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Il “Grigia”, al secolo Franco Berlanda, scomparso nei giorni scorsi a 99 anni a Torino, aveva una vocazione “maieutica,” accompagnata da grande semplicità, sul senso della vita. Il suo antifascismo non era fermo ai giorni in cui salì a Cogne in valle d’Aosta per formare una delle prime brigate partigiane del Piemonte: antifascismo per lui voleva dire libertà, studio, insegnare “il bello” delle città, difendendole dal degrado, dalle barbarie della speculazione.

Laureatosi in architettura, fu stimato docente all’Università di Venezia ed uno dei più autorevoli dirigenti dell’INU, l’Istituto Nazionale di Urbanistica con Astengo, Renacco, Guiducci. La battaglia sul nuovo Piano Regolatore di Torino e sul consumo dei suoli in generale (il rapporto tra metri cubi edificati ed aree libere o destinate a servizi per la collettività) la condusse con grande decisione ed entusiasmo non solo nelle sedi istituzionali ma nei quartieri, nei consigli di fabbrica, nelle scuole di ogni ordine e grado suscitando anche qualche ironica riserva nel fronte amico, dove qualche compagno di complemento lo definì “urbamastico, urbamistico”.

Il “Grigia” non era credente, ma aveva molta considerazione nei confronti delle “moltitudini” per farle crescere, sollecitandole a «istruirsi, istruirsi ed ancora istruirsi», per dirla con Antonio Gramsci. Il suo laicismo non mancava mai di vederlo schierato evangelicamente dalla parte degli ultimi.

il manifesto, 17 novembre 2017. È scomparso uno dei primi intellettuali che abbia riconosciuto e analizzato il nesso profondo tra lo sfruttamenti che il capitalismo compie sulle diverse risorse della societò e della Terra, dal lavoro alla persona umana alla natura

James O’Connor, nato nel 1930, professore emerito di sociologia ed economia alla University of Santa Cruz in California, è morto domenica scorsa 12 novembre 2017 nella sua casa di Santa Cruz. Accademico e studioso militante atipico e neo-marxista.

James O’Connor è stato da sempre impegnato nelle battaglie per la giustizia sociale nel mondo e per l’integrazione razziale negli Stati Uniti. O’Connor ha scritto testi fondamentali per la comprensione del capitalismo, essenziali per capire e combattere contro la catastrofe chiamata capitalismo. Il più famoso dei suoi moltissimi libri tradotti in tutto il mondo resta La Crisi fiscale dello Stato del 1973, ed.it. Einaudi 1979, prefato da Federico Caffè, dove ha analizzato la natura contraddittoria dello stato, che pretende di essere indipendente dal capitale (dalle classi dominanti), mentre invece ne serve gli interessi, senza svolgere la funzione di mediatore di tutti gli interessi in campo al fine di raggiungere il bene comune generale.

La pubblicazione della rivista Capitalism Nature Socialism (Cns), da lui fondata nel 1988 e diretta fino al 2003, quando ha passato il testimone per ragioni di salute, ha segnato una svolta importante nel suo pensiero e anche nel suo modo di definirsi marxista e neo-marxista nelle mutate condizioni internazionali.

«Nonostante l’ambientalismo costituisca uno dei più importanti movimenti sociali sia negli Stati Uniti sia negli altri paesi, e nonostante la crisi ecologica abbia ormai raggiunto il mondo intero, i marxisti e i socialisti hanno fatto finora pochi e deboli tentativi per dare una spiegazione teorica coerente di questi fatti», affermava O’Connor nel 1988, nella introduzione al primo numero della rivista statunitense, tradotta in Capitalismo Natura Socialismo n.1/1991.

È di questo periodo la formulazione della “seconda” contraddizione, quella tra capitale e natura, seconda rispetto alla prima, quella tra capitale e lavoro – seconda perché emerge dopo la prima in senso temporale, senza tuttavia sostituirla ("La seconda contraddizione del capitalismo: cause e conseguenze", Capitalismo Natura Socialismo n. 6/1992)

La rivista italiana, diretta allora da Valentino Parlato e da chi scrive, e pubblicata nei primi anni da una società de il manifesto, nacque nel 1991 nel contesto di un network di riviste di ecologia politica comprendente anche la Spagna (con Ecologia Politica diretta da Juan Martinez Alier e la Francia con Ecologie et Politique diretta da Jean Paul Deléage), legate dalla stessa lettura della crisi proposta da O’Connor. La rivista italiana ebbe successo agli inizi, perché la critica di O’Connor ai vari marxismi allora esistenti – non a Marx – interpretava quella dei comunisti “dissidenti” italiani di allora e di una parte degli ambientalisti, su tre grandi temi: primo, che la crisi ecologica è causa di crisi economica e sociale, verità scomoda e per questo ancora oggi totalmente rimossa da politici ed economisti mainstream; secondo, che le due crisi sono due facce della stessa medaglia, come oggi afferma Papa Francesco; terzo, che i movimenti sociali – ambientalisti, femministi, urbani e dei lavoratori – sono determinanti al fine di superare la crisi della democrazia rappresentativa nella fase della globalizzazione finanziaria.

Le idee e i valori per cui Jim O’Connor ha vissuto e lottato non si sono certo inverati, ma sicuramente il suo impegno ha contribuito a tenerli vivi, e questo è quello che conta.

Per me è stato un amico leale sin dal nostro incontro a New York, dove lui era già docente di labour economics al Barnard College della Columbia University, e io studentessa di economia.

Non ci siamo mai persi di vista, e la nostra amicizia si è consolidata nella costruzione della rete di Cns, con incontri anche frequenti in Europa e in California, specie nella prima fase di questa iniziativa editoriale.

È andata via Amalia Signorelli, l'antropologa che «si è inoltrata nel mondo "altro da noi" nel quale siamo tuttavia immersi e che quasi mai siamo in grado di comprendere e spiegare: gli immigrati, i subalterni (gramscianamente intesi) i discriminati nei rapporti di genere»

Percepire quanto potente sia la "compresenza dei vivi e dei morti" così ben argomentata da Aldo Capitini rende meno drammatico il nostro distacco da chi lascia questa terra e con ciò sembra sottrarci la ricchezza intellettuale, morale, emotiva con la quale ci ha alimentati.

In verità, la nostra vita è costantemente nutrita anche, o forse soprattutto, da chi "non c'è più"e che facciamo rivivere ogni volta che ascoltiamo una musica, guardiamo un'opera d'arte, leggiamo un libro importante avuto in dono – collettivamente- dal suo autore .

Come scienziati sociali, come studiosi di urbanistica e di culture urbane, siamo debitori ad Amalia Signorelli, che si spenta il 25 ottobre, di un patrimonio veramente importante di conoscenze e di strumenti metodologici con i quali leggere "l'esserci nel mondo", le sue trasformazioni, i conflitti sociali e culturali. Del suo maestro, il grande Ernesto De Martino, ci ha aiutato a capire la statura e a decifrarne i pensieri e lo stile, facendolo poi suo in modo autonomo e originale. E' così che ha saputo trasferire le categorie demartiniane nello studio delle dinamiche “indotte e condizionate dall'esistenza di uno spazio urbano costruito, dotato di certe capacità di costrizione e condizionamento dell'agire umano” (in Antropologia urbana, 1996:202).

Con la lente speciale del ben noto concetto di "crisi della presenza" Amalia Signorelli si è inoltrata nel mondo "altro da noi" nel quale siamo tuttavia immersi e che quasi mai siamo in grado di comprendere e spiegare: gli immigrati, i subalterni (gramscianamente intesi) i discriminati nei rapporti di genere.

Tenerissimo il suo gioire di fronte a Concettina, una delle contadine meridionali incontrate negli anni della sua ricerca antropologica sul tarantismo, che si rivolse a lei per chiederle di darle “la medicina per non comprare bambini”, la pillola anticoncezionale, e che Amalia ha interpretato come l'emergere di un'inedita volontà di un futuro “in cui l'eros non le fosse precluso dalla paura delle gravidanze a ripetizione”. E appassionata la sua vicinanza agli abitanti del centro storico di Pozzuoli "deportati"nel quartiere-ghetto di edilizia popolare di Monterusciello.

Ma la "comprensione" la vicinanza politica (quel rifiuto dello sfruttamento, del dominio, dell'alienazione come fatti inevitabili che hanno fatto di lei una donna coerentemente "di sinistra'") non ha impedito ad Amalia di ricercare con rigore scientifico le specificità e i connotati della cultura dei subalterni, della loro concezione dello spazio e delle loro relazioni con lo spazio, radicalmente e irrimediabilmente altre rispetto a quelle dei dominanti, a partire dai professionisti della progettazione urbana e architettonica.

Il suo importante saggio pubblicato sulla rivista "La ricerca Folklorica"(20, 1989) con l'eloquente titolo Spazio concreto e spazio astratto. Divario culturale e squilibrio di potere tra pianificatori e abitanti dei quartieri di edilizia popolare ha dato l'avvio ai successivi studi e scritti sulle città e sull'immigrazione che ci hanno proposto fino all'ultimo interpretazioni originali e decisamente controcorrente, anche rispetto a chi si sente parte della sinistra.

Nell'intervista di Simona Maggiorelli ripubblicata da Left il 25 ottobre, giorno della sua morte, Amalia parla della necessità di oltrepassare sia lo sterile razionalismo sia il decostruzionismo tutto emozionale per rintracciare quel filo rosso che collega tutti gli accadimenti della storia umana. Ma, aggiunge, se quel filo rosso non lo si riesce a trovare, “bisognerà costruirlo e costruirlo credibile”. Lei l'ha fatto e ora tocca a noi continuare.

«Sorriso e determinazione. E una voglia generosa di fare qualcosa per la sua città».

la Nuova Venezia, 13 luglio 2017 (m.p.r.)

Venezia. Sorriso e determinazione. E una voglia generosa di fare qualcosa per la sua città. Marina Zanazzo, 61 anni, ha smesso di soffrire. Se n'è andata lunedì sera, nel suo letto d'ospedale al Civile, dopo aver a lungo combattuto con la malattia. Era una persona di grande cultura, proprietaria-factotum di una piccola casa editrice, Il Fontego, che ha lasciato il segno nella società veneziana. Pubblicazioni coraggiose, quasi sempre controcorrente.

Libri di settore, urbanistica e storia di Venezia. E una piccola collana fortunata di libretti dal titolo Occhi aperti su Venezia. Blu per la storia e le curiosità veneziane, rossi quelli di inchiesta e denuncia. Tre euro in libreria, autori che scrivevano gratis, guadagni zero. Un'offerta culturale più che una operazione editoriale. «Si autofinanziano», diceva con orgoglio. Lei che cercava gli autori e li convinceva a dare il loro contributo. Correggeva le bozze, stampava e portava i pacchi nelle librerie. Il suo studio editoriale un magazzino nella storica Corte del Fontego, dietro campo Santa Margherita. Marina era una bella persona e una donna di carattere.
L'ho conosciuta quando, prima che le cronache se ne interessassero dal punto di vista giudiziario, mi aveva convinto a scrivere uno dei libretti sul Mose e le grandi opere. Scandali annunciati che poi scoppieranno dopo qualche mese. «Nel nome di Venezia, chiamiamolo così», aveva detto, migliorando in un attimo un titolo poco felice. «Perché nel nome di Venezia oggi tutto è permesso».
Amarezza e lucidità nel denunciare i tanti problemi di una città che sta perdendo l'anima. Testi raffinati, curati da Edoardo Salzano e Lidia Fersuoch, contributi di professori e intellettuali. Una collana che si era interrotta un paio d'anni fa quando i libretti non sono stati più autosufficienti e la crisi ha costretto a chiudere. I funerali si terranno domani alle 15 alla chiesa dei Carmini.
». l

a Repubblica Robinson, 18 giugno 2017 (c.m.c.)

Yona Friedman vive a Parigi, in una casa popolata di pupazzi, maschere, uccelli in legno che pendono dal soffitto, e dove per terra giacciono le sue installazioni confezionate con filo di ferro e legno flessibile.

Nel suo libro L’ordine complicato (Quodlibet, 2008), sembra esserci la chiave per capire come questo architetto novantaquattrenne, ebreo ungherese, professore in diverse università americane, concepisca il mestiere.

Un mestiere fatto di poche realizzazioni, molta creatività e molte riflessioni che hanno fatto di lui un guru. E molte sono le sue espressioni diventate celebri, come la “mobile architecture” o quelle consegnate ad altri suoi libri, da L’architettura della sopravvivenza (Bollati Boringhieri) all’ultimo, Tetti, che uscirà in Italia a luglio (Quodlibet). In Tetti, Friedman si misura con il tema a lui più caro: i modi per coinvolgere nell’architettura le persone che devono usufruirne e per rendere concreta la partecipazione, parola altrimenti avvolta in una cortina retorica.

A lui è dedicata una mostra che si apre il 23 giugno al Maxxi di Roma intitolata “Mobile Architecture, People’s Architecture” (a cura di Gong Yan ed Elena Motisi). Nella mostra, che si inaugura insieme a quelle sull’Italia di Zaha Hadid e sul Teatrino scientifico di Franco Purini e Laura Thermes, si ragionerà di questioni centrali nel lavoro di Friedman, il quale espone un adattamento della sua Ville Spatiale, una costruzione aerea che risale alla fine degli anni Cinquanta composta di abitazioni, strade e altre strutture progettate, appunto, da chi dovrebbe viverle. La mostra comprende bozzetti, installazioni, video e anche una sezione dedicata alla sua casa di Boulevard Garibaldi.

Friedman che cos’è l’architettura della sopravvivenza?
«L’idea nasce dalla ricerca del modo migliore per ridurre l’impatto negativo sull’ambiente di una costruzione, salvaguardando però un buon livello tecnologico e mantenendo i costi il più possibile bassi. È indispensabile riscoprire pratiche compatibili con un modo di vita più sobrio».

Lei ha raccontato di aver maturato quest’idea dalle esperienze della guerra, quando era partigiano in Ungheria, e del dopoguerra.
«Ho visto cosa sono la miseria, le coabitazioni forzate e l’importanza dell’aiuto reciproco. Ma la povertà è la condizione in cui vive oggi la maggior parte della popolazione mondiale. Negli anni Settanta ho visitato l’India e sono rimasto impressionato dalle tecniche di sopravvivenza negli insediamenti poveri della città. Ho imparato che il problema dell’abitare non è relativo alla casa ma ai mezzi di sussistenza. Il cibo e il tetto, insomma. Ho provato a sviluppare questa idea nei libri destinati ai giovani architetti occidentali».

Ma l’architettura contemporanea è orientata a incontrare i bisogni delle persone o solo di pochi privilegiati?
«La nostra attenzione deve essere destinata ai bisogni delle persone, in particolare di quelle più povere. Questo, almeno, è evidente per me, ed è evidente che questi bisogni non sono diversi in Europa come in Asia o in Africa».

Lei insiste per la partecipazione delle persone ai processi di costruzione. Ma concretamente questo come può avvenire?
«Il coinvolgimento degli abitanti sta in primo luogo nel lasciar decidere a loro quali problemi sono importanti. In secondo luogo, devono poter decidere quali tecniche sperimentare. E quindi occorre lasciarli fare e consigliare quando necessario. Ma la maggior parte degli architetti è gelosa del proprio ruolo e vuole mantenere lontano dalla progettazione chi abiterà l’edificio».

Come ha concepito l’idea della “Ville Spatiale”?
«Ho immaginato una situazione in cui le persone potessero progettare liberamente edifici a più piani senza imporre vincoli. Un modo per vedere come un’architettura pensata da chi deve abitarla alimenti l’improvvisazione».

E dove nasce la “mobile architecture”?
«È la base teorica della “Ville Spatiale” perché le scelte degli abitanti possono cambiare periodicamente. E dunque l’architettura deve essere flessibile, assecondando i bisogni che via via mutano».

Molti suoi colleghi vanno alla ricerca di effetti spettacolari. Cosa pensa delle “archistar”?
«Il termine “archistar” è esattamente l’opposto del mio mondo concettuale. Potremmo non escludere che gli architetti diventino artisti, ma l’architetto-artista è un equivoco. Io non penso che l’architettura come arte voglia dire realizzare su larga scala mediocri sculture. Gli architetti-artisti dovrebbero essere “scultori del vuoto”, perché l’architettura differisce dalla scultura in quanto la osservi dall’interno. E gli interni sono più importanti dell’esterno, perché è l’interno ad essere usato. L’esterno è solo il segno dello status sociale del proprietario».

Il grande pensatore liberale il quale «aprì un varco nella storia del pensiero economico attraverso cui passeranno prima le utopie dei cosiddetti socialisti ricardiani, poi la lucida anatomia del Capitale di Karl Marx, ed infine la critica di Piero Sraffa che scoprirà proprio in Ricardo le radici di un approccio all’economia radicalmente alternativo al pensiero unico liberista». il manifesto, 4 giugno 2017

Nella gelida Europa della Restaurazione, mentre l’ancien régime prova a soffocare la marea populista – così la chiamerebbero oggi – scatenata dalla Rivoluzione Francese, viene alle stampe nel cuore di Londra un’opera a suo modo sconvolgente, i Principi di Economia Politica di David Ricardo.

Era il 19 aprile 1817. «Il sistema di Ricardo è un sistema di discordie che tende a generare ostilità tra le classi sociali e tra le nazioni» tuonerà nel 1848 l’economista americano Carey, che denuncia Ricardo come il padre del comunismo ed il suo libro come «un vero e proprio manuale del demagogo, che punta al potere attraverso ruralismo, guerre e saccheggi». Ma come ha potuto un ricco borghese liberale, quale Ricardo era, farsi alfiere della lotta di classe?

Il carattere intimamente “sovversivo” dei Principi, colto da Carey, risiede nella particolare spiegazione che Ricardo elabora della divisione del prodotto sociale tra le diverse classi, una formula che rappresenta la distribuzione del reddito come un conflitto tra le classi sociali per la spartizione di un prodotto dato.

Il «grande significato di Ricardo per la scienza», afferma Marx, sta proprio nell’aver spinto l’analisi oltre la superficie delle apparenze fino a svelare la «effettiva fisiologia della società borghese». Alla superficie del sistema economico possiamo vedere solo i prezzi delle merci, che ci offrono un’immagine opaca delle relazioni economiche sottostanti: le classi sociali si contendono infatti le quote di un prodotto il cui prezzo varia con la suddivisione stessa, cosicché appare possibile immaginare che gli interessi di capitalisti, lavoratori e proprietari terrieri possano convergere intorno all’obiettivo comune della crescita, una crescita capace di accontentare tutti – alimentando contemporaneamente profitti, salari e rendite.

Nelle parole ironiche di Marx, «se poi per caso si viene alle mani, come risultato finale di questa concorrenza tra terra, capitale e lavoro si avrà che, mentre essi litigavano sulla ripartizione, hanno totalmente accresciuto con la loro rivalità il valore del prodotto, a ognuno ne tocca una fetta più grande, cosicché la loro concorrenza stessa non appare che come la stimolante espressione della loro armonia».

Questo suggeriva l’allora indiscussa teoria del valore di Adam Smith, e questo ripetevano gli economisti conservatori come il reverendo Malthus, impegnati ieri come oggi a difendere gli interessi dell’establishment attraverso una narrazione che li descrive come interessi generali e non particolari: se esiste un bene comune (la crescita), il conflitto di classe appare come un elemento deleterio per la società nel suo complesso, perché impedisce la cooperazione pacifica tra le sue diverse componenti.

All’epoca di Ricardo, l’establishment era rappresentato dai grandi proprietari terrieri, ma una borghesia capitalistica in ascesa stava conquistando sempre maggiore potere economico e politico. Sarà il conflitto tra queste due classi a scatenare il dibattito scientifico tra Ricardo e Malthus, dibattito che sfocerà nella redazione dei Principi.

Malthus stava conducendo una battaglia in difesa dei dazi sulle importazioni di cereali, che avrebbero mantenuto elevato il prezzo dei principali prodotti agricoli (eredità delle guerre napoleoniche) garantendo così ampi guadagni alle rendite.N ella narrazione di Malthus, neanche a dirlo, tutti avrebbero usufruito dei guadagni derivanti dai dazi perché, argomentava il reverendo, i maggiori consumi dei proprietari terrieri avrebbero a loro volta arricchito l’intera società.

Le opere di Ricardo formano la punta di diamante della reazione suscitata da Malthus nella fiorente borghesia capitalistica: quando la rendita cresce sotto la spinta dei prezzi dei cereali, i profitti devono necessariamente ridursi perché cresce il valore monetario dei salari che i capitalisti devono corrispondere ai lavoratori.

Chiave di volta del ragionamento di Ricardo è la relazione inversa tra i salari e profitti: dal momento che i lavoratori consumano quanto appena sufficiente alla loro sussistenza, il maggiore prezzo dei prodotti agricoli si trasferirà interamente sui salari facendoli crescere proporzionalmente, e quindi i profitti riceveranno una quota minore del prodotto.

Questa rappresentazione plastica delle relazioni tra le classi sociali mette a nudo il contenuto puramente politico del problema, svelando gli interessi particolari dei proprietari terrieri nel mantenimento dei dazi.

Nonostante avesse dimostrato la sua superiorità sul campo delle idee, Ricardo perderà la sua battaglia politica con Malthus: i dazi e gli altri principali privilegi dell’aristocrazia terriera inglese resisteranno per oltre trent’anni agli attacchi della borghesia capitalistica inglese.

Tuttavia, l’eredità di Ricardo andrà ben al di là del suo tempo, travalicando persino gli interessi della classe sociale a cui l’autore dei Principi apparteneva. Una volta strappato il potere all’aristocrazia terriera, infatti, la borghesia sarà chiamata in causa dal nascente proletariato, le cui aspirazioni troveranno una legittimazione e una spinta proprio in quello stesso paradigma teorico che aveva aperto la strada all’abbattimento dell’ ancien régime.

Nei fatti, le pagine scritte da Ricardo duecento anni fa aprono un varco nella storia del pensiero economico attraverso cui passeranno prima le utopie dei cosiddetti socialisti ricardiani, destinate ad infrangersi sulle barricate del ’48 sotto i colpi della repressione, poi la lucida anatomia del Capitale di Karl Marx, che ispirerà l’assalto al cielo dei bolscevichi (altro e più noto ’17) ed infine la critica dell’economia politica di Piero Sraffa, il fraterno amico di Gramsci che scoprirà proprio in Ricardo le radici di un approccio all’economia «sommerso e dimenticato», forse proprio perché radicalmente alternativo al pensiero unico liberista.

Possiamo ora comprendere i timori di Carey, secondo il quale «le opere di Ricardo sono un arsenale per anarchici e socialisti, per tutti i nemici dell’ordine borghese». Un arsenale di cui ignoriamo il potenziale ogni volta che rinunciamo ad interpretare l’economia a partire dal conflitto di classe che anima la nostra società, fuori dalla retorica pacificante del bene comune.

«È possibile e ha senso raccontare ai ragazzi di oggi Barbiana? In che misura è lecito educare alla trasgressione di leggi ritenute ingiuste? E in che modo?».

comune.info, 2 giugno 2017 (c.m.c.)



Fabrizio Silei e Simone Massi Il maestro Orecchio Acerbo editore, Roma 2017, p.48, € 15

È possibile e ha senso raccontare ai ragazzi di oggi la scuola di don Milani? Ci provano Simone Massi e Fabrizio Silei, in un libro che trovo utile e bello. Ho nominato l’illustratore per primo perché il segno che caratterizza Il maestro, edito da Orecchio Acerbo, arriva in primo luogo dalle immagini graffiate di Massi. Quelle pagine inchiostrate col nero delle vecchie serigrafie evocano un tempo lontanissimo dal nostro. Sono passati solo cinquant’anni, ma chi ricorda le case contadine senza bagno e luce elettrica, a cui si arrivava solo camminando per sentieri o strade bianche? Quali ragazzi possono immaginare quel buio e quella povertà, se non arrivano dal sud del mondo?

“La scuola sarà sempre meglio della merda”, disse Lucio che aveva trentasei vacche nella stalla. Non si può comprendere nulla della radicalità di quella proposta educativa – che prevedeva dieci ore di scuola 365 giorni l’anno – se non si considera che l’alternativa era passare lo stesso tempo a spalare nelle stalle e a faticare con gli animali.

Fabrizio Silei racconta la scuola di Barbiana dal punto di vista di un ragazzo che non ci voleva andare e che vi fu trascinato dal padre analfabeta, offeso per come lo aveva ingannato e irriso il suo padrone. Il suo è un avvicinamento lento e guardingo al “prete matto”, come lo fu certamente quello di molti contadini del Mugello, sorpresi dalla presenza in parrocchia di quella meteora incandescente. Con scrittura piana e non retorica incontriamo l’amore di Lorenzo Milani per la parola che fa uguali e la pratica del leggere il giornale insieme, con attenzione, in ogni sua parte.

Edoardo Martinelli ha di recente raccontato a un gruppo di insegnanti come si imparava la storia lassù, confrontando le posizioni del Saitta con quelle dello storico inglese Mack Smith, e i due testi con le testimonianze orali dei genitori contadini che raccontavano l’orrore delle trincee della prima guerra mondiale. È quel modo di ricostruire la storia, confrontando posizioni diverse, che fornì a quei ragazzi gli strumenti per ragionare sulla lettera dei cappellani militari contro l’obiezione di coscienza.

Viene così evocato un nodo bruciante della relazione educativa: in che misura è lecito educare alla trasgressione di leggi ritenute ingiuste? E in che modo? «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è obbedirla», sostiene il Priore.

«Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sostengono il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. (…) E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede».

Lorenzo Milani fu condannato e per arrivare alla legge che permette l’obiezione di coscienza al servizio militare ci vollero anni. Ma quella conquista la dobbiamo a lui e a testimoni persuasi come lui. È figlia di un maestro capace di insegnare con l’esempio ad avere coraggio, convinto che i ragazzi «bisogna che si sentano ognuno responsabile di tutto».

». il manifesto, 26 maggio 2017 (c.m.c.)

Negli ultimi mesi il nome di don Milani è risuonato in maniera quasi ossessiva sui principali canali d’informazione nazionale. Polemiche spesso vuote o comunque pretestuose, ma anche contributi di grande qualità e rilevanza, come l’opera omnia pubblicata in due tomi nella collana dei Meridiani di Mondadori e diretta da Alberto Melloni, a cui hanno collaborato Anna Carfora, Valentina Orlando, Federico Ruozzi, e Sergio Tanzarella. A quest’ultimo, docente di Storia della Chiesa presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, dobbiamo anche la pubblicazione del libro Lettera ai cappellani militari. Lettera ai giudici (Il Pozzo di Giacobbe, pp. 168, euro 14.90). Si tratta di due testi particolarmente importanti nella produzione di Milani, Tanzarella li inserisce nel loro contesto storico e nella biografia del prete di Barbiana.

Nel primo dei due testi sono parole scritte quasi a caldo, dopo la lettura insieme ai suoi ragazzi del «comunicato stampa» pubblicato dai cappellani militari in congedo della regione Toscana. A Milani quell’accusa di viltà rivolta ai giovani obiettori che hanno pagato con il carcere la scelta di rifiutare la divisa è risultata intollerabile, soprattutto per la sua provenienza clerico-militare, quasi un simbolo del sistema di potere. Da qui la decisione di impegnare la sua scuola nella preparazione di un documento collettivo che viene inviato a più di 800 quotidiani.

Come è noto, la lettera ruota attorno al problema del diritto alla disobbedienza alla leva, ma il ragionamento si snoda in più direzioni che toccano alcuni nervi scoperti: la legittimità di un potere ingiusto, la possibilità stessa della guerra nell’età atomica, e poi l’utilizzo strumentale che è stato fatto dell’idea di patria per mobilitare le masse in difesa delle oligarchie. Milani propone quindi un excursus storico – dalle guerre risorgimentali, passando l’«inutile strage» del ’15-‘18 e le imprese fasciste – che individua nella Resistenza l’unica «guerra giusta», cioè «non di offesa delle altrui Patrie, ma di difesa della nostra», una guerra particolarmente significativa perché combattuta da un esercito che aveva disobbedito. Quindi entra nel merito dell’attualità italiana, uno dei pochi paesi cui l’obiezione rimane ancora reato grave.

In questo clima la decisione del settimanale comunista «Rinascita» – di cui è vice-direttore responsabile Luca Pavolini – di pubblicare la lettera fa esplodere il caso. Milani e Pavolini vengono denunciati da un gruppo di ex-combattenti per apologia di reato e istigazione a delinquere. Come emerge in maniera chiara dalla ricostruzione del curatore, l’arcivescovo di Firenze Florit non si mostra certo solidale e a Barbiana arrivano anche vere e proprie lettere di ingiuria e di minaccia (spalleggiate dalla campagna denigratoria della stampa fascista).

Esprimono vicinanza invece personalità di rilievo quali Giorgio La Pira e soprattutto Aldo Capitini, teorico della nonviolenza e organizzatore nel 1961 della prima marcia Perugia-Assisi, che decide di attivare una rete di solidarietà. Grazie alla ricerca di Tanzarella, fondata su una serie di fonti inedite (comprese, in particolare, le fonti processuali) sappiamo che Milani si era rivolto anche al giurista Arturo Carlo Jemolo e a Giorgio Peyrot, responsabile legale della Tavola Valdese a Roma, che lo avrebbero aiutato a organizzare la strategia difensiva. Il risultato sarà quella Lettera ai giudici che Milani, ormai gravemente ammalato, fa pervenire al Tribunale e distribuisce alla stampa nazionale.

È una testimonianza alta di moralità educativa (e sacerdotale), una lezione sulla disobbedienza civile che mette in discussione il potere di giudicare chi si batte per una legge giusta, chi si fa precursore dei tempi annunciati dalla trasformazione italiana, dal Concilio Vaticano II, ma non ancora recepiti dalla legge.

Dopo che i processi di Norimberga e Gerusalemme hanno sancito il dovere alla disobbedienza contro i crimini della guerra – scrive Milani – «condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li ha comandati». Sulla base della tradizione della Chiesa sul primato della legge di Dio, della Pacem in terris e, soprattutto, della Gaudium et spes, che ha riconosciuto le ragioni degli obbiettori e invitato il legislatore a tenerne conto, Milani difende poi la propria ortodossia e rilancia la battaglia sul duplice piano della riforma della Chiesa e della società, chiamata a tenere fede a quell’art. 11 della Costituzione che utilizza in maniera quasi profetica il verbo «ripudiare».

L’autore dichiara di non voler scendere sul piano delle disquisizioni dottrinali, ma nei fatti propone una revisione profonda in piena sintonia con quei padri conciliari che hanno dichiarato ingiustificabile la guerra nucleare.

Sul terreno politico e giuridico si muove invece la condanna di quell’accusa di viltà che, in virtù delle ricerche di Peyrot (ora ricostruite da Tanzarella), Milani può dichiarare estranea allo stesso linguaggio dei tribunali militari e dunque irricevibile. Il Tribunale gli darà ragione, ma la sentenza verrà ribaltata in Appello che condannerà Pavolini, ma non il parroco di Barbiana, deceduto il 26 giugno 1967.Il successivo ricorso in Cassazione porterà all’annullamento della sentenza di condanna perché il reato contestato era stato estinto dall’amnistia del 3 giugno 1966.

Nelle ultime battute della sua ricostruzione, Tanzarella ricorda la breve introduzione scritta da Milani, ma pubblicata in forma anonima, all’edizione delle due lettere del 1965 uscita con il titolo Il dovere di non obbedire. Questa scelta era presentata come più consona a «esprimere meglio le tesi fondamentali di queste pagine»: a più di cinquant’anni di distanza, e con alle spalle l’approvazione della legge Marcora del 1972 sull’obiezione, le lotte della Lega degli obiettori e la legge del 1998, gli interventi del magistero contro «le guerre umanitarie» e i passi avanti del diritto internazionale, possiamo pienamente dargli ragione e continuare a leggere le due lettere con lo sguardo rivolto al nostro presente di guerra e ai conflitti del futuro.

ia». la Repubblica, 23 maggio 2017

Per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo Paese». Così Giovanni Falcone rispose in tv a una ragazza che gli chiedeva: «In Sicilia si muore perché si è lasciati soli. Giacché lei fortunatamente è ancora tra noi, chi la protegge? ». Erano i giorni in cui girava voce che l’attentato all’Addaura (fu trovata una borsa di tritolo sulla scogliera davanti alla sua casa al mare) lo avesse organizzato da solo per fare carriera, perché la mafia non sbaglia, se vuole uccidere uccide.

A ogni commemorazione della strage di Capaci, non posso fare a meno di ricordare che allora come oggi la grammatica comunicativa è la stessa, se non peggiore: solo sui cadaveri gli italiani riescono a esprimere una solidarietà e un’empatia disinteressate.
A chi si preoccupava perché fumasse troppo, Falcone rispondeva: «Non mi uccideranno le sigarette». Sembra un dettaglio futile, ma la storia di Giovanni Falcone dobbiamo raccontarla, per conoscerla davvero, seguendo percorsi laterali, unendo i puntini dei dettagli futili. E dettagli futili sono il veleno quotidiano e le accuse che a Falcone venivano rivolte da colleghi magistrati e da giornalisti per come lavorava e comunicava. Falcone innovatore del diritto, Falcone magistrato che dava una solidità tale alle sue inchieste da superare la più difficile delle prove, la verifica dibattimentale, possedeva doti preziose ma solo in astratto. Per queste doti - innovazione e rigore - Falcone in vita fu considerato magistrato poco ortodosso e insabbiatore. Odiato, ostacolato, disprezzato, esposto alla pubblica disapprovazione e isolato e non, come la storiografia ufficiale ci tramanda, apprezzato, rispettato, appoggiato. Questo è il torto più imperdonabile che si possa fare alla memoria di Falcone, perpetrare la menzogna di un talento riconosciuto, di un magistrato che ha lavorato con il sostegno dei colleghi e dell’opinione pubblica. Queste mie parole suoneranno odiose e vogliono esserlo perché per capire il Paese che siamo, dobbiamo sapere che Paese eravamo. E per capire che Paese eravamo dobbiamo studiare ciò che è stato fatto a Falcone in vita.
Potrebbe sembrare, a un giovane lettore, che Falcone sia stato l’uomo giusto, rappresentante dell’Italia perbene, ucciso dagli uomini ingiusti, rappresentanti dell’Italia corrotta. Non è così. La sintesi di ciò che Falcone ha dovuto subire l’ha fatta, a dieci anni da Capaci, Ilda Boccassini, il magistrato che forse più di tutti ha ereditato il suo metodo investigativo: «Non c’è stato uomo in Italia che abbia accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia sia stata tradita con più determinazione e malignità». Bocciato come consigliere istruttore, come procuratore di Palermo, come candidato al Csm, e - continua Boccassini - sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso.
Uno dei motori principali dell’ostilità continua verso Falcone è stato il meno citato in questi anni ed è il più abietto dei sentimenti: l’invidia. Non sembri un’esagerazione, non è una mia idea, perché questa parola - invidia - è nero su bianco in una sentenza della Corte di Cassazione nell’ambito del processo per l’attentato dell’Addaura: “Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia”. Ma come si poteva invidiare un uomo che era un obiettivo tanto esposto? Si poteva eccome, non riuscendo a eguagliare il suo rigore e il suo talento, si arrivava a detestarlo, a cercare di ostacolarlo. E soprattutto risultava insopportabile a una parte importante del giornalismo e della magistratura che lui avesse l’ambizione di raggiungere ruoli di vertice per trasformare la realtà. Meglio farlo passare per un ambizioso affamato di potere e di pubblicità.
Sapete come lo attaccavano? Esattamente con le stesse parole con cui oggi gli haters riempirebbero i social. Falcon Crest, il giudice abbronzato, il guitto televisivo, l’amico dei socialisti, l’uomo che usa la mafia a favore delle telecamere. Sino alle insinuazioni “se è in vita è perché lo ha permesso Cosa Nostra” ai cui affiliati viene così attribuito potere assoluto di vita e di morte. Una sorta di omaggio, più o meno inconsapevole, alla mafia da chi credeva, diceva o fingeva di volerla combattere. E Falcone, che abbiamo visto rispondere in televisione, non riusciva fino in fondo a credere possibile di doversi scusare per essere ancora in vita.
Giovanni Bianconi, nel suo libro L’assedio, mette in fila tutte le vili accuse e le diffamazioni possibili di cui Falcone fu oggetto e parla di una vita passata a combattere la mafia e a difendersi da tutto il resto. Falcone aveva contro i mafiosi, chi non riusciva come lui a combattere i mafiosi, e chi stava a guardare come una corrida chi vincesse tra lui e la mafia. E Cosa Nostra era lì a osservare il progressivo isolamento, ad aspettare il momento giusto per colpire. Falcone viene ucciso da direttore degli Affari Penali, mentre lavora a Roma alla costruzione della Superprocura voluta da Martelli. Quando Cosa Nostra decide di eliminarlo, manda un commando nella Capitale che sarà definito simbolicamente la Supercosa, nata per contrastare la Superprocura. Ma Bianconi scrive che Falcone a Roma è tranquillo e all’inquietudine di un amico che si preoccupa per lui risponde: «Qui sono libero di fare quasi la vita che voglio, non rischio nulla. È in Sicilia che sono un morto che cammina».
Falcone prima e Borsellino poi sapevano di avere il destino segnato, eppure non si sottrassero alla morte. Ma dobbiamo leggere e interpretare il loro martirio sapendo che non era possibile fare marcia indietro dopo tutto il sangue versato. Erano morti colleghi magistrati, poliziotti, nascondersi non si poteva, cambiare vita era troppo tardi. E allo stesso tempo, pensare a Falcone e Borsellino come due uomini rassegnati alla morte significa non comprendere fino in fondo il valore del loro sacrificio. Giovanni Falcone voleva vivere. Paolo Borsellino voleva vivere. Nessuna vocazione da parte loro al martirio, tutt’altro.
Mi capita di paragonarli a Giordano Bruno perché anche Bruno voleva vivere e quindi credendo di potersi salvare decise di abiurare. Bruno abiura più d’una volta, ma all’inquisizione non basta che taccia, che ometta, che ragioni da filosofo. L’inquisizione vuole delegittimare quello che ha scritto, verità etiche che l’uomo non può negare perché se le negasse smetterebbero di esistere. Non si tratta di negare il moto della Terra che è un dato fisico e, per quanto lo si neghi, vero. Negare verità etiche significa cancellarle. Nel teatro dell’inquisizione Bruno ha creduto di poter recitare la parte di colui che si pente, fino a quando non capisce che la posta in gioco è troppo alta, molto più alta della sua stessa vita. Anche Falcone e Borsellino sono stati costretti a difendere la verità del loro lavoro con il sacrificio, un sacrificio che non poteva essere pubblicamente rivendicato perché adesso come venticinque anni fa la delegittimazione è percepita come autentica, più autentica di ogni legittima difesa. Buonisti li chiamerebbero oggi, di quelli che senza prove certe non lanciano dardi, nemmeno contro un nemico infame come la mafia.
Falcone e Borsellino insieme a pochi, pochissimi altri, hanno combattuto contro il più feroce dei nemici sapendo che a loro non era concessa alcuna scorciatoia; sapendo che per quanto il loro nemico fosse disonesto, scorretto e potente potevano contrastarlo con una sola arma: il diritto. Solo il diritto era garanzia, solo attraverso quello si sarebbe evitato di ledere i diritti di tutti. Una grande lezione per noi oggi, che vediamo quotidianamente farne strame da chi considera il fine superiore a qualunque mezzo e il diritto un ostacolo da spazzare via.

Articoli di Filippo Ceccarelli ,Simonetta Fiori, Rossana Rossanda, Luciana Castellina.

la Repubblica il manifesto 3 aprile 2017

la Repubblica
MORIREMO COMUNISTI

di Filippo Ceccarelli

«Addio a Valentino Parlato il sorriso di un eretico tra politica e giornalismo
I suoi titoli erano piccoli grandi capolavori di sarcasmo»

È già difficile guadagnarsi il titolo di Maestro, ma nel caso del giornalismo, entità quant’altre mai opinabile e relativa, è quasi impossibile. Sennonché, per qualche misteriosa legge dei simili si può pensare — forse! — che solo un giornalista tanto più appassionato quanto più scettico potrebbe meritarsi tale dignità.

Ebbene: a sentirselo tributare, per prima cosa si sarebbe acceso una sigaretta, in silenzio. Fumava sempre, infatti, e non solo a getto continuo, ma con mite allegria qualche anno fa aveva addirittura pubblicato per i libri del Manifesto una guida,Segnali di fumo appunto, sui locali di Roma e Milano in cui era ancora consentito spipacchiare in libertà.

Quindi, aggiustandosi gli occhiali sulla fronte, da dietro la sua monumentale Olivetti 98, Valentino Parlato, Maestro di Giornalismo con doppia maiuscola, avrebbe probabilmente accolto l’onore con un sorriso dei suoi, tipici di chi considera un dovere morale non prendersi mai troppo sul serio.

Ieri se n’è andato, a 86 anni, fra gli ultimi della vecchia guardia del manifesto, “quotidiano comunista”. Il 9 aprile scorso, nel suo estremo articolo, ancora una volta aveva scritto che bisognava sforzarsi di capire questo tempo: «Sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà». Domenica aveva votato alle primarie del Pd. Ma nel novero delle sue numerose virtù si fatica a collocare Parlato nell’ambito dell’impegno politico o dell’ideologia. O meglio. Più che come coscienza critica della sinistra o eretico del comunismo vale oggi ricordarlo per le sorprendenti argomentazioni, il dono magico della sintesi e le risorse del secco periodare, il ritmo e la chiarezza del linguaggio, la cultura mai esibita e il guizzo fantastico che spesso faceva dei titoli di prima pagina piccoli, grandi capolavori di spirito polemico, elegante sarcasmo e perfino poesia.

Si può aggiungere un’inguaribile curiosità, anche a livello umano, e quel tratto di garbato distacco dalle mode che riportano più alla persona che al mestiere. Ma in lui l’intreccio appariva in realtà indissolubile: nei commenti calibrati, nella memoria, nei ricordi dispensati dietro il tavolo di qualche convegno come nelle chiacchiere davanti al bancone del Caffè delle Antille, al di là di via Tomacelli, la prima e indimenticata sede del quotidiano.

Una «bella e lunga vita», parole sue, «una storia difficile e faticosa». Valentino era nato in Libia, da genitori siciliani, e laggiù, nell’adolescenza, aveva aperto lo sguardo, generosamente, sulla miseria e le ingiustizie del colonialismo. Fino a farsi comunista e a lottare per l’indipendenza di quella gente; fino a quando, appena ventenne, nel 1951, l’amministrazione britannica non lo aveva caricato a forza su una nave e rispedito in Italia. Qui, come pure succedeva, fu “adottato” dal Pci, debitamente istruito e indirizzato verso studi economici. Per un po’ lavorò in Puglia con Alfredo Reichlin; quindi a Botteghe Oscure, nella Sezione Economia, allora dominata dalla tonitruonante figura di “Giorgione” Amendola, forse l’unico esponente del Pci, antenato della futura destra migliorista, capace di seminare dubbi e polemiche nel campo avversario.

Per sua natura indipendente, e anzi a suo modo incline agli ossimori, in tarda età si riconobbe nella definizione (datagli da Paolo Franchi) di “amendoliano di sinistra”. Ma l’ardua collocazione non dispensò il giovane Valentino dall’aderire alla corrente o frazione di sinistra che, inizialmente con l’avallo di Ingrao, diede vita al Manifesto- rivista; né poi, nel 1969, si salvò dal conseguente repulisti che lo costrinse ad abbandonare la redazione di Rinascita — «anche se — ricordava in lieta serenità — mi diedero anche la liquidazione ».

Dopo di che, insieme con Pintor, Rossanda e Castellina, divenne uno dei motori del nuovo, austero, elegante, elitario e “solitario”, come preferiva lui, quotidiano. Inutile dire che furono anni di straordinaria intensità, non solo professionale. Idee, articoli, amori, rivalità professionali, scontri generazionali, infinite discussioni, ma pure inusitati, apparentemente, pellegrinaggi in redazione, da Jane Fonda a Ciriaco De Mita.

Molti in effetti apprezzavano la libertà di giudizio di quelle pagine quasi sempre estranee ai giochi del potere e alle scorribande della finanza, animate com’erano da una passione insieme infuocata e rarefatta. Ma c’è da dire che pochi altri giornalisti, per giunta tra quanti si ostinavano a dirsi comunisti, riuscirono come Parlato a ottenere la stima e in certi casi l’amicizia di figure assai diverse fra loro e comunque ben lontane dal mondo e dai precetti del Manifesto: Cesare Romiti, il cardinal Silvestrini, Guido Rossi, Enrico Cuccia, Cesare Geronzi, senza dimenticare il Colonnello Gheddafi che, da nativo libico, Valentino sempre volle considerare — e ha fatto in tempo ad aver ragione — una soluzione di necessaria stabilità.

Inutile anche ricordare che dalla seconda metà degli anni 80 la vita del Manifesto, modello pressoché unico di giornale senza padrone e/o padroni, cominciò a farsi difficile, ma che poi continuamente, disperatamente, tra una sottoscrizione e l’altra, entrò in gioco la sua stessa sopravvivenza.
E qui Valentino, per l’assenza di pregiudizi vissuto come una sorta di ambasciatore in partibus infidelium, dovette dare fondo ai suoi rapporti, da Grauso a Tanzi, da Craxi a Capitalia. In buona sostanza si trattava di prestiti, fideiussioni, finanziamenti e altre trovate finanziarie; quanto insomma era indispensabile per scongiurare la chiusura definitiva di un’esperienza che aveva occupato l’intera sua vita e per la quale, sempre con quella grazia intelligente e quell’onesta simpatia che tutti gli riconoscevano, non esitò a spendersi nelle forme più discrete e laboriose, senza che mai facesse capolino un qualche tornaconto, meno che meno di natura personale.
Perché tanti sono i modi di essere maestri, ma al dunque i migliori sono sempre quelli che pensano agli altri.

La camera ardente sarà allestita a Roma nella Protomoteca del Campidoglio alle ore 15. Mentre la cerimonia funebre si svolgerà alle 18


la Repubblica
ROSSANA ROSSANDA
«CI HA SALVATO DALLA CHIUSURA
SU DI LUI SI POTEVA CONTARE»
di Simonetta Fiori

«Il ricordo della compagna di lotte: "Aveva grandi competenze economiche e sapeva andare d’accordo con tutti"»

«Ci saremmo dovuti vedere da me a Parigi giovedì. È stato un attacco improvviso, fulminante». Rossana Rossanda ricorda l’amico Valentino. Procede a fatica, ha appena terminato di scrivere un articolo per il Manifesto ed è molto stanca. Però si sforza, mossa da quella forza che solo i sentimenti possono dare.

Quando vi siete sentiti l’ultima volta?
«La settima a scorsa. Abbiamo commentato i risultati dell’elezione francese. Ma con Valentino non si parlava solo dei destini del mondo».

Parlavate anche di voi.

«Sì, si preoccupava per me. Anche nell’ultima telefonata mi ha chiesto se mi occorressero dei libri o altre cose».

L’umore com’era?
«Non buono. Era malandato. Non si sentiva più di scrivere, di partecipare alla vita politica. E questo lo rendeva infelice».

Però domenica ha votato alle primarie del Pd.
«Non lo sapevo. Spero non abbia votato Renzi, che io detesto».

Da quanti anni vi conoscevate?
«Dal 1966, da più di cinquant’anni. Io ero responsabile della commissione Cultura dentro il Pci, Valentino lavorava a Rinascita e faceva parte della commissione economica».

Tre anni dopo avete dato vita al “Manifesto”. E nel novembre di quello stesso anno foste tutti espulsi dal Partito.
«Sì, ma con le buone maniere. Nessuno gridò al “traditore” o al “serpente viscido”».

Ricorda Valentino in quei frangenti?
«No, ero troppo concentrata sul mio malumore».

Quando rievocava la storia del Manifesto, Parlato si distingueva per umiltà. Diceva di essere «il più modesto», quasi «una figura di secondo piano».
«No, la verità è che era molto più generoso di noi. Io sono dura e cattiva, Valentino buono e ben disposto».

Lui diceva che intellettualmente era lei la più attrezzata.
«Non si può dire questo. Nel campo della cultura economica ne sapeva molto più di noi. Era amico di Federico Caffè. E quando usciva la relazione annuale della Banca d’Italia era lui a spiegarci le cose. Io forse ero più versata nelle scienze umanistiche mentre Luigi Pintor era un giornalista magnifico, l’eccellenza ».

Con Lucio Magri non si prendevano molto. Una volta la spiegò così: «Lucio era raziocinante e incline alla teoria, io un arrangista fatalista. Due modi diversi di stare al mondo».
«Arrangista? Forse perché cercava di andare d’accordo con personalità complesse, un compito non facile. Fatalista perché preferiva evitare gli scontri cruenti. Su Valentino si poteva sempre contare».

Si fece carico della direzione del Manifesto in vari passaggi.
«E io lo affiancai in momenti diversi. Più che un giornale eravamo un gruppo di amici legato da passioni grandi. E questo è stato anche il nostro limite».

Perché un limite?
«Perché per durare nel tempo si ha bisogno di una struttura organizzata e gerarchizzata. Mi ricordo una volta che Luigi provò a mandare una lettera con una specie di ordine di servizio: bisognava stare al giornale entro una certa ora, etc etc. La redazione organizzò una manifestazione di protesta. Era nel clima di quegli anni, al principio dei Settanta: non erano ammesse le regole. Ma un giornale così non funziona facilmente».

Qual è stato il ruolo di Parlato nella storia del Manifesto?
«Fondamentale. Si è sempre occupato della gestione economica. È stato quello che ci ha salvato quando incombeva la minaccia della chiusura. Valentino è riuscito sempre a cavarsela ».

Com’erano i suoi rapporti con Pintor dentro il giornale?
«Personalità diverse, ma in sintonia. Erano entrambi convinti che prima di scrivere un articolo occorresse avere in mente un titolo. Poi l’articolo sarebbe venuto da sé. Io non ero d’accordo. E non mi sognavo di anteporre il titolo all’articolo».

Anche Pintor non aveva un carattere facile.
«Sì, Luigi e io eravamo più spigolosi. Anche nel rapporto con i collaboratori. Quando Umberto Eco cominciò a scrivere per noi, Luigi ne era come infastidito e lo mise nelle condizioni di andarsene. Valentino non l’avrebbe mai mandato via».

Un tratto che vi accomunava – ha scritto Parlato - era l’antidogmatismo. Lo stesso che vi infondeva «non solo il coraggio ma anche il gusto di dire no».
«Venendo tutti dal Pci, non poteva essere diversamente. E comunque fare per tanti anni un giornale quotidiano, senza una lira, senza un editore e senza un partito alle spalle, è stata un’impresa pazzesca. E questo ci ha resi compagni di vita, oltre che di lavoro».

Lui si è sempre ritratto come uno scettico.
«Ma era un modo di apparire più che di essere. Sicuramente era molto ironico. Ma un gruppo di scettici non avrebbe mai vissuto la nostra esperienza».

Non si perdonava il suicidio di Magri. Aveva l’impressione di non aver fatto abbastanza per dissuaderlo.
«Io ho voluto aiutare Lucio accompagnandolo in Svizzera. Con Valentino non ne ho mai parlato. È una mia mancanza. Ma sono cose di cui è difficile parlare».

Vi sentivate spesso?
«Quasi tutti i giorni. Lui pensava che io fossi troppo rigida, nel giudizio sulle persone. Lui era molto più benevolo, generoso. Mi mancherà molto».

il manifesto
PARLATO , LA GENEROSITÀ COME MODI DI ESSERE.
di Rossana Rossanda
«Il ricordo. Un economista nutrito di Settecento

Si è spento ieri notte, colpito da un malore improvviso, Valentino Parlato, il nostro amico e compagno più vicino, uno dei fondatori del gruppo del Manifesto e di questo giornale assieme ad Aldo Natoli, Lucio Magri, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Eliseo Milani e chi scrive.

Del giornale è stato parecchi anni direttore, e soprattutto vigile amico del suo destino, salvatore nelle situazioni di emergenza, oltre che naturalmente collaboratore per lungo tempo.

Valentino era nato in Libia e la sua entrata nel giornalismo italiano è stata la stessa cosa della sua adesione al Partito comunista italiano, finché non fu vittima anche egli della cacciata di tutto il gruppo del Manifesto per non essere d’accordo con la linea imperante fra gli anni sessanta e settanta. Aveva cominciato a collaborare a Rinascita assieme a Luciano Barca ed Eugenio Peggio, in quello che fu forse il più interessante periodo della politica economica e sindacale comunista, e il culmine della polemica sulle «cattedrali nel deserto», ma negli stessi anni tenne uno stretto collegamento con Federico Caffè e Claudio Napoleoni.

Tuttavia non si può limitare la sua cultura alla scienza economica; nutrito di letture settecentesche, si considerò sempre un allievo di Giorgio Colli e di Carlo Dionisotti. Portò questa sua molteplice cultura nella fattura del manifesto e nel propiziargli i collaboratori, della cui generosità si è sempre potuto vantare.

Sempre per il manifesto seguì le grandi questioni della produzione italiana (rimase celebre la sua inchiesta sul problema della casa); ma quello che lo caratterizzò in anni nei quali alle prese fondamentali di posizione nella politica del paese si accompagnarono spesso dolorose rotture, fu la grande apertura alle idee altrui, una generosità mai spenta, un vero e proprio modo di essere e di pensare che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua attività nel giornalismo.

L’aver militato per diversi anni in Puglia con Alfredo Reichlin lo aveva legato per sempre alla questione del Mezzogiorno.

Ma Valentino è stato soprattutto una specie di nume protettore del giornale, chiamato a salvarlo in ogni situazione di emergenza, pronto a lunghe attese per essere ricevuto nelle stanze ministeriali al fine di ottenere le avare sovvenzioni sulle quali il giornale ha potuto fondarsi. Tutti gli incidenti che potevano occorrere a un’impresa avventurosa e senza precedenti come la nostra ebbero in lui un dirigente e un mediatore saggio.

La sua presenza e capacità mancheranno a chi lo ha conosciuto, qualche volta perfino impazientendosi della sua benevola tolleranza per chi non la pensava come lui e come noi.

Del gruppo iniziale siamo rimasti molto pochi nel giornale mentre più vasta è stata la seminagione nei rari settori della Sinistra sopravvissuta alla crisi di questi anni.

Anche sotto questo profilo la perdita di Valentino Parlato sarà assai dura. Per non parlare del venir meno della sua amicizia ed affetto per chi, come noi, cerca ancora di stare sulla breccia.

il manifesto
IL GIORNALE SEMPRE,
PRIMA DI TUTTO

di Luciana Castellina

«Il ricordo. A lui interessava solo il manifesto, a cui ha dato più di chiunque altro tra noi, tutto se stesso»

Sono parecchie le foto del manifesto delle origini in cui appare il gruppo fondatore del giornale. Ora che Valentino è scomparso, «vive – mi dice Rossana al telefono accorata – sono rimaste solo le donne, tu ed io. Perché le donne sono più longeve».

Anche Lidia Menapace, che sebbene proveniente da tutt’altra storia politica si unì assai presto alla nostra avventura, corre ancora per l’Italia – a 95 anni – a fare riunioni. Sarà forse un vantaggio del nostro genere, ma non ne sono sicura: per me la morte di Valentino, nonostante i nostri non infrequenti litigi, è un pezzo di morte mia di cui ora, infatti, non riesco a capacitarmi. Si capisce: abbiamo vissuto accanto, per quasi settant’anni, dentro il contesto di una straordinaria vicenda politica, quella dei comunisti italiani. Prima ortodossi, poi critici, poi eretici. È per via di questa storia che Valentino, quando gli chiedevano se si definiva ancora comunista, rispondeva di sì.

Lo conobbi che aveva poco più di 18 anni ed era appena sbarcato in Italia dalla Libia: re Idriss lo aveva espulso dal paese dove era nato e vissuto, nella grande casa del nonno siciliano che in quel paese era stato colono.

Al liceo di Tripoli, assieme ad un altro gruppetto di ragazzi, era diventato comunista. Grazie a qualche insegnante mandato lì nel dopoguerra. Invano ho cercato di convincere Valentino a scrivere un libro su quegli anni libici, quando un pezzo del terribile conflitto mondiale era passato proprio da quelle campagne. I suoi racconti erano fantastici, pieni di informazioni inedite. Non l’ha scritto mai, perché così era Valentino: a lui interessava solo questo giornale a cui ha dato più di chiunque altro fra noi, tutto se stesso. Perché in 45 anni non ha mai abbandonato un momento la sua quotidiana fatica in redazione, non si è mai distratto per un altro impegno o divagazione. Anche scrivere un libro gli sembrava una perdita di tempo. E ora che, invecchiato, non era più al timone, soffriva, si sentiva svuotato.

Un aspetto curioso della sua personalità: intelligente con acutezza, ironico e autoironico, spesso addirittura trasgressivo, il tono sempre distaccato, mai un protagonismo, mai un eccesso di schieramento, mai settario, anzi talvolta dispettosamente compiacente verso il pensiero avversario (amava definirsi «amendoliano», e poi aggiungeva «di sinistra»). E però, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati da uno così, militante a tutto tondo, sempre «al pezzo». Perché la qualità principale di Valentino – che è poi la migliore fra le qualità – era la generosità.

Nel raccontare la sua vita amava ricordare che io gli avevo trovato il primo lavoro della sua vita, per l’appunto quando approdò dalla Libia: un posto di correttore di bozze all’Unità. Ma diventò economista e con queste competenze lavorò con Luciano Barca e Eugenio Peggio alla rivista del Pci Politica ed Economia. Erano gli anni della nascita della Comunità europea, e sarebbe bello ristampare quei suoi articoli che richiamavano l’attenzione su quanto l’unificazione del mercato europeo, senza interventi pubblici correttivi, avrebbe aggravato la questione meridionale. Aveva ragione, anche se la posizione ufficiale del Pci aveva sottovalutato gli aspetti positivi del processo. Purtroppo senza continuare a dare a quella analisi la dovuta rilevanza, quando, negli anni ’60, la linea fu capovolta e si passò ad un europeismo assurdamente acritico.

Le campagne meridionali Valentino le conosceva bene, non solo per via della sua mai spenta sicilianità, ma perché prima che iniziasse la storia de il manifesto, era stato il vice segretario regionale della Puglia, cui era allora a capo Alfredo Reichlin. Furono quei due, scomparsi a così poca distanza di tempo, ad aver conquistato allora una nuova generazione di baresi impegnati nell’università e nelle case editrici – Laterza, De Donato, Dedalo – una grande novità in un partito fino ad allora tanto bracciantile. E però ad avere, ambedue, contemporaneamente sempre ripetuto che proprio da quei braccianti avevano imparato ad essere davvero comunisti.

Mi è difficile scrivere su Valentino, non avrei voluto essere io a commemorarlo anziché lui a commemorare me, come sarebbe stato giusto perché più vecchia di lui. Perché Valentino è stato per me non solo un compagno, ma un fratello. E come sapete non si chiede a una sorella, a poche ore dalla morte, di scrivere sul fratello.

Era così perché dentro il «gruppo» noi avevamo una collocazione simile e in qualche modo diversa: non eravamo giovani come i sessantottini appena arrivati, e però nemmeno anziani come Rossana, o Natoli; non autorevoli come Rossana, Lucio e Luigi, ma tuttavia «dirigenti». Per questo quando c’era qualche missione delicata da svolgere, o qualche fatto intricato su cui scrivere, e nessuno dei «big» voleva farlo, si diceva: «che lo facciano Luciana o Valentino». Per questo ci chiamavano Gianni e Pinotto.

Ho detto fratello. Perché nonostante non fosse affatto saggio Valentino è stato per me, in momenti difficili della vita, un amico saggio, capace di consigliare le cose giuste da fare nella vita. Perché mi voleva bene e gliene volevo molto anche io.

Tanto di più quando penso a questi ultimi tempi inquieti, dominati da tanto pessimismo che tracimava in passività. Lui, pur sempre un po’ scettico, non intendeva rinunciare e continuava a dirmi: dobbiamo fare qualche cosa. E come atto di fiducia, si era persino iscritto a Sinistra Italiana. «Sono tornato ad avere un partito», mi aveva detto.

La scomparsa di Valentino Parlato ci induce a riprendere dall'archivio di

eddyburg un suo saggio, che consideriamo di decisiva importanza, ancora oggi, per chiunque voglia comprendere le ragioni sociale della drammatica condizione dell'abitare in Italia, l'utilità del metodo marxiano nell'analisi sociale, e quindi nella comprensione del mondo in cui viviamo. In calce il testo del suo saggio scaricabile in .pdf

Valentino Parlato
IL BLOCCO EDILIZIO
(Il Manifesto, 1970)

Questo saggio, dimenticato e, fino al gennaio 2006, assente dalla rete, è apparso originariamente sulla rivista Il Manifesto, l n. 3-4 del 1970; è stato ripubblicato nel volume collettaneo Lo spreco edilizio, a cura di F. Indovina, Marsilio, Venezia 1972.
E’ di grande interesse per almeno due ragioni.
1. Perché è un esempio, mai più raggiunto, di compiuta analisi economico-sociale di una realtà sociale (il “blocco edilizio”) che ha ostacolato, e continua a ostacolare, i tentativi di governare efficacemente l’ambiente della vita dell’uomo e della società. Purtroppo il metodo dell’analisi marxista non è stato negli anni successivi né superato, né applicato al campo indagato dall’Autore.
2.Perché le realtà economica e sociale che il saggio descrive sopravvive in larga misura alle trasformazioni intervenute negli ultimi decenni nell’economia, nella società, nella politica e nella cultura.
Per incidens mi limito a ricordare la finanziarizzazione dell’economia e il rafforzato intreccio tra rendite finanziarie e rendite immobiliare a scapito del salario e del profitti; la crescente prevalenza dei “valori” individuali, la frammentazione dei corpi sociali, la graduale emarginazione dei beni comuni; la scomparsa di un’egemonia di sinistra nello schieramento di opposizione, l’accodamento al potere delle posizioni culturali una volta d’avanguardia, limpidamente testimoniato dalle posizioni assunte dell’Istituto nazionale di urbanistica. (A quest’ultimo proposito rinvio al mio Commiato dall’INU, i cui argomenti gettano forse qualche luce sull’atteggiamento attuale del gruppo dirigente dell’INU) (eddyburg, 1° gennaio 2006).

Il Blocco edilizio
di Valentino Parlato

Può anche apparire singolare, ma in Italia – dove la parte di ispirazione marxista ha tanto discusso e discute di processi di formazione di un nuovo blocco storico – manca, quasi del tutto, un’analisi del blocco storico esistente, quello dominante, che sarebbe necessario conoscere e disaggregare. Questa considerazione, non priva di significato culturale e politico, vale anche per la complessiva questione delle abitazioni, rispetto alla quale solo di recente, e di passaggio, a un convegno del PCI è stato detto che intorno ad essa “si cementa un blocco sociale, che è una delle cerniere essenziali del blocco di potere dominante”. Questa analisi però continua a mancare, nonostante che già un secolo fa Engels – schematicamente quanto si vuole – avesse individuato proprio questa capacità aggregante della questione, quando – in polemica con la rivendicazione proudhoniana di trasformare il canone di fitto in canone di riscatto – sosteneva che “gli esponenti più accorti delle classi dominanti hanno sempre indirizzato i loro sforzi ad accrescere il numero dei piccoli proprietari, allo scopo di allevarsi un esercito contro il proletariato”. Al riguardo si può aggiungere che nello stesso arco della nostra esperienza (pensiamo alla secca liquidazione della legge Sullo) non ci sono mancate prove della potenza d’urto di questo esercito.

Fatte queste constatazioni di assenza, resta tuttavia da aggiungere qui – per difficoltà oggettive e soggettive – non si intende offrire al lettore una compiuta analisi di quel che si potrebbe definire “il complesso edilizio”, ma solo un avvio di questa analisi, nella forma di una serie di schematiche osservazioni relative alle stratificazioni che fanno parte, o sono in qualche modo subordinate, a questo “complesso” e ai legami, anche sovrastrutturali, che sono condizione della sua conservazione. Ma prima di addentrarci in queste osservazioni appaiono utili alcune sommarie informazioni sulla entità e le caratterizzazioni dell’“affare casa”.

Nel 1968 il prodotto lordo al costo dei fattori del settore costruzioni (fondamentalmente a uso residenziale) è stato pari a 3.341 miliardi di correnti, cioè di non molto inferiore al prodotto dell’agricoltura (4.096 lordi) e sensibilmente superiore a quello dell’industria meccanica (2.790 miliardi ). Se poi al prodotto lordo dell’industria delle costruzioni aggiungiamo quello del settore fabbricati residenziali (cioè l’ammontare dei fitti pagati per l’uso del patrimonio edilizio esistente), che ammonta a ben 2.310 miliardi di lire, arriviamo a una somma complessiva di 5.651 miliardi, largamente superiore a quella del prodotto dell’agricoltura e pari a un po’ più del 15% del prodotto nazionale lordo complessivo. Tale rilevanza economica del settore viene confermata e sottolineata dalla sua incidenza (30% circa nella media degli ultimi dieci anni) sul totale degli investimenti fissi lordi e sul totale delle spese per consumi finali (quasi il 10% nel 1968). Si può ancora aggiungere che dall’edilizia dipendono totalmente produzioni non trascurabili come quelle del cemento, dei laterizi, del legno e dei mobili, e dipendono in larga misura molte produzioni del settore meccanico. Per ultimo si può considerare economicamente significativo anche l’elevatissimo indice di gradimento che, a livello locale e nazionale, hanno assessorati e ministero ai lavori pubblici. La consistenza economica e le ramificazioni del complesso fondiario industriale-finanziario dell’edilizia appaiono evidenti.

Nonostante le profonde interrelazioni tra pubblico e privato, il segno di questo settore è tuttavia nettamente privatistico. Il settore dell’edilizia, proprio dal punto di vista della produzione e della proprietà, è tra i più privatizzati della nostra economia. Il patrimonio edilizio esistente è quasi integralmente privato e, quanto alla produzione, si ricordi che mentre nell’industria gli investimenti fissi lordi si ripartivano tra imprese private e pubbliche rispettivamente nella misura del 64,6% e del 35,4%, nel settore delle costruzioni, invece, l’incidenza degli investimenti pubblici, in tutto il periodo che va dal 1962 al 1968, si è aggirata tra un minimo del 4,1% a un massimo del 7,4%. Tale carattere privato del settore risulta ancora più evidente dal confronto con gli altri paesi nei quali la incidenza dell’intervento pubblico è di gran lunga superiore. Questa assoluta prevalenza privata non deve però indurre nell’errore di credere che l’intreccio tra pubblico e privato sia di scarsa rilevanza: esso si realizza, ed è fonte di grandi affari e di spostamenti di convenienze, attraverso l’intervento normativo, i piani regolatori e particolareggiati, la predisposizione dei servizi pubblici, le grandi opere pubbliche, la politica fiscale e creditizia ecc. Dopo avere sommariamente indicato dimensioni economiche, ramificazioni e carattere privatistico del complesso edilizio, si tratta di individuare le aggregazioni sociali e le articolazioni economiche e culturali che compongono il blocco. Secondo rapporti di maggiore o minore o subordinazione, in questo blocco si raccoglie un coacervo di forze che fa pensare ad alcune pagine del “18 brumaio di Luigi Bonaparte”.

Ci sono tutti: residui di nobiltà fondiaria e gruppi finanziari, imprenditori spericolati e colonnelli in pensione proprietari di qualche appartamento, grandi professionisti e impiegati statali incatenati al riscatto di una casa che sta già deperendo, funzionari e uomini politici corrotti e piccoli risparmiatori che cercano nella casa quella sicurezza che non riescono ad avere dalla pensione, oppure che ritengono di risparmiare in avvenire sul fitto pagando intanto elevati tassi di interesse, grandi imprese e capimastri, cottimisti ecc. Un mondo nel quale, all’infuori di poche sicure coordinate (quelle di sempre, della potenza economica e del potere politico) vasta è l’area magmatica delle improvvise fortune e della prigione, del triste esproprio (pensiamo solo alla sorte di molti piccoli proprietari di case a fitto bloccato). Un mondo, però, che si tiene saldamente insieme strumentalizzando – per rafforzare i più solidi legami di interesse economico – il fanatismo dell’ideologia della casa, la drammatica necessità di ottenere una casa anche a costo di sacrifici, la necessità di avere un lavoro: il contadino fattosi edile, di fronte alla minaccia di non lavorare, è naturalmente portato a considerare inutili e dannose sottigliezze tutti i perfezionamenti democratici dei regolamenti edilizi. Il fatto che questo sistema non sia in grado di dare la casa a tutti finisce con l’essere la condizione di forza del “complesso edilizio”.

1. Fino a oggi i contingenti decisivi dell’esercito conservatore, che i capitalisti si allevano contro il proletariato sono stati sostituiti dalla vasta massa dei proprietari di abitazioni. Nel più recente rapporto del CENSIS sulla situazione sociale del paese si legge:

«solo una parte dell’offerta di abitazioni è collocata, in proprietà o in affitto, presso gli utilizzatori finali del bene abitazione: una quota rilevante, pari, secondo stime relative agli ultimi anni, a circa un terzo viene invece acquistata da piccoli e grandi risparmiatori a scopo di investimento».

Si può quindi calcolare che quasi centomila abitazioni all’anno siano andate ad accrescere il patrimonio di questi “risparmiatori”, che sono le truppe scelte dell’esercito conservatore e il cui numero, per proporzionalità alle centinaia di migliaia di case che compongono questo monte, va certamente oltre l’ordine delle decine di migliaia. Vi è poi la sterminata fanteria di coloro i quali sono proprietari degli appartamenti nei quali abitano (tra questi rientrano anche coloro che posseggono qualche o molti altri appartamenti oltre quello in cui abitano). Si tratta di una massa in continua e rapida crescita: 4.301.000 nel 1951 5.972.000 nel 1961, 7.562.000 il 20 gennaio del 1966; dall’andamento degli impieghi bancari e degli istituti speciali risulta che la crescita si è ancora accelerata nel 1967 e nel 1968.

La concentrazione delle case in proprietà è, comprensibilmente, maggiore nei comuni non capoluoghi che in quelli capoluoghi, nel Mezzogiorno più che nel triangolo industriale. Questo dato richiama inevitabilmente la questione del rapporto città-campagna (che è chiave rispetto al problema abitazioni) sulla quale occorrerà ritornare.

Le statistiche non dicono nulla sulla figura sociale degli oltre 7,5 milioni di proprietari di case; si limitano a darci le percentuali della distribuzione degli oltre 6 milioni di case in fitto a seconda della condizione professionale o non professionale del capofamiglia. Relativamente al 1966 dati, nell’ordine, sono i seguenti: imprenditore 0,5%; liberi professionisti 0,9%; dirigenti 1,3%; lavoratori in proprio 13,9%; impiegati 12,0%; lavoratori dipendenti 46,1%; coadiuvanti 0,5%; pensionati 20, 2,%; benestanti 0,3%; altri 4,3%.

Questi soli dati sono insufficienti a conclusioni socialmente qualificate, tuttavia se ne possono trarre almeno due indicazioni: la prima è la conferma che il problema dell’affitto interessa fondamentalmente (quasi nella misura dell’80%) i percettori di reddito fisso, lavoratori dipendenti, impiegati e pensionati; la seconda – alla quale si giunge anche attraverso un confronto tra la distribuzione percento e delle case in affitto e la distribuzione percentuale della popolazione totale secondo la condizione professionale e non professionale – conferma anch’essa ciò che si può facilmente intuire, e cioè che la massa prevalente dei proprietari è costituita da imprenditori, liberi professionisti, dirigenti, lavoratori in proprio e impiegati. Questa conclusione – che conferma quella derivante dalla scarsa incidenza dell’edilizia pubblica – contribuisce a dare una qualificazione sociale a quella che è stata qui definita come la fanteria del “complesso edilizio”: la massa rilevante dei proprietari di appartamenti (in generale di un solo appartamento o al massimo di due), più intensa nel centro-sud e nei comuni minori, è costituita fondamentalmente da ceti medi – e medio-alti – professionali, commerciali, imprenditoriali e impiegatizi, venuti in possesso di uno o più appartamenti o per precedente accumulazione familiare, o per aver varcato una soglia di reddito (o di sicurezza di reddito) che ha consentito l’acquisto in contanti o il versamento di una prima quota (aggirantesi grosso modo intorno al milione di lire) e quindi l’impegno di continuare a pagare per quindici o venticinque anni.

Va poi osservato che, in generale, la possibilità di acquisto di un appartamento si accompagna a uno status che consenta accesso o agevolazioni al credito. In sostanza la possibilità di acquisto presuppone condizioni di privilegio anche minimo, ma precluse alle masse lavoratrici: la proprietà della casa diventa, cioè, nell’attuale contesto, per un verso un elemento di distinzione sociale e per l’altro un aggregante, in senso conservatore, di quel complesso di stratificazioni, che – in modo piuttosto indeterminato – va sotto la definizione di ceto medio, al punto che si potrebbe concludere che è impossibile fare una politica di segno progressivo nei confronti del ceto medio senza sciogliere il nodo della casa, e che è impossibile affrontare il problema della casa senza – quanto meno – neutralizzare il ceto medio.

2. Al di sopra di questo schieramento di massa, vi è il gruppo dominante in verità eterogeneo e non fortemente coeso, almeno nelle sue pur consistenti frange marginali.

Ci sono i proprietari di grossi patrimoni immobiliari e gli speculatori, i padroni di piccoli orti suburbani, gli imprenditori che non sono sempre imprenditori soltanto, i gruppi finanziari privati e pubblici. La categoria dei puri proprietari di aree, non numerosa ma decisiva, grosso modo dalle prime fasi del boom edilizio fino al 1964, viene ora perdendo di peso in rapporto all’ingresso nel campo edilizio dei maggiori gruppi industriali del paese.

Il nucleo determinante di questo raggruppamento è sempre più nettamente costituito dalle società immobiliari, e più di recente, da società specificamente commerciali. Nelle società immobiliari la accumulazione di veri e propri demani di aree si unisce all’attività di costruzione e a quella finanziaria, sia per la raccolta di fondi di investimento, sia per il credito (a carissimo prezzo) praticato agli acquirenti a riscatto. Attorno a questo nucleo centrale si può calcolare vi siano un po’ meno di 50.000 imprese di costruzione e di installazione che assolvono, per una loro larga parte, il ruolo di imprese marginali e costituiscono una vera e propria fascia di copertura, destinata a essere sacrificata nei periodi di cattiva congiuntura. Vi è poi una massa consistente di piccoli speculatori, di intermediari, di procacciatori di favori ecc. Un mondo che non ha riscontri nell’industria vera e propria e che è specifico della persistente condizione di arretratezza e parassitismo del settore. (Il meccanismo di realizzazione della rendita continua a trascinarsi appresso forme di impronta feudale, ma si tratta pur sempre di un mondo esistente, niente affatto disposto a perire silenziosamente, da solo).

Descrivere e quantizzare il gruppo dominante richiederebbe, quanto meno, alcune ricerche dirette che mancano, ma in via di approssimazione possono avanzarsi due osservazioni.

A. Nel nucleo dominante del “complesso edilizio” si realizza uno dei collegamenti centrali tra le varie componenti dell’attuale potere borghese. Le dimensioni dell’“affare casa” sono tali da far superare ogni pregiudizio di modernità, e nel campo edilizio giocano tutti: per le grandi società assicurative l’investimento immobiliare risponde addirittura a un canone di buona amministrazione, ma intervengono anche i maggiori gruppi industriali e ci sono arrivate ormai, e con grande ampiezza di vedute (dalla tangenziale, al prefabbricato, alla società immobiliare), anche le imprese a partecipazione statale.

La saldatura-collusione con i pubblici poteri si realizza attraverso i piani di opere pubbliche, che sono uno degli esempi più realistici della concentrazione programmata: dato socialmente oggettivo rispetto al quale la proposta di un “buon governo” è solo illusione di resuscitare miti. Basterebbe soffermarsi su due o tre delle maggiori società immobiliari per mettere in evidenza questi collegamenti e offrire al lettore anche qualche dato interessante, ma si tratta in generale di fenomeni noti.

Quel che qui si vuole sottolineare è che ci troviamo oramai di fronte a un intreccio di interessi e di forze, consolidato sulla realizzazione di un dato surplus, nel quale si intrecciano, e si confondono in verità, forme diverse di rendita con interesse e profitti industriali e commerciali. Questo surplus viene realizzato in una generalizzata situazione di monopolio rispetto a un bene, la casa, il cui mercato, per le specifiche caratteristiche del bene (dove c’è una casa non può essercene un’altra, non trasportabilità ecc.), è tipicamente monopolistico e si svolge secondo le più dispendiose forme di concorrenza monopolistica (differenziazione del prodotto nelle sue infinite possibilità: dal tipo di casa, alla sua localizzazione in quartieri socialmente differenziati ecc.). In questa situazione di mercato monopolistico, e nella quale la rendita (nelle sue varie forme) non è più appropriazione esclusiva del proprietario fondiario, il solo esproprio generalizzato può non essere sufficiente (anzi è assai improbabile che lo sia) a ridurre radicalmente (o nella misura oggi attribuita all’incidenza della rendita) il prezzo di uso della casa. Se non si spezza l’aggregato di potere che si esprime nel “complesso edilizio” anche l’esproprio generalizzato rischia di pervenire allo stesso risultato cui è pervenuta l’accresciuta offerta di aree fabbricabili da parte dei comuni emiliani. Come ha scritto Giuseppe Campos Venuti:

«Lungi dall’abbassare il costo dei suoli edificabili, l’abbondanza di aree sul mercato vuol dire soltanto portarle tutte al massimo costo sopportabile dagli utenti, costretti a cedere al ricatto della insopprimibile fame di case che si crea in una società caratterizzata dal fenomeno dell’urbanesimo accelerato».

Del resto, nella nota situazione di penuria di case esistente a Roma non vi sono forse 30.000 abitazioni non utilizzate?

B. Questo blocco, specie con l’ingresso recente nel settore dei maggiori gruppi industriali, si prepara ad attraversare una fase di tensioni sia all’interno di quello che si definisce il nucleo dominante sia nei rapporti tra questo e la sua base di massa. Le categorie come rendita o profitto non sono quantità rispetto alle quali si possono fare sottrazioni o addizioni, ma concreti rapporti sociali che vanno sciolti con uno scontro; per questo occorre guardare ai nuovi elementi di tensione che possono favorire una disgregazione del blocco centrale, se non si vuole correre il rischio di finire con l’attaccare quel guerriero, di cui dice il poeta, che continuava a combattere ed era già morto. Questo è infatti il rischio che si corre quando si pensa di concentrare i propri colpi sulla rendita, e su coloro che si appropriano della sola rendita, nell’illusione di potere restaurare un mercato libero-concorrenziale delle abitazioni, è il rischio che si corre quando si sottovalutano le caratteristiche monopolistiche del mercato delle case e l’incidenza diretta che su questo carattere monopolistico ha, e avrà ancora in futuro, la determinazione storica del bene casa e del suo uso.

3. Rispetto al complessivo “blocco edilizio”, una posizione a sé stante, fondamentalmente antagonistica, ma col pericolo di essere a volte subordinata, ha la massa degli edili, tra le più sfruttate, ma anche tra le più coinvolte. Nel settore delle costruzioni lavorano circa due milioni di persone, nella grande maggioranza edili; questi lavoratori, in buona parte di recente provenienza meridionale o agricola, sono distribuiti in una miriade di aziende di varia dimensione e tra loro diversamente collegate (subappalto dell’impresa maggiore alla minore o, addirittura, semplice fornitura di forza-lavoro da parte di quest’ultima). All’interno della stessa organizza-zione del lavoro esiste una forte gerarchizzazione di fatto (la catena del cottimo), che è causa di divisione interna della categoria; la sicurezza della continuità del lavoro è fortemente soggetta ai cicli stagionali e congiunturali e ai casi della legislazione (legge-ponte per esempio).

Tutte queste cause di debolezza oggettiva e soggettiva comportano che le condizioni di lavoro siano subcontrattuali per moltissimi lavoratori (nella provincia di Milano, che non è certo tra le più arretrate, si calcola che il 30-40% degli edili subisca, in forme diverse, “gravi evasioni” alle norme regolanti il rapporto di lavoro). Una seconda conseguenza delle indicate ragioni di debolezza è costituita dalla permanente minaccia di subordinazione e strumentalizzazione: i casi di utilizzazione della massa degli edili come strumento di copertura o di pressione per deroghe ai regolamenti edilizi o ai piani regolatori, o contro leggi che possono ledere gli interessi del “complesso edilizio” fanno parte delle cronache del nostro paese.

Si aggiunga che proprio: a. la bassa composizione organica del capitale, b. la relativa brevità del ciclo produttivo; c. la coincidenza delle funzioni di speculatore, costruttore e commerciante nella stessa persona o gruppo, consentono ai boss dell’edilizia una elasticità di manovra nei confronti dei lavoratori assai maggiore di quella degli industriali veri e propri. Nel tenace e soffocante sistema di ricatto che tiene unito il vasto ed eterogeneo aggregato del “complesso edilizio” si realizza una pressione continua alla corporativizzazione coatta della categoria degli edili. Anche in questo caso però deve osservarsi che le trasformazioni produttive, che ormai si annunciano nel settore, insieme a prospettive di difficoltà e di tensione, prospettano anche la possibilità di accentuare e rendere più netto il contrasto di classe tra proletario e capitalista, che è specifico al rapporto di lavoro dell’edile.

L’obiettivo politico, proprio in rapporto al problema della casa non ci pare sia tanto quello di impegnare gli edili in lotte per la riforma, quanto piuttosto di rafforzarne il potere contrattuale e quello relativo ai modi di organizzazione del lavoro, in modo da impedirne l’uso strumentale da parte del padronato.

Queste componenti sociali del cosiddetto blocco edilizio, oltre che da ragioni immediatamente economiche, sono tenute insieme anche da legami che possono considerarsi sovrastrutturali: la famiglia, i modelli culturali e il consumo.

L’attuale modo di abitare sarebbe certo del tutto diverso ove l’attuale famiglia fosse stata superata e, per converso, si può anche sostenere che una soluzione sociale del problema delle abitazioni non è possibile fino a quando la famiglia imporrà un certo uso della casa. La famiglia è ancora un centro di rapporti di riproduzione, storicamente determinati, e di produzione di servizi; è un centro di consumi individuali; un rifugio di fronte alle difficoltà e alle durezze della vita nella società. Queste funzioni famigliari si rispecchiano nettamente nelle forme assunte dal bisogno (in origine naturale) di abitare; è un punto questo sul quale ha esattamente ragione Adorno quando dice: «A che punto siamo con la vita privata si vede dalla sede in cui dovrebbe svolgersi».

Ma non si non si tratta solo di questo. Come la famiglia non si è ancora liberata del tutto da funzioni di produzione e di accumulazione, così la casa non è ancora soltanto un bene di consumo, resta ancora un bene capitale, occasione di investimento privato (anche forzato o poco conveniente come per gli acquisti a riscatto) che continua a mantenere sostenuto il mercato, salda la difesa della rendita, tenace la resistenza alla socializzazione della casa.

Le funzioni di rifugio privato e di centro di consumi privati hanno nell’attuale abitazione privata la loro massima esaltazione e, nella misura in cui, trasformandosi in bene di consumo, la stessa abitazione diventa un esaltazione di consumo socialmente improduttivo. L’abitazione si imbottisce di beni di consumo sempre più costosi e sempre più scarsamente utilizzati; diventa – alle varie scale – momento di raffinamento continuo dei bisogni privati da un lato e quindi, dall’altro (in un sistema capitalistico) momento coattivo di imbarbarimento e di astratta semplificazione dei bisogni. Il risvolto di questa abitazione, bene e centro di consumo, momento di progressivo raffinamento del bisogno privato è quello, sia pur con iperbole giovanile, lucidamente indicato da Marx:

«Lo stesso bisogno dell’aria aperta cessa di essere un bisogno nell’operaio; l’uomo ritorna ad abitare nelle caverne, la cui aria è però viziata dal mefitico alito pestilenziale della civiltà, e ove egli abita ormai soltanto a titolo precario, rappresentando essa per lui un’estranea potenza che può essergli sottratta ogni giorno e da cui ogni giorno può essere cacciato se non paga. Perché egli questo sepolcro lo deve pagare. La casa luminosa, che, in Eschilo Prometeo addita come uno dei grandi doni con cui ha trasformato i selvaggi in uomini, non esiste più per l’operaio [... ] e parimenti il povero apprende che la sua dimora è qualitativamente opposta alla dimora umana che ha sede nell’al di là, nel cielo della ricchezza».

In questo senso spingono le forze di natura del capitalismo: negli Stati Uniti, insieme al proliferare degli slums accade che non i miliardari, ma anche la middle class si costruisca casette unifamiliari negli stili più inutilmente bizzarri. La struttura del monopolio e l’ideologia della fase monopolistica spingono in questo senso: da una parte la differenziazione del prodotto, dall’altra il principio di distinzione sociale; congiuntamente la distribuzione di surplus e la creazione di sacche di miseria, di fasce di marginali.

La citazione di Marx è solo una indicazione e l’Italia, per varie ragioni, è ancora diversa dagli USA, ma pure nel nostro paese le indagini sulle condizioni abitative non solo dei marginali ma anche di larga parte dei ceti operai non offrono quadri luminosi, e gli esempi di differenziazione di prodotto in rapporto al bene e ai beni di consumo domestico diventano sempre più frequenti.

Del tutto al di fuori del blocco del cosiddetto “complesso edilizio” sono gli inquilini e i cittadini senza casa, i baraccati, gli abitanti alloggi impropri. I primi – come tutti sanno – numerosissimi, da un punto di vista sociale non sono niente: sono soltanto un disaggregato sociale. Non solo va respinta la facile assimilazione del rapporto tra inquilino e padrone di casa a quello tra proletario e capitalista, ma ancora va chiarito – nonostante l’elevato livello del fitto solleciti iniziative più generali – che l’unificazione di base tra inquilini (per contrattare il fitto o altre condizioni di locazione) può realizzarsi soltanto tra persone che abbiano l’elemento aggregante non solo nel contratto di fitto, ma anche nel rapporto di lavoro e nella condizione sociale, cioè in una specificità effettiva, tale che la lotta per la riduzione del fitto non muova da un rapporto mercantile fondamentalmente astratto (padrone di casa-inquilino), ma dal rapporto di lavoro concreto che qualifica socialmente la lotta. Va però sottolineato che il livello raggiunto dai fitti consente, nell’immediato, una serie di iniziative da parte di inquilini abitanti in quartieri anche socialmente eterogenei.

I cittadini senza casa che sono tanti e concentrati soprattutto nelle grandi città, sono quello che negli Stati Uniti si definisce il “proletariato urbano” (o i negri), sono un analogo dei contadini senza terra nelle campagne e, proprio in quanto testimonianza vivente della incapacità di tutti i capitalismi di risolvere il problema, sono il ferro di lancia nella lotta anticapitalistica per la casa. Sono le forze che lottando per conquistarsi la casa, oggettivamente (e con un livello di coscienza certamente più elevato di chi può acquistarsi l’uso della casa sul mercato capitalistico) negano l’assetto capitalistico della società e pertanto portano in germe (nonostante la degradazione culturale e le alterazioni di valori intrinseche alla miseria in una società di ricchi) forme e modi di uso della casa di segno non capitalistico, che comunque vanno oltre l’orizzonte borghese dell’uso individualistico e privatistico della casa. Del resto nelle baracche e nelle coabitazioni il capitale fa ogni giorno giustizia sommaria degli ideali di “focolare”, e di “nido”, e anche di “famiglia”. Ma le forze dei “baraccati”, dei soli cittadini senza casa non bastano a vincere in questa lotta anticapitalistica.

Come la lotta dei contadini senza terra raramente ha superato la soglia della jacquerie, così le impetuose occupazioni di questi mesi rischiano di diventare una guerra contadina, di esaurirsi in una serie di scontri, o nella precaria conquista di alcuni edifici. L’articolazione e la forza del “complesso edilizio”, il peso delle sue componenti, la tenacia e profondità dei suoi leganti, economici e non economici, e soprattutto l’indissolubile dipendenza della penuria di case dall’esistenza del sistema capitalistico comportano che l’offensiva dei cittadini senza casa, per essere efficace, debba iscriversi in una più vasta articolazione di lotte, che investano tutti i gangli dell’attuale equilibrio capitalistico e abbiano obiettivi al livello delle trasformazioni e delle contraddizioni in atto.

Ora, l’attuale situazione si caratterizza da una parte per la persistente esasperazione e offensiva di una importante avanguardia, costituita dai cittadini senza casa, e dall’altra dalla prospettiva di tensioni all’interno del nucleo dominante il “complesso edilizio”, quanto meno per l’ingresso in campo di nuove forze imprenditoriali, private e del capitalismo di stato. Questo ingresso provocherà tensioni all’interno delle forze attualmente dominanti il mercato edilizio e investirà necessariamente la massa degli edili, che dovrà ridiscutere i suoi rapporti col padronato e quindi sarà impegnata in lotte di grande peso. Contemporaneamente è registrabile in alcune sfere di comando della nostra economia (discorsi di Petrilli, di Carli, di Agnelli) la coscienza che l’elevato costo delle case (che aumenta necessariamente il prezzo della forza lavoro), dato l’attuale livello del potere rivendicativo della classe operaia, incide negativamente sulla redditività e competitività della industria. Nell’ipotesi quindi che la classe operaia non subisca, nel breve periodo, gravi sconfitte, è assai probabile che l’intervento pubblico e privato nel settore edile provochi un arresto o anche una lieve flessione nella dinamica ascendente dei fitti e della valorizzazione delle abitazioni di livello medio-basso. In questa ipotesi (che non sarebbe diversa dalle cicliche espropriazioni dei risparmiatori che hanno investito in case), la potente fanteria dei piccolo-medi proprietari di casa avrebbe fatalmente degli ondeggiamenti (basterebbe uno spostamento del risparmio verso gli investimenti in obbligazioni, in molti casi già oggi più convenienti) e il gruppo di potere sarebbe indebolito proprio nella sua decisiva base di massa.

Queste affrettate ipotesi non vogliono delineare una illusoria prospettiva di automatico crollo del “complesso edilizio”, ma la prospettiva di un allentamento della sua coesione e la possibilità di riaggregare in un blocco alternativo parte delle forze che oggi lo compongono, e che le politiche per la casa fin qui fatte (emerge così anche l’inefficacia della politica nei confronti dei ceti medi e delle città meridionali) hanno invece consolidato, o ingrossato.

La possibilità di disaggregazioni e riaggregazioni sottolinea la necessità e l’urgenza di elaborare e costruire una linea efficace, e quindi alternativa a quella riformista, fallita. Una linea alternativa non si inventa: viene prendendo forma, nel corso del tempo, attraverso le esperienze del movimento, la riflessione, il confronto polemico, anche. Nel numero 3-4 del “ Manifesto”, dalle schede, dagli articoli, dall’esame della forma della rendita, emerge già un primo abbozzo di linea alternativa, del quale cerchiamo qui di isolare i tratti essenziali. E va ricordato che a rendere alternativa una linea non basta, né è necessario, l’attribuzione di un obiettivo “più avanzato”. Non occorre essere strutturalisti per capire che il segno di una linea dipende dalla organizzazione dei suoi obiettivi e dai rapporti intercorrenti tra obiettivi e forze sociali. Così una linea che non si fondi su una analisi (e su una organizzazione) delle forze sociali e non consideri l’obiettivo come momento di aggregazione e potenziamento di uno schieramento socialmente qualificato, ma punti invece, sostanzialmente, a sommare rivendicazioni (quando non addirittura proposte) con un riferimento socialmente indeterminato (programmi d’opinione pubblica o programmi genericamente antimonopolisticì) potrà forse essere utile in una fase di difesa, ma sarà sempre una linea verticistica (con netta separazione tra momento sociale e momento politico) e riformista.

Schematizzando al massimo, questa linea si caratterizza per cinque qualificazioni: A. essere anticapitalistica; B. avere come sua avanguardia i lavoratori privi di abitazione e gli inquilini poveri aggregati in base alla loro qualificazione sociale; C. fondarsi su un movimento di vertenze sociali autogestite; D. avere l’obiettivo della casa come servizio sociale, rompendo quindi l’attuale tipizzazione privatistica del prodotto casa e del suo uso; E. avere l’obiettivo della nazionalizzazione del settore edile, oltre all’esproprio generalizzato delle aree.

Di questi punti, esaminati anche negli altri articoli, qui si considerano rapidamente solo il primo e gli ultimi due:

A. Caratterizzare come anticapitalistica la lotta per la casa consegue alla constatazione che il capitalismo in nessun paese è stato finora in grado di assicurare una abitazione abitabile a tutti, e quindi che il problema non si risolve attraverso riforme, ma solo attraverso il rovesciamento del sistema. Le prevedibili obiezioni di nullismo appaiono concretisticamente miopi e avvocatesche. La risposta più facile sarebbe nel dire che il più grosso concentrato di nullismo politico si trova nelle opere di Marx, o che ripubblicare la Questione delle abitazioni di Engels senza una prefazione che spieghi come con la GESCAL o con l’attesa legge urbanistica sia cominciata o comincerà una nuova fase del capitalismo, sarebbe prova di massimalismo intellettualista. E a voler rimanere sempre ai primi elementi di marxismo si potrebbe ancora ricordare che in Salario, prezzo e profitto, Marx – che pure aveva particolarmente insistito sul fatto che il proletariato si sarebbe liberato solo attraverso la distruzione del capitalismo – non ritenesse tutto ciò incompatibile con la lotta operaia per migliorare i salari reali. Dire che questa lotta deve essere anticapitalistica se vuole avere un senso, significa avere chiarezza del problema e quindi della necessità di condurla in connessione con le altre lotte (che debbono essere anch’esse di segno anticapitalistico), quelle operaie e quelle per la conquista di alcuni strati di ceto medio (gli statali per esempio), quelle contadine e quelle meridionali. Significa che questa lotta deve avere, per essere efficace, un respiro ideale e culturale comunista, che deve alimentare – traendone forza essa stessa – un contropotere di classe. Proprio nel caso delle abitazioni vale ripetere che «l’opposizione tra la mancanza di proprietà e la proprietà, sino a che non è intesa come l’opposizione tra il lavoro e il capitale, resta ancora una opposizione indifferente».

D. Fare della casa un servizio sociale comporta assicurare a tutti l’abitazione in base ai bisogni di ciascuno: è un obiettivo comunista, ma raggiungibile, e già oggi può consentire di migliorare le condizioni di abitazione degli strati inferiori della società. Le esperienze del boom e le decine di migliaia di case vuote dimostrano che non ci troviamo di fronte ad impossibilità per carenza di capacità produttive in astratto, ma ad impossibilità derivanti dai modi di operare di queste capacità, dai profitti o sovraprofitti e sprechi da eliminare. L’ingresso nel settore edilizio di grandi gruppi imprenditoriali annuncia una industrializzazione e una più spinta tipizzazione della produzione; la rivendicazione della casa come servizio sociale può consentire di intervenire su questa tipizzazione e sulla sua graduazione contrastando, sulla base di una impostazione egualitaria, una differenziazione del prodotto in base ai livelli di reddito e cercando di ottenere che la stessa necessaria tipizzazione corrisponda a scelte autonomamente elaborate dagli utenti delle case e dagli architetti. Non si tratta qui di definire modelli di case per il futuro, ma di tornare a ribadire che, in quanto consumo sociale, l’abitare si deprivatizzerà e casa e città dovranno assicurare ricchezza di libertà individuale e intensità di rapporti sociali nel senso di Marx, quando scrive del “comunismo come soppressione positiva della proprietà privata” e dei modi privatistici di vita a quella conseguenti. L’abitare inteso come consumo sociale comporta che la tipologia delle nuove abitazioni, e quindi delle città, si liberi dalla rigidità che ha dominato per secoli e che ancora oggi crea frizioni costose tra modi di costruzione e modi di abitare, di studiare, di curarsi, ecc. Al di fuori della futurologia si vuole solo affermare che casa e città dovranno essere tra l’altro adattabili al variare delle esigenze sociali.

E. Per nazionalizzazione del settore edile deve intendersi che le abitazioni avranno un regime analogo a quello delle scuole, che sono un bene pubblico. Non si tratta, neppure in questo caso, di definire i particolari del futuro, ma di limitarsi ad alcune indicazioni, per esempio che non appare utile estendere la nazionalizzazione al patrimonio edilizio esistente (che col passare del tempo dovrebbe esaurirsi) limitandola invece alle nuove costruzioni. La nazionalizzazione delle cose di nuova fabbricazione è, da una parte una logica conseguenza della rivendicazione, ormai diffusa, che si esprime nella formula “casa come servizio sociale”, e, dall’altra, è una condizione necessaria perché l’agganciamento del canone di fitto alle possibilità di pagamento dell’utente (e anche questa è una rivendicazione diffusa) non dia luogo alla creazione di una serie di ghetti rigidamente distinti a seconda dei livelli di reddito. Vi sono evidentemente una serie di problemi, da quello dell’assegnazione (che potrebbe avvenire anche attraverso simulazioni di mercato) a quello del finanziamento (che potrebbe ricadere sugli utenti o sulla società nel suo complesso), ma si tratta di questioni che troveranno soluzione soltanto nel corso della lotta per la casa e delle altre lotte, nella misura in cui quella e queste andranno avanti. Ma se si vuole che chi non ha abitazione possa conquistarsela e chi la ha possa riappropriarsi di un uso “umano, cioè sociale” della abitazione, crediamo proprio che la via da seguire sia quella, nella quale il cambiamento del modo di produzione si accompagni al cambiamento della natura del prodotto.

Cliccate qui sotto per scaricare il testo integrale:
Valentino Parlato, Il Blocco edilizio, 1970

La pubblicazione dell'opera omnia è l'occasione per ricordare la pienezza della sua vita di uomo e di sacerdote e le ragioni per cui i potenti e gli sciacalli si accaniscono contro la sua figura. articoli di S.Ronchey e F. Ruozzi. la Repubblica, 21 aprile 2017


LE VEREPAROLE DI DON MILANI
di Silvia Ronchey

«Perché il potere ha ancora paura del prete senza chiese»

Vissuto per metà sotto il fascismo, per metà nell’Italia divisa tra democristiani e comunisti, Milani è il rampollo di un’alta borghesia ebraica di antico lignaggio, radicate posizioni liberali, sofisticate tradizioni culturali - bisnonno senatore, Freud e Joyce, Svevo e Pasquali tra le conoscenze di famiglia, l’intelligencija russa nel Dna - che si fa traditore sia del proprio ceto, sia degli schieramenti autoritari della propria chiesa, nonché, in seguito, di quelli dei partiti, che i suoi gesti provocatoriamente radicali negli anni Cinquanta faranno più di una volta infuriare. È un ebreo non praticante che fa «indigestione di Cristo», come scrive al suo mentore e direttore spirituale Raffaele Bensi. Ma la sua conversione non è certo dall’ebraismo al cristianesimo, bensì da un battesimo di convenienza, ricevuto per sfuggire alle leggi razziali, a un abito scomodo, indossato per vocazione di riscatto: quello di cercatore di verità.

Cosa ha fatto Lorenzo Milani? Si è fatto maestro, non metaforicamente ma alla lettera, nel modo più umile e concreto, prima a San Donato, poi a Barbiana. Nel suo insegnamento si è liberato del catechismo, alla lettera ma anche metaforicamente, per attuare un progetto di “redenzione immanente” dell’ingiustizia sociale, ma anche per rovesciare l’impianto ideologico della scuola confessionale. Dove per confessione si intende quella cattolica, ma anche l’altrettanto autoritaria catechizzazione prodotta dalle ideologie secolari. Finendo così per «smascherare l’inganno costitutivo del potere e restituire la sovranità a una manciata di subalterni inafferrabili alla scolastica marxista allora imperante », come scrive Alberto Melloni nell’ardente introduzione all’edizione critica dell’opera omnia in uscita nei Meridiani Mondadori.
Calamitato dalla letteratura, dalla poesia, dalla pittura fin da adolescente, artista bohémien dalla non celata omosessualità nella Firenze di fine anni Trenta, è quasi dandistico il suo primo incontro con il messale romano: «Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d’autore? », scrive diciottenne all’amico Oreste del Buono. Nel ’43 entra in seminario. Quando, dopo più di un decennio di attrito con le gerarchie, il suo primo libro, Esperienze pastorali, gliene guadagna definitivamente l’opposizione senza garantirgli alcuna effettiva protezione della sinistra comunista, Milani non fa che rafforzarsi nel convincimento, forse inevitabile per un intellettuale italiano, che l’unica possibile resistenza sia l’inappartenenza. Ed ecco che l’autorità ecclesiastica lo esilia in quell’«angolo estremo senza acqua, senza corrente elettrica, posta o strada » che è Barbiana. Milani «farà dell’esilio un trono».

Nella sua lotta al conformismo, nel voto di riscatto che sia il ruolo di intellettuale sia l’abito sacerdotale ritiene gli impongano, avrà cari non solo «i mezzi poveri del proprio mestiere con la gelosia con cui il nobile decaduto tiene ai propri titoli», ma cercherà di aprire un varco ai figli del proletariato contadino che tenta di educare proprio in quel modo alto borghese contro il cui feroce sistema di esclusione ha lottato, arrivando a dispensare loro, ostentatamente, gli stessi privilegi materiali, applicando ai venti allievi di Barbiana «i metodi dell’educazione grande bourgeoise»: l’opera alla Scala, i soggiorni all’estero, addirittura la piscina.

La passione per un utopistico «riscatto del tempo penultimo», in cui l’avanguardia contadina che ha riacquistato la parola diventa élite, domina ogni suo gesto, sempre politico, mai settario, sempre etico, mai arbitrario. Ogni intellettuale è un prete mancato. Il problema è che molti intellettuali mancati si fanno preti - di qualunque chiesa, confessionale o secolare, per innato dogmatismo, per ansia di assoluzione anticipata e garantita. Don Milani non era né l’uno né l’altro, e per questo la sua profonda laicità è stata tenuta per più di mezzo secolo in ostaggio da più cleri.

Lorenzo Milani muore nell’estate del ‘67 e la sua ricerca, sarà, scrive Melloni, «rapita dal Sessantotto», che farà di lui «l’icona di un mondo che gli era estraneo», postumamente affiliata da un’opposizione politica che ha avuto tra le sue responsabilità, peraltro condivise con demagogici schieramenti di governo del nostro paese, la sistematica decostruzione del suo sistema scolastico. Proprio quello che a Milani stava più a cuore, che auspicava acattolico e aconfessionale, che vedeva come unico vero strumento rivoluzionario - ma certo solo se e quando «dota i tacitati della parola», non quando li riduce a un nuovo, subculturale silenzio. Nell’anno in cui ricorre il cinquantenario della sua morte, sembra che da più parti si cerchi di infangare la memoria di Milani.

Sto con la professoressa, è il titolo di un recente articolo apparso sul Sole 24 Ore, con allusione al suo scritto più celebre, Lettera a una professoressa. Altrove si è cercato di “pasolinizzare” la sua figura e addirittura, nel recente romanzo di Walter Siti, di suggerirlo, contro ogni evidenza, pedofilo. Ma nessun equivoco è possibile a partire da oggi. Nei due volumi dell’opera omnia si dispiega la scrittura provocatoria e indocile di questa figura di prete divenuta un punto di riferimento per i laici proprio per avere lottato tutta la vita contro gli opportunismi di chi cerca la protezione dei partiti, delle sette e delle chiese.

NELLE SUE LETTERENESSUNA “CONFESSIONE”
MA SOLO IL GUSTO AMARO DEL PARADOSSO
di Federico Ruozzi


«Per tutta la vita ha dovuto difendersi da chi voleva farlo passare, come diceva lui, per “un finocchio eretico”. Però l’analisi attenta e non strumentale dei suoi testi allontana ogni sospetto di pedofilia»
La scrittura di don Milani è difficile da catalogare: ne era consapevole. In una lettera si rivolge così all’interlocutore: «Se accanto a te ce n’è un altro e ci mettete gli occhi insieme direte di me: “il solito paradossale” e sarete cattivi». E così a chi legge di sbieco resta in mano poco: piccoli slogan («l’obbedienza non è più una virtù», «I care») o luoghi comuni su di lui, spesso denigratori, che mescolavano omosessualità e pedofilia. Frutto, quando era vivo, della vigliaccheria dei suoi nemici, e - da morto - di ritagli malfatti, come quelli a cui si è riferito Walter Siti. In particolare, un libro di 15 anni fa dello storico dell’educazione Antonio Santoni Rugiu: Il buio della libertà. Storia di don Milani, (De Donato-Lerici). Rugiu cita di seconda mano passi scelti non a caso. E ignora quasi tutti quelli in cui Milani denuncia il tentativo di farlo passare per «finocchio eretico e demagogo».

Ecco le citazioni 1) Una lettera a Oreste Del Buono del 31 luglio 1941, in cui Lorenzino fantastica sul desiderio di essere visitato da un «angelo biondo» che non è un’allusione, ma il ricorso a quel registro ironico che segna i momenti tragici della vita.
2) Una poesia del 1950 in cui Milani contrappone il desiderio del prete di essere padre degli orfani e delle vedove all’accusa («finocchio!») a cui dovrà far fronte.
3) La lettera alla madre del 29 agosto 1955, in cui ricorda ancora una volta come i suoi persecutori abbiano messo in dubbio il suo sacerdozio.
4) Concetto ribadito nella lettera al vescovo Enrico Bartoletti del primo ottobre 1958, per contrapporre l’elevazione all’episcopato dell’amico e la sua “elevazione” a Barbiana in odore di «finocchio eretico e demagogo» - cose che certo Milani scriveva non per ammetterle, ma per mostrare la bassezza dei suoi denigratori.
6) Dalla lettera all’amico giornalista de L’Europeo Giorgio Pecorini del 10 novembre 1959 viene presa la riga che afferma «che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto d’amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)» e poi «chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?».

Espressioni che non sono confessioni del desiderio di stuprare i bambini ma la costruzione della tesi paradossale finale: «Eccoti dunque il mio pensiero: la scuola non può essere che aconfessionale e non può essere fatta che da un cattolico e non può essere fatta che per amore (cioè non dallo Stato). In altre parole la scuola come io la vorrei non esisterà mai altro che in qualche minuscola parrocchietta di montagna oppure nel piccolo d’una famiglia dove il babbo e la mamma fanno scuola ai loro bambini». Così come sarebbe strampalato imputargli una dottrina sul privilegio cattolico di insegnare, allo stesso modo non si può fare delle premesse la confessione di uno stupratore.

E infine c’è una lettera all’amico don Bruno Brandani del 9 marzo 1950 presentata con un’ omissione che ne stravolge il senso: all’amico don Lorenzo si rivolge dicendo «questa lettera è per te solo [...] se sei solo io son sicuro che mi intenderai come al tempo in cui ci si intendeva». L’ammissione di un’antica intimità erotica?

La straziante affermazione che nell’esilio barbianese la vita spirituale consiste «nel tener le mani a posto!» sarebbe l’ammissione di un desiderio represso di violenza sui bambini? No, la lettura dell’insieme del brano chiarisce tutti i dubbi: «Bruno questa lettera è per te solo solo solo. Se accanto a te ce n’è un altro e ci mettete gli occhi insieme direte di me: “il solito paradossale” e sarete cattivi. Ma se sei solo io son sicuro che mi intenderai come al tempo in cui ci si intendeva. Tu lo sai che a Dio ci credo e che credo anche a tutto il resto compreso la SS. Purità e la S.Carità e la S. Umiltà ecc. Ma ora che questi nomi non son più olezzanti fiorellini nell’orticello immacolato di Dio, ma sofferenti cicatrici, ora io non sopporto più di sentirne parlare sia pure da d. Bensi o Bartoletti o p. Lombardi o chi si sia. Ci credo da me come so che ci credi te e tutti gli altri compagni che ci viviamo dentro tragicamente».

Il linguaggio milaniano è volto sempre a provocare, oscillare e scivolare dal registro ironico a quello paradossale. A don Bensi, il suo padre spirituale, lo dice rimproverando di averlo spinto a lavorare al suo libro: «Può darsi che lei abbia in vista una felice sintesi delle due cose, di cui io invece non intravedo la compatibilità p. es. passare a un tempo da finocchio e da maestro, da eretico e da padre della Chiesa, da murato vivo nel chiostro e da pubblicatore del più polemico dei libri. Una sua decisione per l’una o l’altra strada oppure una sua spiegazione del come se ne possa compiere la sintesi mi farebbe un gran comodo ».

Don Lorenzo Milani, Tutte le opere (Meridiani Mondadori, due volumi, pagg. 2976, euro 140). Un progetto realizzato sotto la direzione di Alberto Melloni e con la cura di Federico Ruozzi, con la collaborazione di Anna Carfora, Valentina Oldano, Sergio Tanzarella. Dal 25 aprile in libreria.

L'ultimo articolo di Alfredo e ricordi di Valentino Parlato, Eugenio Scalfari, Beppe Vacca, Paolo Franchi.

l'Unità, il manifesto, la Repubblica, Huffington post, Corriere della Sera, 22 e 23 marzo 2017


l'Unita, 14 marzo
UN LUNGO SILENZIO A SINISTRA
di Alfredo Reichlin
L'ultimo articolo, quando finalmente scrive: Matteo, ora basta
Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese. Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i giochi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve garantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non prevalga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione.
Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo “statuto dei lavoratori”. Dedicammo metà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette riforme economiche. E’ l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ripensata. Noi non facemmo questo al Lingotto. Con un magnifico discorso ci allineammo al liberismo allora imperante senza prevedere la grande crisi catastrofica mondiale cominciata solo qualche mese dopo.
Anch’io avverto il rischio di Weimar. Ma non dò la colpa alla legge elettorale né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Repubblica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istituzioni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre generare un nuovo equilibrio tra costituzione e popolo, tra etica ed economia, tra capacità diffuse e competitività del sistema. Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. E’ il popolo che dirà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare.
La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del sistema democratico e della possibilità che questo resti aperto, agibile dalle nuove generazioni.
Quando parlai del Pd come di un “Partito della nazione” intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state piegate nel loro contrario: il “Partito della nazione” è diventato uno strumento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere. Tuttavia oggi mi pare ancora più evidente il nesso tra la ricostruzione di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la partecipazione popolare e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti e ideali, rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro.
Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centro sinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha invece deciso di uscire dal Pd. Costoro devono difendere le loro ragioni che sono grandi (la giustizia sociale) ma devono farlo in un percorso aperto intento ricostruttivo e in uno spirito inclusivo. Solo a questa condizione i miei vecchi compagni hanno come sempre la mia solidarietà.

Il manifesto, 23 marzo
LA MORTE DI ALFREDO REICHLIN.
RAGAZZI, PARTIGIANI, COMPAGNI FELICI IN MEZZO AL POPOLO

di Valentino Parlato

«Il ricordo. Nel libro

Il midollo del leone, il lungo sodalizio con Luigi Pintor, compagno di banco e di lotta».

Il compagno Alfredo Reichlin ci ha lasciato: è una seria perdita. E quando scrivo “compagno” ricordo l’epoca del protagonismo politico e culturale del Pci. Alfredo ne è stato uno dei migliori interpreti: uno straordinario compagno.

La sua vita è stata molto intrecciata a quella dei compagni che hanno fatto questo giornale. Innanzitutto a quella di Luigi Pintor. Erano compagni di banco, al liceo Tasso, ed è proprio grazie a Giaime che ambedue hanno preso la strada che poi li ha portati al Pci. Finirono la scuola nel ’43 ma nel grande edificio di via Sicilia tornarono assieme, armati di pistola, già universitari, per la loro prima azione temeraria: entrarono nella stanza del preside fascista, Amante, minacciandolo di rappresaglia se non avesse consentito lo sciopero degli studenti convocato per protestare per l’uccisione di Massimo Gizzio, studente antifascista in un altro liceo della capitale. Poi riuscirono a prendere contatto col Pci e furono arruolati, diciannovenni, nei Gap romani.

È sempre con Luigi che alla Liberazione decidono di fare il passo dell’iscrizione al Pci. «Eravamo comunisti?» – si è chiesto Alfredo nel bel libro scritto qualche anno fa (Il midollo del Leone, Laterza 2010). Lo siamo diventati dopo. E tuttavia se si vuole capire qualcosa della storia d’Italia e del perché il ruolo del Pci è stato così grande, tanti discorsi sul mito sovietico e sullo stalinismo servono ma fino a un certo punto. Non spiegano perché una generazione che dell’Urss non sapeva nulla (noi compresi) si gettava nella lotta. Non era Stalin ma la patria che ci chiamava. Può sembrare retorico, ma è la pura verità.

«Io non so se questo sentimento nazionale sarebbe scattato senza l’appello all’unità nazionale che ci arrivò da Napoli, dal capo dei comunisti, un certo Ercoli [nome di clandestinità di Palmiro Togliatti --n.d.r.] Dario Puccini, fratello del futuro regista Gianni, ci riunì a casa sua per spiegarci che l’obiettivo di questo Ercoli era la ’democrazia progressiva’.’Progressista’, cercai di correggerlo. No, ’progressiva’, mi rispose irritato, e mi spiegò il significato fondamentale di questa parola che alludeva a un processo in atto: a come, in certe condizioni, la democrazia poteva trasformarsi in socialismo.(Non ci sono barriere cinesi tra la democrazia portata fino in fondo e il socialismo). Lo aveva detto nientemeno che Lenin».

Fu di nuovo assieme a luigi che Alfredo approdò, già nel 1945, alla redazione dell’Unità. Togliatti, con grande coraggio, aveva capito che se voleva costruire un grande partito popolare doveva rendere protagonisti i giovani cresciuti nel paese durante il fascismo, non gli anziani, pur gloriosi compagni, tornati dall’esilio o usciti dalle carceri.

Di quel giornale – in cui io, più giovane di sei anni, entrai come correttore di bozze appena sbarcato dalla Libia – Alfredo divenne direttore, poco più che trentenne, succedendo a Pietro Ingrao. Ed è per “ingraismo” che ne fu allontanato nel ‘ 62 e spedito in Puglia dove era nato, ma non aveva mai vissuto (mentre Luigi per le stesse ragioni veniva spedito in Sardegna).

Segretario del partito in quella regione allora tutta bracciantile lo seguii poco dopo, perché anche io fui mandato «a conoscere l’Italia», e fui per alcuni anni il suo vice. Fu una straordinaria esperienza. Reichlin, sempre in quel libro in cui dà conto della sua vita, racconta il primo impatto con la Puglia, quando parla della felicità: l’immensa felicità della politica che si fa popolo, che riscrive la storia.

«La profonda emozione di riscoprire gli italiani, il paese vero:le borgate, le fabbriche, i braccianti. Ricordo quando arrivai a Bari da Roma una sera tanto tempo fa (erano i primi anni ’60) per assumere la direzione dei comunisti pugliesi. Non conoscevo nessuno. Cenai in una squallida trattoria con Tommaso Sicolo, il mio vice, un operaio di Giovinazzo di straordinaria intelligenza. Stazza 110 chili. Non avevo mai visto mangiare un piatto così grande di pastasciutta. Mi comunicò che il giorno dopo dovevo fare un comizio a Corato. Era la prima volta che parlavo in piazza. Non so quello che dissi. Ricordo solo una piazza immensa e un mare di coppole. Gli zappatori. In Puglia incontrai una umanità: i compagni. Mi trovai immerso nella vita di un partito che era anche una straordinaria comunità umana».

Quando io arrivai in Puglia Alfredo era riuscito ad aprire l’organizzazione anche a qualche giovane che bracciante non era. Stava crescendo un gruppo di intellettuali – Franco De Felice, Mario Santostasi, Giancarlo Aresta, Beppe Vacca, Felice Laudadio – formatisi fra l’università e la casa Editrice Laterza.

Vito Laterza, che ne era il direttore, divenne nostro amico e ci offrì la vecchia villa dove d’estate alloggiava Benedetto Croce, autore fondamentale della casa editrice. Lì andammo a vivere con Alfredo, l’abitazione era bellissima ma ormai a pezzi, in attesa di essere demolita, gelida d’inverno. Lì si svolsero discussioni infinite sulla questione meridionale, di cosa voleva dire – non in astratto, ma a partire da quel contesto concreto – una rivoluzione in occidente che non fosse una semplice variante del riformismo socialdemocratico né del marxismo-leninismo di tipo sovietico. Fu una bellissima stagione.

Anche dopo – per tutti gli anni ’60 – continuammo a incontrarci molto: a Roma, a dirigere la commissione culturale, era venuta Rossana, molto amica di Alfredo, e sebbene non sia mai diventata una corrente, visse in quegli anni pre-’68 un’area ingraiana che la pensava in modo analogo. Così come Ingrao anche Alfredo non ci seguì nell’avventura de Il Manifesto.

Le nostre strade politiche si separarono, non i rapporti umani, sebbene per un po’ di anni, i primi, le relazioni fra chi come Alfredo e Ingrao faceva parte del vertice del partito e chi come noi ne era stato radiato, furono anche tesi.

Alfredo accettò la scelta della maggioranza del Pci anche quando si arrivò allo scioglimento del partito nel gennaio ’91 e poi le successive trasformazioni in Pds, Ds, Pd.

Una rottura gli è sempre sembrata un arbitrio, quasi un atto di superbia. Fino all’ultimo ha continuato a riferirsi a quel che era restato come “il Partito”. Non riusciva nemmeno a immaginarsene un altro. Ma alla fine non ha più retto e ha scelto anche lui la strada del dissenso aperto: votando No al referendum e scrivendo, solo pochi giorni prima di morire, a commento del Lingotto, un feroce articolo contro il renzismo.

le ultime pagine de Il Midollo del Leone sono dedicate ai fratelli Pintor.

Si parte dalla foto della loro classe di liceo e Alfredo torna a guardare quei volti di loro ragazzi. «Sopratutto – scrive- il volto di Luigi, il mio compagno di banco e fratello di Giaime, insieme al quale scoprivo i libri, facevo i grandi pensieri, e poi combattei fianco a fianco tra i partigiani, e poi ancora ci ritrovammo nella redazione dell’Unità. Era un ragazzo davvero straordinario e ne parlo perché vorrei che lo avessero conosciuto i tanti simili a lui, che certamente esistono e che ormai devono decidersi a prendere la parola. Luigi era il nostro capo…..Passò solo un anno ed egli venne a casa da me in quella sera tristissima del dicembre 1943 per dirmi che Giaime era morto, dilaniato da una mina mentre attraversava la linea sui monti dell’Alto Volturno. Noi avevamo 18 anni, Giaime 4 o 5 di più. E Giaime resta per me il simbolo di una generazione».

Rispetto agli intellettuali antifascisti delle generazioni precedenti, questa non si è fatta affascinare dall’intimismo, ha «lasciato ai vecchi intellettuali delusi la confusione dei loro propositi. L’ultima generazione non ha avuto tempo di costruirsi il dramma interiore: ha trovato un dramma esteriore perfettamente costruito».

E poi ricorda le parole di Calvino su Giaime: «L’esempio di Pintor, una delle tempre umane più estranee al decadentismo che pure veniva da un’educazione letteraria che era quella del decadentismo europeo, ci testimonia come in ogni poesia vera esiste un midollo di leone, un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia».

il suo libro, Alfredo lo conclude con queste parole: «Di questo ’midollo del leone’ c’è un gran bisogno. Se Vittorio Foa fosse ancora vivo e mi rivolgesse di nuovo quella domanda – credevate nella rivoluzione? – io risponderei con questi pensieri».

la Repubblica, 23 marzo

ALFREDO REICHLIN

di Eugenio Scalfari
«Addio amico mio eri il più comunista e il più democratico».

L’avevamo battezzata, Alfredo ed io, la cena dei cretini, che da almeno tre anni aveva luogo in un ristorante romano di buon livello, non sempre lo stesso. I membri titolari di quella cena erano oltre noi due anche Fabiano Fabiani e Luigi Zanda ciascuno con le proprie mogli. Ognuno di noi naturalmente poteva invitare altri comuni amici o figli e questo secondo ciclo, figli a parte, erano cretini di complemento, la serie B: Andrea Manzella, Lorenzo Pallesi, Gianluigi Pellegrino e suo padre quando era a Roma.

Cretini. Ma perché c’era venuta in mente quella parola attribuita a noi stessi e perché mi viene in mente per prima, insieme a una montagna di ricordi questo che è il più cretino del mondo? Era la consapevole descrizione di persone fortemente interessate alla politica e alla propria professione: uomo politico, avvocato, magistrato, docente. Ma nessuno di loro (di noi) aveva mai pensato al proprio interesse. L’interesse generale, quello sì; lo Stato in quanto suo tutore. La distinzione era netta tra l’interesse generale e quello particolare, che doveva essere tutelato anch’esso, ma solo con le forze proprie e comunque doveva cedere di fronte agli ideali, ai valori ed anche alla eventuale conflittualità con quello dello Stato.

Si può conciliare il generale e il particolare, ma c’è chi lo fa con sagacia, nel senso cioè che quella conciliazione è furbesca e procura comunque qualche vantaggio, qualche influente amicizia che al bisogno una mano te la dà. Il cretino della nostra definizione invece è in questo caso ingenuo, sincero, leale con gli altri ed anche con se stesso. Insomma non si è posto un problema contraddittorio che per la sua natura non c’è. Ma per ironizzarlo e divertirmici sopra usiamo la parola cretini, anziché onestamente ingenui. Era anche onestà, non soltanto nella vita pratica ma anche in quella intellettuale. È probabile che questo mio racconto venga preso in giro e sia origine di sfottimenti di vario genere, più o meno diffamatori. Comunque a noi cretini la diffamazione ci sfiora ma non ci tocca. E tantomeno ci ferisce.

Quello che fin qui ho raccontato riguarda questi ultimi anni della mia amicizia con Alfredo, ma essa è molto più antica. Cominciò nei primi anni Cinquanta attraverso Luigi Pintor il quale era molto attivo, comunista politicamente e dotato di grande estro musicale e pianistico. Suonava con la stessa passione e grande tecnica strumentale il pianoforte. L’avevo conosciuto casualmente ed ero stato affascinato dal suo ruolo di pianista. Alfredo lo conosceva e frequentava in quanto compagno comunista ed anche lui gradiva le sue suonate e fu lì il nostro primo incontro.

Capii subito che Alfredo era un comunista “sui generis”, più di sinistra degli altri ma al tempo stesso democratico e costituzionale. Popolare. Amico del proletariato, ma contrario ad ogni rivoluzione che in nome dell’eguaglianza abbandoni la libertà dei singoli, del loro modo di pensare e di agire. Per lui il comunismo e l’eventuale sua rivoluzione potevano essere necessarie per completare le libertà borghesi con la libertà sostanziale del proletariato. Le libertà borghesi, cioè, erano indispensabili perché fanno competere e vanno scambiate per privilegi, ma dovevano essere comunque appaiate alla libertà proletaria e alla sua forza di accedere al potere. Un potere pieno ma democratico. Una democrazia che inventava la sua struttura iniziale: non erano i pochi che comandavano i molti, ma i molti che attraverso il potere ottenevano le finalità volute a favore del proletario, ma al tempo stesso tutelavano la libertà e la difesa dei propri legittimi interessi particolari, non di classe ma di persona e di famiglia.

Questa nel Pci era la tesi sostenuta da Pietro Ingrao e questa fu con chiarezza, ma anche con senso di appartenenza alla rivoluzione sovietica e alla sua potenza internazionale e quasi imperiale, la “doppiezza” di Togliatti, segretario (cioè capo) del Pci, ma anche membro del Comintern e poi del Cominform, organi internazionali del movimento comunista.

Togliatti era le due cose insieme. La sua doppiezza in quegli anni fu preziosa al Pci perché non lo chiuse nel ghetto di un partito che pensava e proponeva soltanto la rivoluzione. Del resto ripeteva quanto era stato stabilito al Congresso di Lione molti anni prima, dall’influenza del pensiero di Gramsci, e soprattutto quanto avevano detto e scritto Marx ed Engels nel 1948, quando le rivoluzioni borghesi scoppiarono nell’Europa intera contro le monarchie e i loro poteri assoluti. Insomma, un ritorno alla Rivoluzione francese dell’Ottantanove, poi sostituita dal “terrore” di Robespierre, dal potere assoluto del Direttorio e poi di Napoleone. Questa storia finisce con la restaurazione del potere monarchico assoluto che ritornò in pieno dopo il Congresso di Vienna gestito da Metternich.

«Marx – mi diceva Alfredo – non avrebbe mai voluto una rivoluzione comunista in Russia per il semplice fatto che la Russia non era una potenza industriale che produce oltre al profitto anche una massa di operai. Era invece un paese latifondista abitato soprattutto da contadini che non a caso alcuni grandi scrittori come Gogol chiamavano “anime morte”. In Russia le liberà borghesi non esistevano, quindi non esisteva la democrazia e non poteva evolversi con il comunismo marxista».

Così la pensava Reichlin e così la pensava Togliatti, ancor più in questa direzione si svolgeva il pensiero e la posizione politica di Terracini. Diversa era quella di Amendola, il più democratico di tutti in Italia, ma il più leninista e poi staliniano in Urss. Amendola cioè estremizzava la sua democrazia italiana compensandola con il suo stalinismo russofobo.

Alfredo era seguace della doppiezza di Togliatti e del popolarismo di Ingrao. Conoscendo i miei sentimenti verso il movimento di “Giustizia e Libertà” derivanti dal Partito d’Azione, mi esortava a votare comunista ora che il Partito d’Azione di fatto non esisteva più, anche se la sua cultura politica era molto diffusa. Di fatto io votavo per il Partito repubblicano finché Ugo La Malfa ne fu il capo, ma quando morì cominciai a votare comunista. Questo coincise con l’emergere di Berlinguer e dei suoi primi strappi contro il potere sovietico.

Ricordo ancora una cena a casa di Alfredo, una casa della cooperativa dei giornalisti, in una serata quasi estiva. Alfredo, che era un bel giovane alto, snello e forte, aveva da poco sposato Luciana Castellina, fisicamente bellissima e politicamente molto impegnata nelle associazioni universitarie di sinistra e poi nel Pci come partito rivoluzionario. Lei altre domande non se le poneva, rivoluzionaria, punto e basta. Infatti col passar degli anni ci fu una rottura e i rivoluzionari a cominciare da Luciana uscirono clamorosamente dal partito e ruppero anche con Ingrao che entro certi limiti era con loro, e fondarono il manifesto.

Tutto questo accadde dopo. La cena di cui parlo avvenne molto prima, esattamente nel giugno del 1957. Aggiungo che l’Espresso era già nato nell’ottobre del 1955 e nel gennaio del ’56 fece la sua comparsa il Partito radicale, fondato dal gruppo dirigente dell’Espresso e del Mondo di Mario Pannunzio. Di quel partito io ero stato nominato vicesegretario.

Queste le premesse che determinarono la nostra cena cui ho accennato. Era molto ristretta e, come mi aveva avvertito Alfredo, riservata. C’erano i padroni di casa (soprannominati da tempo “i due belli”) c’era Togliatti con la sua compagna Nilde Iotti e io con mia moglie Simonetta.

A tavola su domanda di Luciana che voleva sentire da Togliatti come e dove aveva trascorso gli anni di guerra, Togliatti rispose: a Mosca in un albergo. E da quel momento parlò e raccontò quei tre terribili anni, tra il 1939 e il ‘42 con le truppe tedesche a quaranta chilometri da Mosca, circondata con soltanto pochissimi varchi lungo il fiume. Ogni tanto gli facevamo qualche domanda e lui rispondeva, chiariva, completava. Insomma un racconto affascinante, personalizzato da un protagonista politico che lo stesso Stalin trattava per quello che era. Poi su sollecitazione di Alfredo, raccontò anche quando era uno dei comandanti degli armati comunisti a Barcellona durante la guerra di Spagna e ricordò, con un certo imbarazzo, la strage degli anarchici i cui volontari erano anch’essi a Barcellona per arginare le truppe di Franco che assediavano la città. I comunisti e gli anarchici convissero per qualche tempo ma poi scoppiò una vera guerra interna e gli uomini guidati da Togliatti, quando lui era tornato a Mosca, fecero strage degli avversari.

Alla fine, dopo aver brindato e mangiato il tradizionale dolce “montebianco” (lo ricordo ancora) ci trasferimmo nel piccolo salotto con le signore in un lato e i tre uomini dall’altro.

Io su indicazione di Alfredo sedetti in poltrona, lui su una sedia e Togliatti per parlarmi vicinissimo sedette su un pouf, posizionandolo quasi attaccato alla poltrona. Lì compresi finalmente la ragione di quella cena, quando Togliatti mi domandò che cosa fosse e che cosa si proponesse di fare il nostro Partito radicale. Debbo dire che mi sentii assai lusingato da questo suo interesse e risposi: eravamo dei liberali di sinistra, alcuni di noi volevano aprire verso i socialisti, altri, la maggioranza, si consideravano alleati di Ugo La Malfa e dei suoi repubblicani.

«Ho capito – commentò Togliatti – siete una specie di succursale intellettuale dei contadini romagnoli gestiti da La Malfa. L’alleanza con i socialisti è un po’ più anomala». Ma lei, gli dissi io, non è favorevole a questa spinta più a sinistra? «Certo certo», rispose lui. «Forse non hai capito bene», interloquì Alfredo. «A noi interessa che i radicali operino in quanto tali e La Malfa va benissimo come punto di congiunzione. I socialisti di Nenni hanno molto più seguito popolare e con essi non potete fare un’alleanza ma di fatto finirete dentro quel partito senza alcuna funzione autonoma da manifestare. Che vantaggio c’è non solo per voi ma per il Paese?». Intervenne Togliatti: «I socialisti sono nostri alleati, certamente rappresentano, sia pure in modo alquanto diverso, una sinistra marxista e nei momenti fondamentali siamo uniti a tutti gli effetti. Ma un partito liberale di sinistra in Italia non c’è e soltanto il vostro per piccolo che sia marca e sottolinea una posizione che interpreta la parte migliore della classe borghese, quelle famose libertà borghesi che in Italia già ci sono ma sono ancora deboli e fragili.

Chi è in grado di rafforzarle non tanto con i numeri degli elettori ma con il sostegno intellettuale e politico dei valori delle libertà borghesi è il benvenuto anche per noi. Spero di essermi spiegato ». Chiarissimo, risposi io. E la conversazione finì lì.

Di racconti analoghi ne potrei fare molti. Dirò soltanto che quando Berlinguer scomparve, gli subentrò Natta (e Tortorella) ma Natta durò poco e il Pci dovette porsi il problema del nuovo segretario. Era già nata Repubblica e io sostenni che a quel posto andasse Reichlin. Il quale mi telefonò per dirmi che stavo sbagliando. Lui sapeva già che il congresso votava Occhetto e che probabilmente lui avrebbe cambiato il nome del partito. Farà senz’altro bene, mi disse Alfredo, ma lui, Alfredo, non l’avrebbe mai fatto ancorché fosse persuaso che quella era la soluzione necessaria. Quindi la facesse qualcun altro ma lui quell’iniziativa non l’avrebbe mai presa pure approvandola.

Questo è stato Alfredo. Un politico bravo ed efficiente ma soprattutto un custode di valori e ideali a favore dei poveri, dei deboli, degli esclusi. La politica è stata la sua passione ma con difficoltà ad effettuare interventi a favore dei suoi ideali. A me talvolta ricorda in questi ultimi tempi papa Francesco e gliel’ho detto. «Ma che sei matto? » mi ha risposto Alfredo. Questo avvenne un paio di volte durante la cena dei cretini. Lì ci incontrammo l’ultima volta un mese e mezzo fa. Poi si ammalò e adesso ci ha lasciato soli, almeno me.

Huffington post, 22 marzo
LA SUA LEZIONE È QUELLA DI TOGLIATTI.
SU RENZI CI SIAMO DIVISI"
di Beppe Vacca

Beppe Vacca fa un tiro di sigaretta, quasi a trattenere l’emozione, comenello stile dei vecchi comunisti: “Ricordo che a uno dei primi incontri Alfredomi chiese: quante ore al giorno lavori? Io risposi: sei, sette… e lui: cosìpoco? Per fare grandi cose devi lavorare almeno dieci ore al giorno. Iniziò inquei tempi un grande sodalizio intellettuale e anche una grande amicizia”. È lafase della cosiddetta “ecole bariesienne”, il fecondo incontro tra il Pci e gliintellettuali in Puglia. Ricorda Beppe Vacca, storico direttore dell’IstitutoGramsci: “Alla fine del ’62 in preparazione del decimo congresso Alfredo assumela segreteria regionale. Il partito comunista dell’epoca è un partito insediatonelle campagne, tranne Taranto città operaia, e nel quale la forza urbana èmolto modesta e la presenza del ceto medio intellettuale è sparuta”. Reichlin èun giovane dirigente comunista, sguardo esigente e asciutto, cresciuto nel Pcitogliattiano, quello di Gramsci del suo “rovello” della storia d’Italia, cheinterpreta il marxismo come storicismo assoluto, la “politica come storia inatto”, come ricorderà lo stesso Reichlin commemorando Ingrao: “Io – prosegueVacca – avevo scoperto Togliatti, e in Reichlin vidi un dirigente esemplare,per più ragioni”.

Quali?
«Innanzitutto per come interpretava il centralismo democratico. Tornando dalleriunioni di direzione a Roma, non è che dava la linea, spiegava il processo diformazione della linea. Metteva i dirigenti nelle condizioni di poter ragionarenei termini della discussione per come si sviluppava ai vertici. In secondoluogo, per la grande attenzione ai processi urbani».

La politica delle alleanze.
Alleanze e gruppi intellettuali. Anche perché questo tipo di esercizio dinutrire culturalmente il perché la linea era quella e non un’altra stabilisceun allargamento della comunicazione tra i gruppi stretti e una base più larga.Il terzo elemento è che lui inizia subito a dare un nuovo orientamento almovimento operaio della puglia. Lavorando sui braccianti, sul sindacato, licolloca sul terreno più avanzato della lotta per la modernizzazionedell’agricoltura pugliese. È un approccio sviluppistico, non semplicementerivendicativo. E infatti inizia allora il dibattitto se il Mezzogiorno èquestione agraria o questione urbana»

Sentendola parlare avverto una nostalgia per un’epoca in cui la politicaè anche esercizio intellettuale?
«Per me è la politica è sempre questa e non può essere alta. Allorain determinate condizioni, oggi in altre».

Torniamo ai Dieci anni di politica meridionale, come si intitola suo illibro (Editori Riuniti, 1974).
«Il punto di arrivo di questa linea, quando lascia la Puglia, per andare adirigere la commissione meridionale, è che il Mezzogiorno non venga tagliatofuori, anzi è l’idea di un nuovo modello di sviluppo del Mezzogiorno. È unlavoro molto importante, che culmina con la conferenza di Crotone, basato sullasaldatura tra il ciclo contrattuale delle lotte operaie, i fenomeni modernidelle città e quello che si può muovere dalle campagne e dai fenomeni modernidelle città».

È la grande scuola togliattiana: l’analisi sociale, il campo, lapolitica delle alleanze, l’idea di una battaglia che porta all’approdo di unademocrazia che distribuisce ricchezza e potere. Più avanzata.
«La lezione di Alfredo è la lezione di Togliatti. Il fondamento della politica èl’analisi storica. La politica una grande chiave interpretativa dellamodernità, la politica organizzata.

In questa lezione c’è anche un partito non leaderistico. Reichlin èin segreteria con Berlinguer, il leader più popolare che ha avuto la sinistra,ma ha attorno una classe dirigente viva a critica, basti pensare alla vicendadella scala mobile.
«Nella politica come è stata negli anni Settanta, il grande partito era uncomplesso insediamento sociale e il grande partito aveva grandi leader. Poi,cambia la società e il mondo. E quindi cambiano i partiti e la natura dellaleadership».

Negli ultimi anni, lei e Reichlin, due togliattiani, avete fattoscelte diverse. Molto diverse. Vi ha diviso il giudizio su Renzi.
Io ho guardato al Pd nel suo farsi senza essere influenzato dall’alternarsidelle sue leadership. E ho riconosciuto Renzi come leader legittimo.

Però, scusi professore. C’è una differenza non da poco tra ilpartito della Nazione di cui ha parlato Reichlin, che è un partito incardinatosu una parte della società e si fa carico della funzione nazionale, e un magmasenza confini. È la differenza tra un partito che allarga il campo dellasinistra e quello che esce dal campo e rompe i confini.
Per me il Pd è un partito della nazione, già per il fatto che ha accumulatodieci anni di esistenza per una parte fondamentale di un pezzo dell’Italia,della nazione. Se io parlo della sinistra in Germania parlo della Spd, inFrancia del Pse, in Italia del Pd. E il Pd, anche questo Pd, è più modernodelle socialdemocrazie. Non è, come dice lei, un contenitore indistinto, ma uncampo di forze.

Nell’ultimo editoriale Reichlin sull’Unitàusa toni pessimisti sul futuro della sinistra: “Non lasciamo la sinistra sottole macerie”.
«Ha il merito di parlare a tutti. Ognuno mediti e si faccia l’esame dicoscienza».

Scrive Reichlin: “Anche io avverto il rischio Weimar. Crisi socialee crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture della societàitaliana a delegittimare le istituzioni !rappresentative”.
È dal 1975 che in Italia è aperta la questione Weimar. Uscì allora il libro lacrisi di Weimer di Gian Enrico Rusconi, pubblicato da Einaudi. Ripubblicatooggi sarebbe attualissimo».

Corriere della sera, 22 marzo
ALFREDO REICHLIN,
PERCHÉ CI MANCHERÀ
di Paolo Franchi

«Padre nobile di tutti i leader della sinistra, con l’eccezione di Renzi, un comunista italiano e un particolarissimo homo togliattianus»

Alfredo Reichlin è morto ieri sera. Aveva 91 anni. Era stato partigiano nelle Brigate Garibaldi, dirigente e deputato per il Pci, allievo di Togliatti, poi in sintonia con Ingrao e la collaborazione con Berlinguer. Fu anche direttore dell’Unità.

Con Alfredo Reichlin, scomparso nella notte all’età di 91 anni, se n’è andato uno degli ultimi grandi vecchi della sinistra. Persone che erano passate attraverso la Resistenza e si erano formate nel clima arroventato della Guerra fredda, ma avevano saputo smussarne le asprezze, pur rimanendo legate all’idea di un superamento del sistema capitalistico che si era rivelata illusoria. Reichlin aveva tuttavia accettato, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’esaurimento degli ideali comunisti e le successive svolte che avevano visto la progressiva trasformazione del Pci, fino a svolgere il ruolo di presidente della commissione incaricata di stendere il Manifesto dei valori del Partito democratico. Insisteva però sulla necessità che l’eredità storica della sinistra non andasse dispersa.

Nato a Barletta il 26 maggio 1925, ma cresciuto a Roma fin dall’infanzia, figlio di un avvocato, apparteneva alla generazione che si era avvicinata alla politica con l’adesione alla lotta partigiana nelle file del Partito comunista. In particolare aveva partecipato nella capitale all’esperienza dei Gruppi d’azione patriottica, i nuclei armati che conducevano la guerriglia urbana contro gli occupanti tedeschi e i loro alleati fascisti. Durante la guerra era stato anche catturato dal nemico e poi liberato per un intervento provvidenziale di Arminio Savioli, futuro giornalista dell’«Unità».

Giovane di notevoli capacità, era tra coloro che si erano formati all’ombra di Palmiro Togliatti, che dopo la Liberazione, aveva scelto di aprire il Pci a tutte le energie esterne disposte a condividerne il programma, con l’intento di aggregare forze fresche in una società civile che andava abituandosi alla vita democratica.

Divenuto vicesegretario della Federazione giovanile comunista, Reichlin aveva poi proseguito la carriera politica in campo giornalistico, entrando nella redazione dell’«Unità», di cui era divenuto vicedirettore e poi, nel 1958, direttore. Ricordava con grande orgoglio il ruolo svolto all’epoca dal quotidiano del Pci nella capitale, in particolar modo nel denunciare il degrado delle periferie romane. Il compito che aveva affidato al giornale non era tanto seguire la politica istituzionale, diceva rievocando quegli anni, quanto piuttosto andare alla «scoperta dell’Italia vera, con le sue miserie, le sue tragedie, le sue violenze».

Negli anni Sessanta Reichlin, sulla spinta del cambiamento determinato dalla destalinizzazione, si era avvicinato alla sinistra di Pietro Ingrao e forse anche per questo nel 1963 era stato sostituito da Mario Alicata alla guida dell’«Unità». Ma aveva sempre mantenuto un ruolo di spicco nel partito. Era stato segretario del Pci in un regione importante come la Puglia e dal 1968 era stato eletto in Parlamento. Sposato in prime nozze con un’altra esponente comunista, Luciana Castellina (radiata dal partito nel 1969 con il gruppo del «manifesto»), aveva avuto da lei due figli, Lucrezia (firma del «Corriere») e Pietro, entrambi economisti. Dal 1982 era sposato con Roberta Carlotto.

Durante gli anni Settanta Reichlin era entrato nella direzione nazionale del Pci e aveva lavorato in stretto raccordo con Enrico Berlinguer, di cui aveva condiviso le scelte fondamentali che avevano condotto il partito prima a straordinari successi e poi a un progressivo declino. Interessato ai temi della politica economica e alla necessità di definire un nuovo modello di sviluppo, si era preoccupato anche di stabilire un rapporto con il mondo produttivo, compresa la piccola imprenditoria. Dal luglio del 1989 al 1992 era stato il ministro dell’Economia del «governo ombra» costituito dal Pci, poi divenuto Pds.

Dopo la fine del blocco sovietico aveva accettato di mettere in discussione la propria esperienza politica nel libro Il silenzio dei comunisti (Einaudi), scritto con Vittorio Foa e Miriam Mafai. Altre riflessioni importanti sull’identità e il futuro della sinistra sono contenute nei suoi saggi Ieri e domani (Passigli, 2002) e Il midollo del leone (Laterza 2010). Il suo ultimo intervento, significativamente intitolato Non lasciamo la sinistra sotto le macerie , era uscito il 14 marzo scorso sul sito Nuova Atlantide: «Non sarà una logica oligarchica — scriveva — a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva».

»

. il manifesto, 8 febbraio 2017 (c.m.c.)

Se è indubbio che con TzvetanTodorov se ne va una delle maggiori personalità intellettuali del XX secolo, è certo meno facile riassumere in poche battute che tipo di pensatore e di scrittore sia stato. Impossibile l’etichettatura, e non solo perché tutti i cavalli di razza difficilmente si lasciano imbrigliare in abiti preconfezionati. La sua biografia intellettuale è irriducibile a uno schema, o a una carriera, e appare evidentemente bipartita.

Da una parte, tra gli anni ’60 e ’80 del XX secolo, lo studioso delle forme letterarie, dello strutturalismo linguistico, l’erede inquieto del formalismo russo; dall’altro la strana, e fascinosa, figura del saggista-testimone che riflette sul male del Novecento, sulla catastrofe dei fascismi e dello stalinismo, dei campi e dei gulag, della violenza etnica e politica portata all’estremo.

Questa conversione può essere situata facilmente alla fine degli anni ’80, guarda caso in corrispondenza della caduta del muro di Berlino e della fine dei sistema sovietico. È allora che – sembra di poter dire – Todorov consente a se stesso di alzare il velo su un passato recente che gli appartiene in pieno, quello del regime oppressivo dal quale era riuscito a sfuggire; lui che poco più che ventenne, all’inizio dei ’60, era emigrato dalla Bulgaria comunista e si era installato in una Parigi oltremodo scintillante, vero centro mondiale delle scena artistica e intellettuale.

Todorov è diventato così uno dei rappresentanti esemplari, e fra i più nobili, di un modo di pensare il Novecento «dall’interno» di un suo nucleo presunto, oscuro e per ciò stesso quasi insondabile (e dal quale appunto si era mantenuto a lungo lontano occupandosi di rarefatte geometrie poetiche), che egli, come molti altri prima di lui, fa coincidere con la pulsione totalitaria, a lungo latente nella società europea moderna e che poi, liberatasi da ogni impedimento, assume il suo volto più autentico nei regimi nazi-fascisti e in quello staliniano. È qui che appare il «secolo delle tenebre» come lui stesso ebbe a definirlo.

Il confronto faticoso con una delle categorie più tormentate, ambigue e controverse del dibattito politico e storiografico da molti decenni a questa parte dovette apparirgli ineludibile. Per non restare incagliato nelle sue aporie, di cui era consapevole, Todorov assunse però una prospettiva diversa da quella dei maggiori indagatori del totalitarismo come sistema (Hannah Arendt in primis).

Egli provò soprattutto a interrogare criticamente il punto di vista di coloro che avevano vissuto in pieno la violenza totalitaria, facendosene testimoni: figure assai diverse, da Margaret Buber-Neumann a David Rousset, da Primo Levi a Vasilij Grossman. L’interrogazione sulla memoria diveniva centrale, ma sulla scia di Ricoeur, Todorov ha mostrato più volte come sapersi districare nei labirinti dei resoconti fondati sul confronto con il passato privato, come distinguere l’eticità del ricordo dai controsensi dei suoi usi, come rivendicare persino il diritto all’oblio.

Nello stesso modo, è vero che la contrapposizione netta di totalitarismo e democrazia ha costituito in continuità lo schema fondamentale di tutte le sue ricognizioni critiche sul Novecento. Ma sbaglierebbe chi vedesse in questa coerenza la fedeltà a un banale modulo interpretativo. L’euforia, se ci fu, «post-89» si volse presto in una dolorosa presa di coscienza. Il totalitarismo europeo – Todorov ha spesso insistito su questo sulla scia di analisi chiaramente francofortesi – ha solide radici «moderne» illuministiche e razionalitiche, ma la dicotomia gli apparve presto un’illusione.

Riflettendo sulle guerre nella ex-Jugoslavia, e in particolare sulla vicenda dell’intervento della Nato in Kosovo, egli ebbe a scrivere «Il totalitarismo può apparirci, a giusto titolo, l’impero del male; ma da ciò non consegue in alcun modo che la democrazia incarni, sempre e dappertutto, il regno del bene».
Un segno, fra i tanti, della lucidità di uno sguardo che si è mantenuto vigile fino all’ultimo.

Scheda. Dai formalisti russi al «male estremo» del Novecento

Nato nel 1939 a Sofia, in Bulgaria, Tzvetan Todorov cominciò a interessarsi di teoria della letteratura nel suo paese, scontrandosi con gli imperativi ideologici. Solo quando arrivò nel 1963 a Parigi i suoi interessi di studioso voltarono pagina definitivamente. In realtà, vi giunse già attrezzato criticamente, sulla scia dei formalisti russi («Conobbi Roman Jacobson in Bulgaria, ne ricevetti una grande impressione. Fui attratto dal suo rigore scientifico, che si combinava felicemente con la passione per la poesia e per l’arte»).

A sua cura, presso Einaudi, nel 1965, uscì il libro I formalisti russi. Teoria della letteratura e metodo critico), mentre fra i numi tutelari della sua ricerca può iscriversi anche Michail Bachtin (al quale dedicò una monografia nel 1981, in Italia tradotta nel 1990): i suoi studi gli indicano la strada verso quella «critica dialogica» che implica nella scrittura un atto di comunicazione. Todorov scelse di perseguire una più libera nozione del testo intenso come un «incontro» polifonico tra diverse voci e autori.

Una direzione questa che lo indusse ad accostarsi al problema dell’«altro» e dei rapporti tra individui e culture (La conquista dell’America, Einaudi, 1984), allargando l’orizzonte verso la storia delle idee (Noi e gli altri, Einaudi, 1991). Passò poi dalla socialità come condizione umana alle ideologie dominanti, indagando quella «banalità del male» presente in istituzioni totali, come i gulag o i campi di sterminio nazisti (Di fronte all’estremo, Garzanti, 1992), non trascurando i cambiamenti fatali dei destini individuali che si producono durante i conflitti (Una tragedia vissuta. Scene di guerra civile, Garzanti, 1995).

Fra le ultime pubblicazioni, un saggio sui totalitarismi, Memoria del male, tentazione del bene (2000), Il nuovo disordine mondiale (2003), La pittura dei lumi. Da Watteau a Goya (2014, in cui l’arte resta strettamente connessa al pensiero che circola nella sua stessa epoca) e, nel 2016, Resistenti, Storie di donne e uomini che hanno lottato per la giustizia.

Domani, a Malta, al centro del mare della sua vita, l'affronto più grande al suo sogno, se il Mediterraneo diventerà una trincea. Realizzare la sua visione sarà compito di quelli che oggi e domani sapranno resistere.

la Repubblica, 3 febbraio 2017

È stato nemico di ogni nazionalismo e di ogni esaltazione dell’appartenenza etnica. La parola identità la declinava al plurale, per sottolineare che tutte le persone hanno più appartenenze e l’unica lealtà dovuta è quella a difesa dei valori universali e umanistici. Predrag Matvejevic, morto ieri a Zagabria, di identità e appartenenze ne aveva molteplici. Era nato, nel 1932 a Mostar, una città jugoslava, oggi in Bosnia, abitata da cattolici croati e bosniaci musulmani e divisa, o forse unita, da un antico ponte, che venne fatto saltare in aria il 9 novembre 1993 dagli ustascia, i fascisti croati. Il padre di Matvejevic è stato un russo, nato a Odessa, città plurinazionale, plurireligiosa, sul Mar Nero, contesa tra Russia e Ucraina, e che agli occhi dello stesso scrittore assomigliava a Genova e Marsiglia. La madre invece era una croata, cattolica devota. Il nonno e uno zio di Matvejevic sono stati prigionieri del gulag sovietico; il padre la prigionia la subì invece, durante la seconda guerra mondiale, nella Germania nazista. Tornato a casa, non parlò al giovane Predrag di vendetta, ma anzi, gli raccontò, come un giorno, un pastore evangelico lo invitò a casa, gli diede da mangiare, gli offrì un bicchiere di vino. Predrag, si sentì a quel punto in dovere di offrire, a sua volta, un tozzo di pane a un prigioniero di guerra tedesco.

E lui, stesso chi era? Era nostalgico della Jugoslavia di Tito Matvejevic? Della Jugoslavia, probabilmente sì. Di Tito un po’ meno. Da giovane aveva aderito alla Lega dei comunisti. Ma, nel 1974, venne espulso dal partito. La colpa: aver scritto una lettera, a Tito, in cui lo esortava a preparare la successione, a non lasciare che la Jugoslavia andasse a pezzi. Dissidente, Matvejevic è rimasto per il resto della sua vita. Quando la Jugoslavia cominciò a disgregarsi davvero, e i discorsi sulla guerra e sulla “pulizia etnica” li facevano leader e forze che si richiamavano alla democrazia, coniò il neologismo “democratura”. La parola ebbe tanto successo, che oggi viene adoperata per parlare del regime di Putin in Russia. Nemico del nazionalismo anche di quello “suo” croato, nel 1991 dovette andarsene dal Paese. Esperto di letteratura francese, approdò alla Sorbona. Nel 1994, si trasferì a Roma, insegnò slavistica a La Sapienza, dopo 18 anni di esilio tornò in Croazia. Nel frattempo, subì una condanna a cinque mesi di prigione (la pena non fu mai eseguita), per aver scritto parole che un poeta locale considerò ingiuriose nei confronti della nazione.

Per Matvejevic la vera patria era il Mediterraneo. Il suo libro più importante è stato Breviario mediterraneo (Garzanti), tradotto in 23 lingue. Vi si susseguono racconti su persone incontrate e leggendarie, analisi sulle origini delle parole, narrazioni su modi di preparare il cibo e sui nomi delle pietanze e degli oggetti, annotazioni geografiche, considerazioni sulla forma delle isole e sulla particolarità delle capitanerie di porto. Matvejevic spiega che i confini del Mediterraneo non sono determinati dallo spazio, e che quindi hanno qualcosa di mitico e immaginario; ma poi mette in guardia dalle troppo facili illusioni sulla presunta somiglianza delle persone e dei popoli. Il Mediterraneo è fascinoso perché contraddittorio e inafferabile per chi voglia classificare l’umanità e la natura a seconda delle rigide categorie. In questo senso il libro è una critica radicale della modernità, che come ha insegnato Bauman, ama la gerarchia, l’esclusione e l’eliminazione di tutto quello che disturba l’ordine prestabilito.

Matvejevic nutriva una certa diffidenza nei confronti di teorie filosofiche complicate. Contrapponeva quella che chiamava “l’identità dell’essere” a “l’identità del fare”. Siamo quello che facciamo. Per questo ha scritto Pane nostro, in cui raccontava come e perché il pane fosse al contempo un oggetto sacro da venerare e un profano saper fare il cibo. Ma pane significa anche, per una persona segnata nella storia familiare dai totalitarismi del Novecento, morire di fame: così morì suo zio, in un lager sovietico.

Negli anni della guerra balcanica Matvejevic rifletteva sulla follia dei politici; sul fatto che i padri dei leader serbi fossero suicidi. Tornato in Croazia, da Zagabria, seguiva con un certo scetticismo l’integrazione del Paese in Europa. Due anni fa, già malato, pubblicò un libro Granice i sudbine (“Confini e destini”). E in un’intervista a un giornalista croato spiegava come l’idea stessa della Jugoslavia fosse un’invenzione ottocentesca intelligente perché rendeva possibile la vita in uno spazio come i Balcani diviso tra diverse fedi, tradizioni. Diceva: certo, non ci sarà più la vecchia Jugoslavia, ma una cooperazione tra i nostri popoli è indispensabile. Per arrivare a questo, basterebbe, suggeriva, capire che le nostre memorie sono divise e spesso contrapposte. Ma il passato, se compreso ed elaborato, non impedisce di costruire un futuro comune.

l cappello a larghe tese indossato anche in casa, calcato sui capelli candidi, ne ha sostenute di battaglie per una cultura che rompesse i diaframmi elitari, diventando lievito civile».

la Repubblica, 27 gennaio 2017 (c.m.c.)

L’ultima battaglia racconta molto di Gerardo Marotta. L’avvocato Marotta, che si è spento a Napoli alla vigilia dei novant’anni, l’ha condotta senza stancarsi, contro il trascorrere del tempo che rendeva ordinaria, trascurabile, una storia che restava pazzesca: la dispersione dei suoi trecentomila volumi raccolti con pazienza e ardore, rincorsi negli anfratti dell’ultimo rigattiere e che un groviglio burocratico lasciava marcire.

Trecentomila volumi: non sono tante le cose culturalmente più rilevanti. E dire che Marotta, il cappello a larghe tese indossato anche in casa, calcato sui capelli candidi, ne ha sostenute di battaglie per una cultura che rompesse i diaframmi elitari, diventando lievito civile.

«Dobbiamo chiedergli perdono », diceva ieri l’assessore alla Cultura del Comune di Napoli, Nino Daniele. Mentre Massimiliano, figlio di Gerardo, ricordava «i libri sparpagliati in diversi depositi, da Arzano a Casoria, che attendono la ristrutturazione dei locali che dovrebbero ospitarli, acquistati dalla Regione nel 2008, ma per i quali manca il progetto esecutivo».

I ritardi, accumulati durante la precedente amministrazione, impediscono l’uso della biblioteca. Più il tempo passava, più i capelli dell’avvocato si appoggiavano sulle spalle e il viso smagriva al pensiero che con i libri si disperdesse il patrimonio che aveva condiviso non solo con la sua città. Nel 1975 Marotta diede vita all’Istituto italiano per gli studi filosofici. Fondamentale era il “per”. Gli studi filosofici come obiettivo, un complemento di scopo o di vantaggio e non un genitivo. Per tanto tempo l’Istituto ha avuto sede a casa Marotta,all’estremità di Monte di Dio. Nel salotto affacciato su Capri ci si ammassava per ascoltare Hans Georg Gadamer, Paul Ricoeur, Norberto Bobbio, Paul Oskar Kristeller, Paul Dibon, Eugenio Garin e il meglio del pensiero filosofico europeo.

Marotta era un principe del diritto amministrativo, il suo studio discuteva cause miliardarie. Ma lui lo lasciò, vendette proprietà. I soldi servivano per l’Istituto e per i libri. All’inizio degli anni Ottanta gli fu assegnata la seicentesca Biblioteca dei Girolamini. Ma prima del trasloco, subito dopo il sisma del 1980, quelle stanze furono aperte ai terremotati. Nel bel film La seconda natura di Marcello Sannino si vede Marotta che racconta ai senzatetto il divario che a Napoli ha separato l’alta cultura e il popolo e aggiunge che una casa andava loro assicurata, ma non la sala con i volumi appartenuti a Giambattista Vico. Al che un uomo gli si avvicina: «Te do ‘nu vaso ‘nfronte» (ti do un bacio in fronte).

Nel salotto-istituto si respirava il lascito crociano, degli hegeliani napoletani e del meridionalismo liberale (Giustino Fortunato più che Gaetano Salvemini). Su tutto aleggiava la Repubblica giacobina del 1799 e quando parlava dei giovani impiccati dal re Borbone, Marotta era colto da commozione vera. Avvicinandosi Tangentopoli, Marotta istituì le Assise di Palazzo Marigliano, laboratorio sulla storia e la società meridionale.

Per i duecento anni dalla Repubblica del 1799, sindaco Bassolino, Marotta fece aprire il portone principale del Palazzo Serra di Cassano, dove si era trasferito l’Istituto, chiuso da due secoli. Si affacciava su Palazzo Reale e i Serra di Cassano lo avevano sbarrato per disprezzo verso i Borbone che avevano ucciso il figlio Gennaro, fra i protagonisti della rivoluzione giacobina. Il portone era il simbolo della separatezza fra un potere nutrito di umori plebei e una cultura mortificata. Fu riaperto, poi di nuovo chiuso. Napoli sembrava la capitale di una rinata Repubblica delle Lettere, dell’Istituto scrivevano riviste internazionali.

Gli ultimi anni sono più tristi: i libri dispersi, i finanziamenti risicati che non consentivano più le borse di studio né i convegni internazionali. Un crepuscolo ha avvolto la spettacolare scalinata di Ferdinando Sanfelice e tutto Palazzo Serra di Cassano, dove Marotta sempre più piccolo, si aggirava intabarrato in un cappotto nero. Mai domo, però. «Martedì mattina sembrava riprendersi », racconta Massimiliano, «per i suoi novant’anni voleva una lezione su Bertrando Spaventa e su Luigi Einaudi».

».

la Repubblica, "Robinson", 22 gennaio 2017 (c.m.c.)

«La nostra memoria seleziona e interpreta, e ciò che dev’essere selezionato e il modo in cui interpretarlo è una questione controversa e costantemente contestata» E proprio per questo così importante. Il testo che pubblichiamo in queste pagine è un estratto da un saggio inedito che verrà pubblicato a breve dalla casa editrice Laterza che raccoglie gran parte delle sue opere.

«Prima, l’Olocausto era inimmaginabile. Per la maggior parte delle persone restava inimmaginabile anche quando era già in corso. Oggi siamo stati messi tutti in allarme e l’allarme non è mai stato revocato. Che cosa significa vivere in un mondo ancora gravido dello stesso genere di orrori sintetizzato nella parola “Olocausto”? La sua memoria rende il mondo un posto migliore e più sicuro o un posto peggiore e più pericoloso?

È diventata quasi una banalità affermare che i gruppi che perdono la loro memoria perdono anche la loro identità, che perdere il passato conduce a perdere il presente e il futuro. Se la posta in gioco è la preservazione di un gruppo allora il successo o il fallimento di questo tentativo dipende dagli sforzi per tenere viva la memoria.

Questo può essere vero ma non è tutta la verità, perché la memoria è un dono ambivalente. Per essere più precisi: è un dono e allo stesso tempo una maledizione. Può “tenere vive” molte cose che hanno un valore ben diverso a seconda dei gruppi.

I morti non hanno nessun potere di guidare — tantomeno di monitorare e correggere — la condotta dei vivi. Allo stato grezzo, le loro vite non hanno quasi nulla da insegnare: per diventare lezioni, devono prima essere trasformate in storie (Shakespeare questo lo sapeva, a differenza di molti altri narratori e ancor di più dei loro ascoltatori, quando fa pronunciare ad Amleto morente l’esortazione all’amico Orazio a “dire la mia storia”).

Il passato non interferisce direttamente con il presente: ogni interferenza è mediata da una storia. Quale corso finirà con l’assumere quell’interferenza sarà deciso sul campo di battaglia della memoria, dove le storie sono i soldati e i narratori i comandanti, scaltri o fortunati, delle forze in conflitto.

Dunque il passato è tanti eventi e la memoria non li conserva mai tutti: qualunque cosa conservi o recuperi dall’oblìo, essa non si riproduce mai nella sua forma “pura” e “originale” (qualsiasi cosa significhi). Il “passato integrale”, il passato così com’è realmente accaduto non viene mai riafferrato dalla memoria (e se così fosse la memoria, più che un vantaggio, rappresenterebbe un inconveniente per l’esistenza). La memoria seleziona e interpreta, e ciò che dev’essere selezionato e il modo in cui interpretarlo è una questione controversa e costantemente contestata. La risurrezione del passato, tenere vivo il passato, è un obiettivo che può essere raggiunto solo mediante l’opera attiva della memoria, che sceglie, rielabora e ricicla. Ricordare è interpretare il passato; o, più correttamente, raccontare una storia significa prendere posizione sul corso degli eventi passati. Lo status della “storia del passato” è ambiguo e destinato a rimanere tale.

La contesa interpretativa in cui il passato viene ricreato in contorni visibili e nell’importanza vissuta del presente, e quindi riciclato in progetti per il futuro, si svolge — come ha messo in evidenza Tzvetan Todorov — tra le due trappole della sacralizzazione e della banalizzazione. Il grado di pericolo che ognuna di queste trappole contiene dipende da qual è la posta in palio, la memoria individuale o la memoria di gruppo.

Todorov ammette che un certo grado di sacralizzazione ( operazione che trasforma un evento passato in un evento unico, considerato “ differente da qualsiasi evento sperimentato da altri”, incomparabile con eventi sperimentati da altri e in altri momenti, e che pertanto condanna come sacrileghe tutte le comparazioni del genere) è opportuno, anzi inevitabile, se si vuole che la memoria adempia al suo ruolo nell’autoaffermazione dell’identità individuale. Contrariamente a quello che insinuano innumerevoli talk show televisivi e alle confessioni pubbliche che ispirano, l’esperienza personale è effettivamente personale e in quanto tale “ non trasferibile”. Il rifiuto di comunicare, o almeno un certo grado di reticenza, può essere una condizione per l’autonomia individuale.

I gruppi, però, non sono “come gli individui, solo più grandi”. Ragionare per analogie porterebbe a ignorare la distinzione cruciale: a differenza degli individui autoassertivi, i gruppi vivono attraverso la comunicazione, il dialogo, lo scambio di esperienze. I gruppi si costituiscono condividendo le memorie, non tenendole nascoste e impedendone l’accesso agli estranei. La vera natura dell’esperienza dell’omicidio categoriale ( cioè l’annientamento fisico di essere umani in quanto appartenenti a una categoria, ndr) tanto dal punto di vista del carnefice quanto dal punto di vista della vittima sta nel fatto di essere stata un’esperienza condivisa e nel fatto che la sua memoria è programmata per essere condivisa continua? »

È stata, e continuerà a essere uno dei non molti intellettuali italiani che ha voluto e saputo approfondire continuamene il suo sapere impiegandolo per svelare le ingiustizie e convincere a combatterle. il manifesto, 19 gennaio 2017

Giovanna Marini, la donna che alla politica le ha sempre «cantate», compie oggi 80 anni. Ma resta l’eterna ragazza della canzone popolare e politica, sempre con la sua chitarra, circondata dai cori (e coristi di ogni età) che attorno a lei si sono riuniti negli anni. E con loro soltanto (il coro della Scuola musicale di Testaccio e quello della località dei Castelli romani dove risiede) festeggerà l’anniversario. Giovanna Marini è innanzitutto una voce, che da cinquant’anni si è dedicata al recupero e rilancio della canzone popolare e di tutte le variazioni poetiche, politiche e sociali che questa è andata acquisendo nelle varie regioni italiane.

Dall’esperienza dirompente di Bella ciao che sconvolse l’elegante festival di Spoleto a metà degli anni 60, la sua voce ha dato fiato, riconoscibilità, armonia e disarmonie a tutti i movimenti che dal ’68 hanno animato il nostro paese. E non solo, perché anche in Francia e in Svizzera i suoi recital sono richiesti e acclamati.

La sua vocazione musicale era nata al Conservatorio di Santa Cecilia, e si è modulata negli anni nelle molte cantate, ballate e elaborazioni di vario genere e forma, che ne fanno oggi una delle maggiori compositrici italiane. Ma ha continuato sempre a suonare, cantare e soprattutto indagare le più antiche sonorità, in ogni angolo d’Italia, dentro la tradizione religiosa come in quella della protesta e del lavoro. Vera erede dello spirito militante di Ernesto De Martino, fu incoraggiata alla ricerca nella musica popolare da Pier Paolo Pasolini.

Le sue canzoni hanno costituito il sound di mille manifestazioni e proteste, il suo orecchio ha aiutato giovani di generazioni diverse a capire di più il mondo entrandoci in sintonia. I suoi corsi alla Scuola di Testaccio come altrove continuano a essere affollati, anche perché il rigore e la preparazione musicale non le hanno mai limitato una simpatia e un calore umano impossibili da arginare. Tanti auguri dal collettivo de il manifesto.

ALTRI ARTICOLI - VISIONI
«Libri in uscita, progetti, citazioni Il lascito del sociologo celebrato sul web come una popstar. Il nuovo saggio racconterà i pericoli di un’utopia che torna al passato e fugge il presente.“

Retrotopia” la sua ultima parola».la Repubblica, 11 gennaio 2017 (c.m.c.)

Con Bauman l’intellettuale è sceso dalla torre d’avorio e si è mischiato alla gente. All’indomani della morte del grande sociologo polacco i social network sono tutti per lui, quasi si trattasse di una popstar. Nella Rete navigano frasi estrapolate da interviste, citazioni dai libri, video di conferenze. I temi sono la solitudine, l’amore, l’esclusione, la paura, la felicità, il futuro. Temi che appartengono a tutti e che Bauman ha saputo intercettare e approfondire.

La “liquidità” c’è ma scorre, si dissolve tra gli altri, come è naturale che sia. «Non è mai stato un contabile delle idee. Era pieno di curiosità. Gli interessavano tutti i fenomeni nuovi, non era il maestro che si mette su un piedistallo, amava mescolarsi. Ma non esistono grandi intellettuali che non dialoghino con la società». Giuseppe Laterza ha pubblicato con la sua casa editrice più di trenta titoli di Zygmunt Bauman e venduto oltre 500 mila copie.

Il primo saggio tradotto è stato Dentro la globalizzazione,l’ultimo è atteso per settembre ed ha per titolo un neologismo, Retrotopia, cioè l’altra faccia dell’utopia, quella che guarda al passato e non al futuro, che rischia di tornare indietro invece di andare avanti, che si illude di fuggire il presente trovando riparo in un’indistinta età dell’oro.

Il testo, che uscirà a fine gennaio in inglese per la Polity Press, parla dei problemi di oggi, della tentazione a far rinascere le frontiere degli stati nazionali o della tendenza ad affidarsi alla leadership dell’uomo forte. È articolato in più tempi (il ritorno a Hobbes, il ritorno alle tribù, il ritorno all’ineguaglianza e quello al ventre materno) ed è un ulteriore modo per rileggere la tensione tra individualismo e cultura comunitaria: «Proprio questa tensione – spiega Laterza – è alla base del successo di Bauman in Italia, un Paese dove la società, la comunità, ha ancora un peso».

Poi i ricordi si mescolano ai libri, la vita vera a quella indagata con le categorie della sociologia. Non c’è nessuno, tra amici o compagni di lavoro, che non abbia aneddoti da raccontare. Laterza ricorda il giorno che Bauman volle partecipare a un’asta su Internet per l’acquisto di un iPhone o la volta che a Trento preferì salutare tutti dopo una conferenza per finire a mangiare una pizza con un suo lettore sconosciuto. Così le due eredità si confondono, intellettuale e umana, riuscendo nel miracolo raro di incarnare un intellettuale che non tradisce nella vita ciò che afferma nella scrittura.

«Non è un caso – aggiunge Laterza – che tutti i suoi libri inizino raccontando una storia. Bauman non è un pensatore sistematico, parte sempre da frammenti, spunti concreti, dalla vita. Anche papa Francesco ha parlato di vite di scarto, mutuando l’espressione da un suo libro».

A chiedere in giro nessuno sa indicare un intellettuale che possa prenderne il posto. Bauman non ha avuto una scuola, è stato il sociologo europeo per eccellenza, sicuramente quello più di successo. Citato, rimaneggiato, saccheggiato, amato e anche odiato. Da Modernità liquida in poi – era il 2000 – ha fornito una categoria impareggiabile con cui leggere le dinamiche dei nostri tempi e un po’ ne è rimasto prigioniero, come sempre accade quando un concetto si trasforma in brand.

Chiara Saraceno, sociologa che con Bauman ha in comune molti temi, dalla povertà alla famiglia, non ama ricordare Bauman come sociologo della liquidità: «Il concetto di società liquida è stato abusato, diventando una specie di passepartout. Credo invece che a rimanere sarà la sua capacità di sollevare domande importanti, di vivere la tensione del presente, l’attrito tra l’emergere dell’individualità e la perdita delle appartenenze collettive, dalla famiglia al partito alle identità professionali».

Senza dubbio Bauman aveva le antenne vigili sul mondo, sulle diseguaglianze, le derive della globalizzazione. Vanni Codeluppi, professore di sociologia dei media allo Iulm di Milano, individua nella capacità di indagare il presente la sua eredità: «Si è occupato di lavoro, migrazioni, crisi sociali, olocausto, lavoro, libertà. Una marea di temi, perfino dei reality show, della moda e dei social network. Il suo lascito non è in un concetto, né nella riduttiva categoria della liquidità, ma in questa moltiplicazione di interessi, nello sguardo critico attento ai mutamenti della società, senza paura di metterne in luce gli aspetti negativi».

E senza temere di sconfinare in altri territori. Sempre a settembre uscirà per Einaudi Elogio della letteratura, scritto con Riccardo Mazzeo, in cui convivono psicoanalisi, narrativa e sociologia. Spiega Mazzeo: «Per Bauman la sociologia si era ossificata, i sociologi non andavano più a vedere cosa c’era fuori, avevano perso interesse nell’uomo». Bauman ha saputo parlarci della paura quando stavamo avendo paura, dell’amore quando faticavamo a crederci, degli esclusi quando non volevamo vederli. Dice Codeluppi: «Poteva sembrare un po’ moralistico, ma non vedo eredi in giro. Era rimasto il solo a saper individuare quali sono i problemi delle persone comuni». Per questo amava frequentare i festival, almeno quanto le aule universitarie.

la Repubblica online, il manifesto, Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2017 (p.d.)

la Repubblica
E' MORTO ZYGMUNT BAUMAN
di Antonello Guerrera

E' morto oggi il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, all'età di 91 anni. La notizia è stata data dal quotidiano Gazeta Wyborcza. Con la sua morte, se ne va uno dei massimi intellettuali contemporanei, tra i più prolifici e attivi fino agli ultimi momenti della sua vita.

La società liquida. Bauman, nato a Poznan in Polonia nel 1925, viveva e insegnava da tempo a Leeds, in Inghilterra, ed era noto in tutto il mondo per essere il teorico della postmodernità e della cosiddetta "società liquida", che ha spiegato in uno specifico ciclo della sua produzione saggistica, dall'"amore liquido" alla "vita liquida". Per Bauman, infatti, il tessuto della società contemporanea, sociale e politico, era "liquido", cioè sfuggente a ogni categorizzazione del secolo scorso e quindi inafferrabile. Questo a causa della globalizzazione, delle dinamiche consumistiche, del crollo delle ideologie che nella postmodernità hanno causato uno spaesamento dell'individuo e quindi la sua esposizione brutale alle spinte, ai cambiamenti e alle "violenze" della società contemporanea dell'incertezza, che spesso portano a omologazioni collettive immediate e a volte inspiegabili per esorcizzare la "solitudine dell'uomo comune", come si chiama uno dei suoi lavori più celebri.

L'accoglienza e i migranti. Un altro tema fondamentale del pensiero di Bauman, uno degli intellettuali più aperti al confronto umano e all'interazione con la viva realtà, era il rapporto con "l'altro" e dunque anche con lo straniero. Soprattutto durante le ultime crisi migratorie che hanno coinvolto l'Europa dopo le primavere arabe e la guerra civile in Siria, Bauman è stato sempre un intellettuale in prima linea a favore dell'accoglienza dei profughi e dei migranti scappati dall'orrore. Detestava la nuova Europa dei muri e del razzismo, nuova perversione della società contemporanea spaventata dalla perdita di un benessere fragile e anonimo e preda di un "demone della paura" sempre più ingombrante. Fondamentale, in questo senso, è stato il suo "Stranieri alle porte" (ed. Laterza). "Un giorno Lampedusa, un altro Calais, l'altro ancora la Macedonia", notava in una recente intervista a Repubblica. "Ieri l'Austria, oggi la Libia. Che 'notizie' ci attendono domani? Ogni giorno incombe una nuova tragedia di rara insensibilità e cecità morale. Sono tutti segnali: stiamo precipitando, in maniera graduale ma inarrestabile, in una sorta di stanchezza della catastrofe".

"La terra desolata". A questo proposito, Bauman aggiungeva: "Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell'istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. E nel frattempo alcuni politici o aspiranti tali, il cui unico pensiero sono i voti che prenderanno alle prossime elezioni, continuano a speculare su queste ansie collettive, nonostante sappiano benissimo che non potranno mai mantenere le loro promesse. Ma una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in 'stanze insonorizzate' non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi".

Dalla Shoah al consumismo. Di origini ebraiche, Bauman difatti si salvò dalla persecuzione nazista scappando in Unione Sovietica nel 1939, dove si avvicinò all'ideologia marxista. Dopo la guerra tornò in Polonia, dove studiò sociologia all'Università di Varsavia laureandosi in pochi anni per poi trasferirsi in Inghilterra, dove ha insegnato per decenni e formulato le sue principali teorie sociologiche e filosofiche, come il rapporto tra modernità e totalitarismo, con riferimento alla Shoah ("Modernità e Olocausto", ed. Mulino), la critica al negazionismo e il passaggio contemporaneo dalla "società dei produttori" alla "società dei consumatori" che ha indebolito anche gioie e soddisfazioni, in una realtà sempre più vacua. Sopravvissuto proprio all'Olocausto, Bauman nel tempo non ha lesinato critiche nei confronti del governo israeliano di Netanyahu e della politica dell'occupazione di parte della Cisgiordania, mossa per Bauman suicida per Israele e che, secondo l'intellettuale polacco, non avrebbe mai portato alla pace in Medioriente.

In Italia. Una delle ultime apparizioni pubbliche in Italia di Bauman è stata ad Assisi lo scorso settembre nell'ambito di un incontro interreligioso per la pace organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio e dai frati della località umbra, dove tra l'altro era presente anche Papa Francesco. Anche allora, Bauman parlò della necessità del "dialogo" come la via per l'integrazione tra i popoli: "Papa Francesco", ricordò, "dice che questo dialogo deve esser al centro dell'educazione nelle nostre scuole, per dare strumenti per risolvere conflitti in maniera diversa da come siamo abituati a fare".

La sfera pubblica. Bauman ha scritto frequentemente per La Repubblica e l'Espresso, e ha accettato l'invito del festival "La Repubblica delle Idee" a Napoli, dove nel 2014 ha tenuto un dialogo pubblico con l'allora direttore di Repubblica Ezio Mauro. Proprio con Ezio Mauro, Bauman ha scritto di recente "Babel" (edito da Laterza, come la stragrande maggioranza dei suoi libri), un saggio-dialogo sulla contemporaneità, la globalizzazione, la crisi della società e della politica dei tempi nostri.

il manifesto
ZYGMUNT BAUMAN,

UN PENSIERO ERRANTE
NEL FLUSSO DELLA SOCIETA'
di Benedetto Vecchi
Sorridente, con il vezzo incessante di usare l’amata pipa per dare ritmo alle parole delle quali non era avaro. Da ieri, lo sbuffo di fumo che accompagnava le conversazioni di Zygmunt Bauman non offuscherà più il suo volto. La sua morte è arrivata come un colpo in pancia, inaspettata, anche le sue condizioni di salute erano peggiorate negli ultimi mesi. E subito è stato apostrofato nei siti Internet come il teorico della società liquida, una tag che accoglieva con divertimento, segno di una realtà mediatica tendente alla semplificazione massima contro la quale invocava un rigore intellettuale da intellettuale del Novecento.

Spesso si inalberava. «Di liquido mi piace solo alcune cose che bevo», aveva affermato una volta, infastidito del suo accostamento ai teorici postmoderni o ai sociologi delle «piccole cose». La sua modernità liquida era una rappresentazione di una tendenza in atto, non una «legge» astorica che vale per l’eternità a venire. Per questo, rifiutava ogni lettura apocalittica del presente a favore di un lavoro certosino di aggiungere tassello su tassello a un puzzle sul presente, che avvertiva non sarebbe stato certamente lui a concludere. Bauman, infatti, puntava con disinvoltura a non far cadere nel fango la convinzione di poter pensare la società non come una sommatoria di frammenti o di sistemi autoreferenziali, come invece sostenevano gli eredi di Talcott Parson, studioso statunitense letto e anche conosciuto personalmente da Bauman a Varsavia nel pieno della guerra fredda.

Ogni volta che prendeva la parola in pubblico Bauman faceva sfoggio di quella attitudine alla chiarezza che aveva, non senza fatica, come ha più volte ricordato nelle sue interviste, acquisito negli anni di apprendistato alla docenza svolto nell’Università di Varsavia. Parlava alternando citazioni dei «grandi vecchi» della sociologia a frasi tratte dalle pubblicità, rubriche di giornali. Mettere insieme cultura accademica e cultura «popolare» era indispensabile per restituire quella dissoluzione della «modernità solida» sostituita da una «modernità liquida» dove non c’era punto di equilibrio e dove tutto l’ordine sociale, economico, culturale, politico del Novecento si era liquefatto alimentando un flusso continuo di credenze e immaginari collettivi che lo Stato nazionale non riusciva a indirizzarlo più in una direzione invece che in un’altra. E teorico della società liquida Bauman è stato dunque qualificato. Un esito certo inatteso per un sociologo che rifiutava di essere accomunato a questa o quella «scuola», senza però rinunciare a considerare Antonio Gramsci e Italo Calvino due stelle polari della sua «erranza» nel secolo, il Novecento, delle promesse non mantenute. Nato in Polonia nel 1925 da una famiglia ebrea assimilata, aveva dovuto lasciare il suo paese la prima volta all’arrivo delle truppe naziste a Varsavia. Era approdato in Unione Sovietica, entrando nell’esercito della Polonia libera.

Finita la guerra, la prima scelta da fare: rimanere nell’esercito oppure riprendere gli studi interrotti bruscamente. Bauman fa suo il consiglio di un decano della sociologia polacca, Staninslaw Ossowski, e completa gli studi, arrivando in cattedra molto giovane. E nelle aule universitarie si manifesta il rapporto fatto di adesione e dissenso rispetto al nuovo potere socialista. Bauman era stato convinto che una buona società poteva essere costruita sulle macerie di quella vecchia. A Varsavia, la facoltà di sociologia era però un’isola a parte. Così le aule universitarie potevano ospitare teorici non certo amati dal regime. Talcott Parson fu uno di questi, ma a Varsavia arrivano anche libri eterodossi. Emile Durkheim, Theodor Adorno, Georg Simmel, Max Weber, Jean-Paul Sartre, Italo Calvino, Antonio Gramsci (questi due letti da Bauman in lingua originale). Quando le strade di Varsavia, Cracovia vedono manifestare un atipico movimento studentesco, Bauman prende la parola per appoggiarli.

È ormai un nome noto nell’Università polacca. Ha pubblicato un libro, tradotto con il titolo in perfetto stile sovietico Lineamenti di una sociologia marxista, acuta analisi del passaggio della società polacca da società contadina a società industriale, dove sono messi a fuoco i cambiamenti avvenuti negli anni Cinquanta e Sessanta. La secolarizzazione della vita pubblica, la crisi della famiglia patriarcale, la perdita di influenza della chiesa cattolica nell’orientare comportamenti privati e collettivi. Infine, l’assenza di una convinta adesione della classe operaia al regime socialista, elemento quest’ultimo certamente non salutato positivamente dal regime. Ma quando, tra il 1968 e il 1970, il potere usa le armi dell’antisemitismo, la sua accorta critica diviene dissenso pieno. Gran parte degli ebrei polacchi era stata massacrata nei lager nazisti. Per Bauman, quel «mai più» gridato dagli ebrei superstiti non si limitava solo alla Shoah ma a qualsiasi forma di antisemitismo. La scelta fu di lasciare il paese per il Regno Unito. Il primo periodo inglese fu per Bauman una resa dei conti teorici con il suo «marxismo sovietico». L’università di Leeds gli ha assicurato l’autonomia economica; Anthony Giddens, astro nascente della sociologia inglese, lo invita a superare la sua «timidezza». È in quel periodo che Bauman manda alle stampe un libro, Memorie di classe (Einaudi), dove prende le distanze dall'idea marxiana del proletariato come soggetto della trasformazione. E se Gramsci lo aveva usato per criticare il potere socialista, Edward Thompson è lo storico buono per confutare l’idea che sia il partito-avanguardia il medium per instillare la coscienza di classe in una realtà dove predomina la tendenza a perseguire effimeri vantaggi.

Tocca poi all'identità ebraica divenire oggetto di studio, lui che ebreo era per nascita senza seguire nessun precetto. La sua compagna era una sopravvissuta dei lager nazisti. E diviene la sua compagna di viaggio in quella sofferta stesura di Modernità e Olocausto (Il Mulino). Anche qui si respira l’aria della grande sociologia. C’è il Max Weber sul ruolo performativo della burocrazia, ma anche l’Adorno e il Max Horkheimer di Dialettica dell’illuminismo. La shoah scrive Bauman è un prodotto della modernità; è il suo lato oscuro, perché la pianificazione razionale dello sterminio ha usato tutti gli strumenti sviluppati a partire dalla convinzione che tutto può essere catalogato, massificato e governato secondo un progetto razionale di efficienza. Un libro questo, molto amato dalle diaspore ebraiche, ma letto con una punta di sospetto in Israele, paese dove Bauman vive per alcuni anni.

Camminare nella casa di Bauman era un continuo slalom tra pile di libri. Stila schede su saggi (Castoriadis e Hans Jonas sono nomi ricorrenti nei libri che scrive tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del Novecento) e romanzi (oltre a Calvino, amava George Perec e il Musil dell’Uomo senza qualità). Compagna di viaggio, come sempre l’amata Janina, morta alcuni anni fa. Manda alle stampe un saggio sulla globalizzazione che suona come un atto di accusa verso l’ideologia del libero mercato. E forte è il confronto, in questo saggio, con il libro di Ulrich Beck sulla «società del rischio», considerata da Bauman un’espressione che coglie solo un aspetto di quella liquefazione delle istituzioni del vivere associato. La famiglia, i partiti, la chiesa, la scuola, lo stato sono stati definitavamente corrosi dallo sviluppo capitalistico. Cambia lo «stare in società». Tutto è reso liquido. E se il Novecento aveva tradito le promesse di buona società, il nuovo millennio non vede quella crescita di benessere per tutti gli abitanti del pianeta promessa dalle teste d’uovo del neoliberismo. La globalizzazione e la società liquida producono esclusione. L’unica fabbrica che non conosce crisi è La fabbrica degli scarti umani (Laterza), scrive in un crepuscolare saggio dopo la crisi del 2008.

Sono gli anni dove l’amore è liquido, la scuola è liquida, tutto è liquido. Bauman sorride sulla banalizzazione che la stampa alimenta. E quel che è un processo inquietante da studiare attentamente viene ridotto quasi a chiacchiera da caffè. Scrolla le spalle l’ormai maturo Bauman. Continua a interrogarsi su cosa significhi la costruzione di identità patchwork (Intervista sull’identità, Laterza), costellata da stili di vita mutati sull’onda delle mode. Prova a spiegare cosa significhi l’eclissi del motto «finché morte non ci separi», vedendo nel rutilante cambiamento di partner l’eclissi dell’uomo (e donna) pubblico. La sua critica al capitalismo è agita dall’analisi del consumo, unico rito collettivo che continua a dare forma al vivere associato.

È molto amato dai teorici cattolici per il suo richiamo all’ethos, mentre la sinistra lo considera troppo poco attento alle condizioni materiali per apprezzarlo. Eppure le ultime navigazioni di Bauman nel web restituiscono un autore che mette a fuoco come la dimensione della precarietà, della paura siano forti dispositivi di gestione del potere costituito, che ha nella Rete un sorprendente strumento per una sorveglianza capillare di comportamenti, stili di vita, che vengono assemblati in quanto dati per alimentare il rito del consumo.

Bauman non amava considerarsi un intellettuale impegnato. Guardava con curiosità i movimenti sociali, anche se la sua difesa del welfare state è sempre stata appassionata («la migliore forma di governo della società che gli uomini sono riusciti a rendere operativa»). Nelle conversazioni avute con chi scrive, parlava con amarezza degli opinion makers, novelli apprendisti stregoni dell’opinione pubblica, ma richiamava la dimensione etica e politica dell’intelelttuale specifico di Michel Foucault, l’unico modo politico per pensare la società senza cade in una arida tassonomia delle lamentazioni sulle cose che non vanno.


Il Fatto Quotidiano
ORA IL CITTADINO GLOBALE
E' SOLO CON LE SUE PAURE
di Alessia Grossi

A quest’età posso essere assolutamente certo che morirò socialista”. Quasi un necrologio, quello che il filosofo della “società liquida” aveva affidato già qualche anno fa alla Gazeta Wyborcza, lo stesso giornale polacco che ieri pomeriggio per primo ha diffuso la notizia della sua morte, all’età di 91 anni. Scappato in Unione Sovietica dalla persecuzione nazista della Polonia nel 1939, lui stesso definiva il suo legame con il marxismo una “grande fascinazione”. Studiata, analizzata e contestualizzata dall’intellettuale ormai naturalizzato britannico, insieme all’Olocausto, passando per la Modernità e la Postmodernità nelle sue prime pubblicazioni: dal 1959.

Ma è nel 2000 che con Modernità liquida sintetizza il nuovo millennio: quelle nuove “paure liquide che si attaccano e si staccano a seconda di chi le vende: che sia la politica o l’economia”. Quella che ci ha raccontato è l’eterna lotta tra libertà e sicurezza in cui il “pendolo si sposta dall’una all’altra a seconda di quale esigenza primaria dell’uomo prevalga in quell’istante storico”. Bauman le paure del XXI le riprese davanti ai nostri occhi liquidi, nonostante le ritenesse indescrivibili proprio per il loro stato. Ora sappiamo che si tratta di paure sociali, ma anche economiche. Ma soprattutto che sono “facilmente alimentabili”. Senza più reti ideologiche a protezione, pieni del liberismo che “ci viene venduto” e che “paghiamo caro”, viviamo con l’eterna inesorabile frustrazione di non aver saputo cogliere appieno ogni stimolo che la vita ci mette a disposizione. Peggio, con l’amarezza che la responsabilità di questa eterna infelicità sia individuale. È la globalizzazione, signori. Possiamo esserci anche noi, ma soltanto se ne siamo capaci. E quelli che non ce la fanno? I migranti? “Chi predica che non ci sia posto per loro, ha bisogno di questa paura e per questo la alimenta”. Primo fra tutti il presidente Usa Donald Trump, che con la sua campagna elettorale populista Bauman riteneva “un veleno, venduto come antidoto ai mali di oggi”.

Per l'accoglienza e il dialogo, Bauman sosteneva la necessità del potere di fare leva sulle paure ataviche e animalesche dell’uomo nei confronti dell’altro. Ma l’importante secondo il filosofo è non sovrapporre l’immigrazione con il terrorismo, non trasformare i profughi da vittime a colpevoli, istigando all’odio. “Per il dialogo passa l’integrazione e la pace tra i popoli”, aveva raccomandato ad Assisi durante gli incontri internazionali promossi da Sant’Egidio. “Un dialogo necessario tra laici e credenti per la costruzione della pace e di una società più inclusiva, perché il dio dell’altro non è più dall’altra parte del confine, ma è qui”. Anche perché Zygmunt Bauman non ammetteva alternative: “Il dialogo è una questione di vita o di morte: o ci capiamo, o toccheremo il fondo insieme”. Dialogo messo in pratica da lui stesso, incontrando Papa Francesco.

Filosofo della vita e delle relazioni che la compongono, aveva completato la definizione di “società liquida” con quella di “amore liquido”, che della prima è diretta conseguenza, quando al posto del legami ci sono le “connessioni”, quando niente sembra appagarci se non la continua ricerca di nuove relazioni, ma allo stesso tempo restare da soli ci fa paura. Al contrario della sua relazione con la moglie, Janina, con cui “parlava ancora”, coltivato fino alla fine, per 62 anni. Lui che indicava nelle cose durevoli la vera ricerca della felicità. Riconoscendo allo stesso tempo tutti i limiti della routine. Della morte, sosteneva fosse “l’unico problema senza soluzione”, al pensiero di cui tutti sfuggono. Chi con la filosofia, chi con promesse di sieri di eterna giovinezza. In comune, amore e morte avevano per Bauman una cosa sola, la più importante: “Entrambe sono esperibili una sola volta”. Ma dalla prima sosteneva si “rinascesse oggi di continuo”. C’è da augurarselo.

«La sua nozione di cultura assimilava concetti dall’antropologia all’etologia, e si riferiva alla tradizione di Carlo Cattaneo, Antonio Gramsci e a Kant dKant e don Milani: un tracciato che De Mauro ha colmato con i suoi studi e una vita militante». Articoli da

la Repubblica, Il Fatto Quotidiano, il manifesto, Internazionale online 6 gennaio 2017 (c.m.c.)

la Repubblica
DE MAURO IL MAESTRO
DELLA LINGUA ITALIANA
di Francesco Erbani

Tullio De Mauro conobbe don Lorenzo Milani a metà degli anni Sessanta, poco prima che il priore di Barbiana morisse. La sua scuola nel Mugello la visitò soltanto dopo. Una volta, qualche tempo fa, descrivendone le povere suppellettili, la carta geografica sdrucita su una parete e andando con la memoria a quella dedizione totale per il fare scuola, portò di scatto le mani al volto e la commozione compressa sfociò in un pianto. Quando si riprese, fece per scusarsi e passò al registro dell’ironia, come a dire: ci sono ricascato. Un po’ di anni prima, infatti, parlando in pubblico della condizione degli insegnanti — forse era già ministro dell’Istruzione — gli era capitato ancora di commuoversi. Suscitando anche commenti non benevoli.

De Mauro, che ieri si è spento a 84 anni — era nato a Torre Annunziata, in provincia di Napoli, nel 1932 — era fatto così. La tempra di studioso irrorava quella emotiva. La vita lo aveva scosso. Il fratello Franco morì in guerra. Mentre Mauro, l’altro fratello, dopo una giovinezza tormentata, arruolato nella Repubblica di Salò, giornalista d’inchiesta all’”Ora” di Palermo, grande tempra di cronista investigativo, fu sequestrato e ucciso dalla mafia nel 1970 e il suo corpo non è mai stato rinvenuto. Tullio parlava poco di Mauro, riversando però ogni energia affinché sulla sua fine fosse fatta piena luce.

Tullio De Mauro veniva da una rigorosa formazione classica e aveva introdotto in Italia una disciplina non proprio aderente ai canoni dominanti, la linguistica. Possedeva un profilo scientifico indiscusso in ambito internazionale dovuto allo straordinario merito di aver ricomposto filologicamente, nel 1967, il Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure, fino ad allora conosciuto in una versione fondata soprattutto su appunti di allievi e che però ne riduceva la forza innovativa non solo per la linguistica ma per la cultura tutta del Novecento.

Il rapporto fra langue e parole, l’arbitrarietà del segno linguistico sarebbero entrate, dopo la sua edizione laterziana, nel lessico scientifico e avrebbero emancipato la linguistica dalle sue radici glottologiche o storico-comparative, rendendola una disciplina autonoma, sia di impianto filosofico sia di rilevanza sociale. De Mauro fu il primo insegnante di Filosofia del linguaggio e poi di Linguistica generale. E dalla sua scuola sono uscite generazioni di studiosi.

Ma pur avendo frequentato stabilmente i piani alti della cultura, De Mauro era uno dei pochi intellettuali che non si è mai stancato di percorrere per intero il tracciato della produzione e della trasmissione del sapere, dalle vette più elevate della riflessione fino all’ordinamento delle scuole primarie. Un impegno manifestato anche presiedendo la Fondazione Bellonci, e curando il Premio Strega. Lo interessavano il sapere che produce altro sapere e ciò che accade nella cultura diffusa, convinto che un Paese civile, se ha a cuore la tenuta democratica, deve curare entrambe le faccende. Una rivista che dirigeva all’università di Roma aveva come titolo Non uno di meno.

E fra i maestri ai quali era devoto figurava Guido Calogero, grande studioso di filosofia teoretica, che però, dalla fine degli anni Quaranta in poi, animò il dibattito sulla scuola che poi produsse, nel 1962, una delle vere, profonde riforme italiane, quella della media unificata. «Poco male», aggiungeva De Mauro, «se Calogero per girare l’Italia discutendo di pedagogia, di filosofia del dialogo, non abbia mai completato la storia della logica antica cui teneva tanto». Quasi a dire che l’innalzamento dell’obbligo scolastico a tutte e a tutti poteva anche valere qualche sacrificio scientifico.

La Storia linguistica dell’Italia unita, uscita da Laterza nel 1963, sta in questa linea di pensiero. Il saggio ebbe grande fortuna. Non è una storia della lingua italiana, ma degli italiani attraverso la loro lingua. È una storia sociale e culturale, economica e demografica, narra di un paese che ha mosso passi da gigante, ma in cui nel 1951 quasi il 60 per cento della popolazione non aveva fatto neanche le elementari.

Si parla di città e campagna, periferie urbane, Nord e Sud. Quando nel 2014 pubblicò un prolungamento di quell’indagine in Storia linguistica dell’Italia repubblicana(sempre Laterza), De Mauro specificò che una storia linguistica racconta una comunità che può parlare anche altre lingue. Per esempio il dialetto, che per lui non era per niente morto e anzi arricchiva le modalità di comunicazione. Comunque non si poteva non rilevare il tumultuoso convergere della comunità nazionale verso una lingua unitaria. Un fenomeno che induceva a guardare al nostro Paese senza categorie semplificatorie, tutto bianco o tutto nero, ma distinguendo, analizzando — uno degli attributi fondamentali nell’insegnamento e della pratica scientifica di De Mauro.

Restavano ai suoi occhi e un velo di sofferenza gli procuravano i veri fattori di arretratezza. Le indagini internazionali attestano che in Italia, al di là dell’analfabetismo, solo una quota oscillante fra il 20 e il 30 per cento della popolazione, ma paurosamente declinante verso il 20, ha sufficienti competenze per orientarsi in un mondo complesso.

Per leggere e capire, spiegava, le istruzioni di un medicinale o le comunicazioni di una banca. E dunque per essere cittadini. La scuola, agli occhi di De Mauro, aveva meno responsabilità di quanto si pensasse e di quanto succedeva fuori di essa e dopo di essa. È qui, in famiglie dove non circolano libri, che si disperde quello che la scuola, con tutti i suoi limiti, trasmette. E di qui muoveva la sua invocazione insistente di un sistema capillare di biblioteche o del long life learning, che un tempo si chiamava educazione permanente, educazione degli adulti.

Al fondo delle tormentate indagini di De Mauro c’è sempre la critica a una nozione restrittiva della parola “cultura”, una nozione che vedeva dominante in Italia, una nozione per cui è cultura ciò che ha a che fare con l’erudizione (e De Mauro erudito lo era a titolo pieno). La sua era invece una nozione larga, che assimilava concetti dall’antropologia all’etologia, che si riferiva alla tradizione di Carlo Cattaneo e Antonio Gramsci. E che risaliva al Kant della Critica del giudizio, laddove il filosofo istituiva un continuum fra la cultura delle abilità necessarie alla sopravvivenza e la cultura delle arti, delle lettere e delle scienze. Kant e don Milani: un tracciato che De Mauro ha colmato con i suoi studi e una vita militante.

Il Fatto Quotidiano
DE MAURO, COSI' PARLAVA
CONTRO LA MALALINGUA
di Alessia Grossi

È morto ieri all’età di 84 anni il linguista e ministro dell’Istruzione dal 2000 al 2001 Tullio De Mauro. Fratello del giornalista Mauro De Mauro, ucciso dalla mafia nel 1970. Era docente universitario e saggista. Tra le sue opere importanti “Grande dizionario italiano dell’uso” e “Storia linguistica dell’Italia unita”. A lui si deve la ricostruzione del testo fondativo della linguistica moderna, il “Cours de linguistique générale” di Ferdinand de Saussurre.

Si prega di non venire “già mangiati”. Se le parole “stanno bene” è anche vero che “non possono essere usate a ‘schiovere’, cioè come viene viene” come spiegava lo stesso Tullio De Mauro. Così già una ventina di anni fa alla domanda se fossero corrette le espressioni come “bevuto”, “mangiato”, “cenato”, “pranzato” utilizzate con “valore attivo” il linguista rispondeva: “Non trovano cittadinanza nei vocabolari (salvo errore), forse perché d’uso prevalentemente parlato e assai scherzoso, lo stesso vale per il cannibalesco ‘mangiato’”.

Secco. Duro. Intransigente, ironico, quando non sarcastico, il professore De Mauro non conosceva quasi l’indulgenza. Perché il suo punto di vista era l’analisi dei dati. Le cifre. Quelle che parlavano degli italiani e dell’italiano, dei dialetti, da riconoscere e rispettare, perché lingua dell’emozione. Delle donne, che abbandonano le lingue locali molto più facilmente degli uomini, più spinte all’emancipazione. Ma anche dell’analfabetismo di ritorno, in quella sua accusa, che poi era semplice constatazione che “gli elettori culturalmente ignoranti” sono destinati ad esprimersi di pancia nelle cabine elettorali. E contro politici e classi dirigenti puntava il dito rimproverando proprio a loro di essere i primi artefici di quell’analfabetismo per cui il 70% degli italiani fatica a comprendere un testo.

Questo “perché il solo presidente del Consiglio italiano che, come succede altrove, si sia preso a cuore lo stato della scuola e dell’insegnamento nel nostro paese è stato Giolitti”, ricordava. La spiegazione, secondo l’ex ministro dell’Istruzione, è da cercarsi nella convenienza del potere a che i propri elettori capiscano il meno possibile. “Cosa molto pericolosa per la democrazia, che – soprattutto nel mondo contemporaneo, pieno di stimoli – per essere esercitata appieno ha bisogno che la realtà sia compresa in tutta la sua crescente complessità”.

A proposito di attacchi al potere costituito, invece, fu lo stesso De Mauro a spiegare a Lilli Gruber in una puntata di Otto e mezzo che Beppe Grillo, il “grande sdoganatore delle ‘maleparole’(come definiva le parolacce) in politica – non l’unico” – ci tenne a precisare – “aveva dimostrato un certo pudore nel fermarsi al ‘Vaffa’, senza completare mai l’insulto nella sua interezza”. Ma le maleparole stando ai suoi studi ormai sono presenti ovunque, anche nella stampa. Strano a dirsi: non tanto nel parlato. Italiani esibizionisti, ma pudichi in privato, o meglio – così li hanno resi, adirati, le condizioni sociali e politiche, cioè il clima degli anni berlusconiani. E di Berlusconi De Mauro ha analizzato il linguaggio fatto di “formule molto semplici dalla presa immediata, simili a quelle di Mussolini”.

Poi l’attacco a Renzi, all’epoca solo segretario del Pd: “Usa un ottimo italiano per dire poco, al contrario di vecchi politici, come Moro, che cercavano di affrontare il groviglio di problemi e di parlarne, di spiegarli agli italiani, anche se il linguaggio in questi casi si fa necessariamente poco accattivante, ma qualcuno c’è riuscito”. Vedi ad esempio Enrico Berlinguer che, secondo Tullio De Mauro “parlava in modo complesso nelle relazioni congressuali, ma poi riusciva a trovare delle formulazioni accessibili a una vasta popolazione”.

Di riforme della scuola ne aveva viste molte, e da docente che amava passeggiare tra i banchi e mai stare in cattedra, con quel suo sistema innovativo della “scuola capovolta” e dell’insegnamento attivo, del testo della “Buona Scuola” di Renzi aveva saputo elencare le mancanze, quei famosi “tre silenzi”di cui aveva scritto per la sua rubrica su Internazionale e che lui aveva segnato con la penna blu: il silenzio sullo scarso livello della scuola media italiana, quella incapacità di rispecchiare l’articolo 33 e 34 della Costituzione che la vuole “libera e gratuita”. E il terzo, quello sul ruolo dell’insegnamento in una società in cui è alta la “dealfabetizzazione in età adulta”.

E seppur fuori dalle “barricate”, contro quella riforma aveva preannunciato una dura lotta in “modo pomposo, quello di Piero Calamandrei che è il modo solenne di occuparsi dei ragazzi”.

il manifesto

IL PRIMATO DELLA PAROLA

SU PENSIERO E PULSIONI

di Marco Mazzei

Esistono due discipline imparentate tra loro che spesso, come accade in ogni famiglia degna di questo nome, si guardano in cagnesco. La prima è la linguistica, scienza rigorosa che punta a una descrizione fine dei più diversi fatti di parola: la sintassi e la grammatica, la trasformazione fonetica o i problemi generati dal lessico di qualunque lingua umana. La seconda, una strana creatura dal nome «filosofia del linguaggio», sembra librarsi, eterea, nel cielo della speculazione teorica. Non di rado questa diffidenza produce una cecità al quadrato. La linguistica rischia di perdersi nel dettaglio, senza riuscire a fornire uno sguardo di insieme circa il significato antropologico di quel fenomeno, umano e multiforme, che chiamiamo «parlare».

Di contro, la filosofia del linguaggio mainstream si ritrova sull’orlo di una crisi di nervi perché cede volentieri alla tentazione di fare filosofia a partire da una lingua, la propria: stranamente le forme più diverse che il linguaggio assume nella vita umana non collimano con le idiosincrasie del parlante di Oxford o della Stanford University. Tullio De Mauro è stata una figura decisiva del Novecento italiano poiché ha puntato a un profondo rinnovamento teorico proprio a partire dall’incontro tra linguistica e filosofia. Ha lavorato con metodo a smantellare la caricatura che contrapporrebbe il linguista pignolo al filosofo evanescente. Ricerche divenute oramai classiche come la Storia linguistica dell’Italia unita (1963) o il Grande dizionario italiano dell’uso (Utet, 1999-2007) rischiano di mettere in ombra una parte decisiva della sua produzione intellettuale.

Tramite la traduzione (con note di commento teorico e ricostruzioni storico-biografiche tuttora imprescindibili) del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure (1967), De Mauro ha offerto agli studiosi di tutto il mondo il profilo di un pensatore decisivo per la riflessione sul linguaggio del Novecento. Il titolo dell’opera non deve ingannare. Si tratta di un testo fondamentale non solo per le scienze del linguaggio. Saussure insiste, infatti, nel far vedere perché le lingue siano dei fenomeni storici.

Negli scritti del Saussure esplorato da De Mauro diventa evidente come le lingue siano per molti versi il cardine delle trasformazioni storiche umane e degli assetti istituzionali. Il tempo delle lingue non è il tempo della deriva dei continenti, né quello delle mutazioni genetiche. È il tempo propriamente umano nel quale reale e possibile si intrecciano in modo inscindibile: nel futuro anteriore di chi pensa a come sarà il mondo dopo averlo ribaltato; nel congiuntivo delle Slinding Doors che animano la vita di ciascuno («se quel giorno fossi tornato prima…»), nel presente storico di chi parla del passato come se quel momento fosse qui e ora. Non importa si parli del ruolo della televisione nella diffusione nazionale di una lingua standard, dei problemi presenti nel Tractatus di Wittgenstein o nel rapporto di somiglianze e differenze tra la comunicazione delle api e il linguaggio umano.

La dimensione storica rimane al centro di una produzione teorica multiforme ma null’affatto sfocata. Senza cedimenti al pensiero debole degli anni Ottanta, questo filosofo-linguista continua a far battere la lingua dove il dente ancora duole. Si provi, oggi, a parlare della storia come categoria decisiva per la filosofia del linguaggio e si farà la fine di un centrifugato di verdure: sbarellati tra riduzionismo evoluzionista (gli umani parlano perché conviene), rigidità del logico (l’italiano è brutta approssimazione di un sistema formale) e le suggestioni post-coloniali di chi si perde nella sfumature dello slang, sempre anglofono, di Baltimora.

Senza concedere nulla al relativismo di chi sostiene che in fondo il significato non esiste e tutto è interpretazione, De Mauro insiste su un punto antropologico fondamentale. Non si pensa e poi si parla; non si sente e poi si cerca di mettere in parole sentimenti poiché la facoltà biologica del linguaggio è la lente focale in grado di dare definizione ai nostri pensieri, alle nostre pulsioni e alle nostre azioni. Se si tiene a mente questo nodo, il lavoro di ricerca teorica e di insegnamento accademico di De Mauro mostra con chiarezza la coesione che lo ha animato. La facoltà è biologica, non c’è dubbio, ma senza storia essa è nulla: ben che vada, può condurre allo sgambettio quadrumane di un piccolo d’uomo allevato dai lupi. Le parole, infatti, non sono il prodotto secondario di pensieri precedenti, ma una forma tipica della cognizione umana: lavorare a vocabolari o lessici di frequenza significa spalancare le porte a veri e propri laboratori viventi. Significa guardare dal vivo il modo nel quale pensa, soffre e desidera un gruppo di parlanti in carne e ossa.

Uno dei testi internazionalmente più noti, Introduzione alla semantica (1965), insiste proprio su questo punto. L’obiettivo è la costruzione di una piccola genealogia del Novecento nella quale individuare alcuni riferimenti decisivi per chi concepisce il linguaggio come forma cardine delle istituzioni e della vita umana: «primato della prassi», queste sono le parole con le quali si conclude un libro che mette in fila il linguista Saussure con i filosofi Benedetto Croce e Ludwig Wittgenstein. Per la medesima ragione, ancora negli anni Novanta, durante i corsi universitari alla Sapienza che De Mauro organizza con alcuni compagni di viaggio della cosiddetta «scuola linguistica romana» era possibile fare gli incontri più diversi.

Dalla lettura sistematica de La diversità delle lingue di Humboldt si passava a un seminario sui sistemi di comunicazione dei delfini. Il giovedì mattina il laboratorio per una scrittura comprensibile e chiara (il contrario della mitologica «scrittura creativa») era seguito dalla lettura delle Ricerche filosofiche, dalla discussione della semiotica di Louis T. Hjelmslev, della linguistica di Antonino Pagliaro o del libro Pensiero e linguaggio del sovietico Lev S. Vygotsky. E non vi era nulla di cui stupirsi.
Internazionale online
L’IMPORTANZA DELLE PAROLE

E DELL'ISTRUZIONE

Un’intervista a Tullio De Mauro, girata nei giorni del festival di Internazionale a Ferrara del 2014.
De Mauro è stato un linguista e docente universitario. Tra le sue opere principali il Grande dizionario italiano dell’uso e la Storia linguistica dell’Italia unita. Il suo dizionario è online sul sito di Internazionale.

. Articoli di Simonetta Fiori, Chiara Saraceno, Luciana Castellina da La Repubblica e il manifesto 2 novembre 2016 (c.m.c.)

La Repubblica
TINA ANSELMI
di Simonetta Fiori

«Dalla Resistenza alla militanza nella Democrazia cristiana, nelle cui file fu deputata dal ‘68 al ‘92. Con l’ex presidente della commissione P2 scompare un simbolo della Repubblica, che respinse i tentativi di insabbiare la verità sui poteri deviati nello Stato.»

La chiamavano la Tina Vagante, alludendo alla sua integrità esplosiva rispetto al gioco del potere. Da anni era chiusa nel silenzio dei giusti, il Parkinson e poi un ictus ne avevano consumato le energie intellettive. Ma in fondo parla per lei la sua morte, capitata per curioso destino in un duplice anniversario che ne puntella la biografia politica: il settantesimo del voto femminile e il quarantesimo d’un ministero assegnato per la prima volta a una donna. Quella ministra era lei, Tina Anselmi, una vita da primato vissuta con l’umiltà dei semplici.

A scorrere i quasi novant’anni di vita – era nata a Castelfranco Veneto il 25 marzo del 1927 – ci si imbatte solo in una sequenza di primati, come rileva anche il bel ritratto apparso in un volume del Mulino, Donne della Repubblica.

Tutte le cose migliori della storia repubblicana portano la firma dell’Anselmi. Ma la Tina, come la chiamano dalle sue parti, era antropologicamente immune da qualsiasi vanità. Sorridente, faccia larga, la femminilità trattenuta, concretezza contadina, il rigore morale di chi sceglie di stare dalla parte dei più deboli. Per istinto naturale prima ancora che per coscienza politica. Divenne staffetta partigiana a 16 anni dopo aver assistito all’impiccagione del fratello d’una sua amica ad opera dei nazifascisti. Dopo pochi giorni, con il nome in codice di Gabriella, si lancia in sella a una bicicletta per portare notizie ai resistenti. Ma il carattere della Tina si rivela il giorno della Liberazione, quando nel buio della piazza punta la pistola sulle spalle di un uomo scambiato per un repubblichino: era suo padre, uscito per cercarla nelle ore del coprifuoco. Ne avrebbero riso per il resto della vita.

Tina la tosta. Tina che non si spaventa davanti a niente, specie se si tratta di difendere le altre donne. È iscritta a Lettere – alla Cattolica di Milano – quando comincia la militanza sindacale al fianco delle filandiere e più tardi delle maestre elementari. Poca teoria e molta pratica: per cominciare le bastò guardare le dita lessate delle operaie. Agli amici socialisti del padre preferisce i suoi compagni partigiani cattolici, e le sue stelle polari se le andrà a cercare dentro la Democrazia Cristiana, tra De Gasperi e Dossetti, Moro e Zaccagnini.

Agli anni della guerra risale anche il suo grande amore, l’unico, morto precocemente a causa di una malattia. Ma la Tina preferiva non parlarne, sempre riservata sulla sua solitudine sentimentale. «No, non ho scelto io, ma è la vita che ha scelto per me», rispondeva alla biografa Anna Vinci. «Ha scelto la politica». Nel 1946 non può ancora votare, ma si dà da fare tra le contadine venete perché capiscano l’importanza delle urne. Negli anni Cinquanta la ritroviamo accanto alla socialista Lina Merlin contro le case di tolleranza: la difesa delle prostitute le avrebbe attirato molte critiche. Ma è solo l’inizio, agli attacchi e anche alle bombe si dovrà abituare col tempo.

In fondo è il destino di chi cambia la storia, o di chi ci prova e in parte ci riesce. Da ministra del Lavoro vara la legge di “parità di trattamento tra uomini e donne”: una vera rivoluzione per quei tempi, anche se è rimasta incompiuta. Nel 1978, da titolare del dicastero della Sanità, partecipa all’istituzione del Servizio sanitario nazionale, una conquista che oggi viene studiata dagli storici per spiegare il primato italiano di longevità. Sempre in quell’anno dà prova del suo senso delle istituzioni al di là di qualsiasi fede religiosa: pur avendo votato in Parlamento contro l’interruzione di gravidanza, in veste di ministra firma la legge sull’aborto, resistendo alle fortissime pressioni vaticane.

Non può piacere a tutti, Tina Anselmi. Troppo integra, e anche troppo attiva. Nel 1980 sfugge a una bomba - forse di mano neofascista - che fortunatamente non esplode. Solo a una donna del suo temperamento può essere assegnata nel 1981 la guida della commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. Prima di accettare, si consulta con il suo amico Leopoldo Elia. Un lavoro straordinario – 198 persone ascoltate, centinaia di migliaia di carte – per far luce sul sistema occulto che condiziona la vita nazionale.

Il dossier conclusivo è una meticolosa controstoria d’Italia che denuncia gli intrecci fangosi tra politica, apparati militari, servizi segreti, finanza, perfino il Vaticano. «Non è che l’inizio», ammonisce l’Anselmi, che invita ad approfondire il marcio rivelato dalla loggia massonica. Esortazione lasciata clamorosamente cadere. Contro la Tina piovvero le accuse di ossessiva visionarietà, ma a farle più male furono quelle della sua stessa parte politica. «Io credo che sia ammalata dopo questa storia», confessa la sorella Maria Teresa a Eliana Di Caro ed Elena Doni, autrici del saggio del Mulino.

Il lavoro sulla P2 non le sarà perdonato. È sotto il governo Berlusconi che, nel 2004, viene promosso su iniziativa della Prestigiacomo un dizionario delle donne italiane. La voce “Tina Anselmi” è un’infilata di cattiverie, «improbabile guerriera», «furbizia contadina», anticipatrice della «futura demonologia politica, distruttiva e futile». Un attacco quanto mai ingiusto e sconsiderato.

Quando esce dalla scena politica, dopo essere stata proposta senza successo per il Quirinale, ritorna nella sua Castelfranco. Può contare su una famiglia affettuosa, tra molti nipoti e due sorelle che l’hanno seguita fino agli ultimi giorni, regalandole il meritato dono di morire in casa. Le amiche come la Vinci - curatrice dei suoi diari segreti sulla P2 - la ricordano ironica, mai scioccamente nostalgica («non è vero che eravamo meglio noi»), insofferente alle contorsioni della politica («ma chi l’ha detto che una persona semplice non sia un buon politico?»), allergica ai narcisismi e all’autoreferenzialità. Diceva sempre noi, la Tina, mai io. E anche ora, composta con una semplice veste blu, appare ieratica ed essenziale, come di chi s’accomiata sapendo di aver fatto la sua parte.

La Repubblica
L’INTEGRITÀ SCOMODA
DI TINA ANSELMI

di Chiara Saraceno

«L’emarginazione dalla politica è poi diventata un lungo oblio. Per molti, troppi anni, ci si è dimenticati di lei“ La Commissione sulla P2 le costò l’isolamento e l’ostracismo da parte del suo partito per l’inflessibilità con cui la condusse»

Ora che Tina Anselmi è morta tutti si ricordano di lei e ne esaltano la figura politica ed umana, il ruolo importante che ha avuto nella costruzione della democrazia italiana fin dalla sua origine, con la Resistenza, e successivamente con il lavoro nel sindacato e poi, da politica e ministra, con il sostegno attivo alla parità tra le donne e gli uomini, al diritto alla salute tramite l’istituzione del servizio sanitario nazionale. E, ancora, come presidente della Commissione di indagine sulla P2, che le costò l’isolamento e poi l’ostracismo da parte del suo partito per l’inflessibile integrità con cui la condusse e la tenacia con cui continuò a chiedere che se ne traessero le conseguenze sul piano giudiziario e politico. Quell’ostracismo che prima la fece emarginare dalla politica e poi è diventato un lungo oblio.

Per molti, troppi anni ci si è dimenticati di lei, ben prima che la malattia la costringesse a chiudere i suoi ponti con il mondo. È vero che ad ogni elezione presidenziale, a partire dal 1992, qualche gruppo della società civile ha fatto il suo nome come possibile candidata. Ma è sempre rimasta una cosa puramente simbolica, senza alcuna eco, e tanto meno sostegno, non solo nei partiti, a partire dal suo e dai suoi colleghi di un tempo tuttora ben insediati nei gangli del potere, ma anche nei giornali e nei media e in parte anche nel movimento delle donne.

Non veniva neppure nominata quando si evocava ritualmente quel gruppo di persone che si amava definire “riserva della nazione” — tutti rigorosamente del sesso “giusto”, anche se non tutti avevano e hanno un curriculum umano e politico dello suo spessore. Non l’hanno fatta neppure senatrice a vita, cosa che io, che non sono mai stata democristiana, trovo personalmente non solo una ingiustizia, ma uno scandalo nei confronti di una persona alla quale la democrazia italiana è molto debitrice e che avrebbe più che meritato di occupare un ruolo designato per chi ha “illustrato la patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”.

Non l’avrà illustrato in campo scientifico, artistico o letterario, ma sociale sicuramente sì. Non ci hanno pensato né Ciampi né Napolitano, i due presidenti che avrebbero potuto farlo e dai quali ci si sarebbe aspettati la sensibilità necessaria per deciderlo. Rimane il sospetto che non lo abbiano fatto perché era non solo una donna, caratteristica che nel nostro Paese continua ad essere una debolezza quando si tratta di trovare figure rappresentative, ma perché la sua storia politica, proprio per le sue caratteristiche di autonomia e integrità, la rendeva scomoda. Meglio lasciarla nell’oblio.

La sua rimozione dalla narrazione pubblica è talmente riuscita che, quando Elsa Fornero venne designata ministra del Lavoro nel governo Monti, molti, anche nei media, parlarono di prima donna a capo di quel dicastero, dimenticando che c’era stata, molti anni prima, appunto Anselmi, in un periodo altrettanto difficile e quando non era affatto scontato per una donna trattare da pari a pari con i colleghi di governo, con i rappresentanti sindacali e delle imprese.

La riparazione, parziale, a questo lungo oblio è avvenuta solo pochi mesi fa, quando le è stato dedicato un francobollo. Chissà che cosa avrebbe detto, quando era ancora lucida e piena di ironia, di questa monumentalizzazione ex post e quando ormai era fuori gioco, lei che ancora pochi anni fa aveva ammonito: «Lo ripeto sempre, a cominciare dalle mie nipotine, che nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto possiamo anche perdere.

Negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta noi donne impegnate in politica e nei movimenti femminili e femministi, noi parlamentari con responsabilità nei partiti e nel governo eravamo ancora pioniere. Questa parola fa pensare che in seguito saremmo diventate più numerose e avremmo contato di più. Purtroppo, certe speranze sembrano non aver dato i frutti che avevano in serbo».

Aggiungo che per lei «contare di più» non significava solo “esserci”, ma lavorare per migliorare la qualità sia della vita delle persone sia della democrazia.

il manifesto
UN'AMICA E UN COMPAGNA
di Luciana Castellina

Un’epoca in cui l’organizzazione giovanile democristiana era fortemente influenzata dalla sua corrente di sinistra e fra noi giovani comunisti e loro ci si annusava sospettosi ma anche interessati. Ho ancora fra le foto che conservo in un pannello sulla mia scrivania quella di una cena – a Trento – in occasione del loro congresso cui io avevo assistito come «ospite» per conto della nostra federazione.

Siamo ambedue giovanissime, Tina solo due anni più di me, abbastanza per aver partecipato in prima persona alla Resistenza nel suo trevigiano, con il nome di battaglia Gabriella. Entrò nelle sue file – mi raccontò – dopo aver assistito all’ assassinio di 31 partigiani. Diventammo quasi amiche, io credo che ci siamo sentite in qualche modo «compagne», se a questa parola si dà il significato dovuto e che tutt’ora io le do: non la comune appartenenza ad una organizzazione, ma a un comune sentire. Perché così è stato con Tina.

Un giorno la invitai a pranzo a casa e la presentai a mia figlia che aveva pochissimi anni. Quando le dissi che era democristiana Lucrezia mi guardò inorridita: dei democristiani lei aveva sempre sentito dire il peggio e non capiva come fosse possibile che una di loro mettesse piede a casa nostra e conversasse con me come una persona normale. Io e Tina, dello sguardo scandalizzato e perplesso di mia figlia ridemmo di cuore, Lucrezia rimase invece a lungo diffidente.

Poi lei diventò deputata, mentre io rimasi a lungo militante delle organizzazioni povere della sinistra: la Fgci, l’Udi, poi il manifesto. La cosa aveva riflessi ferroviari: la incontravo spesso, nel mio girovagare, alla stazione di Padova e lei mi diceva: «Vien, vien, che tiro zo un leto». E così venivo ospitata nel suo vagon-lit , evitando lo scomodissimo sedile dello scompartimento cui il mio biglietto mi destinava.

Non voglio dire qui che tutti i dc erano come Tina. Purtroppo no. Lei è stata una persona davvero speciale, ma che aveva comunque un tratto analogo a quello di un settore di quel maledetto partito che tanto abbiamo – e giustamente – combattuto. Una sua ala popolare e in qualche modo anticapitalista. No, non ho certo nostalgia della Dc, né del compromesso storico, che purtroppo fu un’intesa con ben altra Dc. (Ma forse anche voi lettori vi ricorderete che Luigi Pintor per molti anni metteva sempre un postscriptum ai suoi editoriali, per dire, sconsolato: «Moriremo democristiani». All’ultimo, ricordo, aveva aggiunto: «Magari»).

Anche se i miei ricordi personali di Tina sono precedenti al suo ingresso nei governi Andreotti, vorrei aggiungere che sono stata molto contenta quando è diventata ministro. Come capo del dicastero della sanità, Tina contribuì infatti non poco a dare esito positivo alla lunga lotta per l’istituzione in Italia del Servizio sanitario nazionale. Se posso aggiungere una considerazione che si riferisce ad una questione politica calda, il referendum costituzionale (cosa che di solito non si fa nel contesto di una commemorazione funebre) vorrei aggiungere che quella vittoria popolare, fu possibile, come altre in quegli anni – statuto dei lavoratori, divorzio, aborto, ecc. – perché c’erano spazi per l’espressione dei conflitti e canali affinché trovassero riflesso nelle istituzioni.

La forza dell’opposizione sociale, accompagnata alla presenza di una forte minoranza in parlamento a quella strettamente legata ai movimenti di lotta, consentì quella dialettica democratica che sfociò in compromessi anche molto avanzati (e che non a caso oggi siamo qui a difendere coi denti). Alla democrazia – e dunque alla società – non serve un esecutivo reso efficiente dall’assenza di intralci – ma un conflitto tanto forte da imporre un dialogo. Certo il dialogo con Tina è stato altra cosa che quello con Andreotti. Ma lei era una «compagna».

il manifesto e Corriere della Sera, 14 ottobre 2016 (m.p.r.)

Il manifesto

IO NON SONO UN MODERATO!
di Dario Fo

Il manifesto scritto da Dario Fo nel 2006 per presentare la sua candidatura a sindaco di Milano

Se cercate un moderato state attenti a votare per me,
perché con me si rischia!
Ma veramente volete un sindaco moderato?
Il moderato è forte con i deboli e debole con i forti.
Il moderato finge di risolvere i problemi senza
affrontarli!
Il moderato chiude un occhio sulle speculazioni edilizie.
Il moderato caccia gli inquilini dalle case in centro
e poi le rivende ai magnati della speculazione.
Il moderato trasforma in ghetto la periferia.
Il moderato accetta una scuola per ricchi e una per i
poveri.
Il moderato lascia intristire la città, e applaude ai
grattacieli.
Il moderato teme di dispiacere ai cittadini che contano
E non concede la parola a quelli che non hanno voce.
Il moderato non cambierà mai nulla.
Il moderato non risolverà il problema dell’inquinamento
di Milano, non salverà i polmoni da settantenni dei
bambini di 5 anni.
Il moderato non vi libererà dal traffico, dal milione
di automobili spernacchianti che hanno trasformato la
città in una camera a gas.
Oggi sembra che non essere moderati sia un difetto o un
delitto; oppure che sia un privilegio dei giovani.
Ma ci vogliono tanti anni… per diventare veramente
giovani!
Milano, se la mi musica è troppo forte, allora vuol dire
che stai diventando troppo vecchia.
Nessun moderato ha mai fatto la storia,
e nessun moderato ha mai preso un Nobel.
Io non sono un moderato!
Sarò un sindaco che rischia.
Perché credo che il rischio del cambiamento sia l’unica
risposta corretta per chi investe il suo voto in un
progetto per Milano.
Se scegliete di votare per me, rischiate molto… rischiate persino di trovarvi finalmente a vivere in una
città migliore!
Coraggio Milano!


Corriere della Sera
LA SINISTRA ANARCHICA, IL PCI, GRILLO

LA POLITICA DI FO, PASSIONE ESTREMA
di Marco Imarisio

«Alle fine dell’ultima Guerra mondiale, nel giorno della Liberazione, ci fu una festa come questa. C’era tanta gente come voi, felici, pieni di gioia. Credevano che si sarebbe rovesciato tutto, ma noi non ci siamo riusciti. Fatelo voi, per favore».

Era il tardo pomeriggio del 19 febbraio 2013, piazza del Duomo era piena che non ci stava neanche uno spillo. Quel comizio, e quella folla, furono il segnale di ciò che sarebbe accaduto alle elezioni politiche. Dario Fo aveva già manifestato la sua simpatia per il movimento creato dall’amico Beppe Grillo. «Ci conosciamo da quarant’anni» ripetevano entrambi, anche se nessuno dei due ricordava l’anno esatto del primo incontro. «In fondo siamo due giullari, fatti per capirsi» ripeteva spesso il Premio Nobel.

L’enfasi di quel discorso fatto dal palco a ridosso della statua di Vittorio Emanuele II non fu dettata solo dall’entusiasmo del momento. L’estremismo declinato come completo abbandono alla causa sposata di volta in volta è sempre stato la cifra del suo impegno politico. Nell’ideologia di Fo c’erano ingredienti diversi e spesso non amalgamabili tra loro.

Anticlericalismo e antiautoritarismo, democrazia diretta, anarchismo, maoismo. Un rapporto di amore e odio con il Pci, più il secondo del primo. Si spese molto, con studenti, operai, movimenti extraparlamentari. Sbagliò altrettanto, a cominciare dalla campagna denigratoria contro il commissario Luigi Calabresi, definito commissario Cavalcioni con esplicito riferimento alla finestra dalla quale precipitò l’anarchico Giuseppe Pinelli. Nel 1974 fondò Soccorso rosso, associazione nata per dare assistenza legale ai militanti ma spesso accusata di aiutare personaggi in odor di terrorismo, compresi i tre autori del rogo di Primavalle.

La sua Milano rappresentò ancora una volta il debutto ufficiale di una nuova passione politica. Fino a quel momento aveva oscillato seguendo i propri umori e mai una linea precisa. Nel 2005 si presentò alle primarie milanesi del centrosinistra contro il candidato ufficiale del Ds, Bruno Ferrante. A sostenerlo c’era anche il gruppo «Amici di Beppe Grillo», un embrione di M5S.

Persino in quel 2013 il suo sostegno venne diviso a metà con la Rivoluzione civile di Antonio Ingroia. La matrice della militanza pentastellata di Fo è sempre stata chiara. In alto a sinistra, talvolta salutava così i giornalisti che lo disturbavano al telefono. «Non sono un moderato e non lo sarò mai» era un altro dei suoi tormentoni. Le sue poche uscite pubbliche in disaccordo con Grillo sono avvenute su quelle che lui stesso definiva come scivolate a destra del comico ligure, a cominciare dalla questione dello ius soli . «Compagno Dario, che ci facevi su quel palco?» gli chiese il disegnatore Vauro dopo il Vaffa day genovese del dicembre 2013, durante il quale Grillo parafrasò Mussolini con un «Vincere, e vinceremo».

Il successo dei Cinque Stelle alle politiche del 2013 lo prese alla sprovvista. Fo si era sempre trovato su posizioni minoritarie. «Adesso scopro che siamo quasi maggioranza. La mia prima volta, a 87 anni...». Negli ultimi tempi, dopo il passo di lato fatto da Grillo e la morte di Casaleggio, un uomo che lo ha sempre incuriosito molto, era diventato un punto di riferimento per consiglieri comunali e regionali lombardi che gli chiedevano lumi e consigli. Aveva organizzato una vendita dei suoi quadri per sostenere i candidati alle ultime elezioni comunali.

La sua ultima uscita in pubblico con Grillo risale allo scorso 6 agosto a Cesenatico. I Cinque Stelle organizzavano una serata in spiaggia per parlare di Costituzione. Lui era reduce dalla presentazione di Darwin, la mostra delle sue opere recenti. Era stanco. Si era comunque seduto tra il pubblico sorbendosi fino all’ultimo tre ore buone di dibattito. Fo ha rappresentato l’anima di sinistra del Movimento. M5S non perde soltanto il suo volto più conosciuto nel mondo, ma un pezzo della sua identità.

Novant’anni compiuti pochi mesi fa; una vita vissuta certo «pericolosamente» (sempre all’opposizione di ogni potere costituito), ma anche piena di grandi soddisfazioni, perfino quelle planetarie come il premio Nobel; sempre impegnato a intrecciare l’arte con la politica in modo che si rafforzassero e motivassero l’una con l’altra, per generazioni sempre nuove di spettatori.

Un impegno che, come la padronanza di linguaggi artistici diversi (dalla recitazione alla scrittura al disegno, con studi originari di architettura e di belle arti a Brera) era a tutto campo. E il fatto non marginale di essere l’autore italiano contemporaneo più rappresentato al mondo. È stato davvero un uomo da record Dario Fo, morto ieri a Milano. Aveva appunto 90 anni (nato il 24 marzo del 1926 in provincia di Varese) che certo potevano trasparire a vederlo fuori dal palcoscenico, mentre scomparivano del tutto nella grinta che lo possedeva quando era in scena, ancora pochissimi mesi fa sotto il cielo dell’Auditorium romano per migliaia di spettatori. O negli interventi appassionati e virulenti, anche recentissimi, contro chi attaccava i 5 Stelle per i quali si era schierato.

Il suo sodalizio con Franca Rame (figlia d’arte, bellezza strepitosa e vamp del teatro brillante), nato nei primi anni ’50, ha costituito un unicum nella storia culturale del nostro paese. Ne ha attraversato tutti i settori, sempre con una maestria (e un affiatamento tra loro) che faceva stupire solo chi li invidiava, in un orizzonte sempre più vasto, che dal teatro comico si è allargato alla musica e alle canzoni con Jannacci o Fiorenzo Carpi (entrate nei modi di dire del linguaggio comune), alla commedia musicale e al kolossal (i titoli apparentemente astrusi che riempivano l’Odeon a Milano e il Sistina a Roma), e ancora l’affondo nella canzone popolare naturalmente schierata, con il pubblico tradizionale prima sconcertato e poi affascinato dalle melodie di Ci ragiono e canto, che raccoglieva le meglio voci da piazza e da cortile di tutta Italia. Fino alla grande svolta degli anni attorno al ’68, se svolta si può dire.

Perché già tutta la loro storia era stata «schierata» e manifesta: dal Dito nell’occhio che lui con Franco Parenti e Giustino Durano infilava nelle visioni credulone che immaginavano facile la rinascita del dopoguerra, alle commedie brillanti che già dal titolo non la contavano giusta: Settimo ruba un po’ meno, Chi ruba un piede è fortunato in amore, Isabella tre caravelle e un cacciaballe ovvero Cristoforo Colombo a rapporto col potere, La signora è da buttare, che alludeva neanche a dirlo alla strapotenza americana.

In compenso ebbero una sorta di proscrizione nazionale, sul palcoscenico già molto politicizzato della Rai. Chiamati a condurre la Canzonissima del 1962, furono cacciati e radiati per molti anni dalle trasmissioni televisive: si erano ostinati a voler parlare di morti sul lavoro. E ottennero di essere censurati per motivi squisitamente politici (fino a quel momento era successo solo per motivi «morali», se non letteralmente sacramentali, da Mina a Pani, da Volonté alla Gravina). Dario e Franca torneranno sul piccolo schermo soltanto a Rai riformata, nel 1977, quando sul secondo canale andò in onda Mistero buffo, con un boom di ascolti.

Poi sono stati protagonisti di molte serate importanti: ancora in queste settimane su Rai5 Fo legge le grandi opere d’arte, prima tra tutte la pittura rinascimentale, dando inusitate chiavi di lettura, e aprendo scenari e intrecci davvero affascinanti. Un episodio che forse qualcuno non ricorda, a fine anni ’80 nel remake dei Promessi sposi sceneggiati, è il suo azzeccatissimo Azzeccagarbugli, in un cast stellare che andava da Burt Lancaster a Helmut Berger.

Si era aperta alla fine degli anni ’60 la fase del loro teatro che li ha portati nella storia civile del nostro paese, e nei botteghini di tutte le sale del mondo. Con tutto il loro bagaglio di tecniche artistiche (tempi, canto, mimica, commedia dell’arte), scelsero di farlo ardere assieme alla loro coscienza civile. Lo facevano da sempre, ma c’era necessità di trovare nuove forme e nuovi spazi dove quella scintilla scoccasse contemporaneamente anche nel pubblico. Fuori quindi dai teatri e dai circuiti ufficiali, con la loro gloriosa Comune teatrale disegnarono una vera mappa altra dei luoghi di spettacolo nelle città. Ancora adesso, chi allora c’era, può continuare a ripercorrere quelle serate eroiche in cui ci si ritrovava in migliaia: cinema di periferia, capannoni abbandonati, strutture che andavano in degrado.

E si imparava a ridere anche dentro i ragionamenti più maledettamente seri. L’ironia e la satira di Fo e Rame non avevano limiti, ma neanche la loro umanità. Solo con i loro spettacoli era possibile capire, davanti ai muri e ai depistaggi alzati dalla magistratura e dai servizi, quello che poteva esserci dietro a la strage di piazza Fontana, o gli attentati sanguinari ai treni e alle stazioni. Quegli spettacoli così «teatrali» eppure così civili quanto a impegno, hanno costituito un fenomeno unico nel 900 italiano, e non solo, in un insuperato mix di farsa e Brecht, di surrealismo e tradizione medievale. Tanto da arrivare al verdetto della giuria di Stoccolma, nel 1997, che in una stringata sintesi racchiudeva per il Nobel il segreto di quella sterminata profusione artistica: «Nella tradizione dei giullari medievali, fustiga i potenti e ridà dignità agli oppressi».

E non c’è stato campo cui quella artistica magia non si sia applicata. E ogni titolo può evocare tanti sorrisi quanto altrettanti pensieri e ragionamenti: Mistero buffo innanzitutto, nelle sue innumerevoli riscritture; il programmatico L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone; il sempre attuale Morte accidentale di un anarchico ovvero Giuseppe Pinelli; Fedayn; Pum pum chi è? La polizia; Non si paga non si paga; Il Fanfani rapito, irresistibile; L’opera dello sghignazzo; Tutta casa letto e chiesa, nato dal dolore e dalla violenza, veri, subiti da Franca e divenuti manifesto di tutte le donne. Tanti titoli (e ce ne sarebbero tanti altri), che alleviano la commozione per la sua scomparsa. Perché ci garantiscono che la sua lezione teatrale e politica resterà sempre ben presente.

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