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«La rimozione dell’Occidente per quanto riguarda l’Arabia Saudita è sorprendente: saluta la teocrazia come sua alleata, ma fa finta di non sapere che è lo sponsor ideologico principale del mondo della cultura islamista». Newsletter comuneinfo.net, 27 novembre 2015

Daesh nero, Daesh bianco. Il primo taglia gole, uccide, lapida, taglia le mani, distrugge il patrimonio comune dell’umanità e disprezza l’archeologia, le donne e i non musulmani. Il secondo è meglio vestito e più ordinato, ma fa le stesse cose. Lo Stato islamico; l’Arabia Saudita. Nella sua lotta contro il terrorismo, l’Occidente fa la guerra contro l’uno ma stringe la mano all’altro.

Questo è un meccanismo di negazione, e la negazione ha un prezzo: preservare la famosa alleanza strategica con l’ Arabia Saudita con il rischio di dimenticare che il regno si basa anche su un’alleanza con un clero religioso che produce, legittima, diffonde, predica e difende il Wahhabismo, la forma ultra-puritana dell’Islam di cui si nutre Daesh. Il wahabismo, un radicalismo messianico che sorse nel 18° secolo, spera di ristabilire un fantasticato califfato centrato su un deserto, un libro sacro, e due luoghi sacri, La Mecca e Medina. Nato nel massacro e nel sangue, si manifesta in un rapporto surreale con le donne, un divieto contro i non-musulmani di calpestare territorio sacro, e leggi religiose feroci. Che si traduce in un odio ossessivo di immagine e raffigurazione, e quindi dell’arte, ma anche del corpo,della nudità e della libertà. L’Arabia Saudita è un Daesh che ce l’ha fatta.

La rimozione dell’Occidente per quanto riguarda l’Arabia Saudita è sorprendente: saluta la teocrazia come sua alleata, ma fa finta di non sapere che è lo sponsor ideologico principale del mondo della cultura islamista. Le generazioni più giovani dei radicali nel cosiddetto mondo arabo non sono nate jihadiste. Esse sono state allattate al seno della Fatwa Valley, una sorta di Vaticano islamico con una vasta industria che produce teologi, leggi religiose, libri e aggressive politiche editoriali e mediatiche.

Si potrebbe controbattere: non è l’Arabia Saudita stessa un bersaglio possibile del Daesh? Sì, ma concentrarsi su questo farebbe trascurare la forza dei legami tra la famiglia regnante e il clero che rappresenta la sua stabilità – e anche, sempre di più, la sua precarietà. I reali sauditi sono catturati in una trappola perfetta: Indeboliti da leggi di successione che incoraggiano il turnover, si aggrappano ai legami ancestrali tra re e predicatore. Il clero saudita produce l’islamismo, che minaccia il paese e al tempo stesso dà legittimità al regime.

Si deve vivere nel mondo musulmano per capire l’immensa influenza trasformatrice dei canali televisivi religiosi sulla società mediante l’accesso ai suoi punti deboli: nuclei familiari, donne, aree rurali. La cultura islamista è diffusa in molti paesi (Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto, Mali, Mauritania…). Ci sono migliaia di giornali islamici e preti che impongono una visione unitaria del mondo, la tradizione e l’abbigliamento nello spazio pubblico, sulla formulazione delle leggi del governo e sui rituali di una società che essi reputano essere contaminate.

Vale la pena di leggere alcuni giornali islamici per vedere le loro reazioni agli attentati di Parigi. L’Occidente è raccontato come una terra di “infedeli”, gli attentati sono il risultato dell’attacco contro l’Islam. I musulmani e gli arabi sono diventati i nemici della secolarizzazione e degli ebrei. La questione palestinese viene invocata insieme allo stupro dell’Iraq e alla memoria del trauma coloniale, e impacchettata in un discorso messianico destinato a sedurre le masse. Questa narrazione trova ampio spazio negli strati sociali subalterni, mentre i leader politici inviano le loro condoglianze alla Francia e denunciano un crimine contro l’umanità. Questa situazione totalmente schizofrenica procede parallelamente alla negazione occidentale del ruolo dell’Arabia Saudita.

Tutto ciò lascia scettici sulle fragorose dichiarazioni delle democrazie occidentali sulla necessità di combattere il terrorismo. La loro guerra non può che essere miope poiché ha come obiettivo l’effetto non la causa. Poiché l’Isis è una cultura prima che una milizia, come si fa a evitare che le generazioni future si rivolgano allo jihadismo se l’influenza della Fatwa Valley, dei suoi chierici, della sua immensa industria editoriale e della cultura che produce rimane intatta?

Curare la malattia è quindi una questione semplice? Sembra difficile. L’Arabia Saudita rimane un alleato dell’Occidente nello scacchiere mediorientale. Viene preferita all’Iran, il Daesh grigio. E qui c’è la trappola. La negazione crea l’illusione dell’equilibrio. Lo jihadismo viene denunciato come il male del secolo ma non viene preso in considerazione ciò che lo crea e lo alimenta: questo consente di salvare la faccia, ma non salva le vite umane.

Daesh ha una madre: l’invasione dell’Iraq. Ma ha anche un padre: l’Arabia Saudita e il suo complesso religioso-industriale. Se l’intervento occidentale ha fornito delle ragioni ai disperati del mondo arabo, il regno saudita ha donato loro credenze e convinzioni. Fino a che questo punto non verrà compreso si potranno vincere battaglie, ma non si vincerà la guerra. Gli jihadisti saranno uccisi solo per rinascere di nuovo nelle generazioni future allevate con gli stessi libri.

Gli attentati di Parigi hanno evidenziato nuovamente questa contraddizione ma – come è successo dopo il 9/11 – essa rischia nuovamente di essere cancellata dalle nostre analisi e dalle nostre coscienze.

Kamel Daoud è uno scrittore di origine algerina, i suoi libri (scritti in francese e non in arabo) sono tradotti in molti paesi. L’articolo è stato scelto e tradotto da Maurizio Acerbo (della segreteria nazionale del Prc) che ringraziamo. La versione originale, in inglese e francese, è sul sito del New York Times.

«Avrei voluto parlare di come quella triade abbia perso buona parte del suo valore quando i loro propinatori nel XIX secolo hanno rivolto i loro interessi verso gli altri continenti; e dimenticando Liberté, Fraternitè, Egalité, hanno brutalmente sfruttato le popolazioni che li abitavano da millenni. Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2015 (m.p.r.)
Una settimana fa sono stata invitata da Radio 3 a partecipare alla serata organizzata a Villa Medici per la sera del 25 in solidarietà con la Francia per quanto di orrendo era avvenuto il 13 novembre a Parigi, scegliendo di intervenire per circa cinque minuti con una poesia o altro. Avevo qualche dubbio a partecipare che mi è stato contestato affermando che sarei stata libera, assolutamente libera, di leggere quello che volevo. Così infatti è stato. Con un inconveniente. Che mi sono trovata come un alieno o forse è meglio dire come l’uomo di Neanderthal che si aggira nella foresta in cerca di un habitat. La colpa è certo mia che ho frainteso il significato della serata durante la quale sono state lette delle bellissime poesie e brani di libri con meravigliose descrizioni della bellezza di Parigi e l’incanto della Francia, o sul legame che gli italiani sentono per un paese che è stato l’epicentro della meravigliosa triade Liberté, Fraternité, Egalité.
Io invece avrei voluto parlare di come quella triade abbia perso buona parte del suo valore quando i loro propinatori nel XIX secolo hanno rivolto i loro interessi verso gli altri continenti; e dimenticando Liberté, Fraternitè, Egalité, hanno brutalmente sfruttato le popolazioni che li abitavano da millenni. A volte in maniera orrenda e inaccettabile, come è accaduto al Belgio sotto il regno di Leopoldo II che ancora oggi una imponente statua celebra nel centro di Bruxelles: il Re (era alto quasi due metri) ritto sul piedistallo, e aggrappati alle sue gambe gli indigeni in adorazione. Dimenticando che nel convegno che si era svolto a Vienna dal novembre del 1884 al febbraio del 1885, al quale avevano partecipato i principali paesi europei più Turchia e Stati Uniti, si era decisa la spartizione di buona parte dell’Africa. Ma il giovane Leopoldo II, non pago di avere ottenuto il bacino del Congo, un territorio vasto quanto l’Europa esclusa la Russia, si impadronì di lì a poco anche del Sudan orientale e delle provincie del Kasai e del Buluba, in tutto quasi dieci milioni di chilometri quadrati. Ma attenzione: l’intera colonia fu dichiarata “Proprietà dello Stato”, ossia del Re.
Un privato dominio al di fuori di ogni controllo dove la popolazione era schiava nel vero senso del termine. E quando lo sviluppo dell’industria automobilistica rese molto redditizio il caucciù per le gomme, quel territorio ricco delle foreste che lo produceva, divenne una fonte inesauribile di arricchimento per Leopoldo II; e una tragedia immane per indigeni, comprese donne e bambini. Indigeni che venivano condotti al lavoro legati uni gli altri. E se a fine giornata non raccoglievano la quantità richiesta di caucciù, gli venivano amputati un braccio o una gamba e alle donne le mammelle.
Ne parlarono a suo tempo Mark Twain ne Il soliloquio di Re Leopoldo pubblicato nel 1905 sotto lo pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens Arthur, e Conan Doyle in The crime of the Congo (Il crimine del Congo) pubblicato nel 1908. E nel 1998 con un documentatissimo libro ricco di fotografie Adam Hochschild: King Leopold’s ghosts (Gli spettri del Congo Rizzoli 2001). Nel giro di 23 anni (dal 1886 al 1908) la popolazione era stata ridotta a un quinto. E le fotografie dei cadaveri accumulati in pile uno sugli altri per spaventare gli indigeni e costringerli al lavoro coatto sembrano sinistramente anticipare di alcuni decenni quelle che saranno le montagne di corpi che si presenteranno di fronte alle truppe alleate quando nell’aprile del 1945 verranno spalancati i cancelli di Auschwitz, Birkenau o Mathausen.

«Quando furono scatenate le guerre in Afghanistan e Iraq sapevamo che quei conflitti avrebbero seminato, alla cieca, caos e morte. Avevamo torto? La guerra di Hollande avrà le stesse conseguenze. Per questo non si può non reagire». Un appello di intellettuali francesi.

Il manifesto, 27 novembre 2015

Nessuna interpretazione monolitica, nessuna spiegazione meccanicistica può far luce sugli attentati. Ma possiamo forse rimanere in silenzio? Molte persone — e le comprendiamo — ritengono che davanti all’orrore di questi fatti, l’unico atto decente sia il raccoglimento. Eppure non possiamo tacere, quando altri parlano e agiscono in nostro nome: quando altri ci trascinano nella loro guerra. Dovremmo forse lasciarli fare, in nome dell’unità nazionale e dell’intimazione a pensare in sintonia con il governo?

Si dice che adesso siamo in guerra. E prima no? E in guerra perché? In nome dei diritti umani e della civiltà? La spirale in cui ci trascina lo Stato pompiere piromane è infernale. La Francia è continuamente in guerra. Esce da una guerra in Afghanistan, lorda di civili assassinati. I diritti delle donne continuano a essere negati, e i talebani guadagnano terreno ogni giorno di più. Esce da una guerra alla Libia che lascia il paese in rovine e saccheggiato, con migliaia di morti, e montagne di armi sul mercato, per rifornire ogni sorta di jihadisti. Esce da una guerra in Mali, e là i gruppi jihadisti di al Qaeda continuano ad avanzare e perpetrare massacri. A Bamako, la Francia protegge un regime corrotto fino al midollo, così come in Niger e in Gabon. E qualcuno pensa che gli oleodotti del Medioriente, l’uranio sfruttato in condizioni mostruose da Areva, gli interessi di Total e Bolloré non abbiano nulla a che vedere con questi interventi molto selettivi, che si lasciano dietro paesi distrutti? In Libia, in Centrafrica, in Mali, la Francia non ha varato alcun piano per aiutare le popolazioni a uscire dal caos. Eppure non basta somministrare lezioni di pretesa morale (occidentale). Quale speranza di futuro possono avere intere popolazioni condannate a vegetare in campi profughi o a sopravvivere nelle rovine?

La Francia vuole distruggere Daesh? Bombardando, moltiplica i jihadisti. I «Rafale» uccidono civili altrettanto innocenti di quelli del Bataclan. E, come avvenne in Iraq, alcuni civili finiranno per solidarizzare con i jihadisti: questi bombardamenti sono bombe a scoppio ritardato.

Daesh è uno dei nostri peggiori nemici: massacra, decapita, stupra, opprime le donne e indottrina i bambini, distrugge patrimoni dell’umanità. Al tempo stesso, la Francia vende al regime saudita, notoriamente sostenitore delle reti jihadiste, elicotteri da combattimento, navi da pattugliamento, centrali nucleari; l’Arabia saudita ha appena ordinato alla Francia tre miliardi di dollari di armamenti; ha pagato la fattura di due navi Mistral, vendute all’Egitto del maresciallo al Sisi che reprime i democratici della primavera araba. In Arabia saudita, non si decapita forse? Non si tagliano le mani? Le donne non vivono in semi-schiavitù? L’aviazione saudita, impegnata in Yemen a fianco del regime, bombarda le popolazioni civili, distruggendo anche tesori dell’architettura. Bombarderemo l’Arabia saudita? Oppure l’indignazione varia a seconda delle alleanze economiche?

La guerra alla jihad, si dice con tono marziale, si combatte anche in Francia. Ma come evitare che vi cadano dei giovani, soprattutto quelli provenienti da ceti non abbienti, se non cessano le discriminazioni nei loro confronti, a scuola, rispetto al lavoro, all’accesso all’abitazione, alla loro religione? Se finiscono continuamente in prigione, ancor più stigmatizzati? E se non si aprono per loro altre condizioni di vita? Se si continua a negare la dignità che rivendicano?

Ecco: l’unico modo per combattere concretamente, qui, i nostri nemici, in questo paese che è diventato il secondo venditore di armi a livello mondiale, è rifiutare un sistema che in nome di un miope profitto produce ovunque ingiustizia. Perché la violenza di un mondo che Bush junior ci prometteva, 14 anni fa, riconciliato, riappacificato, ordinato, non è nata dal cervello di bin Laden o di Daesh. Nasce e prospera sulla miseria e sulle diseguaglianze che crescono di anno in anno, fra i paesi del Nord e quelli del Sud, e all’interno degli stessi paesi ricchi, come indicano i rapporti dell’Onu. L’opulenza degli uni ha come contropartita lo sfruttamento e l’oppressione degli altri. Non si farà indietreggiare la violenza senza affrontarne le radici. Non ci sono scorciatoie magiche: le bombe non lo sono.

Quando furono scatenate le guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq, le manifestazioni di protesta furono imponenti. Sostenevamo che questi interventi militari avrebbero seminato, alla cieca, caos e morte. Avevamo torto? La guerra di Hollande avrà le stesse conseguenze. Dobbiamo unirci con urgenza contro i bombardamenti francesi che accrescono le minacce, e contro le derive liberticide che non risolvono nulla, anzi evitano e negano le cause del disastro. Questa guerra non sarà in nostro nome.

Primi firmatari:

Etienne Balibar, Ludivine Bantigny (storica), Emmanuel Barot (filosofo), Jacques Bidet (filosofo), Déborah Cohen (storica), François Cusset (storico delle idee), Laurence De Cock (storica), Christine Delphy (sociologa), Cédric Durand (economista), Fanny Gallot (storica), Eric Hazan (editore), Sabina Issehnane (economista), Razmig Keucheyan (sociologo), Marius Loris (storico e poeta), Marwan Mohammed (sociologo), Olivier Neveux (storico dell’arte), Willy Pelletier (sociologo), Irene Pereira (sociologa), Julien Théry-Astruc (storico), Rémy Toulouse (editore), Enzo Traverso (storico)

(Traduzione di Marinella Correggia)

«Il modo in cui Hollande sta gestendo la crisi lascia l’Unione europea in secondo piano. Forse basterà a risolvere l’incerto futuro della Siria. Di certo, non aiuta a schiarire il futuro incertissimo dell’Europa», nè quello degli altri teatri della guerra diffusa, come ormai conviene battezzare la terza querra mondiale.

La Repubblica, 27 novembre 2015 (m.p.r.)

Da Obama a Putin, dalla Merkel a Cameron, tutti dicono di sì a Hollande che, in nome della sua Parigi insanguinata, invoca una «grande coalizione» contro Daesh. Il presidente francese incassa anche un grosso successo con l’assenso russo a combattere a fianco di «un’alleanza a guida Usa». Un passo che modifica il quadro degli equilibri mondiali. L’unico che gli ha sparato contro, in modo neppure tanto metaforico, è Erdogan.

Il missile con cui ha fatto abbattere un jet russo è stato un estremo tentativo di boicottare la nascita di una alleanza mondiale che avvii a soluzione la crisi siriana. Una prospettiva in cui Ankara ha molto da perdere, a cominciare dalla inevitabile creazione di una nazione curda e semi indipendente ai suoi confini. Ma se Erdogan può tenere in ostaggio l’Europa usando l’arma dei rifugiati, il suo tentativo di tenere in ostaggio il mondo giocando sulle divisioni che riguardano la sorte del dittatore siriano Assad è probabilmente destinato a fallire. Con l’offensiva terroristica lanciata contro l’Occidente, con i morti di Parigi e dell’aereo russo esploso sul Sinai, il sedicente Califfato è riuscito a coalizzare contro di sé l’intero Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: impresa mai così compiutamente realizzata in sessant’anni di crisi e di sforzi diplomatici.

Quali saranno i risultati concreti della coalizione voluta da Hollande è ancora tutto da vedere. I cacciabombardieri della portaerei Charles De Gaulle difficilmente riusciranno da soli a risolvere una guerra che si trascina da quasi cinque anni. Ma intanto l’attivismo diplomatico del presidente francese sta avendo effetti politici di grande portata su almeno tre fronti.
Il primo fronte è ovviamente quello siriano, dove finalmente le grandi potenze e le potenze regionali sono costrette a lavorare davvero per cercare una soluzione che consenta di riportare la pace del Paese. La guerra ha fatto comodo a molti. Ora però, se Daesh è destinato alla sconfitta militare sul terreno, tutte le capitali coinvolte in questo conflitto sono consapevoli che occorre un accordo preventivo su come riempire il vuoto che sarà lasciato dalla scomparsa del Califfato. Nessuno vuole ripetere l’errore della Libia, dove la caduta di Gheddafi ha lasciato un buco che nessuno si è preoccupato di riempire.
Il secondo fronte è quello dei rapporti con la Russia. Dopo la gravissima crisi ucraina, le relazioni tra Mosca e l’Occidente erano precipitate ad un livello da Guerra fredda. La visita di Hollande al Cremlino, non come mediatore di un conflitto irrisolto e forse irresolubile, ma come alleato di una coalizione nascente a fianco degli americani, cambia in un colpo il quadro delle relazioni internazionali e relativizza la profondità del fossato che separa la Russia dall’Europa. Non a tutti questo fa piacere, come dimostrano i missili turchi. Ma il riavvicinamento conferma la tesi, sempre sostenuta dall’Italia, che il Cremlino è comunque un interlocutore indispensabile del mondo occidentale.
Il terzo fronte è quello dell’Europa, che si trova ancora una volta messa in discussione. Hollande ha giustamente detto che l’attacco contro Parigi è stato un attacco contro l’Europa. Ma si è ben guardato dal trarne le conseguenze. La richiesta francese di solidarietà ai partner comunitari è stata fatta in base ad un articolo del Trattato, il 42.7, che di fatto consente a tutti di mantenere le mani libere e garantisce così all’Eliseo un ruolo di «pivot» nel coordinare la reazione europea. Se avesse invocato l’articolo 44 dello stesso Trattato, Hollande avrebbe comunitarizzato questa crisi, che sarebbe passata sotto il controllo di Bruxelles e del Comitato politico e di sicurezza, il Cops, che è un organo del Consiglio Ue. Non lo ha voluto fare, per gli stessi motivi per cui, all’indomani della strage di Charlie Hebdo, si è opposta alla creazione di una “intelligence” europea.
Anche nel momento del massimo pericolo, la Francia non rinuncia al proprio ruolo di stato- potenza, sia pure al centro di un concerto di altri stati europei. L’emergenza terrorismo le offre semmai l’opportunità di riequilibrare almeno in parte, sul piano militare, la supremazia che la Germania aveva acquisito sul piano economico e politico. Oggi la Merkel è costretta a seguire Hollande, offrendogli aiuto in Africa o mettendogli a disposizione i Tornado della Luftwaffe, come Hollande l’aveva seguita, molto a malincuore, nell’apertura alla redistribuzione dei migranti. Lo stesso Cameron è obbligato a tornare davanti ai Comuni per richiedere il permesso di mandare la Raf in Siria, negatogli mesi fa. Renzi, il più renitente dei partner europei anche perché aspetta (e spera) il riconoscimento di un ruolo dell’Italia in Libia, è convocato a Parigi per un breve colloquio prima che Hollande parta per Mosca. E comunque neppure lui può esimersi dall’offrire un piccolo contributo italiano per alleviare lo sforzo dei soldati francesi in Libano. I belgi, maltrattati per le pretese carenze della loro intelligence sul terrorismo, sono ridotti ad offrire una fregata che scorta la portaerei Charles De Gaulle nei mari siriani in quello che sembra un omaggio più che una difesa.
Tutto giusto, per carità. In questa crisi la supremazia francese ha radici legittime. Da mesi la Francia si è assunta l’onere di combattere il Califfato anche in nome e per conto di quegli europei che non lo hanno voluto o potuto fare. Parigi ha pagato un prezzo altissimo per questo impegno. È logico che oggi riscuota la solidarietà dei partner ed è incoraggiante che questi onorino, sia pure a prezzo scontato, i propri obblighi morali. Ma il modo in cui Hollande sta gestendo la crisi lascia l’Unione europea in secondo piano. La relega al ruolo di spettatore consenziente di un balletto degli stati nazione sotto regia francese. Forse questo basterà a risolvere l’incerto futuro della Siria. Di certo, non aiuta a schiarire il futuro incertissimo dell’Europa.
Per far vincere l'alleanza tra il terrorismo jihadista e il rigurgito neonazista non c'è di meglio che mescolare nella mistificazione dei racconti gli scherani del Daesh con il popolo dell'Esodo.

La Repubblica, 24 novembre 2015

Secondo l’Is 4000 jihadisti stanno entrando in Europa assieme ai rifugiati. Quattromila carnefici in cammino con le vittime. È un’immagine biblica sulla quale mi permetto di esprimere dei dubbi. Finora si sa solo di un passaporto siriano fra gli attentatori di Parigi. Ma soprattutto: i carnefici hanno davvero bisogno di camminare coi profughi? Hanno modi più spicci per arrivare. Abitano in casa nostra. Sono frutto del nostro mondo. Ci conoscono meglio di quanto noi conosciamo loro. Usano Twitter e Facebook. Ci fanno credere quello che vogliono. Vogliono sollevare odio verso gli inermi e creare un clima da pogrom. E le nostre destre populiste, dalla Francia alla Polonia fanno da docili agenti dei loro veleni.

Essi vogliono che l’Europa si riempia di reticolati e sbatta la porta in faccia agli esiliati, la cui fuga incarna la sconfitta totale della loro cultura di morte. Se succederà, avranno vinto loro. Essi vogliono che noi ci si chiuda, invece di intervenire sul campo a difesa degli inermi in Medio Oriente. Ci illudono di poter rispondere ancora con i missili, perché sanno che i missili fanno vittime civili (distruzione della base di Médecins sans frontières) e alimentano altri rancori. Ma ecco che la reazione della Francia all’attacco su Parigi è iniziata proprio con bombe a distanza. “Raid” contro il cervello dell’Is. Il che pone una domanda collaterale. Se si sapeva dov’era quel cervello, perché non si è intervenuto prima? Quali sono le tempistiche della nostra reazione? Militari o elettorali?

Da camminatore, oso dire che le guerre non si vincono con i droni ma con le scarpe, scendendo in campo. Quando, lungo la via Appia, ho chiesto a un vecchio contadino pugliese se facevo bene ad andare a piedi, costui mi ha risposto che facevo “bene eccome”, e mi ha spiegato che il disordine mondiale, così come la criminalità, nasceva dal fatto che più nessuno, né eserciti né polizia, pattugliava a piedi. Il vecchio era perfettamente conscio che nel Sud le cosche controllano il territorio e lo Stato no. Vedeva nelle bombe intelligenti null’altro che un’ammissione di impotenza. Il fatto è che oggi nemmeno la politica scende più tra le gente. Campa di tv e non sa nulla dei suoi cittadini. Per questo non conosce il nemico.

Dalla mia città, Trieste, vedo passare rifugiati a piedi dal tempo della mia nascita. Gente che è stata sempre circondata da pregiudizi negativi. Chi cammina è sempre un’anomalia. E poi, si sa, come conforta supporre che il male venga solo da fuori! Ho visto gli istriani in fuga da Tito, i curdi in fuga dalla repressione turca, i croati e i bosniaci in fuga dal massacro jugoslavo, i serbi in fuga dalle truppe croate, poi gli albanesi in fuga dalla repressione serba. Oggi i siriani e gli afghani. Sembrano cose diverse, e invece no: è lo stesso film! Dietro allo scontro etnico, religioso o nazionale, c’è sempre la guerra sociale. Quella di una cosca di “primitivi” bene armati contro un popolo di “evoluti” inermi.

L’Is vuole distruggerci non solo perché interveniamo in Siria, ma per ciò che rappresentiamo: una società plurale. Ma anche la Bosnia, la Siria e l’Iraq sono state distrutte per ciò che rappresentavano. Terre dove abitava un Islam tollerante, in coabitazione con i cristiani. Da anni assisto all’indifferenza dell’Occidente di fronte allo smantellamento di queste isole di pluralismo sulla mappa mondiale. Abbiamo ignorato le primavere arabe. Abbiamo alimentato i Taliban perché ci serviva qualcuno che avesse il fegato di affrontare i russi on the ground, salvo poi bombardarli. Ci genuflettiamo davanti agli emiri finanziatori del terrorismo. Abbiamo eliminato Gheddafi e Saddam in nome del denaro, non di un’idea.

Si vince con le scarpe, dicevo. Ma allora mi permetto di dire che, proprio per questo, gli esiliati in cammino troveranno un approdo. Lo troveranno nonostante gli attentati, nonostante eventuali infiltrati che possono averli seguiti, nonostante le mafie che li sfruttano, i nostri reticolati e le nostre paure. L’immigrazione è un destino ineluttabile che possiamo solo subire o governare. Millenni di evoluzione lo dimostrano. La storia non la fanno gli stanziali ma “i piedi instancabili dell’homo sapiens” (folgorante definizione di Ceronetti), quelli di chi supera il dolore del distacco e la paura del mare nero. Vince chi brucia le navi sulla battigia per non cadere nella tentazione del ritorno, chi si taglia i ponti alle spalle per cercare una vita migliore. Nulla può fermare un ventenne che ha lo stomaco vuoto e la testa piena di sogni. Gli occhi dei rifugiati sono spesso più vitali dei nostri. I loro figli più svegli e affamati di vita. Anche per questo abbiamo paura di loro. Temiamo di esserne dominati.

Viviamo in un mondo di uomini soli incollati a Twitter, dove a qualsiasi arruffapopoli basta urlare la parola “sicurezza” per essere eletto. Ma è osceno che sui rifugiati si costruiscano consensi elettorali. Osceno che populismi vigliacchi smantellino spensieratamente l’Europa e se la prendano con i deboli anziché con gli assassini. Mi inquietano coloro che hanno stravolto il paesaggio della nostra Italia con fabbriche piene di immigrati a basso costo e ora urlano contro questi disperati. Mi fa spavento il cinismo di tante organizzazioni umanitarie che sui rifugiati campano alla grande. Vedo popoli che in nome della cristianità respingerebbero anche Cristo alla frontiere. Vedo la sudditanza culturale di troppa Sinistra rispetto a chi urla le ragioni della pancia. Mi fanno paura gli intellettuali che tacciono o, peggio, snobbano la legittima paura della gente.

Io sto con gli esiliati in cammino. Come loro, esercito coi piedi il mio diritto primordiale di accesso allo spazio e apro varchi negli sbarramenti che mi tagliano la strada. Come loro, ho sete di attraversare frontiere e so che chi viaggia rasoterra penetra nei territori e li comprende meglio di chiunque. L’anno scorso su un treno dei Carpazi in compagnia di alcune badanti ho capito dove andava l’Ucraina meglio che dai giornali. A Budapest nel 1986 ho intuito la caduta del comunismo passeggiando fra la gente lungo il Viale dei Martiri prima che intervistando nomenclatura. Nei Balcani prossimi alla disintegrazione è stata la stessa cosa. L’homo erectus che va, capisce il mondo prima di qualsiasi Dipartimento di Stato.

Gli esiliati scappano da Sudest? Io invece ci vado. Sulla via Appia, sudando per 600 chilometri da Roma a Brindisi, ero ben conscio di marciare controcorrente, verso le terre che l’Europa smarrita vede allontanarsi da sé: Grecia e Medio Oriente. Gli stessi mondi che Roma aveva fatto suoi, pacificandoli con i piedi delle sue legioni. Roma, che ha accolto e assimilato i barbari alle frontiere. Roma, che ha avuto imperatori spagnoli, dalmati, nordafricani. Sull’Appia ogni mio passo calpestava le macerie di un equilibrio infranto, di una koinè perduta, di una centralità strategica che il Sud Italia, oggi prossimo a sparire dalle mappe, non sospetta nemmeno di avere avuto. Ogni miglio indicava la direzione mediterranea perduta della nostra politica estera.

L'icona nel sommario è la riduzione dell'immagine qui sopra, che è è tratta dalla rivista online Cultura+

«La Repubblica

La risposta al terrorismo dev’essere in parte la garanzia della sicurezza. Colpire Daesh, arrestare i suoi adepti. Ma dobbiamo anche interrogarci sulle condizioni politiche di queste violenze, sulle umiliazioni e ingiustizie che in Medio Oriente hanno determinato l’importante sostegno di cui beneficia quel movimento, e in Europa suscitano oggi vocazioni sanguinarie. Al di là del breve termine, l’unica vera risposta sta nell’attuazione, sia qui che laggiù, di un modello di sviluppo sociale ed equo. È una realtà evidente: a nutrire il terrorismo è la polveriera delle disuguaglianze in Medio Oriente, che abbiamo largamente contribuito a creare. Daesh, lo “Stato Islamico d’Iraq e del Levante”, nasce dalla decomposizione del regime iracheno, e più in generale dal tracollo del sistema di confini stabiliti nella regione nel 1920.
Dopo l’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq, nel 1990-1991, le potenze coalizzate inviarono le loro truppe per restituire il petrolio agli emiri e alle compagnie occidentali. Si inaugurò in quell’occasione un nuovo ciclo di guerre tecnologiche e asimmetriche: alcune centinaia di morti nella coalizione nata per “liberare” il Kuwait, contro varie decine di migliaia di vittime dal lato iracheno. Questa logica è arrivata al parossismo durante la seconda guerra in Iraq, tra il 2003 e il 2011. Circa 500.000 morti iracheni contro un po’ più di 4.000 soldati americani uccisi. E tutto questo per vendicare i 3000 morti dell’11 settembre, che pure con l’Iraq non avevano nulla a che fare. Questa realtà, amplificata dall’estrema asimmetria delle perdite in vite umane e dall’assenza di sbocchi politici nel conflitto israelo-palestinese, serve oggi a giustificare tutte le efferatezze perpetrate dai jihadisti. C’è da sperare che la Francia e la Russia, entrate ora in azione dopo il fiasco americano, facciano meno danni e suscitino meno vocazioni.

Al di là degli scontri religiosi, è chiaro che nel suo insieme il sistema politico e sociale della regione è fortemente determinato e reso vulnerabile dalla concentrazione delle risorse petrolifere in alcune piccole zone spopolate. Esaminando l’area che va dall’Egitto all’Iran, passando per la Siria, l’Iraq e la Penisola arabica, con un totale di circa 300 milioni di abitanti, si può constatare che il 60-70% del Pil regionale si concentra nelle monarchie petrolifere, con appena il 10% della popolazione. Per di più, nelle monarchie petrolifere, una parte sproporzionata di questa manna è accaparrata da una minoranza, mentre ampie fasce della popolazione sono tenute in uno stato di semi-schiavitù. Ma proprio questi regimi godono del sostegno delle potenze occidentali, ben liete di ottenere qualche briciola per finanziare i propri club di calcio, o di vendere armi. Non c’è dunque da sorprendersi se le nostre lezioni di democrazia sociale non hanno molta presa sui giovani mediorientali.

Quanto ai discorsi sulla democrazia, sarebbe meglio smettere di farli solo quando i risultati elettorali sono di nostro gradimento. Nel 2012, in Egitto, Mohamed Morsi era stato eletto presidente in seguito a regolari elezioni: un evento tutt’altro che banale nella storia elettorale araba. Ma già nel 2013 fu destituito ad opera dei militari. I quali non tardarono a giustiziare migliaia di Fratelli Musulmani, che pure avevano compensato in parte le carenze dello Stato egiziano con la loro azione sociale. Pochi mesi dopo, la Francia cancellò tutto con un colpo di spugna per poter vendere le sue fregate e accaparrarsi una parte delle scarse risorse del Paese. Un caso di democrazia negata.

Resta un punto interrogativo: com’è possibile che alcuni giovani cresciuti in Francia confondano Bagdad con la banlieue parigina, cercando di importarvi i conflitti che nascono laggiù? Non vi sono scusanti. Salvo forse notare che la disoccupazione e le discriminazioni nelle assunzioni non migliorano le cose. L’Europa, che prima della crisi riusciva ad accogliere un flusso migratorio netto di 1 milione di persone all’anno, oggi deve rilanciare il suo modello d’integrazione. È stata l’austerità a far esplodere gli egoismi nazionali e le tensioni identitarie. Solo con uno sviluppo sociale ed equo si potrà sconfiggere l’odio.
© Le Monde 2015 Traduzione di Elisabetta Horvat



Dalla presentazione redazionale dell’articolo di Picketty, che abbiamo riportato nel sommario, sembra che l’economista francese enfatizzi il peso del dato geografico (la «concentrazione delle risorse petrolifere in alcune piccole zone spopolate») nell’immane tragedia costituita dalle manifestazioni della “guerra diffusa” in atto, in Europa e nel suo epicentro siriano. In realtà ci sembra che Picketty metta magistralmente in evidenza quali siano i moventi economici e le ragioni politiche delle strategie del Primo mondo nei suoi interventi nel Medio Oriente (dalle guerre nell’Irak al conflitto israelo-palestinese), il gigantesco danno pagato dagli stati e dai popoli aggrediti dalle armate occidentali per la difesa dei potentati locali e internazionali delle risorse petrolifere, e le immense ingiustizie che ne sono derivate e ne derivano ancora, alimentando le forme estreme del terrorismo.

"Quos vult perdere Deus prius dementat". Nulla hanno imparato le cornacchie che ci governano, a partire dal socialista Hollande, dagli errori compiuti nel recente passato.

La Repubblica, 21 novembre 2015

NON sappiamo quanto lunga sarà la convivenza con il terrorismo. I timori per la vita non sono amici diretti della libertà; eppure sono condizioni essenziali per creare la sicurezza, grazie alla quale soltanto la libertà può crescere. Su questo paradossale legame di paura, sicurezza, libertà — il paradosso del Leviatano — si incastonano le nostre istituzioni e i nostri diritti.

Non si dà diritto e quindi libertà senza una cornice di sicurezza e di sovranità statale le cui funzioni siano costituzionalizzate e il potere limitato e temperato dalla legge. Su questo “abc” si basa l’Occidente, quel grappolo di libertà, civili, politiche, morali che contraddistingue la nostra vita quotidiana. Se la guerra è una condizione tragica (e a volte necessaria) che ci accomuna tutti alla specie umana, la pratica della legge e dei diritti è quella straordinaria costruzione che qualifica la nostra tradizione dall’antichità, permeando tutte le sfere di vita, religiosa e secolare, privata e pubblica. Questo è l’Occidente.

E lo è soprattutto quando la violenza terroristica, cieca e imprevedibile, costringe a pensare in fretta e con determinazione quali misure prendere. Che cosa fare. Il governo francese ha messo in atto immediatamente dopo l’attentato, quasi reagendo all’emozione dell’indeterminato, una strategia di guerra e di polizia. François Hollande ha proposto modifiche d’urgenza alla Costituzione francese, per estendere nel tempo e nelle prerogative lo stato d’emergenza, e per dettare criteri di revoca della cittadinanza francese nel caso di terroristi che ne abbiano due. Le misure di guerra in Siria e quelle di stato d’emergenza interno prefigurano condizioni di eccezionalità che possono destare preoccupazione.

L’esperienza americana dopo l’11 settembre 2001 dovrebbe assisterci nelle nostre valutazioni. A partire da quella tragedia, George W. Bush prese due decisioni che si rivelarono onerosissime per gli Stati Uniti e il mondo, entrambe improntate alla logica della guerra: contro i nemici esterni e contro i nemici interni (cittadini americani e non). Tutte le forme di intervento vennero rubricate e gestite come operazioni di “guerra”. Si ebbe prima l’invasione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq (dove l’argomento era distruggere i siti di produzione di armi nucleari e cacciare il dittatore Saddam Hussein) e, nel frattempo, la creazione di un campo di reclusione per prigionieri-nemici totali situato fuori della giurisdizione americana, a Guantánamo, Cuba (poiché la Costituzione, che non venne comunque mai cambiata, avrebbero vietato una detenzione arbitraria dentro i confini statali).

Come riconoscono ormai tutti gli esperti, queste misure si sono rivelate onerose e fallaci da tutti i punti di vista: giuridico, economico, militare e politico. Con l’alleanza della Gran Bretagna di Tony Blair (il quale recentemente ha chiesto scusa per gli errori commessi con l’invasione dell’Iraq) gli Stati Uniti hanno creato oggettivamente le condizioni di instabilità radicale nelle quali fiorisce oggi il terrorismo dell’Is: la demolizione dello Stato di Hussein in Iraq ha consegnato parte di quel territorio vasto e ricco di petrolio a forze militari terroristiche o a loro sodali. Una condizione che si è recentemente ripetuta con la Libia.

Ha spiegato Romano Prodi, in alcune interviste rilasciate in questi giorni, che la strategia da anteporre a quella militare, e da integrare con quella di polizia, dovrebbe essere l’intervento sulle “libertà economiche” di cui godono i terroristi: libertà di vendere petrolio alle compagnie multinazionali occidentali a costi probabilmente competitivi o a mercato nero. L’introito miliardario di quel libero commercio consente ai terroristi di acquistare armi. Intervenire sul mercato delle armi e del petrolio è possibile solo se tutti gli stati si uniscono per limitare una condizione di quasi totale anarchia, a causa della quale le nostre libertà rischiano di morire.

L’Occidente ha dunque l’arma della legge, che è fortissima se usata con l’obiettivo giusto in mente, quello di combattere le forze terroristiche prima di tutto con l’intelligence e le forze dell’ordine, e intanto togliere loro risorse materiali e sostegno sulla scena globale. Una sinergia di azioni coordinate tra tutti gli stati che si riconoscono nella famiglia dell’Onu può essere vincente, seguendo i dettami della pace perpetua di Kant: primo fra tutto, quello per cui la libertà si difende con armi proprie, che sono il diritto e la legge.

E così sono iniziati i raid statunitensi sui depositi petroliferi controllati dall’Isis. A differenza di Al-Quaeda che finanziava le proprie operazioni con donazioni di ricchi fanatici, l’Isis è capace di produrre petrolio da sé, di vendere le sue risorse e di guadagnarci anche 50 milioni di dollari al mese. Ci sono via vai di migliaia di camion al giorno, il cui valore può anche arrivare a 10mila dollari ciascuno. Dai campi della Siria e dell’Iraq vengono pompati circa 40mila barili al giorno, poi venduti fra i venti e i quarantacinque dollari sul mercato interno e tramite contrabbando. Una “Bonanza” petrolifera per controllare e gestire il Califfato.

L’Occidente sa dei depositi e delle operazioni petrolifere dell’Isis ma il timore è sempre stato di causare troppe vittime civili nei bombardamenti. Gli eventi di Parigi hanno ovviamente cambiato tutto, e in questi giorni si inaugura l’operazione Tidal Wave II. La Tidal Wave I era la missione della seconda guerra mondiale in cui furono colpiti i depositi petroliferi tedeschi in Romania per indebolire i nazisti. Prima degli attacchi, oggi come settant’anni fa, la popolazione è stata avvertita con appositi volantini dal cielo.

Ad oggi, novembre 2015, l’Isis controlla buona parte del territorio siriano e iracheno, con circa 10 milioni di persone sottomesse. Il modo in cui l’Isis gestisce il cosiddetto Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi è di dare abbastanza “autonomia” alle comunità locali tramite governatori regionali, detti walis, che devono seguire le linee generali decise dalla “shura”, una specie di gruppo di consiglieri a livello centrale dell’Isis.

Tre cose sono gestite dall’alto: il petrolio, le strategie per le attività sui social media e le operazioni militari. Le cose più importanti per loro sono i soldi, la propaganda e le azioni di guerra. E i soldi sono il petrolio. Anzi, con il petrolio sono bene organizzati e sempre più sofisticati perché sanno che tutto dipende dai barili che pompano da sottoterra. Gestiscono le riserve che hanno con apposite selezioni del personale, stipendi elevati, di anche mille dollari al mese, e dando priorità a tutti quelli che hanno già esperienza nelle operazioni petrolifere in altri parti del mondo non-Isis. Usano Whatsapp e derivati per contrattare con possibili neo-assunti e per convincerli a trasferirsi nello splendente Califfato.

Fino a poco tempo fa, le operazioni petrolifere dell’Isis erano gestite da Abu Sayyaf, un tunisino. È stato ucciso lo scorso maggio. La sua morte ha portato al sequestro di una enormità di documenti in cui traspare che la produzione e la vendita da ogni pozzo era registrata, e le vendite gestite in modo da ottimizzare i profitti. C’è pure un sistema di tassazione sui residenti. I ricavati vengono gestiti dalla polizia segreta dell’Isis, l’Amniyat, che punisce crudelmente chi abusa dei fondi.

In totale lo Stato Islamico gestisce più di 250 pozzi in Siria con circa 1.300 addetti, fra ingegneri ed operai. Hanno una rete di piccole raffinerie e pure una distribuzione organizzata su gomma. Non si sa esattamente quanti pozzi gestiscano in Iraq, ma si stima che siano centinaia. Si possono dire tante cose sull’Isis, ma una cosa secondo me è vera: hanno idee e strategie malate, ma chiare.

Dall’inizio hanno capito che il petrolio era importante per loro. Nel 2013 occupavano la parte occidentale del Paese, ma l’hanno abbandonata subito dirigendosi verso la parte orientale molto più ricca di greggio, e avendo come obiettivo primario quello di controllarne i giacimenti. Dai pozzi e dalle raffinerie si è passati a un controllo più radicale del territorio della Siria orientale. Da lì sono arrivati a Mosul, nel nord dell’Iraq, conquistata nel 2014. In quella occasione Abu Bakr al-Baghdadi, in un discorso chiese a tutti gli interessati di venire o tornare in Medio oriente a combattere per l’Isis ma che venissero anche ingegneri, dottori e persone altamente specializzate per aiutarli a gestire il petrolio.

A chi lo vendono questo petrolio? Non possono certo esportare direttamente sul mercato straniero, ma il petrolio viene venduto alle comunità sottomesse per fornire loro servizi indispensabili. La città di Mosul, per esempio, ha due milioni di abitanti e tutto il mercato della benzina e del diesel è nelle mani dell’Isis.

La cosa più triste è che pure i ribelli anti-Isis comprano la benzina dall’Isis. La gente dice di non avere altre alternative. Ospedali, negozi, trattori e pure i macchinari per tirar fuori i feriti dalle macerie dalle bombe sono alimentati dal petrolio e dal diesel dell’Isis.

Ovviamente c’è poi il contrabbando che passa principalmente dalla Turchia. Da qui il petrolio riesce ad arrivare su mercati più distanti, più legali. A volte usano le donne come corrieri perché si pensa che destino meno sospetti nella polizia. Si vede che quando serve, c’è la parità dei sessi e alle donne possono essere affidati ruoli importanti, eh? Di fronte a tutto questo sfacelo, mi chiedo come sarebbero le nostre vite se invece che a petrolio le nostre società andassero a sole, a vento e a buonsenso.

Questo articolo è stato ripreso sda un blog del Fatto quotidiano.
La quotidianità del terrore, che noi sperimentiamo sporadicamente, in tanti paesi è la realtà di ogni giorno. Così come il dramma dei rifugiati che arrivano in Europa, in fuga dall’islamofascismo dell’Is e poi bersaglio dell’odio xenofobo».

La Repubblica, 19 novembre 2015

Certo, gli attentati terroristici di venerdì 13 a Parigi vanno condannati senza riserve, ma... bando alle scuse, vanno condannati davvero, quindi non basta il patetico spettacolo di solidarietà di tutti noi (persone libere, democratiche, civili) contro il Mostro musulmano assassino. Nella prima metà del 2015, a preoccupare l’Europa erano i movimenti radicali di emancipazione (Syriza, Podemos) mentre nella seconda l’attenzione si è spostata sulla questione “umanitaria” dei profughi — la lotta di classe è stata letteralmente repressa e rimpiazzata dalla tolleranza e dalla solidarietà tipiche del liberalismo culturale.

Ora, dopo le stragi del 13 novembre, questi concetti sono stati eclissati dalla semplice opposizione di tutte le forze democratiche, impegnate in una guerra spietata contro le forze del terrore — ed è facile immaginarne gli esiti: ricerca paranoica di agenti Is tra i rifugiati. I più colpiti dagli attentati di Parigi saranno i rifugiati stessi e i veri vincitori, al di là degli slogan stile je suis Paris, saranno proprio i sostenitori della guerra totale da entrambe le parti. Ecco come condannare davvero le stragi di Parigi: non limitiamoci alle patetiche dimostrazioni di solidarietà, ma continuiamo a chiederci a chi giova. I terroristi dell’Is non vanno “capiti”, vanno considerati per quello che sono, islamofascisti, in antitesi ai razzisti europei anti-immigrati, due facce della stessa medaglia.

Ma esiste un ulteriore aspetto che dovrebbe farci riflettere — la forma stessa degli attentati: un estemporaneo, brutale, sconvolgimento della normale quotidianità. Questa forma di terrorismo, una turbativa momentanea, è caratteristica soprattutto degli attentati nei paesi occidentali sviluppati, in contrasto con paesi del Terzo Mondo in cui la violenza è realtà permanente. Pensiamo alla quotidianità in Congo, Afghanistan, Siria, Iraq, Libano... quando mai si manifesta solidarietà internazionale di fronte a qualche centinaio di morti in questi paesi? Dovremmo ricordarci ora che noi viviamo in una “sfera” in cui la violenza terrorista esplode di quando in quando, mentre altrove (con la complicità occidentale) la quotidianità è terrore e brutalità.

I recenti attentati terroristici a Parigi al pari del flusso dei profughi, sono per noi un momentaneo promemoria del mondo violento al di fuori della nostra sfera, un mondo che in genere vediamo in televisione, remoto, distante, non come parte della nostra realtà. È per questo che è nostro dovere acquisire piena consapevolezza della violenza brutale che impera fuori dalla nostra sfera, non solo violenza religiosa, etnica e politica, ma anche violenza sessuale. Nella sua straordinaria analisi del processo Pistorius, Jacqueline Rose indica che l’omicidio della fidanzata va interpretato nel complesso contesto della paura che i bianchi nutrono nei confronti della violenza dei neri nonché della terribile e diffusa realtà della violenza contro le donne: «Ogni quattro minuti in Sudafrica una donna o una ragazza, spesso adolescente, talvolta bambina — è vittima di stupri denunciati e ogni otto ore una donna viene uccisa dal compagno». In Sudafrica questo fenomeno ha un nome: “femminicidio seriale”.

È un aspetto che non deve essere assolutamente considerato marginale: da Boko Haram e Mugabe fino a Putin, la critica anticolonialista dell’Occidente si configura sempre più come rifiuto della confusione “sessuale” occidentale e richiesta di tornare alla tradizionale gerarchia sessuale. Sono ben consapevole che l’esportazione non mediata del femminismo occidentale e dei diritti umani individuali può fare il gioco del neocolonialismo ideologico e economico (ricordiamo tutti che alcune femministe americane hanno appoggiato l’intervento statunitense in Iraq come mezzo per liberare le donne locali, con il risultato esattamente opposto). Ma in ogni caso assolutamente rifiutare di trarne la conclusione che gli occidentali di sinistra dovrebbero scendere a un “compromesso strategico” tollerando in silenzio “il costume” di umiliare le donne e gli omosessuali a beneficio della lotta anti-imperialista.

Quindi torniamo alla lotta di classe e l’unico modo per farlo è ribadire la solidarietà globale degli sfruttati e degli oppressi. Senza questa visione globale la patetica solidarietà alle vittime di Parigi è un’oscenità pseudo-etica.

© Slavoj Zizek Traduzione di Emilia Benghi

L' insegnamento che bisogna trarre dall'aggressione razzista a Milano. Il nostro mondo è intriso dalla paura, ma «alla paura si risponde solo con la buona politica della ragione».

la Repubblica, 14 novermbre 2015

NATHAN Graff, accoltellato a Milano in una via abitata per lo più da membri della comunità ebraica, non corre pericolo di vita: e questa è l’unica buona notizia. Chi l’ha aggredito voleva ucciderlo, su questo non ci sono dubbi. Varie coltellate e la presenza di un complice in macchina depongono sul carattere proditorio e premeditato dell’aggressione. E il ricorso al coltello come arma ci mette davanti a una scelta dall’evidente ascendenza culturale e rituale. Pochi dubbi restano sul movente razzistico.

Ozioso chiederci se si è trattato di un razzismo antico, europeo e nazifascista, o se è un razzismo nuovo, di derivazione pseudoislamica. Ma niente vieta che le due strade si intreccino. La modalità dell’aggressione fa pensare che siamo davanti a un’eco europea della “Intifada dei coltelli”. O altro ancora. Ma intanto una cosa è certa: la paura strisciante di un ritorno in forme nuove dello spettro antico dell’odio per l’ebreo ha da oggi un motivo di più. E c’è da meditare sulle contraddizioni della vita e della storia quando si vede che quella paura è un fiume fatto di tanti rivoli, una corrente sotterranea che si affaccia allo scoperto.
Ha trovato alimento perfino in Israele, nella propaganda del premier Benjamin Netanyahu e nel suo progetto di superfortezza israeliana: suo è stato l’invito agli ebrei d’Europa a lasciarsi alle spalle il continente della Shoah e a ritirarsi in Israele. E intanto la sua politica alimenta l’odio dell’Intifada, con un corto circuito infernale.

Ma parliamo d’Europa visto che il caso nasce a Milano, la nostra città più europea. Devono andarse gli ebrei dall’Europa? Josef Schuster, presidente della comunità ebraica tedesca (una delle più numerose al mondo, circa 200.000 sopravvissuti e rimpatriati), ha ribattuto a Netanyahu garantendo sulla sicurezza di cui godono i suoi rappresentati. Ma gli è scappata una frase che ha meravigliato lui stesso: «Meglio portare un altro copricapo, non la kippah». «Non l’avrei immaginato cinque anni fa — ha detto poi — ed è già un poco spaventoso».

Di fatto c’è, preesiste un’inquietudine, che di tanti episodi diversi finisce col formare un’unica nuvola nera, di paura e di insicurezza. Sfuma nel passato lontano la memoria della Shoah. Si scopre adesso con stupore e delusione che la storia della liberazione di Auschwitz fu tutt’altro che quell’avvio liberatorio di un mondo diverso che abbiamo spesso immaginato. Se c’era qualche illusione in proposito, è stata dispersa dall’inchiesta del giornalista americano Eric Lichtblau (I nazisti della porta accanto, Bollati Boringhieri).
Quella che avrebbe dovuto essere una svolta netta e definitiva fu in realtà tutt’altro: fu un paesaggio di nazisti riciclati e ricercati dall’apparato militar-scientifico americano della guerra fredda e di ebrei spregiati e trascurati, lasciati a lungo a marcire negli stessi lager. E intanto rimaneva vivo un pregiudizio antisemita anche tra i vincitori, come un virus non debellato, pronto a riprendere forza. Oggi si combatte la paura con rimedi solo apparenti, come le leggi contro il reato di negazionismo fatte per rassicurare le comunità ebraiche. È accaduto anche in Italia con un’operazione della cui sensatezza ed efficacia si è molto dubitato. Un placebo contro la paura, appunto.

Alla paura si risponde solo con la buona politica della ragione. Ci si vuole spaventare ma, come ha detto Renzo Gattegna presidente dell’unione delle comnità ebraiche italiane, si deve andare avanti: si rafforzino le misure di sicurezza ma senza cedere alla volontà di seminare il terrore che ha partorito questa aggressione, forse connessa alla prossima visita in Italia del presidente iraniano Hassan Rohani. E intanto ci si aspetta chiarezza sugli autori: che sembrano davvero corpi estranei in una città come Milano, ombre materializzatesi in un contesto di serena vita civile.

Naturalmente il desiderio di allontanare da noi il male non deve farci ombra. Il mare dell’ingiustizia e della violenza del mondo cresce di continuo. Davanti alle porte di ferro dell’Europa si schiacciano moltitudini di migranti, uomini donne e bambini: quanti anni ci vorranno per lasciarli entrare? La non-politica degli Stati nazionali nei loro confronti ha fatto sbottare perfino il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. In queste condizioni si può riaffacciare lo spettro del solito capro espiatorio, l’ebreo. Bisogna dunque che all’aggressione che isola e colpisce un uomo solo per terrorizzarne mille si risponda con una di quelle reazioni collettive che dissipano le ombre e spazzano il cielo dalle nuvole nere vecchie e nuove. L’Europa ne ha trovato la strada quando ha riscoperto nella sua eredità storica i valori di libertà e di solidarietà che le appartengono, veri fondamenti di una costruzione unitaria continuamente a rischio di crollo per il nazionalismo dei governi e per la cieca violenza sociale dei poteri finanziari. È accaduto davanti all’attentato a Charlie Ebdo, quando l’aggressione del terrorismo islamico ha ricevuto la risposta di una Parigi risorta a vera capitale d’Europa, e ora messa di nuovo davanti a una prova durissima. Ed è accaduto quando la cancelliera Merkel ha dato un grande e imprevedibile colpo di timone alla società tedesca stimolandone la virtù dell’accoglienza. Queste sono le risposte giuste ai mostri della paura, sempre in agguato nella società impoverita e frammentata, carica di rancore e di violenza, che il neoliberismo ci ha cucito addosso in questi nostri anni.

. La Repubblica, 17 novembre 2015

Per questa battaglia la vittoria non dipende dai carnefici ma dalle vittime. I terroristi non possono vincere. Non hanno i mezzi per sopraffarci, per governarci. La bandiera nera non sventolerà in Piazza San Pietro né in nessuna capitale occidentale. Il nostro destino dipende da noi. I terroristi suicidi vogliono spingerci al suicidio civile e politico, alla “guerra santa”.

Se ci faremo ipnotizzare dal nemico non perderemo solo la guerra. Molto peggio: perderemo noi stessi, ovvero quel che resta delle nostre libertà. Se invece sapremo leggere la cifra di questa sfida e reggere nel tempo agli attacchi con cui i jihadisti cercheranno di convertirci alla loro barbarie, finiremo per averne ragione.

Conviene perciò chiedersi chi siano e quali progetti abbiano i nostri nemici.
I jihadisti sono umani. Certo, usano tecniche disumane. Molti (non tutti) paiono ubriachi di fanatismo. Ma non sono insensibili alla fama, al denaro e al potere. Si occupano anzi di accumularne. In attesa di farsi trovare dalla parte giusta allo scoccare dell’Apocalisse. L’ideologia da fine del mondo è un formidabile magnete, capace di attrarre non solo islamisti radicali emarginati nelle nostre periferie estreme, ma anche figli della buona borghesia europea in cerca di avventura. Persino atei, cristiani, ebrei. A ricordarci quanto fragili e sempre revocabili siano le fondamenta della nostra civiltà.

Sarebbe ingenuo scambiare la propaganda di Abu Bakr al-Baghdadi per strategia. Il califfato universale è un riferimento metapolitico evocato a fini seduttivi da chi sa di non poterlo avvicinare.
L’obiettivo dello Stato Islamico non è la conquista di Roma, di Parigi o di Washington. È anzitutto di radicarsi nel territorio a cavallo dell’ormai inesistente frontiera fra due Stati defunti - Siria ed Iraq -espellendone o liquidandone le minoranze refrattarie al proprio dominio. A cominciare dagli arcinemici: i musulmani sciiti. Da questo Stato in fieri e grazie al suo marchio vincente il “califfato” mira ad espandere la propria influenza nel mondo sunnita.

Nel loro territorio i jihadisti di al-Baghdadi si dedicano a gestire traffici d’ogni genere - dagli idrocarburi ai reperti archeologici, dalle armi alle droghe e agli esseri umani - i cui mercati di sbocco sono tutti in Occidente. Quando ci interroghiamo sui loro finanziatori, alla lunga lista di entità islamiste e petromonarchie sunnite dobbiamo aggiungere noi stessi.

Di qui alcune conseguenze operative per evitare di suicidarci in questo scontro di lungo periodo, che ci impone pazienza, freddezza, capacità di assorbire attacchi e provocazioni.

Primo. Sgombrare il campo dalla retorica militarista. Possiamo e dobbiamo infliggere allo Stato Islamico qualche serio colpo che ne limiti l’aura d’invincibilità. Ma non abbiamo mezzi, uomini e volontà per ingaggiare una grande guerra “stivali per terra” nei deserti mesopotamici. Fra l’altro, è proprio quanto il “califfo” vorrebbe facessimo, certo di sconfiggerci sul terreno di casa, o almeno di conquistarsi un martirio che scatenerebbe per generazioni schiere di seguaci disposti a seguirne l’esempio.
Secondo. Definire il campo degli amici e dei nemici. Il nemico è chiaro: il jihadismo in generale e lo Stato Islamico, sua attuale epifania di successo, in particolare. Il nemico del nemico è altrettanto palese: l’islam sciita, ovvero l’Iran e i suoi alleati a Baghdad, Damasco e Beirut, e in prospettiva gli stessi regimi sunniti, Arabia Saudita in testa, che hanno alimentato i seguaci del “califfo”. Meno definito il quadro occidentale. Alcuni di noi — americani e britannici su tutti — hanno flirtato col jihadismo. Spesso lo hanno armato e finanziato per provvisori fini propri, salvo poi perdere il controllo del mostro che avevano contribuito a nutrire. Le priorità sono dunque due: ricompattare gli atlantici e comunicare ai sauditi e alle altre cleptocrazie del Golfo che il tempo del doppio gioco è scaduto. In questa battaglia non c’è posto per un “mondo di mezzo”, che con una mano istiga con l’altra ostenta di reprimere l’idra jihadista. Infine, è ovvio che su questo scacchiere russi e iraniani sono risorse, non avversari. Fare la guerra fredda a Putin e la guerra calda al “califfo”, insieme trattando i persiani da appestati, è poco intelligente.

Terzo. Serrare le file fra tutti gli alleati sul fronte dell’intelligence e delle polizie. Siamo lontani da un’effettiva cooperazione. Un esempio per tutti. Il giorno prima della catena di attentati a Parigi i carabinieri del Ros, insieme alle polizie britannica, norvegese, finlandese, tedesca e svizzera, avevano messo le mani su una rete di sedici jihadisti curdi e un kosovaro, dopo un’indagine di cinque anni condotta soprattutto sulla Rete (“Operazione Jweb”). A coordinare i terroristi era il famigerato mullah Krekar. Non da chissà quale anfratto mediorientale, ma dal suo carcere norvegese. Appartamento di tre stanze e servizi, dal quale — grazie ai laschi standard norvegesi — era in costante contatto in codice via Internet con i suoi diciassette apostoli, e chissà quanti altri. Finché i partner europei e atlantici continueranno a muoversi ciascuno per suo conto e con i suoi metodi, sarà arduo prevenire gli attacchi terroristici.

Quarto, ma non ultimo per rilievo. Resistere alle tentazioni razziste, rilanciate da media in cerca di visibilità. Le equazioni arabo musulmano=terrorista e (peggio) rifugiato=jihadista oltre che false sono pericolose. Manna per la propaganda “califfale”. E conferma che sul decisivo fronte della comunicazione spesso siamo i peggiori nemici di noi stessi.

«Obiettivo: organizzare a tamburo battente momenti di confronto sui temi delle migrazioni, delle guerre e dei disastri ambientali, nelle città e soprattutto nelle scuole e nelle università. “Bisogna costruire anticorpi, monitorare gli stati di eccezione e le violazioni dei diritti civili, disvelare le verità nascoste”». Il manifesto, 18 novembre 2015 (m.p.r.)

Il «cantiere per la pace» che è nato in una saletta affollatissima e piena di giovani del centro congressi di via Frentani a Roma coinvolgerà in ogni sua iniziativa locale o nazionale anche rappresentanti delle comunità musulmane in Italia, i cosiddetti musulmani moderati, ovvero un milione e mezzo di persone che vivono e lavorano nel Belpaese. Per vincere oltre i guerrafondai e le politiche securitarie contro i migranti, l’islamofobia e en passant le sirene dei media che tornano ad evocare lo scontro di civiltà.

«Questo terrorismo sta colpendo soprattutto noi musulmani, anche a Parigi 30 dei 129 morti lo erano. Siamo in prima linea», ricorda, raccogliendo l'invito dell’assemblea, Izzedin Elzir, palestinese nato a Hebron ora imam di Firenze e presidente dell'Ucoii, l'Unione comunità islamiche d'Italia. «Colpire noi vale di più che colpire un miscredente- continua a spiegare - in quanto considerati traditori perché abbiamo il vostro stesso sistema di vita e condividiamo gli stessi valori, quelli democratici della bellissima Costituzione della Repubblica, laica e rispettosa delle diversità».

Ora che il terrorismo jihadista è qui, dietro casa, anche le comunità islamiche hanno scoperto una paura più diretta, tangibile. Questa paura è una novità rispetto alle altre crisi, sottolinea Luciana Castellina nel suo intervento. È con questa paura che ora il mondo del pacifismo e dell’antirazzismo è chiamato a misurarsi, oltre che con un possibile restringimento dell’agibilità democratica, dato da un diffondersi di stati d’eccezione e censure. Castellina propone al cantiere delle associazioni, Ucoii compresa, presidi mobili ovunque - «si possono chiamare gazebo, visto che la parola è di moda» - per avvicinare le persone, informare e proporre soluzioni diverse dalla guerra. Anche Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sel, e deputato di Sinistra italiana, arrivato in una pausa del dibattito parlamentare sul rifinanziamento delle missioni all’estero, invita a considerare la variabile dell’empatia nell’approccio da usare.
«Non si può perdere il contatto con il sentire comune e serve un approfondimento culturale anche tra di noi - avverte - perché il reclutamento dei terroristi non può più essere spiegato solo con il disagio delle periferie, c’è anche, nella fascinazione per Daesh, l’idea di uno stato-guida da contrapporre alla secolarizzazione monetaria delle nostre società senza un livello di trascendenza laico che serva da antidoto». Il dibattito nell’assemblea romana tocca temi complessi, dalla analisi del colonialismo con la creazione di stati con il compasso sulla linea immaginata da François Picot e Mark Sykes ai tempi della prima guerra mondiale - «è quella che stiamo ancora vivendo e non la terza come dicono», sostiene Castellina - alla critica del modello di sviluppo. Tutte le associazioni e le ong mettono a disposizione le loro elaborazioni: i papers di Archivio Disarmo sull’export italiano di armi, il rapporto sui Diritti globali messo in rete da Legambiente, le elaborazioni di Sbilanciamoci e Lunaria.
Obiettivo: organizzare a tamburo battente momenti di confronto sui temi delle migrazioni, delle guerre e dei disastri ambientali, nelle città e soprattutto nelle scuole e nelle università. «Bisogna costruire anticorpi, monitorare gli stati di eccezione e le violazioni dei diritti civili, disvelare le verità nascoste», dice Francesco Martone di Un Ponte Per. Nel frattempo il cantiere per la pace - nato ieri su impulso dell’Arci con l’adesione di un lungo cartello di sigle, tra cui anche Libera, Uds e Rete G2 - chiede che le manifestazioni già in programma ospitino uno spazio di rilievo per le tematiche pacifiste e antirazziste.
Gli organizzatori della marcia italiana per il summit mondiale sul clima, il Cop21 di Parigi, in programma sabato 29 novembre a Roma, hanno già accettato. «Un ambientalismo che non tenga conto delle questioni sociali, incluso quella dei migranti economici, non avrebbe senso», sintetizza Maurizio Gubbiotti di Legambiente. Francesca Redavid della Fiom romana si farà portavoce verso la Fiom nazionale per una decisione analoga relativa alla marcia Unions di sabato prossimo a Roma. Se la Coalizione sociale di Landini deve battere un colpo, è il momento per farlo
«Li stiamo armando noi».

Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2015 (m.p.r.)

«Il Kuwait è l’epicentrodel finanziamento deigruppi terroristi in Siria»,mentre il Qatar necostituisce il retroterra graziea “un habitat permissivoche consente ai terroristi dialimentarsi ”. Lo sostieneDavid Cohen, sottosegretarioamericano per il terrorismoe l’intelligence finanziaria,citando un rapportodel Dipartimento di Statodel 2013. Dai due Paesi edall’Arabia Saudita, per ilWashington Institute forNear Policy, l’Isis ha ricevutooltre 40 milioni di dollarinegli ultimi due anni. Al terrorismoislamista non mancanobenefattori nel Golfo.

E l'Italia che fa? Firmacommesse, esporta armi, intascapetrodollari. Quandol’11 settembre Matteo Renziha siglato un memorandumd’intesa con il primo ministrokuwaitiano, Finmeccanicaha registrato un +5,4%in Borsa. Spianava la stradaall’acquisto per 8 miliardi dieuro di 28 caccia Eurofighterdi un consorzio europeo incui l’azienda guidata daMauro Moretti pesa quasi lametà. La firma definitiva èquestione di settimane, laDifesa ci lavora dal 2012 e laministra Roberta Pinotti si èrecata più di una volta in Kuwait.Sarà la più grande commessamai ottenuta da Finmeccanica.

Il committente èil governo del Paese che il ilDipartimento di Stato Usaindica come base dei “finan -ziamenti a gruppi estremistiin Siria”.Del resto, dal 2012 al 2014il made in Italy ha esportatoarmi al Kuwait per 17 milionidi euro. Al Qatar 146 milioni.Come prevede la legge, tuttoapprovato dal governo.Proprio il Qatar è stato indicatocome il principale finanziatoredel Califfato daGeorge Smiley, nome di coperturadi un trafficanted’armi italiano intervistatodomenica da Report. Ha dettoda Londra: “È stato armatoin funzione anti Iran, ma poici è scappato di mano. Nelnostro ambiente si sa perfettamenteche l’Isis è una creaturadell’Occidente. Anchel’Italia a sua insaputa ha armatol’Isis, armando la Siriadi Assad e addestrando le sue milizie che poi sono passateall’Isis”. Poi fa il nome di OmaarJama, nipote dell’exdittatore del Puntland in Somalia,accusato di essere iltramite tra “insospettabiliche vivono a Roma” e i terroristidi Al Shabaab, affiliatiad Al Qaida in Africa.

Questo ex studente di Giurisprudenzaa Firenze è indagatoper reclutamentoclandestino di contractor etraffico d’armi dalla Dda diNapoli. Nel 2007, invece, halavorato come consulente della Spm, riconducibile aStefano Perotti, accusato diaver pagato benefit all’ex topmanager del Ministero delleInfrastrutture Ercole Incalzain cambio di appalti. È lavicenda che ha portato alledimissioni del ministroMaurizio Lupi.Nella ricostruzione di Report spuntano un campo diaddestramento nel Principatodi Seborga, paesino autoproclamatosiindipendentein provincia di Imperia, ipalazzi di Finmeccanica eGiorgio Carpi, indagato pertraffico d’armi con i Casalesie fondatore della LegioneBrenno, una struttura militaresegreta nata nel 1993 peroperare in Croazia.

È ben più che un’ipotesi chel’Isis sia stato armato e finanziatodalle monarchie delGolfo e si sia rafforzato con lacomplicità della Turchia.“L’Unodc (l’agenzia Onu chesi occupa di criminalità edroga, ndr) – spiega GiorgioBeretta dell’Opal (Osservatoriopermanente sulle armileggere) – stima che il 90%dei traffici illegali di armiproviene dal commercio legale.Frutto della triangolazioneo dell’aver armatogruppi che poi cambiano alleanze”. Dal 2005 al 2012 ivari governi italiani hannoconfermato commesse per375,5 milioni di euro in Libia(ora a chi sono in mano?).

InArabia Saudita, dove Renzi èappena stato in visita, esportiamobombe che per le associazionipacifiste vengonosganciate contro gli sciiti inYemen. L’ultimo carico èpartito da Cagliari il 29 ottobre.Per l’autorevole Sipri(Stockholm InternationalPeace Research Institute),l’Italia è stata la principale esportatriceeuropea di armiin Siria dell’ultimo decennio,131 milioni di euro. Abbiamorifornito sia Assad, sial’opposizione. Dal 2011 leconsegne sono sospese, maaumentano quelle verso iPaesi confinanti. La Turchiaper esempio: da meno di 30milioni di euro nel 2009 a oltre85 nel 2014. Difficile pensareche a Istanbul siano diventatitutti collezionisti diarmi o che il tiro al piattellosia diventato lo sport più diffuso.

Dopo l'11 settembre europeo qualcosa è improvvisamente cambiato nello spazio politico del dibattito sulla sinistra.

Il manifesto, 17 novembre 2015

Pochi giorni fa il manifesto ha pubblicato un inserto/dossier (da lunedì 16 sarà possibile anche acquistare il pdf sul sito, ndr), ispirato e curato da Norma Rangeri, dal titolo significativo “C’è vita a sinistra ”.

L’ho trovato molto interessante e ricco di spunti di riflessione, ma anche carente di un quid che non riuscivo ad identificare. Come se tutta la discussione fosse fuori dal tempo che stiamo vivendo perché non prendeva in considerazione qualcosa che ha modificato profondamente lo “spazio politico”, per usare una categoria di Bourdieu. Sentivo che alla nostra discussione mancasse non un tema, sia pure importante, ma proprio una dimensione che caratterizza il nostro tempo.

Purtroppo, adesso mi è chiaro: quel qualcosa che mancava, quella dimensione ignorata, si è tragicamente materializzata nella strage di Parigi, un vero e proprio 11 settembre per l’Europa. Questa forma di terrorismo ha un impatto devastante sulla popolazione europea, crea un panico generalizzato, un senso di insicurezza tale che si traduce sul piano politico in una richiesta pressante di Ordine, Vendetta, Guerra.

Altro che politiche di accoglienza, che integrazione di immigrati, che società multiculturale, con questa orrenda strage cambia lo scenario politico europeo, spalancando un’autostrada per la cultura della Destra xenofoba, razzista e guerrafondaia. Che poi siano i governi socialisti o socialdemocratici a portare avanti questa politica non fa che aggravare la situazione.

Certo, lo sappiamo che l’Occidente ha praticato un terrorismo sistematico nei confronti di molti popoli del mondo, che i droni che uccidono civili in Afghanistan o in Iraq sono più buoni dei terroristi islamici solo perché non vediamo gli effetti di queste azioni: i media non ci fanno vedere donne e bambini massacrati, povere case sventrate e ridotte in macerie. Come nella striscia di Gaza,

dove Israele ha compiuto veri e propri atti terroristici, con molte più vittime di quelle che ha fatto finora l’Isis in Europa.

E potremmo continuare, ma servirebbe a poco per convincere la maggioranza degli europei che la strada della guerra, che Hollande ha già abbracciato con entusiasmo per vendicarsi della strage di Charlie Hebdo e che oggi ripropone con più forza, ci porta verso l’autodistruzione.

Provate a convincere i nostri concittadini, quelli che non leggono il manifesto, che bisogna ritornare a una pratica politica di ampio respiro per sconfiggere il terrorismo.

In primis, isolando il governo dell’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo che finanziano il terrorismo da molti anni, ed anche quelli occidentali che agiscono attraverso i servizi segreti. Allo stesso tempo contrastando il governo israeliano con tutti i mezzi — anche con le sanzioni — finché rimangono occupati i territori palestinesi, e poi sostenendo tutte le esperienze democratiche che tra mille difficoltà resistono nel Nord Africa ed in Medio Oriente, a partire da un sostegno forte e convinto al governo tunisino. Ci siamo già dimenticati della strage dell’Isis al museo Bardo di Tunisi che ha causato tante vittime e un danno enorme alla fragile economia tunisina: da quel momento le navi da crociera hanno saltato la tappa di Tunisi e complessivamente i flussi turistici sono crollati dell’80 per cento!

Un fatto è certo: il Califfato Islamico ha una strategia politica e usa gli attacchi terroristici come strumento per conseguire i suoi fini.

Di contro, l’Occidente risponde istericamente, accecato dalla sete di vendetta, non ha più una visione e una strategia politica, e ripete i tragici errori fatti dopo l’11 settembre in Afghanistan ed Iraq.

Come non si è mai sconfitta la mafia mandando l’esercito, così non verrà mai sconfitto l’Isis con le bombe.

Anzi, i bombardamenti occidentali, colpendo tanti civili innocenti (i famosi “effetti collaterali”) fanno crescere l’odio e la sete di vendetta dei parenti delle vittime, procurando al Califfato islamico un “esercito terrorista di riserva”.

Fare vedere che esiste concretamente un’altra strada per combattere il terrorismo islamico è oggi una priorità politica per chi vuole costruire un futuro diverso per l’Europa.

Questa è la più grande sfida per la Sinistra Europea nel XXI secolo.

Ciò che si può, quindi si deve fare perché cessino gli sterminii che stanno distruggendo l’umanità. La strada del terrore diffuso non è l’unica percorribile, benché abbia giù una lunga storia

Domenica 15 novembre ci volevano i primi commenti sul manifesto di Samir Amin, di Tommaso di Francesco e Giuliana Sgrena, i dati forniti da Antonio Mazzeo sul crescente impegno militare della Francia in Africa, utili a fornire all'osservatore sgomento davanti all'attualità parigina un sistema di coordinate per non abbandonarsi all'angoscia della "guerra al terrorismo" proclamata dagli USA ormai 14 anni fa, e ora di nuovo sulla bocca di politici europei e della 'intellighenzia" rappresentata da Eugenio Scalfari. Non sanno costoro che questa strategia ha provocato finora solo altro terrore e molte altre centinaia di migliaia di morti nel mondo? Perseverare mi sembra diabolico, significa giocare col fuoco accettandola provocazione dei terroristi.

Se si vuole veramente spezzare la spirale della violenza a livello globale che ha chiuso il vecchio e aperto il nuovo millennio bisogna cambiare non solo politica, ma anche la nostra economia che crea e approfondisce le diseguaglianze e le contrapposizioni nel mondo. È dalla fine del mondo bipolare (1989/90) che il capitalismo occidentale ha intensificato la sua ingerenza bellica nei paesi dell'ex "Terzo mondo" per assicurarsi il controllo sulle zone medio-orientali e quelle asiatiche dell'ex-URSS con le principali risorse naturali. E già prima, durante gli anni '80, la guerra Iraq-Iran, quando gli USA sostenevano un Saddam Hussein, fu una guerra "nostra", condotta per procura. L'attualità è vecchia.

E dalla prima Guerra del Golfo (1991) all'attentato alle Torri gemelli (2001) hanno smantellato il sistema di garanzie e di Diritti umani dell'ONU, istituito dopo la Seconda Guerra mondiale, e da allora i conflitti armati in cui interviene la Nato alla "periferia" non si contano piú.

Lo sconvolgimento politico e territoriale del Medio Oriente non ha prodotto solo ecatombe di morti civili, ma anche i crescenti flussi di profughi disperati da guerra e fame, di cui solo una minima parte chiede finora umilmente ingresso nel nostro benessere europeo, costruito sulle loro risorse. Ma la distruzione delle esistenti strutture statali, politiche e sociali in Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen - non ancora del tutto riuscita in Siria, per non parlare di altri focolai e conflitti africani alimentati dall'occidente - ha anche creato il terreno di coltura per ogni tipo di estremismo ideologico o religioso in popolazioni giovani di disoccupati e disperati, privi di ogni prospettiva di vita decente. Terreno propizio anche per le più svariate formazioni paramilitari, tra cui i cosiddetti "Islamisti", sostenuti dagli stati arabi più reazionari, a loro volta alleati con le nazioni occidentali che gli vendono anche le armi in cambio di petrolio.

Anche nella nostra ricca Europa la politica neoliberale ha accentuato le diseguaglianze e minato le garanzie democratiche, creando una, se non già due generazioni di giovani prive di prospettive di vita attiva. E tra questi si trovano anche i giovani immigrati di seconda o terza generazione, particolarmente numerosi in nazioni con un forte passato coloniale, come Francia, Inghilterra o Belgio. Altro fertile terreno per il nichilismo politico e il fanatismo religioso: ed è già da tempo che giovani attentatori portano l'assassinio di civili innocenti dalla periferia fin nei centri del nostro mondo benestante, dove "noi" abbiamo invece il diritto-dovere di divertirci, come ribadiscono i giornali.

Ma ora l''Europa e le sue singoli nazioni si trovano in penose difficoltà di fronte al grande problema dei crescenti numeri di profughi dell' ex Terzo mondo, proprio perché hanno preferito per decenni di ignorare il carattere strutturale del fenomeno.

Se non si riesce ad invertire la rotta - impostando grandi programmi di investimenti pubblici nella formazione e per creare lavoro vero, oltre a riorganizzare il lavoro complessivo distribuendolo tra tutti, in modo da poter assorbire anche qualche milione di profughi, che del resto sono necessari per mantenere l'economia europea almeno ai livelli attuali anche nei prossimi decenni - non ci resterà che la "guerra contro il terrore", sia in Medio Oriente che in patria.

Il Presidente socialista Hollande annuncia questo in magna pompa da Versailles, cantando la Marseillese, e lo stato d'emergenza dovrà durare almeno tre mesi. E chiede il sostegno dell'Europa, ovvero della Nato.

Eppure si potrebbe anche dedurre dalla storia recente che l'Europa - che ha già mille altri problemi - farebbe bene a mettere fine al suo impegno militare "out of area" nel resto del mondo, anche perché ormai i suoi interessi non sempre coincidono ancora con quelli degli USA. A venticinque anni dalla cessazione della storica funzione antisovietica della Nato, per cui era nata, sarebbe ora di metterne seriamente in questione la ragion d'essere. Altrimenti le stragi parigine non saranno che un ulteriore sanguinosa tappa in una "guerra" invincibile da ambe le parti, a cui seguiranno altre guerre.

«Dopo Parigi. Bisogna rimettere la pace, e non la vittoria, al centro della nostra agenda politica».

Il manifesto, 17 aprile 2015 (m.p.r.)

Sì, siamo in guerra. O meglio, siamo ormai tutti dentro la guerra. Colpiamo e ci colpiscono. Dopo altri, e purtroppo prevedibilmente prima di altri, paghiamo il prezzo e portiamo il lutto. Ogni persona morta, certo, è insostituibile. Ma di quale guerra si tratta? Non è semplice definirla, perché è fatta di diversi tipi, stratificatisi con il tempo e che paiono ormai inestricabili. Guerre fra Stato e Stato (o meglio, pseudo-Stato, come «Daesh»). Guerre civili nazionali e transnazionali.

Guerre fra «civiltà», o che comunque si ritengono tali. Guerre di interessi e di clientele imperialiste. Guerre di religione e settarie, o giustificate come tali. È la grande stasis del XXI secolo, che in futuro - ammesso che se ne esca vivi - sarà paragonata a modelli antichi, la Guerra del Peloponneso, la Guerra dei Trent’anni, o più recenti: la «guerra civile europea» fra il 1914 e il 1945.

Questa guerra, in parte provocata dagli interventi militari statunitensi in Medioriente, prima e dopo l’11 settembre 2001, si è intensificata con gli interventi successivi, ai quali partecipano ormai Russia e Francia, ciascun paese con i propri obiettivi. Ma le sue radici affondano anche nella feroce rivalità fra Stati che aspirano tutti all’egemonia regionale: Iran, Arabia saudita, Turchia, Egitto, e in un certo senso Israele - finora l’unica potenza nucleare.

In una violenta reazione collettiva, la guerra precipita tutti i conti non saldati delle colonizzazioni e degli imperi: minoranze oppresse, frontiere tracciate arbitrariamente, risorse minerarie espropriate, zone di influenza oggetto di disputa, giganteschi contratti di fornitura di armamenti. La guerra cerca e trova all’occorrenza appoggi fra le popolazioni avverse.

Il peggio, forse, è che essa riattiva «odi teologici» millenari: gli scismi dell’Islam, lo scontro fra i monoteismi e i loro succedanei laici. Nessuna guerra di religione, diciamolo chiaramente, ha le sue cause nella religione stessa: c’è sempre un «substrato» di oppressioni, conflitti di potere, strategie economiche. E ricchezze troppo grandi, e troppo grandi miserie. Ma quando il «codice» della religione (o della «controreligione») se ne appropria, la crudeltà può eccedere ogni limite, perché il nemico diventa anatema. Sono nati mostri di barbarie, che si rafforzano con la follia della loro stessa violenza – come Daesh con le decapitazioni, gli stupri delle donne ridotte in schiavitù, le distruzioni di tesori culturali dell’umanità.

Ma proliferano ugualmente altre barbarie, apparentemente più «razionali», come la «guerra dei droni» del presidente Obama (premio Nobel per la pace) la quale, ormai è assodato, uccide nove civili per ogni terrorista eliminato.

In questa guerra nomade, indefinita, polimorfa, dissimmetrica, le popolazioni delle «due sponde» del Mediterraneo diventano ostaggi. Le vittime degli attentati di Parigi, dopo Madrid, Londra, Mosca, Tunisi, Ankara ecc., con i loro vicini, sono ostaggi.

I rifugiati che cercano asilo o trovano la morte a migliaia a poca distanza dalle coste dell’Europa sono ostaggi. I kurdi presi di mira dall’esercito turco sono ostaggi. Tutti i cittadini dei paesi arabi sono ostaggi, nella tenaglia di ferro forgiata con questi elementi: terrore di Stato, jihadismo fanatico, bombardamenti di potenze straniere.

Che fare, dunque? Prima di tutto, e assolutamente, riflettere, resistere alla paura, alle generalizzazioni, alle pulsioni di vendetta. Naturalmente, prendere tutte le misure di protezione civile e militare, di intelligence e di sicurezza, necessarie per prevenire le azioni terroristiche o contrastarle, e se possibile anche giudicare e punire i loro autori e complici. Ma, ciò facendo, esigere dagli Stati «democratici» la vigilanza massima contro gli atti di odio nei confronti dei cittadini e dei residenti che, a causa della loro origine, religione o anche abitudini di vita, sono indicati come il «nemico interno» dagli autoproclamatisi patrioti. E poi: esigere dagli stessi Stati che, nel momento in cui rafforzano i propri dispositivi di sicurezza, rispettino i diritti individuali e collettivi che fondano la loro legittimità. Gli esempi del «Patriot Act» e di Guantanamo mostrano che non è scontato.

Ma soprattutto: rimettere la pace al centro dell’agenda, anche se raggiungerla sembra così difficile. Dico la pace, non la «vittoria»: la pace duratura, giusta, fatta non di vigliaccheria e compromessi, o di controterrore, ma di coraggio e intransigenza. La pace per tutti coloro i quali vi hanno interesse, sulle due sponde di questo mare comune che ha visto nascere la nostra civiltà, ma anche i nostri conflitti nazionali, religiosi, coloniali, neocoloniali e postcoloniali. Non mi faccio illusioni circa le probabilità di realizzazione di quest’obiettivo. Ma non vedo in quale altro modo, al di là dello slancio morale che può ispirare, le iniziative politiche di resistenza alla catastrofe possano precisarsi e articolarsi. Farò tre esempi.

Da una parte, il ripristino dell’effettività del diritto internazionale, e dunque dell’autorità delle Nazioni unite, ridotte al nulla dalle pretese di sovranità unilaterale, dalla confusione fra umanitario e securitario, dall’assoggettamento alla «governance» del capitalismo globalizzato, dalla politica delle clientele che si è sostituita a quella dei blocchi. Occorre dunque resuscitare le idee di sicurezza collettiva e di prevenzione dei conflitti, il che presuppone una rifondazione dell’Organizzazione – certamente a partire dall’Assemblea generale e dalle «coalizioni regionali» di Stati, invece della dittatura di alcune potenze che si neutralizzano reciprocamente o si alleano solo per il peggio.

Dall’altra parte, l’iniziativa dei cittadini di attraversare le frontiere, superare le contrapposizioni fra le fedi e quelle fra gli interessi delle comunità, il che presuppone in primo luogo poterle esprimere pubblicamente. Niente deve essere tabù, niente deve essere imposto come punto di vista unico, perché per definizione la verità non preesiste all’argomentazione e al conflitto.

Occorre dunque che gli europei di cultura laica e cristiana sappiano quel che i musulmani pensano circa l’uso della jihad per legittimare avventure totalitarie e azioni terroristiche, e quali mezzi hanno per resistervi dall’interno. Allo stesso modo, i musulmani (e i non musulmani) del Sud del Mediterraneo devono sapere a che punto sono le nazioni del «Nord», un tempo dominanti, rispetto al razzismo, all’islamofobia, al neocolonialismo. E soprattutto, occorre che gli «occidentali» e gli «orientali» costruiscano insieme il linguaggio di un nuovo universalismo, assumendosi il rischio di parlare gli uni per gli altri. La chiusura delle frontiere, la loro imposizione a scapito del multiculturalismo delle società di tutta la regione, questa è già la guerra civile.

Ma in questa prospettiva, l’Europa ha virtualmente una funzione insostituibile, che deve onorare malgrado tutti i sintomi della sua attuale decomposizione, o piuttosto per porvi rimedio, nell’urgenza. Ogni paese ha la capacità di trascinare tutti gli altri nell’impasse, ma tutti insieme i paesi potrebbero costruire vie d’uscita e costruire argini.

Dopo la «crisi finanziaria» e la «crisi dei rifugiati», la guerra potrebbe uccidere l’Europa, a meno che l’Europa non dia segno di esistere, di fronte alla guerra.

E’ questo continente che può lavorare alla rifondazione del diritto internazionale, vegliare affinché la sicurezza delle democrazie non sia pagata con la fine dello Stato di diritto, e cercare nella diversità delle comunità presenti sul proprio territorio la materia per una nuova forma di opinione pubblica.

Esigere dai cittadini, cioè tutti noi, di essere all’altezza dei loro compiti, è chiedere l’impossibile? Forse; ma è anche affermare che abbiamo la responsabilità di far accadere quel che è ancora possibile, o che può tornare a esserlo.

«La "notte delle stragi" sconvolge e sorprende, ma possiamo davvero stupirci per gli attentati? Abbiamo vissuto l'illusione di poter combattere una guerra tenendo la violenza lontano dai nostri confini. Oggi la risposta sembra essere: più bombe, più raid, più repressione. Ma non è vero -non è mai vero- che non c'è alternativa».

Altreconomia.it, 14 novembre 2015 (m.p.r.)

Come a gennaio, con l'assalto a Charlie Hebdo; come nei giorni scorsi, con l'esplosione sull'areo russo in volo sul Sinai, così la notte delle stragi a Parigi,oltre all'orrore per tante persone innocenti trucidate, sembra suscitare una certa sorpresa nella popolazione, o almeno in gran parte di essa. Ci scopriamo fragili, vulnerabili e sale quindi un senso di smarrimento, ma davvero possiamo sorprenderci per gli attentati nel cuore dell'Europa? Non siamo forse in guerra, noi Europa, noi Nato, nel Vicino Oriente e non da oggi? Abbiamo dimenticato anche le stragi di Madrid e Londra?

Da un quindicennio ormai combattiamo una guerra che ha causato centinaia di migliaia di vittime e generato un caos geopolitico senza precedenti. L'Isis è solo la più recente, e forse la più attrezzata, fra le molte milizie contro le quali stiamo combattendo. Spesso si tratta di ex alleati, che si è pensato di sostenere e utilizzare contro temporanei nemici comuni, salvo poi trovarseli contro; altre volte si tratta di formazioni che pescano miliziani e trovano consenso sull'onda di sentimenti antioccidentali alimentati dalla guerra incessante che conduciamo fra l'Afghanistan, l'Iraq e la Siria, uno spicchio di mondo nel quale si condensano troppi interessi economici e politici e troppi rancori storici.
Gli attentati ci ricordano che siamo in guerra; sono un brusco risveglio dall'illusione che si possa fare la guerra per procura e senza pagarne conseguenze sul proprio territorio. Lo Stato islamico sta portando la guerra in Europa con gli strumenti tipici di tutte le guerre asimmetriche: l'azione terroristica.

Oggi i dirigenti politici europei assecondano lo stupore delle popolazioni - uno stupore dai piedi d'argilla - e promettono di incrudelire la strategia seguita finora: più bombe, più raid, più repressione. E' la via di una guerra di distruzione che pare avere come obiettivo finale l'eliminazione fisica dell'Isis.

Se questa è la scelta, diventerà impossibile, di fronte alla prossima strage in Europa, reagire con stupore. Ma già la carneficina di Parigi dovrebbe farci aprire gli occhi sulla nostra condizione di belligeranti e sulvicolo cieco nel quale ci siamo infilati.

Oggi la via della guerra totale all'Isis viene presentata come ovvia e senza alternative e si accompagna a una promessa di sicurezza che non potrà essere garantita, ma che dovrebbe bastare a mantenere sotto controllo l'opinione pubblica europea, che è sotto choc, frastornata e bisognosa di rassicurazioni. Nella realtà siamo probabilmente agli esordi di una fase molto cruenta della guerra in corso, vista la capacità dell'Isis di ribattere colpo su colpo alle azioni militari degli stati nemici, colpendoli là dove sono più vulnerabili, cioè al livello della popolazione civile: è toccato ai turisti russi di ritorno dal mar Rosso dopo i raid in Siria dell'aviazione di Mosca;ai cittadini francesi al ristorante, allo stadio e nella sala da concerto dopo i raid dell'aviazione francese annunciati in pompa magna quest'estate.

Ma non è vero -non è mai vero - che non esistono alternative. C'è la via lunga indicata già all'indomani dell'11 settembre da quelle che furono bollate come "anime belle": è la via della convivenza e del dialogo in situazioni di conflitto; la via del freno alla depredazione delle risorse; la via del riconoscimento dei diritti delle persone, compreso quello di emigrare dal proprio paese; la via del rafforzamento di istituzioni sovranazionali -rifondando l'Onu- e del ridimensionamento delle alleanze politico-militari che hanno occupato gli spazi della democrazia.

Lungo questa via, un futuro c'è. E c'è anche la materia prima per affrontare lo status quo, ossia l'espansione militare dell'Isis o anche il fascino che esso esercita su tanti giovani che vi vedono uno strumento di ribellione e di riscatto dalle umiliazioni subite per mano delle potenze belliche occidentali. Certo, è una via impervia, non foss'altro perché nuova e da mettere in pratica in un contesto infuocato. Forse non darebbe risultati immediati, ma avrebbe il grande merito di far intravedere una via d'uscita accettabile e - soprattutto - desiderabile.

I nostri governi dicono che la via giusta è la radicalizzazione dello scontro militare, ma abbiamo alle spalle almeno un decennio di fallimenti e non vi è ragione di pensare che stavolta l'esito sarebbe diverso. Abbiamo perso molti anni, denigrando la cultura del pacifismo e sgretolando dall'interno l'autorità e il potenziale degli istituti sovranazionali, a cominciare dall'Onu.

Oggi vediamo i risultati raccolti nel Vicino Oriente: un'impressionante quantità di morti; paesi ridotti in macerie e trasformati in ribollenti fucine di movimenti armati; azioni terroristiche contro gli stati in guerra; un caos geopolitico che non lascia intravedere soluzioni possibili.

Il tutto con un corollario che sta già diventando realtà, ossia il degrado delle democrazie europee: stiamo innalzando muri (anche fisici!) contro persone in fuga dal caos generato - anche, se non soprattutto - dalle nostre guerra e ci apprestiamo a vivere in uno stato d'emergenza quotidiano, con tutto ciò che ne consegue.

Solo i cittadini europei, in una fase storica che sembra ormai segnata da un destino di guerra, potrebbero cambiare il corso delle cose, ma dovrebbero ribellarsi ai loro governanti e alle loro fallimentari politiche di potenza e così ridare senso a ciò che intendiamo per democrazia.

Sarebbe la premessa per affrontare le sfide del nostro tempo su basi nuove.

«Si sono distrutte intere nazioni, scardinata la struttura sociale, non solo politica. E l’Isis nasce proprio da lì. Davvero un grande successo». Huffington Post, 15 novembre 2015

“La guerra non solo è uno strumento stupido e crudele, non funziona neanche”. A dirlo è Gino Strada, fondatore di Emergency, nel corso di un’intervista a In Mezz’Ora, su Raitre, per criticare gli ultimi 15 anni di gestione delle crisi internazionali. “Questa guerra è incominciata poco dopo l’11 settembre. È stato detto, a noi cittadini, che era cominciata la guerra al terrorismo e sarebbe durata 50 anni. Bene, 15 sono già passati. E con quali risultati?”.

Strada evidenzia che “si sono distrutte intere nazioni, scardinata la struttura sociale, non solo politica. E l’Isis nasce proprio da lì. Davvero un grande successo … e nessuno dice niente. Serve la guerra o ha prodotto ulteriore guerra, ulteriore terrorismo? Ce li ricordiamo i talebani? Nessuno se li ricorda più, ma controllano oggi molto più di quello che controllavano prima dell’ingresso in guerra in Afghanistan”.

Il fondatore di Emergency non accetta di parlare di errori del passato, “non ci sto a liquidare 15 anni di storia così. Prima bisogna ammettere gli errori del passato. Quante balle sono state raccontate ai cittadini del mondo – prosegue Strada - Mi sono visto sventolare perfino una provetta con piscio di laboratorio per giustificare una guerra. E oggi ammettono di aver detto bugie, perfino Tony Blair”.

Gino Strada non riesce a trattenere l'emozione, poche parole per ricordare Valeria Solesin, per anni volontaria di Emergency e unica vittima italiana delle stragi di Parigi. “Siamo addolorati. Purtroppo, è un’altra vittima del terrorismo. Non mi sento di dire di più per rispetto del dolore della famiglia”.
Una cantata, senza musica, se non rumori di guerre. Molti perché, laceranti per noi che apparteniamo alla parte benestante del pianeta.

Felicità futura online, 15 novembre 2015

Ma no: perché?
Chi ha tutto non può chiedere a chi non ha niente:perché?
Chi ha usato la fede per “civilizzare” il mondo non puòchiedere a chi usa Dio contro di noi: perché?
Chi fabbrica armi e poi li dà a chi uccide non puòchiedere: perché?
Chi ha portato la guerra, inventando menzogne, in altripaesi per puro interesse non può chiedere a chi ci porta la guerra:perché?
Chi costruisce nuovi equilibri internazionale combattendo,forse, il califfato ma pensando aipropri interessi, non può chiedere alla strategia del terrore: perché?
Perché, perché, perché………………..
Tutti i possibili perché non giustificano le crudeliuccisioni; non giustificano e basta. Ma forse ci fanno capire qualcosa.
Ma capire non ci libera dalla paura, dall’angoscia, dall’impotenza.Oggi piangiamo tutti assieme gli amici francesi trucidati, ma non abbiamopianto qualche giorno fa gli amici libanesi morti in uno stesso attentato. Non abbiamo pianto imorti kurdi bombardati dalla Turchia. Non abbiamo pianto per … La nostrasolidarietà, il nostro rispetto della vita non è generalizzato. Di fattodistingue, e questo non ci aiuta adessere liberi, né a capire.
Siamo orgogliosi della nostra civiltà, della nostralibertà, della nostra convivenza, dei nostri diritti; ma questa civiltà che cipare attaccata e che vogliamo difendere è il risultato di misfatti, di orrori,di genocidi. E con il lavoro sulle nostre coscienze, utilizzando la nostraintelligenza, riflettendo su noi e gli altri, che, forse, ci siamo liberati daquegli orrori perpetrati fino ad ieri (il secolo scorso è stato il tempo di unacarneficina continua), costruendo un non mai raggiunto livello alto di civiltà.
Ma niente e concluso, gli interessi spesso ci acciecano. Lariunione a Malta dei capi di stato sull’immigrazione la dice lunga sulla nostradisponibilità all’accoglienza. I muri, i fili spinati, i fossati che moltipaesi stanno materialmente costruendo contro l’immigrazione la dice lunga sul’Europa unita. Queste frontiere oggi sono “contro” gli immigrati ma finiranno peressere le frontiere interne di un Europa divisa. La divisione sta nella logicadelle frontiere. Ci aspetta un’Europa molto più frammentata di come è uscitadalla seconda guerra mondiale e forse meno civile di quello che pensiamo.
Certo bisogna resistere all’emozione che parla allapancia, alla paura che prende il cuore, al senso di insicurezza che diventa mododi vita. Bisogna ragionare, bisogna avere politiche efficaci ed efficienti.Sapremmo cosa fare nel medio-lungo periodo, ma non possiamo farlo; le nostrecondizioni economiche e sociali, i nostri rapporti sociali, gli interessi chegiocano anche sopra le nostre teste non ci permettono di fare quello chesappiamo andrebbe fatto.
Quando i due militari dell’ISIS nel video che gira inrete, chiamano quanti di “loro”, sono umiliati in terra straniera, costretti achiedere l’elemosina, disoccupati, sottopagati, e li invitano a unirsi a loronel nome di Allah, sanno di fare un gioco facile anche se non di sicuro successo, per nostra fortuna. Mali chiamano alla lotta là dove si trovano, li invitano a prendere le armi chehanno a disposizione e ad uccidere. Terrorismo diffuso, questa è la nuovasituazione.
Quando qualche imbecille propone di distinguere gliimmigrati che vengono da zone di guerra da accogliere (con attenzione eparsimonia), dagli immigrati per bisogno (fame, sottosviluppo, ecc.) darifiutare e mandare indietro, inconsapevolmente (ma è possibile inconsapevolmente) contribuisce a creano le migliori condizionidi accoglienza agli appelli dell’ISIS.
C’è una politica di medio-lungo periodo. Ma quello chebisognerebbe fare in tale tempo medio-lungo non si farà; si dirà; si useranno molte parole; ma non sifarà. Così il tempo medio-lungodiventerà infinito e alimenterà nuove rivolte, nuovi terrorismi, nuovebandiere. Non si farà perché non lo permette il nostro sistema sociale, non lopermettono gli interessi economici in gioco, perché i “soci” che dicono dicombattere l’ISIS fanno i loro giochi.Agli immigrati non saranno riconosciuti diritti di cittadinanza; le risorse dei singoli paesi non sarannolasciati agli stessi per lo sviluppo; non si faranno sostanziosi investimentiinternazionali per lo sviluppo; al contrario si continuerà a corrompere, asostenere dittature spesso feroci, a saccheggiare le risorse, si asservirannopopolazione, si affameranno, si sottrarrà l’acqua, …..
Ma anche se si facessero per il medio lungo periodo lecose positive previste e prevedibili, resta il grumo terribile del breveperiodo: l’ISIS e il terrorismo. Chefare? Pensieri poveri e contraddittori. Contro questo pericolo non bastal’intelligenza dei servizi (il terrorismo diffuso e individualista, non hacorpo, non ha bisogno di centrali, basta la predicazione), la prevenzione,certo, se ne siamo capaci, ma sarà necessaria anche qualche forma direpressione: bloccare l’espansione, liberare chi volontariamente si è fattoschiavo, liberare chi è oppresso in nome di un Dio crudele che lotta per la suasupremazia. C’è anche uno scontro militare all’orizzonte. No contro Allah, nonserve, non uno scontro di civiltà, quale è la civiltà proposta dall’ISIS se nonun futuro di sottomissione e privazioni, ma contro il terrorismo, contro un regimecriminale, contro un dittatura politica che si crea il proprio Dio. Dovrebbeessere una “pulizia” fatta dagli stessi musulmani uniti con le forzeinternazionali, in una guerra di liberazione. Ma pare difficile che i regimimusulmani, date le loro divisione interne che alimentano lo stesso terrorismo eche sostengono l’ISIS, siano disponibili per tale guerra di librazione..
In realtà non si farà nulla per il periodo medio-lungo,si farà nel periodo breve una guerra priva di prospettive. E sulle maceriesorgeranno nuove bandiere, nuove rivendicazioni e nuovi terrorismi.
Sentendo i capi di governo, ascoltando la voce dellagente, che quando impaurita dà il peggio di sé, non mi pare si possa essere ottimisti.

Nel solco delle analisi e degli atteggiamenti più ragionevoli espressi nei giorni scorsi, un passo in più sulla domanda più impegnativa, cui è legato il nostro futuro: che fare? Huffington Post, novembre 2015

L’orrore per la strage e la commozione per le vittime dell’eccidio parigino sono ancora sono ancora molto caldi – la tensione rimane altissima - perché si possano azzardare analisi puntuali sulle cause e le ragioni specifiche dell’accaduto. Eppure, se non si vuole essere prigionieri della retorica e del furore repressivo e liberticida – che impazza non solo a destra – bisognerebbe cominciare a farlo. Non è certo sufficiente incolpare l’Occidente per le sue politiche e pratiche securitarie – intensificate dall’11 settembre in poi - che certamente ci sono state e sono tutt’ora in corso ( vedi questa sorta di Patriot Act all’europea che,come scrive il manifesto, si vorrebbe instaurare), le sue scelte belliche o le sue volute ambiguità nella lotta al terrorismo. Quelle, per intenderci, che hanno portato gli Usa ad essere finanziatori e armatori più o meno consapevoli dell’Isis, nel maldestro tentativo di foraggiare le forze che volevano opporsi armi in pugno al regime di Assad in Siria. O quelle che spingono i paesi della Nato a sostenere paesi come la Turchia e l’Arabia Saudita. Il primo che ne approfitta per bombardare i curdi – finora gli unici che, armi in pugno, ottengono vittorie contro il Califfato, come dimostra la riconquista della città di Sinjar . Il secondo che da sempre ha figliato e alimentato le peggiori espressioni del fanatismo religioso-nichilista. L’elenco delle responsabilità potrebbe continuare ed affondare le proprie radici negli anni del colonialismo (cioè, dagli ultimi dell’Ottocento alla terza metà del Novecento, per non andare troppo in là nel tempo).

Ma non servirebbe a molto per comprendere le mosse dell’Isis, la pericolosità che esso rappresenta per tutti noi, non per valori ideali che vengono richiamati solo quando fa comodo e negati dalle politiche xenofobe anti migranti, ma per noi cittadini in carne ed ossa, compresi quelli che si battono per avere un’Europa diversa, democratica e inclusiva.


L’Isis ha rivendicato l’abbattimento di un aereo di linea russo. Ha portato lo sterminio a Parigi, scegliendo proprio i luoghi dove scorre il modello di vita “occidentale” nella sua dimensione più serena. Ha minacciato nuovi sanguinosi attentati. “Non è che l’inizio”. Quasi uno sprezzante contrappasso rispetto a quel Ce n’est qu’un début che risuonava nel Maggio francese di quasi cinquanta anni fa. In questa più recente road map mortifera non è comparso alcun obiettivo religioso. Il che non lo esclude per il futuro. Ma intanto evidenzia che il fanatismo religioso serve più da copertura a un nichilismo di fondo che disprezza la vita umana fino al punto da scarificare la propria. Ridotta a un valore di scambio per un premio nell’al di là per alcuni, per cementificare il proprio potere per altri.


Le ultime scelte dell’Isis non sono neppure la conseguenza di una cieca vendetta per i bombardamenti subiti nei territori da esso conquistati. Rispondono più probabilmente a una politica precisa e meno emozionale. Comprenderla e individuarla sarebbe un ottimo modo di combatterla. Farlo con droni e bombardamenti affatto intelligenti significa invece, come si è visto, alimentarla.

L’Isis si sente più minacciato dai tentativi di costruire una politica di pace in Medio Oriente che dai raids aerei. Qualcuno ha notato giustamente che la data del 13 novembre era quasi coincidente con le visite che il Presidente dell’Iran, Hassan Rohani, avrebbe dovuto fare a Roma e a Parigi. Erano 16 anni che un presidente iraniano non si recava da queste parti. Naturalmente la visita è stata annullata a seguito dei tragici fatti parigini, nei confronti dei quali Rohani ha usato le stesse parole di Obama: “un crimine contro l’umanità”. Sta di fatto che questa nuova iniziativa iraniana si è venuta sviluppando dopo l’accordo sul nucleare avvenuto il 14 luglio scorso e sta cambiando il volto della politica estera di quel paese. Naturalmente anche a beneficio degli investimenti stranieri, cui tanto gli europei quanto gli americani sono molto interessati.

Uno degli effetti di questo nuovo ruolo dell’Iran su scala regionale e internazionale è il peso che esso potrebbe esercitare nella vicenda siriana. Una volta tanto in chiave positiva. Tutti sanno, dopo le centinaia di migliaia di morti e una guerra civile che prosegue da anni, che la questione siriana non si risolverà per via militare. A meno di non lasciare mano libera all’Isis. La costruzione di un tavolo di pace, che non ponga come pregiudiziale il preventivo allontanamento di Assad, ma che soprattutto veda tra i protagonisti l’Iran, oltre all’Irak, agli Usa, alla Russia, alla Ue, diventa decisiva. Lo è anche per impedire che l’intero popolo siriano sia costretto nella condizione di profugo - dopo i milioni che hanno con ogni mezzo già abbandonato il paese - inutilmente alla ricerca della necessitata accoglienza.

Spero abbia quindi ragione Dominique Vidal - esperto di questioni mediorientali, a lungo collaboratore di Le Monde Diplomatique – quando in queste ore afferma che proprio l’accordo sul nucleare ha permesso a Teheran di ricevere l’invito ai negoziati di pace sulla Siria. “Invece di aggiungere guerra alla guerra diventa forse possibile cercare una soluzione pacifica. Contro Daesh (cioè l’Isis) cosa è più efficace, le coalizioni militari oppure delle riforme politiche che permettano di integrare nel governo, a Damasco come a Bagdad, l’insieme delle comunità rappresentative?” Naturalmente assieme al blocco totale della vendita di armi ai sostenitori del califfato e all’acquisto del suo petrolio anche se a più buon mercato.

Riferimenti
Nell'icona un'immagine do Hassan Rohani, presidente della repubblica dell'Iran.
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Parigi, ma non solo Parigi colpevole di aver attizzato i focolai d'odio per far fare affari ai potenti, e accrescere il Moloch del PIL. Il manifesto,, 15 novembre 2015
Mentre il mondo intero piange le vittime dei feroci attentati terroristici di Parigi, l’opinione pubblica francese s’interroga sulle ragioni dell’inefficienza dei servizi d’intelligence e sui reali risultati della guerra “preventiva” condotta sino ad oggi dal governo Hollande contro l’Isis in Iraq e Siria. Solo pochi commentatori hanno però posto in discussione la nuova spinta interventista della diplomazia militare francese in buona parte del continente africano, le dispendiose e infruttuose campagne anti-terrorismo in Libia, Sahel e Corno d’Africa e, soprattutto, le controverse alleanze strette con alcuni dei regimi africani più antidemocratici.

Negli ultimi due anni ad esempio, il complesso militare industriale e finanziario transalpino è divenuto uno dei maggiori esportatori di sistemi di guerra avanzati al regime egiziano guidato del generale-presidente Abdel Fattah al-Sisi. In particolare, a seguito della decisione dell’amministrazione Usa di congelare gli “aiuti” militari all’Egitto dopo il colpo di stato dell’ottobre 2013 e il conseguente giro di vite contro oppositori, difensori dei diritti umani e intellettuali, la Francia si è accaparrata una parte rilevante del mercato d’armi egiziano, caratterizzato da una domanda crescente per il diretto coinvolgimento delle forze armate nel conflitto libico, in Yemen e nella repressione interna in Sinai contro alcune formazioni ribelle ritenute vicine all’Isis.
È di oltre sette miliardi di euro il valore dei sistemi d’arma trasferiti sino ad oggi all’Egitto del generale al-Sisi. L’affare più redditizio è stato sottoscritto a metà febbraio e riguarda la vendita di 24 cacciabombardieri Dassault Rafale (16 monoposto e 8 biposto) che dovranno sostituire i “vecchi” Mirage 2000-9 e migliorare la potenza di fuoco e la versatilità dell’aeronautica militare egiziana. I primi tre esemplari del cacciabombardiere sono stati consegnati in tempi record mentre altri tre veicoli giungeranno al Cairo entro la fine dell’anno. Questi Rafale provengono da uno stock che l’azienda Dassault aveva prodotto per l’Armèe de l’Air e stando a quanto dichiarato dai manager francesi i velivoli sono stati consegnati solo dopo la “rimozione” delle componenti che consentono il trasporto di testate nucleari e i link con le comunicazioni in ambito Nato. I restanti 18 velivoli verranno consegnati da Dassault entro la fine del 2018. L’azienda si è inoltre incaricata della formazione in Francia dei piloti egiziani. I nuovi Rafale equipaggeranno il 203° squadrone dell’aeronautica e saranno armati con i missili MBDA Mica aria-aria, Sagem Hammer aria-suolo e con il missile da crociera MBDA Scalp. Il contratto per un valore di 5 miliardi e 200 milioni di euro ha incluso pure la consegna alla marina militare egiziana di una fregata multiruolo tipo FREMM (la “Normandie” poi “Tahya Misr”) realizzata nei cantieri navali del gruppo DCNS. La nuova fregata è stata armata con i missili antiaerei Aster 15, da crociera MBDA Scalp Naval, antinave Exocet MM40, con siluri MU90, cannoni Oto Melara da 76 millimetri SR e da 20 millimetri Nexter Narwhal. Il varo dell’unità è avvenuto in occasione dell’inaugurazione del “nuovo” Canale di Suez, lo scorso 5 agosto.
“Vendere aerei da guerra a una dittatura in Medio Oriente non è un atto responsabile e non contribuirà alla pace nella regione”, ha scritto il settimanale Le Nouvel Observateur, unico organo di stampa a criticare pubblicamente il governo Hollande per il beneplacito all’export dei cacciabombardieri a lungo raggio (senza capacità nucleare?) e della FREMM multiruolo. “Il contratto per i Rafale e la FREMM all’Egitto sembra indicare un riposizionamento di Parigi nei confronti del Qatar, grande acquirente di armi francesi e investitore finanziario in Francia che sostiene Fratelli Musulmani in Egitto e milizie jihadiste in Sahel e Libia”, rileva il periodico online Analisi Difesa. “A sostegno dell’Egitto di al-Sisi vi sono Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, anch’essi grandi clienti di armi francesi (Ad Abu Dhabi la Francia mantiene da diversi anni una base militare) e grandi rivali del Qatar nella gestione delle cosiddette primavere arabe”. Un’operazione commerciale spregiudicata, dagli esiti diplomatici tutt’altro che scontati quella di Parigi. Proprio le tensioni tra Qatar, Arabia Saudita ed Emirati per la leadership economica, politica, culturale e religiosa nel mondo arabo hanno avuto pesanti riflessi sui conflitti che insanguinano Nord africa e Medio oriente, senza dimenticare poi le responsabilità - documentate - di questi regimi nel sostegno diretto, indiretto e/o finanziario dei gruppi islamico-radicali affiliati alle costellazioni di al-Qaida e dell’Isis.
Il 24 settembre 2015 il governo francese ha annunciato inoltre che l’Egitto acquisterà le due portaelicotteri da assalto anfibio “Mistral” che erano state realizzate nei cantieri navali di Saint-Nazaire per la marina militare russa ma il cui contratto era stato annullato a seguito dell’embargo decretato dall’Unione europea per la crisi in Ucraina. Per le due unità navali il governo egiziano spenderà non meno di 950 milioni di euro e la consegna sarà effettuata entro il marzo 2016. Come avvenuto con i caccia Rafale e la fregata FREMM, per i pagamenti il generale al-Sisi potrà attingere dal fondo multimilionario “contro il terrorismo” messo a disposizione a favore dell’Egitto da Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Le “Mistral” sono unità da quasi 20.000 tonnellate, con grandi capacità anfibie ed elicotteristiche e consentiranno alla marina egiziana di proiettare il proprio raggio operativo a tutto il Mediterraneo, al Corno d’Africa e alle coste dello Yemen. “Le Mistral contribuiranno alla lotta per sradicare il terrorismo perché la marina potrà accrescere il numero delle opzioni nella guerra marittima e nell’individuazione di target costieri”, ha commentato il generale Mohammed Abdullah Shihawi dell’Accademia militare egiziana “Nasser”. Secondo alcuni analisti, sulle due unità da guerra potrebbero essere schierati una cinquantina di elicotteri da combattimento Kamov Ka-52 Alligator di produzione russa.
Il 28 settembre 2015, le agenzia di stampa hanno reso noto che l’azienda francese Sagem (Gruppo Safran) ha sottoscritto un accordo commerciale con il produttore egiziano Aoi-Aircraft Factory per la produzione di sistemi di sorveglianza del tipo Uav (Unmanned aerial vehicle, cioè aerei o sistemi senza pilota a controllo remoto). In particolare, l’azienda egiziana s’incaricherà dell’assemblaggio del drone tattico a lunga autonomia “Patroller”, in grado di gestire un ampio spettro di missioni militari come la sorveglianza marittima, terrestre e la “sicurezza interna” per un raggio operativo di oltre 20 ore. Aoi-Aircraft Factory svilupperà un centro di formazione in Egitto, destinato ai futuri piloti e tecnici per la manutenzione dei droni.

Nel 2014, il governo francese aveva autorizzato la vendita alla marina egiziana di quattro corvette tipo “Gowind” per un costo di un miliardo di euro circa, con l’opzione per due ulteriori unità. La consegna della prima corvetta avverrà nel 2017, mentre le altre tre saranno realizzate nei cantieri egiziani di Alessandria tra il 2018 e il 2019. Lunghe 100 metri, le “Gowind” imbarcheranno un equipaggio di 65 persone e un elicottero medio e saranno armate con cannoni Oto Melara 76/62 Super Rapido, cannoncini da 20 millimetri Reutech, missili antinave MBDA MM 40 Block 3 Exocet, MBDA VL MICA antiaerei e siluri DCNS MU90. Per questi sistemi da combattimento l’Egitto dovrà spendere altri 3-400 milioni di euro; per la gioia del governo Renzi e del complesso militare-industriale italiano, parte delle commesse per missili e cannoni andranno anche ad aziende controllate o partecipate dalla holding Finmeccanica.
e perfino Scalfari arriva a scrivere che non basta fare la guerra all'Isis con le bombe ma bisogna mandare i soldati a combattere, allora davvero gli uomini del Primo mondo hanno perso la ragione, e l'orgogliosa civiltà dell'Europa è un morto che cammina. Pochissime le isole d'intelligenza che rimangono vive.

Il manifesto, 15 novembre 2015, con postilla

Mentre scriviamo le vittime sono 128, purtroppo destinate a crescere visto l’alto numero, oltre 350, di feriti alcuni gravi. È una strage immane nel cuore culturale e politico d’Europa. Parigi, segnata dall’attesa di un sabato che doveva essere spensierato, vive giorni di terrore, insicurezza e paura. Che dilagano nelle capitali europee. Già scrivono del grave smacco, dopo l’eccidio di Charlie Hebdo, del governo francese. Il fatto davvero doloroso è che bersaglio della guerra asimmetrica del terrorismo jihadista è, ancora una volta, la vita dei civili.

Ma non abbiamo ancora finito di contare i morti che già si alzano, forti quanto irresponsabili, le grida di chi chiama ad una nuova, «necessaria» guerra di vendetta per rispondere a chi colpisce la capitale morale d’Europa. Il vero grido di allerta positivo l’ha però reclamato Barack Obama che, in solidarietà con la Francia ferita, ha dichiarato: «Liberté, egalité, fraternité». La sigla vera della civiltà europea. Ma non sempre il mondo ha conosciuto la Francia e l’Europa come espressione questi valori. È invece accaduto più spesso il contrario, con l’esportazione di guerra, interessi economici e di dominio.

A Parigi i jihadisti dell’Isis che ha rivendicato, hanno ucciso metodicamente, ricaricando le armi automatiche contro ostaggi inermi, oltre che con l’esplosione dei kamikaze. Sempre al grido di «Allah è grande».

Con questo dichiarando la matrice religiosa integralista, contro obiettivi «laici» del divertimento di massa, come un concerto e uno stadio; e insieme disprezzando milioni di persone che aderiscono all’islam come religione di pace.

Quel che faceva presagire un nuovo attacco eclatante non era solo la litania di attentati e minacce avvenuti in quasi tutta Europa, ma proprio la continuazione della guerra occidentale con un nuovo protagonismo neo-coloniale proprio della Francia, in Siria ma prima ancora in Mali, Niger e Ciad. Una guerra che ha distrutto Stati decisivi per la stabilità dell’area mediorientale, come Iraq, Libia e Siria. Per la quale l’ex premier britannico Tony Blair ha nei giorni scorsi chiesto «scusa», riconoscendo che se la devastazione occidentale dell’Iraq non ci fosse stata, l’Isis probabilmente nemmeno esisterebbe.

Esiste invece e si abbevera come sanguisuga alle macerie delle nostre guerre o dimenticanze. Come per la crisi palestinese abbandonata alla strategia d’Israele che detta l’agenda mediorientale a tutta l’Europa, a cominciare dall’Italia.

Che fare allora? Le decisioni di Hollande con la dichiarazione dello stato d’emergenza, la chiusura delle frontiere, la consegna di proclamare il coprifuoco in aree a rischio, la proibizione di manifestazioni introducono di fatto uno stato di polizia e dei Servizi segreti — il cui protagonismo non ha mai fermato il terrorimo — proprio quando bisognerebbe confermare lo stato di diritto, purtroppo compromesso ampiamente in Unione europea dai diktat sulla crisi economica. Invece solo la democrazia difende davvero la democrazia mobilitando le sue forme e la sua rappresentanza popolare. L’America di Bush rispose con il patriot act all’attacco alle Twin Towers, abolendo l’habeas corpus e avviando la costruzione del campo di concentramento di Guantanamo, con tante carceri segrete illegali della Cia (sparse in tutta Europa).

È a dir poco controproducente e favorisce l’obiettivo terrorista di aizzare la repressione indiscriminata e la limitazione delle libertà per tutti, controbattere ora al terrorismo islamico con un «Patriot act europeo»; il rischio è corrispondere alla ventata di xenofobia che, dopo il dramma dei rifugiati che attraversano in fuga il Vecchio continente, divamperà ancora più forte. Marine Le Pen ha sospeso i comizi del Front National «per rispetto» delle vittime: tanto la campagna elettorale per la destra estrema (in Francia, in Italia e in tutta Europa) la fa lo Stato islamico.

Se «siamo in guerra», come rispondere allora? Soprattutto dobbiamo fermare le guerre che sono seminagione d’odio.

Una nuova guerra contrassegnata dalla sola iniziativa occidentale, alimenterebbe quel che è accaduto dopo le guerre a seguito dell’11 settebre 2001. Da allora infatti l’Afghanistan resta in guerra dopo 14 anni di intervento Usa ed è nata una nuova generazione di jihadisti integralisti dalle ceneri di tre stati (Iraq, Libia e Siria) che l’intraprendenza americana e francese ha distrutto alimentando nuovi conflitti sanguinosi, tra sunniti e sciiti e con i kurdi. Brodo di coltura dell’Isis coccolato e finanziato dall’Arabia saudita, grande alleato strategico dell’Occidente in chiave anti-Iran. Quando appare evidente che l’iniziativa jihadista ha nel mirino anche l’Iran che tratta con gli Usa, vince la partita sul nucleare, combatte l’Isis in Siria e avvia un nuovo asse con Mosca.

E finalmente dobbiamo assumere la figura del rifugiato come interlocutore privilegiato, non solo umanitario ma politico, il primo passo di una nuova alleanza con il Medio Oriente. Sono i profughi i testimoni dei fallimenti delle nostre guerre e insieme della ferocia jihadista, fuggono disperati da entrambe. Sono i protagonisti politici della nostra epoca. Nel recupero delle loro vite c’è il futuro possibile dell’Europa «in guerra».

postilla

Riportiamo la frase dell'articolo domenicale di Eguenio Scalfari su
la Repubblica di oggi:

«Le nazioni aggredite ed i loro alleati debbono scendere sul terreno che sta tra Siria, Iraq e Libia, ma non solo con bombardamenti aerei ma con truppe adeguate. Ci vuole un'alleanza politica e militare che metta insieme tutti i membri della Nato a cominciare dagli Usa e in più i Paesi arabi, la Turchia (che nella Nato c'è già), la Russia e l'Iran. Credo che sia questo il modo di agire nell'immediato futuro. Se non si fa, la nostra guerra con la barbarie terrorista non vincerà. Molto tempo per decidere non c'è. Nel frattempo l'Europa federale dev'essere rapidamente costruita a cominciare dalla difesa comune e dalla politica estera. Sono questi i soli modi per difenderci dal terrore e dalla sua disumanità»
Insomma. il fondatore di la Repubblica dimentica che la disumana violenza dell'Isis nasce dalla plurisecolare disumanità del Primo mondo, e propone di vincerla aumentando la dose di disumanità che già gettiamo in campo.

Per contrastare e vincere occorre innanzitutto comprendere. Su questo giornale ci si impegna spesso nel farlo; rara avis.

Il manifesto, 15 novembre 2015

L’occidente è attonito di fronte agli atroci attentati di Parigi. Angoscia, paura, impotenza sono i sentimenti di chi non riesce a decifrare il linguaggio del terrorismo globalizzato. Siamo abituati a rispondere al terrorismo con le bombe e i droni che possono uccidere, forse, Jihad John, lo sgozzatore folle, ma non riescono a impedire l’abbattimento di un aereo russo sul Sinai o l’attacco simultaneo in diverse piazze di Parigi.

Il terrorismo non può cancellare la voglia di vivere. La cultura della vita deve sconfiggere la cultura della morte di chi combatte la propria battaglia con il martirio, in nome di dio, colpendo indiscriminatamente.

È una cultura che non ci appartiene e che non appartiene ai sostenitori di uno stato laico. Non a caso la Francia sembra un obiettivo privilegiato del fanatismo dei jiahdisti, come lo è stata la Tunisia fra i paesi musulmani.

L’occidente non può e non deve arrendersi ma deve essere consapevole che non può contrastare il terrorismo con armi convenzionali, si tratta di una guerra asimmetrica che deve essere affrontata con altri mezzi. Innanzitutto quello ideologico: il terrorismo globalizzato è l’estremizzazione dell’islam globale, che attira molti adepti non solo tra gli immigrati di seconda/terza generazione, magari emarginati, delle banlieus ma anche molti europei e americani. In una società dove i valori della democrazia sono stati usurpati dal populismo, dalla xenofobia e dalla violenza non resta che rivolgersi a chi offre un’identità, un senso di appartenenza, e quindi al nazionalismo o al fondamentalismo religioso.

L’Isis che ha rivendicato gli orribili massacri di Parigi, e altri, non è una entità astratta, il frutto di un incidente della storia, e tra chi ha sostenuto questi terroristi ci sono paesi occidentali e amici dell’occidente. Innanzitutto la Turchia. Erdogan ha incarcerato i giornalisti che hanno denunciato (con prove) le forniture di armi ai terroristi. E quando la Turchia si è schierata con i paesi impegnati nella guerra all’Isis – dopo averlo rifornito perché faceva parte dell’opposizione ad Assad – ha colpito i suoi oppositori kurdi, gli unici in grado di contrastare gli islamisti con un progetto di società laico e democratico. Senza un progetto alternativo di società è difficile avere la forza per combattere il fanatismo religioso.

Basterebbero poche misure concrete per mettere in seria difficoltà l’Isis: bloccare tutto il commercio delle armi e boicottare l’acquisto del suo petrolio. Chi acquista questo petrolio? Chi fornisce i mezzi per l’acquisto di armi?

La riconquista da parte dei Peshmerga iracheni di Sinjar, abitata dagli yazidi e da un anno nelle mani dell’Isis, è una buona notizia. Ma non basta per mettere in seria difficoltà l’Isis. L’Ue sostiene la Turchia per l’accoglienza dei profughi – in modo da evitare che vengano in Europa – ma quando siamo stati nel Kurdistan abbiamo verificato che i profughi – in maggioranza – non volevano andare nei campi organizzati dal governo turco che combatte la loro gente, allora perché non aiutare i kurdi che effettivamente sostengono i profughi? Soprattutto quelli che vogliono tornare nel loro paese, quando potranno farlo. La Turchia impedisce il passaggio dei mezzi per la ricostruzione di Kobane (Rojava, Kurdistan siriano). Perché l’occidente non impone alla Turchia l’apertura della frontiera con la Siria per il passaggio di aiuti umanitari invece che lasciare a Erdogan la discrezione sul passaggio di terroristi utilizzati per gli attentati contro i kurdi? Essere nella Nato è l’alibi per la Turchia così come l’ospitalità data alle basi americane è il passe-partout dell’Arabia saudita per fornire l’appoggio ai gruppi più fanatici del terrorismo mediorientale.

Sostenendo la Turchia e l’Arabia saudita non siamo dalla parte di chi combatte il terrorismo, al contrario lo sosteniamo anche ideologicamente.

«In queste ore terribili, stiamo diventando tutti meno liberi. Se vogliamo sperare di riconquistare la nostra libertà, abbiamo una sola strada: costruire un mondo più eguale. Più fraterno. È la lezione della Rivoluzione francese: liberté, egalité, fraternité».

La Repubblica, blog "Articolo 9", 14 novembre 2015

Il 15 del mese di piovoso dell’anno II (e cioè il 3 febbraio del 1794) tutti, a Parigi, poterono finalmente vedere in faccia la Rivoluzione. La faccia era quella di Jean-Baptiste Belley, primo deputato nero e rappresentante della colonia francese di Santo Domingo alla Convenzione, cioè al parlamento rivoluzionario.

Nel 1789 la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino scaturita dalla Rivoluzione aveva spaccato in due la storia dell’umanità, scrivendo che «tutti gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti». Da allora in poi, non possiamo non dirci francesi, non possiamo non dirci rivoluzionari. Niente più re o regine, principi o duchi: solo cittadini, tutti eguali, tutti liberi.

Ma ora, con l’arrivo a Parigi del deputato Belley, quelle parole avevano finalmente un volto: un volto nero, per la prima volta eguale ai volti dei bianchi.

Il 16 del mese di piovoso tutta l’assemblea della Convention si alzò in piedi all’ingresso di Belley, e cominciò ad applaudire. Tutti i deputati, tutti bianchi si alzarono uno per uno, e abbracciarono il primo deputato nero della storia. Pochi minuti dopo, l’assemblea votava l’abolizione della schiavitù: non c’erano più re, e ora non c’erano più schiavi.

E il grande rivoluzionario Danton poté dire: «Fino ad ora non abbiamo che dichiarato la nostra stessa libertà, una libertà egoista. Oggi proclamiamo a tutto l’universo, e per tutte le generazioni future, la Libertà universale».

L'America, figlia di una Rivoluzione ancora più antica, arrivò a fare altrettanto – solo dopo una guerra civile e grazie alla sovrumana forza di Abramo Lincoln – approvando il Tredicesimo Emendamento alla Costituzione l'8 aprile del 1864.

Il pittore Anne-Louis Girodet ritrasse quindi il deputato Belley in questo quadro indimenticabile (Versailles, Musée du Chateau). La composizione e la tradizione degli infiniti ritratti di tiranni sono state redente da questo capolavoro morale. Il magnifico nero della pelle di Belley è accostato al candido marmo di un busto all’antica che ritrae uno dei filosofi cari alla Rivoluzione. E il deputato è stretto in vita dalla fascia con il tricolore della Rivoluzione. Come dir meglio che il passato serve a costruire il futuro, che la filosofia serve a cambiare il mondo, che la cultura è un'unica cosa con la politica?

Il cittadino Belley guarda lontano. Guarda fino a noi: alla nostra società finalmente multietnica. Il suo volto libero è, per sempre, il ritratto di ogni rivoluzione.

Oggi abbiamo disperatamente bisogno di ritrovare quello sguardo.

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