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«Le privatizzazioni servono a ridurre il debito, o è lo shock artefatto del debito ad essere messo in campo per poter proseguire con le privatizzazioni
ilmanifesto, 8 ottobre 2016 (c.m.c.)

Se qualcuno avesse ancora dubbi sull’uso ideologico del debito come «shock» per procedere all’espropriazione di diritti e beni comuni, è ancora una volta la drammatica esperienza della Grecia a diradarli.

Con 152 voti a favore e 141 contrari, lo scorso 27 settembre il Parlamento greco ha approvato le nuove misure di austerità, proposte dal governo Tsipras per ottenere la nuova tranche di prestiti dalla Troika, finalizzata al pagamento del debito.

Con i nuovi provvedimenti, la Grecia, come previsto dal Terzo Memorandum, viene posta letteralmente in vendita: tutte le proprietà pubbliche vengono trasferite all’Hellenic Company of Assests and Partecipations (HCAP), un superfondo finanziario con l’obiettivo esplicito di «ricavare liquidità a breve termine, facendo fruttare il patrimonio pubblico oppure vendendolo».

Basta scorrere l’elenco per vedere quanti settori strategici e proprietà pubbliche saranno coinvolte in quello che è già stato definito il più grande piano di privatizzazioni messo in campo in Europa dopo l’istituzione nel 1990 del Treuhandanstalt tedesco, l’ente di gestione fiduciaria che, tra il 1990 e il 1994, garantì, per la riunificazione della Germania, la dismissione di circa 8.000 aziende dell’ ex Ddr, per un valore patrimoniale pari a 307 miliardi di euro attuali.

Il piano di Tsipras prevede la vendita dell’aeroporto internazionale di Atene (a Lambda Development, con la costruzione di una città privata su 3 milioni di mq davanti al mare) e di 14 aeroporti regionali (già acquistati dal consorzio tedesco Fraport-Slentel); del porto del Pireo (consorzio cinese Cosco) e di quello di Salonicco (capitali russi); della Ferrovia Tranoise (questa volta arrivano i «nostri» di Trenitalia); delle autostrade; delle società pubbliche di energia elettrica, gas e petrolio; delle poste, della società di telecomunicazioni e –last but non least- delle compagnie Eydap e Eyath, che gestiscono rispettivamente l’acqua ad Atene e a Salonicco.

Il superfondo HCAP avrà la durata di 99 anni e sarà gestito da tre tecnici nominati dal governo greco e da due dell’ESM (European Stability Mechanism).

È l’ennesimo sacrificio per uscire dalla spirale del debito? Naturalmente no, e i dati sono lì a dimostrarlo: mentre l’economia greca è sprofondata del 40% (la stessa caduta delle economie europee durante la seconda guerra mondiale), il 95% degli «aiuti» finanziari dati alla Grecia è servito a mettere in sicurezza le banche europee che lì si erano sovra esposte; e il rapporto debito/Pil, che prima della crisi era del 130%, oggi veleggia sopra il 180%.

Alla luce di quanto sopra, alcune domande tornano utili: le privatizzazioni servono a ridurre il debito, o è lo shock artefatto del debito ad essere messo in campo per poter proseguire con le privatizzazioni?

La resa di Tsipras, dopo che la Commissione per la verità sul debito greco, istituita nella primavera del 2005 per iniziativa dell’allora Presidente del Parlamento Zoe Konstantopoulou, aveva dimostrato la totale illegittimità e insostenibilità del debito stesso, e soprattutto dopo lo straordinario «No» del referendum popolare contro le misure imposte dalla Troika, era inevitabile?

L’attualità dimostra dove ha portato quella strada: oggi la Grecia è un paese in vendita e la democrazia un abito formale, dietro il quale i poteri finanziari estendono la propria sfera d’influenza sull’intera società greca.

A Tsipras non rimane che raccomandare alle forze dell’ordine di non usare i gas lacrimogeni contro le manifestazioni dei pensionati.

«Sbilanciamoci info, 13 giugno 2016 (c.m.c.)

Questo non è un accordo, è una tregua”. Con queste parole un funzionario europeo ha commentato al giornalista Stavros Lygeros l’esito della lunga a travagliata riunione dell’eurogruppo di fine maggio. Sette ore di discussione su un unico argomento: il debito greco, che alla fine del 2016 toccherà, secondo la Commissione, il 182% del PIL.

I termini della “tregua” sono subito spiegati dalla stessa fonte: “Il FMI non ha voluto assumersi la responsabilità politica di far fallire la riunione”. Un rischio reale dalle conseguenze non indifferenti. Fino a luglio le casse greche debbono pagare in titoli in scadenza, interessi e rate, circa 3,5 miliardi. L’Europa rischiava di vivere nuovamente il dramma dell’estate scorsa, con l’aggravante dell’imminenza del referendum britannico: “Il Fondo ha fatto un passo indietro e ha rimandato lo scontro al prossimo giro, quando le condizioni saranno sfavorevoli per Berlino.

La discussione sul debito, infatti, sarà condotta sulla base dello studio sulla sua sostenibilità che sta preparando lo stesso FMI. Schauble ha guadagnato tempo, ma è ancora imprigionato dentro una grossa contraddizione: non può permettersi di dire ai suoi elettori che il FMI non partecipa più al programma greco, che diventerebbe così esclusivamente europeo, ma non è disposto a cedere alla prima condizione posta dal FMI per partecipare: alleggerire il debito”.

Appena due mesi fa, per essere precisi, il responsabile per l’Europa del Fondo, Paul Tomsen, non aveva esitato di proporre una strategia estremamente pericolosa, in modo da far passare la strategia del FMI su tutta la linea. All’epoca, non era aperto solo il fronte tedesco ma anche quello greco. Gli accordi dell’estate scorsa imponevano alla Grecia un avanzo primario del 3,5% anno da ottenere nel 2018 e mantenerlo per almeno un decennio.

Secondo Tomsen, le misure di austerità previste da quell’accordo non erano sufficienti per raggiungere l’obiettivo, ci volevano ulteriori tagli per circa 3,6 miliardi. Per ottenere una soluzione “soddisfacente” bisognava replicare anche questa volta la strategia del 2015: far arrivare la Grecia alle scadenze estive con le casse a secco, con il rischio di un “incidente”, tanto indesiderato in quanto c’è il referendum britannico. In una situazione di urgenza, riteneva, in cui tutti avrebbero accettato le richeste del Fondo senza discussioni.

Wikileaks pubblicò l’intercettazione del colloquio via Skype di Tomsen con Delia Velculescu, la rappresentante del FMI nella “quadriga” (ex troika) che controlla i conti di Atene. L’effetto fu devastante: Tomsen si guadagnò una nuova reprimenda da parte del Board (e forse anche della stessa Lagarde) e le nuove misure furono criticate dagli europei con inusuale franchezza. Pochi giorni più tardi, Eurostat comunicò i dati sui conti greci e fu un nuovo schiaffo al Fondo: secondo Eurostat la Grecia aveva chiuso il 2015 con un attivo di bilancio dello 0,7% del PIL, mentre il piano concordato a luglio 2015 imponeva al paese almeno un + 0,25% e le stime del FMI parlavano di un disavanzo dello 0,6%.

Non era la prima volta che il Fondo sbagliava platealmente le sue previsioni, come ammesso da tutto lo staff economico. Basti dire che l’applicazione del primo programma di “salvataggio”, nel 2010, avrebbe dovuto portare alla crescita già nel 2011. Siamo sei anni dopo e le previsioni, ben più affidabili, della Commissione prevedono ancora recessione dello 0,3% alla fine dell’anno, con prospettive di crescita del 1,8% nel 2017. Lo stesso Tomsen era stato posto sotto inchiesta interna nel 2013 con l’accusa di non aver fornito stime affidabili ma ancor di più di non aver tenuto conto del dibattito in corso tra gli economisti del FMI nell’elaborazione del programma greco. Alla fine è stato rimosso e promosso a responsabile per l’Europa.

Per il governo greco risolvere il nodo del debito è un punto di primaria importanza. Darebbe per la prima volta il senso che la dura trattativa intrapresa da Atene con i creditori può dare finalmente dei risultati, dopo una serie ininterrotta di sconfitte. Le misure di austerità approvate a tamburo battente dal Parlamento greco pochi giorni prima della riunione cruciale dell’Eurogruppo hanno un enorme costo politico e sociale.

Tsipras ha strenuamente resistito alle pressioni a tagliare la spesa pubblica procedendo a licenziamenti e a tagli alle pensioni esistenti e ha preferito puntare sull’aumento delle entrate. Malgrado i tentativi generosi di distribuire il peso fiscale in maniera più equa del passato e malgrado alcuni successi non trascurabili nella lotta alla diffusissima evasione fiscale, alla fine il governo ha dovuto ricorrere all’aumento dell’IVA dal 23 al 24%, anche nelle isole. Una misura che perfino Schauble ha definito “stupida” e che rischia di colpire il settore primario dell’economia greca: il turismo, arrivato oramai a coprire il 20% del PIL.

Secondo la ministra del Turismo Elena Koundourà per l’anno in corso l’aumento dei prezzi non si farà sentire, al contrario. La chiusura dei mercati turistici concorrenti, come la Turchia e l’Egitto, farà aumentare il flusso turistico verso la Grecia fino a 27 milioni di visitatori. Ma l’aumento dell’IVA rimane comunque una misura recessiva che rischia di abbattere i consumi e non portare alle casse pubbliche gli introiti previsti e tanto desiderati. Questo è avvenuto parecchie volte nella lunga crisi greca.

Ma non tutto è stato vano. L’Eurogruppo ha costretto i tedeschi a cambiare posizione e a riconoscere, per la prima volta, che il debito greco è insostenibile. Schauble, per la verità, ha ripetuto la sua posizione che “non c’è urgenza” ad affrontare la questione, visto che per la restituzione delle somme del secondo e del terzo memorandum è previsto un periodo di grazia fino al 2022 e i tassi sono fermi all’1,5%. Ma ha dovuto accettare la posizione di Atene del FMI che senza un alleggerimento non ci sarà garanzia di stabilità per l’economia greca, visto che si tratta di un fattore che certo non incoraggia gli investitori. Alla fine i tedeschi hanno ceduto ma a condizione che la questione venga affrontata solo dopo le elezioni tedesche previste per l’autunno dell’anno prossimo.

Un impegno simile era stato già preso dall’allora Troika nel 2012, a condizione che la Grecia avesse ottenuto un avanzo di bilancio. L’avanzo era stato ottenuto nel 2014 ma l’allora governo di destra non ha voluto sollevare la questione. La posizione dell’allora premier Antonis Samaras era che il debito era sostenibile, nella consapevolezza che qualsiasi riferimento alla possibilità di taglio avrebbe provocato malumori a Berlino.

Ora però le cose sono cambiate: non solo a causa del cambiamento di governo ad Atene ma anche perché il debito greco sta creando seri problemi all’interno del FMI. E’ noto infatti che il suo statuto non gli permette di finanziare debiti insostenibili e per partecipare al “salvataggio” greco nel 2010 dovette procedere a un affrettato cambio, provocando discussioni che nel tempo di sono acutizzate.

Tsipras ha ottenuto inoltre l’abolizione di fatto della clausola irrealistica dell’avanzo primario del 3,5% per un decennio, un obiettivo difficilmente raggiungibile anche per economie fiorenti, figuriamoci per quella greca. Anche questo sarà oggetto di trattativa ma già all’Eurogruppo si è raggiunto un accordo per un impegno greco per un avanzo “significativo”, in pratica dell’1,5- 2%. In caso di deragliamento dei conti, è stato sancito un meccanismo di “garanzie di salvaguardia”.

La tranche del finanziamento sarà divisa in due parti. La prima, di 7,5 miliardi, sarà versata alla fine di giugno, il resto, di 2,8 miliardi, a settembre. La metà dei soldi che saranno incassati a giugno andrà a pagamento dei debiti accumulati dall’amministrazione pubblica greca verso i privati, circa 3,6 miliardi, un’altra parte a pagamento del debito e quello che rimane a sostenere il piano di sviluppo elaborato dal governo e presentato in Parlamento agli inizi di giugno. Anche questo è stato un punto in favore di Atene, visto che con il governo precedente le somme andavano o a coprire il debito oppure la ricapitalizzazione delle banche.

Per ottenere per il denaro, Tsipras deve risolvere le ultime questioni rimaste in sospeso: la “quadriga” esige che i crediti inesigibili delle banche siano ceduti ai funds speculativi, mentre Atene vorrebbe porre delle clausole riguardo alle piccole imprese, circa il 56% degli interessati (già in autunno erano stati esclusi i mutui per la prima casa). Bisogna inoltre sbloccare la privatizzazione dell’area del vecchio aeroporto di Hellikon, acquistato per una somma ridicola nel 2013 dal Gruppo Latsis e bloccata da una serie di sentenze della magistratura.

Il governo greco vuole inserire anche questa area nella nuova “super Cassa” che gestirà (non necessariamente privatizzando) tutta la proprietà pubblica, i creditori vogliono risolvere la questione al più presto. Infine ci sono gli introiti dai pedaggi dell’autostrada Egnazia, che unisce Igoumenitsa a Costantinopoli, che i creditori vorrebbero andassero per intero al debito.

Le condizioni veramente difficili per Tsipras sono attese però per settembre, quando la “quadriga” passerà all’attacco cercando di smantellare quello che è rimasto del diritto del lavoro. I creditori chiedono di abolire il divieto vigente a effettuare licenziamenti in massa e anche il valore giuridico dei contratti nazionali e aziendali di lavoro. Tsipras finora è rimasto granitico nel rifiutare qualsiasi cedimento in questo campo.

Anche se le previsioni della Commissione parlano di un rovesciamento dell’andamento dell’economia già nel secondo semestre di quest’anno (“l’economia greca ha mostrato resistenze inimmaginabili”, ha confessato, in un impeto di inconsapevole autocritica, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem) è evidente che si ripropone per ben sei anni la stessa ricetta fallita. L’abbattimento del costo del lavoro e il restringimento dei diritti sindacali non hanno portato a nessun investimento, ma solo disoccupazione e miseria.

Anche il tipo di sviluppo prospettato dai creditori rimane vago oppure, nel migliore dei casi, complementare alle economie del nord europeo (puntando solo sul turismo, con una punta di agroalimentare). La speranza di Tsipras è di resistere fino al 2018, quando la prospettiva di sbarazzarsi di buona parte del debito diventerà più concreta e finirà finalmente il programma di “salvataggio” della Grecia. Solo allora il governo greco potrà sviluppare i suoi progetti di sviluppo e allentare e misure di austerità.

Il primo passo sarà il congresso di SYRIZA che si terrà a settembre. Un anno di ritardo, con una dolorosa scissione di mezzo. Ma è evidente oramai che il partito ha avuto enormi difficoltà a tenere il passo, già dall’indomani dell’impetuosa avanzata alle elezioni del 2012, la vittoria elettorale di gennaio 2015 e la retromarcia dell’estate scorsa. Obiettivo del leader è far uscire SYRIZA dal minoritarismo e la cultura della protesta e farlo diventare uno strumento efficace di elaborazione di proposte di governo.

Se parliamo di politica e non di farfalle, allora bisogna ammettere che l'Alexis di"l'Altra Europa con Tsipras ha vinto, e che Syriza non ha nulla a che fare col PD di Matteo Renzi (né con la "sinistra tremula").

Il manifesto, 23 settembre 2015

Con la netta vit­to­ria elet­to­rale di dome­nica, Syriza e Ale­xis Tsi­pras si affer­mano sal­da­mente alla guida della Gre­cia e al cen­tro della poli­tica euro­pea. E’ un risul­tato straor­di­na­rio per tutti noi, in primo luogo per­ché dimo­stra che il piano degli oli­gar­chi, greci ed euro­pei, per­se­guito con ottusa arro­ganza fin dal 25 di gen­naio, è fal­lito. Vole­vano libe­rarsi dell’anomalia greca. Dell’unico governo di sini­stra che si oppo­neva al loro modello fal­li­men­tare. E se lo ritro­vano più vivo che mai nelle urne, legit­ti­mato da un nuovo, testardo, indi­scu­ti­bile con­senso elettorale.

Dopo una via cru­cis che avrebbe logo­rato qua­lun­que altro governo nel mondo e che qui, invece, l’ha raf­for­zato. Vole­vano ste­ri­liz­zare i loro lindi tavoli euro­pei dalla pre­senza fasti­diosa di un capo di governo non alli­neato ai loro voleri, e se lo ritro­vano ora davanti, in que­sti stessi giorni, a que­gli stessi tavoli, soprav­vis­suto al fuoco, a lot­tare per quello che ha sem­pre chie­sto e che a luglio gli è stato negato: ristrut­tu­ra­zione del debito, abban­dono delle folli poli­ti­che d’austerità, radi­cale riscrit­tura dei trat­tati, poli­ti­che redi­stri­bu­tive, con­ti­nuando a bat­tersi lì per cam­biare i ter­mini del dik­tat «inso­ste­ni­bile» impo­sto­gli col ricatto e la minac­cia a luglio. E insieme offrendo un punto di rife­ri­mento a tutte le forze che nello spa­zio euro­peo si bat­tono per que­gli obbiettivi.

Ed è que­sta la seconda ragione per gioire del risul­tato di Atene. Per­ché lì è nata, non più in embrione, ma ormai allo stato visi­bile, una sini­stra euro­pea, trans­na­zio­nale e post-nazionale, dichia­ra­ta­mente deter­mi­nata a bat­tersi nello spa­zio con­ti­nen­tale della poli­tica che viene, ten­den­zial­mente mag­gio­ri­ta­ria per­ché impe­gnata a rap­pre­sen­tare l’enorme disa­gio che le poli­ti­che di que­sta Europa pro­du­cono e a sfi­dare la «pra­tica del disu­mano» che le isti­tu­zioni euro­pee con­trap­pon­gono alla mol­ti­tu­dine sof­fe­rente che preme ai pro­pri con­fini blin­dati. Sini­stra nuova, diversa dai resi­dui logori della vec­chie social-democrazie, mise­ra­mente nau­fra­gate nella bat­ta­glia di luglio, fisi­ca­mente visi­bile sul palco di Piazza Syn­tagma dove si sono schie­rati i lea­der e le lea­der di Pode­mos e della Linke, dei Verdi tede­schi e del Par­tito della sini­stra euro­pea, stretti intorno a Tsi­pras in un patto che va al di là della tra­di­zio­nale soli­da­rietà inter­na­zio­nale, e che segna in potenza un «nuovo inizio».

Pre­oc­cupa, certo, nel qua­dro altri­menti con­for­tante delle ele­zioni gre­che, l’alto livello dell’astensione. È, potremmo dire, il lato oscuro della forza, che i com­men­ta­tori mali­gni di casa nostra non hanno man­cato di sot­to­li­neare per ten­tare di ridi­men­sio­nare il valore del risul­tato, pur essendo gli stessi che in ogni altra occa­sione ci ave­vano spie­gato (ricor­diamo l’Emilia Roma­gna, o le ultime regio­nali?) che è cosa nor­male, che le demo­cra­zie moderne fun­zio­nano bene così. Noi con­ti­nuiamo a con­si­de­rarlo, a dif­fe­renza di loro, un grave pro­blema, ovun­que si mani­fe­sti, sapendo bene che, in par­ti­co­lare in que­sto caso, esso è sin­tomo di un fal­li­mento, non certo dei greci (per i quali la noti­zia è tutt’al più l’altra, che abbiano con­ti­nuato a votare a milioni e a cre­derci), ma dell’Europa. Della gab­bia di ferro in cui ha chiuso i popoli, facendo di tutto per con­vin­cerli che la loro volontà (la «volontà popo­lare», appunto), non conta nulla. Che le regole che nes­suno ha votato sono dogmi immo­di­fi­ca­bili. E fun­zio­nando così come una gigan­te­sca mac­china che erode e riduce ai minimi ter­mini la demo­cra­zia, svuo­tan­dola di significato.

Indi­gna, d’altra parte, lo spet­ta­colo, dav­vero inde­cente, della nostra stampa quo­ti­diana. I com­menti a caldo degli edi­to­ria­li­sti embed­ded, impe­gnati in acro­ba­zie spe­ri­co­late per soste­nere – sulla scia delle veline ren­ziane — che la vit­to­ria di Syriza e la scon­fitta secca dei fuo­riu­sciti di Unità popo­lare dimo­stre­rebbe nien­te­meno che «non c’è spa­zio alla sini­stra del Pd», come se Tsi­pras fosse Renzi (si sa benis­simo che quel 12 luglio feroce Renzi era tra i ricat­ta­tori e Tsi­pras il ricat­tato, e nes­suno può per­met­tersi di nascon­dere la distanza abis­sale tra le poli­ti­che dei due, si tratti dei diritti del lavoro o dei rap­porti con la Mer­kel). E come se, che ne so, Ber­sani e Cuperlo fos­sero Varou­fa­kis (!). O Civati, Fra­to­ianni e Fer­rero Lafa­za­nis. Sono, quei com­menti senza pudore, la misura di quanto sgan­ghe­rato sia il nostro sistema dell’informazione. Quanto ser­vile, pie­gato ai voleri dei suoi tanti padroni, poli­tici o eco­no­mici. Ma soprat­tutto sono il frutto di una grande paura. Del timore che l’esempio greco possa dif­fon­dersi per con­ta­gio, e che cre­sca in Europa un’alternativa al sistema di pri­vi­le­gio di cui anche quel démi monde è parte.

Da quella «grande paura» dovremmo trarre uno sti­molo. E una con­ferma della nostra pos­si­bile forza. Ad Atene, su quel palco euro­peo, la sini­stra ita­liana non era rap­pre­sen­tata. Per il fatto che non c’è. O meglio: «non c’è ancora». Resta la grande attesa, sem­pre in costru­zione, mai nella realtà. Non la si fac­cia pro­lun­gare troppo quell’attesa. C’è un grande lavo­rio, dal basso e non solo. Si discute di date, di eventi, di pro­cessi costi­tuenti. Non fac­cia­mone un eterno Godot. Fac­ciamo subito quello che dob­biamo fare: una sini­stra capace di andare oltre i pro­pri fram­menti e di pren­dere in Ita­lia e in Europa il posto vuoto che in tanti si aspet­tano che occupi. Chiun­que ral­len­tasse o osta­co­lasse que­sto pro­cesso, tanto più ora, si assu­me­rebbe una respon­sa­bi­lità tremenda.

«Nonostante la grande astensione Syriza resta primo partito e torna al governo con i nazionalisti di Anel. Tsipras festeggia in piazza e si prepara a giurare da primo ministro. Sonora sconfitta della scissione da Syriza di Lafazanis: Unità popolare fuori dal parlamento».

Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)

Ale­xis Tsi­pras vola, supe­rando le più rosee pre­vi­sioni: Syriza, con più della metà dei voti scru­ti­nati, è al 35,5%, per­cen­tuale che le per­mette di eleg­gere 145 depu­tati, men­tre il cen­tro­de­stra di Nuova Demo­cra­zia segue a grande distanza, con il 28,7% e, al momento, 75 depu­tati. La prin­ci­pale con­se­guenza poli­tica del voto è che Syriza, insieme ai Greci Indi­pen­denti di Panos Kam­me­nos, i quali sino ad ora sono al 3,7% con dieci depu­tati, potranno for­mare nuo­va­mente, senza biso­gno di altri par­titi, un nuovo governo.

Il lea­der di Syriza e Kam­me­nos si stanno per incon­trare per san­cire il pro­se­gui­mento della loro “strana” alleanza, basata sulla lotta alla cor­ru­zione e alle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste di auste­rità. Mal­grado il dif­fi­cile com­pro­messo fir­mato ad ago­sto con i cre­di­tori, la chiu­sura delle ban­che dopo la ridu­zione della liqui­dità decisa dalla Bce e la mar­tel­lante cam­pa­gna tele­vi­siva di molti media con­tro la sini­stra radi­cale, Syriza rimane pro­ta­go­ni­sta della scena poli­tica greca, e perde meno dell’1% rispetto alle trion­fali ele­zioni di gennaio.

Si tratta, ovvia­mente, di un suc­cesso per­so­nale di Tsi­pras, che ha pro­messo di con­ti­nuare a lot­tare con­tro le lobby cor­rotte, gli intrecci sot­ter­ra­nei tra eco­no­mia e poli­tica, per supe­rare l’austerità e creare nuovi equi­li­bri in Europa, anche se ci vorrà del tempo e sarà richie­sta molta pazienza e tenacia.

Sino a que­sto momento, Unità Popo­lare, con a capo Pana­gio­tis Lafa­za­nis, for­ma­zione creata poche set­ti­mane fa dai dis­si­denti di Syriza, non rie­sce a entrare in par­la­mento: si ferma al 2,8%, men­tre la soglia di sbar­ra­mento è in Gre­cia al 3%. È chiaro che sono rima­sti schiac­ciati tra la scelta rea­li­sta di chi ha voluto ridare fidu­cia alla Coa­li­zione della Sini­stra Radi­cale elle­nica e chi, nella tra­di­zione della sini­stra comu­ni­sta, è rima­sto fedele al Kke.

Ex mem­bri del governo che ave­vano lavo­rato con abne­ga­zione, come la mini­stra aggiunto delle finanze Nadia Vala­vani, non sono riu­sciti a far arri­vare ai greci, tra­mite Unità Popo­lare, una pro­po­sta for­te­mente iden­ti­ta­ria. La boc­cia­tura dell’Euro e la messa in discus­sione della stessa Unione euro­pea, se neces­sa­rio, non hanno pagato.

È senz’altro da non sot­to­va­lu­tare la forte asten­sione, che potrebbe supe­rare il 45%, ma il grande suc­cesso del qua­ran­tu­nenne lea­der della sini­stra greca sta nell’essere riu­scito a con­vin­cere una gran­dis­sima parte degli inde­cisi: chi otto mesi fa aveva votato per lui e oggi era ten­tato di non andare ai seggi.

Fonti uffi­ciali di Syriza fanno sapere che entro tre giorni il nuovo governo sarà pronto per giu­rare e che domani mat­tina Tsi­pras rice­verà dal pre­si­dente della Repub­blica l’incarico di for­mare l’esecutivo.

Inquie­tante, anche se pur­troppo non impre­ve­di­bile, il terzo posto dei neo­na­zi­sti di Alba Dorata, che sinora sono al 7,1%, con 19 deputati. La reto­rica e la prassi della vio­lenza, mal­grado il pesante pro­cesso a cui è sot­to­po­sto il gruppo diri­gente del par­tito, ha comun­que attratto una parte dei delusi e di chi ha pagato le con­se­guenze della crisi, mal­grado la sfron­tata dichia­ra­zione del capo neo­na­zi­sta, Nikos Micha­lo­lia­kos, che tre giorni prima delle ele­zioni si è assunto la respon­sa­bi­lità poli­tica dell’omicidio del rap­per di sini­stra Pavlos Fys­sas, com­piuto due anni fa da un mem­bro di Alba Dorata.

Il Pasok, che è al 6,41%, e i cen­tri­sti di Potami– il Fiume, i quali non vanno oltre il 3,9%, restano a guar­dare: spe­ra­vano in un ese­cu­tivo di unità nazio­nale, o di essere comun­que neces­sari per la gover­na­bi­lità del paese, ma non è stato così. Una loro par­te­ci­pa­zione al governo avrebbe comun­que posto seri pro­blemi riguardo alla coe­sione sulla poli­tica eco­no­mica e la lotta ai grandi interessi.

La grande sfida ora, per Ale­xis, è gestire e miti­gare le con­se­guenze del memo­ran­dum fir­mato un mese fa, lavo­rando, con­tem­po­ra­nea­mente, ad una nuova poli­tica euro­pea orien­tata alla cre­scita e al reale supe­ra­mento dell’austerità.

La fidu­cia dei greci, que­sta for­tis­sima inie­zione di ener­gia, non potrà che faci­li­tar­gli il compito.

Gli ellenici tornano al voto per la terza volta in meno di un anno. Tsipras è ancora il favorito nei sondaggi ma deciderà l’astensionismo. Il leader della sinistra greca spera di arginare la scissione del partito dopo l’accordo con la Ue.

Il manifesto, 20 settembre 2015 (m.p.r.)

Atene ha accolto la vigi­lia del voto con una splen­dida gior­nata di sole che ha offerto agli ate­niesi la ten­ta­zione di fug­gire dalla cam­pa­gna elet­to­rale verso un bagno risto­ra­tore nel golfo Saro­nico. Chi aveva deciso di aste­nersi pro­lun­gherà la breve eva­sione anche oggi, a urne aperte. La per­cen­tuale degli asten­sio­sni­sti deci­derà anche il vin­ci­tore di que­ste ele­zioni per­ché si sa che la mag­gior parte di loro sono ex elet­tori di Syriza delusi e sco­rag­giati dal brutto esito della trat­ta­tiva. Lo sa anche Ale­xis Tsi­pras, che si è speso come non mai in que­sta cam­pa­gna pur di farli tor­nare da lui.

La mani­fe­sta­zione di chiu­sura a Syn­tagma, venerdì sera, ha dimo­strato che non è stato tutto vano. La piazza era piena. Non pie­nis­sima come alla vigi­lia del refe­ren­dum ma sicu­ra­mente ha visto la più grande par­te­ci­pa­zione di tutta la cam­pa­gna elet­to­rale. Una parte con­si­stente del suo elet­to­rato è tor­nato a dare fidu­cia a Syriza. La vit­to­ria è a por­tata di mano, anche se l’obiettivo della mag­gio­ranza asso­luta sem­bra lontano.

I greci sono testardi e orgo­gliosi. Se uno vuole farli infu­riare basta che fac­cia cenno alla loro pre­sunta «imma­tu­rità poli­tica» e alla con­se­guente neces­sità che si lascino gui­dare da forze «respon­sa­bili» per­ché ispi­rate da cen­tri stra­nieri. Ecco in breve il ritratto della destra in cerca di rivin­cita, alzando la ban­diera dell’«unità nazio­nale». Un espe­diente made in Ger­many per neu­tra­liz­zare per sem­pre gli anta­go­ni­sti. No, il gioco è tal­mente sco­perto che nes­suno ci è cascato. Nuova Demo­cra­zia ha recu­pe­rato alcuni elet­tori, ma erano voti suoi che a gen­naio si erano presi una libera uscita: non segnano uno spo­sta­mento a destra dell’elettorato.

La sini­stra può aver sba­gliato, essere uscita scon­fitta nel nego­ziato, ma è sem­pre quella che ha tenuto testa ai dik­tat di Bru­xel­les e di Ber­lino, è quella che ha dato bat­ta­glia, men­tre la destra si inchi­nava ser­vile di fronte alla Mer­kel. Cose ben vive nella memo­ria col­let­tiva. Tsi­pras lo sa e per que­sto è apparso ieri rilas­sato e sor­ri­dente al tra­di­zio­nale incon­tro «Un ouzo con il capo» con i gio­vani di Syriza, in un locale alter­na­tivo di Mona­sti­raki, il quar­tiere tra­di­zio­nale sotto l’Acropoli. Nes­suna dichia­ra­zione pre­let­to­rale (la legge lo proi­bi­sce) ma una chiac­chie­rata con i pochi stu­denti rima­sti nel par­tito dopo la defe­zione di tutta l’organizzazione gio­va­nile verso Unità Popo­lare. Domanda: «Pre­si­dente sarà ridotto il ser­vi­zio mili­tare?», ora della durata di 9 mesi. Rispo­sta sor­ri­dente di Tsi­pras: «Andate a difen­dere la patria, sfac­cen­dati». Risata generale.

Il distacco di Syriza rispetto alla destra sarà di almeno quat­tro punti. Me lo con­ferma il diret­tore dell’agenzia di stampa ate­niese Micha­lis Psi­los, oss­ser­va­tore neu­trale ma dispo­sto a scom­met­tere anche in favore di una scon­fitta ancora più umi­liante per la destra. Che in que­sti ultimi giorni ha mostrato il suo volto peg­giore: venerdì era il secondo anni­ver­sa­rio dell’assassinio di Pavlos Fys­sas e il fuh­rer di Alba Dorata Micha­lo­lia­kos ha riven­di­cato pub­bli­ca­mente la «respon­sa­bi­lità poli­tica» per l’uccisione. Alla fine di una delle tante mani­fe­sta­zioni per l’anniversario, un gruppo di anar­chici ha assal­tato a colpi di molo­tov il com­mis­sa­riato di Exar­chia. Sette mino­renni fer­mati sono stati sel­vag­gia­mente pestati dai poli­ziotti. Ecco la destra elle­nica in tutta la sua magni­fi­cenza: pestaggi nei com­mis­sa­riati e gara con i nazi­sti su chi la spara più grossa nella reto­rica xeno­foba. Il lea­der di Nuova Demo­cra­zia Van­ge­lis Mei­ma­ra­kis aveva preso di mira anche l’ex mini­stra dell’Immigrazione Tasia Chri­sto­dou­lo­pou­lou, ren­den­dola un obiet­tivo visi­bile per le squa­dracce naziste.

All’incontro ha fatto la sua com­parsa anche l’ex mini­stro della Cul­tura Nikos Xida­kis, per tanti decenni respon­sa­bile delle pagine cul­tu­rali di Kathi­me­rini. E’ can­di­dato di Syriza ma non è mem­bro del par­tito. Anche lui è otti­mi­sta e mi espone con grande fer­vore la sua con­vin­zione che la sini­stra al governo greco può fare la dif­fe­renza in Europa.

Ad Atene tutti sono con­vinti che i nego­ziati con i cre­di­tori non sono per niente finiti. Il terzo memo­ran­dum, quello sot­to­scritto da Tsi­pras il 13 luglio, non segue alcuna logica eco­no­mica. E’ un testo messo su solo per ragioni poli­ti­che, per umi­liare e dele­git­ti­mare il governo di Atene. Ben pre­sto quindi dovrà essere rivi­sto, se non si vuole con­ti­nuare que­sto logo­rante brac­cio di ferro tra Atene e l’Ue per altri cin­que anni. Se Tsi­pras riu­scirà nel frat­tempo a por­tare avanti le riforme giu­ste, sarà in grado di rine­go­ziare gli aspetti più aspri. Con il van­tag­gio di aver otte­nuto anche una seria ristrut­tu­ra­zione del debito, nei nego­ziati che ini­ziano a ottobre.

Tsi­pras insieme con chi? Le alleanze al governo sono il quiz della vigi­lia. I Greci Indi­pen­denti, che hanno fatto la cam­pa­gna Tv di gran lunga più spi­ri­tosa, rischiano di non supe­rare la soglia del 3% e rima­nere fuori dal Par­la­mento. In que­sto caso, oppure nell’eventualità che nean­che i loro depu­tati siano suf­fi­cienti, ci sarebbe un accordo di mas­sima già pronto. Non è con To Potami, come tutti cre­de­vamo, cioè la for­ma­zione di pla­stica del pre­sen­ta­tore Tv Sta­vros Theo­do­ra­kis, ma con i socia­li­sti del Pasok. Secondo fonti di Syriza, la nuova lea­der Fofi Gen­ni­matà ha rice­vuto forti pres­sioni da alcuni par­titi socia­li­sti euro­pei per­ché pro­ce­desse verso una rifon­da­zione del socia­li­smo elle­nico. In pra­tica, met­tere da parte gli espo­nenti più espo­sti e più chiac­chie­rati, come l’ex lea­der Evan­ge­los Veni­ze­los, per poter col­la­bo­rare con il pre­mier Tsi­pras. Per la Gen­ni­matà, poli­tica ine­sperta e senza grande cari­sma, è un’occasione d’oro per affer­mare in pieno la sua lea­der­ship. Per Tsi­pras l’obiettivo sarebbe di con­di­zio­nare gli equi­li­bri interni del par­tito di cen­tro­si­ni­stra in modo da sgan­ciarlo dall’alleanza subal­terna con la destra libe­ri­sta europea.

E’ que­sta la poli­tica sotto l’ombra del Par­te­none, antica pas­sione dei greci, ora in mano a una sini­stra che aspira a gui­darla e con­di­zio­narla. Dal gen­naio scorso molta acqua è pas­sata sotto i ponti ma non inu­til­mente: «Scon­fitta non è cadere per terra, scon­fitta è non poter rial­zarsi», ha gri­dato Tsi­pras nel suo ultimo comi­zio, para­fra­sando Hum­ph­rey Bogart. Sta­sera si rial­zerà in piedi e get­terà di nuovo il suo guanto di sfida all’Europa dell’austerità.

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