loader
menu
© 2022 Eddyburg

“Conca d’oro” è il libro scritto da Giuseppe Barbera che ripercorre la storia del paesaggio di Palermo dalle origini fino alla degradazione dei nostri giorni, dopo anni di speculazione edilizia. Il saggio è pubblicato da Sellerio nella collana “La memoria” (pagg. 168, euro 12)

Come è potuto accadere? Come è potuto accadere che la Conca d’oro in cui è adagiata Palermo, la conchiglia «più bella di quella nella quale Venere fu portata attraverso il placido mare » (così cantava un poeta nel Quattrocento), il paesaggio di giardini e di frutteti, di fatiche umane e di strabilianti innovazioni tecniche, di biodiversità e di dolcissimi mandarini, il luogo che fece dire a Goethe che «chi ha visto tutto questo non lo dimentica più», com’è potuto accadere che la Conca d’oro, fitta d’alberi già nel V secolo avanti Cristo (racconta Diodoro Siculo), fra il 1955 e il 1975 sia stata sepolta da trecento milioni di metri cubi? Come è potuto accadere, se lo domanda Giuseppe Barbera, agronomo palermitano, professore di Colture arboree, e il suo angoscioso quesito rimbalza in ognuna delle centoquaranta pagine di Conca d’oro, un libro scritto per Sellerio che non è solo la storia di un luogo.

È anche una storia letteraria, una mitografia, un repertorio fra quelli che meglio documentano quanto la natura correttamente manipolata dall’uomo possa dare materiali alla facoltà dell’immaginazione. Ed è la storia di un simbolo mediterraneo, di una comunità vegetale la cui unità è fornita dal rapporto di diverse colture, perché solo la diversità, la complessità del disegno e delle produzioni assicurano benessere, prosperità, bellezza e armonia.

E sono esattamente queste le qualità che il sacco di Palermo, un misto di mafia, affari, politica e pessima amministrazione, cancella nel volgere di pochi anni con crudeltà sistematica, nel silenzio della cultura accademica e delle professioni rotto soltanto dalle denunce del giornale L’Ora.

Al Piano regolatore è sostituito un più efficace Piano di ricostruzione. Si sfrutta l’emergenza abitativa (120 mila vani distrutti dalle bombe) per dislocare quartieri inospitali sulle aree a maggiore seduzione speculativa. Nobili e grandi borghesi lottizzano ville e giardini e le disseminano di fungaie in cemento. Scaltri proprietari regalano al Comune piccole porzioni che, opportunamente solcate da strade, illuminazione e fogne, valorizzano il resto del possedimento. Le ville liberty di Ernesto Basile vengono demolite in una notte, l’ultima prima che si possano applicare leggi di salvaguardia. Sono gli anni di Salvo Lima e Vito Ciancimino. E in cui architetti laureati sostengono che la monotonia del verde vada vivificata dagli edifici. Il paradiso della Conca d’oro diventa un inferno. Bestioni di cemento travolgono un paesaggio raccontato nei secoli con dispendio di aggettivi, un paesaggio, ha scritto Rosario Assunto, studioso di estetica, «del quale nessuno che lo abbia conosciuto può non sentirne il rimpianto, come di una luce che si sia spenta sul mondo».

La qualità della Conca d’oro sta nell’incrocio di produttività e di bellezza. Trecento generazioni di agricoltori, racconta Barbera, hanno adattato i frutteti a giardini, grandi frutteti e grandi giardini protetti da una barriera di montagne che preservano il clima e che inducono Fernand Braudel a usare l’aggettivo “paradisiaco”. Il paesaggio palermitano è un paesaggio culturale, un sistema equilibrato che modula le risorse disponibili dando alla natura una forma, una «porzione del mondo visibile incorniciata entro limiti che ben distinguono la pianura costiera, che sarà prevalentemente terra di frutteti, orti e giardini, dalle regioni collinari della Sicilia terre di pascoli e di cereali ». L’ulivo cresce in mezzo ai pascoli, la vite splende nei frutteti promiscui. Da terre straniere arrivano le palme nane, i datteri, i melograni e chi c’è già accoglie i nuovi venuti, realizzando una civitas fatta di alberi e piantagioni. La complessità dell’ordito assicura «stabilità contro le malattie e i disastri climatici, sicurezza ambientale ». I romani, poi i bizantini, quindi i musulmani e poi i normanni trovano un paesaggio che assimila diverse tradizioni e lo arricchiscono con innesti colturali. Il punto d’equilibrio cambia costantemente, gli aggiornamenti sono continui, ma chiunque innovi rispetta lo statuto dei luoghi. Anche quando alle coltivazioni si accompagnano le lavorazioni artigianali e industriali. La Conca d’oro, scrive Barbera, conferma un fondamentale “dogma ecologico e culturale”: solo il confronto fra diversi, uno scambio che avviene «attraverso margini permeabili e non barriere insormontabili (muri, fili spinati, recinti e respingimenti), genera nuova vita, saperi e paesaggi che rispondano ai bisogni, sempre in evoluzione, del mondo».

L’equilibrio della Conca d’oro attraversa i secoli. Sorgono le ville, che danno un’altra sistemazione al paesaggio, proponendo una specie di modulo urbanistico attraverso il quale anche la città sarebbe dovuta crescere. Arrivano gli agrumi, che segneranno una evoluzione produttiva, alimentando il mito di una terra dall’eterna primavera. In quest’armonia secolare, che non possiede nulla di immobile, anzi contiene le regole per rinnovarsi, regole che basta solo saper leggere, interpretare e applicare, irrompe la potenza distruttrice della rendita fondiaria, quella per cui un terreno agriinterna,

colo vale molto, ma molto di più vale un terreno edificabile. Palermo diventa esemplare nella letteratura sulla speculazione. L’amministrazione pubblica, la mafia, gli stessi proprietari di quei magnifici giardini consolidano alleanze. La città avanza senza trascinare alcuna qualità urbana e tutto distrugge.

Anche Barbera assiste – lo racconta nelle prime pagine – alla distruzione del giardino di famiglia,

a Resuttana. Il padre, un imprenditore di successo, non è costretto a vendere, ma si trova impigliato in un meccanismo affaristico i cui effetti per lui sarebbero stati poi scarsissimi. Un altro ricordo condisce la sua narrazione. I primi studi sui mandarini tardivi di Ciaculli, giovane ricercatore, li compie in una grande tenuta. Quella tenuta appartiene a un insospettabile Michele Greco, quello che le indagini e le condanne definiranno il “papa” della mafia. «Terribile criminale, autore di stragi efferate, amava il suo giardino di agrumi di un amore profondo».

Tanto tuonò che piovve. Sulla Cascinazza di Monza, dopo dodici anni di denunce giornalistiche e polemiche politiche, piovono anche gli avvisi di garanzia: per Paolo Berlusconi e Paolo Romani (ex ministro dello Sviluppo economico), indagati con altre persone dalla Procura di Monza per istigazione alla corruzione. Secondo l’ipotesi d’accusa, i due Paoli avrebbero cercato di corrompere alcuni consiglieri comunali per farli votare la variante di piano che dava il via libera alla costruzione di “Milano 4”. Una nuova città, 4 milioni di metri cubi di cemento da edificare sui 500 mila metri quadrati della Cascinazza: area agricola vincolata a verde ai confini di Monza, venduta dai Ramazzotti (quelli dell’amaro) a Silvio Berlusconi negli anni Settanta e poi passata al fratello.

L’indagine nasce da ben sei esposti presentati in procura da consiglieri di maggioranza e opposizione che denunciano presunte irregolarità, forzature, pressioni, minacce. Il più corposo è firmato da due esponenti del Pd, Anna Mancuso e Michele Faglia, in passato sindaco di Monza. Era il giugno 2011 e la maggioranza di centrodestra aveva avviato in Consiglio comunale la discussione sul nuovo Piano di governo del territorio. Contraria la minoranza, ma incerti anche alcuni esponenti di maggioranza, spaventati da un’operazione che avrebbe aggiunto ben 40 mila abitanti ai 120 mila di Monza. Entra allora in azione Paolo Romani, mandato da Berlusconi a fare l’assessore nella capitale della Brianza: all’urbanistica fin quando diventa ministro, poi all’Expo. “Dell’Expo non si è mai occupato”, dice Faglia, “in compenso ha continuato a darsi da fare per la Cascinazza, come emissario della Famiglia”. Romani incontra a uno a uno i consiglieri comunali del suo fronte. È una corsa contro il tempo: per far passare la variante, una pattuglia di fedelissimi lavora fino al 21 marzo 2012, data dell’ultima seduta del consiglio prima delle elezioni. S’avvia, almeno secondo l’accusa, un tentativo di compravendita di voti. Alla fine, l’operazione fallisce: votano contro la variante anche sei consiglieri di maggioranza (due di Futuro e libertà, due di Forza Lombardia, uno dell’Udc e uno del gruppo misto, Ruggiero De Pasquale). Poi arrivano le elezioni, che ribaltano i risultati del 2007 e danno la vittoria al centrosinistra: domenica scorsa diventa sindaco, con più del 63 per cento dei voti, Roberto Scanagatti. Ma nei mesi precedenti, le intercettazioni avevano captato Paolo Romani promettere, secondo quanto scrive L’Espresso, “300 mila euro a testa” offerte agli indecisi. Registrata anche la voce di Silvio Berlusconi in persona, impegnato a concordare incontri ad Arcore. Il fratello minore, Paolo, nel 2008 aveva venduto l’area della Cascinazza a una società controllata dal gruppo Cabassi e da altri soci, tra cui il costruttore Gabriele Sabatini. Ma, dopo aver ricevuto un anticipo di 40 milioni, aveva vincolato l’entità del saldo al buon esito dell’operazione immobiliare: in caso d’approvazione della variante, avrebbe incassato un’altra cinquantina di milioni.

Ora, la vittoria del centrosinistra ha chiuso le speranze di riaprire la faccenda nel nuovo consiglio. Ma il reato d’istigazione alla corruzione si consuma già con la promessa di denaro, anche senza i pagamenti. I pm di Monza Manuela Massenz, Donata Costa e Walter Mapelli avranno semmai il problema dell’utilizzabilità di telefonate in cui sono stati intercettati, seppur indirettamente, due parlamentari (Paolo Romani e Silvio Berlusconi). “I cittadini di Monza hanno capito”, spiega il consigliere regionale Pd Pippo Civati, da una dozzina d’anni impegnato nella battaglia contro la cementificazione della Cascinazza. “All’inizio era considerata roba da specialisti. Ora è diventata invece un argomento forte della politica cittadina e ha condizionato l’ultimo esito elettorale. Silvio Berlusconi nasce palazzinaro con Milano 2 e muore palazzinaro con Milano 4”.

Postilla

La legalità, quando non è solo legalitarsimo, ha senso, eccome se ne ha: corrisponde addirittura al buon senso. Su questo sito (basta digitare Cascinazza nel motore di ricerca interno) gli argomenti di buon senso contro quel progetto si sono accumulati fitti fitti per anni. C’erano gli aspetti sociali, quelli ambientali, quelli di metodo; c’era la dimensione urbana, quella metropolitana, quella economica, e tante altre cose. Ma niente da fare, la macchina tritatutto e compra tutto dilagava apparentemente inarrestabile, addirittura con un ministro-assessore part time messo lì con lo scopo dichiarato di curare gli interessi di famiglia, pilotando quella procedura fastidiosa che si chiama variante di piano regolatore, e che in questo caso è diventata dettatura di stupidaggini in atto pubblico. Se ne sono accorti addirittura alla regione “amica”, quella Lombardia dove si vorrebbe poter fare di tutto, ma dove per fortuna ci sono ancora tracce di buon senso anche nelle leggi piegate, interpretate, forzate. E quel piano assurdo, per riempire di cemento berlusconiano doc l’ultimo spazio aperto disponibile per chilometri, faticava ad attuarsi. Adesso si scopre anche l’ultima, questa delle presunte posizioni politiche comprate: ma è solo un dettaglio, a confermare il resto, il timbro finale della vergogna, una generazione di patetici burattini con il vestitino stirato, le tasche piene, e la testa vuota (f.b.)

Sono passati vent’anni dall’inaugurazione del Porto Antico di Genova, per l’Expo del ‘92. So che lei ama molto di più parlare del futuro che del passato e in genere non le piacciono le celebrazioni. Ma forse possiamo parlare del futuro anche rievocando un ventennale. Il Porto Antico fu una delle ultime grandi opere a cambiare il cuore di una grande città italiana. Da allora ha prevalso, nel migliore dei casi, una specie di pietoso maquillage.

Fra due anni ci sarà l’Expo di Milano e nessun milanese, compreso me, si aspetta che cambi in meglio la vita della città, come fece il Porto Antico a Genova. Senza fare altre polemiche, quale fu l’idea guida di quel progetto?

«Senza polemiche, ricordo soltanto i fatti. Il motto dell’intera impresa fu una frase in genovese, che presentammo perfino nel progetto alla commissione internazionale, con traduzione a lato. La frase era: Chì nù se straggia nìnte. Qui non si spreca nulla. E infatti vent’anni dopo non si è buttato nulla. Tutto è rimasto, ha continuato a vivere e a popolarsi di gente, sempre di più. L’Expo fu una formidabile occasione, perché c’erano finalmente i soldi per risolvere un grande problema di Genova, la decadenza del vecchio porto, che rimaneva il cuore cittadino. Un cuore ormai molto malandato. Ma da genovesi inorridivamo all’idea di usare quei soldi per costruire soltanto una colossale e costosa vetrina internazionale, da smantellare il giorno dopo, come è avvenuto dappertutto dopo l’Expo».

In tempi di crisi della politica e di antipolitica montante, anche sotto le insegne del suo amico Beppe Grillo, vale la pena di ricordare che quel progetto fu possibile grazie alle personalità illuminate del sindaco Fulvio Cerofolini, ex partigiano e sindacalista, e del suo vice, Giorgio Doria, il "marchese rosso" diseredato dalla famiglia per l’impegno in politica, padre del nuovo sindaco Marco Doria. Non è così?

«Assolutamente sì. Fu un progetto collettivo, io mi limitai a fare il geometra della situazione. L’opera prese alcuni anni e collaborai bene con vari sindaci, Cerofolini, Campart, Merlo. Ma tutto nacque con Cerofolini e Giorgio Doria, i migliori politici nei quali un architetto potesse imbattersi, onesti, moderni, colti. Giorgio Doria prese l’iniziativa di consultare per primo Fernard Braudel, il grande storico del Mediterraneo, andammo insieme e fu un incontro decisivo. In qualche modo paradossale. Sembrava conoscere meglio il carattere della città lui che noi due genovesi. E Doria era perfino discendente di un doge».

Venezia e Genova, miracoli della civiltà mediterranea, Braudel le aveva studiate per una vita. Come influenzò il suo lavoro di "geometra"?

«Mi convinse appunto a fare il geometra. Il miracolo urbano, l’utopia felice di Genova e di Venezia consistono all’essenza nel genio con cui sono utilizzati spazi minimi. Dal mio studio verso Arenzano fino a Nervi, Genova è una striscia cittadina di ventidue chilometri, stretta fra alte montagne e un mare profondo. Lo sfogo e la ricompensa di tanta angustia, fisica, politica ed economica, è sempre stato il porto, l’apertura al mondo. In quegli anni però la città aveva voltato le spalle al mare, il vecchio porto era diventato una specie di ghetto. Bisognava riaprire quella porta, quella piazza, l’unica vera piazza di Genova. Vede, i miei ricordi più belli da bambino erano di quando mio padre mi portava per mano la domenica a passeggiare al porto. Da decenni nessuno lo faceva più, nemmeno io coi miei figli».

Se l’obiettivo era di riportare padri e figli per mano nel porto antico, è stato raggiunto alla grande. Non solo fra i genovesi. Milioni di bambini ora conoscono il porto antico e l’acquario.

«Sì, ed è una grande gioia. Qualcuno dice anche che l’acquario ha avuto fin troppo successo e in un certo senso sono d’accordo. Da genovese mi piacerebbe che i turisti non si fermassero all’acquario e dintorni, ma salissero per visitare uno dei centri storici più belli del mondo».

Uno dei motivi per cui Piano passerà alla storia è questa capacità di popolare zone morte delle città. Il centro Pompidou, il porto di Genova, Potsdamerplatz a Berlino, il quartiere dell’Auditorium a Roma. Esiste un segreto da rivelare ai giovani architetti?

«Ai ragazzi che vengono a bottega da me, a Genova o a Parigi, dico sempre di stare molto attenti a come si comincia un progetto. Io disegno per prima una piazza, sempre. Il vuoto, prima del pieno. Italo Calvino, che ho avuto la fortuna di conoscere bene, scriveva che ogni città ha un luogo felice e sono felici i luoghi dove i cittadini vanno volentieri».

La piazza è la grande invenzione urbanistica e politica degli italiani. Nel Settecento venivano chiamati gli architetti italiani per costruirle in tutta Europa, da San Pietroburgo a Salisburgo. È ancora così, almeno per lei?

«Sì, mi chiamano in giro per il mondo anche per questo. Prenda il progetto della nuova sede della Columbia University a New York. Nasce tutto intorno a una piazza e credo sia questa una delle principali ragioni per cui l’hanno scelto».

A Genova la piazza del porto antico è piuttosto singolare, una piazza a mare, come la splendida piazza dell’Unità a Trieste.

«Una piazza fra due città, la Genova di pietra dei palazzi del centro e la Genova d’acqua del porto. Una potente ed eterna, di marmo, l’altra mobile, con una toponomastica che cambia ogni giorno, anzi quasi ogni ora, con le navi alte come palazzi che vanno e vengono. Nel mare che si muove anche di notte, non sta fermo mai, come canta Paolo Conte. Un altro elemento importante era creare un luogo internazionale, nel solco della tradizione cittadina. Genova è una città internazionale per vocazione e necessità. Ha fatto del meticciato, la propria forza. È da secoli multietnica, si direbbe oggi. Se prendi i pittori genovesi del quindicesimo secolo, trovi in ogni ritratto di famiglia un nero, un orientale. La facciata della chiesa di San Lorenzo è fatta con pezzi presi da tutto il mondo. Nei mercati cittadini trovavi sapori e odori di ogni angolo della terra».

Negli anni del progetto del porto antico, un suo amico, Fabrizio De Andrè, inventava con Creuza de ma la world music, mescolando le sonorità del Mediterraneo, intorno alla riscoperta della lingua genovese. Oggi la via che costeggia l’acquario porta il suo nome.

«Gli sarebbe piaciuta, è una via che porta al mare, dove finiscono tutte le storie dei genovesi. Fabrizio è stato un fratello per trentacinque anni e uno dei primi a cui ho parlato del progetto. Il fatto curioso è che io cercavo da architetto di fare il poeta e lui, poeta vero, invece mi incalzava molto sugli aspetti pratici. De Andrè era coltissimo, curiosissimo della tecnica, sempre aperto al nuovo. Ricordo che già allora parlava di sostenibilità, un concetto sconosciuto all’epoca. L’intuizione di incrociare le tradizioni musicali del mondo era in anticipo di vent’anni sulle mode e in un’Italia dove l’immigrazione straniera ancora quasi non esisteva».

Oggi le città italiane sono sempre meno vivibili, divise in ghetti per ricchi e per poveri. Per non parlare dello scempio dei nostri porti. È possibile invertire la tendenza?

«È paradossale, ma quando vado in giro per il mondo, da Los Angeles a Seul, tutti citano come modello le città italiane, il nostro stile, il vivere appunto in piazza, in strada. Noi invece negli ultimi anni abbiamo pensato di imitare mediocri modelli stranieri, immaginando d’inseguire chissà quale straordinaria modernità. Sono molte le cose da fare, ma l’errore è pensare solo a grandi opere, utili magari alla politica spettacolo, ma non alla vita di tutti i giorni. Bisognerebbe invece cominciare dal piccolo, dalle piste ciclabili, dai giardini, dai mille minimi interventi per ricucire il tessuto urbano, a partire dalla periferia fino al cuore delle città. E naturalmente bandire le automobili dai centri cittadini. Riacquistare insomma uno sguardo più lungo. La politica di questi vent’anni ha inseguito il consenso giorno per giorno, ma alla fine lo sta perdendo tutto insieme. Mi auguro che chi arriverà abbia imparato la lezione».

postilla

Un miracolo, non c’è che dire: se in cima alla torre eleviamo un architetto, meglio ancora un’archistar mediatica terzo millennio, invece della solita barzelletta su chi buttare giù per primo ne nasce la grande narrazione urbana. Scherzi a parte, nonostante sia il giornalista poco pettegolaio che l’architetto con ego misurato attenuino l’effetto, siamo sempre dalle parti del famoso equivoco per cui quando un centro urbano, un’area metropolitana, rinascono a nuova vita dopo una crisi di qualunque genere, si va a cercare la chiave di tutto in chi ha messo la ciliegina sulla torta. Come spiegare in altro modo l’entusiasmo con cui sindaci di tutto il mondo chiamano appunto i grandi nomi del design internazionale a “risolvere i problemi urbanistici”? Quando, sindaci in testa, dovrebbero ormai averlo capito tutti che se la città è di tutti, naturalmente è anche dell’architetto. Ma non più di così. Lasciamone magari un pezzettino pure al fruttivendolo, alle studentesse sui gradini della biblioteca, a quel tizio che si allaccia le scarpe contro il paracarro … (f.b.)

ABUSI edilizi, discariche, muretti, dighe e ponticelli fuorilegge, frane mai messe in sicurezza. Perfino orti, pollai, campetti da bocce. Mille irregolarità. È quanto emerge dal dossier della commissione speciale del Comune sull’alluvione del 4 novembre scorso, chiamata a rispondere sulle cause dell’esondazione del Fereggiano, che ha causato sei vittime, e gli straripamenti del Bisagno e dello Sturla. I tecnici in questi tre mesi hanno condotto sopralluoghi, fotografato anomalie ed elaborato una mappatura del disastro.

La relazione è pronta: verrà discussa in consiglio comunale per studiare come intervenire, quali sono gli oneri economici e per valutare soprattutto quali sono le violazioni di natura penale da segnalare alla magistratura che indaga per disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Il gruppo di lavoro, composto da tecnici del Comune (un geologo, un ispettore dell’edilizia privata e un tecnico per ogni municipio interessato), della Provincia, di Aster e Mediterranea delle Acque, ha iniziato le indagini venti giorni dopo la tragedia. Le conclusioni, confermano quello che era nell’aria e che aveva appurato la magistratura: nel torrente Bisagno, Fereggiano e Sturla sono disseminate decine di costruzioni di cemento e capannoni di lamiera. «Un’anomalia incredibile perché si trovano non solo lungo gli argini, ma anche sugli alvei», è scritto. In particolare, le irregolarità maggiori, esattamente 569, sono state rilevate lungo il bacino del Bisagno e dei suoi affluenti.

Ci sono fasce crollate e mai rimesse a posto, abusi edilizi, garage, box in lamiera, in generale è stata censita la costruzione abusiva di “immobili in alveo o comunque di ingombro al deflusso delle acque”. Al settimo punto del rapporto viene indicata la “presenza di discariche abusive”, soprattutto lungo il bacino del Fereggiano, del rio Novare e del rio Noce, dove sono state censite 261 situazioni a rischio. La commissione mette in evidenza come gli alvei siano “imbrigliati” da muretti costruiti in passato per rallentare l’acqua e che con la trasformazione idrografica, ad esempio del Bisagno, formano una strozzatura. Gli argini dei torrenti sono in condizioni pessime, certamente non adeguati per contenere un eccezionale flusso d’acqua, anche “per via della vegetazione”: solo per il bacino dello Sturla, le irregolarità accertate sono 169. Il monitoraggio, mette quindi in evidenza una situazione critica, ad alto rischio, su cui sta indagando anche la procura.

L’inchiesta è coordinata dal procuratore capo Vincenzo Scolastico, che è affiancato dal pm Luca Scorza Azzarà. Al lavoro anche il primo consulente della procura, il geologo Alfonso Bellini — già perito per l’indagine sull’alluvione di Sestri Ponente del 2010 — che ha effettuato un paio di ricognizioni e sopralluoghi nelle zone più colpite. Il procuratore Scolastico sta poi procedendo a una ricostruzione storica per quanto riguarda sia l’urbanizzazione lungo i corsi d’acqua (a cominciare dal 1928 quando Mussolini ordinò la copertura del Bisagno fino agli ultimi interventi) che la gestione della messa in sicurezza — o meglio della mancata — del Bisagno e dei torrenti esondati, Fereggiano, Noce, Rovare, Puggia e Sturla.

Il filone punta sulle opere non eseguite sui corsi d’acqua ritenuti a rischio dai piani di bacino, disegnati nel 2001: gli interventi sono attuati da Comune e Provincia attraverso programmi triennali, finanziati dallo Stato. Serviranno ancora tre mesi per tirare le conclusioni e scoprire chi è responsabile dell’alluvione, ma una prima risposta grazie al lavoro della commissione è già arrivata: nei tre torrenti sono disseminate decine di costruzioni di cemento e capannoni di lamiera. Per il procuratore capo Vincenzo Scolastico, tra le possibili cause dell’alluvione è che l’onda di piena del Fereggiano sia giunta insieme a quella del Bisagno il quale, gonfio e in quel punto ridotto come larghezza da 98 a 48 metri, non era più in grado di ricevere le acque dell’affluente. Bellini, ha spiegato che il Bisagno sarà in sicurezza quando verrà terminata la copertura allargata, da Brignole alla Foce e quando sarà realizzato lo scolmatore. Ora è nello stesso stato di rischio in cui si trovava nel 1970.

La Regione boccia il Pgt di Monza targato Lega e Pdl e firmato da Paolo Romani, ex ministro dello Sviluppo economico e, fino a qualche mese fa, plenipotenziario di Berlusconi nelle vesti di assessore all’Urbanistica. La maggioranza, però, fa sapere di essere pronta ad impugnare il parere uscito dal Pirellone. Esulta invece l’opposizione di centrosinistra: «Con oggi si è messa la parola fine sul mandato di questa amministrazione». Una batosta per la maggioranza che aveva puntato forte sul documento di programmazione urbanistica, per il quale si era speso anche l’ex premier. Risale a poche settimane fa il vertice a Villa San Martino con i maggiorenti del Pdl locale nel quale il padrone di casa aveva dettato la linea da seguire: «Prima si approva la variante, poi si parla di candidati».

Sei i poli strategici e 41 gli ambiti di trasformazione individuati dalla maggioranza, 314 gli ettari interessati dal progetto che avrebbe ridisegnato lo skyline del capoluogo brianzolo. Una colata di 4 milioni di metri cubi di cemento per far spazio e 35mila abitanti in più. Tra gli interventi più discussi la Cascinazza, l’area verde che finisce a mollo con due gocce d’acqua, dove era stato dato il via libera a un intervento di 420mila metri cubi tra residenziale e terziario. Di proprietà della Istedin di Paolo Berlusconi, finita nelle mani di Axioma Real estate per 40 milioni di euro. Nell’atto di compravendita (ottobre 2007) era stata inserita anche una clausola di non poco conto: nel caso la zona fosse stata resa edificabile, la vecchia proprietà avrebbe ricevuto un secondo assegno da 60 milioni di euro.

Quando ormai la giunta credeva di aver messo in cassaforte la maxi variante è arrivata la doccia fredda. La Direzione generale territorio e urbanistica della Lombardia, punto per punto mette in discussione l’intero progetto. Manca, si legge nelle 52 pagine, «la riqualificazione del territorio e la minimizzazione di consumo di suolo libero». Di più: «L’impostazione del piano non sviluppa i requisiti richiesti dalla normativa regionale». L’assessore monzese all’urbanistica, Silverio Clerici, ha radunato la sua squadra che già da ieri sera è al lavoro per preparare la controffensiva. «Presenteremo delle controdeduzioni, per noi non cambia nulla» obietta l’assessore. «Non hanno i tempi per rattoppare. La Regione ha stroncato l’intero programma di questa amministrazione», replica Roberto Scanagatti, capogruppo del Pd. Le elezioni del 6 maggio incombono, del Pgt di Monza si dovrà parlare nella prossima amministrazione.

Il testo riproduce la relazione dell’autore al convegno “Piano strutturale comunale, demanio militare e parco Pertite”, organizzato da Italia Nostra, sezione di Piacenza, 28 gennaio 2012.

Non credo che sia azzardato affermare che il motore certo non unico, ma forse il più efficiente e infine determinante, di questo piano strutturale in gestazione qui a Piacenza sia la nuova e imponente disponibilità di edifici ed aree, dentro e fuori l’insediamento urbano storico, che l’Amministrazione militare ha inteso contestualmente dismettere e avviare alla valorizzazione immobiliare, perché sono esaurite le specifiche destinazioni funzionali o perché si pone l’esigenza di trasferirle per ragioni di ammodernamento degli impianti (“riallocazione delle funzioni”).

E dunque si tratta di determinare le diverse funzioni urbane di quel vasto patrimonio dismesso e altrimenti disponibile, attraverso l’intesa tra amministrazione della difesa e amministrazione comunale secondo lo schema prefigurato nella Legge Finanziaria 2010 proprio per “valorizzazione” e “alienazione” degli “immobili militari”.

Un circolo vizioso in realtà, perché è intenzionalmente rimesso alla concertazione della scelta urbanistica il compito di massimizzare il valore immobiliare e in linea di principio l’esercizio della potestà urbanistica non è suscettibile di entrare in negoziazione con la proprietà fondiaria che pure – se siano “immobili militari”, l’amministrazione della difesa - ha un mandato di legge per la propria valorizzazione.

I commi 190 e 191 dell’art.2 della legge finanziaria 2010 (n.191 del 2009) riprendono, infatti, il modello che la legge di stabilizzazione della finanza pubblica (art.58 della legge 6 agosto 2008, n. 133) aveva escogitato per la valorizzazione del patrimonio immobiliare dei regioni ed enti locali e con la medesima disinvolta inversione logica affidano la determinazione della (più remunerativa per certo) destinazione urbanistica all’“accordo di programma di valorizzazione”, raggiunto tra ministero della difesa e comune nel cui ambito gli immobili sono ubicati. E la approvazione del consiglio comunale “costituisce autorizzazione alle varianti allo strumento urbanistico generale”. Con esonero dalla verifica di conformità alla pianificazione sovraordinata di provincia e regione se la variante non comporti variazioni volumetriche superiori al 30 per cento dei volumi esistenti (così ampiamente superato il tetto di quell’esonero che la legge di stabilizzazione della finanza pubblica aveva invece contenuto nel 10 per cento per la valorizzazione del patrimonio immobiliare di regioni ed enti locali). Insomma la valorizzazione immobiliare consapevolmente consumata contro le buone ragioni dell’urbanistica.

Ma forse la disposizione più sorprendente sta nel periodo che chiude il consecutivo comma 192 della Finanziaria 2010 perché “ai comuni con i quali sono stati sottoscritti gli accordi di programma […] è riconosciuta una quota non inferiore al 10 per cento e non superiore al 20 per cento del ricavato derivante dalla alienazione degli immobili valorizzati”. Una vera e propria tangente legalizzata, verrebbe da dire, nella accezione deteriore invalsa a bollare una illecita prassi non raramente constatata nella gestione della pubblica amministrazione, certo qui riconosciuta nell’interesse patrimoniale della Amministrazione comunale fatta diretta partecipe della valorizzazione fondiaria, ma si tratta a ben vedere della scoperta remunerazione, del prezzo, della conseguita destinazione urbanistica come strumento di valorizzazione immobiliare, un incentivo cinicamente speso (in tempi di finanza locale in affanno) dal legislatore nazionale contro le ragioni, lo abbiamo detto, della buona urbanistica.

La spendita di un simile (complesso e per alcuni versi perverso) dispositivo istituzionale di gestione amministrativa incontra, ci domandiamo, resistenza, e quale, nel sistema dei principi e delle regole che governano i fenomeni urbani e il patrimonio storico e artistico? Specie quando, come certamente qui nel prezioso insediamento di Piacenza, quel dispositivo si deve misurare con i riconosciuti valori del patrimonio urbano storico e con diffuse emergenze architettoniche di straordinaria qualità? Esistono tutele di insuperabile resistenza, che esigono cioè rispetto?

Italia Nostra crede che il sistema offra efficaci strumenti di resistenza affidati non soltanto alla responsabilità delle istituzioni statali della tutela del patrimonio storico e artistico – la soprintendenza – ma alla stessa amministrazione comunale che nell’autonomo esercizio della potestà urbanistica ha il compito in proprio di salvaguardia del patrimonio urbano storico ed è tenuta ad osservare le regole che la Regione Emilia Romagna nella sua Legge Urbanistica ha dettato per il governo del “sistema insediativo storico” e dei “centri storici”.

La stessa legge finanziaria 2010 nel comma 191 del suo art.2, completando il quadro degli adempimenti previsti nel procedimento di valorizzazione degli immobili militari, riconosce infine il ruolo della istituzione statale di tutela se gli accordi di programma di valorizzazione comprendono beni assoggettati alla disciplina del Codice dei beni culturali e del paesaggio e dispone perciò che sia “acquisito il parere della competente soprintendenza del ministero per i beni e le attività culturali, che si esprime entro trenta giorni”. Disposizione speciale che deroga al modello generale della conferenza di servizi (secondo la legge 241 del 1990, via via aggiornata), ma espressamente richiama la disciplina del “Codice” con la pienezza delle attribuzioni di tutela in ordine al patrimonio statale di interesse culturale, come in quel testo normativo regolate e dunque impropria deve ritenersi la espressione di letterale significato limitativo “parere”, mentre per certo è meramente ordinativo il breve termine assegnato al riguardo, escluso l’effetto di silenzio assenso inammissibile in tema di esercizio delle funzioni di tutela dei beni culturali. Il ruolo delle istituzioni della tutela statale non incontra dunque alcuna limitazione a fronte degli accordi di programma di valorizzazione degli immobili militari e deve essere esercitato nel rispetto degli inderogabili principi e regole dettati dal “codice”.

Ricordiamo che gli “immobili militari” “la cui esecuzione risalga ad oltre settanta anni”, come beni di appartenenza pubblica, sono per ciò stesso “assoggettati alla disciplina prevista dal codice dei beni culturali e del paesaggio” e soltanto l’esito negativo del previsto procedimento di verifica vale ad escludere per essi l’interesse culturale altrimenti presunto per legge (art. 12 del “codice”). Aggiungiamo che se per i beni di appartenenza privata la tutela presuppone l’accertamento di un interesse culturale particolarmente importante, i beni pubblici sono fatti oggetti di tutela pur se presentino un mero non qualificato interesse storico o artistico; quando appartengono allo stato ne costituiscono il demanio culturale e la alienabilità è soggetta a stringenti condizioni verificate dall’autorizzazione del ministero (art.55 del “codice”), perché l’alienazione deve assicurare la tutela e la valorizzazione dei beni, non può pregiudicarne il pubblico godimento e il provvedimento di autorizzazione indica le destinazioni compatibili con il carattere storico e artistico e tali da non recare danno alla loro conservazione. E il ministero – il direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici – potrà anzi dovrà negare l’autorizzazione alla alienazione se i beni immobili del demanio dello stato “rivestano un interesse particolarmente importante […] quali testimonianze dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive o religiose” (artt.10, comma3, lettera d) e 54, comma 2, lettera d), del “codice”).

Fu Italia Nostra che partecipava alla commissione ministeriale costituita per stendere il regolamento delle ipotesi di ammessa alienazione dei beni del demanio culturale a proporre il riconoscimento di questa speciale categoria di beni, come si disse, identitari, che hanno cioè la proprietà di rappresentare materialmente l’ente in una sua essenziale ed esclusiva funzione e da un simile rapporto ricavano l’interesse che andrebbe irrimediabilmente perduto con il trasferimento ai privati. E al riguardo fu fatta le esemplificazione dei forti militari ottocenteschi costruiti dallo stato unitario per difendere Roma da un improbabile assalto delle armi francesi e le altre architettura funzionali militari, gli edifici ex conventuali acquisiti dalle così dette leggi eversive allo stato unitario che vi insediò le sue moderne principali funzioni, anche militari, gli edifici delle storiche residenze municipali, eccetera. Il regolamento (DPR. 283/2000, art.2, comma 1, lettera d) accolse il suggerimento (dichiarando inalienabili i “beni che documentano l’identità e la storia delle istituzioni pubbliche, collettive, ecclesiastiche) e il “codice” vi si adeguò con una disposizione che assimila questi beni a quelli che “rivestono un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell’arte e della cultura in genere” nel comune requisito appunto dell’”interesse particolarmente importante” (forse non irragionevole in sé, ma tale da aprire una incontrollabile discrezione, sempre esercitata in pratica per escludere la sussistenza di quell’elevato grado di interesse) e la stesa disposizione ne esclude l’alienabilità se non ad altro ente pubblico territoriale e dunque con trasferimento da un demanio culturale all’altro.

Questo in sintesi il quadro delle tutele secondo il codice dei beni culturali e del paesaggio rispetto alle quali non può non essere valutata ogni proposta di cosiddetta valorizzazione del patrimonio immobiliare militare, diffuso e profondamente integrato, qui a Piacenza, come forse in nessuna altra città del paese, nel tessuto dell’insediamento storico, anche oltre il confine della città murata, così da costituire un sistema unitario con esso solidale, una vera e propria struttura urbana portante.

E come parte integrante del centro storico il patrimonio immobiliare militare entra nella considerazione di salvaguardia dell’urbanistica che ha come suo compito essenziale di dettare “i vincoli da osservare nelle zone di carattere storico, ambientale, paesistico”(così la modifica del 1968 alla legge urbanistica del 1942 ha definito il contenuto del “piano generale”), secondo le specifiche regole dettate dalla vigente legge urbanistica della Regione Emilia Romagna che nell’allegato sui “contenuti della pianificazione” si prende cura del sistema insediativo storico (Capo A-II) e specificamente dei centri storici (art.A-7), ponendo motivati limiti alle trasformazioni delle strutture fisiche e delle radicate destinazioni d’uso. Leggiamo la definizione del primo comma: “Costituiscono i centri storici i tessuti urbani di antica formazione che hanno mantenuto la riconoscibilità della loro struttura insediativa e della stratificazione dei processi della loro formazione. Essi sono costituiti da patrimonio edilizio, rete viaria, spazi inedificati e altri manufatti storici. Sono equiparati ai centri storici gli agglomerati e nuclei non urbani di rilevante interesse storico, nonché le aree che ne costituiscono l’integrazione storico – ambientale e paesaggistica” (vedremo il Piano Caricatore sta proprio in questo alone). E converrà continuare la lettura delle essenziali prescrizioni di conservazione dette nel comma 3 che pongono motivati limiti alle trasformazioni delle strutture fisiche e delle radicate destinazioni d’uso: ”Nei centri storici: a) è vietato modificare i caratteri che connotano la trama viaria ed edilizia, nonché i manufatti anche isolati che costituiscono testimonianza storica e culturale; b)sono escluse rilevanti modificazioni alle destinazioni d’uso in atto, in particolare di quelle residenziali,artigianali e di commercio di vicinato; c) non è ammesso l’aumento delle volumetrie preesistenti e non possono essere rese edificabili le aree e gli spazi rimasti liberi perché destinati ad usi urbani o collettivi, nonché quelli di pertinenza dei complessi insediativi storici”.

Prescrizioni come si legge assai rigorose ispirate alla considerazione del centro storico come un unitario monumento urbano, che gli “Indirizzi generali per la predisposizione del documento preliminare del Piano Strutturale Comunale”, enunciati dalla Unità di Progetto PSC del Comune di Piacenza nel 2009, fanno esplicitamente propria là dove per “la città murata” pongono quale primo degli “obbiettivi specifici” “tutela e valorizzazione del centro storico inteso come unico monumento”.

Che a questo impegno programmatico si siano poi attenute le “Alcune proposte progettuali” avanzate dall’Assessorato Pianificazione Territoriale come “Ipotesi di lavoro” per Il Comparto Pontieri e per l’area dell’Arsenale – Polo di Mantenimento Pesante v’è più di una ragione per dubitarne.

Ma è vero che l’art.A-7 centri storici dell’allegato (contenuti della pianificazione) alla legge regionale, di cui abbiamo interrotto la lettura, nel comma 4 dà al piano strutturale la facoltà di “prevedere, per motivi di interesse pubblico e in ambiti puntualmente determinati, la possibilità di attuare specifici interventi in deroga ai principi stabiliti dal comma 3”. Se non si voglia totalmente vanificare la portata prescrittiva di quei rigorosi principi di conservazione (chiamiamoli così), la previsione della deroga va intesa in senso restrittivo, per interventi puntuali e circoscritti (motivate specifiche eccezioni), e non può certo bastare a legittimarli quelle ragioni di generico interesse pubblico che necessariamente presiedono ad ogni scelta urbanistica Mentre in ogni caso non possono essere riconosciuti di interesse pubblico i motivi di mera valorizzazione economica degli immobili militari fatti oggetto della deroga sol per essere convenientemente destinati alla vendita (in funzione del più elevato ricavo a sostegno delle spese della riallocazione delle funzioni e con sia pur minoritaria – tra dieci e venti per cento abbiamo sentito - partecipazione dello stesso comune al profitto). E certo non può dirsi legittima la deroga ai principi introdotta attraverso l’accordo di programma, secondo il modello della legge finanziaria 2010, che sia estesa all’intero complesso di aree ed edifici militari diffusi nel tessuto civile dell’ insediamento storico e ad esso strettamente intrecciati, occupandone una parte di assoluto rilievo anche quantitativo. Una disposizione generale, non la tollerabile eccezione.

Conosciamo le ipotesi di valorizzazione che si sono concretate anche in proposte progettuali per il Comparto Pontieri, per l’Area del Polo di Mantenimento Pesante, l’Arsenale e quanto resta del Castello Farnese, il Piano Caricatore, l’Area della Pertite. E proviamo a constatare come operino in quegli ambiti le convergenti tutele del codice dei beni culturali e del paesaggio e della legge regionale urbanistica, dalla cui osservanza non esonera il programma di valorizzazione della Finanziaria 2010 (che esonera invece e in certi limiti, come abbiamo osservato, dall’adeguamento alla pianificazione sovraordinata).

E avviciniamoci intanto all’Area Pertite. Un insediamento di straordinario interesse per la storia militare e dell’industria militare in particolare, un monumento di archeologia industriale che ha tutela di legge per la disciplina del codice dei beni culturali e del paesaggio, del quale è immaginabile soltanto, se non sia mantenuto al demanio dello stato, il trasferimento al demanio comunale per la conversione al parco voluto dai cittadini di Piacenza uniti e impegnati anche in un tenace comitato. Non vogliamo neppure immaginare che soprintendenza e direzione regionale del ministero rimuovano quella tutela di legge attraverso una compiacente verifica negativa dell’interesse culturale.

Consideriamo il Piano Caricatore che è area inedificata cui la speciale funzione ha per certo conferito interesse storico e per altro, attestato sulla linea delle mura farnesiane, del centro storico “costituisce l’integrazione storico ambientale e paesaggistica”, per usare le parole stesse dell’Allegato alla legge regionale (Capo A-2, Sistema insediativo storico; art.A-7, Centri storici) che equipara al centro storico le aree di immediato alone. Dunque anche per il Piano Caricatore vigono i principi che abbiamo detto di conservazione del centro storico dettati della legge regionale e neppure per questa area può valere la deroga (in funzione di una vertiginosa volumetria edilizia) per le ragioni di cui abbiamo poco fa parlato.

Veniamo infine al complesso dell’Arsenale e al Comparto Pontieri il cui indiscusso interesse storico e artistico é dato così dalle preesistenze all’insediamento militare come dai manufatti funzionali a questa più recente destinazione. Certo è che l’interesse culturale comprende così gli edifici come le aree rimaste inedificate circostanti, cioè l’integralità dell’insediamento oggi militare, oggetto della tutela nel suo complessivo assetto storico, mentre sulle aree libere “di pertinenza dei complessi insediativi storici” opera il convergente divieto di edificazione della legge regionale (ne abbiamo qui sopra parlato); per i due comparti si pone il medesimo problema di verificare la eventuale presenza di costruzioni recenti e incongrue nella organizzazione planivolumetrica, in funzione di parziali demolizioni e recupero della spazialità preesistente. E credo che in entrambi i comparti debba essere riconosciuto (e specie nell’Area del Polo di Mantenimento Pesante) quel valore identitario - rappresentativo dell’ente pubblico di appartenenza (lo stato come funzione della difesa) che preclude anche parziali privatizzazioni del demanio culturale statale.

Vogliamo ricordare ancora che gli indirizzi per il piano strutturale comunale pongono “tutela e valorizzazione del centro storico inteso come unico monumento” quale primo specifico obbiettivo perseguito nella “città murata” e perciò non rinunciamo a indicare alla responsabilità della Amministrazione comunale il rispetto dei principi acquisiti dalla cultura della conservazione e del restauro urbano che la legge regionale ha tradotto nelle specifiche norme vincolanti che abbiamo richiamato. Fare il “parco abitato” dentro gli spazi intangibili del Castello Farnese, sotto la protezione del Bastione del Sangallo, tradisce per certo quei principi, come li tradisce il progettato prato per la città nel vuoto creato dall’atterramento degli edifici militari otto-novecenteschi del Comparto Pontieri, perfettamente integrati nella struttura urbana fino a segnarne il bordo sulla linea delle mura. E se davvero quegli edifici militari costituissero, come si dice superfetazioni, un ingombro intollerabile dentro gli spazi verdi che già furono pertinenza dell’insediamento conventuale di San Sisto, non vi sarebbe soluzione alternativa all’integrale ripristino del verde, esclusa ogni nuova diversa costruzione. Che invece, dentro al parco, è prevista con una lunga e massiccia cortina edilizia, al dichiarato fine, da un lato, di isolare sul bordo interno gli edifici esistenti “e di dare visibilità a San Sisto” [possibile con uno schermo edilizio?] e dall’altro “di creare un nuovo affaccio della città storica” [cui è dato dunque verso il percorso delle mura il volto dell’architettura di oggi]. Se questo è il modo di intendere “il centro storico come unico monumento”.

Non vogliamo rinunciare a chiedere che l’Amministrazione comunale nell’esercizio della sua autonomia di governo della città si determini per l’effettiva “tutela e valorizzazione del centro storico come unico monumento”, perché non debba subire il mortificante intervento repressivo della istituzione della tutela statale nel doveroso adempimento degli irrinunciabili compiti di salvaguardia del demanio culturale.

Perché non vogliamo neppure immaginare che si possa consumare tra le amministrazioni dello stato (ministeri della difesa e per i beni e le attività culturali) e l’amministrazione comunale di Piacenza un accordo di programma che alla esigenza di massima valorizzazione economica del patrimonio immobiliare militare sacrifichi la integrità del patrimonio culturale urbano. Un pactum sceleris contro il precetto costituzionale che assegna alla tutela del patrimonio storico e artistico della nazione un ruolo di primarietà non suscettibile di cedimento ad alcun altro interesse anche di rilevanza pubblica (che non sia quello assoluto del rispetto della incolumità e della vita delle persone).

Una storia di cemento, case e cantieri che si svolge a Modena, centro industriale dell’Emilia Romagna e cuore della Motor Valley, la terra che produce Ferrari, Lamborghini, Maserati e Ducati. E che è anche in forte espansione, perché così vuole la politica e chi opera nel comparto edilizio.

A raccontarlo è Modena al cubo , un documentario inchiesta sulla questione urbanistica modenese che da qualche anno è al centro di accese polemiche. Partendo dal documento Modena Futura, scritto dall'assessore Daniele Sitta, comincia un viaggio tra i cantieri e i palazzi della città, che tocca tutti i nervi scoperti di questa vicenda, andando ad indagare le relazioni tra Pubblica Amministrazione e i cosiddetti "poteri forti".

La video inchiesta

È stato un Capodanno amaro, amarissimo per gli operai della Jabil. I 320 lavoratori (la metà donne) della componentistica elettronica di Cassina de' Pecchi, alle porte di Milano, occupano la fabbrica dal 12 dicembre, quando la multinazionale statunitense Jabil ha lucchettato le entrate e fatto partire le lettere di licenziamento. Un presidio esterno era stato messo in piedi già da luglio scorso, quando si era cominciato a intuire che l'impresa aveva intenzione di smobilitare, ma tre settimane fa la situazione è precipitata e le tute blu hanno deciso di occupare le linee. «Vogliamo presidiare i macchinari, i manager hanno già tentato di portarne via alcuni - spiega il delegato della Fiom Roberto Malanca - Ma noi abbiamo intenzione di salvare la produzione e i nostri posti, da qui non ci muoviamo: in 100-120 facciamo a turno per tenere in piedi il presidio, assicurando 24 ore su 24 la presenza di 20-30 persone».

La storia della Jabil ricorda quella della Innse, la fabbrica (anche quella milanese) salvata dai suoi stessi operai: da un lato il padrone che voleva vendere perché disinteressato a produrre, e piuttosto intenzionato a mettere a valore il terreno su cui insisteva l'impianto; dall'altro, le tute blu coscienti di non lavorare per uno stabilimento decotto, ma al contrario capace di servire più committenti. «Il sito in cui è posta la Jabil - spiega ancora il delegato Fiom - dà lavoro a 1100-1200 persone, inclusi noi. È un'area enorme, di 160 mila metri quadrati, a duecento metri dalla fermata della metro Cassina de' Pecchi: nel 2011 è scaduto il piano regolatore e si può immaginare che, se dovesse scomparire l'industria, nel nuovo piano che il Comune sta mettendo a punto, potrebbe cambiare la sua destinazione da industriale a commerciale/abitativa. Non a caso abbiamo chiesto al sindaco di Cassina di dichiarare pubblicamente che la destinazione d'uso rimarrà quella attuale, ma finora non abbiamo avuto alcuna risposta».

Le linee della Jabil fanno parte di un più ampio sito in comune con la Nokia-Siemens e con altre ditte minori: la proprietà del terreno è della stessa Nokia, e i lavoratori dipendevano fino al 2007 dalla Siemens; poi, entrata la Nokia in joint venture con Siemens, nel 2007 oltre 300 operai sono stati ceduti (con il montaggio e il collaudo) alla multinazionale Jabil, con l'impegno da parte di Nokia a garantire 3 anni di commesse, scadute l'anno scorso e non rinnovate. La Jabil, che ha sempre puntato soprattutto sulla maxi-commessa Nokia, lasciando poco spazio ad altri committenti (che pure, a detta dei sindacati, si sono presentati a più riprese), nel 2010 ha così deciso di cedere tutto al fondo statunitense Mercatech: «Sotto quel fondo si accumularono montagne di debiti, fino a 70 milioni di euro, tanto che decidemmo di chiedere l'amministrazione controllata - dice Malanca - Ma poi la Jabil ritornò improvvisamente sulla scena e riacquisì la fabbrica, impegnandosi a presentare un piano per il rilancio».

Il rilancio, però, non è mai arrivato, come non si è mai visto un piano: a fine settembre scorso la Jabil ha dichiarato di voler chiudere e ha fatto partire le procedure per i 320 licenziamenti. «E dire che i committenti sono stati tutti allontanati - spiegano dal presidio - La Jabil ha 80 mila dipendenti nel mondo, altrove ha commesse da Ericsson, Philips e altri big. Qui da noi in primavera era arrivata la Huaway, multinazionale cinese dell'elettronica, che aveva chiesto dei prototipi, e avrebbe portato lavoro. Ma la dirigenza ha allontanato tutti, e si è intestardita solo sulla commessa Nokia: finita quella, ha potuto presentarsi al tavolo del ministero con la fabbrica ferma, giustificando la crisi».

I dipendenti spiegano che tutto il sito Nokia-Siemens potrebbe presto essere smobilitato, sempre per liberare il terreno per eventuali mire edilizie: la Nokia pare abbia manifestato la volontà di spostarsi a qualche chilometro di distanza, in un impianto in affitto, per poter vendere, magari, Cassina. Ha già ceduto 250 ingegneri e ricercatori alla canadese Dragon Wave.

«Chiediamo di essere convocati dal ministro dello Sviluppo Corrado Passera - dice Giacinto Botti, segretario regionale Cgil - Io stesso ho lavorato negli anni Settanta e Ottanta in quel sito, che nei tempi d'oro dava occupazione a oltre 2400 persone. La vocazione di Cassina è industriale: il paese, le banche, il commercio, la stessa metro, tutto è sorto grazie all'industria e ora è arduo vedere un futuro diverso. I lavoratori hanno tra i 35 e i 50 anni, abbiamo finito i prepensionamenti e non resta ormai che la cassa in deroga. Stanno lanciando lo stesso appello dell'Innse: non vogliamo vivere di ammortizzatori ma di industria; Jabil, Nokia e la politica locale e nazionale intervengano. D'altra parte la Lombardia ha il 30% della manifattura nazionale e la crisi sta cambiando il panorama: cassa integrazione e licenziamenti stanno sostituendo il lavoro, dobbiamo arrestare questa deriva».

postilla

Non solo il caso Jabil è analogo a quello Innse, vistosa protesta sui tetti a parte, ma è forse più emblematico dal punto di vista dello sviluppo territoriale, che come si sa è altra cosa rispetto al famigerato “sviluppo del territorio”. Se la dismissione dell’ex area Innocenti a Lambrate, ancora a cavallo della Tangenziale Est, poneva a livello cittadino il tema di una riduzione di Milano a pura funzione residenziale e terziario-speculativa, quella Nokia-Jabil sull’asse di sviluppo insediativo nord-est rilancia esponenzialmente il tema, enfatizzando proprio la componente territoriale. Non si tratta, ancora, semplicemente di speculazione, ma di rinuncia a qualunque strategia di integrazione funzionale, cosa resa più grave dalla latitanza di un efficace organo di coordinamento a scala vasta (e si vogliono pure abolire le Province senza capire bene cosa mettere al loro posto!).

Il Transit Oriented Development citato in occhiello, altro non è che la contemporanea reazione d’oltreoceano ai danni della segregazione funzionale, che ha prodotto sprawl e degrado urbano: in pratica è il vecchio modello del quartiere “neighborhood unit” a cui si aggiungono funzioni produttive e una stazione al posto della scuola dell’obbligo. Tutto l’asse di sviluppo a cui appartiene l’area Jabil oggi, grazie anche alla cultura anni ’60 del Piano Intercomunale Milanese, è ricchissimo di potenzialità del genere. Ci si intrecciano integratissimi i tre assi di trasporto su gomma (Padana Superiore), ferro (MM2 extraurbana), e della mobilità dolce pedonale-ciclabile; convivono centri storici abbastanza ben conservati, cospicui residui di verde agricolo, periferie nuove per nulla degradate, e un ricco tessuto produttivo focalizzato per nodi.

Purtroppo, in assenza di una regia concreta e dotata di autorità, salvo l’acqua fresca di volontaristici Piani d’Area o Schemi Strategici, anche le politiche territoriali dei comuni devono in un modo o nell’altro adattarsi a ciò che passa il convento, e “valorizzare le occasioni” che capitano. In questo senso la lotta di una fabbrica avanzata, in un settore affatto in crisi, pone davvero in primissimo piano sia il rapporto fra assetto territoriale e sviluppo sostenibile, sia l’urgenza di varare al più presto la Città Metropolitana, perché pur nei suoi limiti di programmazione e pianificazione possa svolgere alla scala necessaria un ruolo di regia, a evitare che prosegua - indisturbata e indisturbabile - questa dissipazione di ricchezze, comprese quelle lasciateci in eredità dalla cultura urbanistica-amministrativa del XX secolo (f.b.)

Ha evitato anche i vincoli del Piano territoriale di coordinamento. L'area della Cascinazza, da circa 40 anni al centro della vita politica e urbanistica di Monza, è riuscita a passare indenne anche attraverso i lacci del documento approvato in Consiglio provinciale dopo una maratona di tre giorni. Il centrosinistra ha premuto affinché il lotto agricolo, destinato a trasformarsi in zona residenziale, rientrasse fra i 186 kmq di aree verdi tutelate, ma la maggioranza targata Pdl–Lega ha difeso fino in fondo il Piano che il presidente Dario Allevi ha definito «un freno alla progressiva cementificazione della Brianza», nonostante dai banchi dell'opposizione si siano levate critiche feroci.

I dati dicono che la superficie della provincia è di 405 kmq e che la parte non urbanizzata (pari al 46%) è messa sotto tutela per l'86% attraverso le salvaguardie previste dai parchi regionali, dai Plis (parchi locali di interesse sovracomunale), dagli ambiti agricoli strategici, dalla rete verde di ricomposizione e dagli ambiti di interesse provinciale. In definitiva, restano libere aree per poco più di 25 kmq, ovvero il 6% dell'intera superficie. «La priorità assoluta di questo documento è la tutela delle poche zone ancora libere — spiega Antonino Brambilla, vicepresidente e assessore al Territorio —. Ogni giorno vengono consumati 4 mila mq di suolo e serve mettere uno stop al più presto». La Brianza ha l'indice di cementificazione più alto d'Italia subito dopo Napoli e proprio per questo motivo secondo il Pd il Piano è troppo morbido. «Il confronto per la messa a punto del documento è stato buono — dice Domenico Guerriero, capogruppo Pd —, ma alla fine lascia mano libera ai costruttori su troppe aree».

Dei circa novanta, fra emendamenti e ordini del giorni presentati, la maggioranza ne ha bocciati più di 60, compreso quello su Cascinazza, dove il Pgt monzese prevede una lottizzazione da quasi 400 mila metri

E secondo l'Osservatorio Ptcp Brianza non è nemmeno l'unico. «Abbiamo rilevato almeno una quarantina di casi analoghi — spiega Gemma Beretta, una delle responsabili — e il caso più macroscopico è la mancata salvaguardia dell'ampliamento del Bosco delle Querce a Seveso, sorto sui resti delle macerie infettate dalla diossina».

Postilla

Se non ricordate, o non sapete, che cos'è lo scandalo della Cascinazza scrivete questa parola nel piccolo "cerca" di eddyburg.it, e leggete. Magari guardatevi anche il servizio che fece "Report", il programma diretto da Milena Gabanelli, anch'esso raggiungibile da questo sito

Doveva essere un’operazione immobiliare favolosa, un terreno acquistato come agricolo che diventava edificabile grazie a una variante urbanistica disegnata dall’ex ministro Paolo Romani mandato come assessore in quel della Brianza dallo stesso ex presidente del Consiglio.

Ma in realtà l’affare Cascinazza, l’area di Monza dove Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, sognava di costruire Milano 4, rischia di diventare solo un grosso grattacapo. Il terreno, che era passato dalla Istedin di Paolo Berlusconi ad altre società in qualche modo collegate, è sempre stato in una zona a rischio esondazione del fiume Lambro. E adesso un comitato spontaneo di cittadini si è formato proprio per fare leva su questo aspetto e chiedere che la previsione sia annullata e che l’area torni ad essere considerata un parco agricolo. Si è presentato ufficialmente oggi l’agguerrito gruppo capitanato da Pietro Marino, ricercatore di agronomia dell’Università di Milano Bicocca deciso ad avanzare una specifica osservazione al Piano urbanistico di Monza che chieda l’eliminazione della previsione edificatoria di 420mila metri cubi di cemento su quell’area.

Il che non preoccuperebbe la maggioranza di Centrodestra monzese che ha adottato il piano, se non avesse appena perso il consigliere decisivo con cui aveva fatto passare un mese e mezzo fa la variante. L’uomo chiave di quella votazione era stato infatti un consigliere entrato nell’Assise del capoluogo di Provincia lombardo sui banchi dell’opposizione che poi era passato in maggioranza. E che da questa settimana è stato interdetto dai pubblici uffici perché condannato a due anni per concorso in corruzione. Tale Franco Boscarino è stato infatti giudicato colpevole in primo grado dal Tribunale di Monza di aver fatto da tramite per favorire un immobiliarista attivo in Brianza nella corruzione di un funzionario dell’Agenzia delle Entrate di Milano (anch’esso condannato) per avere trattamenti di favore.

Un’indagine che, ironia della sorte, era scaturita da un altro filone che vede ancora sul banco degli imputati per reati di natura fiscale tre imprenditori, tra cui Gabriele Sabatini, che sono legati niente meno che alle società proprietarie proprio della Cascinazza. Senza il voto di Boscarino e con una maggioranza ormai traballante, sarà difficile per il centrodestra riuscire ad approvare il piano e a respingere l’osservazione del ricercatore universitario. Non ce ne fosse abbastanza per imbrigliare un’operazione ormai sfortunata, l’opposizione si è anche recata in Procura a denunciare alcuni strani legami tra i proprietari delle aree che venivano favoriti nella Variante al Pgt monzese e che risultavano collegati in qualche modo tutti al terreno della Cascinazza. Dopo trent’anni di tentativi di far diventare edificabile il terreno in questione, la conclusione dell’operazione, insomma, è ancora un lungo percorso ad ostacoli e l’area per il momento è ancora un prato.

Il Puc presentato dalla Amministrazione Genovese al voto in consiglio è un documento estremamente contraddittorio. A fronte di enunciazioni , premesse, idee di principio ampiamente condivisibili presenta enormi contraddizioni che le negano in gran parte.

La Città che è il bene comune più importante che l'Amministrazione gestisce, viene consegnata nelle mani degli interessi di pochi che vengono tutelati a dispetto dei molti.Il diritto alla città per tutti gli abitanti è sistematicamente negato per i non portatori di interessi economici, politici, finanziari forti.

La teoria della flessibilità propagandata come una modalità al passo coi tempi relega tutte le aree di un qualche interesse economico, culturale, ambientale ai privati assegnando agli uffici la contrattazione sulla base delle proposte dei privati senza alcuna garanzia di limiti, cubature, altezze, oneri urbanistici che, se il Puc sarà approvato con questo impianto, potranno essere contrattati volta per volta dagli interessati senza alcun passaggio in consiglio comunale , regalando agli uffici comunali e ai suoi tecnici un ruolo di tutela che le vicende politiche tecniche e urbanistiche degli ultimi lustri ha mostrato come totalmente fedeli al dio cemento e a quel mix di box-residenze-centri commerciali che hanno impestato la città - e la regione - asservendo il territorio a quella categoria ben rappresentata in un libro di successo di recente pubblicazione e chiamata "il partito del cemento ". Questo Puc in definitiva consegna le chiavi della città a questo partito trasversale di cui gli uffici comunali sono da sempre per cultura e indole un granitico referente.

In questo Puc non ci sono piazze, parchi, aree agricole tutelate , centri storici ( Genova è una città multicentrica) e per converso non ci sono i percorsi della gronda, quelli dell'alta velocità, quegli degli spazi per il ciclo dei rifiuti, non cè alcun interesse vero per il rapporto col porto e i suoi vitali centri logistici, si continuano a programmare interventi collinari anche ad alto impatto come Erzelli senza alcuna previsione di servizi, di accessibilità, di tutela ambientale, si continua a garantire ai grandi imprenditori e alle banche grandi profitti permettendo la trasformazione di aree industriali in residenze. E’ il caso della Verrina a Voltri, delle aree Fincantieri a Sestri, delle aree Esaote ad Erzelli, e cosi' nel levante l'area Aura a Nervi , la Fiscer a Quarto, l'Ospedale Psichiatrico a Quarto, Il San Giorgio ad Albaro.Si vuole facilitare le cose al trio finanza logistica mattone e non si intendono utilizzare le ricchezze della città per far star meglio la gente. La città compatta tra la linea blu e la linea verde è concepita come uno spazio da riempire di cemento dalle nuove torri davanti a Fiumara all'ex Mercato di corso Sardegna e via cementando.

L'idea che l'amministrazione ha dell'urbanistica non è quello della tutela dell'interesse collettivo, ma di facilitatrice della rendita.

Emblematico è la scomparsa progressiva di tutti gli spazi pubblici - non solo i parchi mangiati dalla speculazione in pochi anni per circa il 25% , ma le piazze i luoghi dove incontrarsi, camminare , parlare in favore dei non luoghi, di centri a pagamento in cui non vi è alcuna tutela per i diritti dei cittadini.

Non vi è alcuna presenza significativa di progettazione del territorio, di definizione di destinazione delle aree, di certezze per tutti i cittadini che potranno vedersi da un giorno all'altro costruire davanti a casa un muro, una strada, una linea ferroviaria senza alcuna informazione preventiva, ma con approvazioni singole, puntuali, prive di disegno complessivo e di tutela collettiva.

Anche sulla gravissima situazione idrogeologica genovese le mosse di questo piano sono in senso contrario, non solo non si prevedono demolizioni in aree a rischio, ma al contrario si prevedono nuove tombinature, e strade al servizio della rendita fondiaria. Questo Puc porterà alla affermazione di un habitat precario, costoso per i cittadini, sicuritario.

Claudio Napoleoni affermò che l'utopia porta a un livello superiore il problema e permette di trovare soluzioni, senza quel livello le soluzioni non ci sono e continueremo a nuotare sulla retorica dei soldi che non ci sono, del meno peggio, delle eterne deroghe alla legge e ai diritti di tutti per premiare l'avidità di pochi.

Noi in una soluzione diversa ci crediamo, l'abbiamo detto, l'abbiamo scritto, non ci rassegneremo mai alla sistematica svendita del patrimonio pubblico, alla rinuncia alla bellezza della nostra terra, alla ignavia degli amministratori e alla incompetenza dei tecnici che dovrebbero garantirci e che pagati coi nostri soldi portano avanti con convinzione che sfiora l'impudenza una cultura cementizia ottusa e distruttiva .

Andrea Agostini, che ci ha cortesemnete inviato questo scritto, è Presidente Circolo Nuova Ecologia Legambiente Genova

Le macerie? Hanno cominciato a rimuoverle, ma si sono accorti che andando avanti sarebbe caduto il palazzo qui a fianco, poi quello a destra, quindi l’altro a sinistra…». Davanti alle rovine della dimora barocca Lo Jacono-Maraventano ridotta in polvere, il parroco della cattedrale, Mario Russotto - anche lui sfrattato dal tempio pericolante -, indica a perdita d’occhio pareti inclinate, balconi sbrecciati, stanze a cielo aperto, case storte. Una città di cartapesta. Il centro storico di Agrigento è come il gioco dello shanghai, quello dei bastoncini cinesi: basta che se ne muova uno e viene giù tutto. Nel silenzio, nell’indifferenza, nella distratta rassegnazione degli abitanti che poco più in là, davanti al municipio, si «vasano» cuffarianamente sulle due guance mangiando dolci di ricotta, la città dei Templi sta inghiottendo se stessa.

Un Titanic, già quasi del tutto affondato. «Che ci posso fare io? Sto a San Leone, sul mare, mi affaccio sulla terrazza e mi ‘nni futtu», taglia corto un passante. Di fronte, irreale, fungo gigante di cemento e serrande, c’è Palazzo Vita, il mostro dei mostri, cinquantatré metri di altezza che svettano sulle casupole antiche, costruito negli anni Sessanta: qualche comitato civico, di tanto in tanto, propone di abbatterlo, o almeno di tagliarne metà. Li chiamano «tolli», qui, questi alieni che svettano in cielo, parola che in dialetto vuol dire cosa inutile, ingombrante e fuori posto. «Il piano di fabbricazione dell’epoca spiega l’architetto Simona Sanzo, autrice di un volume sul sacco edilizio - imponeva un massimo di altezza di 25 metri, ma con la possibilità di deroghe». Sorride: «Questo palazzo non è abusivo».

Bisogna venire qui e guardare il panorama per capire la «corda pazza» agrigentina, il rovesciamento della realtà, lo spirito di una terra che ha partorito Pirandello. La terra che ha l’acqua più cara d’Italia, nonostante arrivi a singhiozzo. La provincia che ha il record di evasione fiscale (41,9 per cento) e il massimo della disoccupazione. Già, mentre Agrigento cresceva inghiottendo ogni metro cubo d’aria, mentre si lasciava alle spalle la memoria della frana del 1966 con cinquemila sfollati, mentre costruiva per loro quartieri satellite temporanei che sarebbero diventati definitivi, mentre piazzava uno dopo l’altro propri politici sulle più importanti poltrone romane e palermitane (Mannino, Cuffaro, Alfano, per citare solo gli ultimi), il centro storico restava solo e abbandonato.

Adesso si sta sbriciolando tutto. Sotto i colpi di due diverse scuri: la minaccia idrogeologica, perché parte della città sorge su una collina che scivola verso valle, e la fragilità degli edifici. A febbraio la cattedrale seicentesca, reinaugurata solennemente nel 2007 dopo decenni di chiusura, ha dato segni di cedimento insieme con tutto il costone su cui sorgono gli edifici religiosi di via Duomo. Sfrattato dalle sue stanze pure il vescovo, Francesco Montenegro, il primo a dare l’allarme, memore della tragedia di Giampilieri che aveva vissuto. Il primo a invocare un piano di sgombero, perché da questo quartiere non c’è una via di fuga. «È quasi pronto», dice Attilio Sciara, il responsabile della Protezione civile del Comune, uno che se piove non dorme dall’ansia.

A marzo è imploso Palazzo Schifano, danneggiando anche la vicina Casa della Carità delle suore di San Vincenzo de’ Paoli. Il 25 aprile, mentre gli agrigentini mangiavano e bevevano fuori porta, si è polverizzato il gigante nobiliare, Palazzo Lo JaconoMaraventano, dove l’impresa incaricata dal Comune aveva appena concluso gli interventi di messa in sicurezza. Pochi giorni dopo, inseguito da urla e contestazioni, il sindaco Marco Zambuto, 38 anni una parabola politica che ha attraversato quasi l’intero arco parlamentare -, ha fatto le valigie e ha trasferito il municipio nella palazzina di fronte.Come dire, l’istituzione è qui. Peccato che qualche giorno dopo abbia dovuto firmare un’ordinanza di auto-sgombero perché stava per crollare anche quella. Ora è tutto macerie, a due passi dalla solida villa del regista Michele Guardì, uno dei pochissimi che hanno voluto investire in un centro storico che per gran parte degli agrigentini è morto. Un caro estinto che i più avrebbero già seppellito sotto un sudario di cemento come le rovine di Gibellina terremotata, e che invece - fantasma inquieto - si ostina a far sentire la sua voce, tra boati e crolli.

«Più pericoloso vivere qui che in cima all’Etna», diceva negli anni Novanta l’allora capo della Protezione civile, Franco Barberi. Cinquantanove le famiglie sgomberate, e il numero si ingrossa a ogni pioggia. Quando arrivano i vigili con l’ordinanza in mano, qualcuno piange, qualcuno impreca, qualcuno in silenzio prende in braccio i figli e si rassegna all’ospitalità del Comune - finché dura nell’albergo «Bella Napoli». «Abbiamo speso 400 mila euro del nostro bilancio e 700 mila della Protezione civile regionale per tamponare le situazioni di massima urgenza - dice il sindaco Zambuto -, adesso non abbiamo più un soldo neanche per questo. L’unica cosa che possiamo fare è portare via le famiglie e pregare che non ci scappi prima il morto». Ristrutturazioni? «Quando sono arrivato - allarga le braccia - il Comune aveva un buco di 50 milioni di euro, adesso è risalito a meno quindici, l'unica speranza è nelle risorse esterne». Mostra una mappa della città, un lungo elenco di opere già finanziate: c'era anche il restauro di Palazzo Lo Jacono-Maraventano, per 2 milioni e 800 mila euro. Ma è già crollato.

Dopo una lunga battaglia in assise civica, il consiglio comunale di Monza ha adottato la variante al Pgt (Piano di governo del territorio) che ridisegna la città brianzola e consente di edificare 580mila metri cubi di case e uffici alla Cascinazza, il celebre terreno che il fratello del presidente del Consiglio acquistò negli anni Ottanta per costruirci Milano4. Il provvedimento è sempre stato molto a cuore al ministro Paolo Romani. Il titolare del Sviluppo economico, del resto, a Monza è assessore con delega all’Expo 2015, ma prima di entrare nel Governo Berlusconi rivestiva la carica di assessore all’Urbanistica. I più maligni, dicono addirittura che il premier l’avesse inviato lì proprio per occuparsi della cambio di destinazione d’uso di quei terreni, che da agricoli rischiano di diventare edificabili.

Una bella rivalutazione dell’area che, calcolando il costo al metro quadro prima e dopo la modifica, la fa valere oggi circa 120 milioni di euro in più rispetto al 2007. Ma la Cascinazza non è l’unico esempio a Monza di terreni agricoli o a verde pubblico che valevano poco o nulla quando sono stati acquistati e che ora, con la variante del centrodestra adottata ieri mattina, sono diventati edificabili per svariati milioni di metri cubi. Chi possiede quei terreni ha potuto beneficiare di una riqualificazione complessiva che si avvicina ai 500 milioni di euro. Di certo una bella fortuna, in tutti i sensi.

Ma la vera sorpresa arriva quando, per soddisfare una semplice curiosità, si va a vedere chi sono i proprietari di alcune delle aree in questione. Un lungo lavoro di controllo che è emerso anche in consiglio comunale e che sta interessando adesso la Procura, alla quale spetterà capire se si tratta solo di coincidenze. Perché laLenta Ginestra, la società che ha incorporato nel 2008 la Istedin diPaolo Berlusconicon un finanziamento soci infruttifero di scopo per corrispettivi 40 milioni di euro, non possiede a Monza solo il terreno della Cascinazza. Ne ha almeno due direttamente controllati che si stima valgano 49 milioni di euro in più grazie all’intercessione dell’assessorePaolo Romani, tra cui un’area, all’interno del Parco della Boscherona, dove si potranno costruire 375mila metri cubi di cemento. La Lenta Ginestra è controllata al 70% dal Gruppo Brioschi Sviluppo Immobiliare della nota famigliaCabassi. L’altro 30%, invece, è in mano alla Axioma Real Estate srl diAngelo Bassaniche a sua volta è controllata per il 75% dalla Marconi 2000 Spa diGabriele Sabatinie di Bassani stesso.

E proprio quest’ultima società possiede altri tre terreni che si stima siano stati rivalutati per circa 11 milioni di euro nel documento urbanistico promosso dall’allora assessore all’Urbanistica Romani e poi concluso da altri. Risultato: rivalutazione complessiva dei sei terreni della società per un totale di circa 180 milioni di euro. MaPaolo Berlusconinon aveva venduto tutto? Non proprio. Gli addetti ai lavori ravvisano nella struttura statutaria la caratteristica per la quale gli introiti delle operazioni vengono divisi tra i soci, tra cui anche la Istedin stessa, acquisita per incorporazione. Il che significa solo una cosa: in un modo o nell’altro, anche il fratello del premier in questo momento sta sorridendo. Anche perché la Cascinazza era sempre stata la spina nel fianco delle sue operazioni immobiliari.

Acquistato nel 1980 daiRamazzotti(quelli dell’Amaro), il terreno era costato 11mila lire al metro quadro perché era considerato agricolo (vi sorgeva solo l’antica Cascina, da cui la zona prende il nome). I nuovi proprietari però avevano chiesto subito l’edificabilità appellandosi a un vecchio piano di lottizzazione del 1962 già decaduto. Tentativi di edificare tutti falliti, fino a quando la Cassazione nel dicembre 2006 aveva espresso l’ultima parola, condannando laIstedina pagare le spese legali per aver fatto causa al Comune di Monza che non gli permetteva di edificare. “Deve essere rigettato il ricorso che chiedeva diritto ad edificare e nessun indennizzo è dovuto alla proprietà”, stabilì la Cassazione, chiudendo così la questione. Già il ‘Piano Benevolo’, voluto qualche anno fa dalla Lega, rendeva inedificabile l’area. Questo prima che arrivasse Romani e facesse ben altre scelte. Ma adesso quel “terreno maledetto” rischia di tornare ad essere una bella spina nel fianco.

Nota: sul caso della Cascinazza questo sito ha seguito la vicenda sin dall’inizio e in alcuni sviluppi chiave; come sempre per trovare gli articoli basta digitare la parola chiave nel motore di ricerca interno (f.b.

Un piano che prevede la trasformazione delle colline di Serravalle Scrivia. Una nuova realtà, che già qualcuno chiama “Serravalle 2”, dovrebbe nascere alle spalle di uno degli outlet più “visitati” del Nord Italia. L’ormai “vecchio” Designer McArthurGlen non basta più, ora si pensa alla “Serravalle bis”. Cementificazione dell’ambiente o riqualificazione del paese? Il timore degli abitanti della zona è quello di «assistere, impotenti, a una totale devastazione del paesaggio. Una colata di cemento sul verde e sulle vigne». I residenti, forse spaventati dai trascorsi della costruzione dell’outlet, temono di vedere le proprie verdi colline trasformate in un mare di mattoni.

Il piano - chiamato “Masterplan Bollina” - è stato portato in Comune dalla società Pragaotto, la stessa Praga holding che nel 1999 ha gettato la prima pietra della zona commerciale di Serravalle. «È stato presentato alla commissione edilizia - conferma il sindaco Antonio Molinari -, il completamento dell’area della Bollina».

Un nuovo quartiere che ospiterà residenze e alloggi. Quasi due milioni di metri quadri di sbancamento dei verdi colli piemontesi. «In termini turistici è a mio avviso - puntualizza il sindaco - un progetto che va a completare e a offrire nuove strutture ricettive e ulteriori opportunità di lavoro. Con le nuove attività che verranno offerte, si migliorerà e si valorizzerà il sito che gravita intorno all’orbita dell’outlet. La sfera commerciale andrà a fondersi con quella turistica». L’amministratore delegato della Praga holding, la ditta che si occupa dei lavori, rassicura: «L’obiettivo è quello di puntare alla rivalutazione di un territorio prevalentemente collinare. Saranno anche inseriti, nella nuova costruzione, diversi dettagli che puntano all’eno-turismo».

«Le colline del Gavi, comunque sia, verranno invase dalle piastrelle dei viali e dai mattoni delle ville», sostengono quelli che si oppongono.

«Seguendo le linee del progetto - specifica Roveda - c’è l’intenzione di ricostruire tutta l’area alle spalle del centro commerciale, con una parte nuova, dedicata alla residenza per privati, ma attenta al mantenimento del verde. In più i vigneti attuali verranno ampliati». È, inoltre, prevista la formazione di un parco divertimenti, una nuova cantina di vini e diversi impianti a carattere turistico ricettivo. Verrà anche ridisegnato il campo da golf della “Bollina”.

Il nuovo look, a detta dei promotori, sarà attento all’ambiente. Tutto il nuovo quartiere otterrà energia da fonti di energia rinnovabile. Ecologia, dunque, e non solo. Verranno realizzati diversi percorsi e, una volta coperti dagli alberi, saranno calpestabili grazie a una rete di passerelle e ponti. I lavori sembrano voler contribuire alla formazione di «un grande parco con molto verde, in cui verranno create palestre e impianti sportivi», specifica l’amministratore delegato Roveda.

«I progetti innovativi, che andranno a prendere vita sulla collina, saranno attenti anche al rapporto tra il turismo e i quartieri residenziali», puntualizza il primo cittadino.

Residenziale, si, ma - secondo gli scettici - solo per pochi eletti. Il mercato a cui sono dedicati i nuovi villini, sembrerebbe rivolto a una clientela ben definita.

D’altra parte la ditta e le istituzioni provano a mettere sul piatto della bilancia il progresso. Con la formazione delle nuove colline, spiegano i responsabili, si provvederà a dotare tutta l’area di nuove attrazioni. Un cinema multisala, una grossa rete di ristoranti. «In più - sottolinea Roveda - verranno creati alberghi e quelli già presenti saranno potenziati, in modo da offrire il migliore servizio possibile a chi desideri fermarsi dopo la visita all’outlet». In paese non si parla d’altro. La nuova Serravalle e la durata dei lavori per la sua trasformazione. «Quanto tempo ci vorrà per finire», si domanda qualcuno seduto ai tavolini di un bar. L’amministratore delegato non si sbilancia, lasciando intendere che è impossibile stabilirlo. «I fattori burocratici sono i primi bastoni tra le ruote che rallentano l’avanzamento del cantiere stesso», precisa.

Tra dubbi, progetti e qualche protesta, i modelli e i disegni sono stati presentati.

Nella città proibita la natura si riprende i suoi spazi. Avanza l’edera, la Bora semina fiori di campo che crescono fra le crepe dei balconi, sui muri, sui tetti. Le erbacce si moltiplicano lungo i binari che non portano più da nessuna parte. Strano, però. Non c’è nulla di cupo in tutto questo. Nessun senso di desolazione. Piuttosto una sensazione di quiete come quella che assale quando si entra in una chiesa. Silenzio e contemplazione. Eccolo, il Porto vecchio di Trieste, un luogo a parte. Unico, decadente eppure magnifico. Una città nascosta e vietata da sempre, con i suoi settecentomila metri quadrati di archeologia industriale, ruggine e storia, con le sue mille e mille finestre che sembrano occhi pronti a seguirti.

«Che posto fantastico» si dicono l’un l’altra due vecchie signore che camminano lente in direzione del Magazzino 26. E non hanno visto niente... Chissà che direbbero davanti all’incanto della vecchia locanda dal tetto ormai d’erba, chissà che facce estasiate di fronte all’hangar numero 6, fra il blu del cielo e del mare che si confondono e la gigantesca gru idraulica corrosa dal tempo ma ugualmente bella. Facile immaginare il loro stupore se potessero passeggiare lungo il boulevard principale di questa città latente, nata, cresciuta e abbandonata fra le braccia di una Trieste che l’ha sempre custodita senza conoscerla. Il boulevard e, in fondo, colle San Giusto. Ma non accadrà niente di tutto ciò. Non a breve, quantomeno. Le due vecchie signore dovranno accontentarsi di aver visto il maestoso Magazzino 26, ristrutturato e aperto al pubblico in via del tutto eccezionale per la Biennale diffusa.

Se proprio volessero potrebbero sbirciare un po’ fra le fessure dei container che delimitano la parte accessibile da quella no. Un’occhiata attraverso la rete, ecco: quella sì. Ma vuoi mettere? Entrare nella zona off-limits, osservare da vicino i vecchi edifici, arrivare fino ai moli, fermarsi sui dettagli delle colonne in ghisa, costeggiare gli abbeveratoi degli animali che un tempo partivano da queste banchine per paesi lontani... Non si può. Proibito. Perché siamo in un territorio di porto franco e le regole che valgono al di là del muro, cioè nella città di tutti, nel Porto vecchio diventano carta straccia. Entrano soltanto gli addetti ai lavori, in pratica. E da quando c’è il nuovo scalo sono sempre meno gli spedizionieri che si servono di quello vecchio. O meglio: della minima parte che ancora funziona.

«La maggioranza dei triestini non è mai entrata qui dentro» conferma Corrado De Francisco, direttore sviluppo di Portocittà, la società che ha ottenuto la concessione per rinnovare 45 ettari su 70. A dire il vero, qualche visita è stata possibile nel 2001 quando, con uno strappo alle regole, per poche occasioni fu aperto al pubblico e raggiungibile con le locomotive. «Ma è arrivato il momento di restituire questo posto bellissimo a Trieste e al mondo» , annuncia ora De Francisco. Facile a dirsi, complicatissimo a farsi. Soprattutto per le difficoltà giuridiche legate, appunto, al regime di porto franco. C’è voluta la famosa pazienza di Giobbe, prima ancora che i finanziamenti e i lavori, per far rinascere il Magazzino 26 e consegnarlo a triestini e turisti. Una sospensione delle regole possibile finché la mostra resterà aperta. E dopo?

L’intenzione è «resistere, resistere, resistere» , come direbbe l’ex procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli. Resistere con i cancelli aperti e nuovi eventi anche dopo la Biennale diffusa. Resistere perché la processione incessante di gente che arriva anche solo per dare un’occhiata ai Magazzini da lontano dimostra un interesse che nemmeno i più ottimisti avevano messo in conto. Resistere per fare di quest’apertura straordinaria un punto di partenza, non d’arrivo. E poi «perché è un peccato mortale avere edifici unici al mondo e tenerli nascosti e inutilizzati» , considera l’architetto Antonella Caroli, ex presidente di Italia Nostra di Trieste e da trent’anni a questa parte cresciuta a pane e Porto vecchio. Lei e questa città sconosciuta sono più o meno la stessa cosa e non c’è nulla che le sfugga: particolari, aneddoti, progetti, macchinari, planimetrie, riferimenti storici e architettonici.

«Qui si scaricavano cotone, noccioline, botti di vino, uva, qui il legname» descrive passando davanti a questo o quel fabbricato. «Le merci più leggere ai piani superiori, le altre e gli animali al piano terra» . Al Magazzino 26 c’erano sacchi e sacchi di caffè in transito, per esempio. La dottoressa Caroli dice che «i vecchi triestini che hanno lavorato qui raccontano che su quei sacchi si faceva anche all’amore, qualche volta» . La storia della città proibita è legata all’imperatore Carlo VI che nell’anno 1719 dichiarò la citta di Trieste porto franco. Nel 1891, mentre il Porto vecchio era in fase avanzata di costruzione, il territorio del porto franco venne ridotto: da quel punto in poi sarebbe stato delimitato da un muro di cinta e da varchi doganali. Ed ecco: la superficie coincise esattamente con l’area portuale vietata di oggi. All’inizio del Novecento il Porto vecchio era affollato di merci e gente.

E a passare davanti a questi edifici dove il tempo è rimasto immobile, quasi sembra di vederli, i portuali al lavoro. Quasi si sentono le voci, il rumore della centrale idrodinamica, delle gru, i treni e i carri che affiancano i «perron» , marciapiedi alti al punto giusto per facilitare le operazioni di carico-scarico. Si può immaginare la vita scorrere in queste strade ora deserte. Basta dare un’occhiata al Giornale edile, diario di bordo, diciamo così, di imprese e squadre di lavoro: sono annotati attività, particolari tecnici e condizioni del tempo. Prendi il 1901, per esempio. Dice la nota del 14 gennaio: «stato dell’atmosfera sfavorevole, causa mare agitato e alta marea non si può lavorare...» .

E l’immagine di quel giorno prende forma. Nel 1926, quando si chiudono le relazioni con i porti del Nord Europa (in particolare con Amburgo) comincia il declino. Nel 1929 la crisi mondiale e la riduzione degli scambi commerciali aggravano la situazione, bisognerà aspettare il dopoguerra per rivedere miglioramenti ma anche un’insidia: il nuovo porto, studiato per movimentare i container che invece nel vecchio scalo sono difficili da gestire. Il risultato è che negli anni Settanta gran parte del traffico portuale finisce sulla struttura nuova e la vecchia città proibita viene quasi del tutto abbandonata. Nei Magazzini 24 e 25 hanno resistito gli animali fino al 2007: mucche, capre, pecore, qualche maiale. Aspettavano l’imbarco nei locali-stalla del pian terreno e ancora adesso c’è del fieno stipato negli stanzoni del primo piano. Nel fabbricato 19 c’è un museo involontario: sono mobili, vettovaglie, soprammobili, oggetti di vita quotidiana appartenuti a istriani e dalmati che alla fine della guerra furono costretti ad abbandonare le loro terre per andare chissà dove.

Il Porto vecchio doveva essere un deposito temporaneo, «invece nessuno è più tornato a riprendere armadi, sedie, pentole... E su ogni cosa c’è ancora il cartoncino con nomi, cognomi e provenienza» spiega l’architetto Rossella Gerbini, progettista di Portocittà. Dentro, i fabbricati abbandonati sono uno spettacolo: gli occhi planano su archi e colonne in fila, sui colori delicati di pietre e mattoni, sulle nervature metalliche che dividono un piano dall’altro, sui raggi di sole che disegnano simmetrie di luce. Un po’ di tutto questo si può vedere nei film C’era una volta in America di Sergio Leone e Il Padrino, di Francis Ford Coppola, che per girare alcune scene hanno scelto come location proprio l’interno dei Magazzini del Porto vecchio. Chissà se lo sanno, le due vecchie signore...

Come ci hanno raccontato recentemente i giornali, la Brianza operosa sta operando a spron battuto anche per accogliere stuoli di nuovi immigrati. Stupiti? Certo, ma solo se per caso non avete ascoltato Bossi dal palco di Pontida ringhiare che da un momento all’altro caleranno su Monza impiegati ministeriali a più non posso. Caleranno a lavorare nelle fiammanti sedi che l’alacrità padana sta già predisponendo, anche se questo fa incazzare quei reazionari corporativi romani, tipo Napolitano, chi sarà mai. E caleranno anche a dormire da qualche parte, dopo il duro lavoro amministrativo (perché qui si lavora, mica sempre a bere il caffè come nella capitale corrotta).

Dove alloggiare gli auspicabili futuri impiegati di Trota Primo, quando a secessione avvenuta i loro ranghi fisiologicamente cresceranno ancora? La necessaria efficienza di questa soluzione alloggiativa di certo mal si concilia con una dispersione nei pur abbondantissimi alloggi sfitti e invenduti della città, o magari portando a termine certi cantieri lasciati lì da anni e anni. Non sia mai! Come pure enunciato dal Lider Maximo sul palco bergamasco, non è ancora il momento di troncare i rapporti con l’alleato tattico Berlusconi, e quale miglior suggello di alleanza del solido brick & mortar, di quella cosa che a tutti piace, che fa tirare sempre l’economia e tutto il resto? Ma si, il sacro metro cubo nuovo di zecca, su greenfield tonalità padana di proprietà adeguata.

La Cascinazza appunto, un bel triangolo verde, uno di quei cunei che abbondano là dove la crescita spontanea delle nostre vitali metropoli avviene dove è più conveniente, ovvero lungo le strade, e lascia quei bei fazzolettini liberi per gli investimenti di lungo termine di chi ha un respiro strategico, che guarda oltre. La famiglia Berlusconi guarda così oltre da aver addirittura venduto a prezzo di realizzo (così ci dice la stampa) quel terreno a un altro operatore, a patto di incassare il giusto prezzo una volta che sia fatta giustizia, ovvero che il piano regolatore ne riconosca il ruolo strategico per lo sviluppo urbano. Ruolo a lungo negato dai comunisti, sin da quando quell’oscuro burocrate, tale Luigi Piccinato, negli anni ’60 pur con una crescita stimata a 300.000 abitanti diceva che lì doveva starci un parco. Ma quale parco, al massimo uno di quei central park ideati nel terzo millennio dall’amministratore di condominio sindaco di Milano: tante, tantissime case, e poi un paesaggista californaino che ci disegna in mezzo eleganti panchine e aiuole.

Là il parco ci stava, oltre che per confermare l’ideologia totalitaria comunista, anche per via del fiume: lui, il fiume, quando piove esce dagli argini, e tecnicamente le aree che si bagnano in quel modo di solito non si costruiscono. Orrore! Ecco che per decreto il fiume non esonderà più, aiutato da grandi opere idrauliche, per ora solo sulla carta e di dubbia efficacia, ma solo per chi non ha fede. Per chi la fede ce l’ha, rigorosamente nella tasca interna della giacca, arriva anche la variante al piano regolatore. Di cui si allega di seguito l’estratto relativo agli Ambiti di Trasformazione strategici, in cui la Cascinazza occupa la ancor più simbolica e strategica posizione P4 (leggere per credere). Si rinvia appunto alla lettura diretta del documento, con un paio di premesse:

1) I Poli strategici sono tutti tematici tranne uno, la Cascinazza appunto. Vuol forse dire che gli altri hanno un senso funzionale, mentre il P4 ha senso assoluto, in sé e per sé?

2) Il central park impanato alla milanese qui assume anche ufficialmente (leggere per credere) una veste del tutto virtuale e ideologica, diventando “parco tematico”. Insomma basta con tutta questa storia del verde che aggiunge qualità all’ambiente urbano, roba da sinistra novecentesca di cui non sappiamo che fare. Meglio, molto meglio ispirarsi a Walt Disney, o a Gardaland, a Mirabilandia, è questo il tipo di parco, con comodo parcheggio, che piace ai sudditi del Trota Primo.

Insomma vedi allegato, notare e confermare che quel triangolo a sud a cavallo del fiume è una vera colmata, e speriamo davvero che la piena se li porti via, questi qui.

la Repubblica ed. Milano

Via al cemento sulla Cascinazza per Berlusconi affare da 60 milioni

di Gabriele Cereda

Un quartiere residenziale, insediamenti direzionali e commerciali per un totale di 420mila metri cubi su 120mila metri quadrati. È il futuro della Cascinazza, la più grande area ancora verde di Monza, vecchio pallino immobiliare di Berlusconi che meno di quattro anni fa ha ceduto la proprietà a Brioschi sviluppo Immobiliare e Axioma Real Estate.

Il consiglio comunale, guidato dall’accoppiata Lega-Pdl, seppur con qualche mal di pancia, ha bocciato l’emendamento del centrosinistra che mirava alla conservazione dell’area agricola. Ora il via libera alla colata di cemento è definitivo. Varato dal ministro dello Sviluppo Paolo Romani, plenipotenziario del premier in città, fino a un anno e mezzo fa regista dell’operazione nella veste di assessore all’Urbanistica monzese, il piano del governo del territorio ora marcia verso l’approvazione. Un affare anche per la vecchia proprietà, la Istedin di Paolo Berlusconi, che aveva ceduto i terreni per 40 milioni di euro. Nell’ottobre del 2007, nell’atto di compravendita venne inserita una clausola: nel caso in cui la zona fossa stata resa edificabile la vecchia proprietà avrebbe ricevuto altri 60 milioni.

«Sulla Cascinazza il sindaco Mariani, l’assessore-ministro Romani e tutta la destra hanno gettato la maschera dando il via libera ad uno scempio che cancellerà una zona di pregio e di esondazione del Lambro» dice Roberto Scanagatti, capogruppo del Pd a Monza. Bastano due gocce d’acqua e l’area, circondata dal fiume Lambro e dal Lambretto, finisce a mollo; lo dice il Pai, il piano di assetto idrogeologico della Regione Lombardia.

Un inconveniente "cancellato" nel 2004, durante il Berlusconi ter, quando il consiglio dei ministri approvò la progettazione di un canale scolmatore: 168 milioni di euro per tagliare in due la città, a partire dal Parco. «Non finisce qui - annuncia il capogruppo del Pd - utilizzeremo tutti gli strumenti amministrativi per salvare una delle aree più belle di Monza». Non è d’accordo il sindaco leghista Marco Mariani: «Adesso quella è una zona inutilizzata, con questo intervento la restituiremo ai cittadini. E bisogna sottolineare che accanto agli edifici verranno lasciati 330mila metri quadri di verde»

Vorrei, rivista online di Monza

Mariani paga la cambiale? 400.000 metri cubi di cemento sulla Cascinazza

Quando si candidò, nel 2007, con una campagna faraonica molti individuarono lo "sponsor" nella proprietà dell'area agricola a sud est di Monza. Giovedì 16 giugno 2011 il Consiglio comunale ha respinto un emendamento della minoranza e per la prima volta nella storia, per colpa della Giunta Mariani, arriverà una valanga di cemento sulla più grande area agricola della città

Giovedì sera quando Roberto Sacanagatti e Michele Fagliahanno presentato l’emendamento cherichiedeva di ripristinare la Cascinazza come area agricola. Si è andati al voto per chiamata nominale, in aula e fra i cittadini presenti è calato un silenzio d’attesa.

Per 22 voti contro l’emendamento e 15 a favore, dopo 50 anni la principale area verde della città è stata occupata, cementificata e svenduta.

Il paradosso politico è che i 2 voti che hanno determinato la differenza al numero legale, sono di due consiglieri (Dalla Muta e Boscarino) eletti nella Lista Città Persone della minoranza, mentre con Pd, Sel e Città Persone, coraggioso il voto di sostegno del Fli e incomprensibile la “fuga” dall’aula di “ambientalisti” dell’ultima ora di Forza Lombarda (Brioschi e Scotti) che non erano presenti al voto.

È bene ricordare cosa significa questa scelta: più di400 mila metri cubi di edificazione residenzialee aservizi dopo che ai tempi lo stesso Mariani con il Piano Benevolo prevedeva per l’area il parco di cinturaurbana (una voltafaccia da ricordare quella degli sbiaditi verdi padani) un affare che vale oltre 60milioni di euri.

Un voto in aula che paga così la cambiale elettorale del 2007.

Una cambiale pagata, in una situazione proprietaria non chiara e che dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato contro i privati ricorrenti, dava la possibilità all’Amministrazione pubblica di dettare le regole e le tutele necessarie per quest’area agricola..

Una operazione che in nome dell’Expo smentisce nettamente gli obiettivi dell’Expo stesso:ambiente e alimentazione! Un affare che ha un mandante con nome e un cognome: l’attuale Ministro Paolo Romani regista sin dal 2007 di questa interessata operazione

Le timide repliche dell’Assessore Clerici agli intereventi argomentati di Scanagatti e Faglia si sono centrate (come per il resto della variante) sulla risibile e falsa motivazione che “tanto se va bene, se ne farà il 20% di quanto previsto”.

Ma chi si vuole prendere in giro?Se è vero che questa variante, per la sua quasi interezza sembra stata fatta solo per giustificare il principale obiettivo: la Cascinazza; è altrettanto vero che una volte assegnate, aree di questo valore permetteranno alla speculazioni finanziarie ed ediliziedevastanti per l’economia e per la mancata tutela ambientale monzese.

Nelle prossime serate Partito democratico e Lista Città Persone, resteranno ancora “in trincea” nel presentare le decine di emendamenti presentati sulla Cascinazza, per cercare almeno di ridurre il danno; ma il danno (gravissimo) il centrodestra con la scelta di ieri sera è stato fatto.

A pagare il prezzo sarà l’intera città e i cittadini che sono chiamati a far buona memoria di tali devastanti scelte; tra un anno infatti… giusto di questi tempi si andrà al voto!

Nota: su questo sito la vicenda è stata ampiamente documentata in tutta la sua evoluzione, basta cercare " Cascinazza" nel motore di ricerca interno

Rivoluzione urbanistica con soldi privati. 57 milioni al Comune Ecco il meccanismo messo a punto dal Comune per riutilizzare le aree industriali dismesse

VERONA. Due torri alte 80 metri vi accoglieranno all’uscita dell’autostrada a Verona sud, assieme ad un parcheggio scambiatore con 5000 posti auto. Attorno uffici ma anche abitazioni, negozi, un grande parco e piste ciclabili, perché «non si può pensare all’architettura senza la gente».

E’ la filosofia di Richard Rogers, l’architetto londinese che ha progettato questo recupero nell’area delle ex Officine Adige, 100.700 mq di superfice, grande testimonianza di un passato industriale diventata oggi un bubbone per Verona, che l’ha inglobata nel tessuto urbano ma non sa che farsene.

Sul riutilizzo di quest’area la città s’interroga da anni. Il dibattito, che non è dissimile da quanto avviene altrove, coinvolge anche altre zone industriali dismesse: l’ex manifattura Tabacchi, l’ex consorzio agrario lombardo-veneto, l’area ex Autogerma. La differenza tra Verona ed altre città venete, è che nel capoluogo scaligero la fase delle chiacchiere è finita. Ciò non significa che sia stata breve. Rogers, grande nome dell’architettura mondiale (ha debuttato nel 1963 fondando con Norman Foster il «Team 4» e ha firmato con Renzo Piano il Beaubourg di Parigi, per citare due suoi compagni di viaggio), aveva presentato il suo progetto ancora nel 2003, in un convegno organizzato dal Banco Popolare di Verona. Venerdì scorso quel progetto è uscito dai cassetti, assieme ad altre proposte di ristrutturazione urbana, 42 in tutto, inquadrate in un «Piano degli interventi» approvato dalla giunta Tosi. La presentazione ufficiale è avvenuta in Fiera, con mezza città mobilitata. Il piano, che naturalmente ha già avuto l’ok della Regione (Pat), passa ora all’esame delle circoscrizioni cittadine per approdare in consiglio comunale prima dell’estate. Quello sarà il momento del via ufficiale.

Si stima che il valore complessivo dell’operazione sia di qualche miliardo. «Gli interventi sono ovviamente privati, ogni proprietario sulla sua area - spiega il sindaco Flavio Tosi -. Il Comune provvede al cambio di destinazione d’uso: dal capannone industriale si passa a zona direzionale, residenziale, commerciale. Sul guadagno presunto, il privato paga una parte al Comune. Questa quota va ad aggiungersi agli oneri di urbanizzazione per i parcheggi, il verde e quanto richiesto dalla lottizzazione. Il valore complessivo della quota aggiuntiva, se tutti i 42 progetti andassero in porto, viaggia intorno ai 57 milioni di euro. Questa è la cifra che il Comune introiterà e con la quale provvederà alla completa riorganizzazione e riqualificazione dell’asse centrale di Verona Sud e delle altre vie della zona. Poi c’è una serie di parametri da rispettare, per esempio le altezze hanno possibilità maggiori lungo l’asse di Verona Sud e minori allontanandosi».

Questi indici regolano la cubatura dei nuovi immobili. Con una possibilità di variante: «Se qualche privato vuole realizzare una cubatura maggiore, non rispetto a quello che ha ma rispetto all’indice teorico assegnato - spiega Tosi - deve comprare il volume aggiuntivo dal Comune. Noi abbiamo realmente volumi da vendere: per esempio abbiamo realizzato il parco San Giacomo comprando un’area edificabile e trasformandola in zona verde. Sopra c’erano più di 200.000 metri cubi costruiti. Noi vendiamo quel diritto a costruire»

Sarà uno degli affari immobiliari più importanti degli ultimi 20 anni: oltre 50 milioni di euro, 43 mila metri quadrati di residenziale e più di 30 mila metri quadrati per la realizzazione di una vera e propria cittadella universitaria con campus, alloggi per studenti e spazi verdi. L'asta per la vendita dell'ex ospedale Umberto I di via Solferino è stato pubblicato. Il proprietario del terreno e degli immobili, vale a dire l'azienda ospedaliera San Gerardo, ha dato via libera alle danze e attende proposte «allettanti» entro l'11 febbraio 2011, a mezzogiorno. In gioco c'è un'operazione urbanistica che promette di cambiare volto alla città.

L'area, a pochi passi dal centro storico, è compresa fra il canale Villoresi, via Solferino, via Mauri e via Cavallotti. In tutto si tratta di 18 padiglioni che saranno riqualificati in base all'accordo di programma siglato con la Regione nel 2008. Una parte del lotto sarà impiegata per costruire nuove palazzine (al massimo di 8 piani), uffici e negozi. Ma oltre all'aspetto residenziale, terziario e commerciale, il progetto prevede anche la trasformazione dei corsi universitari in Scienza dell'organizzazione aperti da 5 anni in una vera e propria università brianzola. Anzi, in una cittadella universitaria con uffici, aule, laboratori, un campus, alloggi per studenti fuori sede, parcheggi e giardini. La base d'asta indicata è 50 milioni e 150 mila euro. «Ovviamente — spiega Giuseppe Spata, il direttore —, contiamo di incassarne molti di più. Il nostro obiettivo è di investire questa somma nel piano di riqualificazione del nuovo ospedale».

Il crono-programma prevede la conclusione dell'iter di aggiudicazione entro luglio e l'apertura del cantiere entro ottobre. Nel frattempo sbarcherà in consiglio comunale la variante al Piano di governo del territorio, il documento sul quale il sindaco Marco Mariani e la sua giunta si giocano il mandato. Presentazione l’altra sera, poi una corsa contro il tempo per condurre in porto l'operazione da 4 milioni di metri cubi nel più breve tempo possibile. «Il piano — spiega l'assessore all'Urbanistica, Silverio Clerici —, prevede una crescita di 30 mila abitanti e la suddivisione della città in sei poli tematici» . E fra i nodi da sciogliere c'è anche l'annosa questione della Cascinazza. Il Partito democratico intanto ha bollato il nuovo strumento urbanistico come uno «scempio» e promette opposizione millimetrica in consiglio. Da parte loro, i costruttori brianzoli, stanchi di aspettare una variante che non arriva mai, hanno chiesto le dimissioni del primo cittadino se non ne otterrà l'adozione.

postilla

Si capisce già dall’articolo come questa operazione vecchio ospedale San Gerardo sia organica a un certo modo di concepire la città, mosaico di interessi particolari e lobbies, senza alcuna idea di spazio pubblico che non sia funzionale e sottomessa a questi. Ciò che invece non emerge affatto, ritenuto forse marginale, è l’aspetto urbanistico in senso lato dell’operazione, che forse richiede un paio di cenni storici. L’area occupata dall’ospedale non solo si caratterizza come complesso di valore, coi padiglioni ottocenteschi organizzati secondo gli schemi caratteristici della scienza medica prima che la diffusione degli ascensori sconvolgesse questi assetti spaziali (per intenderci, più o meno la stessa generazione dei carceri cellulari panottici o complessi assimilabili). C’è dell’altro. L’ospedale non è semplicemente “a pochi passi dal centro storico”, ma si inserisce in un quartiere che al centro storico è del tutto complementare, sinora sostanzialmente risparmiato (con qualche sgradevole eccezione) dagli appassionati del metro cubo duro a morire. Questo comparto urbano è il classico quartiere della stazione di impianto ottocentesco, adiacente lo scalo ferroviario anche se collocato su un terreno sopraelevato. Si compone di un viale perpendicolare alla stazione, con una piazza da cui si dipartono vie trasversali, quasi tutto ancora caratterizzato da edifici coerenti con l’impianto (salvo all’attacco del viale della stazione, storpiato proprio sull’angolo da un recentissimo intervento). L’ospedale, insieme al corso dell’ottocentesco Canale Villoresi, è parte integrale del quartiere: cosa potrò succedere di questi spazi se, con le funzioni e le trasformazioni ipotizzate, aumentassero esponenzialmente le pressioni in termini di traffico, nonché di “sviluppo” delle aree adiacenti. Già negli anni ’60 l’ipotesi poi non decollata del piano regolatore di Luigi Piccinato, di un centro terziario nell’area grosso modo fra il quartiere ottocentesco della stazione e la grande viabilità verso Milano poneva sostanzialmente i medesimi rischi. Ma nell’epoca della crescita indefinita accettata da tutti, con un piano urbanistico pensato per un capoluogo da 300.000 abitanti (oggi sono circa 120.000) forse anche queste cose potevano ritenersi accettabili. Ma oggi? (f.b.)

COMO — «Ora non resta che reperire le risorse e partire con la fase di progettazione». Diceva così il sindaco Bruni il 15 luglio scorso quando fu proclamato il vincitore del concorso internazionale di idee per la valorizzazione del lungolago, voluto da Formigoni dopo l’abbattimento del muro della vergogna. L’intenzione era quella di voltare pagina, lasciando alle spalle i mesi di polemiche che avevano portato la giunta di centrodestra sull’orlo del baratro, e guardare al futuro con un grande progetto.

Il concorso era costato 500 mila euro e 50 mila euro erano andati al progetto vincente realizzato da Cino Zucchi. Da allora, nella parte in cui la costruzione delle paratie è terminata, tutto però è rimasto fermo perchè non si sa dove prendere i sei milioni necessari per la sistemazione finale. E adesso c’è un’altra novità: con una lettera inviata giovedì al Comune di Como, il soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici, Alberto Artioli, ha bocciato il progetto di Zucchi. Tutto da rifare. E il perenne cantiere del lungolago, che ha già portato i comaschi a una crisi di nervi, resterà così per chissà quanto altro tempo. Una nuova batosta che si rifletterà inevitabile sulla traballante giunta Bruni, sopravvissuta al voto di sfiducia ma in ostaggio dei ribelli del Pdl.

Esprimendo il «parere preliminare» sul progetto di Zucchi, Artioli nella sua lettera inizia con un apprezzamento del lavoro, definito di «elevata qualità architettonica». Ma subito dopo stronca proprio l’idea centrale del progetto, la creazione di una specchio d’acqua davanti a piazza Cavour che avrebbe dovuto ricreare idealmente la darsena che una tempo si trovava dove ora c’è la piazza. Lo spostamento in avanti della linea d’acqua, «travalica l’obiettivo posto a fondamento del concorso» e «non è da ritenersi necessario e prioritario». Non solo, ma le nuove strutture, secondo il soprintendente, costituirebbero un’interferenza nella percezione del paesaggio mentre i pilastri della passeggiata sospesa quando il lago è basso creerebbero «degrado e disturbo visivo». Senza contare le ripercussioni sugli equilibri idrostatici anche in terraferma che deriverebbero dai nuovi lavori, l’ulteriore allungamento dei tempi e l’aumento dei costi.

C’è da chiedersi come mai tutti questi elementi non siano stati presi in considerazione dalla commissione giudicatrice che era presieduta dal direttore generale di Infrastrutture Lombarde spa, e composta da un rappresentante del Comune e tre architetti (due nominati dalla Regione e uno dalla Provincia), che pure erano stati chiamati a valutare sulla base di precisi parametri: inserimento urbanistico e ambientale, rispondenza alle idee guida e fattibilità tecnica e realizzativa (che si suppone dovesse tener conto anche dei costi).

Dalla Russia, dove si trova per presentare un suo progetto sul «waterfront» di San Pietroburgo, Cino Zucchi replica senza polemiche: «Non condivido il parere di Artioli - dice - ma ne prendo atto e lo rispetto. L’avanzamento della linea d’acqua in piazza Cavour era un tema delicato. La nostra idea era coraggiosa ma mi rendo conto che in questo momento ha forti implicazioni politiche e psicologiche. Faremo tesoro delle indicazioni e vedremo se sarà possibile cambiare mantenendo comunque un bel progetto».

«Benvenuti a ’ndranghetello», ironizza un blog di cittadini impegnati.

Sapendo che c’è poco da ridere lungo l’alzaia placida del Naviglio, nel tratto stretto che corre da Pavia alla Certosa: Borgarello è ormai la capitale silenziosa della mafia in Lombardia. È, più ancora di Buccinasco, la Platì del Nord. Nel 1991 era la mini Versailles di Diego Dalla Palma, il visagista delle dive. Il Re del mascara viveva a villa Mezzabarba, tutto intorno campagna e pioppeti. Pochissime case, nemmeno mille abitanti. E’ nell’ultimo decennio che la popolazione esplode a 2.700 anime. Nel mezzo un boom edilizio spettacolare, case su case, cemento & betoniere. Villette a schiera in mattoncini rossi e nuovi quartieri che sfungano per milanesi che scappano dalla metropoli, come il Santa Teresa vicino a via Berlinguer. Adesso la giunta «Rialzati Borgarello», eletta nel giugno 2009 e appoggiata da Pdl e Lega, vorrebbe replicare a Porto d’agosto, lungo la statale. Se non verrà sciolta prima, però, come un comunello infiltrato della Locride.

L’ultima retata è scattata giovedì. In manette finiscono il sindaco Giovanni Valdes, Alfredo Introini, ex vice direttore della Bcc di Binasco, e l’imprenditore Salvatore Paolillo. Gli arresti sono la coda della maxi retata di luglio, filone Carlo Chiriaco, l’ormai ex potentissimo direttore dell’Asl di Pavia, accusato di essere il referente locale delle ‘ndrine calabresi. Secondo i Pm il sindaco avrebbe truccato l’asta di un lotto edilizio per favorire la Pfp, una società immobiliare della costellazione Chiriaco, per gli inquirenti già collettore di voti per il «Faraone» Giancarlo Abelli, da anni uno dei ras della sanità lombarda e padrino politico dell’attuale sindaco di Pavia. Un ritratto d’insieme che si ritrova a Borgarello, dove il ciellino Valdes in campagna elettorale può vantare come madrina di eccezione proprio la signora Abelli, Rosanna Gariboldi, finita in carcere per riciclaggio e poi uscita dietro patteggiamento per la vicenda delle bonifiche di Santa Giulia. Il link con Chiriaco è quello sanitario. Il sindaco-costruttore siede anche nel cda dell’Ospedale pavese Mondino.

In realtà Valdes è indagato da luglio. A Borgarello doveva arrivare il commissario ma poi il sindaco ci ripensa e ritira le dimissioni. In paese si dice perché ricattato da qualche pesce grande. Non a caso la prima cosa che fa è riprendere in mano l’iter del futuro centro commerciale «Factoria», con tanto di mega albergo da 43 piani(!): un piano di lottizzazione dietro cui si agitano fantasmi malavitosi.

Insomma che succede nel Pavese? Blogger e attivisti come Giovanni Giovannetti e Irene Campari si sgolano da anni, denunciano infiltrazioni (dai Barbaro ai Mazzaferro). Ma le istituzioni fanno pigramente spallucce. Dietro ogni arresto non si vuol vedere il mosaico criminale. A Borgarello la sequenza è impressionante. Villettopoli che nascono all’improvviso; l’arresto di un assessore comunale (Luigi Perotta) accusato di riciclaggio; la Dia che mette agli arresti una intera famiglia (i crotonesi Vittimberga), nientemeno che armieri della ‘ndrangheta, a cui Valdes fa costruire la prima opera pubblica del suo mandato; lo scandalo Chiriaco e l’arresto di un costruttore locale (Francesco Bertucca), papà dell’assessore comunale Antonio. Fino all’iscrizione nel registro degli indagati del cugino di Chiriaco, il costruttore residente Morabito, e l’altro giorno la vicenda del sindaco.

Tutto in pochi mesi vissuti pericolosamente. Filo conduttore: l’edilizia in un paesino alle porte di Pavia. Ovvio che la gente sia incredula. Qui tutti conoscono tutti. «Il sindaco legge in chiesa», mette la mano sul fuoco il prete del paese, don Zambuto. «Certo gli ha rifatto l’oratorio», maligna l’opposizione. La stessa Lega è in difficoltà dopo l’affaire Ciocca, il consigliere regionale fotografato con boss di ’ndrangheta durante la campagna elettorale. La segreteria provinciale ha subito sospeso i tre esponenti locali, troppo morbidi con un sindaco già indagato.

Si scappa da Milano e dallo smog, si compra la villetta nel verde e poi si scopre che quelle case le hanno costruite imprese colluse coi calabresi. Paradossale. O forse no, allargando lo sguardo su una provincia tagliata da Po e Ticino che al ponte della Becca si abbracciano. Sospesa tra il porto di Genova e l’aeroporto di Malpensa. Vicina a Milano ma lontana abbastanza per dare nell’occhio. Un provincia discreta un po’ dormitorio (30 mila pavesi lavorano sotto il Duomo) e un po’ impiego pubblico al polo sanitario dove spadroneggiava Chiriaco.

Ma soprattutto una provincia senza più industrie (Necchi, Snia, Neca, Marelli sono aree dismesse che fanno gola alla speculazione), immersa in una bolla immobiliare ben oltre la domanda di residenza e di terziario dove domina la rendita fondiaria (la borghesia locale ha sempre case da affittare agli universitari) e la densità bancaria (61 sportelli in città) è sproporzionata al tasso d’impresa.

Il Bengodi per chi vuol fare affari sporchi e riciclare, in mezzo ad una società impreparata a combattere il rumore di carnefici invisibili.

postilla

Correva il lontano anno 2003 o giù di lì, eddyburg.it muoveva i primi passettini, e iniziava a proporre qualche "corrispondenza locale", come quella che il Direttore chiese al sottoscritto, su un caso segnalato anche da RadioRai, relativo a un grande centro commerciale. I soliti "nimbies" pensavo, o al massimo un po' di scandalo in più, e invece davvero valeva la pena di guardare meglio, in quell'intreccio fra dimensione locale e interessi esterni. La corrispondenza poi diventò con qualche revisione e ritocco il capitolo introduttivo ai Nuovi Territori del Commercio, ma evidentemente c'era anche qualcosa d'altro, in tutta la pressione "sviluppista" dispiegata fra le ultime frange metropolitane milanesi e il Parco Ticino. Adesso sta iniziando a emergere esplicitamente, grazie alla magistratura, almeno uno dei motori immobili di tanta ansia modernizzatrice, anche contro ogni logica e riflessione. E, come ci ha spiegato bene anche Serena Righini alla Scuola di Eddyburg a Napoli, sicuramente un sistema decisionale più trasparente - e democratico - avrebbe contribuito a farle emergere prima, queste distorsioni (f.b.)

Qui la vecchia corrispondenza locale da Borgarello

Qui la lezione di Serena Righini

Al rientro a tarda notte nell’umida padania dall’ultima giornata di relazioni e discussioni napoletana della Scuola estiva di Eddyburg, mi sono trovato nella buca delle lettere l’ultimo numero del patinato bollettino comunale di Monza.

Beh, di sicuro, il progresso è inarrestabile. Mentre nelle sale del Parco Metropolitano delle Colline, o tra i filari di viti dell’Eremo, si discettava di ricchezza collettiva urbana, dei modi migliori per valutarla e farne usi meno scellerati della media, in altre lontane sale e ambienti tono e sostanza erano assai diversi. Come mi conferma una paginetta del succitato bollettino comunale.

Recita, testuale:

Polo di Sviluppo … una superficie lorda di pavimento terziaria e produttiva avanzata di 94.924 metri quadrati, e residenziale di 31.600.

Si tratta dell’ultima trovata della giunta pidiellina-leghista, ovvero la variante al piano di governo del territorio per l’ormai famosa area della Cascinazza. Che importa se solo qualche anno fa di poli di sviluppo terziario produttivi avanzati non ne parlava nessuno, e fra quei prati gli sviluppisti a oltranza sognavano e declamavano l’indispensabilità di un bel quartiere residenziale, incluse stradine a cul-de-sac con rotatorie per l’inversione di marcia del furgone ombrellaio-arrotino!

Quello che conta è il metro cubo, scambiabile con denaro sonante nella quota cosiddetta “di mercato”, ovvero decisa a tavolino dagli amici degli amici. E per giustificare l’alluvione delle cubature con una funzione qualunque si segue la strada maestra della neodemenza demografica indicata dai ciellini milanesi: previsioni spropositate di crescita della popolazione, da 120.000 a 180.000 abitanti in una manciata di anni. Tanto poi inventarsi nuove denominazioni per il metro cubo approvato e realizzato è facile, no? Lo leggiamo tutti i giorni sui giornali, il turbine di tribunali, residenze per anziani, giovani, oran-goutan scapoli o quaternario avanzato, che va e viene dalle desolate periferie meneghine.

Poi via col malloppo, e chi s’è visto s’è visto.

Deve essere gente che da giovane ascoltava certa musica d’autore italiana, e ancora si ricorda benissimo, a modo suo, quel solenne finale: Ma Noi Non Ci saremo.

Non sarebbe possibile, magari, cambiare ritornello?

ROGNO (Bergamo) — Un Comune può legittimamente dire no al progetto di una moschea, o anche solo ad un luogo di preghiera per i musulmani. Ma «un diniego legittimo deve basarsi sull’inidoneità del sito proposto, secondo le valutazioni urbanistiche».

Con questa motivazione, che esclude valutazioni di carattere politico, il Tar di Brescia ha accolto il ricorso presentato dall’Associazione centro culturale Costa Volpino (che rappresenta la comunità islamica dell’Alto Sebino) contro il Comune di Rogno che nel 2007 aveva bocciato la richiesta di cambio di destinazione d’uso nel Piano di governo del territorio (ex Prg) a un’area individuata e acquistata per realizzarvi un centro islamico.

L’Amministrazione comunale si è opposta sostenendo che la zona è sottoposta a salvaguardi ambientale e non è adatta a ospitare insediamenti come quelli ipotizzati dall’Associazione. Il Tar di Brescia ha dato ragione alla tesi della comunità islamica. Con una serie di considerazioni che, in tempi di vivaci discussioni politiche sull’opportunità di concedere la costruzione di moschee (come a Milano, dopo la recente presa di posizione del cardinale Dionigi Tettamanzi), sono destinate a far discutere. Nel merito, i giudici rimarcano che «l’edificio della ricorrente non è intrinsecamente legato ad un contesto di elevato valore naturalistico. Piuttosto si trova in un’appendice in gran parte circondata da aree produttive. Il collegamento con l’attività agricola produttiva è venuto meno da tempo…Anche il peso urbanistico causato dal numero dei frequentatori potrebbe essere diluito grazie alla vicinanza delle aree produttive e in particolare dei piani attuativi dotati di parcheggio a uso pubblico».

Ma il ricorso faceva leva anche sulla Costituzione e su una interpretazione che «non consentirebbe ai Comuni di subordinare la realizzazione dei luoghi di culto per le confessioni religiose diverse dalla cattolica a una convenzione intesa come atto di riconoscimento da parte dell’autorità amministrativa locale». I giudici amministrativi sposano questa tesi, seppur con alcune puntualizzazioni. Per il Tar «l’ambito di competenza riservato ai Comuni è quello propriamente urbanistico-edilizio e consiste in un duplice potere: accertare che la confessione religiosa abbia sul territorio una presenza diffusa, organizzata e stabile; regolare attraverso una convenzione la durata minima della destinazione d’uso dell’edificio a finalità religiose».

Se ricorrono queste condizioni, deve essere concesso il via libera. I giudici sottolineano che «una volta accertata l’esigenza di un luogo di culto la localizzazione deve necessariamente essere conforme alla proposta presentata, qualora i promotori del progetto abbiano la disponibilità degli immobili». Fuori dal linguaggio amministrativo, la sentenza riconosce alla comunità islamica dell’Alto Sebino il diritto di realizzare il centro di preghiera. Ora non resta che stipulare una convenzione tra Associazione e Comune. Sempreché, come pare si profili, la Giunta di Rogno non intenda rimanere attestata sulla linea del no a oltranza.

Entro nel merito del dibattito sul Piano Urbanistico di Sassari e pongo alcuni quesiti esplicitamente al Sindaco, all’Assessore all’Urbanistica e al Presidente della competente commissione. Nel PUC è previsto un consistente aumento di volumetrie. A quali tipi di domanda si vuole rispondere? A chi non ha una casa e non riesce ad accedere al mercato immobiliare esistente? Evidentemente no, perché si tratta per lo più di persone che non hanno le risorse per comprare una casa e sono escluse dal mercato inesistente degli affitti. Ciò significa che l’amministrazione comunale prevede una crescita demografica? Ma tutti gli studi ci dicono che, da qui al 2030, ci sarà un vistoso calo demografico. La conclusione più probabile è che le volumetrie previste siano ‘soltanto’ esigenze di alcune categorie economiche che, pur essendo legittime, poco hanno a che fare con l’interesse generale e collettivo. Vorrei inoltre ricordare che l’applicazione dello scellerato Piano Casa regionale di fatto sta aumentando in modo incontrollato le cubature. Senza contare il fatto che, degli oltre 2 milioni case fantasma rilevate dall’Agenzia Nazionale del Territorio, un certo numero è presente nel nostro comune e sarebbe importante sapere quanto esso sia consistente.

Nel PUC si pensa di colmare i cosiddetti vuoti urbani, ovviamente costruendoci su. Mi permetto di riaffermare un concetto da me più volte espresso: nella città i vuoti territoriali sono sempre densi sociali, in termini tanto negativi quanto positivi. Sassari è una città brutta, anzitutto per come si è costruito a partire dagli anni ’60; in secondo luogo, perché si sono via via eliminati quegli spazi aperti che inducono alla socialità e all’incontro, per cui anche i quartieri di pregio per la qualità degli appartamenti sono, di fatto, dei quartieri dormitorio, da dove si entra e si esce per lo più in automobile proprio perché privi della possibilità di costruire senso comunitario e di vicinato. Allora, non è il caso di ripensare alla città, partendo proprio da questi “vuoti” e, invece di riempirli di cemento come si è fatto finora, farne un’occasione per ricucire le lacerazioni fisiche e sociali? Ciò non va fatto a tavolino, ma interloquendo con i cittadini, a partire da quanti si sono associati, come è accaduto per difendere l’area dell’ex orto botanico. Altrove, queste associazioni sono un interlocutore privilegiato per l’amministrazione locale, tanto che ogni decisione urbanistica deve passare il loro vaglio: Freiburg in Gemania è un bel caso a cui riferirsi anche in termini di governance oltre che in termini di sostenibilità.

Il mio auspicio è che la seconda città della Sardegna diventi un modello di riferimento per tutta l’Isola, dimostrando che 1. non si consuma più territorio; 2. le politiche centrali sono quelle volte alla riqualificazione dell’esistente; 3. il rispetto delle regole è il fondamento primo per ogni buona politica. Tre piccoli principi che diventerebbero dirompenti rispetto alle logiche dissennate messe in atto dal governo nazionale, alle quali si è totalmente asservito il governo regionale.

Inseriamo il testo integrale dell’articolo che il giornale ha pubblicato con qualche taglio redazionale, che non ne altera il significato

© 2022 Eddyburg