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«L’autopsia conferma la pista dell’omicidio politico. Lo scontro tra apparati e i tentativi di depistaggio». Articoli di Carlo Bonini e Giuliano Foschini, e Leonardo Coen, l

a Repubblica Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2016 (m.p.r.)

La Repubblica
"GIULIO TORTURATO
PERCHÉ PENSAVANO FOSSE UNA SPIA

di Carlo Bonini e Giuliano Foschini

Roma. Se è vero che un corpo senza vita “parla” né più e né meno come un testimone, oggi si può dire che, nel suo martirio, Giulio Regeni abbia consegnato la chiave che porta ai suoi carnefici. E dunque che l’inchiesta della Procura di Roma sul suo omicidio possa partire da due solide circostanze di fatto. Perché sostenute entrambe delle prime conclusioni dell’autopsia eseguita nella notte tra sabato e domenica dal professor Vittorio Fineschi. La prima: le lesioni sul corpo di Giulio (compresa quella letale al midollo spinale con la frattura di una vertebra cervicale) provano che l’omicidio ha una mano e un movente politici. La seconda: nella loro raggelante crudeltà, le sevizie inflitte al ragazzo hanno un inequivocabile format dell’orrore. Proprio degli interrogatori che le polizie segrete riservano a coloro che vengono ritenuti “spie”, come nel caso di Giulio. “Colpevole”, agli occhi dello “squadrone della morte” che lo aveva sequestrato la sera del 25 gennaio, di giocare troppe parti in commedia. Ricercatore universitario, giornalista con pseudonimo per un “quotidiano comunista” (il manifesto), militante politico per la causa delle opposizioni al regime.

Lo squadrone della morte
A Giulio Regeni sono state strappate le unghie delle dita e dei piedi. Sono state fratturate sistematicamente le falangi, lasciando tuttavia intatti gli arti inferiori e superiori. È stato mutilato un orecchio. Chi lo ha sistematicamente seviziato era convinto di poter ottenere informazioni che il povero Giulio non poteva consegnare semplicemente perché non le aveva. Perché non era la “spia” che i suoi aguzzini ritenevano lui fosse. I boia hanno infierito su un inerme. Lo hanno appunto lavorato alle mani, ai piedi e quindi al tronco. Colpendolo ripetutamente al torace, alle costole, alla schiena, dove l’autopsia ha refertato numerose fratture.

Anche il colpo di grazia ha le stimmate degli interrogatori da “squadroni della morte”. Chi era di fronte a Giulio, in quel frangente probabilmente seduto o legato su una sedia, gli ha afferrato la testa facendola ruotare repentinamente di lato oltre il punto di resistenza. Mettendo così fine a un’agonia i cui tempi, oggi, restano ancora incerti. «Il ragazzo è stato ucciso 10 ore prima di essere ritrovato» scrivono i medici legali egiziani nel referto ma per dare una risposta certa i professori italiani hanno bisogno di attendere le analisi.

I tabulati e la retata

I primi esiti dell’autopsia si incrociano con un paio di circostanze che, allo stato, il nostro team investigativo al Cairo ha potuto accertare. La prima. Come è stato possibile ricostruire dai tabulati del suo cellulare, Giulio è stato sequestrato il 25 gennaio poco dopo essere uscito di casa: forse era diretto a una festa, forse prima ha incontrato degli attivisti politici. In ogni caso il suo cellulare , mezz’ora dopo essere uscito di casa si sarebbe spento per non riaccendersi mai più. La seconda. Nello stesso frangente di tempo e di luogo, quel 25 gennaio, è stata condotta una retata proprio nella zona nella quale Giulio doveva transitare. Il che lascerebbe pensare a una “cattura” casuale. Non mirata.

L’Intervento di Al Sisi
C’è infine una terza circostanza, rilevante quanto le prime due. L’American University del Cairo, dove Giulio era ricercatore, è da tempo oggetto dell’attenzione del Mukhabarat, il Servizio segreto egiziano che fa capo al Ministero dell’Interno. Un apparato chiave del Regime di Al-Sisi. Ma in feroce concorrenza con i servizi segreti militari (dai cui ranghi proviene il generale e oggi presidente Al Sisi) e i Servizi di Informazione della Polizia. «L’intervento di Al Sisi ha sbloccato la macchina amministrativa» ha detto ieri l’ambasciatore Maurizio Massari. Dopo l’incontro del presidente egiziano con il ministro Guidi, Regini è stato ritrovato in quel fosso, mezzo nudo, con i media che parlavano di un incidente stradale. Tutti pezzi farlocchi di uno stesso puzzle. Giulio, lo scienziato scambiato per una spia, potrebbe essere stato giustiziato per una guerra che non era la sua.
Il Fatto Quotidiano

GIULIO, FALSE PISTE
ECOLLABORAZIONE IN SALITA
di Leonardo Coen
Il Cairo. Ambasciator non porta pena,dicono. Maurizio Massari,il nostro rappresentanteal Cairo, deve essere un pragmaticoperché è il primo a farcapire che l’inchiesta congiunta(la tanto strombazzata“collaborazione trasparente”fra il team dei sette investigatoriitaliani spediti in Egitto ela polizia locale) non è cosìsemplice come vorrebberoRenzi ed Alfano: «Non è da dareper scontata», ha infatti dichiaratoieri Massari a In 1/2hsu Rai 3. La cooperazione è«un banco di prova importanteper non fare venire meno lafiducia che abbiamo nel Paese».Tradotto: guai ad irritare ifunzionari egiziani, gelosidella loro autonomia.
Polizia ed intelligence sannodi essere sotto accusa, o comunquesospettati di aver fermato,torturato e ucciso il giovanestudente italiano: non voglionoessere criticatidai loro impiccionicolleghiitaliani. Perciò itempi si dilatano.E poi, bisogna discuteresui limitiin cui può operareil team di Roma.Ieri un primoincontro:«Siamo alle primebattute». Ilpresidente al-Sisiha sollecitatogli apparati di sicurezza a collaborarecon gli italiani, ma leresistenze burocratiche sonoun problema e, magari, unascusa.
Nel frattempo, la stampafilogovernativa continua adistillare notizie che contraddiconociò che si era riusciti aricostruire, la seradel 25 gennaioin cui Giulio svanìnel nulla. Secondoil quotidianoal-Ahram, che è ilpiù allineato colregime, il ragazzoavrebbe partecipatoad una festa«in compagnia diun certo numerodi amici». Si sapevache Giulio avevaun appuntamento dalle parti di piazzaTahrir verso le 20. E che perònon era mai arrivato. L’avrebbero riferito gli amici cairoti diGiulio durante gli interrogatori.Strano che non sia trapelatonulla. Se ne deduce che Giuliosarebbe scomparso più tardidelle 20. Oltre, cioè l’ora delleretate di polizia attorno a piazzaTahrir. Un dettaglio che riabilital’ipotesi della pista “criminale”, come insiste nel sostenerlaGarir Mustafa, il capodel Dipartimento di SicurezzaGenerale.La versione non incanta inostri segugi. Vorrebbero parlare anche loro con gli amici diGiulio. È questo il primo scoglioprocedurale. Circola poil’ipotesi che Regeni sia statorapito e torturato (31fratture,una, letale, alla vertebra cervicale)per sabotare al-Sisi e destabilizzarele relazioni traRoma e il Cairo (vedi il contrattoEni da almeno 7 miliardidi Euro). Un quadro complottista(spezzoni deviati di servizie polizia legati ai FratelliMusulmani) in cui si vorrebbepure silurare le velleità renzianenei negoziati libici fra Tripolie Tobruk. L’effe rate zzafarebbe parte del piano: perquesto il corpo seviziato diGiulio è stato fatto ritrovare.Siamo alle solite: tanto fumoper nessun arrosto.

Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2016 (m.p.r.)

La tragica fine di Giulio Regeni, qualunque sia stata la causa, ha messo in evidenza un elemento nascosto della nostra politica nei confronti dell’Egitto: l’imbarazzo. Il presidente della Repubblica ha auspicato «piena collaborazione delle autorità egiziane» parlando di «preoccupante dinamica degli avvenimenti» e di «crimine così efferato, che non può rimanere impunito». Eppure le autorità egiziane in quel momento qualificavano l’episodio come “incidente stradale”. Evidentemente il nostro Presidente non credeva alla versione ufficiale. Il presidente del consiglio ha manifestato i suoi dubbi chiedendo che fosse «dato pieno accesso ai nostri rappresentanti per seguire da vicino tutti gli sviluppi delle indagini». Cosa che di solito si richiede alle repubbliche delle banane.

Il presidente egiziano Al Sisi ha risposto dicendo di aver «ordinato» al ministero dell'Interno e alla Procura generale di «perseguire ogni sforzo per togliere ogni ambiguità». Evidentemente anche lui dubitava dei suoi e ha ritenuto necessario impartire un “ordine” perentorio per qualcosa che dovrebbe essere normale. Il nostro ministro degli esteri ha chiesto che la verità «emerga fino in fondo», non per obbligo di governo ma per dovere verso la famiglia. La sensibilità politica è assente. Anche il ministro dell’Interno ha invocato la verità come fa chi ha di fronte qualcuno che mente per professione. In più, ha inviato un team d’investigatori per controllare gli egiziani e … controllarsi a vicenda. Polizia, carabinieri e interpol sono stati mandati assieme quasi a segnalare che non ci si può fidare di nessuno dei tre singolarmente presi. In ogni caso, l’appello alla verità è apparso venato d’ipocrisia e ha messo in difficoltà le autorità egiziane che ora devono capire quale verità possa essere soddisfacente.
L’incidente stradale non è credibile anche se sarebbe facile trovare un colpevole o un testimone. L’omicidio di stato nei riguardi di un attivista dell’opposizione egiziana o l’eccesso di “zelo” della polizia segreta, depongono male per gli egiziani. L’omicidio di stato dei nostri servizi o l’esecuzione di mafia sarebbero buone soluzioni per l’Egitto ma non per noi. L’omicidio criminale (per rapina o sequestro) sarebbe facile da confezionare ma con danno d’immagine per un paese la cui capitale vuole essere ordinata e sicura. Rimangono le “verità” del sequestro jihadista e del suicidio: facili da far accettare e convenienti per tutti. Forse qualcuno ci sta già pensando. A prescindere dalle frasi di circostanza, ad ogni livello istituzionale si palpano concretamente i molti dubbi che in Italia e in Occidente si nutrono nei riguardi dell’Egitto. Eppure tali dubbi sembrano svanire quando dal caso drammatico di un singolo individuo si passa al dramma della guerra.
L’Egitto è considerato un paese affidabile, un alleato leale, un amico che vogliamo sia coinvolto attivamente nella guerra contro il cosiddetto califfato in Libia e altrove. Sembra che l’Egitto sia indispensabile e perciò che gli si debba perdonare tutto in nome d’interessi nazionali che nessuno ha mai esplicitato e che, per triste esperienza in Egitto, come in Libia e in Italia, sono in realtà interessi privati camuffati da interessi pubblici. L’imbarazzo finisce infatti quando dal delitto individuale si passa a quello politico. La cosiddetta “seconda guerra civile libica” vede l’Egitto tutt’altro che imparziale e non di certo impegnato nella salvaguardia del mondo dalla minaccia jihadista. Il regime del generale Al Sisi persegue in Libia chiari interessi personali e di “casta” (anche qui spacciati per interessi nazionali o addirittura globali) cercando di soffocare l’opposizione interna e l’attività dei fratelli Musulmani di Tripoli: non importa se il tentativo conduce ad una divisione irrimediabile e caotica della Libia. Il califfato e la sua presunta espansione sono soltanto i pretesti, non solo egiziani, per mantenere Libia, Siria, Iraq e l’intero Medioriente in uno stato di destabilizzazione permanente.
Ed é sempre la destabilizzazione interna ed esterna che consente al regime egiziano di controllare il potere e di avere il supporto delle maggiori potenze mondiali. In Egitto si sta sviluppando una lotta politica che vede contrapposte la Forza Militare (conosciuta come “la grande muta”) e le componenti religiose e sociali che dopo la promettente svolta del 2011 sono state ammutolite a suon di minacce, eliminazioni ed ergastoli. Tale lotta tra “muti” è stata esportata in Libia con il consenso ed il gaio supporto di tutta, o quasi, la comunità internazionale. Non conta neppure il fatto che una Libia stabilizzata potrebbe essere uno sfogo per centinaia di migliaia di lavoratori egiziani. Prevale purtroppo la salvaguardia di un regime che non si può permettere né la contestazione interna né l’isolamento internazionale. Il mutismo in campo politico internazionale non è genetico o traumatico, ma epidemico. Noi italiani fin dai tempi dell’Egitto di re Farouk e per tutti quelli di Nasser, Sadat, Mubarak, Tantawi e persino Morsi siamo stati contagiati da questa menomazione che si è aggiunta a quelle già esistenti della sordità e della cecità. Ma ormai siamo in buona compagnia e ci tocca anche turarci il naso.
«A tutti i miei amici italiani dico che questo è ciò che affrontiamo ogni giorno in Egitto, e che purtroppo abbiamo migliaia di Giulio egiziani. Per favore, insistete nella ricerca della verità e delle responsabilità dei colpevoli, per darci la speranza che un giorno, insieme, potremo restituire i loro diritti a tutti i Giulio».

La Repubblica, 7 febbraio 2916 (m.p.r.)


FIORI E CANDELE, LA PROTESTA AL CAIRO
“QUI MIGLIAIA DI GIULIO EGIZIANI”
di Fabio Scuto

Amici del ricercatore ma anche persone che non lo avevano mai conosciuto al sit in davanti all’ambasciata italiana “Era uno di noi, non possiamo farci fermare dalla paura”

Il Cairo. Piange anche il cielo in questo pomeriggio al Cairo. Piove sulle teste delle duecento persone che si sono ritrovate davanti al palazzetto del Lungo Nilo, dove si trova l’ambasciata italiana, per un ricordo, un pensiero per Giulio Regeni. L’atmosfera è cupa come le nubi nel cielo, ma è anche una sfida per tutti, perché la metà dei partecipanti è fatta di poliziotti in borghese, con un atteggiamento sospettoso come se il colpevole dell’assassinio di Giulio Regeni fosse mescolato tra il gruppo di amici, conoscenti e colleghi d’università venuti a deporre un fiore. Finti reporter scattano solo primi piani dei volti di tutti, andranno a riempire chissà quale schedario. Uno straniero già appartiene alla categoria più allarmante nell’Egitto odierno, se poi bazzica ambienti giudicati sospetti - quello sindacale dei venditori ambulanti per una ricerca - è quasi assimilabile a un nemico. Ci sono attiviste egiziane dei diritti umani senza paura e ragazzi altrettanto coraggiosi con dei cartelli in mano che dicono semplicemente “Verità per Giulio”. C’è una scrittrice di grido e una docente universitaria straniera ma anche diversi semplici cittadini egiziani.

«A tutti i miei amici italiani dico che questo è ciò che affrontiamo ogni giorno in Egitto, e che purtroppo abbiamo migliaia di Giulio egiziani. Per favore, insistete nella ricerca della verità e delle responsabilità dei colpevoli, per darci la speranza che un giorno, insieme, potremo restituire i loro diritti a tutti i Giulio». È quasi una sommessa preghiera quella che questo giovane avvocato, fra gli organizzatori di questo presidio, mormora. Dice il suo nome, ma chiede non essere citato per il timore delle conseguenze se finisce su un giornale straniero. Del resto, gli agenti in borghese identificheranno tutti i cittadini egiziani presenti che hanno parlato con i giornalisti stranieri. Alle foto segnaletiche, ci hanno già pensato i finti reporter.
«È stato ucciso come veniamo uccisi noi, pagando il prezzo della libertà e della dignità», dice sfidando la polizia presente Sally Toma, psichiatra che lavora sulle «vittime di torture e abusi sessuali da parte dello Stato». «Sono qui per dire che Giulio è uno di noi, ci appartiene ». Cappotto scuro, sguardo duro, il suo sdegno non sembra temere nessuno. Paura? «Sono tempi bui in Egitto ma non c’è spazio per la paura: la maggior parte dei nostri amici e compagni è in galera o è stata uccisa». Al suo fianco, con fiori bianchi in mano, Amy Austin Holmes, professore all’Auc, l’Università americana del Cairo dove Giulio, dottorando di Cambridge, era attivo al Cairo. Regeni si occupava «di questioni del lavoro che è ovviamente un tema molto delicato in Egitto», ricorda la sua tutor.
«Questo è un messaggio per le autorità egiziane: dovete scoprire la verità», dice Jaled Dawud, esponente dell’opposizione, mostrando un cartello con la scritta in italiano: «Sono qui per Giulio e per tutti i giovani che hanno perso la vita per la dignità e la libertà». Dawud teme ripercussioni sull’immagine e l’economia dell’Egitto dopo questo «orribile crimine», sul quale però è calato il silenzio e non sembra ci siano progressi nell’indagine. «Non possiamo trarre conclusioni rapide, ma le circostanze sono molto strane. È parte di ciò di cui alcuni egiziani sono a loro volta vittime», sottolinea, facendo riferimento al fatto che Giulio potrebbe essere morto dopo torture da parte della polizia.
Sul piccolo marciapiede, affollato soprattutto da divise blu, ci sono altri attivisti dell’opposizione, come Leila Sueif, la madre del blogger Alaa Abdelfatah, uno dei simboli della rivoluzione egiziana, entrato e uscito diverse volte dalle carceri di Mubarak. L’anno scorso è stato condannato a 15 anni per aver partecipato alla rivoluzione che rovesciò il raìs nel 2011. Una donna egiziana, che si è identificata solo come Israa, si avvicina al cancello dell’ambasciata, racconta di non aver conosciuto Giulio ma di essere venuta per chiedere scusa all’Italia perché l’Egitto non ha protetto un suo cittadino. «Qui nulla è sicuro», dice mentre lascia un mazzo di fiori, al suo fianco i tre figli depongono candele bianche accese in memoria di un ragazzo italiano venuto solo per studiare. La pioggia si infittisce, il presidio si scioglie. I “Januarians”, così si sono ribattezzati questi attivisti dei diritti umani, se ne vanno via a gruppetti sul marciapiedi buio e bagnato. Reduci di una battaglia che non sentono perduta.

“L’HANNO UCCIO A BOTTE AVEVA IL COLLO SPEZZATO”
LA MORTE DOPO TRE GIORNI IN MANO AGLI AGUZZINI
di Carlo Bonini e Giuliano Foschini

Roma. Lo hanno ucciso spezzandogli il collo. Lo hanno colpito ripetutamente, accanendosi e fratturando le ossa in tutte le zone del corpo fino a quando a cedere non è stata la vertebra cervicale. Non è chiaro se perché investita da un oggetto contundente o perché divelta con una rotazione improvvisa della testa oltre il suo punto di resistenza. Poco dopo la mezzanotte si solleva l’ultimo velo sull’orrore di cui è stato vittima Giulio Regeni. Perché solo dopo mezzanotte è cominciata, davvero, l’inchiesta sull’omicidio del giovane ricercatore italiano. Dopo oltre cinque ore l’autopsia disposta dalla procura di Roma chiarisce infatti i primi e cruciali punti di un’indagine dove di “congiunto”, allo stato, sembra esserci solo l’enfasi retorica espressa nelle dichiarazioni ufficiali del regime di Al-Sisi. E del resto, che questo primo atto istruttorio sia stato affidato al professor Vittorio Fineschi, direttore del dipartimento di medicina legale de “La Sapienza” e, da dieci anni, coraggioso e ostinato perito di parte nel processo per la morte di Stefano Cucchi, dice molto dell’approccio con cui la Procura abbia deciso di affrontare la vicenda.

Ricostruire con il miglior grado di approssimazione come, quando, e in che modo Giulio sia stato torturato (sul corpo ci sono segni di armi da taglio), in quale lasso di tempo possa essere collocata la sua morte («tra i tre e i quattro giorni successivi al suo sequestro», secondo una prima stima della nostra ambasciata al Cairo dopo un esame visivo dello stato di decomposizione del corpo al momento del suo ritrovamento), se siano state o meno inferte sul cadavere lesioni “post mortem” per dissimulare il movente, diventano infatti le fondamenta di un’inchiesta che, come è apparso chiaro dal primo momento, sconta una collaborazione egiziana fatta di molte parole, evidente melina, sostanziale diffidenza.
Non è un caso che, nelle ultime ventiquattro ore, le prime trascorse dal nostro team di investigatori al Cairo, la collaborazione egiziana non sia andata al di là dell’annuncio del ministro aggiunto della giustizia Shabane el Shami che «la perizia medico-legale egiziana sarà completata entro il mese di febbraio». Che i due “sospetti” fermati nella notte tra giovedì e venerdì siano stati rilasciati. E che, nel loro primo giorno di lavoro, i nostri sei investigatori di Ros (carabinieri) e Sco (polizia), accompagnati dal nostro ambasciatore Maurizio Massari, abbiano letto ancora poche carte dell’indagine egiziana.
Il che spiega bene anche il senso delle parole pronunciate ieri dal nostro ministro degli Esteri. «Siamo lontani dalla verità», ha detto Paolo Gentiloni. E lo siamo, va aggiunto, proprio perché l’indagine egiziana - per quanto è stato possibile comprendere sin qui - si è mossa e continua a muoversi in una direzione diametralmente opposta a quella suggerita dalle evidenze agli occhi dei nostri investigatori. Gli egiziani intendono infatti chiudere il caso archiviandolo come vicenda di criminalità comune. E questo mentre ogni indizio in questa storia parla di un movente politico. Quali che siano i due possibili scenari in cui l’omicidio è maturato. Che Giulio sia finito casualmente nel “mazzo” di una delle tante perquisizioni in corso il 25 gennaio. O, al contrario, che chi lo ha sequestrato cercasse proprio lui perché convinto fosse il custode di importanti informazioni sulla rete di oppositori del regime.
Nell’uno e nell’altro caso, è ragionevole ipotizzare, che a condannare a morte Giulio Regeni sia stata quella condizione di studente-ricercatore e insieme attivista politico e collaboratore di un giornale come il manifesto che, del tutto normale in Paesi democratici, equivale alla patente di “spia” in un regime come quello egiziano. Per poter accertare che cosa è accaduto «i migliori investigatori italiani» arrivati al Cairo hanno deciso di applicare il metodo e il protocollo di casa nostra. E almeno su questo sembrano aver avuto rassicurazioni di collaborazione.
Si comincerà quindi con le immagini delle telecamere della metropolitana. Per poi proseguire con le tracce dei telefonini. Si cercano possibili testimoni e soprattutto alcune, tre in particolare, delle persone che Giulio frequentava al Cairo e che, secondo quanto raccolto ieri, potrebbero sapere qualcosa di importante sulla sera del 25 gennaio. Giulio potrebbe non essere andato a una festa di compleanno ma a un appuntamento con chi pensava di celebrare l’anniversario di piazza Tahir.

I famosi strumenti portatori di morte per i quali ci sveniamo e rinunciamo al welfare non funzionano, e provocano danni anche da fermi. Il Fatto Quotidiano online, blog "Economia & Lobby", 2 febbraio 2016

Il rapporto non ha presentato sorprese; tutti i problemi citati sono ben noti al JPO [Joint Program Office], alle forze armate statunitensi, ai partner internazionali e all’industria. Una vera fortuna. Un sospiro di sollievo è d’uopo. Per un secondo, un secondo solo, avevamo sospettato che ci potessero essere problemi nuovi per l’F-35, il nostro beniamino volante. La speranza per i nostri figli e nipoti non solo di poter vivere in un mondo migliore e più sicuro ma soprattutto di poter avere lavoro e benessere grazie alle gigantesche ricadute per la nostra industria più moderna. Perché per gli F-35 noi facciamo qualche gru (tenetevi: ne sono state ordinate ben 12) e un po’ di tende prodotte in uno stabilimento che dà lavoro a ben 30 (“trenta”, in lettere se non avete capito bene) persone. E al Corriere della Sera non viene da ridere quando titola Gli F35 «decollano» da Caserta
 (al posto di Whirlpool-Indesit), dove alla Whirpool lavoravano 800 persone. L’economia di guerra, come vedete, fa bene al Paese.

Scampato pericolo, dunque? Temo di no perché chi ci tranquillizza è nientemeno che il tenente generale Chris Bogdan, il responsabile statunitense del programma F-35. Bogdan fa il suo mestiere che è di rassicurare la marchesa di turno che tutto va naturalmente bene, molto bene. E il rapporto di cui parla è quello del suo antagonista storico, Michael Gilmore, capo dell’organismo di valutazione operativa del Pentagono (DOT&E, director of operational test and evaluation). È l’ennesima volta che Bogdan confuta le conclusioni di Gilmore e lo fa sempre con un solo argomentare alquanto claudicante: è tutto vero, ma lo sapevamo e comunque il futuro è radioso. Come quello che promette Kim Jong-un al suo popolo. La cifra, mutatis mutandis, è la stessa.

Il rapporto a cui si riferisce la smentita-non smentita dell’ottimista Bogdan non è ancora stato pubblicato ma i contenuti sono già stati anticipati da Bill Sweetman di Aviation Week, autorevolissima pubblicazione specializzata. Se il capo del programma F-35 ha sentito il bisogno di intervenire prima che il rapporto sia reso pubblico evidentemente le anticipazioni sono vere (e questo lo ammette lo stesso Bogdan) ma sono anche potenzialmente dirompenti. Ergo, urge metterci il cappello per anticipare le inevitabili polemiche.

Cosa dice Gilmore? Principalmente che il software Block 3F per l’F-35 non potrà essere essere completato entro la data prevista del 31 luglio 2017 senza che siano stati risolti alcuni problemi critici che ne limitano fortemente le funzionalità. E che nonostante i Marines abbiano dichiarato operativo l’F-35B (la versione che dovrebbe equipaggiare anche la Marina Militare italiana), l’aereo non “è capace di condurre operazioni autonome di combattimento contro una qualsiasi seria minaccia”. In aggiunta, svela il rapporto di Gilmore, ben 11 su 12 test sull’armamento di bordo con il software Block 2B (la versione attualmente utilizzata dagli F-35) hanno “richiesto l’intervento della squadra di test per superare limitazioni del sistema e garantire il successo degli esperimenti”. Pare la barzelletta del meccanico che dopo aver rimontato un motore si accorge che ci sono dei pezzi in più e li mette da parte. Niente male per un aereo che dovrebbe essere già operativo.

Sweetman ricorda come non sia la prima volta che Gilmore ha lanciato l’allarme sui ritardi di sviluppo del software di bordo, un mostro di oltre 24 milioni di righe di codice. L’ultimo rapporto di Gilmore dice anche che, per rispettare le scadenze, la versione 2B del software di missione è stata consegnata con centinaia di problemi irrisolti e senza aver completato molti dei test previsti. Sostiene ancora Gilmore: “Il Block 3F è difettoso e si prevede che la situazione vada peggiorando”.

Ma perché questa versione del software è importante? Con il Block 3F la fase di sviluppo (Sdd System Development and Demonstration) dell’F-35 dovrebbe essere terminata e l’aereo consegnato ai clienti nella sua configurazione finale, anche se la cosiddetta Full Operational Capability (Foc) richiederà ancora almeno un paio d’anni di lavoro. Il fatto è che lo sviluppo di una versione operativa iniziale del software avrebbe dovuto già essersi concluso nel 2011, cinque anni fa. Badate bene, non è solo un problema banalmente di entrata in servizio. Tutti gli aerei sinora consegnati e quelli ordinati, tra i quali gli otto italiani, dovranno infatti essere tutti riportati in fabbrica per essere aggiornati. Con spese a carico del cliente, cioè noi, e non come uno si aspetterebbe della Lockheed Martin. Altri milioni e milioni di dollari buttati letteralmente nel cesso. Tra l’altro, il peggioramento del rapporto di cambio tra il dollaro e l’euro (oggi sono praticamente alla pari) fa lievitare i costi di acquisizione da parte nostra di un 12-15%. E quando parliamo di aerei che costano 150 milioni di dollari e più l’uno non diciamo propriamente bruscolini.

Naturalmente i problemi non si fermano qui (ci avreste scommesso?). Dice il rapporto Gilmore che la temperatura all’interno della stiva degli armamenti supera i limiti di progetto quando fuori ci sono più di 32 gradi (cioè per i due terzi dell’anno alla base di foggia dove andranno gli F-35 italiani). Lo stesso succede quando vola al di sotto dei 25mila piedi (7600 metri) se le porte della stiva sono chiuse per oltre dieci minuti. Ma di che stiamo parlando? Di un aereo fatto con il Meccano? Inoltre, se la stiva sta chiusa per più di dieci minuti le temperature sbaccellano. Ve lo immaginate un F-35 con una bella atomica nella stiva? Ma davvero? Se dipendesse dal medesimo Kim Jong-un di cui sopra, probabilmente i progettisti sarebbero già stati smembrati dalle tigri siberiane. Per fortuna siamo in un pezzo di mondo più civile dove probabilmente le tigri resteranno affamate e i responsabili americani, italiani eccetera saranno invece pasciuti e verranno promossi e/o assunti dalla Lockheed assieme alla loro numerosa progenie. Iam nova progenies caelo demittitur alto, il che purtroppo non ci garantisce anche che ab integro saeclorum nascitur ordo. Anzi. Per cui, in attesa del nuovo ordine dei tempi, ci dobbiamo sorbire ancora le bugie della Pinotti che ci dirà che tutto procede secondo i tempi previsti.

Tra l’altro, se si aprono le porte della stiva per raffreddarla, la tanto decantata stealthness (invisibilità) dell’F-35 va a farsi benedire (o friggere, se siete laici). Per cui non si capisce perché allo stabilimento di Cameri, dove si montano gli aerei italiani, la sezione dove vengono applicano le vernici dell’invisibilità sia off-limits per gli italiani. E pensare che fu Pier Lambicchi a inventare l’arcivernice. Saperlo, avremmo potuto brevettarla.

In tutto questo, mentre Gilmore accusa e Bogdan smentisce senza poter smentire, dalle sorde stanze di via XX Settembre a Roma la ministra Pinotti tace. Tace. E tace ancora. Una brillante strategia comunicativa. Ma sapete, la guerra è alle porte e il nemico ci ascolta. Dunque tacere necesse est. D’altronde, per restare con Longanesi, tutti abbiamo molta fiducia nella nostra incapacità.

bilanciamoci.info, Newsletter n.459 - 2 febbraio 2016 (m.p.r.)

Siamo alla vigilia di un’altra guerra contro la Libia, “a guida italiana” questa volta. Sembra ormai assodato che le forze speciali SAS sono già in Libia, per preparare l’arrivo di mille soldati britannici. L’operazione complessiva, capitanata dall’Italia, dovrebbe coinvolgere seimila soldati statunitensi ed europei per bloccare i cinquemila soldati dell’Isis. Il tutto verrà sdoganato come “un’operazione di peacekeeping e umanitaria”. L’Italia, dal canto suo, ha già trasferito a Trapani quattro cacciabombardieri AMX pronti a intervenire.

Il nostro paese - così sostiene il governo Renzi - attende però per intervenire l’invito del governo libico di unità nazionale, presieduto da Fayez el Serray. E altrettanto chiaro che sia il ministro degli Esteri, Gentiloni, come la ministra della Difesa, Pinotti, premono invece per un rapido intervento. Sarebbe però ora che il popolo italiano-tramite il Parlamento, si interrogasse, prima di intraprendere un’altra guerra contro la Libia. Infatti, se c’è un popolo che la Libia odia, siamo proprio noi che, durante l’occupazione coloniale, abbiamo impiccato o fucilato centomila libici. A questo dobbiamo aggiungere la guerra del 2011 contro Gheddafi per “esportare la democrazia”, ma in realtà per mettere le mani sull’oro ‘nero’ di quel paese. Come conseguenza, abbiamo creato il disastro, facendo precipitare la Libia in una spaventosa guerra civile, di tutti contro tutti, dove hanno trovato un terreno fertile i nuclei fondamentalisti islamici. Con questo passato, abbiamo, noi italiani, ancora il coraggio di intervenire alla testa di una coalizione militare?

Il New York Times del 26 gennaio scorso afferma che gli Usa da parte loro, sono pronti ad intervenire. Per cui possiamo ben presto aspettarci una guerra. Questo potrebbe anche spiegare perché in questo periodo gli Usa stiano dando all’Italia armi che avevano dato solo all’Inghilterra. L’Italia sta infatti ricevendo dagli Stati uniti missili e bombe per armare i droni Predator MQ- 9 Reaper, armi che ci costano centinaia di milioni di dollari.

Non dimentichiamo che la base militare di Sigonella (Catania) è oggi la capitale mondiale dei droni usati oggi anche per spiare la Libia. L’Italia non solo riceve armi, ma a sua volta ne esporta tante soprattutto all’Arabia Saudita e al Qatar, che armano i gruppi fondamentalisti islamici come l’Isis. I viaggi di Renzi lo scorso anno in quei due paesi hanno propiziato la vendita di armi. Questo in barba alla legge 185 che proibisce al governo italiano di vendere armi a paesi in guerra e che non rispettano i diritti umani (come l’Arabia Saudita, leggi Fermate quelle bombe).

«Il manifesto, 2 febbraio 2016

«Gli Stati uniti con la Nato hanno destabilizzato e saccheggiato il sud del mondo, ma l’Europa è la madre matrigna degli Usa ed è responsabile del colonialismo da oltre 500 anni». Così dice al manifesto l’intellettuale statunitense André Vltchek, e non fa sconti a nessuno. Reporter di guerra e collaboratore di Noam Chomsky, con il quale ha scritto il volume sul Terrorismo occidentale, Vltchek è stato invitato dal Movimento 5Stelle al convegno “Se non fosse Nato”, dove lo abbiamo incontrato. Durante il suo intervento, ha raccontato la sua esperienza nei campi profughi del Libano: «Un piccolo paese al collasso che, nonostante non abbia aggredito nessuno – ha detto – ha accolto oltre un milione di persone, almeno quante ne ha respinte l’Europa dopo averne provocato la fuga con le sue politiche». Quella dei profughi è una situazione simile «a quella di una donna stuprata a cui hanno svaligiato la casa e ucciso il marito e che, per salvare i figli, è costretta a mendicare aiuto ai suoi stessi stupratori».

Con noi, Vltchek ha ripreso i temi del suo intervento, accusando l’Occidente che, dopo aver distrutto il Medioriente si «è seduto nel suo bunker dorato a consumare il bottino, cieco al dolore che ha provocato». Un dolore «su cui prosperano anche i cittadini delle nazioni ricche, gli agricoltori Usa o francesi protetti dalle misure dei loro stati, e persino chi può permettersi con la disoccupazione di farsi la vacanza in un paese povero del sud». In Medioriente – dice ancora — le politiche di guerra «hanno avuto come obiettivo quello di distruggere la possibilità del socialismo, calpestando regimi laici e pervertendo un islam per sua natura comunitario in una religione irriconoscibile e importata, che serve a sconvolgere il mondo. In Afghanistan, i moujahedin sono stati creati per liberarsi dell’Unione sovietica». Che fare? «Schierarsi. E usare tutti i registri comunicativi e tutte le forme artistiche per obbligare i cittadini dei paesi responsabili ad aprire gli occhi e a spezzare le catene neocoloniali rinunciando ai propri privilegi».

La speranza? «Arriva dalle nuove relazioni economiche avanzate dai Brics, che stanno relativizzando la potenza del dollaro con la formazione di un Fondo monetario alternativo. Arriva dal Vietnam o dalla potenza della Cina che – per Vltchek — è ancora un paese socialista, che persegue un suo modello e ora un nuovo corso, utilizzando il capitalismo ma senza cedere, come ha dichiarato il presidente Xi, sulle conquiste fondamentali e sul controllo da parte dello stato». Arriva, soprattutto «dall’America latina socialista e bolivariana, i cui popoli hanno capito la lezione e perciò renderanno senza effetto la firma degli accordi economici realizzati dagli Usa all’interno del Tpp. Per le borghesie occidentali e per le sinistre addormentate nei loro privilegi, l’America latina è un pericoloso esempio di internazionalismo basato su una solidarietà globale ugualitaria».

«Per “salvaguardare la libertà e la sicurezza”, sottolinea Stoltenberg, la Nato ha preso nel 2015 tutta una serie di «misure di rassicurazione, sostenute da circa 300 esercitazioni militari». Dal rapporto si capisce che questo è solo l’inizio di un colossale rilancio militare della Nato».

Il manifesto, 29 gennaio 2016 (m.p.r.)

Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg avrebbe dovuto presentare ieri il suo rapporto annuale nella nuova sede di Bruxelles. Non è però ancora ultimata, perché le spese di costruzione sono lievitate dai previsti 460 milioni nel 2010 a 1,3 miliardi di euro, cifra destinata ad aumentare ancora.

Questa opera atlantico-faraonica, che si prevede di inaugurare nel 2016, è composta da otto ali, convergenti in una struttura principale, le quali «rappresentano il consenso e le aspirazioni di pace degli alleati uniti sotto un tetto in vetro, simbolo della trasparenza della Nato».
«Aspirazioni di pace e trasparenza» che, assicura Stoltenberg, continuano a caratterizzare la Nato, la cui più grande responsabilità è «salvaguardare la libertà e la sicurezza» non solo dei paesi dell’Alleanza, ma anche dei suoi partner.

Il 2015, purtroppo, ha dimostrato che «l’insicurezza all’esterno mina la nostra sicurezza all’interno». Ciò a causa dei «brutali attacchi terroristi alle nostre città», della «crisi dei rifugiati», delle «reiterate azioni della Russia in Ucraina» e della sua «espansione militare in Siria e nel Mediterraneo orientale». Si capovolge in tal modo la realtà, nascondendo che la causa fondamentale di tutto questo è la serie di guerre condotte nel quadro della strategia Usa/Nato: Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011, Siria dal 2013, accompagnate dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia Usa/Nato, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova guerra fredda contro la Russia.

Per «salvaguardare la libertà e la sicurezza», sottolinea Stoltenberg, la Nato ha preso nel 2015 tutta una serie di «misure di rassicurazione, sostenute da circa 300 esercitazioni militari». Dal rapporto si capisce che questo è solo l’inizio di un colossale rilancio militare della Nato. Dopo l’attivazione di «piccoli quartieri generali» in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Ungheria e Slovacchia, viene deciso di «preposizionare materiale militare nell’Est europeo, così da poter rapidamente rafforzare, se necessario, gli alleati orientali». Viene deciso allo stesso tempo di potenziare la «Forza di risposta», aumentata a 40mila uomini, in particolare della «Forza di punta ad altissima prontezza operativa» che, come ha dimostrato l’esercitazione Trident Juncture 2015, può essere proiettata in 48 ore «ovunque in qualsiasi momento». Allo stesso tempo si annunciano ulteriori misure per «rafforzare la difesa collettiva» verso Sud. La Nato è dunque pronta ad altre guerre in Medioriente e Nordafrica, a partire dalla Libia.

Il quadro presentato da Stoltenberg riporta in primo piano la questione politica di fondo.
L’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea stabilisce che «la politica dell’Unione rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico». Poiché sono membri della Alleanza atlantica 22 dei 28 paesi della Unione europea, è evidente il predominio della Nato. Inoltre, il protocollo n. 10 sulla cooperazione istituita dall’art. 42 sottolinea che la Nato «resta il fondamento della difesa collettiva» della Ue, e che «un ruolo più forte dell’Unione in materia di sicurezza e di difesa contribuirà alla vitalità di un’Alleanza atlantica rinnovata». Rinnovata sì, ma rigidamente ancorata alla vecchia gerarchia: il Comandante supremo alleato in Europa è sempre nominato dal presidente degli Stati uniti e sono in mano agli Usa tutti gli altri comandi chiave. Gerarchia accettata dalle oligarchie politiche ed economiche europee che, pur in concorrenza con quelle statunitensi e anche l’una con l’altra, convergono (pur a differenti livelli) quando si tratta di difendere l’«ordine mondiale» dominato dall’Occidente.

In veste di portavoce di Washington, dopo aver annunciato l’azzeramento dei tagli ai bilanci della difesa, Stoltenberg preme sugli alleati europei perché destinino alla spesa militare almeno il 2% del pil.

Obiettivo raggiunto finora, oltre che dagli Usa, da Grecia, Polonia, Gran Bretagna e Danimarca. L’Italia viene inserita tra gli ultimi, con una spesa ufficiale per la «difesa» inferiore all’1% del pil, corrispondente pur sempre a circa 46 milioni di euro al giorno. Ma c’è il trucco. Spese militari per diversi miliardi, comprese quelle per le «missioni» all’estero, sono iscritte in altre voci del bilancio. E tutte escono sempre dalle nostre tasche.

Dalla distruzione dell'Irak alla guerra in Libia, nella quale vogliono gettare anche l'Italia. Ricordiamo gli errori del passato e le loro tragiche conseguenza per non illuderci più che la guerra sia una soluzione.

Comune.info online 19 gennaio 2015

Il 17 gennaio 1991 una coalizione di 35 paesi guidata dagli Stati Uniti attaccò militarmente l’Iraq con l’operazione “Desert Storm”. È bene rinfrescarci la memoria su quello che accadde venticinque anni fa perché ne seguirono a cascata eventi disastrosi per l’Iraq e il Medio Oriente, di cui tutti paghiamo lo scotto poiché viviamo in una casa comune, il Mediterraneo.
Oggi, mentre il presidente del consiglio promette di inviare 450 militari a presidiare un cantiere italiano sulla diga di Mosul, il governo italiano garantisce al Kurdistan iracheno nuovi addestratori e consulenti militari, e il nuovo vicepresidente dell’Eni Lapo Pistelli (già viceministro degli esteri) stringe patti con il ministro del Petrolio iracheno, non abbiamo altro da offrire all’Iraq che armi e soldati in cambio di commesse economiche e petrolio? Venticinque anni fa contro questa logica nasceva “Un ponte per Baghdad”, e la storia di quegli anni ce la ricordiamo.

Tutte le nazioni accettarono nel 1991 di stare agli ordini di un unico comando militare, diretto dal capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi Colin Powell, che molti anni dopo avrebbe mentito spudoratamente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per lanciare una nuova guerra contro l’Iraq. I combattimenti si esaurirono nel giro di un mese e mezzo, causando probabilmente 200.000 vittime irachene di cui la metà civili, 5.000 vittime kuwaitiane e 250 tra i soldati della coalizione.

Risultato: Kuwait liberato dalle truppe irachene ma Saddam sempre al comando,capace nei mesi successivi di schiacciare la rivolta sciita e kurda causando altre 200.000 vittime e 2 milioni di sfollati, nonché il prosciugamento delle paludi mesopotamiche del Sud Iraq, ora in lista per divenire patrimonio dell’umanità in un estremo tentativo di salvare la culla della civiltà umana.

Pochi ricordano che quella guerra causò poche vittime tra i militari della coalizione perché migliaia di soldati iracheni scelsero la diserzione e molti si rivoltarono contro Saddam. Purtroppo l’opzione democratica per l’Iraq non interessava affatto agli Stati Uniti e così l’insurrezione sciita, con forte partecipazione degli strati popolari e di forza laiche di sinistra, fu tradita se non ostacolata dalla coalizione internazionale.

Seguirono tredici anni di embargo contro l’Iraq, e altre 2 milioni di vittime, di cui la metà bambini. Il seguito lo ricordiamo con più facilità: la guerra del 2003, che direttamente e indirettamente ha causato un milione di vittime irachene, la caduta di Saddam, il nuovo governo confessionale sciita che ha messo in atto la sua vendetta, la popolazione sunnita che si è vista negare i propri diritti e pian piano per la disperazione ha aperto la porta a Daesh (IS), e ad oggi un terzo del paese in mano ai tagliagola fondamentalisti. In venticinque anni di guerra e sanzioni questo è il deserto che le coalizioni internazionali di volenterosi hanno fatto in Iraq, paese che nel 1990 aveva il più alto indice di sviluppo umano della regione mediorientale, dopo Israele.

Grande era la confusione in Italia quando il governo si apprestava ad appoggiare le manovre preparatorie della Prima Guerra del Golfo, tanto che il Pci di Achille Ochetto si astenne sulla mozione del governo, scatenando l’ira di Pietro Ingrao che invece si dissociò dalla logica militare. Forte fu il movimento contro la guerra tra associazioni, cattolici pacifisti e partiti di sinistra, con splendidi gesti di disobbedienza come quello del Movimento Nonviolento, che già in quegli anni portò attivisti sui binari di Verona, Trento e Rovereto per fermare i treni carichi di armi che viaggiavano verso il Medio Oriente. Nel processo che ne seguì furono tutti assolti per aver ritenuto di agire secondo giustizia e necessità.

Anche oggi spirito di giustizia e necessità ci impone di lavorare su più fronti, mentre l’Italia già prepara l’intervento militare in Libia, dove la comunità internazionale si appresta a fare gli stessi errori commessi in Iraq: costruire e puntellare un governo di stile occidentale, facendo tabula rasa del passato in termini politici e militari, smantellando istituzioni e sistema amministrativo senza che vi sia un’alternativa funzionale e democratica a disposizione, e senza la capacità né la volontà di far fronte alla disgregazione sociale che ne seguirà. Dobbiamo allora gridare alla politica che la logica militare non paga per “stabilizzare” le altre sponde del Mediterraneo né per fermare il terrorismo, che un paese come l’Iraq con quasi cinque milioni di sfollati interni ha innanzitutto bisogno di aiuti umanitari, che ai profughi che fuggono dalla guerra dobbiamo tendere la mano già nei paesi di provenienza e transito.

Questa volta lo possiamo fare con movimenti sociali, Ong e sindacati iracheni, che nel 1991 non potevano esistere come tali. L’ultima Desert Storm l’abbiamo vista con loro a Baghdad, a ottobre 2015, durante il Forum sociale iracheno. Una tempesta di sabbia ha distrutto nella notte tutti gli stand del forum che gli attivisti avevano organizzato sulle rive del Tigri per condividere strategie per la promozione della pace e della coesistenza. In poche ore decine di ragazzi hanno rimesso tutto in piedi, e il forum ha coinvolto in tre giorni 2.500 persone e 120 organizzazioni. Sfidano le minacce della politica e dei gruppi armati, e nel 2016 andranno nelle aree liberate da Daesh per stringere patti di amicizia con i giovani locali. Ci aspettano, senza armi né scorta, per lavorare assieme contro la logica del terrore e della guerra.

La paura ha mutato la sua funzione sociale: era il timore di un evento da cui lo Stato aveva il dovere di proteggere il cittadino, è diventato lo strumento adoperato da chi ha il potere, con la complicità dello Stato, e vuole accrescere il proprio dominio sulla società.

Comune.info online, 10 gennaio 2016

Non è possibile capire l’obiettivo reale della proroga dello stato di emergenza in Francia [prorogato fino alla fine di febbraio] se non la si colloca nel contesto di una radicale trasformazione del modello statale che ci è più familiare.

Bisogna prima di tutto smentire quel che dicono donne e uomini politici irresponsabili, secondo i quali lo stato di emergenza sarebbe uno strumento a difesa della democrazia. Gli storici sanno bene che è vero il contrario. Lo stato di emergenza è infatti il dispositivo attraverso il quale i regimi totalitari si affermarono in Europa. Negli anni che precedettero la salita al potere di Hitler, ad esempio, i governi socialdemocratici di Weimar avevano fatto un tale ricorso allo stato di emergenza (o stato di eccezione, come dicono i tedeschi) che è lecito dire che la Germania aveva smesso di essere una democrazia parlamentare già prima del 1933.

Il primo atto politico di Hitler, dopo la sua nomina, fu proclamare lo stato di emergenza, che da allora in poi non fu mai più revocato. Quando ci si stupisce del fatto che in Germania i nazisti abbiano commesso impunemente così tanti crimini, si dimentica che quelle azioni erano perfettamente legali, poiché il paese era sottoposto allo stato di emergenza e poiché le libertà individuali erano sospese.

Non c’è motivo di escludere che uno scenario analogo possa ripetersi in Francia: non è difficile immaginare un governo di estrema destra mentre si serve di uno stato di emergenza al quale i cittadini sono stati assuefatti dai governi socialisti. In un paese che vive in uno stato di emergenza continuo e nel quale le operazioni di polizia sostituiscono progressivamente il potere giudiziario, è lecito attendersi una dissoluzione rapida e irreversibile delle istituzioni pubbliche.

Sostenere la paura

Questo è ancor più vero in considerazione del fatto che lo stato di emergenza si inserisce, oggi, all’interno del processo che sta trasformando le democrazie occidentali in qualcosa che bisogna ormai chiamare «Stato di sicurezza» (o Security State, come dicono i politologi statunitensi). La parola «sicurezza» è entrata a tal punto nel lessico politico che possiamo dire, senza paura di sbagliare, che la «ragion di sicurezza» ha preso il posto di quella che un tempo si chiamava la «ragion di Stato». E tuttavia un’analisi di questa nuova forma di governo è attualmente difficile da fare: lo Stato di sicurezza non si riferisce né allo Stato di diritto né a quello che Michel Foucault chiamava «disciplinamento sociale». È quindi opportuno mettere qui qualche paletto in vista di una possibile definizione.

Nel modello del filosofo inglese Thomas Hobbes, che ha influenzato profondamente la nostra filosofia politica, il contratto con cui i poteri erano trasferiti al Sovrano presupponeva la paura reciproca e la guerra di tutti contro tutti: lo Stato era per l’appunto ciò che doveva mettere fine alla paura. Nello Stato di sicurezza questo modello è ribaltato: lo Stato si fonda durevolmente sulla paura e deve sostenerla ad ogni costo, perché da essa trae la sua funzione essenziale e la sua legittimazione. Già Foucault aveva dimostrato che, quando la parola «sicurezza» fece la sua comparsa nel lessico politico francese con i governi fisiocratici precedenti alla Rivoluzione, non si cercava di prevenire le catastrofi o le carestie ma di lasciare che accadessero per poi guidarle e orientarle nella direzione che si riteneva più conveniente.

Non c’è alcun senso giuridico

Allo stesso modo, la sicurezza di cui si parla oggi non mira affatto a prevenire gli atti di terrorismo (cosa peraltro molto difficile, se non impossibile, dato che le misure di sicurezza sono efficaci solo ad attacco avvenuto e dato che il terrorismo è per definizione un attacco senza preavviso), ma mira a stabilire un nuovo tipo di rapporti fra le persone, basato su un controllo generalizzato e illimitato: dal che l’attenzione particolare sui dispositivi che permettono un controllo totale dei dati informatici e delle comunicazioni dei cittadini, compresa la possibilità di accedere integralmente al contenuto dei computer personali.

Il primo rischio è una deriva verso la creazione di una relazione sistemica fra terrorismo e Stato di sicurezza: se lo Stato ha bisogno della paura per legittimarsi, allora è necessario provocare il terrore o, nella migliore delle ipotesi, fare in modo che non sia ostacolato. Si vedono così paesi che perseguono una politica estera che alimenta quel terrorismo che poi pretendono di combattere all’interno, che intrattengono relazioni cordiali o addirittura vendono armi a Stati che sono noti finanziatori delle organizzazioni terroristiche.

Un secondo aspetto che è importante tenere a mente è il cambiamento nello statuto politico dei cittadini e del popolo, che si reputava depositario della sovranità. Nello Stato di sicurezza si osserva una tendenza irrefrenabile verso una depoliticizzazione progressiva dei cittadini, la cui partecipazione alla vita politica si riduce ai sondaggi elettorali. Tale tendenza è ancor più inquietante se si considera che era stata teorizzata dai giuristi nazisti, che definivano il popolo come un elemento sostanzialmente impolitico al quale lo Stato doveva garantire protezione e crescita. Ora, secondo questi teorici c’era un unico modo per politicizzare questo elemento impolitico: attraverso la comunanza della nascita e della razza, che avrebbe distinto il popolo dallo straniero e dal nemico. Non si tratta qui di confondere lo Stato nazista con lo Stato di sicurezza contemporaneo. Quello che bisogna capire però è che quando si depoliticizzano i cittadini poi l’unico modo per farli uscire da questa passività è mobilitarli con la paura di un nemico straniero ma non del tutto estraneo: gli ebrei nella Germania nazista, i mussulmani nella Francia di oggi.

È in questo contesto che bisogna pensare all’inquietante progetto di cancellazione della cittadinanza per i cittadini con doppia nazionalità, che ricorda la legge fascista del 1926 sulla denazionalizzazione dei «cittadini indegni della cittadinanza italiana» e le leggi naziste sulla denazionalizzazione degli ebrei.

Incertezza e terrore

Un terzo aspetto, del quale non bisogna sottovalutare l’importanza, è la radicale trasformazione dei criteri che stabiliscono la verità e la certezza nella sfera pubblica. Ciò che più colpisce l’osservatore scrupoloso nella lettura dei comunicati ufficiali sugli atti di terrorismo, è la totale rinuncia alla ricerca di una verità giudiziaria. Mentre nello Stato di diritto è dato per fondamentale che un crimine debba essere definito tale attraverso un’indagine giudiziaria, nel paradigma securitario bisogna accontentarsi di quello che dice la polizia o di quello che dicono i media basandosi sulla prima: due fonti che sono sempre state considerate troppo deboli. Da qui l’ondata di incredibili e palesi contraddizioni nelle ricostruzioni ufficiali dei fatti, che eludono sapientemente ogni possibilità di verifica o falsificazione e che assomigliano molto di più a chiacchiere da bar che a vere inchieste. Questo vuol dire che lo Stato di sicurezza ha tutto l’interesse che i cittadini – dei quali deve garantire la protezione – restino nell’incertezza riguardo a ciò che li minaccia, perché incertezza e terrore vanno sempre a braccetto.

Questa incertezza la si ritrova nel testo della legge del 20 novembre sullo stato di emergenza, che fa riferimento a «ogni persona nei confronti della quale esistono seri motivi per pensare che il suo comportamento costituisca una minaccia per l’ordine pubblico e per la sicurezza». È del tutto evidente che questa formula («seri motivi per pensare») non ha alcun senso giuridico, poiché poggiando sull’arbitrarietà di chi «pensa», può di fatto essere applicata in qualunque momento a qualunque persona. Ora, nello Stato di sicurezza queste formule indeterminate, che i giuristi hanno sempre considerato contrarie al principio della certezza del diritto, diventano invece la norma.

Depoliticizzazione dei cittadini

La stessa imprecisione e gli stessi equivoci ritornano nelle dichiarazioni degli uomini politici che pensano che la Francia sia in guerra contro il terrorismo. Una guerra contro il terrorismo è una contraddizione di termini, perché uno stato di guerra può essere definito tale solo se esiste la possibilità di identificare con certezza il nemico che si intende combattere. Nella prospettiva securitaria, al contrario, l’identità del nemico deve restare nell’incertezza affinché chiunque – all’interno come all’esterno – possa essere identificato come tale.

Mantenimento di uno stato di paura generalizzato, depoliticizzazione dei cittadini, rinuncia a qualsiasi certezza del diritto: ecco tre caratteristiche dello Stato di sicurezza che hanno tutti i numeri per far rabbrividire gli animi. Da una parte infatti lo Stato di sicurezza verso il quale stiamo scivolando fa il contrario di quanto promette, poiché se sicurezza significa assenza di preoccupazioni (sine cura) esso al contrario sostiene la paura e il terrore. D’altra parte lo Stato di sicurezza è uno Stato di polizia, poiché attraverso l’eclissi del potere giudiziario generalizza quei margini discrezionali della polizia che, in uno stato di emergenza divenuto la norma, sono sempre più determinanti.

Attraverso la depoliticizzazione del cittadino, diventato in un certo senso un terrorista in potenza, lo Stato di sicurezza esce dal campo tradizionale della politica per dirigersi verso una zona grigia, nella quale pubblico e privato si confondono ed è difficile tracciare una linea di confine netta.

Fonte originale lemonde.fr (dove è stato pubblicato con il titolo “Giorgio Agamben: «De l’Etat de droit à l’Etat de sécurité»”, Dallo stato di diritto allo stato di sicurezza). Tradotto per comedonchisciotte.org da Martino Laurenti (che ringraziamo).

Come i mass media, enfatizzando e anticipando gli atti (effettivi o probabili) del terrorismo ne amplifichino l'efficacia propagandiatica ed accrescano la paura percepita.

Il manifesto, 17 gennaio 2016

«Jihadismo e comunicazione. Il meta-terrorismo si nutre dell’amplificazione dei codici comunicativi che l’Isis ha mutuato da Hollywood, investendo molto nella post-produzione e nella strategie di marketing e lancio in prime time. Invece che interrogare esperti di sociologia visuale che tramite quattro coordinate tecniche sappiano decodificare i messaggi e inserire le immagini in un contesto interpretativo, i nostri media le infarciscono di commenti che ne sublimano immancabilmente il potere comunicativo».
L’assalto gemello dello scorso novembre, che prese di mira il Radisson Blue Hotel nella capitale del Mali, aveva già proposto lo schema: la replica «a rullo» della stessa sequenza, una ripresa del vano scale e poco altro nei dintorni dell’albergo, e un imbarazzante vuoto di altre immagini della città e del paese. Poi arrivano i commentatori del caso – spesso volti consueti avvezzi a parlare di tutto — affiancati da immagini di propaganda jihadista, intervallate da mappe improvvisate.

Nell’era dell’informazione globale, questo è lo sconcertante poco con cui abbiamo ormai quotidianamente a che fare: un chiodo ribattuto all’infinito, una miscela di immagini catturate fra circuiti internazionali e social media. Bagliori violenti, punti che raramente vengono uniti da analisi minimamente convincenti: quando si parla di terrorismo ognuno dice un po’ quello che gli pare, vai poi tu a verificare.

Una settimana fa Cheikh Ould Salek evade dal carcere di Nouakchott, capitale della Mauritania, dove pende sulla sua testa una condanna a morte per attentato alla vita del Presidente. La sera prima della fuga aveva chiamato a raccolta i compagni di cella, distribuendo laute somme di danaro; la mattina dopo sulla sua branda hanno trovato una bandiera di Al Quaeda nel Maghreb (Aqim) e una dedica al fantomatico leader della brigata Al-Morabitoun, Mokhtar bel Mokhtar – noto come le borgne, «il guercio». Più volte dato per morto (da ultimo dopo un raro attacco aereo statunitense sui cieli libici) «il guercio» si è recentemente riallineato con i comandi di Aqim, impegnandosi nella costituzione di un ampio fronte quaedista ad ampio raggio, «Al-Qaeda dell’Africa Occidentale».

Sotto la presidenza di Blaise Compaoré, cacciato da una sollevazione popolare un anno fa, Ouagadougu giocò un importante ruolo di mediazione su diversi fronti, dal conflitto in Costa d’Avorio a quello nel Nord del Mali, impegnandosi in trattative che condussero al rilascio di ostaggi occidentali tenuti in mani jihadiste.

Scosso dalle convulse vicende della transizione, il Burkina Faso resta un paese a forte presenza cristiana, dove è debole la pressione di gruppi per l’introduzione della sharia, e dove la propaganda armata quaedista ha tutto sommato poco senso: gli attacchi di ieri vanno dunque letti alla luce di una emergente serialità su scala regionale.

Perché questa lettura sia possibile occorre cercare di illuminare le zone d’ombra del racconto ufficiale – magari proprio a partire dalle incongruenze che hanno segnato l’attacco al Radisson di Bamako, dove gli attentatori ebbero anche il tempo per mettersi a cucinare.

Nulla di tutto questo traluce dai resoconti mediatici a cui ci stiamo abituando, che sostanzialmente alternano immagini di palazzi assediati e clip di propaganda jihadista. Quando si parla di Europa lo schema è ormai consolidato, e si appresta a diventare un genere vero e proprio: si parte con la notizia di «allerta terrorismo a (città X)», corredata da foto di polizie pesantemente armate e strade deserte; a seguire, precisazioni da fonti rigorosamente anonime, e commenti di «esperti» che sempre più spesso si sporgono a speculare su scenari tanto implausibili quanto terrificanti: ad esempio, armi la cui stessa esistenza stessa è un atto sostanzialmente speculativo, come i dispositivi di dispersione radiologica.

Questo genere emergente può essere ricondotto a un fenomeno specifico, a cui è bene dare un nome: meta-terrorismo. Adam H. Johnson sulla rivista statunitense Alternet (Independent Media Institute) lo definisce come il terrore propagato dalla replica non-stop di attacchi terroristici passati e dalla continua speculazione sugli attacchi futuri.

Il meta-terrorismo si nutre dell’amplificazione dei codici comunicativi che l’Isis ha mutuato da Hollywood, investendo molto nella post-produzione e nella strategie di marketing e lancio in prime time. Invece che interrogare esperti di sociologia visuale che tramite quattro coordinate tecniche sappiano decodificare i messaggi e inserire le immagini in un contesto interpretativo, i nostri media le infarciscono di commenti che ne sublimano immancabilmente il potere comunicativo.

Sicuramente sono in arrivo servizi sulle destinazioni di vacanza degli italiani al riparo dal rischio-terrorismo. Un sistema comunicativo in crisi trova nel meta-terrorismo un’occasione per rifiatare.

La cronaca di Raimondo Bultrini e Emanuele Giordana, le analisi dello scrittore Jason Burke e del giornalista Giordana. La Repubblica il manifesto, 16 gennaio 2016 (m.p.r.)
La Repubblica

KAMIKAZE NEL CUORE DI GIACARTA “L’IS VOLEVA UN'ALTRA PARIGI”

di Raimondo Bultrini
Sotto attacco il centro della città: sette morti e venti feriti. Nel mirino Starbucks e un cinema. Caccia ai membri del commando in fuga

Giacarta. Ci sono ancora transenne e soldati a bloccare la strada dove passanti e curiosi si accalcano a tarda sera nel luogo dove ieri un numero ancora imprecisato di kamikaze si è fatto esplodere spostando, dopo Parigi e Istanbul, il terrore a Oriente, nel Paese islamico più popoloso del mondo: l’Indonesia.

Sei esplosioni e una battaglia fra terroristi e polizia hanno sconvolto la capitale Giacarta alle prime ore del mattino, nel cuore del lussuoso distretto commerciale di via Thamrim, che ospita negozi e ristoranti frequentati dagli stranieri e diversi uffici delle Nazioni Unite Le vittime, sette, sono soprattutto membri del commando, ma anche un turista canadese e un passante indonesiano. Tutto è iniziato quando il primo kamikaze del commando si è fatto eplodere davanti a uno Starbuks, seguito da altri due: mentre i vetri andavano in frantumi decine di persone hanno cominciato a scappare e si sono trovate di fronte altri terroristi che hanno sparato. Qui ci sono state le due vittime, mentre i terroristi attaccavano la stazione di polizia al centro di un incrocio.
Subito dopo aver colpito il bar, gli stessi uomini armati insieme ad altri terroristi imbottiti di esplosivo hanno assaltato il retro del grande magazzino Sarinah, il primo del genere aperto nella metropoli da 10 milioni di abitanti nel lontano 1962. Qui la battaglia è stata cruenta: le forze dell’ordine ci hanno messo ore ad aver ragione dei terroristi. Nel frattempo altri due membri del commando si sono fatti esplodere poco lontano, ma le testimonianze sono confuse. «Abbiamo ucciso 2 uomini del commando, tre si sono fatti saltare in aria, e altri tre sono stati arrestati », hanno detto le autorità. Ma il gruppo dei terroristi secondo alcune fonti era molto più numeroso, almeno 14 persone sostengono i media locali.
«Nel giro di 10 minuti è stato l’inferno », dice un dipendente del bar che è tornato a vedere gli effetti delle esplosioni detonate una dopo l’altra nelle poche decine di metri che separano lo Starbuks dal Sarinah. Se il bilancio alla fine non è stato più drammatico sembra solo il frutto del caso e della massiccia presenza di forze dell’ordine allertate da giorni, a sentire le descrizioni che circolano dai racconti di testimoni e vittime. In ogni caso gli ideatori dell’impresa sono riusciti nell’intento di riportare questo Paese a maggioranza sunnita al centro degli obiettivi dell’Islam fondamentalista, anche se manca ancora ogni prova certa sulla matrice dell’attacco.
Nessun gruppo locale ha rivendicato ufficialmente l’impresa, ma l’Is si è attribuito attraverso un sito simpatizzante la paternità degli attacchi contro «un assembramento di crociati» delle «forze anti Stato islamico»: la mente sarebbe Bahrun Naim, arrestato nel 2011 per traffico di armi, rilasciato e dall’anno scorso segnalato a Raqqa, capitale del cosiddetto Stato Islamico, in Siria. Ma diversi ex membri della Jamaat Islamya reclamano di essere i potenziali rappresentanti locali dell’Is, come il gruppo capeggiato da Abu Wardah, noto come Santoso, leader di una formazione chianata East Indonesia Mujahedin affiliata da tempo all’Is. Santoso potrebbe nascondersi nelle isole delle Sulawesi centrali, a Poso.
Da giorni la polizia segnalava l’intensificarsi del rischio attentati in Indonesia: un allarme rosso era stato diffuso in tutto il Paese dopo la scoperta di una rete in azione formata da ex soldati dello Stato islamico rientrati in Patria dopo aver combattuto in Siria e Iraq, un numero imprecisato ma alto, tra i 200 e gli 800. Pochi giorni fa un militante dei fondamentalisti uighuri dello Xinjang cinese era stato arrestato assieme ad altri con una cintura esplosiva ed era stata la conferma che qualcosa di terribile stava per accadere. «I terroristi avevano annunciato che ci sarebbe stato “un concerto” in Indonesia, ha detto un portavoce della sicurezza». E così è stato.
Ma nonostante l’allarme e i timori per le recenti proteste contro la detenzione del leader di Jamaat Abu Bakar Bashir, accusato di essere il padre del terrorismo islamico nell’arcipelago, la notizia degli attentati è caduta come un macigno sulla popolazione di Giakarta che non si aspettava un’azione così immediata ed eclatante. La stessa zona di Thamrim e le altre strade del centro a traffico sempre intenso e caotico sono rimaste quasi deserte per gran parte del giorno, nel terrore di nuovi attacchi da parte degli altri membri spariti del commando.
Quando è sera la polizia dice che la situazione è ormai sotto controllo. Ogni angolo attorno al luogo dell’attentato, nelle vicine ambasciate, la sede delle Nazioni Unite a pochi passi dal Sarinah e ogni possibile target dei terroristi sono sorvegliate da pattuglie di uomini armati: i controlli andranno avanti per tutta la notte, dopo il messaggio del capo dello Stato Joko Widodo che ha invitato la popolazione alla calma e ha definito l’attacco «un atto di terrore per disturbare la pace e l’armonia della nostra gente».


Il manifesto
A JAKARTA «ATTACCO AI CROCIATI»
di Emanuele Giordana

Indonesia. L’attentato rivendicato da Daesh. Tra le vittime un canadese e un indonesiano. Sette i morti, di cui 5 sono gli attentatori, tutti locali. Tra i feriti un algerino e tre europei

La rivendicazione è arrivata a distanza di qualche ora dall’ennesimo attentato coordinato e che questa volta prende di mira Jakarta, la capitale del più popoloso Paese musulmano del pianeta. Prima un sito vicino al sedicente Califfato poi un messaggio di Daesh che certifica la nuova battaglia contro i «crociati» anche se per la verità, nel cuore di Jakarta, di crociati ve ne sono pochi: tra le vittime ci sono un canadese e un indonesiano (il bilancio è di sette morti di cui 5 sono attentatori, tutti locali) e nella ventina di feriti un algerino, un austriaco, un tedesco e un olandese. Sembra più un caso che un target. La dinamica dell’attentato multiplo è ancora confusa: il numero degli attentatori a cavallo di motorini varia sino a 14.

Le esplosioni sarebbero state almeno sei o sette e sembrerebbero imputabili a tre kamikaze (che fan saltare una baracca della polizia a un incrocio) e a lanci di granate. Un kamikaze entra da Starbacks, la catena internazionale del caffè, fa poco danno ma gli avventori entrano nel mirino dei jihadisti all’uscita dall’edificio.

Ci sono già i primi arresti e la conferma che ci sarebbe proprio Daesh dietro una tentata strage che in realtà è un mezzo fiasco: la paura c’è tutta e nel mirino forse anche ambasciate e una sede dell’Onu ma nella realtà è la popolatissima e popolare zona del Sarinah, uno dei primi centri commerciali della città, a farne le spese e con lei i tanti feriti colpiti dalle schegge di detonazioni tutto sommato poco potenti. Con la paura c’è anche l’effetto mediatico: l’Indonesia come la Francia, Jakarta come Parigi. Lo spettro della guerra totale ancora una volta la fa da padrone colpendo la quotidianità dello shopping in una zona frequentata da ricchi e poveri, magnati in auto sportive e venditori ambulanti.

Le piste sono diverse. Quella di Daesh, secondo la polizia indonesiana, porterebbe a Bahrun Naim, un locale che starebbe combattendo in Siria. La polizia aggiunge che dietro il colpo ci sarebbe anche il tentativo di prendere il comando dei simpatizzanti di Daesh, un movimento che è presente in Indonesia ma senza grandi numeri anche se, alcuni giorni, fa la polizia ha arrestato una serie di sospetti affiliati allo Stato islamico che avrebbero avuto in mano piani di attacco a diversi località nazionali tra cui la capitale. Un piano, dicono gli inquirenti, finanziato con denari provenienti da Raqqa.

Ma in Indonesia c’è anche Al Qaeda: gli attentati - riferisce la Bbc - sono stati preceduti, l’altro ieri, da un messaggio audio di Ayman al-Zawahiri rivolto agli indonesiani e ai musulmani nel Sudest asiatico. Messaggio che li esortava a colpire interessi di Usa e alleati. Poi c’è la pista Abu Bakar Bashir:

Condannato a 15 anni di prigione per un campo di addestramento jihadista, Bashir è considerato il leader spirituale della Jemaah Islamiyah, l’organizzazione terroristica responsabile della strage di Bali del 2002 rivendicata dai qaedisti. Bashir se l’è sempre cavata ma proprio due giorni fa si è visto rifiutare un appello che richiedeva l’applicazione di una sentenza minore comminatagli da una corte di giustizia ma il cui verdetto è stato annullato. Bashir avrebbe giurato fedeltà a Daesh nell’agosto del 2014 ma secondo alcune fonti avrebbe poi ritrattato l’adesione che aveva creato divisioni nel suo gruppo, la Jemaah Ansharut Tauhid (Jat), fondata nel 2008 proprio per non farsi coinvolgere nelle indagini sulla JI.

Il quadro insomma è complesso. Certo Daesh ha un progetto nel Sudest asiatico: dei 30mila non arabi che pare combattano per Daesh, quelli di quest’area sono solo alcune centinaia e gli indonesiani han scelto la linea dura: chi va in Siria (5 o 600 persone) non potrà più tornare a casa. Per adesso nell’arcipelago non si è andati più in là di manifestazioni di sostegno a Daesh — come quella organizzata a Giacarta dal gruppo Islamic Sharia Activists Forum — o dell’adesione di vecchi maestri di jihadismo come nel caso di Bashir. A occuparsi di questi problemi c’è comunque Densus 88, un gruppo d’élite anti terrorismo dalla mano pesante. L’Indonesia infine ha una tradizione di islam moderato che vede i gruppi più importanti del Paese condannare Daesh e venir coinvolti dal governo per evitare che il contagio degeneri.

Sul piano strettamente locale le cose sono però confuse dal fatto che le indagini hanno spesso portato le autorità a fare i conti con la malavita locale, uomini d’affari e agenti deviati, legati da una rete nostalgica della vecchia stagione della dittatura del generale Suharto, durata trent’anni e abile nel manovrare gruppuscoli e sigle per controllare l’opposizione. E con una vocazione al caos da cui far uscire una nuova richiesta di ordine che riproponga il pugno di ferro e gli affari che il clan Suharto garantiva a una compagine di affaristi protetti dal regime.

La Repubblica

Povertà, predicatori d’odio e amministrazioni corrotte così la Jihad contagia l’Asia
di Jason Burke


Jason Burke, 46 anni, è uno dei massimi esperti mondiali di terrorismo. Scrive da Delhi per il Guardian e il suo ultimo libro è The New Threat from islamic militancy da poco pubblicato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti

IL 2016 non è iniziato bene. Ogni settimana ha portato con sé nuovi attentati e minacce. Chi sperava in una pausa dal ritmo incessante della violenza è rimasto deluso. All’inizio di questa settimana le prime pagine dei giornali hanno aperto con gli attentati terroristici in Egitto e Istanbul. L’ultimo, un attentato suicida contro turisti tedeschi in una delle mete più celebri d’Europa, ha accentuato la sensazione di pericolo immediato per l’Occidente.

Ieri, però, c’è stato un piccolo spostamento nel quadro globale: l’epicentro degli attentati si è spostato a Oriente, in Indonesia, dove sono stati presi di mira un edificio delle Nazioni Unite e uno Starbucks. Senza dubbio l’epicentro degli attentati si sposterà ancora, ma intanto il mondo è tornato inaspettatamente a guardare verso l’Asia. Dove all’improvviso sembra essersi aperto un nuovo fronte nella guerra globale contro lo Stato Islamico.
Che stiano emergendo problemi in questa parte del mondo islamico che si espande a Est dell’Iran, era prevedibile. In Europa dimentichiamo spesso che è lì che vive almeno la metà dei musulmani. Tutti i più grandi paesi a maggioranza islamica si trovano a Est dell’Afghanistan: inclusi Pakistan (200 milioni), Bangladesh (150 milioni) e Indonesia (270 milioni). Senza dimenticare i 160 milioni che vivono in India. Se aggiungiamo le comunità di altri paesi come Malesia e Afghanistan e le minoranze islamiche di Myanmar, Thailandia e Filippine, il totale tocca gli 800 milioni di musulmani. Solo una piccola parte di loro è dedita alla violenza: ma la minoranza di una maggioranza può diventare un problema enorme.
Non deve stupirci. I fattori chiave della militanza islamica in Medio Oriente sono presenti anche nel Sudest asiatico e nella regione pacifica. Dove c’è un alto numero di giovani disoccupati. Le amministrazioni corrotte e inefficienti non garantiscono i servizi basilari alle popolazioni. E predicatori pagati dai paesi arabi da decenni propagandano l’Islam più conservatore e intransigente, spingendo ai margini letture più tolleranti e sincretiche. Come in Europa, anche qui molti giovani giudicano superati i valori religiosi tradizionali, ma trovano sgradevole ed alieno il consumismo capitalistico occidentale. E c’è una generazione intera cresciuta in mezzo ai conflitti esacerbati dagli attentati del 2001 in America, nutrita dall’infiammata retorica carica d’odio che da quei conflitti è scaturita.
Naturalmente ogni paese ha le sue specificità: il Pakistan ha un rapporto problematico con i gruppi militanti islamici sponsorizzati dallo Stato; gli indiani musulmani sono solo il 14 per cento di un’enorme e variegata nazione a maggioranza hindu; il Bangladesh ha una storia complessa di guerra civile e liberazione che influenza ogni sua forma di partecipazione; l’attivismo filippino ha una componente criminale e legami internazionali che vanno molto indietro nel tempo. Ma questi paesi hanno anche molte cose in comune: come l’attivismo islamico estremista profondamente radicato.
In Indonesia il fenomeno risale alla resistenza opposta dai gruppi musulmani ai colonizzatori olandesi e poi ai vari governi laici successivi. I disordini settari degli anni 90 e 2000 hanno alimentato la crescita di ideologie violente che, all’inizio del millennio, ha partorito un movimento estremista vigoroso e relativamente grande chiamato Jamaa Islamiya. Lo stesso che provocò gli attentati ai nightclub di Bali del 2002, una delle azioni terroristiche più spettacolari post 11 settembre e che nei 5 anni successivi ha portato avanti la sua azione lanciando una campagna terroristica in tutta l’Indonesia.
Nel 2009 quest’ondata di attivismo in Asia e in Europa sembrava smorzata. Fino all’ascesa dello Stato Islamico nessuno pensava si sarebbe ripresentata. Come accaduto altrove, l’Is ha dato nuovo slancio a un movimento quasi scomparso grazie al suo mix di risultati concreti sul terreno e soluzioni utopiche alla questione dell’ummah, la comunità islamica globale. In questo Internet ha aiutato, riversando un fiume di propaganda sugli smartphone della regione pacifica, e bersagliando nello specifico i musulmani indonesiani.
Ripercorrendo a ritroso la storia della violenza in Indonesia emerge però una diversa verità. Che dimostra come l’Is non crea tanto problemi nuovi, quanto resuscita i vecchi. C’erano situazioni di violenza radicata vecchie di decenni in tutti i luoghi dove oggi la violenza è associata alla militanza islamica. In Nigeria Boko Haram opera in una regione dove le ondate di revivalismo si susseguono da decenni. In Egitto la violenza jihadista è iniziata più di 40 anni fa. In Thailandia la violenza dei musulmani malesi nell’estremo Sud del paese è passata nel giro di alcuni anni da una lotta separatista ed etnica di sinistra, a un fenomeno di jihadismo criminale ed efferato. Per ora qui ci sono pochi segnali di penetrazione da parte dell’Is, ma il potenziale è evidente.
Negli ultimi anni una costante dei politici occidentali è stata la scarsa attenzione verso ciò che accade al di là del golfo Persico. Comprensibile, certo. L’Europa ha storicamente avuto maggiori interazioni - positive e negative - con il Medio Oriente e il Nordafrica rispetto a quella con governi e paesi musulmani più distanti. Nell’ultimo mezzo secolo, le risorse di carburante hanno dato al Medio Oriente un’ovvia importanza. Per un decennio Al Qaeda ha riservato la sua attenzione al Pakistan, dove aveva sede, e sul vicino Afghanistan: ma l’avvento dello Stato Islamico, le ha soffiato il posto di più seria minaccia contemporanea all’Occidente. L’Is ha le sue basi in Siria e Iraq, con forti legami emergenti in Egitto, Yemen, e Libia: ed è dunque in direzione di questi paesi che dobbiamo rivolgere oggi la nostra attenzione.
Per fortuna, la maggior parte degli estremisti ignora la metà dell’ummah che vive a Est del territorio dell’Is. Il progetto propagandistico degli estremisti privilegia il Medio Oriente sopra ogni altra regione, perché è qui che è nata la fede islamica, qui sorgono i suoi luoghi più santi, e qui si sono avvicendati i califfati fondati dalla morte del Profeta Maometto in poi. E privilegia anche l’arabo e gli arabi.
Questo potrebbe rivelarsi un inconveniente enorme per il jihadismo in Asia. Anche se in Siria combattono per lo Stato Islamico battaglioni internazionali - comprendenti anche una brigata mista di indonesiani e malesi - la visione complessiva dei suoi leader resta in sostanza provinciale, malgrado tutta l’eloquenza universalistica. Ed è proprio questa sua limitatezza, al pari della sua orrenda violenza e della sua intolleranza reazionaria, a far sì che la stragrande maggioranza degli 800 milioni di musulmani asiatici continuerà a respingerne l’ideologia e il messaggio imbevuto di odio.
Traduzione di Anna Bissanti
Il manifesto
«BELLA EPOQUE» DELLA DITTATURA E JIHADISMO
di Emanuele Giordana
Può rassicurarci, oltreché allarmarci, sostenere che Jakarta è come Parigi e Istanbul. Che Daesh ha un progetto globale e che il Paese delle 13mila isole è il tassello più gustoso del Califfato allargato. Ma la targa Stato islamico sull’attentato di Jakarta non deve farci dimenticare di che Paese parliamo. Ogni nazione ha una storia nella quale il jihadismo, al netto dell’imperscrutabile richiamo che esercita soprattutto su alcuni giovani musulmani, può giocare un ruolo eterodiretto.

E non solo da Raqqa. L’Indonesia, fino ad allora sopratutto meta turistica e, per i più edotti l’ex regno di una dittatura ultratrentennale, fece parlare di sé nel 2002 con la bomba di Bali. Duecentodue morti in maggioranza stranieri quando ancora colpire i turisti era una novità. Le indagini, indirizzate sulla Jemaah Islamiyah e sul controverso guru islamico Abu Bakar Bashir, rivelarono piste che puzzavano di bruciato. Alcune infatti portavano più in là del jihadismo locale, tutto sommato un fenomeno - oggi come allora - residuale.

Portavano a figure oscure che si muovevano tra la potente malavita indonesiana, ricchi businessman, settori dell’esercito, l’unico soggetto in grado di possedere esplosivi e che vantava una lunga storia di infiltrazioni nei movimenti islamisti e settari perché servissero a scatenare il caos: prima in funzione anti comunista, poi - dopo il golpe del 1965 e con l’avvento di Suharto - per controllare possibili ribelli.

Poi ancora - nella nuova e fragile stagione di una neonata democrazia - per poter di nuovo servirsi del caos e instillare l’idea che un ritorno della vecchia guardia al potere fosse la panacea: ordine, la stessa parola che aveva segnato la stagione del dittatore che l’aveva appunto chiamata Orde Baru, «ordine nuovo».

Dunque malavita, potentati economici legati al crony capitalism della famiglia Suharto, pezzi dei servizi militari deviati e riconducibili al periodo della dittatura. Questa società nascosta e segreta aveva e ha in odio la nuova stagione democratica. Se n’è fatta in parte una ragione ma rimpiange la belle epoque della dittatura.

Legami diretti tra la stagione stragista iniziata nel 2002 (e ripetutasi sino al 2009 con le bombe negli alberghi e poi ancora, solo qualche tempo fa, con un’esplosione davanti alla casa del sindaco di Bandung) non sono mai stati dimostrati ma a tratti i nomi di qualche businessman o di qualche agente o di qualche militare saltava fuori. Poi - complice una magistratura molto morbida - le sigle Al Qaeda e Jemaah Islamiyah coprivano tutto.

Se dietro ai fatti di ieri ci sia qualche burattinaio locale è presto per dirlo ma nel conto bisogna metterci anche questa ipotesi se non si vuole che il brand Daesh serva a insabbiare possibili piste dove si muovono i protagonisti di un’epoca che ancora non è passata. Anzi, proprio il nuovo segno della politica indonesiana, incarnata dall’outsider Joko Widodo, deve mettere in guardia.

Quando si presentò alle presidenziali del 2014 sfidò nientemeno che un genero di Suharto, primo marito di Titiek, la più giovane delle figlie dell’ex dittatore ormai defunto. A Prabowo Subianto, ex generale e uomo d’affari, guardava proprio il vecchio mondo del crony capitalism e dei nostalgici della dittatura. Joko Widodo vinse. Ma quelle forze oscure che rimpiangono il passato sono tutt’altro che sconfitte: prova ne sia che a distanza ormai di cinquantanni è ancora vietato discutere del golpe del 1965 e delle stragi che ne seguirono.

È in quell’oscura trama di interessi che Daesh o chi per lui può trovare alleati. Ancor prima che tra qualche giovane dei sobborghi di Jakarta o di Bandung abbagliato dall’utopia jihadista di Al Bagdadi.

La cronaca di Fazila Mat, i commenti di Marco Ansaldo, Fabio Mini e Andrea Tarquini, l'intervista di Andrea Bonanni a Federica Mogherini.

Il manifesto, la Repubblicail Fatto quotidiano, 13 dicembre 2016



Il Manifesto
«ATTACCO ISISt» A SULTANAHMET
di Fazila Mat
Turchia. Esplosione nel cuore turistico e commerciale della città turca tra Santa Sofia e la Moschea Blu. Dieci le vittime, otto sono turisti tedeschi. Per il governo è stato lo Stato Islamico

Un nuovo attentato, questa volta a Istanbul, nel cuore economico e commerciale del paese. Dopo gli attacchi kamikaze di Suruç del luglio scorso (33 vittime) e di Ankara a ottobre (con oltre 100 morti)il governo turco guidato dal premier Ahmet Davutoglu (e di fatto dal presidente Recep Tayyip Erdogan) deve affrontare il terzo attacco attribuito — dalle stesse autorità — allo Stato islamico (Isis). Una diretta conseguenza, secondo gli oppositori dell’esecutivo, della politica estera condotta da Ankara, e principalmente in Siria.

Le vittime dell’esplosione avvenuta ieri mattina alle ore 10.20 locali, sono «tutti cittadini stranieri», così come confermato nel tardo pomeriggio di ieri Davutoglu ai giornalisti. Si contano anche 15 feriti (tutti stranieri) due dei quali sarebbero in gravi condizioni. L’attentatore, sempre secondo le affermazioni del premier, sarebbe un cittadino saudita - una novità questa rispetto ai precedenti attentati - di 28 anni, giunto in Turchia dalla Siria. Si è fatto esplodere a Sultanahmet, quartiere in cui sono concentrati i principali monumenti storici della città come Santa Sofia o la Moschea Blu e per questo sempre meta privilegiata dei turisti.

La deflagrazione è avvenuta all’Ippodromo romano, nei pressi dell’obelisco egiziano (di Teodosio), mentre stava passando una comitiva di cittadini tedeschi. Nove, tra le vittime, sono infatti tedeschi, il decimo, un cittadino peruviano. Un’ora dopo l’esplosione, così forte da essere stata sentita anche in quartieri sull’altra sponda del Corno d’oro, il Consiglio superiore per la radio e la televisione (Rtuk, organo governativo) ha emanato un divieto temporaneo sulla «diffusione delle immagini del luogo del delitto e dei corpi, sia in diretta che dopo», sollevando non poche critiche, soprattutto nei social media.

«Vi abbiamo esortato più volte a non trascinare la Turchia nella palude del Medioriente» è stata la reazione del leader Chp (Partito repubblicano del popolo, principale formazione d’opposizione) Kemal Kilicdaroglu che ha attaccato il governo accusandolo di essere «incapace di gestire questo paese». Come di consueto, più interventista la reazione del leader del Partito di azione nazionalista (Mhp, i lupi grigi) Devlet Bahceli che invitato Ankara a «reagire pesantemente l’atto sanguinoso» punendo «i mandanti, gli esecutori e i collaborazionisti che operano contro l’umanità e che si annidano nelle case-celle (così chiamate le case dove i membri dell’Isis abiterebbero in gruppi di 12, nda)». Un’altra condanna è arrivata da Selahttin Demirtas, co-leader del Partito filo-curdo democrtico dei popoli (Hdp). «Vogliamo che sappiate che lotteremo fino all’ultimo respiro finché i responsabili non verranno resi noti», ha detto Demirtas.

Per diversi mesi il governo di Ankara è stato accusato da più fronti di appoggiare logisticamente i gruppi d’opposizione - al Nusra e Isis compresi - in lotta in Siria contro il regime di Bashar al Assad. Le accuse sono proseguite anche dopo che nel luglio scorso la Turchia ha preso apertamente parte nella coalizione anti-Isis guidata dagli Usa e dopo una serie di arresti effettuati contro presunti membri dell’Isis in Turchia. Date poi le continue rimostranze degli Stati occidentali - Ankara ha messo in atto un maggiore controllo alle proprie frontiere sudorientali – definite dalle autorità troppo estese per essere interamente controllate - per impedire che i jihadisti potessero transitarvi con agio, come invece denunciato da diversi media.

Ma la lotta del governo turco contro l’Isis è sempre proseguita parallelamente alle operazioni effettuate contro due altre organizzazioni considerate terroristiche da parte di Ankara: il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e il Dhkp-C (Fronte rivoluzionario per la liberazione del popolo), con un bilancio finale di detenzioni a carico dell’Isis, in netta minoranza. Questo atteggiamento che mette sullo stesso piano «tutte le organizzazioni terroristiche» ha fatto sì che i precedenti attentati, ma soprattutto quello di Ankara, fossero attribuiti dall’esecutivo turco ad un «cocktail terroristico», sebbene sia stato accertato dlla polizia che gli esecutori fossero membri di cellule turche dell’Isis.

Anche la dichiarazione rilasciata ieri dal premier Davutoglu segnala il rischio di ripetere la stessa linea. «Da qualunque parte provenga e qualunque motivo si adduca chi fa terrorismo compie un reato contro l’umanità. La Turchia ha dimostrato un atteggiamento aperto e di principio contro tutte le organizzazioni terroristiche, che sia il Pkk o l’Isis…», ha detto Davutoglu.

Ma se la lotta del governo turco contro il Pkk, ripresa a tutto campo dallo scorso luglio non lascia ombra di dubbio, considerati anche i coprifuochi che interessano il Sudest del Paese da diverse settimane e le costanti perdite di vite umane, non risulta ancora chiaro quale sarà la strategia che Ankara intende adottare per impedire che l’Isis preda piede in Turchia e minacci nuovi attentati.

La Repubblica
ISTAMBUL COLPITA AL CUORE.
UN KAMIKAZE FA STRAGE.
UCCISI DIECI TURISTI OTTO ERANO TEDESCHI

di Marco Ansaldo

Ora, nella notte, c’è solo silenzio. E poliziotti al lavoro in tuta bianca e copriscarpe azzurri per rilievi che compiono chinandosi a terra, misurando distanze, parlandosi sottovoce dopo che anche il corpo dell’ultimo turista tedesco è stato rimosso. Ma a Piazza Sultanahmet, nel quadrilatero che i viaggiatori di ogni parte del mondo conoscono, fra la Moschea blu, la basilica di Santa Sofia, il Topkapi e la Cisterna, i jihadisti hanno lasciato per terra una macchia scura. Nessuno riesce a lavarla. Colpendo al cuore l’unica città al mondo che si estende su due continenti, cerniera fra Asia e Europa, hanno voluto spezzare l’ultimo lembo di dialogo che adesso sarà difficile ricostruire.

Come sempre Tayyip Erdogan, l’uomo forte della Turchia, voce tonante e ciglio asciutto, lancia accuse all’esterno. L’altro ieri lo faceva contro i militari, contro i curdi, poi gli alleati islamisti, la finanza mondiale e i media internazionali. Oggi allunga la lista al terrorismo e agli “intellettuali stupidi”. Ma per molti osservatori indipendenti è proprio l’ambiguità mostrata dal suo governo con il Califfato nero, durata quasi tre anni e giocata sul filo di un’acquiescenza criticata da molti, a essere considerata come la causa reale dell’attentato nel centro di Istanbul. Dove l’accordo raggiunto con Angela Merkel e con un’Europa convinta infine a concedere all’alleato turco tre miliardi euro in cambio della lotta al terrorismo e dell’aiuto nel controllare frontiere sempre più porose per lo sbarco di profughi e per l’attraversamento di terroristi, non ha salvato i turisti tedeschi. Solo lo scorso anno sono stati 5 milioni e mezzo dalla Germania. Il prevedibile crollo del turismo, adesso, e le difficoltà dell’economia turca faranno riconsiderare a molti l’affidabilità del loro Presidente.

Tutti i 10 morti sono stranieri e ben 8 quelli tedeschi saltati in aria con l’attentatore, un kamikaze saudita di origine siriana che il premier Ahmet Davutoglu ha spiegato essersi arruolato nel cosiddetto Califfato islamico (secondo alcune fonti, si sarebbe registrato come rifugiato). Alle 10,20 ora locale (le 9,20 in Italia), Piazza Sultanahmet per fortuna non era zeppa di turisti come d’estate. Il freddo incombente in questa stagione in Turchia ha contribuito a tenere molti visitatori lontani. Gruppi di autobus stazionavano comunque davanti alla Moschea blu. Ed è qui, nel piazzale antistante, colmo di giardini fioriti e di fontane, nei pressi dell’obelisco di Teodosio, che l’attentatore si è fatto esplodere.

Una deflagrazione tanto potente da essere percepita fino nella parte asiatica. «La terra ha tremato e c’era un odore pesante che mi ha bruciato le narici», haraccontato una turista tedesca. «Abbiamo sentito un boato fortissimo - dice Turgut, il portiere di uno degli alberghi nella zona, tantissimi ormai e quasi sempre di ottimo livello visto il copioso giro di affari - ma dobbiamo avere paura qui: sia per il nostro lavoro, perché le gente ha subito disdetto molte prenotazioni; sia per la Turchia, ora al centro di giochi che passano sopra le teste di noi cittadini». A guardarli bene negli occhi, i turchi oggi hanno volti affranti: visi impauriti, e pensieri che si immaginano incapaci di immaginare un futuro di pace, stretti come sono fra la minaccia terrorista, la guerra curda riscoppiata in Anatolia, le tensioni con la Russia, e un braccio di ferro irrisolto con l’Europa.

Passa una manciata di ore, e Erdogan compare alla tv. Ne ha per tutti. «La Turchia continuerà a lottare sino a quando le organizzazioni terroristiche non saranno totalmente annientate. Il problema oggi è il terrorismo, non la questione curda. Dobbiamo dirlo al mondo. Sono stupidi gli intellettuali che imputano al governo di aver compiuto qualche tipo di strage. Il governo conosce come il palmo delle sue mani il Sud-Est dell’Anatolia, mentre loro non lo conoscono e non sanno neppure il nome delle strade». Sotto tiro gli intellettuali, gli scrittori, gli accademici, come il sociologo americano Noam Chomsky: tutti colpevoli di criticare l’operato del governo: «Queste persone devono scegliere se stare dalla mia parte o dalla parte dei terroristi». E poi accuse a Russia e Mosca, «che vogliono espandere la loro area di influenza in Siria».

Metà Turchia applaude Erdogan. Lo dimostrano le elezioni stravinte lo scorso novembre, quando ne è uscito premiato con oltre il 49 per cento dei voti, perché considerato l’uomo della stabilità. L’altra metà letteralmente lo odia, giudicando come irresponsabile il suo obiettivo di polarizzare il Paese, mettendo in un angolo avversari politici, magistratura e media, licenziando e facendo arrestare i giornalisti per i loro scoop antigovernativi. In serata la sua polizia scate- na la caccia ai terroristi, e arresta nella capitale Ankara 16 sospetti jihadisti.

Ma questo è un Paese che vive ormai nella paura del terrorismo, alla media di un attacco ogni due mesi. A giugno a Diyarbakir 6 morti, poi a Suruc i 32 giovani che volevano ricostruire la biblioteca della città siriana di Kobane, quindi il 10 ottobre le 102 vittime curde ad Ankara poco prima delle elezioni. Ora l’attacco più duro per l’immagine del Paese. Con un governo che sull’esplosione di Piazza Sultanahmet impone il silenzio stampa, vietando, decreta il tribunale di Istanbul, «tutti i tipi di notizie, interviste, critiche e pubblicazioni simili sulla carta stampata, le televisioni, i social media e tutti gli altri tipi di mezzi di informazione su Internet».

Il Fatto Quotidiano
ERDOGAN HA VOLUTO STRAPPARE
LA CERNIERA TRA EUROPA E ORIENTE

di Fabio Mini

È strabiliante vedere con quanta sicurezza i leader turchi abbiano subito individuato autori materiali e mandanti dell’attentato a Istanbul. Sulle vittime si sapeva ancora quasi nulla e già i vertici politici, della polizia e dei servizi segreti davano nomi e cognomi: erano siriani dell’Isis che, nel lessico politico turco, significa amici del regime di Assad o curdi comunisti del Pkk o tutti e due. La stessa certezza era stata manifestata giorni fa dalle informative inviate dai servizi turchi ai colleghi europei sulla minaccia di attacchi terroristici in Europa. I potenziali autori si trovavano ancora in Siria ma il loro progetto e i loro nomi erano già nelle schede segnaletiche delle polizie europee.

Questa formidabile efficienza dovrebbe essere una rassicurante dimostrazione di forza e coerenza della Turchia e dei suoi alleati, ma non riesce a fugare i sospetti e le ambiguità che ormai costituiscono il terreno di coltura di tutti i “batteri” turchi e mediorientali. La Turchia così maschia e determinata è in realtà una complessa entità ambigua e ambivalente. Da sempre. La Turchia moderna occupa i territori che furono colonie iranico-scite e greche, che furono provincie e clientes di Roma. Il nome Ponto originariamente significava “sentiero” lungo la costa del Mar Nero e nel tempo passò da “sentiero inospitale” a “sentiero ospitale” (Ponto Eusino). Tanto per restare nell’ambiguità. È il limite della migrazione pontica delle orde turco-mongole che convivevano nella Siberia del lago Baikal e si confederarono sotto Gengiz Khan.

La Turchia è l’erede dell’impero Ottomano che rivendicò per sé la funzione di Califfato o difensore di tutti gli islamici nel 1517. Il califfato turco durò fino al 1924, ben 6 anni dopo la fine della Prima guerra mondiale e la caduta dell’impero, quando Kemal Ataturk (generale ottomano) diventato presidente della repubblica turca indisse un congresso che ne decise l’abolizione. La Turchia moderna ha bandito molti costumi del sultanato, ma non ha mai ripudiato l’ascendenza imperiale e soprattutto non ha mai ammesso le responsabilità ottomane negli eccidi e nelle pulizie etniche ai danni dei popoli sottomessi tra cui armeni e greci del Ponto.

Questa Turchia ambigua e reticente avrebbe dovuto essere il ponte tra Europa e Asia: non ci credevano davvero né i turchi né gli europei. La Turchia ha preferito pensare ai propri affari diretti dal panturchismo e la sua funzione di raccordo è sempre nella nebbia. Doveva essere l’interlocutore privilegiato e il massimo mediatore tra cultura occidentale e cultura islamica: tra giochi di potere e giochi di convenienza è riuscita a inasprire le differenze facendo dimenticare le affinità.

Per un certo periodo si è creduto che la Turchia dei generali potesse diventare il ponte tra mondo islamico e Israele: ci fu un’alleanza tutt’altro che chiara tra due regimi che avevano in comune solo il forte militarismo e la predilezione per le soluzioni armate. L’ambiguità fu comunque peggiorata con la deriva islamista del regime di Erdogan che staccò di nuovo i due ambiti politici, ma non quelli commerciali. Doveva essere la sponda asiatica della Nato a guardia del blocco occidentale: si è persa nelle pastoie delle diatribe territoriali e ideologiche con la Grecia mettendo più volte in crisi tutta l’alleanza. Doveva essere il ponte tra curdi e iracheni, iraniani e siriani: con il paravento dell’appoggio al Kurdistan iracheno ha tentato la carta della divisione di tutti i curdi, che oggi o fanno affari con la Turchia o la odiano. E perciò sono “terroristi”. Doveva essere il faro laico di un nuovo approccio alla società islamica: è divenuta sempre più fondamentalista e nazionalista. Doveva essere alleata della Russia e dell’Iran per un nuovo assetto mediorientale e una nuova stagione di rapporti internazionali tra Usa, Europa e Mondo orientale: oggi è vista come un pericolo da tutti i principali interlocutori. Doveva essere un baluardo a salvaguardia della protezione dei rifugiati e della sicurezza europea: ha usato l’emigrazione come valvola di scarico a favore e contro la stessa Europa. Quasi sempre contro e solo dietro pagamento di miliardi sonanti “a favore”.

Dietro la maschera della sicurezza, la Turchia continua a essere un bastione dell’ambiguità. Non sa neppure quale sia il suo destino o il suo nemico. Nessuno può mettere la mano sul fuoco in merito alle sue affermazioni, nessuno può dire chi stia manovrando i terroristi in Turchia e fuori. Nessuno può dire a cosa tendano le informazioni turche condivise col contagocce. Nessuno si può fidare dell’ambiguità e ancor meno dell’arroganza delle affermazioni. L’ambiguità può anche essere una necessità politica, e ne sappiamo qualcosa noi, ma l’arroganza e la sicumera sono vere pazzie. E ne sappiamo qualcosa noi.


La Repubblica

LA GERMANIA: NOI NEL MIRINO
di Andrea Tarquini

Colonia. Angela Merkel non ha perso un istante: ha parlato subito ai tedeschi scossi dai loro morti a Sultanahmet. «Almeno otto sono i nostri concittadini assassinati, forse il bilancio aumenterà; il terrorismo ha di nuovo mostrato il suo volto più brutale e crudele, il nostro lutto è solidale col lutto della Turchia, sono vicina al suo popolo», ha detto la cancelliera, pallida in volto in tv. Germania nel mirino, ancora una volta un amaro risveglio. E parole scelte non a caso, a indicare una partnership strategica con Ankara che non vuol lasciarsi intimidire.

Otto cittadini federali uccisi, almeno altri nove feriti di cui alcuni in gravi condizioni. Lo shock è enorme. «I terroristi sono i nemici dell’umanità intera, che colpiscano in Francia o in Germania, in Siria o in Turchia: il loro bersaglio è la nostra vita libera, di liberi cittadini di democrazie moderne», ha aggiunto la cancelliera, «li combatteremo con tutta la determinazione necessaria». Tutto il giorno è stata in contatto telefonico col premier Davutoglu e col presidente Erdogan, poi ha convocato una riunione d’emergenza del governo, in teleconferenza con l’esecutivo di Ankara. «Siamo vicini al popolo turco, spesso vittima dei terroristi». «È una guerra»: ha detto il premier francese, Manuel Valls. «Sono minacce che conosciamo».

«Non ci lasceremo intimidire », ha incalzato il ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier. Gli appelli alla fermezza indicano che la Germania sa benissimo di essere un bersaglio preferito, speciale, nella strategia del Daesh. «Quelli», dicono fonti dell’esecutivo, «hanno nel mirino la strategia di Berlino. E cioè la strategia di mano tesa a tutti i costi verso la Turchia, l’obiettivo tedesco di agganciare sempre più Ankara all’Europa, nella lotta al terrore come nell’economia, nella geopolitica, nella ricerca di interessi comuni».

Credito per tre miliardi, incontri al vertice frequentissimi, passi a Bruxelles con la Commissione europea per la marcia di Ankara verso l’associazione alla Ue. Tutto nella politica tedesca verso la Turchia, anche negli ultimi mesi, anche dopo svolte autoritarie, ha un obiettivo chiaro: rendere ancor più saldi i legami con l’alleato, fa notare un diplomatico occidentale. Con tre milioni di turchi ormai minoranza etnica in casa, rapporti economici in decollo, e l’uso indispensabile alla Luftwaffe della base di Incirlik per i Tornado da ricognizione che indicano ai jet francesi, americani e russi i siti del Califfato da bombardare e per gli Airbus-cisterna con la croce nera che riforniscono in volo i Rafale decollati della Charles de Gaulle, Berlino è insieme amico-chiave di Ankara in Europa e belligerante nella coalizione antiterrorismo. E ne paga le spese.

La Repubblica

“CORSA CONTRO IL TEMPO PER FERMARE IL TERRORE L'IS STA REAGENDO ALL'ASSEDIO DEL MONDO”
intervista di Andrea Bonanni a Federica Mogherini

Bruxelles. Le bombe a Istanbul, le stragi in Libia, le violenze contro le donne a Colonia, l’attentato al premier libico designato che lei aveva appena incontrato a Tunisi cronaca degli ultimi giorni e delle ultime ore: permetta una domanda personale, signora Mogherini, ma non le capita mai di sentirsi in guerra?

Federica Mogherini, l’Alto rappresentante per la Politica estera e la sicurezza europea, ci pensa un attimo. «No. L’unica guerra che mi sento addosso, ed è drammatica, è la guerra contro il tempo. I fatti che lei ha citato dimostrano che c’è un’accelerazione e un’estensione anche geografica di alcune tendenze già emerse l’anno scorso. Un’accelerazione che diventa tanto più rapida quanto più, in Libia come in Siria, si intravvedono possibilità di soluzione. E noi non possiamo permetterci di perdere questa battaglia contro il tempo per fermare questa valanga di follia che incombe».

La strage di tedeschi a Istanbul lascia pensare che la valanga sta ormai estendendosi anche alla Turchia?
«Non è la prima volta che la Turchia subisce un attentato. Sappiamo da mesi di avere un interesse comune nel contrastare e sconfiggere Daesh. Per questo abbiamo rafforzato la nostra collaborazione nell’antiterrorismo con la Turchia e con altri Paesi della Regione».

In Libia e in Siria la diplomazia stanno facendo progressi. Ma anche Daesh è all’offensiva. Chi la spunterà?
«Non sono un’indovina. Quello che cerchiamo di fare non è tanto prevedere ma determinare il corso degli eventi. Ma la mia percezione è che si siano messi in moto meccanismi impensabili anche solo un anno fa e che finiranno per indebolire Daesh dovunque si trovi. E questo naturalmente provoca reazioni».

Quali meccanismi?
«Intanto per la Libia e per la Siria si è aperto un canale di consultazione permanente tra Europa, Stati Uniti e Russia che ha portato anche alle risoluzioni votate all’unanimità dall’Onu. Sulla Siria abbiamo un coordinamento che comprende tra gli altri Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Iran: anche questo sembrava un traguardo impossibile prima dell’accordo sul nucleare iraniano che abbiamo negoziato l’anno scorso. Il 25 gennaio si terrà il primo incontro negoziale tra il regime siriano e le opposizioni. Tra pochi giorni si dovrebbe insediare il primo governo di unità nazionale libico. Il cerchio politico si sta stringendo attorno a Daesh».

È prevedibile un intervento militare europeo in Libia?
«Se c’è una lezione che abbiamo imparato è che queste crisi non si risolvono dall’esterno. Devono essere i libici a indicare le soluzioni. Non credo che il nuovo governo di unità libico chiederà un intervento militare dell’Occidente. Credo invece che domanderà il nostro sostegno in una serie di settori, che vanno dagli aiuti umanitari, alla ricostruzione, alla creazione di un nuovo esercito e di nuove forze di polizia, al loro addestramento e al loro sostegno logistico per far fronte alla minaccia terrorista. E su questo la Ue e i suoi stati membri, con l’Italia in prima fila, sono da tempo pronti a fornire tutto l’aiuto necessario. Un intervento militare esterno darebbe solo argomenti alla propaganda di Daesh».

A complicare i suoi compiti ci si è messa anche la nuova tensione tra Iran e Arabia Saudita, che minaccia di riacutizzare il conflitto tra sciiti e sunniti...
«Dai miei colloqui con Iran e Arabia Saudita, e altri partner del mondo islamico, ho avuto assicurazioni che tutti vogliano evitare che questi contrasti si ripercuotano sulla crisi siriana o su altri Paesi vulnerabili, come il Libano e l’Iraq. Teheran e Riad siedono insieme al tavolo dei colloqui di pace per la Siria. È importante che continuino a farlo. È importante per la Siria, per le prospettive di stabilità in tutto il Medio Oriente e per evitare di infiammare con scontri settari le comunità musulmane di altre parti del mondo, dall’Africa all’Asia».

Finora si guardava a queste crisi come alla manifestazione di una guerra intra-islamica tra sciiti e sunniti, di cui noi eravamo semmai vittime collaterali. Ma i fatti di Colonia sembrano dirci che non è così. Stiamo vivendo uno scontro di culture che ci colpisce ben al di là del terrorismo?
«Sulle violenze contro le donne nella notte di Capodanno vorrei, come politico ma anche come donna, richiamare alla razionalità. Metterei tre punti fermi. Primo: le autorità tedesche devono fare piena luce su quello che è successo, e sulle responsabilità penali, che sono comunque e sempre individuali, anche per evitare strumentalizzazioni politiche. Secondo: le leggi vanno rispettate da tutti, e in particolare quelle che tutelano i diritti umani e la libertà della donna. Terzo: la violenza sulle donne non è un fenomeno nato a Colonia il 31 dicembre. Vorrei ricordare che la violenza sulle donne fa una vittima al giorno anche in Paesi dell’Unione europea. La condanna per la violenza sulle donne a Colonia è totale. Ma non esiste una singola cultura cui si possa attribuire questo fenomeno».

Anche a causa dei fatti di Colonia, però, la cancelliera Merkel si trova sotto attacco sia in patria sia sui grandi organi di stampa mondiali. Questo fatto la preoccupa?
«Da un punto di vista politico, credo che il sistema tedesco sia abbastanza solido. Quello che mi preoccupa è la dinamica profonda che può innescarsi nella società e che può portare a una ridiscussione della identità tedesca. Finora, sull’accoglienza ai rifugiati, la Germania è stata tra i Paesi in grado di proiettare un’immagine positiva dentro e fuori la Ue. È importante che continui a farlo. Così come è importante che l’intera Europa preservi i valori su cui è stata fondata».

«Lo scrittore dialoga a distanza con Bouvard e Pécuchet. “La guerra senza limiti al terrorismo comporta la realtà permanente del terrore e la sua commercializzazione in quanto mercanzia imprescindibile. La prospera industria degli armamenti, impone come premessa indispensabile le guerre”».

La Repubblica, 8 gennaio 2016 (m.p.r.)

Diceva Borges, il miglior lettore moderno delle Mille e una notte: «Non c’è atto che non sia la coronazione di una serie infinita di cause e l’origine di una serie infinita di effetti», ed è una riflessione che abbraccia sia il mondo letterario che quello reale.

Per fare un esempio recente, senza l’immolazione con il fuoco del 17 dicembre 2011 nella località tunisina di Sidi Bouzid del giovane informatico disoccupato Mohamed Buazizi, la cui bancarella di verdure era stata brutalmente rovesciata dalla polizia perché non aveva la licenza di vendita, il movimento di indignazione popolare che spazzò via la satrapia di Ben Ali non sarebbe nato e non si sarebbe esteso alla Libia di Gheddafi e all’Egitto di Mubarak - tutti gli avvenimenti che vanno sotto il nome di Primavera Araba - facendo da detonatore del caos in cui attualmente si trova immerso tutto il Medio Oriente, con le sue ripercussioni violente in Europa: massacri quotidiani di civili in Iraq e in Siria, comparsa del sedicente Califfato islamico, fuga di milioni di civili, sbarchi massicci di profughi in Italia e in Grecia, attacchi della coalizione contro i jihadisti, sanguinosi attentati di questi ultimi contro quelli che loro chiamano apostati e crociati…
Che cosa sarebbe successo, mi domando, se la mattina del 17 dicembre Mohamed Buazizi non fosse andato al mercato, o se la poliziotta fosse rimasta di guardia al commissariato? Le cose non si sarebbero concatenate come hanno fatto, o lo avrebbero fatto in forme e con tempi diversi. La combinazione del caso e la fatalità che guidano la vita e il destino degli esseri umani confermano quotidianamente l’analisi di Borges del genio narrativo di Sheherazade.
La guerra senza limiti contro il terrorismo comporta la realtà permanente del terrore e la sua commercializzazione in quanto mercanzia imprescindibile. La prospera industria degli armamenti, che crea centinaia di migliaia di posti di lavoro in tutto il mondo, impone come premessa indispensabile l’esistenza di guerre come quelle che oggi stanno prosciugando la Siria e l’Iraq, la Libia e il Sudan, il Mali e l’Afghanistan, la Nigeria e lo Yemen.
Le tensioni regionali rappresentano anche un mercato eccellente per quanto riguarda i Paesi arabi alleati dell’Occidente, Paesi massimamente rispettosi, come sappiamo, dei valori democratici e dei diritti umani, come l’Arabia Saudita e gli emirati petroliferi del Golfo. Le armi arrivano nelle mani dei gruppi jihadisti solo grazie ai contratti sostanziosi firmati con quelli e alla loro fornitura clandestina a intermediari doppiogiochisti come quelli che si scontrano in nome di un credo religioso o nazionale: sunniti contro sciiti, curdi contro turchi, sostenitori e vittime del tiranno al-Assad. Di nuovo Borges: labirinto senza uscita della guerra al terrorismo e circolo vizioso di attacchi e risposte in cui Obama, Putin e Hollande si trovano intrappolati.
Quando la successione di eventi drammatici oltrepassa i limiti della comprensione, l’autore del presente articolo si rifugia nella lettura di Bouvard e Pécuchet: immagina gli eroi (molto poco eroici, peraltro) di Flaubert impelagati in elucubrazioni frutto della lettura di un’abbondante bibliografia sul tema terrorismo e islam. Discutono dell’opportunità di visitare i quartieri a rischio delle banlieue per stabilire un contatto con i giovani sedotti dal discorso jihadista, studiare i loro manuali di educazione islamica, indagare sulle ragioni della loro disaffezione nei confronti dei valori laici e repubblicani della Francia.
Bouvard suggerisce di intervistare un imam radicale per raccogliere le sue opinioni sullo scontro di civiltà profetizzato da Huntington. Pécuchet preferisce uno studio esaustivo della storia del Medio Oriente dalla caduta del califfato ottomano, e delle frontiere artificiali dei nuovi Stati create dagli accordi Sykes-Picot. La trasformazione del credo religioso in ideologia bellicosa è il cuore del problema, dice Bouvard. Che cosa passa per la mente di quelli che si immolano con una cintura esplosiva, si domanda Pécuchet. La dozzina di libri che sono stati scritti sull’argomento non ce lo chiarisce. Forse uno psichiatra potrebbe offrirci qualche indizio (Bouvard).
Che differenze ci sono fra i giovani della seconda generazione di immigrati e i convertiti all’islam? (Pécuchet) I conflitti in famiglia, l’abbandono scolastico, lo spaccio di droga… (Bouvard). In maggioranza si tratta di ragazzi apparentemente integrati, che dall’oggi al domani sposano le tesi integraliste (Pécuchet). Come far fronte alla valanga di rifugiati che si dirigono verso l’Unione Europea come all’epoca delle invasioni dei mongoli e dei tartari? E se stessimo assistendo alla decadenza dell’Occidente, al tramonto delle nazioni bianche? (Bouvard) I valori di fraternità e tolleranza delle nostre società sono compatibili con le barriere di filo spinato erette in Ungheria, Croazia, Slovenia e Austria?
Come distinguere, in quella moltitudine di rifugiati, i cristiani autentici da quelli di origine musulmana? (Pécuchet) Potremmo offrire loro, quando arrivano, un panino al prosciutto (Bouvard). Ho appena letto sul mio dizionario che in caso di grande minaccia o pericolo possono ricorrere alla
taqiyya, la dissimulazione della fede, e mangiarsi il panino (Pécuchet). Che fare, allora, in caso di nuovi attentati? Quali sono i Paesi più sicuri? (Bouvard).
I due personaggi flaubertiani si scambiano congetture. Quanto più lontani dall’Eurabia e dai suoi infiltrati, meglio è. La Norvegia li attira, ma la presenza di immigrati magrebini e turchi li riempie di dubbi. L’Islanda è più sicura, ma la severità del clima li scoraggia. Si mettono a consultare le offerte di destinazioni turistiche in paradisi remoti e tranquilli; con un sussulto scoprono che fra questi paradisi c’è anche Sharm el-Sheikh. Prostrati, evocano le isole del Pacifico, dove gli abitanti professano il cristianesimo: soltanto lì potranno sentirsi in salvo. Anche se forse, chissà…
Traduzione di Fabio Galimberti

L’intervista di Vanna Vannuccini all'analista conservatore Seyed Mohammad Marandi: «L’Arabia Saudita si trova potenzialmente davanti a una tempesta perfetta, anche se negli Stati Uniti e in Europa ha ancora influenza soprattutto perché compra incredibili quantità di armi».

La Repubblica, 8 gennaio 2016 (m.p.r.)

Teheran. Per Seyed Mohammad Marandi, presidente della Facoltà di Studi globali dell’università di Teheran e apprezzato analista conservatore, la crisi tra Iran e Arabia Saudita non avrà conseguenze sull’Iran. «E’ una nota a piè di pagina. Da sempre l’Arabia Saudita percepisce la Repubblica Islamica come una minaccia ed è stata questa una delle ragioni che l’hanno spinta a rafforzare il wahabismo e propagarlo nel mondo. Il wahabismo è per Riad un asset strategico, anche se ora, con la nascita dell’Is, minaccia di ritorcerglisi contro. Certo, mai i regnanti sauditi avevano agito in modo così aggressivo e impulsivo. Questa aggressività è segno di debolezza».

Non le pare di sottovalutare l’importanza dell’Arabia Saudita per gli Stati Uniti e per l’Occidente? I giornali occidentali si sono preoccupati più dell’assalto all’ambasciata a Teheran che delle decapitazioni, perché ancora una volta gli iraniani violavano le convenzioni internazionali..
«L’Arabia Saudita si trova potenzialmente davanti a una tempesta perfetta, anche se negli Stati Uniti e in Europa ha ancora influenza soprattutto perché compra incredibili quantità di armi. I regnanti sauditi sono nervosi. Il prezzo del petrolio continua a scendere, grazie prima di tutto alla loro politica, e ora si trovano di fronte a un buco di bilancio di quasi 100 miliardi di dollari. Il Fondo Monetario Internazionale prevede che potrebbero trovarsi con le casse vuote tra due tre anni, ma le stime di banchieri italiani che ho incontrato di recente sono ancora più catastrofiche: 15-18 mesi. La popolazione saudita è cresciuta pensando che il benessere viene dal suolo, in nessun altro Paese al mondo ci sono proporzionalmente tanti lavoratori stranieri che fanno il lavoro al posto dei locali. Il governo ha dovuto ordinare alle società straniere di assumerne una quota, le società straniere ne farebbero volentieri a meno perché li considerano incompetenti. La coalizione antiterrorismo messa su frettolosamente non è che un’alleanza di carta con un indirizzo a Riad. Il governo saudita dice di combattere l’Is e Al Qaeda ma in realtà in Siria e in Yemen sta dalla parte dei loro alleati».
Per trovare una soluzione alla guerra in Siria una collaborazione tra Iran e Siria appare indispensabile. Che cosa succederà ora secondo lei?
«L’Iran non accetterà le condizioni poste dai sauditi. Perfino i documenti del 2012 appena declassificati dall’intelligence americana sulla Libia confermano che l’Iran aveva ragione: i sauditi sostenevano già allora gli estremisti, non si trattava di teorie iraniane a beneficio di Assad».
Sui social media si accusa l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad di avere le mani in pasta nell’assalto all’ambasciata saudita: è così?
«Non Ahmadinejad stesso, ma probabilmente suoi simpatizzanti che hanno agito spontaneamente».

«I conflitti di oggi, i lasciti di ieri. L’Isis adesso si può battere. Ma il «nuovo ordine mondiale» e le gerarchie politiche fissate dopo l’89 vacillano. Conflitti vecchi e nuovi consegnano un’instabilità che non passa».

Il manifesto, 2 dicembre 2016 (m.p.r.)

Il Califfato potrebbe rivelarsi un episodio transeunte. Più arduo è stabilire se con la sua eventuale sconfitta sul campo verranno meno le cause profonde che l’hanno prodotto. Poiché l’analisi corrente nella politica e nella comunicazione occidentale è viziata da una dicotomia fra Bene e Male, a cominciare dalla definizione riduttiva del Nemico come Terrorismo, gli esiti di questa vicenda così dolorosa per tutti potrebbero non essere veramente risolutivi nel senso della coesistenza se non della pace.

L’obiettivo della guerra intentata dalla coalizione fin troppo estesa e variegata che fa capo agli Stati Uniti contro l’auto-proclamato Califfato nel 2014 e rilanciata con più accanimento nel 2015, anche con l’ingresso nella tenzone della Russia, è la cancellazione dalla carta geopolitica del quasi-stato che controlla ampi spazi di Iraq e Siria e la rimozione degli avamposti costituiti in suo nome in Libia (per tacere dello Yemen o del più lontano Afghanistan).

In Iraq e Siria l’Isis svolge funzioni di governo, amministra un territorio con un popolo valutato in 5 milioni di persone, gestisce un’economia con la rendita garantita da petrolio, imposte e introiti di reperti archeologici e sequestri.

Ci sono i sintomi concreti, sul terreno, di una perdita progressiva di posizioni. Lo sbarco a Sirte potrebbe essere un ripiegamento da quello che è stato e rimane l’epicentro del potere di Daesh e non un ampliamento della sua sfera di «sovranità». Gli attentati in Europa potrebbero essere a loro volta una dimostrazione di debolezza (a Mosul e Raqqa) più che di forza. Non è nemmeno sicuro che le cellule che agiscono qua e là nel mondo organizzando attentati (questi sì a tutti gli effetti configurabili come terrorismo, rispetto alla guerra asimmetrica che si combatte in Medio Oriente e Nord Africa), con richiami più o meno certificabili alla centrale (in questo Isis svolgerebbe una funzione paragonabile a quella di al-Qaida, che non si è mai curata di creare uno stato ma al più di disporre di una base), siano realmente una propaggine del Califfato, rispettino i suoi ordini e giovino alla sua causa.

C’è da considerare, infine, le opinioni pubbliche dei paesi arabi e le minoranze arabe trapiantate in Europa, soprattutto quelle che provano più disagio in termini di economia e psicologia individuale o di gruppo. Alcuni analisti le considerano il «terzo cerchio» della strategia e dell’essenza stessa di Isis per il reclutamento di combattenti e ancora di più per la nube di consenso che si leva da loro incidendo sulla politica, e non solo sulla guerra, a livello mondiale.

Gli avvenimenti che ruotano attorno al Califfato non sono propriamente una novità imprevista. È dalla fine della guerra fredda che gli Stati Uniti, sconfitto e ridimensionato il rivale storico, hanno dislocato da Est a Sud il loro apparato di sicurezza.

Il primo episodio del dopo-bipolarismo fu la guerra contro l’Iraq per «liberare» il Kuwait. L’origine immediata della guerra fu una grossolana violazione delle regole internazionali da parte di Saddam ma la guerra fu sfruttata per fini che oltrepassarono ampiamente il caso specifico. Fra l’altro, fu verificata dal vivo la possibilità per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia anche in quello che George Bush senior definì subito «nuovo ordine mondiale».

Doveva essere chiaro a tutti che - clash of civilizations o «fine della storia» – il responso della competizione Est-Ovest aveva fissato le gerarchie. L’Occidente avrebbe avuto la prima e ultima parola nel governo del mondo secondo il sistema che la scienza politica definisce «unipolarismo imperfetto»: ne dovevano prendere atto la Russia e la stessa Europa, alleato obbligato di Washington, che sarebbe stata infatti chiamata ripetutamente a condividere gli atti di imperio di Clinton, Bush junior e Obama.

La guerra fredda terminò senza che si fosse verificato un evento militare di grosse proporzioni in Europa, la terra in cui i due blocchi confinavano e si confrontavano. Le crisi e i conflitti avevano avuto tutti luogo fuori dell’Europa, in Asia e in Africa, in quel mondo in via di sviluppo che usciva dal colonialismo e quindi dall’orbita dell’Occidente e del capitalismo e che era in cerca di un modello di stato, sviluppo e alleati. Sempre nel discorso in cui enunciò la nascita del «Nuovo ordine mondiale», Bush non aveva nascosto che l’area strategica sarebbe stata ormai un Sud per proprio conto in piena transizione e verosimilmente instabile.

La Corea, il Vietnam, l’Algeria, il Congo, l’Angola, la Palestina e per concludere, a parti rovesciate per quanto riguarda la potenza interventista, l’Afghanistan sono venuti prima dell’islamismo radicale. Un filo di cui ignoriamo il colore unisce le guerre in Periferia di prima e dopo lo spartiacque del 1989. Proprio l’Afghanistan chiuse la trama della guerra fredda (allora si parlava di ideologie) e aprì quella della sfida jihadista (adesso si parla di identità e di religione, comparse già con la rivoluzione in Iran).

Il conflitto che stiamo vivendo non è cominciato nel 2011. Le Primavere arabe potrebbero essere state l’ultimo fallimento del tentativo dei paesi arabi di uscire dall’autoritarismo per vie democratiche. Alla ribalta urgono più che mai i problemi lasciati irrisolti dai passaggi storici del «secolo breve»: la decolonizzazione e la scomparsa dell’Urss nella realtà europea e della «rivoluzione» variamente ispirata all’Ottobre come strumento di liberazione di popoli e classi.

L’integrazione del Sud, entrato nel mercato e acculturato sommariamente per effetto del colonialismo, è ancora un’incompiuta. Le élites e le masse, in modo diverso e fra molte difficoltà (la prova più recente è l’Egitto di Morsi e al-Sisi), lottano, spesso in modo improprio, per emergere, soddisfare le esigenze primarie, conquistare il potere e – alla svolta del Millennio – affermare confusamente una continuità con un passato anch’esso mal definito.

La contestazione nel mondo ha cambiato segno: non giova a nessuno sottovalutare un fenomeno che va molto oltre il fondamentalismo e il terrorismo islamico. Giudicata nella lunga durata, l’intenzione affermata e riaffermata dal governo italiano di «ritornare» in Libia potrebbe essere un passo falso di grosse proporzioni, quale che sia il primo impatto con dirigenti di cui non si conoscono bene le ascendenze e i programmi.

L’argomento ricorrente è che l’Italia ha una grande esperienza di Libia. Si dimentica che il nostro curriculum contempla personaggi del calibro di Badoglio e Graziani? Anche prescindendo dall’horror, si gira intorno a un privilegio che sembrava superato. Se invece la primogenitura dell’Italia si spiega con l’attività dell’Eni, per i cui interessi Renzi ha mostrato una particolare attenzione nei viaggi in Africa, si cade nei soliti cascami petroliferi che, da Mossadeq in poi, hanno fatto la storia delle interferenze occidentali nel Medio Oriente.

Il capo del governo designato in base all’accordo di concordia nazionale fra Tobruk e Tripoli è stato ricevuto a Roma e ha sollecitato il nostro governo a rimettere in moto il trattato che sistemò il contenzioso fra Libia e Italia. L’accordo del 2008 fu l’ultimo atto di grande politica compiuto da Muammar Gheddafi: è come se l’impegno persino ossessivo a riscattare la Libia da una conquista e occupazione sofferte come una menomazione insopportabile abbia segnato, prima ancora dello scoppio della guerra civile, la fine del «tempo» di Gheddafi. Quella richiesta, venuta da chi dovrebbe rappresentare una classe dirigente dichiaratamente post-coloniale, è a suo modo una prova che il colonialismo conserva una sua rilevanza.

Su grande scala, scontando le differenze che caratterizzano un’area vasta e composita come il mondo arabo-islamico, il nodo principale è l’insieme di prevaricazioni e frustrazioni del rapporto Nord-Sud. Fra i protagonisti della guerra per distruggere il Califfato ci sono stati arabi e islamici, sunniti o sciiti, con istituzioni e governi di dubbia legittimità e di incerta durata.

Il futuro di Iraq e Siria non è messo in discussione solo dall’Isis. I membri della coalizione anti-Daesh hanno obiettivi propri, incompatibili fra loro. Il pericolo è che nelle capitali che contano ci si prepari a procedere alla ricomposizione degli stati e delle comunità senza stato seguendo le logiche con cui le potenze esterne, dall’alto, decisero giusto un secolo fa la sorte delle terre arabe appartenute all’Impero Ottomano.

«Lo scorso fine settimana, i delegati libici dei due parlamenti hanno annunciato un piano di pace alternativo. Le potenze occidentali hanno respinto l’iniziativa, affermando che il piano dell’Onu era l’unica strada percorribile».

La Repubblica, 12 dicembre 2015 (m.p.r.)

I diplomatici stanno lavorando febbrilmente per risolvere la lunga crisi libica, con un occhio alla necessità di arrestare le ondate di profughi verso l’Europa e l’altro allo sradicamento dello Stato Islamico dalla costa del Nord Africa. Ma ci sono pericoli ancora più grandi, derivanti da un processo affrettato che consacrasse un governo di unità nazionale senza aver consolidato l’appoggio interno o affrontato le preoccupazioni relative alla sicurezza.

Il Governo libico diviso e le sue milizie litigiose stanno, infatti, lacerando il Paese. Questa è la ragione principale per cui lo Stato Islamico si è radicato ancor più profondamente in una base a Sirte, città natale sul Mediterraneo del deposto dittatore libico Gheddafi. Le Nazioni Unite e le grandi potenze puntano sul fatto che una forte spinta da parte della comunità internazionale possa aprire la strada alla creazione di un governo libico che ripristini l’ordine e diventi un partner per la lotta al terrorismo e il controllo delle migrazioni. Sarebbe una scommessa irresponsabile. All’accordo per l’unità sotto l’egida dell’Onu si oppongono rigidamente i due parlamenti rivali della Libia - il Congresso Generale Nazionale (GNC) nella capitale, Tripoli, e la Camera dei Rappresentanti (HoR) nella città orientale di Tobruk.
Lo scorso fine settimana, i delegati libici dei due parlamenti hanno annunciato un piano di pace alternativo. Le potenze occidentali hanno respinto l’iniziativa, affermando che il piano dell’Onu era l’unica strada percorribile. La nuova unica autorità riconosciuta della Libia proposta sarebbe guidata da Faez Serraj, politico relativamente sconosciuto prima della sua nomina da parte dell’Onu a ottobre. È molto probabile che le condizioni di sicurezza impediranno a Serraj e ai suoi colleghi di entrare in carica a Tripoli.
Questo significa che non avranno controllo sull’amministrazione statale, compresa la Banca Centrale. Si potrebbe innescare una rinnovata lotta per il controllo della capitale tra le fazioni che appoggiano e quelle che si oppongono al nuovo governo. Diplomatici esperti e funzionari delle Nazioni Unite coinvolti nel processo dicono che stanno rispondendo a un’enorme pressione politica da parte delle grandi potenze, tra cui gli Stati Uniti. Il preoccupante risultato è che importanti sostenitori libici del piano di pace stanno cominciando a pensare che la comunità internazionale insista per imporre un accordo su un governo che non può sopravvivere nelle fratture del panorama politico libico.
Non è tuttavia troppo tardi per apportare piccole modifiche al summit di domenica a Roma per migliorare le probabilità di successo della trattativa. I negoziatori hanno bisogno di tenere la porta aperta alle varie iniziative di dialogo che i libici hanno lanciato nelle ultime settimane, non di chiudergliela in faccia con aria di sufficienza.
«Non mera disputa semantica. Il termine radicalizzazione mette in luce processi che conducono i singoli a aderire a Is o Al Qaeda. Il termine terrorismo illumina meglio il modus operandi jihadista nella guerra asimmetrica».

La Repubblica, 10 dicembre 2015 (m.p.r.)

Si tratti del massacro del Bataclan o della strage di San Bernardino, il termine radicalizzazione - lo ha usato recentemente anche Obama, esprimendo il timore per la sua crescente espansione - ricorre sempre più spesso nel linguaggio politico e mediatico. In particolare nel mondo anglosassone o francese, da sempre attento alle fasi che precedono il passaggio alle formazioni, o alle azioni, di tipo jihadista. Nella discussione italiana, invece, è ancora a dominante il termine terrorismo, spesso legato, più che all’efficacia descrittiva, a una concezione rovesciata del politically correct.Una confusione che impedisce di distinguere il prima e il dopo, la fase che conduce a imboccare la via del jihad con la pratica del jihad. Una sovrapposizione non certo ininfluente, se l’obiettivo è la prevenzione mediante svuotamento dell’acqua in cui nuotano i sempre più numerosi pesci radicali.

Non si tratta di una mera disputa semantica. Il termine radicalizzazione mette in luce i processi che conducono i singoli a aderire a gruppi come l’Is o Al Qaeda. Il termine terrorismo illumina meglio il modus operandi degli jihadisti nella guerra asimmetrica, la genesi e la natura delle organizzazioni in cui militano, le loro opzioni politiche e militari, gli effetti che queste producono a livello globale e locale. Il rimando alla radicalizzazione concentra l’attenzione sul prima, sulle fasi che precedono la scelta jihadista. Lo sguardo è rivolto non solo alle cause politiche ma anche alle componenti sociologiche, antropologiche, psicologiche, che conducono l’individuo a quell’opzione. Perché vi sia radicalizzazione occorre che una serie di fatti e fenomeni sociali legati tra loro, o interpretati come tali, producano un mutamento che investe progressivamente l’individuo.
La radicalizzazione non si manifesta improvvisamente: se non agli sguardi esterni che colgono il fenomeno quando i suoi effetti sono già irreversibili. Il percorso che conduce a quell’esito apparentemente improvviso avviene in tempi più lunghi. Perché ha che fare con le motivazioni profonde dell’individuo, che si innescano quando questi incrocia avvenimenti storici che hanno funzione catartica, come la guerra in Siria o la condizione di vita nelle periferie urbane unite al risentimento verso un paese che, nei fatti, non riesce a colmare le fratture sul piano della diseguaglianza e nel quale la doppia memoria, quella dei colonizzatori e quella dei colonizzati struttura, più di quanto si ammetta nelle narrazioni dominanti, i rispettivi immaginari collettivi: come nel caso francese. Perché vi sia radicalizzazione occorre che una traiettoria personale interagisca con un ambiente favorevole e una particolare contingenza storico-politica.
Il focus sui processi di radicalizzazione chiama in causa lo spazio della politica. L’accento sulla sola sicurezza, fattore pur indispensabile, pone, invece, in primo piano il rilievo della dimensione di intelligence, investigativa e repressiva. Ma, come rammenta ogni efficace storia di contrasto alle diverse forme di terrorismo, da sola quella dimensione non è sufficiente. Occorre intervenire sulle cause che lo alimentano. Il nodo è contrarre i processi di radicalizzazione. Ridurli a dimensione residuale.
Non è questa, oggi, la situazione. Il radicalismo islamista, fenomeno che ha una sua autonomia politica e non dipende da questa o quella particolare causa ma dalla credenza in un’ideologia, tanto totalizzante quanto mobilitante, che agli occhi di molti giovani offre una risposta di senso, si diffonde. Perché rinvia al tema, decisivo, delle identità. Identità che, nel tempo della proclamata fine delle ideologie, qualcuno ritrova in una concezione del mondo che si propone come inflazione di valori, come ultima utopia, come solo antagonismo di sistema.
Incidere sui processi di radicalizzazione, compito tanto difficile quanto necessario, è l’unico modo per ridurre un fenomeno che, altrimenti, rischia di dilagare. Mettendo in discussione non solo le relazioni internazionali ma la vita quotidiana e la natura delle democrazie, destinate a diventare altrimenti il terreno delle torsioni e delle ritorsioni. E della guerra civile mimetica. Solo la ripresa di una politica in grande stile, capace di aggredire le cause catartiche che conducono a imbracciare il kalashnikov o indossare una cintura esplosiva, può tentare di farlo. In caso contrario un terrorismo come quello jihadista, di natura globale e che si presenta attrattivamente con il volto del radicalmente altro innestato su simbologie religiose, diverrà endemico.
Intervista a Gino Strada di Vera Mantengoli: «Mi domando cosa voglia dire bombardare i terroristi. Non solo è la risposta sbagliata, ma non è nemmeno praticabile. Qualcuno pensa che i terroristi girino con dei cartelli con la scritta: «Sono un terrorista, colpiscimi»? A rimetterci sono i civili».

La Nuova Venezia, 5 dicembre 2015 (m.p.r.)

Venezia, città per l’abolizione della guerra. È questo il sogno di Gino Strada, primo cittadino italiano ad aver ricevuto qualche giorno fa in Svezia il Premio Right Livelihood, il Nobel alternativo dedicato a persone o gruppi che si stanno impegnando per una società migliore, come ha fatto il fondatore di Emergency dalla sua nascita, nel 1994. I semi per il suo sogno veneziano ha iniziato invece a piantarli in questi giorni nella sede della Giudecca dove, per la prima volta, si sono radunati per il Primo meeting internazionale sulla creazione di un network di risposta clinica alle malattie emergenti" (Emerging diseases Clinical Assessment and Response Network - Edcarn) un centinaio di medici ed esperti di Emergency, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Istituto nazionale malattie infettive «Lazzaro Spallanzani».

Qual è il suo progetto per Venezia?
«Vorrei che questa diventasse la sede internazionale per la nostra campagna contro l’abolizione delle armi e della guerra. Per adesso stiamo svolgendo degli incontri per medici e addetti ai lavori, ma nei prossimi mesi prenderà forma il nostro progetto. Per adesso lo stiamo studiando, ma penseremo anche a un modo di coinvolgere i singoli cittadini. Venezia è una città con una storia di grande apertura e dialogo, capace di parlare a tutti e quindi si presta particolarmente a questo messaggio.
L’Italia però produce e vende molte armi.
«Siamo tra i primi Paesi a produrne. È molto positivo che il premier Matteo Renzi non abbia voluto intervenire nella guerra, ma sarebbe ancora più positivo smettere di dare armi all’Iraq e uscire da questi meccanismi. Mi domando, anche da un punto di vista pratico, cosa voglia dire bombardare i terroristi. Non solo è la risposta sbagliata, ma non è nemmeno praticabile. Qualcuno pensa che i terroristi girino con dei cartelli con la scritta: «Sono un terrorista, colpiscimi»? A rimetterci sono i civili.
Da cosa deriva questo impegno contro la guerra? Quando ha iniziato a occuparsi delle vittime di guerra?
«Era il 1988, in Pakistan. Erano le vittime del conflitto afghano. Quando guardi in faccia le conseguenze di cosa vuol dire usare le armi ti rendi completamente conto che la guerra è una follia scelta da piccoli cervelli che fanno solo disastri.
Molti hanno donato fondi in ricordo della volontaria Valeria Solesin, una delle vittime del Bataclan a Parigi. Cosa ne farete?
«Non sappiamo ancora a quanto ammontino, anche perché il fondo per le donazioni rimane aperto. Li useremo tutti per costruire la seconda ala del reparto maternità dell’ospedale afghano che intitoleremo sicuramente a lei. Adesso i lavori sono fermi perché è freddissimo, ma li riprenderemo presto e contiamo di finire per ottobre prossimo.
Da pochi giorni ha ricevuto un prestigioso premio del valore di circa 100 mila euro. Nel 2015 la Fondazione ha ricevuto ed esaminato 128 proposte da 53 Paesi. È il primo italiano. Come si sente?
«Sono contento. È un riconoscimento che servirà in futuro a Emergency. Non abbiamo ancora deciso su quali progetti investire, ma di sicuro li useremo per le nostre attività».
In questi giorni si è tenuto un importante convegno. Avete raggiunto dei risultati?
«È la prima volta poi che si parla di Ebola in maniera così approfondita perché su questa epidemia la comunità medica non è mai stata preparata, mentre ora abbiamo tanto materiale per sviluppare meglio un piano di intervento».
Tra bugie e reticenze continua l'attiva partecipazione del governo italiano alle stragi in atto ne paesi amici. Una commessa del 2013 mai revocata.

Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2015
«L’Italia non vende bombe all’Arabia Saudita per la guerra nello Yemen, dove c’è chi dice muoiano civili, ma comunque si tratta di un intervento autorizzato dall’Onu». Il ministro della Difesa Pinotti è tornata sulla polemica delle bombe made in Italy usate da Ryad in Yemen, riuscendo a contraddire non solo se stessa (aveva appena dichiarato che queste forniture sono “regolari ”) ma gli stessi documenti del governo - che riportano numero e valore delle bombe vendute - e perfino l’Onu che non ha mai autorizzato i raid e anzi ne chiede da mesi la fine.

Duro il commento di Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (Opal) e di Rete Disarmo: `La Pinotti o mente sapendo di mentire, oppure non sa di cosa parla». Il ministro sostiene che l’Italia non vende bombe ai sauditi e che quelle che da mesi vengono spedite “non sono italiane”, bensì bombe tedesco-americane che dal 2013 “transitano” in », dice Beretta al Fatto.

«Innanzitutto la legge 185 del 1990 vieta non solo l’esportazione ma anche il transito di armi verso Paesi in guerra. Poi, contrariamente a quanto dice la Pinotti, si tratta di ordigni fabbricati o assemblati nello stabilimento sardo della Rwm Italia. Che la vendita sia stata contrattualizzata da ditte americane come la Raytheon e appaltate alla ditta tedesca Rheinmetall, da cui dipende la Rwm Italia, non cambia nulla: sono forniture che vanno autorizzate dal governo, ed elencate nelle relazioni che ogni anno il governo trasmette al Parlamento».

La fornitura è stata autorizzata prima che Ryad entrasse in guerra a marzo. Le centinaia di ordigni partiti a ritmo serrato dall’Italia alla volta dell’Arabia Saudita fanno parte della commessa da 62,3 milioni di euro per 3.950 bombe Mk83 della Rwm Italia autorizzata dal governo nel 2013, insieme alla vendita di 985 bombe Paveway IV sempre della Rwm Italia per 5,9 milioni, anche queste già consegnate. Nel 2014 la stessa ditta è stata autorizzata a vendere altre 1.260 Paveway per 15,2 milioni e 209 bombe Blu109 per 3 milioni, quasi tutte ancora da consegnare, con tutta probabilità sempre all’Arabia Saudita.

L'entrata in guerra di Ryad non dovrebbe indurre il governo a interrompere le forniture, anche se già autorizzate? «Assolutamente sì -afferma Beretta - come nel 2013 quando l’allora ministro degli Esteri Bonino sospese le forniture di armi già autorizzate verso l’Egitto per il rischio che venissero usate nelle violenta repressione delle proteste. Oggi abbiamo la certezza che le bombe esportate dall’Italia vengono usate dall’Arabia Saudita nei bombardamenti in Yemen che non solo, contrariamente a quanto dice la Pinotti, l’Onu non ha mai autorizzato, ma che lo stesso segretario generale Ban Ki-moon ha condannato per le troppe vittime civili”. Non “qualcuno”come dice la Pinotti, bensì l’Onu ha contato da marzo almeno 2.355 civili uccisi, di cui almeno 640 bambini, denunciando violazioni dei diritti umani e possibili crimini di guerra. Ce n’è abbastanza perché l’Italia segua l’esempio della Germania, che a gennaio ha deciso di interrompere le forniture all’ArabiaSaudita. «Continuare a inviare armi è una decisione politica del governo Renzi - spiega l’analista di Opal - di cui si deve assumere la responsabilità».

«Per quanto aberrante dopo ogni

mass shooting ancora più americani si armano, e altre vittime attendono il loro turno, in una roulette russa collettiva che rende ormai troppe parti dell’America meno sicure del Medio Oriente». Il manifesto, 4 dicembre 2015 (m.p.r.)
Per capire la reazione delle «due Americhe», dopo l’ennesima strage, la carneficina di San Bernardino, bastava dare un’occhiata alle prime pagine di ieri dei due principali tabloid newyorkesi. Il New York Post, il giornale di Rupert Murdoch, titolava a grandi caratteri «Muslim Killers», sullo sfondo di un’immagine cruenta dell’eccidio. Il Daily News, il quotidiano di Mortimer Zuckerman, titolava, a caratteri cubitali, «Non sarà Dio a metterci una pezza». E intorno al grande titolo i tweet di quattro alti esponenti repubblicani che commentano la strage rivolgendo al Signore i loro pensieri e le loro preghiere per le vittime. Decedute chissà come, visto che non è neppure nominata la parola gun, arma da fuoco.

La guerra civile americana dei nostri tempi è segnata quotidianamente da morti e feriti. Le mass shooting, le «sparatorie nel mucchio», s’alternano agli omicidi di singoli o pochi individui, opera di lupi solitari fuori di testa, raramente opera di più persone, com’è il caso di San Bernardino, con il coinvolgimento ancora oscuro di una giovane coppia, un americano di origini pachistane, Syed Farook, e di una pachistana, Tashfeen Malik.

In questo far west post-moderno si fronteggiano, appunto, anche le «due Americhe», quella che da tempo e con sempre più insistenza chiede, implora, almeno una maggiore regolamentazione della vendita e del possesso delle armi da fuoco e l’America che, a ogni strage, prega il Signore per le vittime e propone ancora più armi, pistole, fucili, mitra, e maggiore libertà di possederle ed esibirle, anche nei luoghi pubblici, anche nelle scuole e nelle università, secondo la pazzesca teoria che, se si è armati, ci si può difendere in situazioni come quella di San Bernardino.

Per quanto aberrante, proprio questa teoria si rafforza dopo ogni mass shooting (gli omicidi di singoli, anche se centinaia, migliaia, non fanno notizia, come gli incidenti stradali), e ancora più americani si armano, e altre vittime attendono il loro turno, in una roulette russa collettiva che rende ormai troppe parti dell’America meno sicure del Medio Oriente.

Non è solo la forza della National Rifle Association, la potente lobby delle armi, a consentire un simile rovesciamento del senso comune. C’è una destra violenta, oltranzista e razzista che cerca il dominio anche attraverso la costante e crescente alimentazione della paura, sia quella proveniente dal «nemico esterno», oggi l’islam, sia quella di un «nemico interno», nero o ispanico, gente dalla pelle scura di qualche slum degradato.

Così, perfino il ripetersi di omicidi di africani americani perpetrati da agenti di polizia dal manganello o dal grilletto facile diventa, nella narrazione che ne fanno la destra e i suoi media, la litania di episodi di allarme e di paura sulla pericolosità sociale dei neri, da cui occorre difendersi. Con le armi, ovviamente.

La vicenda di San Bernardino, così com’è sintetizzata dalla prima pagina del New York Post, rafforza un’ulteriore base ideologica a una simile propaganda. Non serve neppure usare la parola terrore o terrorismo, basta dire muslim. Ed ecco che il «nemico esterno» diventa anche il «nemico interno».

Questa volta gli autori di una strage sono identificati con la loro religione di appartenenza. Che importa che la comunità islamica americana sia complessivamente ben integrata nella società di cui fanno parte, molto più che in Europa? La destra soffia sul fuoco e la stigmatizza. Ne aizza le componenti più inquiete, marginali, così da indicare poi l’intera comunità come un-American e renderla dunque bersaglio di avversione e anche di odio.

C’è sempre stata questa destra senza inibizioni, in America. E ha avuto anche una grande influenza sulla politica del partito repubblicano, e su frange di quello democratico. Ma nell’establishment moderato ha trovato un certo contrappeso, un limite. Oggi quell’argine non ha più consistenza. Un clown violento come Donald Trump è in cima ai sondaggi, con un distacco considerevole rispetto agli inseguitori, e, si votasse domani, sarebbe lui lo sfidante repubblicano per la successione a Obama. E non è forse Trump a dire e a ripetere che l’11 settembre 2001 nella larga comunità islamica del New Jersey, che vive di fronte a New York, si festeggiò e si inneggiò all’attacco terroristico? Quando un giornalista gli ha chiesto se la sua proposta di una banca dati nazionale dei musulmani non sarebbe cosa diversa dalla persecuzione subita dagli ebrei nella Germania nazista, e lui ha risposto: «Me lo dica lei».

Un fascista. A definirlo così sono esponenti repubblicani di primo piano. «Is Donald Trump fascist?» si chiede sul New York Times Ross Douthat. E sono tante ormai le ragioni per dire sì, il messaggio del miliardario campione dell’antipolitica è decisamente di stampo non semplicemente conservatore ma fascista, un mix di istigazione all’odio verso le minoranze e gli immigrati, estrema misoginia, perfino disprezzo per i portatori di handicap.

Il clown grida nei comizi: non sono un intrattenitore. Ha ragione. Sì, Trump ormai va preso molto seriamente. Non arriverà forse alla meta, e forse, se non riuscirà a conseguire la nomination repubblicana, potrebbe decidere di correre da indipendente, consentendo così a Hillary di vincere più facilmente sull’avversario conservatore a cui Trump sottrarrebbe voti.

È probabile che finisca così. Ma intanto lo scoperchiamento e l’esibizione delle parti peggiori dell’America, che avvengono grazie al suo essere al centro per mesi della scena, al suo gigionismo fascista, danno voce, come egli stesso rivendica, a una maggioranza silenziosa che non deporrà più le armi, non solo metaforicamente, a maggior ragione se il prossimo presidente sarà ancora democratico. Le «due Americhe» saranno ancora più nemiche.

«La risposta affidata solo alle armi è troppo semplice rispetto a una sfida complicatissima dal punto di vista militare e politico. E non ferma la propaganda dell’Is che ha ormai fatto breccia anche in Europa».

La Repubblica, 4 dicembre 2015 (m.p.r.)

La settimana scorsa, in un pomeriggio piovoso nel sobborgo brussellese di Molenbeek, un uomo di 27 anni di nome Montasser parlava di Siria di fronte a un tè e a del pane arabo. Parlava di un uomo più giovane, di 19 anni, con cui era stato in contatto. Il ragazzo era in Siria orientale con lo Stato islamico, e si era offerto per una missione suicida. Montasser cercava di convincerlo a non morire. Non ci era riuscito. Alcuni giorni prima il ragazzo si era fatto saltare in aria contro le «forze nemiche infedeli» in Iraq.
L’episodio illustra molte cose di grande importanza nel momento in cui lo sforzo militare contro l’Is sale di livello. Dimostra che l’Is continua a esercitare forte attrattiva sui giovani musulmani europei, nonostante l’intensificazione dei bombardamenti. Dimostra che i confini del Medio Oriente, vecchi di un secolo, sono irrilevanti per Daesh e seguaci. E mette in evidenza che i raid aerei garantiranno benefici solo marginali nella battaglia contro l’Is. La minaccia dello Stato islamico per l’Europa è come una catena di meccanismi diversi, ma collegati. C’è il meccanismo che attira adolescenti dall’Europa alla Siria. C’è il meccanismo dello Stato che li addestra, li condiziona psicologicamente e poi gli assegna delle missioni. C’è il meccanismo che li rispedisce in patria per uccidere e quello che li mette in condizione di farlo una volta in Francia, Belgio, Regno Unito, Italia o altrove. Tutti questi meccanismi devono agire insieme perché Daesh possa effettuare un attacco contro città europee. E devono essere tutti smantellati per eliminare la minaccia.

L’Europa si è accorta che la cooperazione fra i servizi di intelligence non è andata di pari passo con l’allargamento dell’Ue, e che la mancanza di confini interni significa che bisogna incrementare le risorse per la vigilanza contro possibili minacce. Ci saranno investimenti in risorse tecnologiche, e modifiche legislative per garantire maggiori possibilità di intrusione. Si cercherà di trovare dei modi per individuare in numero maggiore gli estremisti già noti e impedire loro di sfruttare il caos portato dalla crisi dei profughi. David Cameron, il premier britannico, ha detto al Parlamento che la strategia oltre ai raid aerei comprende 70.000 potenziali alleati sul terreno e uno sforzo diplomatico per mettere fine alla guerra civile. Ma queste decine di migliaia di combattenti sono qualcosa che si può solo sperare, non prevedere. E anche i più ottimisti si limitano a sperare in piccoli passi verso una soluzione diplomatica finale al problema più generale del conflitto nella regione.

Uno degli obbiettivi principali della campagna aerea è impedire allo Stato islamico di sfruttare il petrolio. Ma oggi l’Is dal petrolio guadagna molto meno di un anno fa, e gran parte dei suoi introiti viene dalle tasse, non dal commercio. E le tasse non si possono colpire con bombe o missili. La verità, come i leader politici sanno, è che Daesh prospera non in virtù della sua forza, ma per la debolezza e l’interesse egoistico degli Stati che lo circondano, e in virtù della battaglia settaria fra sunniti e sciiti. I raid aerei servono a poco per risolvere le ragioni che spingono alcuni ragazzi a lasciare posti come Molenbeek e andare in Siria. Perché ci vanno? Se c’è qualche legame con la povertà, è un legame indiretto. La disoccupazione è chiaramente un fattore.

Chi si occupa di radicalizzazione sottolinea che quasi nessuno di quelli che vanno in Siria ha responsabilità finanziarie. Probabilmente perché chi queste responsabilità le ha avverte un senso del dovere, o magari perché l’atto stesso di provvedere ad altre persone attraverso il proprio lavoro offre un ruolo e uno status che mettono al riparo dal rischio di radicalizzazione. La cosa più importante sono le persone, non le statistiche o i luoghi. La radicalizzazione è un processo, non un evento. Una ricerca dell’Università di Oxford mostra che nella maggioranza dei casi a spingere una persona verso l’estremismo islamista sono amici o familiari. La militanza islamica non è un lavaggio del cervello. È un movimento sociale che viaggia attraverso reti di parentela e amicizia per irretire giovani del tutto normali. La propaganda li attira perché, per quanto deviati e distorti siano i loro desideri, offre qualcosa. Una volta in Siria, nello spazio ristretto di brutalità e violenza del conflitto e dentro un gruppo estremista, si instaura una dinamica differente. Se mai tornano a casa, non sono più normali.

Nulla di tutto questo si può risolvere con i raid aerei, ma il problema vero è che le immagini di jet pesantemente armati che decollano verso i bersagli in Siria ci rassicurano. E ci sviano anche, perché pensiamo che i nostri leader abbiano trovano una risposta semplice e concreta alla sfida complicatissima che abbiamo di fronte. Significa che la prossima volta che ci sarà un attacco nell’Europa continentale la gente sarà arrabbiata e delusa. Sarà anche più spaventata di prima, perché qualcosa non ha funzionato. Provocare paura è ciò che vogliono i terroristi. Questa settimana, mentre l’Europa si accinge alla «guerra» contro l’Is, i nostri leader farebbero bene a ridurre le aspettative, invece di accrescerle.

Traduzione di Fabio Galimberti

«La Francia, non contenta del disastro provocato in Libia dall’ignoranza di Sarkozy, reitera errore e vittime in Siria, attirandosi – a proposito di guerre «utili» - l’attacco di quella parte del Daesh come movimento che filtra anche sul territorio dell’Europa occidentale».

Sbilanciamoci.info, 1 dicembre 2015

Vedo che la «guerra giusta» di Norberto Bobbio, contro la quale ci eravamo battuti, riappare travestita da guerra «utile», ma non è una gran trovata. Utile per chi? Ogni guerra è sempre utile a una delle due parti in causa, almeno a breve termine, quindi il giudizio di valore va sempre spostato sulla causa del conflitto, mentre il metodo di risolverlo con una guerra va sempre rifiutato.
Ricordiamoci di come apparve la seconda guerra mondiale a Gandhi e a molte parti del mondo non occidentale; se si è contro la guerra, non è possibile una guerra giusta, la guerra va misurata non nei termini dei rapporti di forza che ha prodotto, ma va rifiutata sempre per la quantità di vittime che produce. Non è semplice, perché - per esempio - io non tendo a definire «ingiusta » la seconda guerra mondiale perché i milioni di morti da ambedue le parti l’hanno subita; eppure, per la mia generazione, sulla vita dei cittadini i governi non dovrebbero aver potere di vita o di morte (come nel caso della soppressione della pena di morte).

In verità, per le guerre questo potere gli è lasciato - e non dovrebbe esserlo - con l’argomento per cui Daesh non si potrebbe danneggiare o sconfiggere in altro modo, anche perché si tratta di un nemico diffuso e meno esposto di quanto non sia un paese con il suo stato, con un territorio preciso dove si dispiegano eserciti, fortificazioni, industrie militari, sistemi di trasporto. In realtà, anche Daesh è più presente e concentrato in certi territori e, soprattutto, i mezzi militari gli sono forniti nientemeno che dall’Occidente, al più attraverso la mediazione di un altro paese. Nel caso della Turchia questa mediazione non è necessaria perché nella coalizione internazionale contro Daesh nessun altro stato partecipa alla guerra contro i curdi, che per Ankara sono il principale nemico. Il lancio di un missile turco contro l’aereo militare della Russia, che è in guerra contro Daesh ma non contro i curdi, ne è un segnale minaccioso, tranquillamente sopportato dall’Occidente.

In verità, la guerra nel Medio Oriente ha presentato e presenta sovente, a partire dall’Afghanistan, diversi fronti, anche in parte nascosti, aspetto che non è l’ultima delle sue specificità; essa mette in rilievo le ragioni per cui il più vasto movimento pacifista dei tempi recenti le è nato contro. E non solo i civili ne sono regolarmente le vittime (a ogni attacco, specie aereo) ma, come in tutti i conflitti con una forte componente ideologica, le parti non corrispondono nettamente a un territorio ben definito. Insomma, il carattere particolarmente brutale e non giustificabile delle guerre è qui singolarmente evidente.

La Francia, non contenta del disastro senza via di uscita provocato in Libia dall’ignoranza di Sarkozy, reitera errore e vittime in Siria attirandosi addosso - a proposito di guerre «utili» - l’attacco di quella parte del Daesh come movimento che filtra anche sul territorio dell’Europa occidentale, figlio non soltanto (anche se in buona parte) del disagio sociale, ma di una disperazione più interiorizzata e profonda che ha portato sinora giovani francesi e belgi a concludere le azioni omicide attivando le cinture esplosive e togliendosi la vita.

Non ci si racconti che attendevano di essere accolti nell’aldilà da centinaia di vergini vogliose, disperavano della vita in terra, senza nulla che le dia un senso umano o sovrumano. Manca nel nostro mondo il solo elemento in grado di sconfiggere Daesh, cioè un senso umano o oltre umano che non sia il successo nel denaro, che non a caso essi bruciano, o lo spettacolo inteso in senso proprio come distrazione dal reale.

«Il sogno di ricostruire e unificare il mondo arabo. Un progetto che però si è andato a infrangere contro le mire egemoniche di paesi europei come la Gran Bretagna e la Francia, che per perseguire i propri interessi nazionali in Medio Oriente “crearono” paesi tra loro diversi: la Siria, il Libano, l’Iraq».

La Repubblica, 29 novembre 2015 (m.p.r.)

Per capire cosa succede nel mondo islamico è necessario avere una cultura storica: senza storia infatti non può esserci alcuna comprensione degli avvenimenti. Bisogna sapere, per esempio, che nell’antico Califfato c’era piena libertà religiosa sia per i cristiani che per gli ebrei, mentre l’intolleranza più cieca riguardava solo il mondo cristiano: basti pensare alle Crociate, all’Inquisizione, alle persecuzioni anti- ebraiche.

In realtà il vero problema del mondo arabo è stata la sua colonizzazione durata secoli, dalla fine del 400 dopo Cristo alla decomposizione dell’Impero ottomano. Da queste macerie nacque un sogno: il sogno di ricostruire e unificare il mondo arabo, il sogno di Lawrence d’Arabia. Un progetto che però si è andato a infrangere contro le mire egemoniche di paesi europei come la Gran Bretagna e la Francia, che per perseguire i propri interessi nazionali in Medio Oriente “crearono” paesi tra loro diversi: la Siria, il Libano, l’Iraq. Ed è stato un peccato, perché una nazione unificata araba avrebbe potuto svilupparsi in senso multietnico, visto che in ognuno di quei territori avevano sempre convissuto islamici, cristiani ed ebrei. Questa nazione avrebbe potuto consolidarsi, svilupparsi in un clima di libertà religiosa.
Le cose sono andate diversamente. Prima con la frantumazione in Paesi differenti, ognuno inserito in una differente sfera d’influenza. E poi, molto più recentemente, con gli effetti della strategia americana, con la seconda guerra del Golfo che è servita solo a distruggere lo stato iracheno. Ora da una parte c’è la componente sciita; dall’altra quella curda, decisa a diventare indipendente; e infine quella sunnita.
In questo contesto esplosivo - e con le conseguenze di una serie di fenomeni storici come il fallimento del socialismo arabo, il fallimento delle nuove democrazie, il problema palestinese irrisolto, il sottosviluppo economico e un sentimento diffuso e generalizzato di umiliazione collettiva - si è arrivati alla situazione attuale. In cui perfino nei “laici” Territori occupati la radicalizzazione del conflitto e la disperazione hanno portato a una crescita del potere dei fattori religiosi.
A questo punto, serve in primo luogo una risposta di tipo culturale. Dobbiamo introdurre nei nostri paesi l’insegnamento delle religioni, non del cattolicesimo ma di tutte le diversità: perché la religione non è, come pensava Voltaire, un’invenzione della cura, ma, come diceva Karl Marx, è il sospiro della creatura infelice. In altre parole, è l’infelicità umana che alimenta la religione.
In secondo luogo, per favorire l’integrazione degli studenti musulmani, bisogna mostrare come la Francia - proprio come l’Italia, o la Spagna - sia in realtà una nazionale multiculturale. In Italia ad esempio non ci sono solo discendenti dei latini, è una nazione composta da popoli diversi, siciliani, piemontesi, trentini. E ci sono molti ebrei. L’Italia insomma non ha una razza unica, ma tante diverse, con lingue diverse che col tempo si sono integrate. È la vera eredità dell’universalismo dell’impero romano. La storia insomma deve aiutare anche i giovani a capire come l’integrazione, nel tempo, sia possibile.
Terzo tema: cosa fare oggi con la parola “terrorismo”? Una parola che in realtà non è quella giusta, perché è vuota. Una parola che non contiene in sé una vera fede, una vera passione, ma solo un mondo dalla realtà rovesciata. Era così anche in fenomeni terroristici di altro tipo, come le Brigate Rosse e l’eversione nera in Italia. Le persone non nascono terroriste, si comincia magari per seguire un qualche ideale di salvezza. Come succede con l’Is: dal disagio storico e sociale si passa a pensare di essere al servizio di Dio. E nel caso degli estremisti islamici, il fuoco, il carburante che alimenta la loro follia è la questione irrisolta del Medio Oriente. Questo fuoco è come un cancro, che fa metastasi ormai nell’intero pianeta. Ecco perché bisogna risolvere una volta per tutte il problema mediorientale. Imponendo la pace a tutti le componenti che alimentano questa guerra civile. È questo l’unico modo per isolare il fanatismo di Daesh e del sedicente Califfato.
Ma come fare? A questo punto, ricostruire l’integrità della Siria e dell’Iraq appare impossibile. L’unica soluzione allora è riprendere, tornare a far vivere il sogno di Lawrence d’Arabia, promuovendo una grande Confederazione del Medio Oriente in cui sia ripristinata la libertà di culto. Se decidiamo che è davvero questo lo scopo da raggiungere, allora possiamo portare avanti una grande coalizione che promuova la pace. Solo così quel concetto vuoto che chiamiamo “terrorismo” potrà essere progressivamente liquidato. Questa è una missione vitale, non solo per i francesi o gli europei, ma per tutta l’umanità.
Questo testo è l’intervento che l’autore ha tenuto al convegno internazionale di Rimini organizzato da Edizioni Erickson

«È trascorso oltre un anno dall’inizio delle operazioni Usa in Siria (quasi 3mila bombardamenti), un anno e 4 mesi da quelle in Iraq (altri 3.500) e lo Stato Islamico resta – più o meno - dov’era».

Il manifesto, 28 novembre 2015 (m.p.r.)

Dodici morti, tra loro cinque bambini: è il bilancio del raid che ieri ha colpito la scuola Heten, a Raqqa. Da quando la città siriana è stata eletta «capitale» del Califfato, la scuola era usata come base dai miliziani. Per ora nessuno sa dire che bandiera fosse stampata sul jet responsabile dell’attacco, la francese, la statunitense o la russa. Si aggiungono alle centinaia di civili vittime della coalizione.
A far uscire le loro storie provano attivisti e organizzazioni, a volte i familiari. È quello che ha fatto Muawiyya al-Amouri, padre siriano di sei figli, uccisi ad agosto a Atmeh, città settentrionale vicino Idlib. Ha denunciato la morte dei bambini in un raid Usa, mai reso noto se non giovedì quando il commando generale Usa ha ammesso di aver bombardato nelle vicinanze di Atmeh. Il target era una postazione dell’Isis: «La coalizione spende molto tempo per individuare i target, assicurare la massima efficacia e minimazzare le potenziali vittime civili», ha detto il portavoce Tim Smith.
Rispondono analisti e attivisti: ad Atmeh l’Isis non c’è Quelle morti risollevano una questione in ombra: cosa e come i raid colpiscono Daesh. Con quali informazioni di intelligence e con quanta precisione. È trascorso oltre un anno dall’inizio delle operazioni Usa in Siria (quasi 3mila bombardamenti), un anno e 4 mesi da quelle in Iraq (altri 3.500) e lo Stato Islamico resta – più o meno - dov’era. Si è ritirato da Sinjar, su pressione della controffensiva peshmerga e dei kurdi siriani delle Ypg; ha perso Kobane e parte del distretto di Hasakah dietro le operazioni congiunte di esercito siriano e combattenti kurdi; ha perso il collegamento diretto tra Raqqa e la seconda «capitale», l’irachena Mosul, dopo l’intervento di Erbil. Ma continua a controllare ampi territori, un terzo dell’Iraq e un terzo della Siria: una catena che parte dal confine nord occidentale tra Siria e Turchia, passa per Raqqa e arriva all’Iraq orientale, Fallujah e Ramadi, e a quello meridionale, dove ha postazioni vicino alle frontiere con Giordania e Arabia saudita. Così mantiene aperto il collegamento tra le due realtà – l’irachena e la siriana – tramite il valico di Al Qaim, lungo l’Eufrate, trasferisce uomini e armi e tiene in piedi i traffici commerciali, il sistema di contrabbando e quello amministrativo.
È uno dei motivi per cui Mosca e Washington concentrano buona parte della forza di fuoco contro camion di petrolio: l’Isis si adatta, dice il ricercatore siriano al-Hashimi, e ora non usa più camion da 36mila litri, ma veicoli più piccoli, da 4mila. E, aggiunge, i miliziani si sono spostati da zone residenziali e campi di addestramento in bunker e tunnel sotterranei. Nei raid della coalizione sono morti oltre 20mila miliziani, ma altrettanti ne sono entrati via Turchia per la quasi totale incapacità di controllare gli spostamenti da fuori e di reagire alla propaganda islamista. Sono stati distrutti meno di mille veicoli militari, a dimostrazione che manca un elemento fondamentale: informazioni di intelligence credibili che informino sulla posizione dei miliziani.
Non avendo uomini sul terreno, se non qualche centinaio di consiglieri militari, e continuando ad affidarsi ai gruppi di opposizione moderata ad Assad, gli Stati uniti sono rallentati, vanno alla cieca. Tanto da decidere di appoggiarsi a chi i risultati li ottiene: i kurdi siriani che hanno fondato un nuovo fronte insieme ad assiri e arabi, le Forze Democratiche. Va meglio a Mosca che dalla sua ha l’esercito governativo e i servizi segreti di Damasco. I risultati si vedono: a due mesi dal lancio dell’operazione russa, le truppe del presidente Assad non hanno sfondato, ma sono avanzate a nord di Latakia (verso l’obiettivo principe, Aleppo) e al centro, verso Palmira e nei dintorni di Homs. La presenza più capillare di uomini collegati direttamente o indirettamente a Damasco garantisce una maggiore precisione. La stessa a cui anela la Francia: giovedì Parigi e Mosca hanno annunciato uno scambio regolare di informazioni tra aviazioni.
Dall’altro lato del confine del «Califfato», in Iraq, dopo la strategica vittoria a Sinjar il resto della controffensiva anti-Isis è in stallo: a Ramadi, capoluogo dell’Anbar, calda provincia sunnita, le forze governative irachene non sfondano. Hanno ripreso il parziale controllo di alcuni quartieri – secondo l’esercito la metà – della città e bloccato il ponte usato dall’Isis per i rifornimenti. Ma, mentre i civili pagano la rappresaglia degli islamisti che stanno distruggendo decine di case per vendetta, l’impressione è che non si riesca ad avanzare con regolarità. A farlo sono le milizie sciite legate all’Iran e in contrasto con i kurdi a Kirkuk. Tensioni interne che lasciano le operazioni per la liberazione di Anbar e, a seguire, Mosul ancora solo sulla carta.
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