Sembra che il premier Monti abbia detto che il rispetto per l'Italia nei consessi internazionali è aumentato. Se pensiamo a chi rappresentava questo paese prima di lui bisogna dire che sarebbe bastato un Matteo Renzi.
Potete entrare nell'archivio (quasi 20mila pezzi) della precedente gloriosa edizione di eddyburg.it utilizzando questo indirizzo http://archivio.eddyburg.it/
«Ti abbiamo intossicata, sconquassata, rosicchiata, castrata, / non peril bene nostro che dal tuo non può separarsi / ma per l’avidità di pochi gufi dal gozzopieno» (Andrea Zanzotto).
Insieme a Enzo Scandurra ho redatto un testo su «la Roma che vogliamo» - pubblicato sul manifesto del 21 settembre a cui ha aderito un folto gruppo di intellettuali, che non nomino per brevità, ed è stato poi sottoscritto da centinaia di cittadini e varie personalità. Quel documento sta mettendo in moto un crescente e per ora sotterraneo dibattito in vari ambienti politici cittadini.
Finalmente, dopo tanti anni di inerzia, si discute non di liste, di nomi di candidati, ma viene abbozzata un'idea possibile di città, le linee di un progetto che faccia uscire Roma dall'imbarbarimento culturale e civile in cui è precipitata negli ultimi anni. Mi preme ricordare che le iniziative e le discussioni intorno a questo documento stridono oggi in maniera fragorosa con le mosse recenti dei partiti politici e più precisamente del Pd . La possibilità che si è aperta, con le dimissioni di Renata Polverini, di elezioni regionali anticipate, ha subito messo in moto il solito meccanismo da gioco degli scacchi per le candidature. Nicola Zingaretti, attuale presidente della provincia di Roma, designato a concorrere alla carica di sindaco, viene immediatamente spostato, come una pedina qualunque, alla presidenza regionale, mentre per la sede di sindaco, si predispone - chiamato dalla panchina dove riscaldava i muscoli - Enrico Gasbarra, attuale segretario regionale del Pd del Lazio. Il partito nomina, dispone, candida, ecc.
Queste procedure, già in sé scandalose, appaiono inquietanti se si considera la tranquilla normalità con cui ne trattano i giornali di tutte le fedi e correnti, come se fosse la pratica più ovvia. Ma qualcuno si è per caso fatto un problema di che cosa ne pensano in merito i cittadini? Un tempo i partiti erano luoghi di discussione e, pur con i noti limiti di democrazia interna, rappresentavano pur sempre il sentire prevalente dei cittadini, militanti. Le loro scelte avevano un qualche legame con quell'entità che oggi chiamiamo "gente". Ma oggi? Nominare alla candidatura sindaci o presidenti di regione sembra un diritto ereditario, una specie di lascito feudale rimasto in mano a pochi. Ricordo che i partiti politici oggi incarnano una contraddizione che muove gli italiani alla rivolta: essi sono soggetti privati, che vivono e prosperano utilizzando e sperperando danaro pubblico, e nominano per via di "trattativa privata" i candidati alle cariche pubbliche. Potremmo affermare, senza troppo esagerare, che in questo caso la candidatura di un uomo del Pd a sindaco di Roma, si presenta quasi come una designazione diretta a questa carica. I cittadini sono solo chiamati a ratificare una scelta già avvenuta.
Ebbene, queste pratiche, questa cultura oligarchica diventata senso comune, devono essere spazzate vie. I cittadini devono essere messi in condizione di esprimere i propri bisogni, gridare la propria rabbia, rivendicare i propri obiettivi, prima di essere chiamati a eleggere il candidato incoronato dal partito. Bisogna assolutamente capovolgere questo metodo, che costituisce un'ulteriore, drammatica rivelazione di quanto è degenerata la democrazia nel nostro paese.
Per questo il movimento che sta nascendo intorno al manifesto de "la Roma che vogliamo", intende praticare la strada inversa rispetto a quella dominante. Esso si propone di coordinare, con assoluta apertura a tutte le forze di buona volontà - e oggi sono numerosissimi i gruppi e i comitati che si occupano di Roma - tutti coloro che pongono al primo posto i problemi rilevanti e gravi della città. Dei candidati si parlerà dopo. Ma ora, da subito, si discute delle questioni e dei contenuti, nell'intento di elaborare un programma organico e credibile, fondato sui bisogni molteplici dei cittadini.
Il giorno 27 ottobre nella facoltà di Ingegneria della Sapienza si discuterà, con i tanti firmatari del manifesto e con le reti e i gruppi aderenti, del profilo che deve possedere il nuovo sindaco, delle caratteristiche della nuova giunta (presenza femminile, competenze professionali, ecc) e delle iniziative da intraprendere.
E' nostra ferma convinzione che prima di avanzare la candidatura di sindaco e assessori occorre battere il territorio della città, organizzare incontri nei quartieri, all' università, nei luoghi di lavoro, nelle scuole per domandare ai cittadini che cosa chiedono a chi si candida a governare la capitale d'Italia.
Spieghiamo che ci ha spinta a dare risalto al manifesto di giubilo con cui il comune di Napoli ha sottolineato i risultati della vendita del patrimonio abitativo pubblico. Non tanto il fatto che un comune “di sinistra” abbia deciso di alienare il patrimonio abitativo pubblico: l’ideologia della mercificazione d’ogni bene suscettibile di trasformarsi in moneta è diventata dominante in tutte istituzioni. Neppure perché, essendosi messo su quella strada, il comune si vanti dei risultarti raggiunti. Ciò che ci sconcerta è la palese contraddizione tra ciò che tra quel vistoso manifesto rappresenta ed esprime e il principio, più volte proclamato da esponenti di punta di quell’amministrazione, di voler assumere il concetto di “beni comuni” come asse della politica urbana: è del 18 aprile scorso l’approvazione del “Regolamento per il laboratorio Napoli per una costituente dei beni comuni”.
Conosciamo i motivi che hanno spinto la giunta De Magistris nella trappola fatale. Troverete la storia dei rapporti con l’immobiliarista Romeo in un articolo e due interviste che abbiamo ripreso dal manifesto e raccolto sotto il titolo Quel patto col diavolo che fa discutere Napoli. E’ noto a tutti che l’incarico alla società Romeo non è ascrivibile all’amministrazione De Magistris. Ma le sue conseguenze sono così devastanti che ci sembra incredibile che l’unica giustificazione del clamoroso cedimento sia quella di dichiararsi costretti al rispetto della continuità dell’azione amministrativa. Allora hanno ragione Monti e i suoi numerosi adepti, se anche quanti, “in linea di principio” lo contestano, ne condividono in pratica e ne applicano la logica? “Pacta sunt servanda a ogni costo? Con chiunque e da chiunque siano stati stipulati? Il “mercato”, ogni sua frazione quale che sia la sua limpidezza, deve sempre vincere?
Quando si agitano le bandiere di principi nuovi (come quello dei beni comuni) non si può contraddire così platealmente il messaggio di cui si vuole essere portatori. Non è certamente semplice trovare un rapporto giusto tra la radicalità della trasformazione che si invoca e la pesantezza della situazione reale (ne registriamo infiniti esempi in tutti gli episodi di conflitto che nascono dalla crisi del capitalismo. Forse per comprenderlo sarebbe utile studiare meglio, e riflettere con più attenzione, sul modo in cui come altri gruppi dirigenti, si comportarono per proporre la trasformazione dellla città e la società in una logica lontana sia dall’estremismo delle parole sia al cedimento all’ideologia corrente e alle conbseguenti pratiche.
E poiché parliamo di condizione urbana, ricordiamo della fatica e dell’impegno culturale, politico, sociale che fu necessario per tradurre la rivendicazione del “diritto alla “città” e della “casa coime servizio sociale” in un processo di riforma (di riforma strutturali) che fu arrestato solo da ll’azione congiunta delle bombe della destra neofascista, la complicità dei poteri annidati nello stato – e il tradimento di componenti di rilievo della cultura, in un clima mondiale non più condizionato dal compromesso tra capitalismo fordista e classe operaia ma dal nascente neoliberalismo. Sul perché quel processo si sia interrotto, e sulle ragioni che lo resero possibile, sui suoi lasciti, sarebbe utile ragionare oggi, se ad analoghe aspirazioni ci si propone di dare risposte positive, finslizzate al superamento radicale delle condizioni date e non al loro condimento con espressioni alla moda
La Regione Campania si appresta ad approvare il disegno di legge “Norme in materia di tutela e valorizzazione del paesaggio in Campania”: un provvedimento che, a dispetto del titolo, avrà conseguenze gravissime su un territorio fragilissimo, già martoriato da decenni di illegalità, di abusivismo, di incuria, ma che nonostante tutto conserva ancora aree preziosissime, tra le quali spicca, anche per il suo valore simbolico, la Costiera Sorrentino-Amalfitana, patrimonio dell’Unesco sul versante amalfitano, nonché parte dell’area protetta del Parco Regionale dei Monti Lattari.
Con questo disegno di legge, che andrà in Consiglio Regionale il 18 settembre, la Regione Campania si accinge a dismettere proprio il suo più importante strumento di tutela: il Piano Urbanistico Territoriale della Penisola Sorrentina-Amalfitana*, il baluardo di civiltà che da un quarto di secolo ha evitato l’assalto finale alla costiera più famosa del mondo.
La nuova legge prevede l’esclusione dal Piano urbanistico territoriale della cinta dei comuni pedemontani della Penisola. Sarebbero così nuovamente affidati alla pianificazione dei singoli comuni le delicatissime aree pedemontane ed i versanti montani, sino al crinale dei Monti Lattari.
In tal modo, in assenza del Piano paesaggistico previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, il nefasto regime derogatorio del “piano casa” della Campania acquista direttamente efficacia nel cuore dell’ecosistema e del paesaggio della Penisola, mutilando irreversibilmente il regime di tutela unitaria previsto con saggezza, lungimiranza e rigore pianificatorio dal PUT.
Questa iniziativa legislativa dai contenuti chiaramente eversivi, irrispettosi delle prerogative di tutela di esclusivo appannaggio dello Stato, va svolgendosi nel silenzio degli organi centrali e periferici del Ministero dei beni culturali.
Le sottoscritte Associazioni, prime firmatarie dell’Appello aperto alla sottoscrizione di cittadini, istituzioni, associazioni, che hanno a cuore la difesa del territorio e del paesaggio come bene comune, si rivolgono al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro dei Beni Culturali affinché scongiurino l’approvazione di un provvedimento che rischia di compromettere la valenza territoriale e paesaggistica della Campania, a partire dall’attacco a uno dei paesaggi più celebri e celebrati d’Italia e del mondo.
*Com’è noto, la legge Galasso (n.431/1985) prevede che i territori sottoposti a tutela debbano essere sottoposti, in alternativa, a piani paesistici, oppure a “piani urbanistico-territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici ed ambientali”. Il piano urbanistico-territoriale (Put) della Costiera amalfitana e Penisola sorrentina è sicuramente il migliore dei piani formati in attuazione della legge Galasso e fu addirittura approvato con legge regionale nel 1987, in una straordinaria e non ripetuta stagione di sensibilità ambientalistica della Campania.
Per aderire all'appello, inviate una mail a:
risorsasrl@libero.it
Adesioni giunte alle ore 17.00 del 2 ottobre 2012
Alessandra Mottola Molfino, presidente nazionale Italia Nostra
Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente
Stefano Leoni, presidente WWF Italia
Alberto Asor Rosa, presidente Rete dei comitati per la difesa del territorio
Marisa Dalai Emiliani, presidente associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli
Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la Bellezza
Edoardo Salzano, direttore di eddyburg.it
Francesco Amato, consigliere del Comune di Maiori
Luigi Andena, ornitologo
Giovanni Antonetti, Resp. Idv Coord. Provinciale Penisola Sorrentina
Franco Arminio, scrittore
Stefania Astarita, Coordinatrice PD Penisola Sorrentina
Giuseppe Aulicino, Dottore di ricerca
Paolo Baldeschi, urbanista
Mirella Barracco, Presidente Fondazione Napoli 99
Simona Bassano Tufillo, fumettista
Paolo Berdini, urbanista
Irene Berlingò, presidente Assotecnici
Piero Bevilacqua, storico
Michele Buonomo, presidente regionale Legambiente Campania
Francesco Caglioti, storico dell’arte
Vincenzo Califano, giornalista
Giuseppe Campione, geografo
Nicola Capone, segretario Assise di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia
Petronia Carillo, fisiologo vegetale
Oriana Cerbone, archeologo
Pierluigi Cervellati, urbanista
Gennaro Cioffi, parrucchiere
Antonio Coppola, WWF Penisola sorrentina
Nino Criscenti, giornalista
Sandro Dal Piaz, urbanista
Antonio D'Aniello, Consigliere comunale
Antonino De Angelis, Presidente Centro “Francis Marion Crawford”
Luidi De Falco, Assessore all’Urbanistica Comune di Napoli
Ugo De Luca, chirurgo pediatra
Vezio De Lucia, urbanista
Francesco De Notaris, Dirett. Bollettino Assise Città di Napoli e Mezzogiorno
Antonio De Rosa, presidente ISEA onlus
Antonio di Gennaro, agronomo
Raffaella Di Leo, presidente regionale Italia Nostra Campania
Agostino Di Lorenzo, architetto
Gioacchino Di Martino, WWF Costiera amalfitana
Giuseppina Di Tuccio, storica dell'arte
Giovanni Dispoto, urbanista
Francesco D'Onofrio, architetto
Andrea Emiliani, storico dell’arte
Enzo Esposito, presidente Unitre Penisola Sorrentina
Gino Famiglietti, direttore regionali Beni culturali e paesaggistici del Molise
Stefano Fatarella, urbanista
Andrea Fienga, Consigliere WWF Campania
Mauro Forte, architetto
Paola Gargiulo, Centro “Francis Marion Crawford”
Elio Garzillo, ex Direttore Regionale bb.cc. Sardegna
Alessandro Gatto, presidente WWF Campania
Maria Pia Guermandi, vicedirettore di eddyburg.it
Giuseppe Guida, urbanista
Pier Giovanni Guzzo, archeologo
Carlo Iannello, presidente Fondazione Antonio Iannello
Girolamo Imbruglia, storico
Francesco Innamorato, pianificatore junior
Sabrina Iorio, storica dell'arte
Ivano Leonardi, urbanista
Natale Maresca, Pediatra, Consigliere Comunale Vico Equense
Gaetano Marrone, Positano
Oscar Mancini, sindacalista
Lodovico Meneghetti, urbanista
Lisa Miele, storica
Annamaria Migliozzi, Minturno
Domenico Moccia, urbanista
Tomaso Montanari, storico dell'arte
Loredana Mozzilli, architetto
Giovanna Mozzillo, scrittrice
Paola Nicita, storica dell’arte
Paolo Nicoletti, geologo
Benedetta Origo, presidente Comitato Val d’Orcia
Giuseppe Palermo, Roma
Gaia Pallottino, ex segretario generale Italia Nostra
Rita Paris, direttrice del Museo Archeol. Naz. di Palazzo Massimo
Desideria Pasolini dall’Onda, ex presidente e fondatrice di Italia Nostra
Luigi Piccioni, economista
Fabio Massimo Poli, cittadino napoletano
Nabil Pulita, restauratore
Lina Ranieri, insegnante
Carlo Ripa di Meana, presidente Italia Nostra Roma
Mario Russo, Sorrento
Tiziana Russo, architetto
Ersilia Salvato, ex parlamentare
Valeria Santurelli, architetto
Anna Savarese, vicepresidente Legambiente Campania
Alessandro Schisano, Consigliere Comunale Partito Democratico Sorrento
Salvatore Settis, archeologo
Mauro Smith, architetto
Nicola Spinosa, storico dell'arte
Giovanni Squame, vicepresidente Lega Autonomie Locali della Campania
Michelangelo Sullo, architetto
Francesco Torcoletti, studente
Sauro Turroni, urbanista
Silvia Urbini, storica dell'arte
Maria Vitacca, Coordinamento "Salviamo il Paesaggio "di Salerno
Antonio Vitiello, giovane disoccupato
Maria Rosa Vittadini, docente Iuav
Antonio Volpe, Circolo Endas Penisola Sorrentina
Paola Zanin, insegnante
Fahrenheit 451 è un romanzo di fantascienza scritto da Ray Bradbury nel 1951-1953. E’ ambientato in un ipotetico futuro nel quale leggere o possedere libri è considerato un reato. Esiste un apposito corpo dei vigili del fuoco che ha il compito di rintracciare chi si macchia del reato di lettura e di bruciare ogni volume. I cittadini che rispettano la legge devono utilizzare la televisione per istruirsi e informarsi ed il governo utilizza la televisione per definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Alla ricerca di risparmi la Direzione Generale Organizzazione della Regione Toscana ha proposto una decisione, assunta dalla giunta regionale il 6 agosto 2012, che prevede di “ricongiungere la biblioteca della giunta e quella del consiglio”. Ma, come vedremo, a ben vedere si tratta di soppressione della biblioteca della giunta perché per i libri e i documenti il posto non c’è.
I lavoratori della biblioteca della Giunta fanno notare che “la condizione indispensabile e imprescindibile per l’unificazione delle due strutture sono gli spazi e la nuova sede della biblioteca del consiglio in piazza dell’Unità, ma questa così come è attualmente progettata, non è assolutamente in grado di accogliere né il patrimonio documentario della giunta né il personale ad essa dedicato” (lettera del personale della biblioteca della giunta inviata al loro coordinatore Ravenni e per conoscenza alla RSU). L’insufficienza degli spazi per la biblioteca in piazza dell’Unità rischia tra l’altro di impedire la costruzione della mensa (di cui è nota la assoluta necessità e urgenza), senza tuttavia risolvere in alcun modo il problema. Altra perla della proposta è di spostare i libri della biblioteca della giunta che sono attualmente allocati in via Valdipesa nei locali di Ospedaletto (Pisa). Ovvio che non potranno più essere consultati, né presi in prestito.
Qualcuno ha pensato che due biblioteche siano un doppione, uno spreco, che un volume doppio vada mandato al macero (nella versione regionale dei roghi di Fahrenheit), ma un doppio volume vuole semplicemente dire che due persone possono leggere lo stesso libro contemporaneamente senza doverlo comperare. Due biblioteche significano maggiore possibilità di accesso. Molti studenti trovano i testi per studiare nella biblioteca della giunta. La biblioteca della giunta posta nel palazzo B sesto piano è stata rinnovata nel 2009 con una spesa ingente che verrà bruciata per ospitare uffici. Ma questo poco importa a chi non legge, non sa cosa sia la cultura e, forse non a caso, comanda e dirige in Regione Toscana.
Con questa fusione non vengono garantiti i livelli di servizio erogati prima degli interventi. Una biblioteca che esisteva non ci sarà più. In mancanza di posto molti documenti e libri andranno in fumo. Chi può pensare che la soppressione di una struttura con le sue reti di relazione lasci immutato “il livello dei servizi erogati”?
Come ci ricordano i colleghi che lavorano alla Biblioteca: “la biblioteca della giunta…come ogni biblioteca vive dei rapporti con la propria utenza, interna ed esterna; ha creato negli anni una solida rete di relazioni con gli enti regionali e con le biblioteche del territorio e delle università toscane; porta avanti progetti di innovazione tecnologica in campo documentario; soprattutto, conserva un inestimabile patrimonio documentario che rappresenta la memoria storica della regione”. La biblioteca della giunta coordina la rete delle biblioteche e delle strutture documentarie della Regione Toscana, delle sue agenzie e dei suoi istituti e la sua scomparsa determinerebbe un indebolimento delle strutture documentarie aderenti, sia dal punto di vista organizzativo che economico.
Questo inestimabile patrimonio di conoscenza e di cultura, questo luogo di rapporto fra Regione e cittadinanza, va difeso. La biblioteca è essenziale anche per noi lavoratori, almeno per quelli che sanno quanto sia (o dovrebbe essere) importante la conoscenza per il proprio lavoro.
La biblioteca della giunta è un bene comune da difendere!
Marvi Maggio, Delegata Cobas RSU Regione Toscana
Le strade attraverso le quali passa il mainstream sono infinite: dalle autostrade ai piccoli sentieri. Ma l’obiettivo è unico: spegnere sul nascere ogni pensiero critico, quindi impedire la diffusione della conoscenza. Per i sostenitori di TINA (There is no alternatives) le biblioteche e il loro accesso sono luoghi dai quali può nascere un focolaio di qualcosa che può essere… più grave del terrorismo. Siamo sicuri che chi ha deciso di unificare due importanti fonti d’informazione della Regione Toscana, e ridurne quindi la potenza complessiva, non condivide l’ intenzione repressiva che vogliamo denunciare, ma spesso sono proprio gli innocenti i migliori collaboratori delle azioni oggettivamente perverse.
Il prossimo 7 ottobre gli storici dell’arte italiani sono chiamati a riunirsi all’Aquila.
È la prima volta che tutti gli storici dell’arte si incontrano: senza distinzioni tra insegnanti di scuola, professori universitari, funzionari del Mibac o di altri enti, studenti, dottorandi, laureandi, pensionati.
Lo faranno all’Aquila, perché nell’abbandono del centro monumentale della città devastato dal terremoto la Repubblica italiana tradisce se stessa, rinunciando radicalmente a «tutelare il patrimonio storico e artistico della nazione» (articolo 9 della Costituzione). Lo stato terribile dell’Aquila, divisa tra monumenti annullati e new towns di cemento, è una metafora perfetta di un Paese che affianca all’inarrestabile stupro edilizio del territorio la distruzione, l’alienazione, la banalizzazione del patrimonio storico monumentale, condannando così all’abbrutimento morale e civile le prossime generazioni
Gli storici dell’arte vogliono dire con forza che è giunto il momento di ricostruire: ricostruire, restaurare e restituire alla vita quotidiana dei cittadini il centro dell’Aquila; ricostruire il tessuto civile della nazione; ricostruire il ruolo della storia dell’arte come strumento di formazione alla cittadinanza e non come alienante ancella dell’industria dell’intrattenimento culturale.
Programma
Dalle 11 alle 13 gli storici dell’arte visiteranno, in corteo o silenziosa processione, i luoghi simbolo del patrimonio monumentale colpito dal sisma e abbandonato a se stesso.
Dalle 14 alle 17 si riuniranno in Piazza del Duomo (nel ridotto del Teatro Comunale in caso di pioggia). L’assemblea si articolerà in tre gruppi di interventi: la voce dell’Aquila; la testimonianza dell’Emilia egualmente colpita dal terremoto nel suo patrimonio; e infine tre riflessioni generali sul senso della storia dell’arte in relazione alla scuola, alla tutela, alla ricerca. La lettura di brani fondamentali della letteratura artistica italiana accompagnerà questa articolazione, collegando i nodi del presente ad una identità secolare.
Concluderà Salvatore Settis.
Le autorità nazionali (a partire dai ministri Lorenzo Ornaghi e Francesco Profumo) e locali sono calorosamente invitate ad ascoltare. In modo tutto particolare gli storici dell’arte sperano di avere come interlocutori (il 7, e soprattutto da quel giorno in poi) la Direzione regionale dei Beni culturali, le Soprintendenze aquilane e il Comune: e cioè gli attori istituzionali a cui è affidato il destino del centro monumentale della città.
L’Aquila 7 ottobre. Storici dell’arte e ricostruzione civile è un’idea che nasce dalla comunità scientifica degli storici dell’arte italiani.
È promossa da:
AAA/Italia (Associazione nazionale Archivi di architettura contemporanea)
Anisa (Associazione nazionale insegnanti di storia dell’arte)
Comitato per la Bellezza
Cunsta (Consulta universitaria di storia dell’arte)
Eddyburg.it
Italia Nostra
Patrimoniosos
TQ.
Per chiarimenti sullo spirito dell’iniziativa è possibile scrivere a:
tomaso.montanari@unina.it
Per informazioni logistiche è possibile scrivere a:
laquila7ottobre@gmail.com
È necessario aderire entro il 20 settembre, inviando una email a:
laquila7ottobre@gmail.com
Il riformismo urbano ha esaurito la spinta propulsiva. Certo, non mancano le iniziative brillanti di tanti amministratori ma non si vede ancora una capacità inventiva di policies almeno paragonabile a quella che si espresse nella rottura di Tangentopoli: rapporto diretto elettori-sindaco, l'apertura internazionale, le politiche della mobilità, le iniziative culturali, l'avvento dell'architettura contemporanea, l'introduzione del mercato nei servizi, le riforme del New Public Managment, ecc. Questi sono ancora oggi i capitoli fondamentali delle agende di governo delle amministrazioni locali - con l'unica aggiunta delle politiche della sicurezza - ma vengono attuate con fatica crescente a causa dei patti di stabilità e della bulimica produzione normativa statale.
Oggi ci troviamo ad un punto di rottura del sistema politico non meno significativo di quello del '93 e dovrebbero esserci le condizioni per un ripensamento delle politiche urbane. Soprattutto il PD dovrebbe essere protagonista di questa innovazione non solo in quanto forza centrale dell'alternativa, ma perché altrimenti la sua funzione di governo ne risulterebbe appannata. I segnali si sono visti nello smacco dei suoi candidati sindaci in città importanti come Milano, Napoli, Genova e Cagliari. Se ne è data una lettura superficiale, mettendo in rilievo le vicende del ceto politico e le regole delle primarie. Ma si è fatta sentire anche la crisi della cultura riformista.
Innovare significa anche dimenticare. Per scoprire nuove piste di ricerca bisogna mettere in discussione la stagione degli anni Novanta. Essa è stata una grande politica riformatrice e proprio per questo tende a conservare un primato teorico e pratico anche quando viene smentita dai fatti. Di tale difficoltà indico tre esempi.
Con la scusa del debito – Ai tagli dei bilanci si è risposto gonfiando i diritti edificatori per ottenere in cambio qualche opera pubblica. Si è inventata una zecca immobiliare che stampa una sorta di carta moneta attraverso la creazione di rendita urbana. I suoi plusvalori vengono scambiati tra imprese e banche anche a prescindere dalla effettiva realizzazione, come appunto una moneta circolante. Non solo, la ristrutturazione di grandi gruppi finanziari e la stessa solvibilità di molte banche dipendono dalla possibilità di esigere in futuro l’attuazione di quelle potenzialità edificatorie. Questa economia di carta e di mattone trova spesso giustificazione e impulso proprio nella scarsità di risorse delle amministrazioni comunali.
Ma perché le città si sono impoverite? Eppure negli ultimi venti anni c’è stato un boom edilizio paragonabile a quello del dopoguerra con una fortissima crescita dei valori immobiliari, non solo nelle nuove edificazioni ma soprattutto nel già costruito. Questo incremento di ricchezza è andato quasi tutto a vantaggio dei proprietari che lo hanno inserito nel circuito finanziario senza restituire granché in termini di investimenti collettivi.
Anzi, si è trattato spesso di un arricchimento immeritato, poiché frutto di una rendita di posizione che aumenta non in base alle iniziative del proprietario, ma solo in ragione del miglioramento generale della vita urbana. La ricchezza prodotta dalla cittadinanza operosa viene acquisita dal ceto parassitario. E tutto ciò introduce un fattore pesantemente distorsivo nell’economia urbana. Rispetto al profitto industriale la rendita immobiliare offre plusvalori di gran lunga superiori, senza neppure l'onere di organizzare un ciclo produttivo.L’acqua va dove trova la strada e in queste condizioni le risorse disponibili vengono attratte dagli usi speculativi a discapito delle attività produttive. La città diventa un’idrovora di rendite e per le innovazioni tecnologiche rimangono solo le retoriche dei convegni.
Nel contempo la diseguale appropriazione di valore che ha prodotto il debito si perpetua proprio con la scusa del debito. Infatti, le amministrazioni che non hanno saputo o potuto acquisire una parte significativa della ricchezza immobiliare - spesso determinata proprio dal loro buongoverno - sono costrette a mettere in circolazione ulteriore rendita per ottenere in cambio le opere pubbliche.
Ciò sembra un guadagno per l'interesse collettivo, ma i valori di quelle opere, spesso presentate come regali alle città, sono inferiori ai costi di gestione e di investimento che le nuove costruzioni autorizzate scaricano sulle casse comunali e costituiscono solo una briciola della valorizzazione acquisita dal proprietario. In questo modo la trasformazione urbana produce arricchimento privato e povertà pubblica in un circuito che crea il debito mentre sembra volerlo risolvere.
Una nuovo riformismo urbano deve invertire questo ciclo. La rendita prodotta dal buongoverno deve tornare in una quota significativa nella disponibilità collettiva in termini di investimenti pubblici. Questi renderanno più bella ed efficiente la città e di conseguenza aumenterà anche il suo valore, in un ciclo virtuoso che migliorerà sia la vita pubblica sia le opportunità private. Se la rendita viene ripartita equamente non solo non determina debito ma contribuisce al benessere della città.
La retorica competitiva – Ogni sindaco ha raccontato una storia di sviluppo alla propria città. Si è favoleggiato sulla new-economy, sulle classi creative, sulle innovazioni tecnologiche come se fossero processi reali e direttamente dipendenti dall'azione dei Comuni. Ma era solo un omaggio alla retorica economicistica del tempo. In realtà quasi tutte le città italiane hanno partecipato passivamente al declino della produttività determinato dalla difficoltà del Paese a misurarsi con le nuove dinamiche mondiali. Semmai, alle imprese che si ritiravano dalla competizione internazionale il tessuto urbano ha offerto il rifugio non solo della rendita ma anche dei monopoli pubblici privatizzati male (aeroporti, telefoni, energia ecc.).
Nella sfera del consumo, invece, il contributo delle città è stato significativo, in particolare con la diffusione dei grandi centri commerciali che hanno avuto effetti marcati sulla struttura urbanistica a favore dell'abbandono di vecchi quartieri e della diffusione dello sprawl a grande scala. Anche i modelli di consumo si sono fortemente divaricati - dal livello massificato a quello del loisir - fino a diventare quasi gli unici caratteri distintivi dei luoghi: dal mall dell'hinterland, al nail-shop della periferia, al loft dell'ex zona industriale. Inoltre, c'è stata un'azione molto positiva delle amministrazioni nella qualificazione dei consumi culturali e nell’attrazione dei flussi turistici.
Tutto ciò ha modificato gli stili di vita urbani ed ha conferito alle città immagini suadenti che sono state raccontate dai sindaci sul lato della produzione pur essendo maturate su quello del consumo. Oggi, però la crisi economica ha svelato l'insostenibilità di quel modello dei consumi. L'impoverimento dei ceti medi e dei lavoratori indebolisce la domanda e nel contempo l'ossessione dell'offerta consumistica approda ad una sovrapproduzione di merci.
È saltato quindi il rapporto tra produzione e consumo. Un contributo a ritrovare l'equilibrio potrebbe venire da nuove politiche urbane, non solo nel campo già positivamente fertilizzato delle iniziative culturali, ma in diversi altri settori: la mobilità sostenibile, il recupero urbanistico, il prendersi cura delle persone, la comunicazione digitale, la filiera corta dell'agricoltura, il ciclo dei rifiuti, la green economy, ecc. In tal senso le aziende dei servizi pubblici andrebbero ripensate come strumenti di politica economica proprio per stimolare nuovi modelli di consumo e di produzione, per creare lavoro curando i servizi della città.
Anche qui però bisogna liberarsi dalle dottrine del ventennio che per realizzare la mitica concorrenza hanno imposto una perenne e inconcludente riforma delle aziende locali. Almeno una volta l'anno il legislatore ha modificato le norme di riferimento ma i monopoli non sono stati scalfiti.
Tutto ciò ha distolto l'attenzione dei Comuni che si è rivolta più agli asset proprietari che alla qualità del servizio, più alle procedure che agli investimenti, più alle nomine che ai diritti degli utenti. E il paradigma competitivo è stato esteso addirittura all'intera città sempre più interpretata come un'impresa esposta alla concorrenza internazionale, anche se nessuna analisi ha mai dimostrato un’evidenza empirica di tale fenomeno. La competizione tra le città è una delle tante ideologie degli anni Novanta che rientrano nella categoria definita da Paul Krugman del Pop Internationalism (trad. it. Un'ossessione pericolosa, Etas).
Ma le retoriche politiche non sono mai senza conseguenze pratiche. Quel paradigma ha rappresentato la città come un attore unico che si muove nel teatro economico ed è servito alle classi dirigenti per raccontare il proprio primato, ma ha oscurato le differenze sociali e culturali che attraversano e talvolta lacerano la vita urbana. Spesso il risveglio è stato amaro, ad esempio, quando è finito il Modello Roma abbiamo scoperto improvvisamente una città frammentata dal disagio sociale e dalle tensioni dell'immigrazione.
Occorre tornare a vedere la città eterogenea, le sue striature civili, le sue mura invisibili, le sue ineffabili esclusioni. E la coesione sociale non può essere una retorica nuova che sostituisce la vecchia senza ripensare le politiche. Bisogna riscrivere le agende di governo portando al primo posto - per l'impegno di risorse economiche, amministrative e culturali - il compito di costruire un moderno welfare che è prima di tutto una questione urbana.
La solitudine dei sindaci – Non a caso il ciclo ventennale è iniziato con la stagione dei sindaci. Questa figura è uscita dalla riforma elettorale del '93 come il perno di qualsiasi intervento riformatore e nella transizione incompiuta di Tangentopoli ha svolto una funzione molto positiva, in gran parte di surroga dei partiti. Tutto ciò ha alimentato un sovraccarico di aspettative e di responsabilità che alla lunga rischiano di sfiancare la stessa funzione istituzionale. Qualche segnale di stanchezza si è palesato nell'ultima tornata amministrativa con un improvviso calo del tasso di conferma dei sindaci uscenti che invece in passato si era attestato sempre su alti livelli.
Bisogna aiutare i sindaci a uscire dalla perniciosa solitudine in cui sono stati rinchiusi a causa dei nodi irrisolti nel sistema politico italiano. E si deve uscirne sia in alto sia in basso. In alto, mettendo in discussione tutta l'impostazione dell'intervento statale che ha abbandonato i contenuti per dedicarsi soltanto alle procedure. I tagli lineari, le vacue promesse federaliste e l'ossessione normativa hanno dominato il campo portando quasi al collasso le amministrazioni locali. Nel contempo sono state abrogate le politiche pubbliche che si occupano della vita concreta della gente, dai trasporti, all'istruzione, ai servizi sociali. E le poche eccezioni hanno seguito indirizzi dannosi o inutili: la legge sulla casa è un paravento per nuove speculazioni edilizie mentre altri paesi europei si danno leggi per diminuire il consumo di suolo; i poteri ai sindaci sull'immigrazione sono indirizzati solo alla sicurezza, con risultati peraltro modesti, nella totale assenza di una strategia nazionale di integrazione dei migranti.
Si è affermata una malintesa autonomia locale che ha significato da un lato caduta di responsabilità dello Stato verso la condizione urbana e dall'altro un suo ipertrofico intervento legislativo sui bilanci e sulle amministrazioni degli Enti Locali. Fino al delirio dell'attuale governo che è arrivato a eliminare livelli istituzionali per risparmiare sui gettoni di presenza, senza avere alcuna idea sul modello di governo del territorio. Occorre rimettere in agenda grandi politiche nazionali per migliorare la condizione di vita urbana, come fanno tanti paesi europei e la stessa Unione con priorità nei programmi strutturali. Sarebbe curioso che non lo facesse proprio la nazione che più di altre ha sempre fatto scorrere la propria linfa vitale nelle reti delle città.
Ma la solitudine dei sindaci va superata soprattutto in basso verso nuove forme di democrazia cittadina. L'uomo solo al comando non ha funzionato nel Paese e ne abbiamo preso atto in modo traumatico. Ma non funziona neppure nelle forme più dolci del governo comunale. I vantaggi iniziali della forte personalizzazione si sono tramutati spesso in evidenti difetti. Doveva assicurare stabilità di lungo periodo, ma il sindaco quasi sempre spreca il secondo mandato pensando a cosa farà da grande. Doveva conferire potenza decisionale, ma quasi sempre questa viene spesa per interventi di corto termine e di sicuro impatto mediatico. Doveva assicurare una relazione diretta con i cittadini, ma più facilmente l'amministratore unico del Comune viene catturato dalle reti dell'establishment urbano.
Si riapre il problema di una democrazia governante, di una mediazione nel corpo sociale, di una influenza reale dei cittadini sulla cosa pubblica. I nuovi sindaci di Milano, Napoli e Cagliari sono stati eletti proprio con questa domanda di superamento dell'uomo solo al comando e i primi passi di quelle giunte hanno cercato di dare risposte concrete alle aspettative. Dalla prossima tornata elettorale potranno affermarsi altre amministrazioni decise intraprendere strade nuove.
«Bisogna mettere in discussione la stagione degli anni Novanta», afferma l’autore, individuando alcuni nodi delle politiche urbane recenti che sono indubbiamenti quelli su cui è più urgente incidere. Non c’è dubbio che quella discussione debba essere aperta, e su eddyburg l’abbiamo fatto fin dall’inizio della vita di questo sito. Ma proprio l’averl seguita con attenzione la stagione degli anni Novanta fin dal suo inizio ci induce ad affermare che essa tutto fu ma certo non - come scrive Tocci - la stagione di «una grande politica riformatrice». Tutt’altro.
Essa è stata la fase della nostra storia nella quale, nel quadro della più generale politica neoliberista e in aperta reazione alla stagione, quella si, delle riforme degli anni Sessanta e Settanta, è proseguita la loro distruzione, iniziata già con la “strategia della tensione” e proseguita negli anni Ottanta. La spallata di Mani pulite ha scoperchiato la pentola del “sacco d’Italia” denominato Tangentopoli, ma non è stata colta dai partiti e dalle istituzioni come l’occasione per riformare la politica e il suo rapporto con il territorio (con l’habitat dell’uomo) e il suo governo. Il vento del neoliberismo ha continuato a imperversare in Italia – tra l’altro nella sua versione più indecente – e il comportamento pratico della sinistra (anzi, delle sinistre) non si è significativamente distinto da quello delle truppe di Berlusconi e Bossi. Troppe vicende delle politiche nazionali, regionali e locali, ampiamente ricordate e commentate su questo sito, lo testimoniano.
Se ripartire da un punto della nostra storia si può e si deve, non è nella stagione occorre ritrovare il punto di partenza. Continuiamo a discutere e a cercare come uscire dall’attuale crisi sociale, politica e culturale, ma non partiamo per favore dalla stagione che ha visto trionfare la svendita dei diritti comuni sul territorio, la dismissione della funzione pubblica, la personalizzazione della politica, la mercificazione di tutto ciò che a merce non può essere ridotto.
Se le elezioni amministrative e i successi delle rivendicazioni referendarie dicono qualcosa, è che nella società italiana – almeno, nella sua parte attiva – i due decenni che sono alle nostre spalle sono già condannati nell’ideologia che li ha nutriti e nella politica che ne ha tracciato il percorso (e.s.)
Caro Bottini, dannatissime cittadelle, hai ragione. Ma sorprende, nella proposta di Renzo Piano, la banalità e la falsa novità della soluzione urbanistico-tipologica. Ma come! Gli esperti di organizzazione ospedaliera, subito seguiti da certi architetti, da decenni hanno lamentato l'inefficienza del sistema insediativo a padiglioni bassi, appunto disposti ragionevolmente in spazi a giardini alberati, e perorato le soluzioni a monoblocco, a volumi alti, magari a grattacielo, ad ogni modo secondo densità ultra-urbane paragonabili a quelle di complessi per uffici, tutti funzionanti esclusivamente "da dentro", privi di qualsivoglia necessità di rapporto benefico con l'esterno. Piano sembra attribuire a sé una mirabile invenzione. Non sa che a Milano i vecchi ospedali erano (e in parte sono) come sembra volerli lui ora? Basta ricordare quattro casi. La sede centrale, addirittura "antica", del Policlinico fra Via Sforza (Cerchia del Naviglio) e Via Commenda. Ora massacrata dall'inserimento di sopralzi e nuovi volumi sproporzionati ma una volta costituita da edifici di due, tre, poi quattro piani, i più vecchi e bassi con paramento di mattoni a vista e di gusto neoromanico; ben distaccati fra loro, con aiuole e viali alberati. La sede di Niguarda, nientemeno che opera di Giovanni Muzio, famoso esempio, sia per ordinamento planimetrico che per controllo volumetrico degli edifici a media altezza, di compromesso fra Novecento e Razionalismo; sorta quasi come un ampio quartiere residenziale con giusto rapporto fra edificato e ampi spazi verdi alberati. L'Ospedale Sacco per malattie infettive in zona Roserio (N/W), a suo tempo incentrato su palazzetti come fossero abitazioni e oggi, nonostante i pesanti inserti, notevole per la quantità e il rigoglio delle alberature. Lo stesso si potrebbe dire per Villa Turro, fra viale Monza e via Padova (N/E), in origine casa di cura per malattie nervose, poi distaccamento del San Raffaele. Queste brevi osservazioni mi preme di trasmetterti, benché possano suonare di tonalità minore rispetto alla tua postilla in maggiore.
Per nulla marginali, queste tue osservazioni rafforzano l’idea di un approccio complessivamente poco meditato alla funzione, se il progettista può presentarli come pensata del tutto propria e non interpretazione di una domanda collettiva e pluridisciplinare, come in fondo erano i progetti di città sanitaria orizzontale a cavallo fra i due secoli scorsi. Così, messo in secondo piano l’aspetto socioeconomico e di servizio, quello territoriale metropolitano, anche quello delle scelte di organizzazione spaziale interna della “cittadella” pare rispondere a logiche lontane dai bisogni reali. Una corrispondenza tutta da recuperare, problema di cui forse si sta accorgendo anche la stampa di opinione: c’è qualche fondata speranza
(f.b.)
Buongiorno professor Salzano, le scrivo per aggiornarla sulla situazione del progetto autostradale Cimpello-Sequals-Gemona. Rispetto a due mesi fa nulla è cambiato dal punto di vista del progetto: dopo un anno dall’apertura delle buste, la Regione non ha ancora fatto sapere quale delle due ATI si sia aggiudicata l’appalto.
Tuttavia il nostro lavoro di informazione sul territorio continua e la protesta si sta allargando: a febbraio abbiamo consegnato in Regione 3.900 firme contro il progetto - in realtá ne avevamo raccolte 4.500 (ora sono oltre 5.000) ma la Regione non ha accettato quelle on line e quelle di chi non è nato o residente in FVG. Alla consegna hanno presenziato 5 consiglieri regionali (IdV, Cittadini, PD, Lega Nord e SeL) che hanno espresso il proprio sostegno all'iniziativa. Contestualmente è stata formulata la richiesta di audizione del Comitato in sede di IV Commissione.
Il mese scorso Luca Mercalli ha parlato di noi nella trasmissione di Rai3 Che Tempo Che Fa (ci eravamo incontrati con lui nel novembre scorso), il mese prossimo la nostra segnalazione verrà inserita dal giornalista Antonio Cianciullo nell'iniziativa di repubblica.it Vota la tua inchiesta e sempre per maggio abbiamo organizzato una conferenza con il professor Salvatore Settis.
Tra le iniziative di maggior rilievo che stiamo portando avanti, oltre all'inserimento del medio Tagliamento tra i siti dell'Unesco e alla riapertura di antichi sentieri sulle nostre montagne, ci sono collaborazioni con comitati per la mappatura dei siti in pericolo nell'intera regione e per la realizzazione di un documento a salvaguardia dei 32 SIC presenti in FVG.
Infine, visto che nella sua cortese risposta del 16 gennaio ha gentilmente aderito alla nostra protesta, vorrei chiederle il consenso ad annoverarla tra i nostri sostenitori. La ringrazio per la cortese attenzione e, nella speranza di risentirla presto, colgo l'occasione per augurarle una buona Pasqua. Cordialmente
Proprio stamattina ho inserito l’articolo di Gianni Barbacetto, dal Fatto quotidiano. Certo che confermo la mia adesione. Tenete aggiornato me e i frequentatori di eddyburg delle novità. Grazie e buon lavoro
Caro Edoardo, Ti leggo nella postilla a "Grigia Toscana...": «E, soprattutto, che succederà al territorio e ai suoi abitanti se non cesseranno le politiche di totale autonomia dei comuni nel governo del territorio, anche quando essi utilizzano i suoli come uno strumento per lo "sviluppo", cioè come un modo di spalmare l'edificabilità ottenendo in cambio qualche briciola di "oneri di urbanizzazione"...»
Ti ricorderai, anche tu amministratore in altri tempi (tuttavia meno lontani di quanto riguardi me), che ci battevamo per l'autonomia democratica locale. Dovevamo, tra l'altro, liberarci dalle vessazioni dei prefetti.
Ma, da sindaci e da assessori, nulla potevamo decidere se non passando dal dibattito, spesso lotta senza esclusione di colpi con la DC, in Consiglio comunale. Dove non eravamo maggioranza e non detenevamo il potere agivamo senza tregua in ogni frangente per evitare gli abusi di democristiani e soci. Insomma, per un senso o per l'altro, il controllo esisteva, sindaci e giunte non potevano decidere senza render conto al Consiglio e ai cittadini. Poi, man mano, per ragioni che non rivango qui, è cominciato l'indebolimento dei Consigli, fino a che la riforma delle leggi elettorali per Regioni e Comuni, d'accordo tutti i partiti (quindici anni fa?) ha stabilito pazzeschi poteri "personali" a sindaci, governatori e relative giunte (formate anche da personaggi non eletti): possono farne di tutti i colori specie in materia di territorio e di edilizia, sprezzando le eventuali opposizioni dei disarmati consigli; del resto ormai per lo più afoni, essendo il principio dei maggiori poteri di comando ai vertici comunali, regionali, nazionale ("ampi poteri al premier!...") ormai quasi diventato senso comune. Temo che non ci sia più possibilità di "tornare indietro". Mancava il super-premier, ora ci stanno pensando PD, PDL e UDC con la loro orribile proposta di legge elettorale, altro che porcellum.
Tornare indietro naturalmente non si può. Ma andare avanti si. Ristabilire alcuni principi che nel passato hanno funzionato bene e che sono stati traditi o abbandonati si può, e di deve fare: non si va mai avanti se non si impara dalla storia.
Tra principi da ricordare e recuperare porrei quello dell’esistenza di diversi livelli ai quali si manifestano le esigenze, i problemi e le soluzioni e quindi diversi necessari livelli di governo che devono esistere. I padri costituenti ragionarono a lungo sui rapporti tra i diversi livelli di governo; molti anni dopo se ne ragionò a livello della comunità europea, e si introdusse un principio (il principio di sussidiarietà) che, correttamente applicato, avrebbe consentito di attribuire sensatamente le responsabilità ai diversi livelli (Europa e stati e, in Italia, stato, regione, provincia, comune). Come spesso accade negli ultimi decenni, in Italia si abbandonò la fedeltà alla Costituzione repubblicana e si interpretò a rovescio la lezione europea: si proclamò “tutto il potere al livello inferiore”. Nel frattempo, si manifestarono forme nuove di centralismo surrettizio(sia statale sia, soprattutto, finanziario) travolgendo ogni ponderato equilibrio.
Ancor più rilevante fu l’altra “innovazione” introdotta negli anni 80 e 90, connessa alla medesima ideologia neoliberista: il primato assegnato alla “governabilità” sulla democrazie. Ciò comportò lo spostamento di ogni potere democratico dagli organismi collegiali a quelli monocratici (dal consiglio al sindaco e così via), l’abbandono del pluralismo, il rifiuto della dialettica tra le parti – e insomma gli altri aspetti del degrado delle istituzioni e della politica dei partiti.
Di fatto si è espressa, ed è divenuta egemonica, una nuova ideologia, largamente bipartisan, contro la quale bisogna lottare costruendo pezzi di contro-egemonia (per adoperare i termini gramsciani). A mio parere non si può farlo senza recuperare – naturalmente rivivendoli nella nuova temperie – alcuni dei principi colpevolmente traditi o frettolosamente abbandonati. E’ certamente un lavoro di lunga lena, e probabilmente non ne vedremo la fine né tu né io. Ma è così che cammina spesso la storia, quando non fa salti imprevedibili. L’importante, per ciascuno di noi, è camminare nella direzione giusta. (e.s.)
Cari amici, E non poteva mancare l'Olanda ad insegnare il restauro e la cultura della tutela proprio a noi italiani? No. E' l'Europa che ce lo chiede? Faccio volentieri riferimento al fortunato tormentone del programma satirico di Serena Dandini che meglio dei centoquaranta-caratteri-centoquaranta di Twitter, sintetizza le politiche della "Trimorti" governativa, fase esantematica della malattia berlusconiana italiana.
E pensare che la moderna cultura del restauro italiana da Cesare Brandi in poi è oggi tradotta anche in Cina. Insegna che il restauro è l'ultima delle opzioni, che è necessaria innanzitutto la manutenzione, che i centri storici sono organismi omogenei da considerare nella loro unitarietà non solo con un approccio architettonico-edilizio, ma invece con uno sguardo urbanistico tout-court, composto da valutazioni economiche, sociologiche, antropologiche, ambientali.
Siamo ben lontani dunque dall'approccio mussoliniano ai centri storici, composti solo e soltanto dai quei monumenti degni di esser tramandati ai posteri (non si sa bene in base alle valutazioni di chi, ma si può immaginarlo) o "da isolare nella necessaria solitudine" . Mussolini aveva in mente più che una città, l'immaginario del suo partito e... la città di Washington. Proprio la storia ha insegnato successivamente che si sbagliava di grosso. La storia e il presente delle più rinomate istituzioni internazionali come l'Iccrom, l'Unesco e l'Icomos confermano quello che già nell'italia degli anni 60' diviene consapevolezza diffusa: Conservare è modernità. Perchè pone di fronte i decisori politici e i garanti del pubblico interesse al principio di responsabilità verso la loro comunità, il patrimonio lasciato loro in "custodia" e da tramandare ai posteri per garantire a tutti (anche e soprattutto quelli dopo di noi), il diritto al bello, alla storia, alla leggibilità delle vicende materiali, storiche ed architettoniche delle città.
Conservare è moderno perché utilizza il principio di precauzione e di reversibilità degli interventi. Proprio perché non ci troviamo di fronte ai diktat del dittatore di turno o di chissà quale "commissario straordinario alle emergenze" (qui l'ironia è voluta).
Consapevolezza che mancava invece agli antichi. Oggi, per esempio, non polverizziamo le antiche statue per ricavare la calce di cui abbisognamo o non fondiamo complessi equestri per ricavarne cannoni. Qualche barbaro "autoctono", per dirla alla Flaiano, preferirebbe venderlo il nostro patrimonio, ma questa è un altra vicenda che dimostra semmai la persistenza e l'imperitura attualità delle idee antiche e balsane.
Tutto questo, leggendo il bell'articolo di Vezio De Lucia, sembrerebbe mancare agli organismi economici e alle Università straniere che sono state richiamate a proporre progetti e soluzioni su quella che più che una città è stata presentata sin dall'inizio come una sorta di "esperimento" bio-politico-urbanistico. Il fatto stesso che il progetto venga presentato nei laboratori dell'Istituto nazionale di Fisica del Gran Sasso, lascia capire che forse più che all'uomo o al cittadino, si pensi qui alla centralità del progetto edilizio, dello spazio da occupare e al "decoro" tutto scenografico-televisivo delle facciate delle case e dei palazzi. Il rischio, a mio avviso, è che l'Aquila divenga una sorta di "parco a tema" della correcy urbanistica internazionale tra archistar e furbetti del "cantierino" nostrani. Il "facciatismo" è poi una delle caratteristiche essenziali dell'approccio olandese ai centri storici. Ma è ben lontano dalla realtà italiana. L'Aquila dunque una "vetrina" (senza offese per gli amici olandesi) per vendere meglio un nuovo modello di approccio alle città italiane?...Magari da ratificare con un prossimo "colpetto" legislativo della Trimorti?
Non credo che l’Olanda c’entri molto nella vicenda. Credo invece che essa sia un’ulteriore testimonianza di un devastante pensiero corrente, divenuto egemonico, per il quale l’oggi conta più del passato e del futuro, l’apparenza conta più della sostanza, l’episodico conta più del sistematico, l’eccezionale conta più del normale, l’evento conta più della durata (e quindi la ristrutturazione è meglio della manutenzione, l’architettura è meglio dell’urbanistica, il gesto che improvvisa è meglio della paziente applicazione). Della storicità non importa l’insegnamento profondo (e quindi il rispetto del patrimonio storico come testimonianza di un passato capace di rivivere trasformandosi nel rispetto delle regole della sua formazione), ma – come dici giustamente – come scenario catturabile dal mass media più alla moda nel momento dato. Lo rivela in molti episodi degli ultimi vent’anni anni quello che avviene a Venezia, divenuta ormai solo scenario da vendere ai mercanti di qualsiasi cosa (e in particolare a quelli di valori immobiliari), cancellando giorno per giorno regole ispirate alla “modernità della conservazione”, e i modernissimi principi della precauzione e della reversibilità, posi dalla Repubblica Serenissima alla base delle sue politiche territoriali.
Il lavoro da fare per restituire buonsenso al cervello delle persone è dunque lungo e impegnativo. Resistere agli scempi che volta per volta avvengono è necessario - anzi, indispensabile – ma non basta. Purtroppo da decenni si è lavorato per trasformarci in uomini di paglia (ricordi la bella poesia di Eliot?), e in Italia ce ne siamo accorti quando gran parte del danno era già stato compito. Ma non è mai troppo tardi, come ci lasciano sperare le tensioni che agitano le società in vasta parte del mondo. (e.s.)
Sui giornali della capitale è comparsa la notizia, proveniente dalla Corte dei Conti, secondo la quale per esaurimento dei fondi disponibili verrebbero sospesi i lavori della linea “C” prevista nell’attuale piano regolatore. Se non erro per ora si tratta solo dei lavori di assaggio del sottosuolo nel tratto Colosseo – San Pietro, di attraversamento del Centro Storico, ma la notizia ha destato sorpresa e incertezza per ciò che resta da fare, anche se non più di tanto per i romani che conoscono la loro città.
Nella non breve vicenda dei Piani regolatori di Roma la rete metropolitana sembra tenere il ruolo della collana di perle o brillanti,che la signora bene aggiunge a completamento e prezioso abbellimento dell’abito da sera con cui mostra le proprie bellezze. Nella elaborazione dei Prg. la rete di trasporto pubblico su ferro viene per ultima come completamento e adempimento finale dei disegni di piano. Cosi è stato per il Prg 1962 e cosi è dell’ attuale in corso di approvazione.
Il fatto è che se si guarda la città di Roma come è oggi e sarà domani non sono pochi gli interrogativi che vengono dal disegno della rete metropolitana proposta. All’origine dei dubbi sta sicuramente la preminenza data alle urbanizzazioni nello studio del piano, secondo una logica che considera il Pr. soprattutto come distributore di rendite immobiliari, e guarda in subordine la rete di trasporto senza vedere che in questa come in uno schema si riflette la configurazione stessa della città, in specie se ha raggiunto la dimensione metropolitana caratterizzata da forti e diffusi flussi di mobilità.
Poi ci sono i principi a cui si è ispirato il disegno di rete; e qui di pregiudizi che vengono dal passato non sono minori dei dubbi presenti, come nel caso della linea “B” originalmente a servizio del Sistema Direzionale Orientale: una previsione che allo stato presente (e forse un po’ troppo corrivamente) sembra morta e sepolta per sempre.
Infine ci si può chiedere perché nel disegno della rete metropolitana si è trascurato un principio che se ben applicato può far risparmiare opere e denaro e viene sempre conclamato a parole: la città del futuro sarà il risultato di un opera di recupero e riuso di quella esistente prodotta nel corso della storia. Allora perché non adottare questo principio fin dal disegno della rete metropolitana futura sviluppandola da quella esistente, che già serve una parte se pure insufficiente del territorio, e come in altre città può essere estesa su opportune biforcazioni risparmiando percorsi e costi.
Ovviamente qui non finiscono gli interrogativi, ma questi dovrebbero bastare a ben ricominciare. Non è immaginabile Roma oggi e ancor meno domani senza una sua adeguata rete metropolitana.
Capita al momento giusto l'intervento di Franco Girardi, quando si sta aprendo il confronto per le elezioni amministrative dell'anno prossimo. In una città le cui aree centrali sono sempre più vuote di abitanti e piene di nuove attività, il tema della metropolitana è d'importanza vitale. (v.d.l.)
Caro Fabrizio, perfetta la tua postilla all'articolo del Corriere sulle seconde case. Ti segnalo un grave inganno nell'articolo circa il "peso" percentuale di queste. Non può essere solo il 10,5% (ci sarebbe un numero spropositato di abitazioni totali). Per maggior certezza ho dato un'occhiata al censimento 2001, ultimi dati abbastanza sicuri. Abitazioni totali 27,3 milioni, abitazioni non occupate 5,6 milioni (numero quasi uguale ai 5 milioni e 782 mila nel Corriere considerati seconde "case"). Abitazioni non occupate, dunque, 21 % del totale. Se togliamo un 5% solitamente attribuibile ad appartamenti vuoti ma non classificabili fra gli alloggi "per vacanze e fine settima" (Istat), ci avviciniamo alla realtà. Ad ogni modo nel 2005 il Coordinamento europeo per l'alloggio sociale indicava nel 24% la quota di appartamenti vuoti in Italia (V. quotidiani del 20 ottobre).
Buon lavoro, Lodo
Caro Lodo, utilissima e puntuale la tua precisazione, che conferma la superficialità con cui la stampa di informazione affronta certi problemi anche importanti. Del resto il vero e proprio schieramento di gran parte dei giornali sul fronte dello “sviluppo” a tutti i costi (vedi il caso Tav in queste ultime settimane, ma non solo) la racconta abbastanza lunga sulla voglia di fare chiarezza su questioni come l’utilità di tutte questa case, seconde terze o quarte che siano. Per non parlare dei secondi capannoni, ovvero di quelle zone industriali su terreni ex agricoli volute da intraprendenti sindaci, dove si vanno insediare effimere attività che spesso ne hanno lasciati vuoti a non troppi chilometri di distanza. E questa, purtroppo, non è neppure un’altra storia …. (f.b.)
Dopo mesi in cui la politica ha omesso il confronto e il dialogo necessari con la popolazione della valle, la situazione di tensione in Val Susa ha raggiunto il livello di guardia, con una contrapposizione che sta provocando danni incalcolabili nel fisico delle persone, nella coesione sociale, nella fiducia verso le istituzioni, nella vita e nella economia dell'intera valle. Ad esserne coinvolti sono, in diversa misura, tutti coloro che stanno sul territorio: manifestanti e attivisti, forze dell'ordine, popolazione.
I problemi posti dal progetto di costruzione della linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione non si risolvono con lanci di pietre e con comportamenti violenti. Da queste forme di violenza occorre prendere le distanze senza ambiguità. Ma non ci si può fermare qui. Non basta deprecare la violenza se non si fa nulla per evitarla o, addirittura, si eccitano gli animi con comportamenti irresponsabili (come gli insulti rivolti a chi compie gesti dimostrativi non violenti) o riducendo la protesta della valle - di tante donne e tanti uomini, giovani e vecchi del tutto estranei ad ogni forma di violenza - a questione di ordine pubblico da delegare alle forze dell'ordine.
La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa. La costruzione della linea ferroviaria (e delle opere ad essa funzionali) è una questione non solo locale e riguarda il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali. Per questo è necessario riaprire quel dialogo che gli amministratori locali continuano vanamente a chiedere. Oggi è ancora possibile. Domani forse no.
Per questo rivolgiamo un invito pressante alla politica e alle autorità di governo ad avere responsabilità e coraggio. Si cominci col ricevere gli amministratori locali e con l'ascoltare le loro ragioni senza riserve mentali. Il dialogo non può essere semplice apparenza e non può trincerarsi dietro decisioni indiscutibili ché, altrimenti, non è dialogo. La decisione di costruire la linea ad alta capacità è stata presa oltre vent'anni fa. In questo periodo tutto è cambiato: sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo. I lavori per il tunnel preparatorio non sono ancora iniziati, come dice la stessa società costruttrice.
E non è vero che a livello sovranazionale è già tutto deciso e che l'opera è ormai inevitabile. L'Unione europea ha riaperto la questione dei fondi, dei progetti e delle priorità rispetto alle Reti transeuropee ed è impegnata in un processo legislativo che finirà solo fra un anno e mezzo.
Lo stesso Accordo intergovernativo fra la Francia e l'Italia sarà ratificato solo quando sarà conosciuto l'intervento finanziario della UE, quindi fra parecchi mesi. E anche i lavori sulla tratta francese non sono iniziati né prossimi.
Dunque aprire un tavolo di confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell'opera e sulle eventuali alternative non provocherebbe alcun ritardo né alcuna marcia indietro pregiudiziale. Sarebbe, al contrario, un atto di responsabilità e di intelligenza politica. Un tavolo pubblico, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare nello spazio di un mese, è nell'interesse di tutti. Perché tutti abbiamo bisogno di capire per decidere di conseguenza, confermando o modificando la scelta effettuata in condizioni del tutto diverse da quelle attuali.
Un Governo di «tecnici» non può avere paura dello studio, dell'approfondimento, della scienza. Numerose scelte precedenti sono state accantonate (da quelle relative al ponte sullo stretto a quelle concernenti la candidatura italiana per le Olimpiadi).
Noi oggi chiediamo molto meno. Chiediamo di approfondire i problemi ascoltando i molti «tecnici» che da tempo stanno studiando il problema, di non deludere tanta parte del Paese, di dimostrare con i fatti che l'interesse pubblico viene prima di quello dei poteri forti. Lo chiediamo con forza e con urgenza, prima che la situazione precipiti ulteriormente.
primi firmatari:
1) don Luigi Ciotti (presidente Gruppo Abele e Libera)
2) Livio Pepino (giurista, già componente Consiglio superiore magistratura)
3) Michele Curto (capogruppo Sinistra, ecologia e libertà, Comune Torino)
4) Ugo Mattei (professore diritto civile, Università Torino)
5) Marco Revelli (professore Scienza Amministrazione, Università del Piemonte orientale)
6) Giorgio Airaudo (responsabile nazionale auto Fiom)
7) Nichi Vendola (presidente Regione Puglia)
8) Monica Frassoni (presidente Verdi europei)
9) Michele Emiliano (sindaco di Bari)
10) Luigi De Magistris (sindaco di Napoli)
11) Tommaso Sodano (vicesindaco di Napoli)
12) Paolo Beni (presidente nazionale Arci)
13) Vittorio Cogliati Dezza (presidente nazionale Legambiente)
14) Filippo Miraglia (Arci)
15) Gabriella Stramaccioni (direttrice Libera)
16) don Armando Zappolin (presidente nazionale Cnca)
17) don Tonio dell'Olio (Libera international)
18) Giovanni Palombarini (giurista, già Procuratore aggiunto Cassazione)
19) don Marcello Cozzi (Libera)
20) Sandro Mezzadra (professore Storia dell dottrine politiche, Università Bologna)
21) Angelo Bonelli (presidente dei Verdi)
22) Norma Rangeri e il collettivo del manifesto
Mancano pochi giorni alla scadenza per inviare al Cio (Comitato Olimpico Internazionale) le lettere formali di garanzia firmate dal Governo per iscrivere ufficialmente Roma alla corsa per le Olimpiadi del 2020. Le lettere devono arrivare a Losanna entro la mattina del 15 febbraio, mercoledì prossimo. La Spagna (per Madrid), la Turchia (per Istanbul) e finanche l’Azerbaijan (per Baku), hanno già provveduto. Manca l’Italia, la cui candidatura è in bilico. Il tempo stringe, il Presidente del Consiglio Monti temporeggia e allora sono fioccate nei giorni scorsi le prese di posizione tra favorevoli e contrari.
Il fronte del sì, aperto da sessanta tra gli sportivi più popolari del Paese, è affollatissimo. L’abc della politica italiana: Alfano, Bersani e Casini in rappresentanza dei tre maggiori partiti italiani e a seguire, Enrico Letta e Giulia Buongiorno, il sindaco Alemanno, la Polverini. E poi, la Camera di commercio e la Fondazione Roma, Emma Marcegaglia, decine di artisti tra i quali ,Albertazzi, Verdone, Morandi, Fiorello, Pippo Baudo e i premi Oscar Tornatore e Morricone. Tutti a parlare di “occasione unica per lo sviluppo, che non si può assolutamente perdere”. Ovviamente il presidente del Coni Petrucci, forte di tali e tanti appoggi, ha dichiarato qualche giorno fa: “Ora manca solo la penna per la firma”.
Eppure esiste e si mobilita anche il fronte del no, Associazioni e Comitati di Quartiere i quali pensano e scrivono che Roma non ha bisogno delle Olimpiadi nel 2020 e che esse serviranno solo ad arricchire, palazzinari, banchieri, assicuratori, speculatori di ogni sorta, che in realtà la città si impoverirà sotto tanti nuovi metri cubi di cemento, tanti i morti sul lavoro (vi ricordate quanti ne morirono nei cantieri della maledetta Italia ’90?) un vero e proprio disastro ecologico-sociale come nei recenti mondiali di nuoto. Le Autorità preposte alla preparazione della candidatura si sono ovviamente preoccupate di tenere lontano questo mondo di Associazioni, CdQ, Comitati sportivi, ambientalisti e culturali. Ogni loro richiesta di poter prendere visione dei progetti sono state sistematicamente ignorate. Altro che evento partecipato!!
Alla mozione contraria si sono aggiunti i dossier delle maggiori organizzazioni ambientaliste del Paese. Legambiente mercoledì ha scritto a Monti di “un progetto che non convince”. Sulla stessa lunghezza d’onda sono intervenute anche Fai (Fondo Ambiente Italiano) e WWF, che in un dossier congiunto inviato alla Presidenza del Consiglio, non mettono in discussione la candidatura in sé ma esprimono forti dubbi su come sia stata pensata. Italia Nostra ha chiesto che il suo giudizio sostanzialmente negativo, sia inserito nel questionario del Comitato Internazionale Olimpico e ha invitato il Presidente Monti a riflettere e ad esaminare criticamente i vari aspetti da lei segnalati con l’ausilio dei Ministri dei Beni Culturali e dell’Ambiente.
I fatti però sono più duri del cristallo e parlano da soli smentendo gli entusiasmi, le speranze, di chi vede nei giochi l’occasione per rilanciare lo sviluppo della città e per fare grandi affari.
Le Olimpiadi del 2004 sono annoverate tra le cause non secondarie del default della Grecia. A Londra stanno diffondendosi fortissime preoccupazioni, perche' i costi dei giochi olimpici 2012 sono quadruplicati, lo stato britannico colpito dalla crisi ha tagliato i contributi, e i ritorni -gia' ora a gennaio quando si iniziano a delineare gli affari all'orizzonte- non sembrano quelli sperati. Se guardiamo In italia poi, la Regione Piemonte e il Comune di Torino, che hanno finanziato nel 2004 le olimpiadi invernali, sono oggi rispettivamente la prima regione e il l terzo comune piu' indebitati d'Italia !
LA "CASA DELLA CITTA” LUNEDI' 13/02 SU FM 103.3 DALLE ORE 11.30 ALLE 12.30 (ascoltabile anche in streaming)
In trasmissione abbiamo invitato a parlare di tutto questo Paolo Berdini e Bernardo Rossi Doria, entrambi urbanisti, Mario Attorre – coordinatore dei comitati di Roma Nord direttamente coinvolti dalla realizzazione delle strutture olimpiche), Andrea Staffa – coordinatore di TG-Talenti. Sentiremo anche Mirella Belvisi – Italia Nsotra Sez., Lorenzo Parlati – presidente di Legambiente Lazio.
Ma voremmo sapere voi che pensate:
ASPETTIAMO LE VOSTRE TELEFONATE ALLO 06899291, GLI SMS AL 3938992913 E LE MAIL A DIRETTA@RADIOPOPOLAREROMA.IT.
Di seguito l’appello rivolto al presidente del Consiglio, Mario Monti, per chiedere un ripensamento sul progetto dell'Alta velocità ferroviaria Lione-Torino
Onorevole Presidente, ci rivolgiamo a Lei e al Governo da Lei presieduto, nella convinzione di trovare un ascolto attento e privo di pregiudizi a quanto intendiamo esporLe sulla base della nostra esperienza e competenza professionale e accademica. Il progetto della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, inspiegabilmente definito “strategico”, non si giustifica dal punto di vista della domanda di trasporto merci e passeggeri, non presenta prospettive di convenienza economica né per il territorio attraversato né per i territori limitrofi né per il Paese, non garantisce in alcun modo il ritorno alle casse pubbliche degli ingenti capitali investiti, è passibile di generare ingenti danni ambientali diretti e indiretti, e infine è tale da generare un notevole impatto sociale sulle aree attraversate.
Diminuita domanda di trasporto merci e passeggeri.
Nel decennio tra il 2000 e il 2009, prima della crisi, il traffico complessivo di merci dei tunnel autostradali del Fréjus e del Monte Bianco è crollato del 31%. Nel 2009 ha raggiunto il valore di 18 milioni di tonnellate di merci trasportate, come 22 anni prima. Nello stesso periodo si è dimezzato anche il traffico merci sulla ferrovia del Fréjus, anziché raddoppiare come ipotizzato nel 2000. La nuova linea, tra l’altro, non sarebbe nemmeno ad Alta Velocità per passeggeri perché, essendo quasi interamente in galleria, la velocità massima di esercizio sarà di 220 km/h, con tratti a 160 e 120 km/h. L’effettiva capacità della nuova linea ferroviaria Torino-Lione sarebbe praticamente identica a quella della linea storica, attualmente sottoutilizzata nonostante il suo ammodernamento terminato un anno fa.
Assenza di vantaggi economici per il Paese
Per quanto attiene gli aspetti finanziari, ci sembra particolarmente importante sottolineare l’assenza di un effettivo ritorno del capitale investito.
1. Non sono noti piani finanziari di sorta.
2. Il ritorno finanziario appare trascurabile, anche con scenari molto ottimistici. Le analisi finanziarie preliminari sembrano coerenti con gli elevati costi e il modesto traffico, cioè il grado di copertura delle spese in conto capitale è probabilmente vicino a zero.
3. Ci sono opere con ritorni certamente più elevati: occorre valutare le priorità,ì come riabilitare e conservare il sistema ferroviario “storico”.
4. Il ruolo anticiclico di questo tipo di progetti sembra trascurabile.
5. Ci sono legittimi dubbi funzionali, e quindi economici, sul concetto di corridoio.
Bilancio energetico-ambientale negativo.
I costi energetici e il relativo contributo all’effetto serra da parte dell’alta velocità sono enormemente acuiti dal consumo per la costruzione e l’operatività delle infrastrutture (binari, viadotti, gallerie) nonché dai più elevati consumi elettrici per l’operatività dei treni, non adeguatamente compensati da flussi di traffico sottratti ad altre modalità. Non è pertanto in alcun modo ipotizzabile un minor contributo all’effetto serra, neanche rispetto al traffico autostradale di merci e passeggeri.
Risorse sottratte al benessere del Paese
La nuova linea ferroviaria Tori-no-Lione, con un costo totale del tunnel transfrontaliero di base e tratte nazionali, previsto intorno ai 20 miliardi di euro (e una prevedibile lievitazione fino a 30 miliardi e forse anche di più), penalizzerebbe l’economia italiana con un contributo al debito pubblico dello stesso ordine all’entità della stessa manovra economica che il Suo Governo ha messo in atto per fronteggiare la grave crisi economica e finanziaria che il Paese attraversa. È legittimo domandarsi come e a quali condizioni potranno essere reperite le ingenti risorse necessarie a questa faraonica opera, e quale sarà il ruolo del capitale pubblico.
Sostenibilità e democrazia
L’applicazione di misure di sorveglianza di tipo militare dei cantieri della nuova linea ferroviaria Tori-no-Lione ci sembra un’anomalia che Le chiediamo vivamente di rimuovere al più presto, anche per dimostrare all’Unione europea la capacità dell’Italia di instaurare un vero dialogo con i cittadini.
Per queste ragioni, Le chiediamo rispettosamente di rimettere in discussione in modo trasparente ed oggettivo le necessità dell’opera. Non ci sembra privo di fondamento affermare che l’attuale congiuntura economica e finanziaria giustifichi ampiamente un eventuale ripensamento e consentirebbe al Paese di uscire con dignità da un progetto inutile, costoso e non privo di importanti conseguenze ambientali, anche per evitare di iniziare a realizzare un’opera che potrebbe essere completata solo assorbendo ingenti risorse da altri settori prioritari per la vita del Paese.
Con viva cordialità e rispettosa attesa,
Sergio Ulgiati, Università Parthenope, Napoli, Ivan Cicconi, Esperto di infrastrutture e appalti pubblici, Luca Mercalli, Società Meteorologica Italiana, Marco Ponti, Politecnico di Milano
L'UNIVERSITÀ CHE VOGLIAMO
Un appello di docenti e ricercatori universitari al ministro Profumo e al Governo Monti
L'Università italiana sopravvive, difficoltosamente, in una condizione di disagio e di crescente emarginazione che ha pochi termini di confronto nella storia recente. Essa ha visto fortemente ridotte le risorse economiche per il suo funzionamento, molto prima che si manifestasse la crisi mondiale e malgrado le modeste dotazioni di partenza rispetto agli altri Paesi industrializzati. Tutti i saperi umanistici e buona parte delle scienze sociali sono da tempo sfavoriti, a beneficio di discipline che si immaginano più direttamente utili alla crescita economica, o genericamente al “Mercato”. Si tratta di una tendenza in atto da anni che ci accomuna all'Europa e a larga parte del mondo. A tutti gli insegnamenti viene richiesto di fornire un sapere utile, trasformabile in valore di mercato, altrimenti sono ritenuti economicamente non sostenibili.
Perciò oggi si sta scatenando negli atenei la definizione dei “criteri di valutazione”, al fine di misurare la “produttività” scientifica degli studiosi, come si misura una qualsivoglia quantità calcolabile. Anche per questo, le Università europee sono sotto l'assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, che soffocano i docenti in pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni quasi sempre di breve durata. Sempre minore è il tempo per gli studi e la ricerca, mentre la vita quotidiana di chi vive nelle Facoltà – docenti, studenti, personale amministrativo – è letteralmente soffocata da compiti organizzativi interni mutevoli, spesso di difficile comprensione, quasi sempre pleonastici.
Noi crediamo che questo modello di Università europea, avviato con il cosiddetto “processo di Bologna” abbia rivelato il suo totale fallimento. Il numero dei laureati non è aumentato, le percentuali degli abbandoni nei primi anni sono rimaste pressoché identiche, diminuiscono le immatricolazioni, si fa sempre più ristretta l'autonomia universitaria, i saperi impartiti sono sempre più frammentati e tra di loro divisi, tecnicizzati, mai riconnessi a un progetto culturale, a un modello di società. Tutto ciò riguarda non solo il nesso saperi/mercato, ma anche il modello sociale, come è evidente alla luce dell'innalzamento delle tasse d'iscrizione, delle politiche di numero chiuso e della scelta di segmentare, alla luce di politiche classiste, il sistema universitario nazionale facendosi schermo del mito dell'eccellenza.
Al fondo di questo fallimento c'è una esperienza storica recente che illumina sinistramente l'intero quadro europeo. È quello che possiamo chiamare il grandioso scacco americano. Gli USA, elaboratori del modello che l'UE ha voluto tardivamente imitare, sono il Paese che in assoluto ha investito di più nella formazione universitaria e nella ricerca, finalizzate ad accrescere la potenza economica. Ma a dispetto dell'immenso fiume di risorse e la finalizzazione spasmodica delle scienze alla produzione di brevetti e scoperte strumentali, i risultati sono stati irrisori. La grande ondata di nuovi posti di lavoro qualificati non si è verificata. Anzi, gli investimenti nel sapere hanno accompagnato un fenomeno dirompente: la distruzione della middle class. Per concludere con una apoteosi: gli USA, che hanno visto trionfare negli ultimi decenni nuove tecnoscienze come l'informatica e la genetica, hanno trascinato il mondo nella più grave crisi economico-finanziaria degli ultimi 80 anni.
Questa lezione storica ci dice che il sapere tecnoscientifico, da sé, interamente finalizzato alla crescita economica e senza un progetto equo e solidale di società, privo della luce della cultura critica, è destinato a fallire. Inseguire gli USA su questa strada è aberrante. La crisi in cui versa il mondo rivela l'erroneità irrimediabile di una strategia da cui bisogna uscire al più presto.
Per tale ragione, i firmatari del presente Manifesto indicano i punti programmatici cui dovrebbe ispirarsi un progetto di università che avvii la fuoriuscita dal modello liberistico di un'Europa ormai sull'orlo del collasso.
Occorre al più presto abolire il fallimentare sistema del 3+2 dall'organizzazione degli studi e ripristinare i precedenti Corsi di Laurea, prevedendo lauree brevi per le Facoltà che vogliono organizzarli.
Occorre abolire i crediti (i famigerati CFU) come criteri di valutazione degli esami. Il fatto che essi siano utilizzati anche nel resto d'Europa è una buona ragione per incominciare a scardinare il misero economicismo che è stato iniettato anche negli atenei del Vecchio Continente.
Occorre ripensare i criteri di valutazione che riguardano i saperi umanistici. Noi crediamo giusto che l'Università resti pubblica, sostenuta da risorse pubbliche. Una condizione che implica anche un controllo – certamente mediato, ma serio, non propagandistico – del buon uso delle risorse provenienti dal contributo fiscale di tutti i cittadini. Ma tale controllo deve riguardare soprattutto i Consigli di Amministrazione degli Atenei, che devono diventare assolutamente trasparenti, con adeguata pubblicità, nelle loro scelte e nei loro bilanci.
L’organo di autogoverno degli Atenei sul piano didattico e della ricerca non può essere comunque il CdA, ma il Senato Accademico, democraticamente eletto, in modo da rappresentare equamente tutte le discipline e tutte le figure di coloro che nell’Università lavorano e studiano.
Occorre ripristinare la figura del ricercatore a tempo indeterminato abolita dalla legge Gelmini. Occorre immediatamente dar vita a un meccanismo di rapido reclutamento di nuovi ricercatori, con liste nazionali di idoneità, che tengano conto della produzione scientifica, dell’esperienza maturata nell’attività didattica, nell’attività gestionale, e nell’organizzazione culturale: le Facoltà dovranno poter scegliere all’interno di quelle liste e chiamare liberamente gli idonei.
Ma è necessario al più presto bandire concorsi per la docenza in tutte le Facoltà. I docenti (compresi i ricercatori) italiani sono i più vecchi d'Europa e i numerosi pensionamenti hanno sguarnito gravemente tante Facoltà. Oggi si piangono ipocrite lacrime sulla disoccupazione della gioventù. Ma quale migliore occasione per il governo in carica di fornire risorse ai ricercatori senza lavoro, ai tanti giovani che passano dai dottorati ai master senza mai trovare un approdo, una istituzione in cui continuare studi e ricerche?
È infine necessario spendere le energie dei docenti per riorganizzare i saperi, il loro studio e la loro trasmissione nelle Università. La complessità sempre più interrelata del mondo vivente e della società ci impone un diverso modo di studiare, ci chiede un dialogo tra le discipline, una organizzazione degli studi che non esalti la solitaria eccellenza individuale, ma la cooperazione fra campi diversi della conoscenza, così come la società ci chiede la cura collettiva dei beni comuni.
15 gennaio 2012
Promotori: Piero Bevilacqua (Storia contemporanea, Sapienza, Roma), Angelo d’Orsi (Storia del pensiero politico, Università di Torino).
Per aderire scrivere qui: universitachevogliamo@gmail.com