere”. Questo è infatti l’argomento della settimana estiva della decrescita che l' associazione Respira La Terra, in collaborazione con l’associazione per la Decrescita (www.decrescita.it) organizza a Torraca (SA), nel Parco Nazionale dei Cilento, dal 26 giugno al 2 luglio 2011. La settimana sarà articolata in escursioni naturalistiche e visite guidate alle aree archeologiche e ai borghi antichi più significativi, spazi di lavoro in gruppi e in plenaria su temi legati ai beni comuni, lavoro in orto e in cucina, momenti di riflessione, meditazione e ginnastica bioenergetica. Chi volesse informarsi o iscriversi può rivolgersi a
respiralaterra@gmail.com
Signor Presidente, lei non può certo conoscere i nostri nomi: siamo dei cittadini fra tanti di quell'unità nazionale che lei rappresenta.
Ma, signor Presidente, siamo anche dei "ragazzi di Barbiana". Benchè nonni ci portiamo dietro il privilegio e la responsabilità di essere cresciuti in quella singolare scuola, creata da don Lorenzo Milani, che si poneva lo scopo di fare di noi dei "cittadini sovrani". Alcuni di noi hanno anche avuto l'ulteriore privilegio di partecipare alla scrittura di quella Lettera a una professoressa che da 44 anni mette in discussione la scuola italiana e scuote tante coscienze non soltanto fra gli addetti ai lavori.
Il degrado morale e politico che sta investendo l'Italia ci riporta indietro nel tempo, al giorno in cui un amico, salito a Barbiana, ci portò il comunicato dei cappellani militari che denigrava gli obiettori di coscienza. Trovandolo falso e offensivo, don Milani, priore e maestro, decise di rispondere per insegnarci come si reagisce di fronte al sopruso. Più tardi, nella Lettera ai giudici, giunse a dire che il diritto - dovere alla partecipazione deve sapersi spingere fino alla disobbedienza: “In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando avallano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate”.
Questo invito riecheggia nelle nostre orecchie, perché stiamo assistendo ad un uso costante della legge per difendere l'interesse di pochi, addirittura di uno solo, contro l'interesse di tutti. Ci riferiamo all’attuale Presidente del Consiglio che in nome dei propri guai giudiziari punta a demolire la magistratura e non si fa scrupolo a buttare alle ortiche migliaia di processi pur di evitare i suoi.
In una democrazia sana, l'interesse di una sola persona, per quanto investita di responsabilità pubblica, non potrebbe mai prevalere sull'interesse collettivo e tutte le sue velleità si infrangerebbero contro il muro di rettitudine contrapposto dalle istituzioni dello stato che non cederebbero a compromesso. Ma l'Italia non è più un paese integro: il Presidente del Consiglio controlla la stragrande maggioranza dei mezzi radiofonici e televisivi, sia pubblici che privati, e li usa come portavoce personale contro la magistratura. Ma soprattutto con varie riforme ha trasformato il Parlamento in un fortino occupato da cortigiani pronti a fare di tutto per salvaguardare la sua impunità.
Quando l'istituzione principe della rappresentanza popolare si trasforma in ufficio a difesa del Presidente del Consiglio siamo già molto avanti nel processo di decomposizione della democrazia e tutti abbiamo l'obbligo di fare qualcosa per arrestarne l'avanzata.
Come cittadini che possono esercitare solo il potere del voto, sentiamo di non poter fare molto di più che gridare il nostro sdegno ogni volta che assistiamo a uno strappo. Per questo ci rivolgiamo a lei, che è il custode supremo della Costituzione e della dignità del nostro paese, per chiederle di dire in un suo messaggio, come la Costituzione le consente, chiare parole di condanna per lo stato di fatto che si è venuto a creare. Ma soprattutto le chiediamo di fare trionfare la sostanza sopra la forma, facendo obiezione di coscienza ogni volta che è chiamato a promulgare leggi che insultano nei fatti lo spirito della Costituzione. Lungo la storia altri re e altri presidenti si sono trovati di fronte alla difficile scelta: privilegiare gli obblighi di procedura formale oppure difendere valori sostanziali. E quando hanno scelto la prima via si sono resi complici di dittature, guerre, ingiustizie, repressioni, discriminazioni.
Il rischio che oggi corriamo è lo strangolamento della democrazia, con gli strumenti stessi della democrazia. Un lento declino verso l'autoritarismo che al colmo dell'insulto si definisce democratico: questa è l'eredità che rischiamo di lasciare ai nostri figli. Solo lo spirito milaniano potrà salvarci, chiedendo ad ognuno di assumersi le proprie responsabilità anche a costo di infrangere una regola quando il suo rispetto formale porta a offendere nella sostanza i diritti di tutti. Signor Presidente, lasci che lo spirito di don Milani interpelli anche lei.
Nel ringraziarla per averci ascoltati, le porgiamo i più cordiali saluti
Francesco Gesualdi, Adele Corradi, Nevio Santini, Fabio Fabbiani, Guido Carotti, Mileno Fabbiani, Nello Baglioni, Franco Buti, Silvano Salimbeni, Enrico Zagli, Edoardo Martinelli, Aldo Bozzolini. Firenze, 11 aprile 2011
BREVE SCHEDA BIOGRAFICA
DI DON LORENZO MILANI
Don Lorenzo Milani, morto nel giugno 1967, è salito alla ribalta della scena italiana per essersi dedicato, corpo e anima, all'elevazione culturale di operai e contadini affinché potessero affrancarsi dall'oppressione e dall'ingiustizia.
Persona tutta d'un pezzo, appena nominato cappellano a Calenzano (Firenze), scosse l'Italia per la sua costante denuncia di tutte le situazioni che provocano ingiustizia e violazione dei diritti, indipendentemente da chi le provocasse o avallasse. Ciò gli procurò molti nemici anche all'interno della sua stessa Chiesa, che per neutralizzarlo lo confinò a Barbiana, un villaggio sperduto sugli Appenini toscani. Ma la sua notorietà crebbe ulteriormente perché creò una scuola del tutto innovativa, per contenuti, finalità e metodi. L'atto finale fu la stesura di Lettera a una professoressa, un testo collettivo scritto assieme agli allievi per denunciare il carattere classista e discriminatorio della scuola italiana.
Don Milani è famoso anche per la Lettera ai Giudici, nella quale sostiene il primato della coscienza sulle leggi dell'uomo proponendo la disobbedienza come via estrema per evitare all'umanità il ripetersi delle atrocità che ha conosciuto.
Penso che Tuvixeddu debba farci sentire ancora più vicini ai nostri fratelli libici che in queste ore stanno versando il loro sangue per conquistare la libertà. Tuvixeddu è una testimonianza della loro e della nostra antica cultura. E' sempre più evidente che il Mediterraneo rappresenterà una delle parti più cruciali nel futuro geopolitico del nostro pianeta, in cui nuove dimensioni socio-culturali ed economiche avranno modo di svilupparsi. Tuvixeddu per l'Italia e l'Europa potrebbe rappresentare un punto di riferimento importante per una nuova civiltà di fratellanza dei popoli del mediterraneo e del mondo.
Io credo che questa sia la direzione da prendere nei confronti di questo luogo millenario e in questo senso quelle aree salvate dal cemento debbano essere organizzate.
Anch’io.
Chi scrive è un insegnante in un Istituto Tecnico di Gubbio, appassionato frequentatore di Eddyburg. Disturbo per segnalare (vedi allegato) l'iniziativa di tre consiglieri regionali umbri del PD sconcertante e aberrante (uso entrambi i termini nel loro significato letterale): con la scusa del sostegno all'agricoltura (!) si mettono le basi per un ennesimo attacco al paesaggio e all'ambiente nella verde (!) Umbria, governata ancor oggi e cinquant'anni da una sinistra che ha negli ultimi anni smarrito in molte delle sue componenti qualunque sensibilità culturale e politica per la tutela dell'ambiente e del paesaggio. Ma questa è solo una mia opinione.
Grazie e buon lavoro.
Ho letto. Ahimè succede in tutt'Italia. Anche peggio che pollai. Anche in aree di consolidata sinistra storica. Hannno cambiato le teste, sostituito gli interessi ai principi e ai valori. Dobbiamo sforzarci di: 1) mantenere pulita la nostra testa, cioè critico il nostro pensiero; 2) cercare di far comprendere a molti come stanno le cose, e aiutarli a liberare anche le loro teste.
Servono pazienza e speranza. E naturalmente, indignazione.
Ho sempre ammirato molto Antonio Cederna, del quale sono stato anche personalmente amico. Ma la questione di cui dobbiamo parlare è la libertà di stampa.
Faccio il giornalista- con qualche merito forse – da oltre cinquant’anni. Sono stato inviato di guerra in Algeria. Ho fatto inchieste in tanti Paesi del mondo, Italia compresa. Sono stato per un grande giornale corrispondente da Washington. Sono autore di decine di programmi storici su Rai3 che hanno avuto, per lo più buona accoglienza sia di pubblico che di critica. Per una vita, cioè, ho dovuto occuparmi di questioni relative alle responsabilità e alla libertà della stampa. Presumo quindi d’avere acquisito una qualche esperienza in materia.
Il mio è un punto di vista molto semplice. Parliamo di un’antologia di scritti di Cederna sulla Lombardia che è stata curata dal Consiglio Regionale lombardo di Italia Nostra. Essendo un’antologia è stata fatta una scelta di articoli da pubblicare, e come tutte le scelte ha qualcosa di arbitrario. E questa antologia è stata accompagnata da una serie di articoli di commento, di cui due in particolare (Mazza e Ferruzzi) hanno suscitato l’indignazione dei figli di Antonio, Giulio, Camilla e Giuseppe Cederna. Ad essi si sono uniti diversi intellettuali e ambientalisti, Alberto Asor Rosa, Vittorio Emiliani e tanti altri.
Ma veniamo al dunque. In una società aperta il diritto alla critica è sacro. È una delle poche certezze della cultura contemporanea. Il progresso del sapere scientifico (si pensi all’epistemologia di Popper) si regge sulla possibile “falsificazione” di ogni “verità”. Dunque, se ai figli di Cederna, a Asor Rosa, Emiliani e agli altri il libro è dispiaciuto (e dispiaciuto molto) lo dicano con tutta la veemenza che vogliono. Ci mancherebbe! L’errore però è nel chiedere interventi repressivi che ricordano la censura. Si è voluto che il libro venisse – come è successo – tolto dalla circolazione. Alcuni poi hanno addirittura chiesto che venisse deferito ai “probiviri” di Italia Nostra il Presidente del Consiglio Regionale lombardo Luigi Santambrogio (si chiama proprio così, come il famigerato parcheggio!). Nella tradizione dei 56 anni di vita di Italia Nostra ci sono stati solo 4 o 5 casi di soci deferiti ai probiviri (a Feltre, Cesena e Roma) per gravissime scorrettezze. Ciò che mi stupisce inoltre, in tanta indignazione, è che proprio uno degli accusati – il Prof. Luigi Mazza – mi ha detto, e autorizzato a riferire, che ha gravi perplessità sulla legge 12 della Regione Lombardia che regola (male) l’edilizia e che non condivide il piano regolatore milanese. Una tempesta in un bicchier d’acqua? Ferruzzi – ahimè – resta affezionato al parcheggio del Sant’Ambrogio… ma in fondo nessuno è perfetto.
Caracciolo mescola e confonde due questioni. Il ritiro della pubblicazione intitolata ad Antonio Cederna; il dibattito culturale che si è tentato di aprire nel direttivo di Italia nostra. La pubblicazione è stata ritirata dalla casa editrice perchè in contrasto con la vigente legge n. 633/1941 che dovrebbe essere ben nota a chi ha esperienza editoriale. La libertà di stampa non c’entra: siamo (ancora) in un paese libero e ognuno, com’è successo tante volte in questi anni, può pensare e scrivere ciò che vuole su Antonio Cederna. Altra cosa è pubblicare un’antologia di suoi articoli, a suo nome, senza rispettare i diritti morali e materiali previsti dal nostro ordinamento. Speriamo che il dibattito sul merito della linea di IN prosegua, e si possa capire da che parte sta l'associazione oggi.
Da qualche settimana è stato pubblicato un volume che raccoglie gli scritti di Antonio Cederna sulla Lombardia, a cura del Consiglio regionale lombardo di Italia Nostra. Giulio, Camilla e Giuseppe, i figli di Cederna, ne hanno criticato radicalmente l’impostazione come distorsiva del pensiero del loro padre.
A nostra volta riteniamo che questa operazione nella quale le idee di Antonio Cederna sull’urbanistica e le sue analisi, limpidamente espresse in decine di articoli quasi sempre di drammatica lungimiranza, appaiono distorte o criticate senza contraddittorio, sia da respingere con fermezza.
Ancor più perchè si ammanta delle insegne dell’Associazione che Antonio Cederna, forse più di ogni altro, contribuì a sviluppare e che nel suo pensiero e nelle sue battaglie – moltissime delle quali di assoluta attualità – si dovrebbe riconoscere.
La critica, anche radicale, del pensiero è esercizio legittimo e incoercibile: la distorsione e falsificazione di tale pensiero – per incapacità, ignoranza o faziosità – non lo è affatto. Il testo reca come autore Antonio Cederna, mentre riteniamo al contrario che egli non l’avrebbe mai licenziato come tale: la selezione dei suoi scritti occulta molte delle posizioni espresse dal giornalista sui temi dell’urbanistica e della tutela del centro storico e le fa addirittura introdurre da almeno due interventi di esponenti di posizioni antitetiche, mentre nessuno degli urbanisti a lui legati è chiamato almeno all’espressione di un dibattito degno di questo nome.
Unendoci alla comprensibile indignazione dei figli di Antonio Cederna richiediamo pertanto all’editore che provveda al ritiro immediato del volume come doverosa tutela postuma e a Italia Nostra che lo smentisca nei contenuti, confermandosi nel solco della tradizione cederniana.
Oltre che indispensabile atto riparatorio, un’azione di questo tipo appare peraltro un riconoscimento – seppur tardivo – alla preveggenza di chi, come Antonio Cederna, aveva puntualmente previsto i disastri che l’urbanistica contrattata sta infliggendo alla sua amatissima terra lombarda, da Milano alla Valtellina.
Gianfranco Amendola
Alfredo Antonaros
Rosellina Archinto
Clelia Arduini
Luisa Arrigoni
Alberto Asor Rosa
Paolo Baldeschi
Roberto Balzani
Anna Rita Bartolomei
Giuseppe Basile
Leonardo Benevolo
Paolo Berdini
Irene Berlingò
Maddalena Biliotti
Cini Boeri
Giovanna Borgese
Giulia Borgese
Sergio Brenna
Marta Bruscia
Alessandro Cederna
Anna Cederna
Edoardo Cederna
Enrico Cederna
Lorenzo Cederna
Pier Luigi Cervellati
Valeria Cicala
Andrea Costa
Giulia Maria Crespi
Nino Criscenti
Marisa Dalai Emiliani
Stefano De Caro
Vezio De Lucia
Anna Donati
Andrea Emiliani
Vittorio Emiliani
Donatella Fagioli
Fernando Ferrigno
Goffredo Fofi
Marina Foschi
Alberto Fossati Bellani
Elio Garzillo
Giuseppe Giulietti
Maria Pia Guermandi
Adriano La Regina
Giovanni Losavio
Gianni Mattioli
Lodovico Meneghetti
Federico Orlando
Arturo Osio
Bernardino Osio
Gian Lupo Osti
Gaia Pallottino
Francesco Pardi
Rita Paris
Desideria Pasolini dall’Onda
Carlo Pavolini
Gianandrea Piccioli
Valentino Podestà
Paolo Ravenna
Sandro Roggio
Francesca Roveda
Susanna Tamplenizza
Luisa Tanzi
Marco Tenucci
Bruno Toscano
Sauro Turroni
Edoardo Salzano
Nicola Spinosa
Corrado Stajano
Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto , Venezia, Corte del Fontego Editore, 2010, pagg. XLVII+240
Il ruolo delle città e del territorio nei processi di sviluppo, presente nelle ricerche e negli studi della Svimez sin dall’inizio della propria attività, appare di nuovo all’attenzione delle politiche regionali. Gli orientamenti comunitari, che alla coesione economica e sociale hanno affiancato il termine “territoriale”, prevedono un ruolo specifico delle città, nelle quali gli aspetti positivi della dimensione urbana (imprenditorialità, innovazione, occupazione) convivono con aspetti negativi (sacche di povertà e disoccupazione, congestione del traffico, inquinamento); pertanto, per rafforzare l’attrattività e l’apporto delle città ad una crescita economica sostenibile (accompagnata – cioè – da contestuali misure destinate a ridurre la povertà, l’esclusione sociale e i problemi ambientali), si ritiene che le azioni nelle aree urbane si debbano concentrare su quattro punti fondamentali: i trasporti, l’accessibilità e la mobilità; l’accesso ai servizi ed alle attrezzature; l’ambiente naturale e fisico; il settore culturale. Obiettivi recepiti in Italia dalla politica regionale unitaria, varata con l’adozione del QSN 2007-2013; che - tuttavia - non sembra abbiano suscitato la dovuta attenzione.
Il governo del territorio, nei suoi aspetti sia fisici sia sociali, attraversa un periodo di grave incertezza nei riferimenti culturali e disciplinari, e di grande confusione nelle procedure di gestione; come evidenziato in alcuni recenti interventi su questa Rivista. Per orientarci a comprendere come si sia potuta produrre una tale situazione, può risultare un ausilio determinante la testimonianza di oltre mezzo secolo di storia vissuta, offerta dalle memorie da Edoardo Salzano che – detto senza retorica – sembra aver dedicato la propria vita all’urbanistica, nei diversi ruoli di professionista, politico di opposizione, politico di governo, docente, divulgatore.
Già da studente di ingegneria si trova coinvolto nelle pratiche della ricostruzione del dopoguerra, che evidenziano la necessità di fornire una casa (non solo) ai ceti meno abbienti, adoperandosi contestualmente per la costruzione di una città moderna. Cultura tecnica e impegno sociale accompagnano la sua attività culturale (prevalentemente all’interno dell’Istituto nazionale di urbanistica) e politica (come consigliere comunale di opposizione a Roma e nella direzione nazionale del PCI). Determinante il trasferimento a Venezia nel 1975, dove nel successivo decennio, in qualità di assessore comunale all’urbanistica, ha la responsabilità di proporre uno scenario per il futuro della città lagunare. Dopodiché, manifestatasi la crisi di identificazione sia con l’INU sia con il PCI, dei quali non condivide l’evoluzione delle rispettive scelte, si dedica completamente all’insegnamento ed alla divulgazione, che comunque già lo impegnavano e che da ultimo sono concretizzate nella gestione del sito eddyburg, il cui oggetto principale è la città (nei suoi diversi aspetti funzionali, formali, sociali, politici, ecc.), e nella sua scuola estiva, che ogni anno tratta uno specifico tema di rilievo sull’urbanistica e il governo del territorio.
La complessità dell’esposizione memorialistica non può essere banalizzata da una sintesi. La ricostruzione, la mai attuata riforma della legge urbanistica, la nascita e l’evoluzione delle Regioni a statuto ordinario, gli strumenti di conoscenza del territorio, la tutela dell’ambiente e del paesaggio, sono solo alcuni dei temi incrociati dalla vita vissuta. Le considerazioni espresse vanno assunte quali testimonianze piuttosto che quali tesi. Tuttavia, quello che colpisce nella narrazione è la totale assenza di qualsivoglia espressione autocritica, ammissione di errore, ripensamento; per un periodo che ne ha prodotti in abbondanza nella medesima area culturale (avendo come testimone d’eccezione Pietro Ingrao con il suo Volevo la luna).
Al riguardo mi permetto di fare alcune osservazioni, legate ad un periodo molto indietro nel tempo, nel quale la mia vita si è parzialmente incrociata con quella di Salzano.
Negli anni ’70, quando Salzano era consigliere di opposizione al comune di Roma, come studente di architettura partecipavo alle attività dei Comitati di quartiere e dei Comitati di lotta per la casa, presenti in maniera attiva ancorché conflittuale nelle vicende urbanistiche della Capitale, ma soprattutto espressione di una domanda di sostanziale rinnovamento della politica all’interno delle regole democratiche. Nonostante questa esperienza coinvolgesse un numero assai rilevante di cittadini, l’attenzione dei partiti - in quel periodo e in riferimento al conflitto sociale - era presa pressoché esclusivamente dal fenomeno del terrorismo (che, nonostante la sua drammaticità, coinvolgeva comunque un numero di persone di gran lunga inferiore), i cui rappresentanti nelle istituzioni mantenevano, con riferimento alle istanze sociali (la casa, l’urbanistica, i servizi sociali, ecc.), un prevalente atteggiamento di distacco stile “non disturbare il manovratore”. Fa piacere che, a distanza di tempo, venga rivalutato il ruolo delle reti dei cittadini; ma forse sarebbe stata utile una riflessione sui motivi dell’attuale assenza di sedi della rappresentanza sociale.
Nel biennio 1978-1979 ho lavorato, quale giovane funzionario, presso l’assessorato all’urbanistica del comune di Venezia, diretto dall’assessore Salzano. Esperienza repentinamente conclusa per motivi esclusivamente personali (il livello stipendiale mi impediva di mantenere a Venezia la famiglia appena costituita), la quale tuttavia mi ha consentito di formarmi una prima personale idea sul governo della città ed il ruolo dell’urbanistica. Uno degli incarichi principali assolti è stato quello di redigere e portare all’approvazioni i piani per l’edilizia economica e popolare delle isole minori. In particolare quello per l’isola di Mazzorbo (di fronte a Burano) avrebbe dovuto consentire, con la realizzazione del primo intervento di nuove costruzioni, la demolizione e la sostituzione di case popolari monopiano malsane e non risanabili. Il piano è stato attuato con un nuovo intervento realizzato a seguito di un ottimo progetto di Giancarlo De Carlo; ma le case minime sono ancora al loro posto. La cultura professionale degli architetti e degli ingegneri attribuisce un significato totalizzante al progetto di piano, del quale curare l’ottima redazione ma disinteressandosi del tutto della gestione. Lo stesso piano della città di Venezia, come ci racconta Salzano, redatto nel decennio 1975-1985, producendo ottime innovazioni sugli aspetti disciplinari, è stato approvato nel 1992. Essendo intercorsi 18 anni solo per il progetto, viene da domandarsi come sia stato gestito il governo della città nel medesimo periodo; temporalmente coincidente con l’affermarsi della politica del “decisionismo”, della quale si denunciano le negative conseguenze ma non si riflette sui modi con i quali sarebbe stato possibile evitarne l’affermazione.
La memoria è soprattutto riflessione su una vita vissuta, che, inevitabilmente, ha visto convivere luci ed ombre, ed anche da un sereno riconoscimento di errori e/o ingenuità sarebbe possibile disegnare il futuro.
Nota dell’autore del libro
Innanzitutto una precisazione. Agli eventi degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso ho partecipato più come spettatore e studioso che come attore. Ne ho scritto con una certa ampiezza perché mi proponevo di inquadrare in quegli eventi quelli degli anni cui partecipai pù direttamente.
Gallia pone una domanda, cui devo rispondere, con qualche precisazione e, soprattutto, con riferimento al contesto: se negli anni Ottanta si è posta con tanta enfasi la questione della governabilità e ha trionfato il “decisionismo”, questo non sarà perché i tempi impiegato per decidere erano divenuti intollerabilmente lunghi? E assume come esempio del vizio che ha generato l’errore il lungssimo periodo di gestazione del piano della città storica di Venezia.
In effetti, come scrivo nel libro, il piano fu iniziato all’inizio degli anni Ottanta, e la prima approvazione (l’adozione) intervenne solo nel 1992. Dodici anni sono certamente molti per fare un piano urbanistico. Eravamo perfettamente consapevoli del fatto che la pianificazione non poteva avere tempi così lunghi. Proprio per questo sostenevamo che occorreva “passare dal piano alla pianificazione”: che occorreva superare la concezione, e la prassi, secondo cui si faceva un “piano” ogni 10, 15, 20 anni, ogni volta ricominciando daccapo, e bisognava invece considerare la pianificazione come un’attività continua e costante nella quale – sulla base di un’impalcatura di conoscenze organizzate e di strategie definite, unitariamente definita una volta per tutte e sistematicamente aggiornata - si procedeva quinquennio per quinquennio alla definizione di scelte relative al periodo immediatamente successiva. (Chi abbia interesse ad approfondire questo punto potrà trovare maggiori delucidazione in due miei scritti: “L'urbanistica dal ‘piano’ alla ‘pianificazione’”, la Rivista Trimestrale , - nuova serie , n. 3, dicembre 1985, e “Sull’articolazione dei piani urbanistici in due componenti”, Notiziario dell’archivio Osvaldo Piacentini , n.11-12, anno 10, aprile 2008, tomo 2). Intendevamo costruire a Venezia appunto l’impalcatura generale, che avrebbe permesso di trasformare la pianificazione in un’attività continua, capace di reagire tempestivamente al mutare della domanda sociale e politica pur conservando la fedeltà a determinate scelte di fondo (“invarianti”) e una costante visione d’insieme. Ciò richiedeva di mettere a punto un insieme di strumenti (da un ufficio efficace e motivato, a un sistema informativo sistematicamente alimentato, a un efficace coordinamento tra i diversi settori dell’amministrazione, per non citare che alcuni aspetti). Ci riuscimmo solo in parte, e i risultati non furono consolidati.
Per quanto riguarda l’edilizia storica il nostro tentativo (riuscito) era di superare la prassi fino ad allora seguita in Italia, di formare prima un “piano regolatore generale” e poi, su questa base, un più approfondito “piano particolareggiato”, adottando invece un metodo che ci consentisse di definire le scelte di conservazione/trasformazione dell’edilizia storica già a livello del piano generale: è il metodo dell’analisi tipologico-morfologica, che cerco di descrivere sinteticamente nel libro. Essa ci consentiva anche di sfuggire, nell’approvazione dei progetti di restauro e trasformazione dell’edilizia storica, alla discrezionalità della scelta caso per caso, affidata al gusto del tecnico o alla preferenza del politico, inevitabili quando non ci sono regole chiaramente definite e facilmente applicabili da qualsiasi soggetto.
Il nostro tentativo era certamente ambizioso. Sarebbe stato arduo raggiungere l’obiettivo anche in un clima culturale nel quale la pianificazione urbanistica fosse stata riconosciuta, politicamente e socialmente, un’attività essenziale per il governo della città. Così era stato, in qualche momento dei decenni precedenti e in qualche luogo. Ma il clima cambiò radicalmente proprio in quegli anni. Lo testimonia il fatto che non riuscii neppure a ottenere che la giunta comunale discutesse e approvasse l’ampio documento nel quale illustravamo il nostro progetto di piano. Tardammo a comprendere il cambiamento? Certamente, ma era l’intero mondo cui appartenevamo che si dissolveva. E, come imparai più tardi, era un fenomeno mondiale: non riuscimmo (non riuscì la sinistra nel suo insieme) a comprenderlo e a tentar di contrastarlo.
A Venezia si riuscì fortunosamente a portare il piano all’approvazione, ma la maggioranza (sempre di centrosinistra) che subentrò negli anni successivi smantellò quello che poteva smantellare. Ne racconta alcuni passaggi decisivi Luigi Scano, in uno scritto del 1997 riportato in appendice al suo libro Venezia: terra e acqua , Corte del fontego, 2009. E ne raccontano i numerosi documenti ospitati in eddyburg , dove si possono trovare anche i testi citati.
Sono un cittadino nonché consigliere comunale di Cogoleto (Genova). 9.200 abitanti. Due aree industriali dismesse: ex Tubi Ghisa 90.000 mq; ex Stoppani 198.000 mq (sito di interesse nazionale da bonificare). Un'altra area dismessa : ex Ospedale Psichiatrico 970.000 mq. Appetiti immensi. Non so in quale modo possiate darlo a questa cittadina, ma chiedo aiuto.
Nessuno si salva, o salva la sua città, da solo. Chi, dei frequentatori di eddyburg, può aiutare Baratella, e con lui Cogoleto?
Caro Eddyburg, debbo comunicarti con immenso dolore che a Milano la stagione della resistenza popolare agli atti di urbanistica contrattata ha definitivamente cessato di esistere: due sentenze parallele del Consiglio di Stato condannano i cittadini che hanno fatto ricorso contro il progetto Citylife a rifondere oltre 20.000 Euro di spese legali a Fondazione Fiera, Citylife e Comune di Milano perché non legittimati a ricorrere né in primo né in secondo grado sulla base della sola "vicinitas" all'intervento, non avendo sostenuto né dimostrato che esso sminuisce il valore economico dei loro immobili o delle loro attività, ma "solo" che esso sminuiva le dotazioni di spazi pubblici e, quindi, la qualità urbana e ambientale. Ovviamente queste sentenze sono una campana a morto non solo per Vivi e progetta un'altra Milano, che a fatica potrà far fronte a tale onere economico, ma per tutti gli altri comitati milanesi di ricorrenti alla giustizia amministrativa (Isola, Varesine, eccetera) che già si apprestano a rinunciare ai ricorsi avviati per non incorrere un rischio analogo.
Ti allego il comunicato stampa del Presidente Associazione Vivi e progetta, un vero e proprio requiem per la resistenza popolare all'urbanistica contrattata, temo non solo a Milano.
Mi sembra davvero una sentenza gravissima, che rafforza la tendenza a cancellare ovunque la presenza dei cittadini e ammettere solo i portatori d’interessi economici. Non potrà però impedire che la resistenza alla malaurbanistica si rafforzi e cresca, e soprattutto che da ogni luogo dove si vive un disagio, si combatte uno scempio, si contrasta un furto pubblico, ci si oppone a un saccheggio, dove nasce una protesta, si compiano sforzi generoso per convincere i tiepidi e unire quanti non smettono di resistere.. Tienici al corrente delle iniziative che prenderete a Milano, dove immagino che la questione avrà un peso rilevante nella campagna elettorale di sostegno a Pisapia.