loader
menu
© 2022 Eddyburg

o il secondo Seminario di Eddyburg (Sezano (VR) dal 17 al 19 ottobre 2013, sul tema "Le Città metropolitane, tassello essenziale del governo pubblico del territorio". Resoconti dei gruppi redatti da Paula De Jesus, Anna Richiedei, Enrica De Luchi

Il seminario si è concluso sabato mattina, 19 ottobre, con una sessione di lavoro collettivo organizzato per gruppi, ciascuno dei quali aveva l’obiettivo di individuare, e argomentare, le questioni centrali che costituiscono il ‘problema’ della pianificazione di “area vasta” La proposta era di costituire gruppi di lavoro di 10-15 persone ciascuno, o focalizzando l’attenzione di ciascun gruppo su uno gruppi dei temi: la questione generale del governo d’area vasta, l’agenda delle cose da fare in relazione sia alle scadenze immediate ( le città metropolitane individuate ope legis) che in una prospettiva più ampia; le risorse da mobilitare. L'ipotesi iniziale era quella di articolare i tre gruppi sui temi suddetti, su ciascuno dei quali focalizzare l'attenzione di un gruppo.

Dopo due giorni di lezioni dedicate ad istruire il tema del seminario ripercorrendo l’evoluzione storica del dibattito e della legislazione sull’area vasta, discutendo su alcune pratiche ed esperienze, a partire da quelle dell’area milanese, e portando numerosi contributi nelle discussioni (sia quelle in aula sia in quelle in mensa o a passeggio nel prato del Monastero degli Stimmatini) si è proceduto a definire i gruppi. La maggior parte dei partecipanti ha ritenuto che i tre temi proposti fossero così strettamente interconnessi da richiedere una trattazione unitaria. si sono costituiti i gruppi che riunitisi in sedi separate hanno discusso tra loro cercando di individuare un certo numero di parole-chiave, preparando dei tabelloni sui quali hanno esposto le parole e le idee che avevano maturato, sulla base di uno schema comune ai tre gruppi. Successivamente, in riunione plenaria, ogni gruppo ha esposto il punto cui erano arrivati. Ilaria, Eddy e Mauro si sono assunti l’incarico di preparare, prima del previsto incontro esterno a Napoli, una bozza di documento di sintesi. In attesa di questo (ma l'incontro è stato rinviato a luogo e data da decidere), ecco il resoconto del lavoro dei tre gruppi (i.b.)

Resoconto del Gruppo 1 (a cura di Paula de Jesus)

Partecipanti: Alessandro Zilio, Andrea Schiavone, Barbara Nerozzi, Edoardo Salzano,Gaetano Urzì, Giulia Melis, Johnni Nicolis, Luigi Toscano, Iacopo Scudellari, Oscar Mancini

Nella discussione sono emerse tre domande a cui si è tentato di dare risposta cercando le parole chiave.

1) Di che cosa stiamo parlando (il contenitore)

Utilizziamo le stesse parole (Città Metropolitana, Area Metropolitana, Area Vasta) dando però significati anche molto diversi. E’ perciò importante riconoscere quali sono i luoghi privilegiati del nostro territorio che si caratterizzano per grandi dimensioni, forte densità di popolazione, forte sistema di relazioni, concentrazione di attività produttive e alto numero di interventi ‘privilegiati’.
Questi “luoghi” vengono definiti sulla base di tre parametri:
B) Sistema di relazioni (luoghi e funzioni in cui si esplicano le relazioni)
C) Dimensione dei problemi e modalità di risoluzione

2) Di che cosa ci dobbiamo occupare (i contenuti)


Due parole d’ordine e tre temi principali
A) Parole d’ordine:
Multiscalarità, come approccio ineludibile ai diversi livelli di pianificazione
Integrazione, come elemento ineludibile della pianificazione ai diversi livelli (in cui l’area vasta è un livello e l’integrazione è una delle caratteristiche principali che deve leggersi a tutti i livelli. In questo ambito l’integrazione delle politiche di settore è una parola d’ordine importante).
B) I temi principali:
Accessibilità (“luogo dei diritti”)
Organizzazione del sistema insediativo (privilegiare la riorganizzazione di ciò che già esiste, con una forte declinazione dei sistemi dei servizi e della vita pubblica)
Il rapporto tra città e campagna, tra pieno e vuoto, tra sistema rurale e sistema urbano
3)A chi attribuire la responsabilità di governare
Al soggetto o soggetti che abbiano le seguenti tre caratteristiche:
Democraticità
Autorevolezza
Efficacia

In questo quadro illustrato da un efficace grafico redatto dai veloci pennarelli di Andrea Schiavone), la cornice è composta da due parole fondamentali: POLITICA (il vero nocciolo :che politica, quale politica) e PIANIFICAZIONE.

Resoconto del Gruppo 2 (a cura di Anna Richiedei)

Partecipanti: Ilaria Boniburini, Anna Richiedei, Paolo Dignatici, Monica Luperi, Simona Coli, Roberta Signorile, Pasquale Pulito, Donato Belloni, Pietro Di Lascio, Danilo Andriollo,

La discussione sulla pianificazione d’area vasta si è sviluppata su cinque punti fondamentali.

La definizione di un’area geografica.

Se è la città metropolitana di cui si discute, identificare i suoi limiti o l’area metropolitana sulla quale essa insiste risulta più facile, in quanto si tratta di poli noti. Si potrà essere in disaccordo sul numero di città metropolitane indicate dal famigerato disegno di legge “Del Rio” e sulla difficoltà nella creazione di nuove città metropolitana oltre a quelle previste, ma comunque in questa direzione una soluzione è raggiungibile. È stato molto più difficile individuare un confine per l’area vasta. Il criterio per definire un confine potrebbe essere la dimensione del problema che si sta andando ad affrontare, ovvero un area strategica a geografia variabile. Questa posizione però presenta dei problemi dal punto di vista pratico: da un lato si dovrebbero prevedere vari piani a seconda del tema affrontato che insisterebbero su aree differenti, contermini o sovrapposte, per periodi di tempo diversi; dall'altro questa soluzione non consentirebbe organi elettivi di primo livello, però potrebbe avere organi elettivi di secondo livello, come accade in altri paesi europei.

Un altro criterio potrebbe essere quello delle “invarianti” strutturali del territorio, che abbiano un valore strategico sul lungo periodo, individuate a partire dalla continuità paesaggistica dell'area vasta (Convenzione europea sul paesaggio).

1. Il soggetto in grado di governare l’area vasta

I sistemi di governo sovra locale finora testati non hanno portato a grandi risultati ed è necessario trovare un sistema alternativo. Il sistema della pianificazione d'area vasta non può coincidere con il precedente sistema delle province, così come non si possono identificare come un unico problema: l'abolizione delle provincie deve riguardare tutti i cittadini del paese, a causa della modifica della costituzione, di alcuni diritti legati alla democraticità delle scelte ed alla rappresentatività di tutti e non di alcuni che porta al problema del sistema elettivo; mentre la pianificazione dell'area vasta riguarda soprattutto i tecnici ed in particolare gli urbanisti, ai quali viene offerta la possibilità di trovare uno strumento nuovo, facendo tesoro delle passate esperienze di strumenti non utilizzati nel pieno delle loro possibilità o non utilizzati affatto.

Alcuni enti, che in passato si sono occupati di piani di settore, nonostante dal punto di vista politico non abbiano rappresentato un esempio del tutto positivo, nel complesso hanno comunque cercato di tutelare il territorio per gli aspetti di loro competenza (comunità montane, BIM, ATO, ecc...)

2. Lo strumento di pianificazione
Il nuovo strumento dovrebbe essere accompagnato da una ristrutturazione della pianificazione a tutti i livelli. Avrebbe bisogno di una discussione interdisciplinare che si concentri sulle modalità di governo delle trasformazioni. Potrebbe essere lo spunto per ridiscutere la Legge urbanistica nazionale.

3. I contenuti dello strumento di pianificazione
I contenuti della pianificazione d'area vasta dovrebbero essere definiti a partire dai bisogni dei cittadini che in essa vivono (forse più attenzione dovrebbe essere data in quest'ottica al tema della salute). Inoltre lo strumento potrebbe essere motivo di rivalutazione delle strategie per il futuro, che a livello comunale sono di difficile applicazione.

All'interno dello strumento potrebbero quindi essere individuati degli obbiettivi prevalenti e prioritari, che permettano di valutare la sostenibilità (ed il buon senso) degli interventi previsti sul territorio. Esso dovrebbe essere uno strumento di tutela di tutte le risorse del territorio (naturali, paesaggistiche, storiche, culturali, idriche, energetiche, ecc..), che potranno essere declinate in modi diversi a seconda dell'area vasta oggetto di pianificazione.
Al livello di area vasta potrebbe essere affidato il compito, raramente portato a termine dai comuni, del monitoraggio previsto dalla VAS che permetterebbe di modificare o reindirizzare le politiche territoriali qualora non ottenessero gli effetti desiderati.
Un altro tema che potrebbe essere meglio governato a livello di area vasta è la gestione dei flussi di mezzi, merci, persone ed informazioni che attraversano un territorio e rappresentano normalmente una cesura o un ostacolo. Inoltre potrebbe essere interessante un nuovo ruolo di verifica della coerenza delle previsioni economiche tra gli altri livelli di pianificazione, ovvero una sorta di raccordo, di analisi integrata tra le spese - e quindi indirettamente tra le priorità d'intervento - previste a livello comunale e regionale.

Chi dovrebbe decidere sui punti 1,2,3 e 4?

Per rivedere il sistema di pianificazione e le riorganizzazioni amministrative dei territori sarebbe auspicabile un dibattito nazionale. Attraverso il dibattito si raggiungerebbero, oltre ad una conoscenza più diffusa e consapevole, anche una proposta condivisa sulle scelte da fare ed una sensibilizzazione dei cittadini al tema della pianificazione e forse, più in generale, della politica [queste oscure materie].

Perché ciò avvenga dovrebbero essere messi a disposizione dei fondi dedicati, previste delle modalità di partecipazione e dei tempi per effettuare il dibattito e presentarne i risultati. Inoltre bisognerebbe coinvolgere, oltre ai cittadini, anche i vari rappresentati della società attiva: associazioni, centri di ricerca, università, centri culturali, tecnici, corporazioni, ordini professionali, ecc...

Un sogno di una tale portata che potrebbe davvero avere grandi risultati.

Resoconto del Gruppo 3 (a cura di Enrica De Luchi )

Presenti: Bruna Paderna, Norberto Vaccari, Claudia Dall’Olio, Giusy , Carla Maria Carlini, Elisabetta Forni, Chiara Ciampa, Anna Frascarolo, Mauro Baioni, Francesco Ranieri, Raffaele Pisani, Enrica De Luchi

La richiesta di approfondimento dei tre gruppi di lavoro: individuare i 5 punti ineludibili o questioni fondamentali che non possono non essere affrontate nel “discorso”.

Procedo nello stilare il documento riferendomi, per una trattazione ordinata, a quanto emerso con gli interventi delle singole persone riordinandoli sulla base della suddivisione in macroaree espressa a metà del laboratorio (primo tentativo di sintesi). Tale suddivisione ci aiuta a incanalare la questione in tre ambiti (o macroaree di interesse).

Si è giunti perciò, con l’aiuto della nostra guida-moderatore-coordinatore a definire tre aree di approfondimento legate fra loro. Tutte e tre DEVONO essere prese in considerazione nel dibattito sul tema città metropolitane / aree metropolitane affinchè la trattazione sia completa e il problema visto in modo globale. Le macroaree individuate sono:
A) Geografia Dei Luoghi
B) Contenitori
c) Contenuto

Di seguito riporto le tematiche emerse come da verbale in modo che nessun contributo vada perso (a meno che non si tratti di cosa già dette).

A) Elementi che qualificano la GEOGRAFIA DEI LUOGHI:

La questione deve essere affrontata a livello nazionale a causa della grande confusione tra città metropolitana e area metropolitana (nella loro qualificazione geografica). In effetti le città metropolitane in Italia sono 3: Milano Roma e Napoli. Le aree metropolitane sono di più.

confusione tra città e area che necessita di una pianificazione di area vasta.

B) Elementi che qualificano il CONTENITORE:

definizione di area metropolitana e città metropolitana;

la legge nazionale deve assegnare dei compiti alla città metropolitana. Per esempio funzioni privilegiate in cui gli altri comuni di corona, e non solo, facciano parte del sistema e facciano sistema;

e città m./ aree metropolitane non possono non essere trattate con un approccio uniforme slegato dalle specificità territoriali. Non è ammissibile che vi sia comptezione tra città per i fondi europei anziché coesione territoriale [il concetto di competizione tra città non fa parte del nostro ordinamento n.d.r.];

qualificare un Ente e i suoi poteri è importante e questo dovrebbe essere fatto approfondendo il tema più generale di come è fatta la nazione;

non è detto che dare centralità ai comuni e farli diventare i detentori dell’ente di area vasta (città m.) faccia superare la visione a scala comunale degli stessi. Il rischio è che un ente fatto di comuni continui ad agire senza guardarsi attorno e soprattutto per nuclei di comuni forti. Questo approccio sta esattamente sulla scia del piano città che salta a pie’ pari le regioni e, quindi, ignora l’ordinamento dello stato. A maggior ragione è necessario aprire una fase di confronto/dibattito;

[ con i decreti e i ddl Del Rio di fatto diventa evidente n.d.r.] lo distinzione/scollamento tra la città legale e città reale perchè è mancato e manca il processo dal basso che legittima democraticamente quello che sostanzialmente corrisponde ad un editto voluto dall’alto per il risparmio della spesa;

l’accentramento della città m. non dovrà svantaggiare i territori contermini;

C) Elementi che qualificano il CONTENUTO:

L’area vasta che sia provincia o area metropolitana o città metropolitana (non importa quale sia il contenitore):
deve contenere questioni relative alla mobilità delle persone e delle merci e occuparsi dello scambio/relazione per usufruire dei servizi (concentrati in alcuni luoghi) (Bruna);
sicurezza nel senso di difesa del suolo e difesa dai dissesti idrogeologici e dalle calamità (anche sismiche e vulcaniche);
tutela ambientale e paesistica;
conservazione della natura;
attenzione al rapporto costruito/ non costruito ovvero città/campagna (urbano/rurale);
partecipazione e condivisione delle conoscenze;

rafforzare le funzioni storiche dei centri (in un contesto policentrico) con dislocazione delle altre funzioni;
progettazione/pianificazione di tutto il territorio senza ghettizzazioni (alla luce di quanto detto su comuni forti e comuni deboli come da norme più o meno in itinere);
la città metropoli vs i villaggi autosufficienti di Jona Friedman. Una considerazione fondamentale va fatta sul fatto che le metropoli devono essere organizzate come una sorta di insieme di villaggi che in sé offrono tutto (in termini di autosufficienza nei servizi) ai propri cittadini / abitanti. E’ necessario che vi siano studi preliminari che coinvolgano la popolazione in un processo di analisi sistemica del territorio con un metodo basato su quello dei territorialisti ovvero della scuola di Magnaghi [mappe culturali, parish maps, eccetera, contratti di quartiere, rigenerazioni urbane n.d.r.]
problema Democrazia: da chi sono votati i rapppresentanti delle aree metropolitane?;

problema delle competenze che si traducono in atti che si sovrappongono; Proposta Area Metropolitana, intesa come Ambiente di Vita? Citando la convenzione Europea.

pianificazione energetica.

Un primo tentativo di sintesi.

I binomi che sono emersi dalle prime considerazioni:
1. Area metropolitana /vasta e citta’
2. Scala di prossimita’ e scala centrale
3. Gestione e progetto
4. Citta’ reale e citta’ legale
5. Democrazia /potere
L’istituzione deve avere una capacità/potere di governo? Sarà elettiva? A suffragio universale?

Prime riflessioni a partire dal primo tentativo di sintesi.

Pare emergere con grande forza che i livelli di accentramento del potere e dei poteri siano due ovvero lo Stato e i comuni con una sostanziale perdita di potere degli altri livelli. In particolare, le città metropolitane appaiono come una emanazione dei comuni (aggregazione degli stessi).

Di che cosa sono fatte queste città tornando sul tema della città reale vs legale? Si sottolinea l’importanza del lavoro e della produzione (in riferimento all’attuale momento di crisi). Senza questi elementi vitali, la città (e il nuovo paradigma ad essa collegato) non avrebbe più senso come luogo di vita e di rinascita culturale. In questo senso è forse più importante pensare di riformare la classe politica e tecnica [più che l’ordinamento dello stato].

Anche il ruolo dei cittadini (e non abitanti) è fondamentale facendo sì che la partecipazione diventi un fatto obbligatorio nonostante che la consapevolezza media nei confronti delle istituzioni sia molto bassa.

Alessandro segnala il fatto che dare potere ai comuni più forti è un evidente squilibrio. C’è una sostanziale perdita di senso dei comuni più piccoli che diventano i luoghi dove inserire opere e servizi + o - sgradevoli. Nonostante tutto bisogna vedere il tutto come una opportunità di cambiamento in cui incentivare la città compatta, ma rafforzando l’istituzione di area vasta che è più vicina al cittadino.

Raffaele pone l’accento sull’orizzonte temporale dell’azione tipica dell’area vasta ovvero la programmazione di lungo periodo contro la ventilata programmazione per Piani Strategici da aggiornare anno per anno (ddl Del Rio); sull’importanza del quadro conoscitivo (di area vasta); necessità di orientare il dibattito verso discorsi più precisi con la dovuta chiarezza e completezza che l’ordinamento delle istituzioni non può non richiedere. l’ambito di area vasta può essere inteso come il luogo del confronto fra i vari livelli istituzionali.

SINTESI FINALE come da tabellone

A. GEOGRAFIA DEGLI INSEDIAMENTI
necessità di chiarire in che cosa consiste la distinzione tra area metropolitana e città metropolitana;
dentro questi sistemi c’è un livello di prossimità e centralità da non perdere - il territorio non è uniforme

B. IL CONTENITORE (istituzione)
distanza tra città reale e città legale;
partecipazione (deficit di democrazia);
città si rafforzano le province spariscono o vengono indebolite. Riorganizzazione degli enti.

C. IL CONTENUTO
gestione/progetto/visione nel lungo periodo

i materiali della secondo Se/ed sono raccolti in questa cartella

Un percorso fisico e critico nel territorio della Città Metropolitana concreta, alla ricerca dei nodi di urbanità esistenti e potenziali nel settore milanese orientale a maggiore infrastrutturazione. Relazione alla seconda edizione della Scuola di Eddyburg, Sezano (VR), 17 ottobre 2013

“Popolo della Terra, attenzione, prego. Qui parla la Commissione per la Pianificazione dell’Iperspazio Galattico. I piani di sviluppo delle zone periferiche della Galassia richiedono la costruzione di una superstrada iperspaziale attraverso il vostro Sistema Stellare. Il che rende sfortunatamente necessaria la demolizione di alcuni pianeti tra cui il vostro. I lavori avranno inizio immediato e dureranno circa due minuti terrestri”.

Con questo perentorio avviso inizia il leggendario romanzo di fantascienza umoristica Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams (ed. it Urania n. 843). Il protagonista Arthur Dent scopre alcune ruspe gialle già posizionate appena oltre il suo cancello per demolirgli la casa, tenta in tutti i modi di opporsi, sdraiandosi nel fango per impedire all’asfalto di continuare nella sua colata. Sarà Ford Prefect, extraterrestre approdato per caso sulla Terra (dalla quale poi non è più riuscito ad andarsene), a distogliere dalle sue intenzioni l’amico Dent e a portarlo in salvo. Nel giro di qualche ora, la Terra scompare per fare spazio alla nuova super-autostrada iperspaziale. Proseguono imperturbabili gli altoparlanti delle astronavi-ruspe nella loro spiegazione tecnica:

“non ha senso che vi dimostriate sorpresi. Tutti i piani del progetto e gli ordini di demolizione erano disponibili al pubblico da cinquanta dei vostri anni terrestri, nel locale Dipartimento Viabilità di Alfa Centauri. Per cui avevate tutto il tempo per presentare gli eventuali reclami. E’ troppo tardi, ora, per mettersi a protestare”.

Le vicende recenti del corridoio orientale della regione urbana milanese per certi versi assomigliano parecchio alle ricostruzioni fanta-umoristiche della Guida Galattica per Autostoppisti, anche se il ruolo degli extraterrestri è interpretato da assai meno variopinti burocrati in giacca e cravatta. L’Est Milano è ancora un territorio di pregio della regione metropolitana milanese: non presenta gli elevati livelli di densificazione del Nord ma neppure è priva di chiari elementi di organizzazione insediativa come il Sud Milano. In questo contesto, che sta per essere segnato da importanti e imponenti progetti infrastrutturali, è possibile individuare diversi sistemi insediativi - che con qualche azzardo potremmo chiamare “città” – le quali, se per una volta ci dimentichiamo degli arzigogolati confini amministrativi, possono aiutare a interpretare i processi in atto e a delineare qualche proposta di sviluppo per il futuro.

L’Est Milano ha attraversato le diverse epoche storiche riuscendo a mantenere un proprio profilo identitario anche grazie ad alcune caratteristiche morfologiche che lo contraddistinguono: dotazione ambientale, presenza di corsi d’acqua e ad alcune scelte infrastrutturali particolarmente lungimiranti che l’anno resa una delle aree più accessibili di tutta la regione urbana milanese. In particolare, nei decenni del Secondo Dopoguerra, la pianificazione di un sistema di trasporto pubblico su ferro (articolato tra ferrovia e metropolitana) e di uno su gomma (strade statali, tangenziali, autostrade) ha consentito lo sviluppo di un sistema insediativo in cui l’accessibilità ha rappresentato il principale principio ordinatore. In un territorio nel quale, oltre la cintura di prima corona, i centri raramente superano i 15.000 abitanti, si è sviluppato un tessuto imprenditoriale fatto di alcune grandi multinazionali e di piccole e medie imprese, legate soprattutto al settore caseario e manifatturiero, che qui hanno trovato condizioni favorevoli per i propri processi produttivi.

I processi di dismissione industriale, iniziati a partire dagli anni Settanta, hanno poi progressivamente indebolito questa vitalità produttiva, fino ad intaccare l’identità sociale e storica di tutta l’area, che oggi appare come un territorio in-between, tra quel che è stato e un futuro ancora incerto, dalle cui nebbie emergono nitidamente e con fermezza solo i grandi progetti infrastrutturali. Del passato rimangono alcuni frammenti che, solo se ricomposti in nuove forme, possono essere di aiuto per elaborare una prospettiva di sviluppo locale che, con un orizzonte inevitabilmente metropolitano, sappia re-interpretare la propria storia e indirizzare la costruzione di un futuro sostenibile, impedendo improbabili proposte sviluppistiche, peraltro particolarmente poco credibili in un contesto storico di recessione e crisi economica.

Che questa prospettiva di osservazione non sia semplicemente accademico-disciplinare, o peggio tecnicista, ma riguardi da vicino la percezione quotidiana e l'identità degli abitanti e utenti del sistema integrato lineare, del resto lo dimostra una semplice osservazione diretta, magari senza dimenticare qualche pur superficiale attenzione storica. La fascia insediativa centrale che si sviluppa oggi continua (ma al tempo stesso assai ricca di “soluzioni di continuità”) dalle Tangenziali di Milano alla valle del fiume Adda, ha una ragion d'essere che affonda le proprie radici nella geografia e nella storia. Si colloca infatti quasi esattamente sulla linea di separazione fra alta pianura asciutta e bassa irrigua, luoghi a modo loro, leggendari, dove per esempio tradizionalmente secoli fa si fermavano le “vacche stracche” dopo il ricco pascolo più a sud, per farsi mungere e produrre il tipo di formaggio detto appunto “stracchino”. Dove racconta sempre la leggenda un casaro di Gorgonzola verso la metà del XV secolo, magari stanco quanto le vacche da mungere, fece il celebre errore producendo quello stracchino a macchie bluastre diventato poi famoso in tutto il mondo. E non è affatto leggenda che più o meno contemporaneamente al saporito formaggio di Gorgonzola nascevano anche le idee, poi i primi cantieri, del Naviglio Martesana, a convogliare le acque dell'Adda verso Milano, completando il grande sistema acqueo di collegamento fra i laghi Maggiore e di Como che avrebbe dato impulso sia allo sviluppo del capoluogo che di tutti i territori che da decenni chiamiamo area metropolitana milanese.

In tutto l'arco di tempo da allora ad oggi, via via l'evoluzione spontanea socioeconomico-territoriale, e naturalmente anche e soprattutto piani e progetti che intuivano le potenzialità di questo continuum lineare, hanno contribuito a costruire un caposaldo insediativo e identitario ben noto a chiunque lo frequenti, e avvertibile a colpo d'occhio anche a chi ci capiti più o meno per caso. Allo sviluppo storico della strada Padana Superiore nel tratto fra i margini di Milano e il ponte sull'Adda verso la bergamasca, e al citato Naviglio con relativa alzaia, si sono progressivamente aggiunti i centri storici attorno alle originarie cascine, poi le periferie minori residenziali e industriali, e ancora in epoca recente le infrastrutture di trasporto pubblico su rotaia. Se osservato su una carta, il sistema urbano racconta abbastanza evidentemente questa storia, ad esempio concentrando tutti i nuclei tradizionali di una certa entità nei pressi dei capisaldi lineari, scostandosi solo parzialmente, e in epoca recente automobilistica, da essi.

Con qualche attenzione in più, si scorge anche l'effetto, del resto piuttosto ovvio, della linea di trasporto metropolitano MM2 sulle densità insediative, a definire una prima fascia di vera e propria espansione urbana milanese di primissima corona, una seconda fascia suburbana interna fino all'attuale capolinea della metropolitana, infine una terza fascia in cui si mescolano ancora chiarissimi elementi di preesistenza rurale, che potremmo definire di insediamento esurbano, fino alla valle del fiume che segna la discontinuità relativa tra lo sprawl propriamente milanese e quello della pianura bergamasca. La carta del Corridoio Metropolitano Orientale, volendo, si può anzi accostare e sovrapporre anche al noto schema del cosiddetto Transect, mutuato dalla corrente americana new urbanism, che definisce appunto un sistema abbastanza prevedibile e relativamente equilibrato di insediamenti e nuclei, da quello centrale classico a una ipotetica greenbelt pianificata a usi agricoli. Una osservazione di massima, quella sulla mappa, che come anticipato trova riscontro anche in una esperienza diretta del settore metropolitano, più simile alla percezione quotidiana dei cittadini.

L'asse privilegiato è certamente quello lungo il Naviglio, sul quale si concentrano, sovrappongono, alternano, contesti diversi di epoche storiche, funzioni, spazi saturi dal punto di vista edilizio così come zone agricole, verde pubblico, servizi, vedute delle due altre città lineari complementari, della Padana Superiore e della linea e stazioni MM2. Immediatamente dopo la barriera delle Tangenziali l'abitato nel comune di Vimodrone alterna parchi e orti urbani a quartieri assai densi, sfumando poi verso Cernusco nella fascia di spazi radi e parti interessata dalle ex cave su un lato, da quella degli attuali campi da golf sull'altro. Canale e pista ciclabile tagliano direttamente attraverso il centro di Cernusco, e poi i parchi pubblici periferici fino all'area produttiva di Villa Fiorita attorno alla fermata della metropolitana, praticamente caso unico di integrazione importante fra trasporto pubblico e attività economiche. Molto meno risolto il rapporto fra il naviglio e il sistema insediativo nel territorio di Cassina de' Pecchi, dove convivono in modo piuttosto disordinato quartieri residenziali affacciati direttamente sul corso d'acqua, edifici e isolati produttivi verso la Padana, la presenza piuttosto incongrua dello office park all'altezza dei confini con Bussero e relativa fermata MM2, ma senza alcun collegamento.

Gorgonzola rappresenta un caso a sé, con la strada principale in circonvallazione sud a definire i limiti meridionali dell'abitato e la greenbelt agricola, e la linea della metropolitana a nord con un vero e proprio “viale della stazione” e quartiere circostante. Naviglio e pista ciclabile tagliano il cuore del centro storico, con scorci e vedute di indubbio valore, a connettere un sistema di spazi e servizi. Con l'abitato di Gorgonzola di fatto si concludono la fascia di urbanizzazione fitta e quella suburbana interna, fatto rimarcato sia dal brusco cambio di caratteri insediativi verso Gessate-Bellinzago, sia dalla – ingombrante e dagli effetti ancora imprevedibili - presenza della nuova infrastruttura Tangenziale Esterna Milano a ridosso del capolinea MM2. A complemento e conferma del contesto ormai extraurbano, il centro commerciale Corte Lombarda, a orientamento automobilistico e collocazione classicamente baricentrica a cavallo fra i confini di tre comuni. Nel territorio di Inzago e in quello di Cassano, fino alla valle dell'Adda, il percorso ciclabile alterna quartieri storici, tratti ad attività produttive, campi coltivati di dimensione anche notevole e cascine. Le zone più monumentali di Cassano e il corso del fiume al confine della metropoli, chiudono idealmente e logicamente il percorso.

Lasciando aperte però molte questioni che, pur in forma ipotetica, venivano evidenziate nel corso dei paragrafi precedenti. In breve: cosa è possibile fare, nella prospettiva di una Città Metropolitana, per dare maggiore logica, efficienza, abitabilità, identità a questo insediamento lineare? Alcune indicazioni possono essere ricavate da una disamina critica delle vicende recenti di pianificazione territoriale.

Piano d’area Adda-Martesana. La prima presa d’atto del cambiamento

Da recuperare certamente è la capacità di cooperazione intercomunale che ha consentito a questo territorio, già un decennio fa, di pensare (e di pensarsi) alla scala metropolitana. Nel 2002, in concomitanza con l’elaborazione del PTCP della Provincia di Milano, ventisette Amministrazioni Comunali dell’est Milano1 hanno colto l’opportunità di intraprendere un processo di pianificazione intercomunale con l’obiettivo di elaborare uno strumento che, declinando localmente i contenuti della pianificazione provinciale, avrebbe anche elaborato una strategia di sviluppo territoriale locale.

I Comuni hanno stipulato una convenzione con la Provincia di Milano nella quale veniva concordato il contributo finanziario per la redazione di quello che sarebbe diventato il Piano d’area dell’Adda-Martesana2, individuati gli attori economici e sociali da coinvolgere e fissati gli accordi tra le amministrazioni coinvolte.

Per l’elaborazione del Piano d’Area Adda-Martesana si è adottato un duplice approccio: di coordinamento intercomunale a carattere strategico e di declinazione del PTCP a scala locale.

Il Piano ha lavorato su due fasi:

la prima, più strettamente programmatica, aveva l’obiettivo di ricostruire il quadro di riferimento strategico del territorio e di indirizzare l’elaborazione di una visione condivisa in base alle possibilità di sviluppo emerse nelle fasi di analisi;

la seconda, più operativa, aveva lo scopo di elaborare una serie di progetti e di politiche di scala locale.

Il piano d’area Adda-Martesana si è articolato in quattro fasi principali:

1) elaborazione dello scenario di trasformazione. Prendendo atto delle trasformazioni sociali ed economiche in corso l’Adda-Martesana è stata definita come la città parco nella economia che cambia. Lavorando sui temi dell’ambiente e del tessuto economico in crisi si è cercato di affrontare il rischio di compromissione sia del sistema ambientale che del sistema economico e occupazionale, nonché delle loro potenziali ricadute nella prospettiva di un governo territoriale alla scala intercomunale. Le caratteristiche ambientali e paesaggistiche del territorio consentivano già l’identificazione di una pluralità di usi differenti legati al tempo libero ma la costruzione di una visione di riferimento ha consentito di elaborare nuove strategie di sviluppo e di gestione che, attraverso l’azione coordinata dei Comuni coinvolti, avrebbero reso possibile la trasformazione del sistema ambientale in fattore strutturante tanto dello spazio quanto dei modi dell’abitare e dell’economia locale. In questo modo gli elementi ambientali, come parchi, territorio agricolo e sistema delle acque, avrebbero costituito gli elementi portanti di una strategia territoriale integrata, nella quale affrontare anche altri temi come l’impatto delle nuove grandi infrastrutture (che nel 2002 erano già in fase di progettazione), l’organizzazione delle attività economiche e l’abitare.

2) definizione di un modello territoriale. Il modello proposto, basandosi consentiva di individuare gli ambiti sui quali concentrare gli approfondimenti progettuali.

La matrice di organizzazione territoriale, che può essere definita come una mappa di principi condivisi e da rispettare, sarebbe stata la guida fondamentale per le scelte di governo del territorio dei Comuni coinvolti oltre che un impegno politico a perseguire un processo di pianificazione sovracomunale. Il modello in particolare si occupa di definire:

• il sistema urbanizzato, costruendo una gerarchia funzionale e relazionale del sistema territoriale attraverso l’analisi delle funzioni e delle vocazioni di ogni comune e le relazioni esistenti.

• i comuni di porta, che nel tempo avevano conquistato un ruolo di primo piano grazie alla presenza di strutture e servizi di rilievo sovracomunale, diventando punti di riferimento e aumentando il valore aggiunto di tutta l’area;

• i comuni cerniera, che avevano intrapreso processi di trasformazione piuttosto recente con previsione di insediamento di nuove funzioni in grado di aumentare le proprie potenzialità attrattive su tutta l’area;

• i comuni caposaldo, che pur presentando le minori dimensioni demografiche e dipendendo dai precedenti per i servizi fondamentali, rappresentavano i luoghi fondamentali per la tutela e la salvaguardia del sistema dello spazio aperto e in particolare per la valorizzazione e il rilancio del sistema agricolo;

• il sistema delle relazioni, attraverso l’analisi dei collegamenti infrastrutturali e del sistema della mobilità;

• il sistema degli spazi aperti, non solo inteso come un’importante risorsa ecologica ma anche come elemento di connessione tra il tessuto costruito e gli spazi di relazione. Il Piano si proponeva di rileggere l’intero sistema provando a fornirgli continuità e connessione. In questo modo lo spazio aperto avrebbe assunto una dimensione strutturante per tutta l’area, integrandosi con le gerarchie funzionali e infrastrutturali, per garantire uno sviluppo complessivo equilibrato e armonioso.

In base a questo modello i Comuni si impegnavano a :
- dedicare le aree caratterizzate da alta accessibilità su trasporto pubblico alla realizzazione di servizi e funzioni di livello metropolitano, evitando la riproduzione di modelli monofunzionali e ad alto carico urbanistico;
- utilizzare la rete della mobilità primaria e la rete ferroviaria come principio insediativo di riferimento per la localizzazione e rilocalizzazione di tessuti produttivi integrati, di funzioni di servizio alla produzione e di strutture per la logistica;
- identificare ambiti di concentrazione di natura intercomunale localizzati in posizione strategica e caratterizzati da regole di qualità ambientale e di integrazione funzionale.

In questo modo il modello territoriale avrebbe consentito di adottare una chiara strategia unitaria di livello territoriale.

3) elaborazione della dimensione progettuale e operativa. In questa fase sono stati elaborati due diversi strumenti:
la Development perspective, una simulazione territoriale della configurazione futura;
un Atlante dei progetti, un elenco di politiche, azioni e progetti avviati o con un elevato livello di fattibilità;

Con l’elaborazione della prospettiva di sviluppo il Piano definiva il nuovo assetto complessivo dell’area, coerente con la strategia generale, in grado di guidare le azioni di pianificazione alla scala locale e di inquadrare i temi progettuali da realizzare. Partendo dai tre sistemi identificati nel modello territoriale (il sistema degli spazi costruiti, il sistema delle relazioni, il sistema degli spazi aperti) sono individuati i luoghi dell’urbanizzato, le direzioni delle relazioni, la struttura degli spazi aperti e delle risorse ambientali. In particolare sono tre gli ambiti territoriali identificati come prioritari:

- l’asse della Martesana (il territorio che è interessato dai tracciati della linea della metropolitana, del canale Naviglio Martesana e della Strada Padana Superiore), lungo il quale si potranno concentrare le più importanti funzioni strategiche da localizzare in prossimità dei principali nodi che, caratterizzati da un’elevata accessibilità su ferro, saranno destinati a diventare i capisaldi dell’area e le porte d’accesso di tutta l’area;

- l’asse della ferrovia e della Rivoltana (il territorio che occupa la fascia centrale e meridionale del sistema, interessata dai tracciato della linea ferroviaria Milano-Venezia e delle Strade Cassanese e Rivoltana) che individua altri nodi del trasporto collettivo dove i Comuni interessati dovranno concentrare i propri processi di trasformazione;

- l’asse dell’Adda (il territorio che da nord a sud si sviluppa in prossimità della Valle dell’Adda) che pone in relazione quei territori che si affacciano direttamente sul fiume, caratterizzati da un alto valore naturalistico e paesaggistico, con ambiti territoriali retrostanti di minor pregio, interessati da processi di crescita che spesso hanno intaccato le risorse ambientali.

Il resto del territorio sarebbe stato lo spazio della riconnessione, dove adottare ritmi di espansione minimi per concentrare le potenzialità lungo gli assi di sviluppo. In questi ambiti l’articolazione degli spazi aperti e le connessioni tra i tessuti urbanizzati e gli assi infrastrutturali rappresenteranno i principali temi progettuali, da affrontare con strategie quali: la ricostruzione della rete dei parchi, il completamento del sistema dei PLIS e il potenziamento dei sistemi lineari delle acque.

In questo modo la prospettiva di sviluppo traccia tre sistemi prioritari, dove concentrare le funzioni di pregio e con maggiori capacità attrattive, e un sistema di continuità e di connessione che metteva in relazione lo spazio aperto.
L’Atlante dei progetti proponeva quattro temi progettuali poi da territorializzare:

- un territorio che si candida a dare nuove risposte alla domanda di mobilità. L’obiettivo era quello di adottare un efficiente sistema di mobilità integrato, in grado di puntare sulle infrastrutture per il trasporto collettivo, potenziando, al contempo, il sistema di trasporto locale, anche in funzione del nuovo assetto insediativo da attuare. Si proponeva di operare su più fronti, dal potenziamento e riqualificazione delle reti di trasporto collettivo e dalla valutazione degli impatti prodotti da opere in progetto, fino al potenziamento della rete ciclabile esistente per poter poi implementare una rete di accesso ai servizi, al lavoro e al verde, che sia al servizio del territorio;

- un territorio che si vuole pensare come una città. L’obiettivo era di istituire un sistema di servizi e funzioni di scala sovralocale connessi in modo efficiente, così da poter coordinare in modo unitario il governo di un territorio pensato “a rete”, per offrire occasioni e potenzialità di carattere urbano. Le nuove forme dell’abitare, sviluppate nei decenni precedenti, ponevano nuove domande di servizi, cui si sarebbe potuto rispondere in modo più efficiente con una pianificazione coordinata d’area. In tal senso andavano le proposte per sviluppare Piani dei Servizi e forme perequative intercomunali, in grado di sostenere localizzazioni di funzioni strategiche, intendono consolidando la cooperazione tra Comuni e superando i limiti delle azioni individuali;

- un territorio che vuole lavorare sulla propria qualità ambientale come risorsa a carattere multiplo. L’obiettivo era di puntare sulle risorse esistenti (ambientali e agricole paesistiche, architettoniche, culturali, insediative) per migliorare la qualità della vita, rilanciare le economie locali e aprire spazi e occasioni progettuali rilevanti. Lavorare sulle criticità e sulle contraddizioni dei sistemi insediativi, produttivi, ambientali, culturali e infrastrutturali avrebbe consentito di aumentare la funzionalità, la qualità e la connettività dell’intera area. In questo ambito assumeva particolare enfasi l’immagine della “rete” quale dispositivo progettuale in grado, attraverso accorte politiche di ricomposizione, di esaltare le diverse risorse del territorio. La promozione di un sistema museale e culturale connesso al tema dell’acqua, la creazione di una rete di parchi che garantiscano la continuità del verde, l’elaborazione di linee guida per indirizzare il riuso del patrimonio storico a servizio dei cittadini, l’adozione di regole di qualità per governare la crescita insediativa e politiche per il sostegno alle attività agricole rappresentavano le voci progettuali più di rilievo;

- un territorio che vuole ragionare strategicamente sulle proprie vocazioni e assicurare al proprio sistema economico locale margini di crescita e standard di funzionamento sostenibile. L’obiettivo era di rilanciare una collaborazione tra attori pubblici e attori economici locali per investire sul futuro dell’area a partire dalle sue molteplici vocazioni. Governare le pressioni insediative di attività meno qualificate e provare a integrare le proprie vocazioni produttive con imprese capaci di produrre innovazione comportava la volontà di migliorare la qualità dei luoghi della produzione. In primo luogo sarebbe stato possibile elaborare politiche di sostegno allo sviluppo economico locale utilizzando la rete della mobilità primaria e la rete ferroviaria come principio insediativo di riferimento per la localizzazione e rilocalizzazione di tessuti produttivi integrati e per le attività logistiche. Inoltre sarebbe stato possibile ridurre la frammentazione produttiva e migliorare le relazioni aziendali attraverso la fondazione di strutture a sostegno dell’impresa, la sperimentazione di aree produttive sovralocali e la riorganizzazione del sistema della logistica. Infine, l’adozione di meccanismi di tipo perequativo nelle scelte localizzative produttive e logistiche, avrebbe consentito di rilanciare uno sviluppo economico locale basato su principi di tutela e di rispetto dell’ambiente.

4) Individuazione di Progetti pilota. L’elaborazione di esplorazioni progettuali intendeva fissare le linee guida per lavorare su contesti già operativi, in particolare i due progetti elaborati riguardano il Parco della Martesana e i Corridoi infrastrutturali.

Per quanto riguarda il progetto Parco della Martesana si era partiti dall’analisi del consistente patrimonio ambientale in dotazione di quest’area: il Parco Sud, il Parco dell’Adda, i PLIS intercomunali, ma anche i corsi d’acqua e le risorse potenziali come le cave da riqualificare e alcune tenute private. L’ipotesi progettuale di un Parco della Martesana intendeva costruire una rete anche del verde per connettere gli spazi aperti al fine di aumentare l’accessibilità e la fruizione per l’intera area. Il Parco in progetto intendeva diventare una chiara e identificabile figura territoriale, caratterizzata da una concentrazione di valore ambientale e paesaggistico che potesse da un lato promuovere la riqualificazione dei luoghi, dall’altro incentivare il radicamento di un sistema di mobilità ciclabile, volto a soddisfare le esigenze di spostamento di tipo lento e sostenibile, che in alcuni ambiti potrebbero rappresentare una valida alternativa alle modalità di trasporto tradizionali.

Per quanto riguarda il progetto dei Corridoi infrastrutturali si era analizzato il contesto infrastrutturale esistente e quello in progetto. Le criticità del sistema della mobilità erano già rilevanti: congestione di tutta la rete, il trasporto collettivo oramai inadeguato alla domanda di spostamenti anche tra comuni limitrofi. Le proposte progettuali avanzate per far fronte a questi problemi erano la costruzione del nuovo collegamento autostradale tra Milano e Brescia (BreBeMi) e la costruzione della nuova tangenziale est esterna, per garantire gli attraversamenti nord-sud tra Agrate e Melegnano. Queste nuove infrastrutture autostradali già rappresentavano le due grandi offerte per il potenziamento del sistema di mobilità. In merito il Piano d’area aveva elaborato due quadri differenti:

1. il primo quadro esplorativo si focalizzava sulla riqualificazione e sul potenziamento della rete infrastrutturale esistente,
2. il secondo quadro esplorativo introduceva, sulla rete definita in precedenza dal primo quadro esplorativo, le opere infrastrutturali in progetto: collegamento BreBeMi e tangenziale est esterna, nonché realizzazione della Pedemontana. Questo quadro esplorativo era caratterizzato da una forte incertezza, tanto politica quanto tecnica, circa la fattibilità e le modalità degli interventi.

In particolare le proposte progettuali avanzate dalle società autostradali avevano incontrato una forte opposizione da parte dei Comuni, i quali erano convinti di poter rivedere e ripensare i progetti proposti puntando proprio sull’esigenza condivisa di potenziare la rete esistente.

Ed è stata proprio la mancata sinergia sui temi infrastrutturali che ha contribuito al fallimento dell’intero Piano.

Comunque con questa struttura il Piano d’area Adda-Martesana ha avuto il merito di affrontare la natura strettamente volontaristica dello strumento attribuendogli una valenza strategica, che aveva anche l’obiettivo di “costruire l’abitudine al dialogo progettuale tra istituzioni locali”. Quando poi il Piano d’area è stato ultimato e approvato, nel 2006, alcune condizioni politiche erano mutate. Tutto il lavoro, in assenza di coloro che vi avevano preso parte, ha rapidamente perso spirito propulsivo, diventando, di fatto, ciò che proprio non voleva essere, “un ulteriore piano”, al quale non è stato dato seguito così come il confronto intercomunale si è brutalmente interrotto.


Il corridoio metropolitano: l’asse della Martesana oggi

All’interno di questo territorio è possibile identificare una città lineare, che il Piano d’area identificava come l’asse della Martesana, che si sviluppa su tre linee infrastrutturali che al contempo le attribuiscono accessibilità e continuità territoriale.

Gli assi infrastrutturali sono: il Naviglio Martesana, lungo il quale si attesta il parco lineare con pista ciclopedonale, la linea metropolitana M2 e la Strada Padana Superiore.

E’ la città che interagisce maggiormente con Milano grazie al sistema di trasporto pubblico che la inserisce a pieno titolo nel contesto metropolitano collegandola al capoluogo in poco più di 30 minuti di viaggio in metropolitana.

I comuni che compongono la città lineare sono: Vimodrone, Pioltello, Cernusco sul Naviglio, Cassina de’ Pecchi, Bussero, Gorgonzola, Gessate, Bellinzago Lombardo, (Inzago e Cassano d’Adda), per una popolazione complessiva di circa 165.000 abitanti (140.000).

Lo stato della pianificazione comunale di questi dieci comuni varia molto, anche per i forti limiti della legge regionale lombarda che, non incentivando alcuna forma di cooperazione sovra locale, molto spesso contribuisce a generare frammentarietà territoriale. In assenza di strumenti di coordinamento intercomunale i singoli Piani di Governo del Territorio di questo corridoio affrontano in modo anche molto diverso temi quali la perequazione, lo sviluppo degli ambiti produttivi, la valorizzazione della rete ecologica, ecc.

Gli elementi che accomunano quasi tutti i PGT della città lineare sono: il mancato riconoscimento di far parte di un sistema insediativo di scala territoriale, la città lineare appunto, e uno scarsa integrazione dei temi legati alla mobilità e all’infrastrutturazione nelle scelte di piano.

Uno dei PGT in controtendenza, almeno in parte, rispetto a questi approcci localistici e autoreferenziali è quello elaborato a Cernusco sul Naviglio.

Cernusco è caratterizzata da un’ottima accessibilità, soprattutto pubblica, grazie alle due fermate della metropolitana milanese MM2, da un centro storico valorizzato, da un sistema di piste ciclabili e spazi verdi organizzati attorno al canale Naviglio, da servizi sanitari e sociali di buon livello, da un vivace tessuto economico e da una buona qualità complessiva dell’abitare.

Il Piano di Governo del Territorio è stato approvato nel 2011 e, prendendo atto delle difficoltà della finanza pubblica locale, tenta di elaborare un progetto urbanistico complessivo senza ridursi a mero strumento di gestione dell’esistente. E’ un Piano che ha fatto scelte coraggiose: ridurre le capacità edificatorie residue ereditate dal precedente PRG, definire un limite netto all’edificato per tutelare lo spazio agricolo e le risorse ambientali esistenti anche attraverso il completamento di una green belt che di fatto esiste anche se incompleta, introdurre la compensazione ecologica preventiva (per ogni mq di superficie di pavimento edificata dovranno essere previsti in cessione 4,00 mq a verde), prevedere strumenti per la salvaguardia dell’attività agricola, riconosciuta come strategica e a servizio della città, elaborare indirizzi progettuali volti a migliorare l’efficienza energetica del patrimonio edilizio pubblico e privato, potenziare i nodi di interscambio ferro-gomma esistenti e degli ambiti ad elevata accessibilità.

Il Documento di Piano, quindi con un livello di indirizzo strategico non prescrittivo, individua poi sette progetti che sono utili per restituire l’immagine d’insieme della città attraverso l’individuazione degli elementi e dei materiali esistenti sui quali intervenire:

il parco storico monumentale della Martesana
il parco sovracomunale delle cave (un parco attivo)
il centro cittadino (un centro vitale in evoluzione)
la città delle imprese (mobilità, servizi alle imprese e qualità del paesaggio urbano)
la ricomposizione della città consolidata (il margine est e i primi insediamenti produttivi)
la città dello sport e delle associazioni
gli orti di Cernusco (agricoltura urbana)

Alcuni di questi progetti (in particolare la Città delle imprese e quello per il Parco sovracomunale) cercano di andare idealmente oltre i confini amministrativi, per proporre una visione territoriale di scala vasta nella quale l’ottima accessibilità e la buona qualità ambientale, elementi che come già detto caratterizzano questo ambito della regione urbana milanese, possano diventare principi ordinatori per costruire una visione complessiva di sviluppo alla scala territoriale.

In particolare il progetto Città delle imprese prevede un importante riqualificazione del nodo attorno alla fermata della metropolitana Villa Fiorita dove ora a sud sono presenti un parcheggio/deposito degli autobus, alcune imprese anche multinazionali e un parcheggio sotterraneo e a nord il canale Naviglio e l’adiacente parco lineare. La proposta del piano prevede un intervento di rilevanza metropolitana, di iniziativa pubblica per la realizzazione di un centro servizi per le imprese orientato all’innovazione tecnologica e alla formazione, di scala sovracomunale. Una sorta di parco tecnologico per le aree produttive caratterizzato dalla compresenza di attività e strutture multifunzionali per le imprese già insediate e spazi per nuovi spin-off (laboratori di ricerca, incubazione di impresa, servizi alla persona, accoglienza temporanea, spazi per il tempo libero, per la formazione, per convegni ed esposizioni).

Il Piano dei Servizi individua, per aree che sono già in prevalenza di proprietà pubblica, alcuni progetti di trasformazione che si pongono come scenari di riferimento attraverso linee progettuali di massima. Tali progetti sono otto, alcuni dei quali si intersecano con i progetti strategici del Documento di Piano, (ad esempio per l’area di Villa Fiorita è prevista la densificazione del nodo della fermata e la riorganizzazione di funzioni pubbliche e private al servizio del nuovo polo tecnologico), altri sono micro-trasformazioni di carattere locale (ampliamento parchi di quartiere, connessione rete della mobilità lente, ecc) mentre il più rilevante è quello che si propone di realizzare una nuova fermata della metropolitana presso la località di Cascina Melghera. Il progetto prevede la realizzazione di una fermata urbana della linea MM2, che dia accesso a quartieri oggi sottoserviti ma dotati di funzioni di servizio molto utilizzate e di un alto numero di residenti. La fermata costituirebbe anche un accesso privilegiato al Parco della Martesana. La proposta prevede inoltre il completamento del sistema degli accessi ciclabili e pedonali di connessione tra il Naviglio della Martesana, il polo sportivo di Cernusco e i quartieri sud della città, che si affacciano sulla Strada Padana.

Purtroppo il caso di Cernusco sul Naviglio è rimasto isolato e non è riuscito a dare avvio a una nuova stagione di pianificazione territoriale nei Comuni lungo l’asse della Martesana.

Elementi lineari di riconnessione territoriale
Dimenticando la frammentazione amministrativa del corridoio, di fatto, alcuni elementi lineari hanno contribuito alla creazione del sistema insediativo attuale. Canale Naviglio e parco lineare, linea metropolitana MM2 rappresentano importanti elementi di continuità del corridoio: percorrendoli è possibile percepire una qualità complessivamente buona sia del sistema ambientale che di quello insediativo, in un alternarsi tra nuclei storici, cascine, quartieri residenziali e produttivi.

L’asse della Martesana nel corso del tempo è diventato una vera e propria centralità suburbana di tutto il corridoio, un importante punto di riferimento e principio insediativo per la costruzione e la riqualificazione degli spazi pubblici (soprattutto con aree attrezzate per il tempo libero e lo sport), per la localizzazione di attrezzature di interesse pubblico, per la riconnessione ambientale e per il completamento di percorsi per la mobilità lenta.

La linea metropolitana MM2, che scorre in parallelo, in alcuni punti solo a pochi metri dall’asse della Martesana, pur contribuendo alla complessiva accessibilità di quest’area, sconta ancora alcune scelte localizzative meramente localistiche e rappresenta, in alcuni casi, più una cesura tra territori a nord e a sud del suo tracciato che non un elemento di continuità est/ovest. Le modalità di sviluppo dei decenni scorsi, scarsa lungimiranza delle singole amministrazioni comunali, mancanza di forme di coordinamento interistituzionali hanno spesso generato un patchwork di funzioni insediative, soprattutto di tipo produttivo, malamente connesse con la rete di mobilità alle quali sono precluse prospettive di ampliamento e di sviluppo ma anche di possibili e auspicabili sinergie aziendali.

Spostandosi di qualche centinaio di metri a sud di questo corridoio si incontra un ulteriore elemento lineare, la Strada Padana, lungo la quale si è sviluppata una conurbazione discontinua e incrementale nella quale funzioni commerciali, produttive e residenziali si susseguono per cluster autoreferenziali che evidenziano tutti i limiti di scelte localizzative non condivise, e spesso contraddittorie, tra comuni contermini.

La Strada Padana Superiore, storicamente, ha rappresentato un importante elemento di organizzazione spaziale per molti dei Comuni interessati dal suo tracciato, soprattutto per quelli il cui territorio ne risulta attraversato e tagliato a metà. Lungo la sua direttrice hanno progressivamente preso forma i nuclei storici e le addizioni successive che hanno poi, di fatto, determinato la fine, per la Padana, di strada a scorrimento veloce. Infatti è possibile riscontrare come le pratiche legate alla fruizione automobilistica e quelle pedonali della strada siano spesso in contrasto fino a diventare, in alcuni punti, quasi incompatibili.

Il susseguirsi di nuclei urbani lungo il tracciato ha imposto la realizzazione di impianti semaforici che, se da un lato scontentano gli automobilisti per i continui stop and go, dall’altra esasperano gli abitanti che, nelle ore di punta, si trovano a dover respirare dosi massicce di biossido di carbonio prodotto dalle code interminabili di auto ferme.

Il suo declassamento da statale a provinciale ha già sancito la sua inadeguatezza a soddisfare le esigenze del traffico veloce, anche in prospettiva delle nuove opere infrastrutturali che porteranno alla riqualificazione e all’ampliamento di due strade, Rivoltana e Cassanese, che scorrono a sud in parallelo al tracciato della Padana e che si propongono come arterie stradali di connessione tra sistema autostradale e tangenziale in progetto e Milano città certamente più efficienti e veloci.

In questo contesto è possibile considerare la Padana Superiore non più tanto come infrastruttura viabilistica, quanto come potenziale elemento su cui lavorare per ricomporre funzionalmente il territorio, anche riordinandolo.

L’attuale “disordine” spaziale infatti è attribuibile soprattutto alla sommatoria degli interventi che si sono succeduti nel tempo, sia per quanto riguarda il sistema di edificazione degli edifici, sia il sistema di articolazione dello spazio aperto, in modo del tutto frammentato e spesso anche piuttosto casuale.

Un suo ulteriore declassamento a strada di scorrimento di rango urbano potrebbe consentire interventi di recupero dello spazio pubblico, sia della sede stradale che di quello adiacente attraverso interventi che garantiscano la continuità dei percorsi ciclabili e pedonali esistenti (che, dove possibile, dovranno essere ampliati) e del sistema ambientale (che potrà contribuire a mettere in relazione il sistema degli spazi aperti). Ripensare la Strada Padana come un’arteria della mobilità dolce, anche con azioni di moderazione variamente configurate (zone 30, boulevard urbani, ecc.) a seconda dei diversi contesti insediativi attraversati, consentirebbe di riorganizzare l’accessibilità del corridoio e rimodulare l’offerta dei servizi e delle centralità pubbliche ad una scala non più strettamente locale ma sovracomunale.

In questo modo sarebbe possibile ricostruire un asse aggregativo di tutto il territorio, dove la disomogeneità e casualità del rapporto tra tessuto connettivo, spazio aperto e sistema degli edifici, rischiano di compromettere lo sviluppo di un sistema di scala metropolitana nel quale si potrebbe prevedere l’innesto di nuove funzioni di livello sovracomunale, di servizi alle imprese e alla persona, di servizi pubblici o di interesse pubblico.

In questo modo il suo collegamento con l’asse della Martesana consentirebbe di dare forma compiuta a una città lineare chiaramente riconoscibile che consentirebbe di adottare, all’interno della città metropolitana, specifiche politiche per favorire lo sviluppo locale orientate a forme di innovazione territoriale sostenibili.

La necessità di una visione (e di una pianificazione) metropolitana integrata

Per portare avanti questa proposta è necessaria l’elaborazione di strategie di scala territoriale, multilivello, innovative e in grado di rispondere alle esigenze dei contesti locali.
Di fronte al fallimento di pratiche di cooperazione intercomunale di natura strettamente volontaristica, come è stata l’esperienza del Piano d’Area dell’est Milano, si rende necessaria una nuova stagione che sappia superare gli interessi particolaristici e gli approcci localistici che, riducendo comportamenti conflittuali tra amministrazioni comunali, sia in grado di elaborare una proposta di sviluppo locale adottando una visione di lungo periodo.
In questo modo sarebbe possibile superare le numerose criticità generate da una stagione in cui l’assetto del territorio è stato determinato da una somma di decisioni adottate a scala locale, le quali hanno, inevitabilmente, prodotto territori inefficienti e compromesso sistemi ambientali ed agricoli di pregio.

In apparenza le condizioni del contesto appaiono favorevoli: la prossima istituzione della città metropolitana e uno scenario infrastrutturale in evoluzione, ma allo stesso tempo queste potenzialità nascondono alcune criticità.
Il nodo più importante è costituito dalle competenze e funzioni che saranno attribuite alla costituenda città metropolitana. Il testo di legge ad oggi disponibile, sul quale il Parlamento sta lavorando, prevede che al futuro ente spettino, tra le altre, le seguenti funzioni fondamentali:
- adozione annuale del piano strategico del territorio metropolitano, che costituisce atto di indirizzo per l’ente e vincolo per l’esercizio delle funzioni dei comuni e delle Unioni dei comuni ricompresi nell’area;
- mobilità e viabilità, anche assicurando la compatibilità e la coerenza della pianificazione urbanistica comunale nell’ambito metropolitano.

Da qui alcuni dubbi circa il tema della pianificazione territoriale.
L’elaborazione di uno strumento di natura programmatoria che abbia una cadenza annuale appare in forte contraddizione con la natura stessa della pianificazione strategica il cui presupposto è proprio un orizzonte temporale di lungo periodo al fine di poter elaborare proposte di trasformazione che sappiano cogliere dinamiche insediative, sociali, economiche e infrastrutturali complesse, che raramente si esauriscono in dodici mesi.

Inoltre la mancata integrazione tra tematiche infrastrutturali e scelte territoriali rischia, ancora una volta, di rendere gli strumenti di governo del territorio dei meri faldoni per burocrati, incapaci di incidere realmente sui processi territoriali in corso e in previsione. La sola verifica di coerenza tra scelte infrastrutturali e pianificazione urbanistica appare troppo debole, soprattutto in un contesto normativo come quello lombardo in cui tutti gli strumenti urbanistici comunali sono sempre e comunque modificabili. Inoltre, in un’area come quella dell’est Milano, in cui le nuove opere infrastrutturali stanno di fatto stravolgendo non solo gli assetti insediativi ma anche la morfologia del territorio, la mancanza di una sinergia sovracomunale tra scelte infrastrutturali e tessuto urbanizzato non potrà che generare ulteriore frammentazione, localismo, consumo di suolo e disordine funzionale.

In assenza di uno strumento di pianificazione che contenga indirizzi per la pianificazione a livello metropolitano, che ricorra anche all’individuazione di sistemi territoriali, la gestione dell’impatto delle grandi opere viabilistiche, così come le potenzialità che queste aprono, rimarranno di competenza dei singoli Comuni i quali non rappresentano il livello territoriale ottimale per gestire fenomeni così complessi soprattutto finché gli oneri di urbanizzazione costituiranno la voce di entrata maggiore per la fiscalità locale.

La città metropolitana rappresenta un’importante opportunità di riforma istituzionale che potrebbe aprire anche a una nuova stagione di pianificazione territoriale, in grado di rispondere in modo integrato a temi quali: la mobilità, il consumo di suolo, l’assetto economico, la tutela e la valorizzazione ambientale, l’abitare, ecc. attraverso l’elaborazione di una visione finalmente di scala vasta, rispettosa delle peculiarità locali ma capace di guidare e indirizzare il cambiamento.

Solo in questo modo si potrà evitare di dover subire nuove e imponenti opere infrastrutturali elaborate da “qualcun altro” in modo del tutto avulso dal contesto, solo così si potrà integrare accessibilità e sviluppo locale evitando forme di speculazione immobiliare generata dall’egoismo di qualche Sindaco, solo così si potranno elaborare proposte per un’innovazione sostenibile puntando sulla riqualificazione di alcuni elementi presenti e sottoutilizzati sul territorio, solo così si potranno attivare forme di partecipazione per i cittadini le cui pratiche quotidiane sono già di scala metropolitana, solo così potremo evitare di invocare l’aiuto di un extraterrestre per sfuggire ai grandi progetti viabilistici galattici previsti in qualche piano di sviluppo dell’iperspazio.

1 I comuni sono: Basiano, Bellinzago Lombardo, Bussero, Carugate, Cassano d’Adda, Cassina dé Pecchi, Cernusco sul Naviglio, Gessate, Gorgonzola, Grezzago, Inzago, Liscate, Masate, Melzo, Pessano con Bornago, Pioltello, Pozzo d’Adda, Pozzuolo Martesana, Rodano, Segrate, Settala, Trezzano Rosa, Trezzo d’Adda, Trucazzano, Vaprio d’Adda, Vignate, Vimodrone.
2 Il Piano d’area è uno strumento prettamente volontaristico, la cui elaborazione può partire da un insieme più o meno vasto di Comuni che si confrontano per elaborare una visione condivisa di sviluppo e di gestione del proprio territorio. I Piani d’area nascono dalla necessità di gestire problemi e opportunità di specifici ambiti territoriali a una scala intermedia tra livello provinciale e comunale; la loro natura, versatile e flessibile, li rende particolarmente utili per affrontare tematiche complesse le cui ricadute hanno una portata di natura sovralocale quali, ad esempio, la progettazione di opere infrastrutturali, la realizzazione di insediamenti di rilevanza sovracomunale e la tutela di sistemi ambientali. Il processo per l’elaborazione del Piano prevede l’individuazione delle criticità e delle potenzialità del contesto e delle occasioni di sviluppo, dalle quali elaborare politiche e progetti per la gestione del territorio.

In questa cartella trovate molti documenti del secondo Seminario di Eddyburg: per ora scritti di Donato Belloni,Fabrizio Bottini, Roberto Camagni, Paolo Dignatici, Maria Cristina Gibelli, SerenaRighini, Edoardo Salzano, Eddyburg, ...

Intercomunalità in ambito metropolitano:
dalla contaminazione tra cooperazione volontaria intercomunale e coordinamento istituzionale le migliori opportunità.

Critiche al DDL n. 1542 “Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni”.

1. Province sì/ Province no/ Città Metropolitana/ Unioni/fusioni:
“grande è la confusione sotto il cielo”, ma la situazione non è eccellente.

Molte contraddizioni e aporie nel DDL “Disposizioni sulle Città metropolitane…” (presentato il 20 agosto 2013). Ad oggi, appare come una legge affrettata che nasce:
- non da una consapevolezza, sia pure tardivamente acquisita, dell’improrogabile necessità di governare e pianificare alla scala pertinente,
- ma da obiettivi congiunturali e ideologici di contenimento della spesa pubblica (trovare un capro espiatorio – la Provincia - per occultare inefficienze, sprechi, corruzione della pubblica amministrazione a tutti i livelli),
- nel testo introduttivo, si ribadisce ripetutamente che tutto il disegno di legge è ispirato da un unico obiettivo: “ridurre la classe politica e i costi della politica”; e si affida ai sindaci e alle Unioni “l’intera organizzazione territoriale di area vasta” (in dispregio del principio di sussidiarietà).
La prima perplessità che avanzo: ha senso oggi decidere per ‘editto centrale’ su questioni complesse, eterogenee, non tutte di competenza statale, a lungo neglette o rinviate?

2. Le Città Metropolitane: si perderà di nuovo l’occasione di farle davvero?

Il DDL non autorizza all’ottimismo, perché è afasico sulle attribuzione di competenze e, invece, è ‘command and control’ e omologante sui meccanismi statutari per la riorganizzazione, pianificazione e gestione di realtà metropolitane assolutamente eterogenee.
La seconda perplessità: il modello ‘command and control’ ha registrato in Europa:
- un fallimento ‘storico’ (tutte le authorities metropolitane sono state abolite negli anni ’80)
- oggi sono poche le esperienze di istituzione ‘dall’alto’, e comunque a seguito di referendum popolare (Grande Londra,…?)

3. Le Città Metropolitane altrove

I migliori risultati (per durata e valore aggiunto) nella pianificazione di area vasta in ambito metropolitano si sono ottenuti nelle esperienze:
A. costruite‘dal basso’: attraverso un lungo processo di apprendimento collettivo e strategie progressive di ‘messa in rete’:i buoni risultati ottenuti le hanno fatte evolvere, in pochi casi, in veri e propri enti di governo di scala metropolitana legittimati dal voto popolare (Francoforte, Amburgo, Portland/OR,…)
B. ‘miste’: istituzione ‘dall’alto’, ma attraverso un modello di identificazione dei perimetri e delle funzioni delegate attento a valorizzare scelte statutarie e progettualità locale innovative ( è il caso delle francesi Communautés Urbaines in generale, e soprattutto, della CU Grand Lyon)

4. Communautés Urbaines/Città Metropolitane:
 un confronto poco rassicurante


Entrambe si fondano su leggi emanate a livello centrale (command and control), ma le motivazioni e, soprattutto, le modalità di istituzione e i tempi di implementazione, appaiono molto differenti.

5. Le Communautés Urbaines


- Istituite per legge nel 1967
- Perimetri imposti dallo Stato
- Le competenze attribuite alla CU sono molto ampie e non contrattabili
- Il Sindaco della città centrale è automaticamente Presidente della Communauté
- Sono enti elettivi di secondo grado

6. Alcuni motivi del successo delle Communautés Urbaines

Il modello command and control si giustificava in Francia in un’epoca di grande sviluppo economico e demografico(“les trente glorieuses”).
Le CU furono istituite per garantire efficienza territoriale alla politica statale, promossa dalla DATAR, di riequilibrio della gerarchia urbana (métropoles d’équilibre). Le CU furono a questo scopo destinatarie di un trasferimento di ingenti risorse statali
Il Sindaco della ville centre è automaticamente Presidente della CU: questo si spiega con la rilevanza in sede politica nazionale dei sindaci delle grandi città (è possibile il ‘cumul des mandats’)
- Vantaggi: alcuni grandi sindaci strateghi (Pierre Mauroy a Lille, Raymond Barre a Lione…); ottima pianificazione di ‘scala pertinente’
- Limiti: deficit di democrazia nei meccanismi elettorali

7. Francia e Italia proprio oggi (ottobre 2013): al via due leggi sulle città metropolitane.


Una singolare coincidenza temporale e due percorsi affatto diversi. 
Le istituende Métropole e le istituende (forse) Città Metropolitane

In contemporanea con la ‘legge Del Rio’, in Francia il governo sta promuovendo una grande riforma del sistema amministrativo che modifica profondamente la legge n. 1563 del 2010 “Reforme de collectivités Territoriale” approvata sotto la presidenza Sarkozy (che aveva già, a sua volta, completamente trasformato/stravolto il sistema amministrativo in una direzione per molti aspetti criticabile e oggi in completa revisione).

In programma 3 progetti di legge dedicati, di nuovo, a ‘réformer la décentralisation’:
-“Modernisation de l’action publique territoriale et d’affirmation des métropoles” (in dirittura di arrivo)
- “Mobilisation des régions pour la croissance et l'emploi et de promotion de l'égalité des territoires
- “Développement des solidarités territoriales et de la démocratie locale”.


8. Francia 2013: 
verso l’istituzione dei governi metropolitani

- Il primo progetto di legge, “Loi de modernisation de l’action publique territoriale et d’affirmation des métropoles”, è in fase avanzata di approvazione: è stato approvato in seconda lettura al Senato e trasmesso per la seconda lettura all’Assemblée nationale l’ 8 ottobre 2013.
Un iter costellato da grandi conflitti e molteplici emendamenti, ma una legge che si occupa soltanto di governi metropolitani.

Terza perplessità : si tratta di una legge complessa, ma non disordinata e affastellata come il DDL n. 1542

Del lunghissimo, articolato testo nella sua stesura attuale segnalo soltanto 3 aspetti:
- si restituiscono a Dipartimenti e Regioni le competenze loro sottratte dalla legge 2010-1563
- si istituiscono per la prima volta 3 Métropole ‘a Statuto particolare’ : Métropole de Paris, Métropole de Lyon, Métropole d’Aix-Marseille-Provence
- si individuano criteri di perimetrazione e misure incitative per sollecitare le altre CU a costituirsi in Métropoles. 


9. Francia 2013: 
verso l’istituzione di governi metropolitani a statuto e geometria variabile

La legge dunque:
- non impone a tutte le CU di costituirsi immediatamente in Métropoles;
- riconosce ad ogni Métropole uno statuto specifico e particolare
- sancisce l’istituzione di 3 Métropoles in cui il consenso inter-istituzionale e locale appare maturo

- tratteggia le condizioni per l’ulteriore accesso allo statuto di Métropole di altre CU

Quarta perplessità: la ‘Legge Del Rio’ propone un modello unico per Città Metropolitane tutt’affatto differenti.

10. La Métropole du Grand Paris

A partire dall’1 gennaio 2016 si costituirà l’ «établissement public de coopération intercommunale à fiscalité propre à statut particulier “La métropole du Grand Paris”».

Ne faranno parte:
- il Comune di Parigi, i Comuni dei Dipartimenti Hauts-de-Seine, Seine-Saint-Denis et Val-de-Marne tutti riuniti in una unica associazione intercomunale ‘a fiscalità propria’;
- su parere favorevole dei rispettivi consigli municipali, potranno farne parte Comuni di altri Dipartimenti (se già appartenevano, al 31 dicembre 2014, a un « établissement public de coopération intercommunale à fiscalité propre » con almeno un Comune appartenente all’ Hauts-de-Seine, o Seine-Saint-Denis o Val-de-Marne.)

Faranno dunque parte della Métropole de Paris: i Comuni della Proche Couronne con qualche ampliamento possibile alle condizioni date dalla legge.

11. I Conseil de territoire (articolo 12)

- La Métropole di Grand Paris si articola in territoires di almeno 300.000 abitanti
- I presidenti dei Conseil du territoire saranno di diritto vicepresidenti del Conseil de la Métropole du Grand Paris
- Spetterà ai Conseil formulare pareri (rapports de présentation e projets de délibération) in merito a sviluppo economico, sociale e culturale, aménagement dello spazio metropolitano e politica abitativa locale
…e molto altro per valorizzare un modello di concertazione in cui, comunque, non saranno i singoli comuni ma associazioni intercomunali di dimensione demografica cospicua e cooperanti il riferimento ‘locale’ delle più complessive strategie e politiche metropolitane

12. Chi amministrerà la Métropole du Gran Paris
(a partire dall’1 gennaio 2016):

- il Presidente della Métropole (il Sindaco di Parigi);
- il Consiglio metropolitano (un consigliere per Comune, un consigliere metropolitano supplementare ogni 30.000 abitanti per i Comuni sopra i 30.000 abitanti, ¼ dei consiglieri sono designati dal Conseil de Paris);
- la Conferenza metropolitana: Presidenti dei Conseil de territoire, Presidente della Métropole, Presidente del Conseil régional d'Île-de-France, Presidenti dei Conseils généraux de la région d'Île‑de‑France, « afin de garantir la cohérence et la complémentarité de leurs interventions, dans l'intérêt de l'ensemble des territoires de la région »;
- il Conseil de développement che riunisceo i partner economici, sociali e culturali: viene consultato sui principali orientamenti strategici.

13. La Métropole du Grand Paris godrà di competenze estese

Tutte quelle di rilevanza metropolitana al fine di « promouvoir un modèle d'aménagement durable, de réduire les inégalités, d'accroître l'offre de logement sur son territoire et d'améliorer le cadre de vie de ses habitants ».

La Métropole du Grand Paris sostituisce a pieno diritto i Comuni nell’esercizio delle seguenti funzioni:
- pianificazione spaziale (schémas de cohérence territoriale et schémas de secteur ; définition, création et réalisation d'opérations d'aménagement d'intérêt métropolitain; constitution de réserves foncières d'intérêt métropolitain; prise en considération d'un programme d'aménagement d'ensemble et détermination des secteurs d'aménagement d'intérêt métropolitain);
- politica della casa (programme local de l'habitat; schémas d'actions en faveur du logement social et de réhabilitation et de résorption de l'habitat insalubre; aménagement, entretien et gestion des aires d’accueil des gens du voyage);
- tutela e valorizzazione dell’ambiente (protection et mise en valeur de l'environnement et politique du cadre de vie; élaboration et adoption du plan climat‑énergie territorial en application de l'article L. 229-26 du code de l'environnement, en cohérence avec les objectifs nationaux en matière de réduction des émissions de gaz à effet de serre, d'efficacité énergétique et de production d'énergie renouvelable);
- politica urbana (dispositifs contractuels de développement urbain, de développement local et d'insertion économique et sociale d’intérêt métropolitain ; dispositifs locaux de prévention de la délinquance);
- grandi progetti di trasformazione urbana (chaque nouveau projet métropolitain dont la compétence a été transférée à la métropole du Grand Paris fait l’objet d’une délibération concordante des conseils municipaux se prononçant à la majorité et des conseils de territoires intéressés);
- edilizia sociale: tutte le competenze e le risorse allocate dallo Stato in materia di « aide à la pierre »;
. pianificazione dei trasporti (Coordination du Syndicat des transports d’Ile-de-France et de la societé du Grand Paris)

14. Da Grand Lyon a Métropole de Lyon: 
i ‘primi della classe’

La Communauté Urbaine de Lyon: 52 Comuni; 1,2 milioni di abitanti
Anche a Lione si istituirà un ente di governo metropolitano ‘a statuto particolare’
A Lione, per la prima volta in una CU, si sperimenterà la ‘grande innovazione’ (auspicata per decenni da Delouvrier e anche dall’ ex-sindaco stratega di Lione Raymond Barre):
- il Consiglio metropolitano sarà eletto a suffragio universale;
- il Presidente sarà eletto a scrutinio segreto e a maggioranza assoluta dal Consiglio metropolitano;
- la Conferenza metropolitana: tutti i sindaci;
- il Conseil de développement.

n particolare, nei 6 mesi successivi a ogni elezione municipale, la conferenza elabora un projet de pacte de cohérence métropolitain Metropoli/Comuni.

15. Métropole de Lyon

La Métropole de Lyon assumerà le seguenti competenze esclusive:
- sviluppo economico, sociale e culturale (création, aménagement, entretien et gestion de zones d'activité industrielle, commerciale, tertiaire, artisanale, touristique, portuaire ou aéroportuaire. Actions de développement économique, en prenant en compte les orientations définies par le schéma régional de développement économique, d'innovation et d'internationalisation, et actions contribuant à la promotion et au rayonnement du territoire et de ses activités, ainsi que participation au copilotage des pôles de compétitivité; enseignement supérieur, recherche et innovation);
- pianificazione e gestione in materia di cultura, istruzione, promozione del turismo , sport (construction, aménagement, entretien et fonctionnement d'équipements culturels, socio-culturels, socio-éducatifs et sportifs métropolitains);
- pianificazione territoriale e urbanistica (incluso il piano di destinazione d’uso dei suoli/PLU!!!) e grandi progetti di trasformazione urbana (Schéma de cohérence territoriale et schémas de secteur; Plans local d'urbanisme et documents d'urbanisme en tenant lieu; définition, création et réalisation d'opérations d'aménagement; constitution de réserves foncières);
- pianificazione dei trasporti e delle comunicazioni (élaboration du schéma de transport qui définit les services de transports urbains, non urbains, réguliers ou à la demande sur le périmètre des transports métropolitains; organisation des transports non urbains et urbains sur ce périmètre; création, aménagement et entretien de la voirie du domaine public routier de la métropole de Lyon; signalisation ; parcs et aires de stationnement, plan de déplacements urbains; abris de voyageurs; participation à la gouvernance et à l'aménagement des gares; établissement, exploitation, acquisition et mise à disposition d'infrastructures et de réseaux de télécommunications);
- politiche della casa (Programme local de l'habitat; politique du logement; aides financières au logement social; actions en faveur du logement social; actions en faveur du logement des personnes défavorisées; amélioration du parc immobilier bâti, réhabilitation et résorption de l'habitat insalubre; aménagement, entretien et gestion des aires d'accueil des gens du voyage);
- politica della città (Dispositifs contractuels de développement urbain, de développement local et d'insertion économique et sociale);
- gestione dei grandi servizi urbani (assainissement et eau; création, gestion, extension et translation des cimetières et sites cinéraires métropolitains, ainsi que création, gestion et extension des crématoriums métropolitains; cbattoirs, abattoirs marchés et marchés d'intérêt national; services d'incendie et de secours);
- tutela e valorizzazione ambientale (Gestion des déchets ménagers et assimilés; lutte contre la pollution de l'air; lutte contre les nuisances sonores; soutien aux actions de maîtrise de la demande d'énergie; élaboration et adoption du plan climat-énergie territorial en cohérence avec les objectifs nationaux en matière de réduction des émissions de gaz à effet de serre, d'efficacité énergétique et de production d'énergie renouvelable; concession de la distribution publique d'électricité et de gaz; création, aménagement, entretien et gestion de réseaux de chaleur ou de froid urbains; création et entretien des infrastructures de charge nécessaires à l'usage des véhicules électriques ou hybrides rechargeables; gestion des milieux aquatiques et prévention des inondations);

- aides à la pierre: esercitati a nome e per conto dello Stato (per 6 anni e rinnovabili) (gestion de tout ou partie des réservations de logements dont le représentant de l'État dans la métropole dispose pour le logement des personnes prioritaires, notamment mal logées ou défavorisées; garantie du droit à un logement décent et indépendant; mise en œuvre des procédures de réquisition; gestion de la veille sociale, de l'accueil, de l'hébergement et de l'accompagnement au logement de toute personne ou famille sans domicile ou éprouvant des difficultés particulières d'accès au logement en raison de l'inadaptation de ses ressources ou de ses conditions d'existence; élaboration, contractualisation, suivi et évaluation des conventions d'utilité sociale; délivrance aux organismes d'habitation à loyer modéré des agréments d'aliénation de logements).

16. Che ne sarà delle altre Communautés’?

Si delineano nella legge le condizioni per il passaggio allo statuto di Métropoles
- Le associazioni volontarie intercomunali a fiscalità propria con ville centre di più di 400.000 e un territorio metropolitano di più di 650.000 abitanti
- Le associazioni volontarie intercomunali con più di 400.000 abitanti e un capolugo di regione
- Le associazioni volontarie intercomunali che ospitano posti di lavoro per più di 400.000 addetti e già svolgono alcune funzioni di inquadramento strategico e di solidarietà territoriale in luogo dei Comuni

Potrebbero già, alle condizioni date, costituirsi in Métropoles: Bordeaux, Rouen, Lille, Strasburgo, Montpellier, Grenoble e Rennes.

17. Chi governerà le ‘Métropoles’?

Problema aperto. Forti contrasti in seno al Parlamento

Elezione a suffragio universale? Probabilmente solo Lione sperimenterà l’elezione diretta. Probabilmente, per le altre metropoli continuerà l’elezione indiretta


8. Siamo comunque in un’altra storia rispetto alla affrettata ‘ingegneria istituzionale’ sottesa all’ennesimo tentativo di costituire le Città Metropolitane

Nel caso francese, l’esperienza delle CU si è consolidata in più di 40 anni: si è, sia pure lentamente e faticosamente, consolidata una idea di cittadinanza metropolitana.

Nel caso francese, le competenze delegate dalla nuova legge (per lo più esclusive) sono molto articolate per quantità e qualità: soprattutto in materia di solidarietà territoriale e sociale.

Nel caso francese, il quadro delle funzioni devolute dallo Stato e delegate dai Comuni è dettagliato, così come il quadro dei trasferimenti di risorse finanziarie pubbliche.


19. Schema di disegno di legge “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”. 
I punti di debolezza


Si ripropone la CM, a venti anni dalla legge 142 (mai applicata), in epoca di grave crisi, e su obiettivi strettamente congiunturali e ideologici: ridurre la spesa pubblica/trovare un capro espiatorio (la Provincia)

La CM assume le funzioni della Provincia, più quelle della Legge 142/1990: ma sono passati 20 anni…andrebbero arricchite , soprattutto sui temi dell’ambiente, dell’equità sociale, dell’attribuzione di competenze cogenti in materia di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali. Ad esempio: sui ‘grandi progetti di trasformazione urbana’ (per lo più in deroga) non si dovrebbe pensare a un prescrittivo quadro di coerenza metropolitano? (v. Métropoles)

In compenso, la prima ‘nuova funzione’, nell’elenco scarno e banale delle nuove funzioni aggiunte, è un piano strategico annuale (????): un vero ossimoro

La legge è flessibile per quanto riguarda i meccanismi elettivi: del sindaco e del consiglio metropolitano; elezioni dirette oppure elezioni di secondo grado e nel caso di elezione diretta, si prevede, giustamente, il referendum popolare (ma come a Londra… e solo a Londra!!! Nel Parlamento francese è una delle principali cause di conflitto: lo chiedono soltanto PC e Verdi)

Quinta peplessità: dopo decenni di municipalismo dalla vista spesso cortissima, dopo decenni di deregolamentazione nello stile ‘ciascuno è padrone in casa propria’, una idea di cittadinanza metropolitana non si è certamente fatta strada… rischio assoluto di flop del referendum.

La legge è inoltre muta sulla trasparenza nella pubblica amministrazione (il vero problema…non solo delle Province), sul coinvolgimento civico (nella CU di Lione, la Charte de la Participation è del 2003), sulla concertazione formalizzata pubblico/privato (sul tipo dei Conseil de développement), sulle risorse finanziarie (la legge francese è estremamente dettagliata nel merito ed è una legge di spesa; la legge Del Rio istituirebbe le CM ‘per risparmiare’!

Si corre inoltre il rischio che non si superino i 2/3 delle adesioni da parte dei Comuni (v. disastro della legge 142/1990): un comma demenziale perché:
- se i comuni refrattari saranno più di 1/3, si prefigura una sorta di “Vandea provinciale”
- si rischia uno scenario di ‘balcanizzazione amministrativa”, con vantaggi tutti da dimostrare di risparmio della spesa pubblica!

Qui potete scaricare il testo integrale in formato .pdf

Intervento al secondo Seminario di Eddyburg (Sezano (VR) dal 17 al 19 ottobre 2013, sul tema "Le Città metropolitane, tassello essenziale del governo pubblico del territorio". In calce il link al testo con immagini

Introduzione

Un’indagine attenta della realtà metropolitana milanese non può prescindere dal legame che questa intrattiene con la conurbazione che si è consolidata lungo la propaggine nord-ovest, il tradizionale “asse del Sempione”.

Basta un esame delle mappe settecentesche del sistema urbano che si estende senza soluzioni di continuità tra Milano e il lago Maggiore, storicamente organizzato attorno all’asse del Sempione, per vedere le costanti strutturali che ne hanno costituito le “permanenze” che hanno accompagnato fino ad oggi i cambiamenti economici e sociali. Trascurando in questa sede la puntuale ricostruzione filologica delle relazioni storiche costituite lungo questa direttrice, è evidente come questo corridoio si sia evoluto da collegamento della città al contado, a propaggine organica allo sviluppo urbano del “centro”.

La differenza tra collegamento e sistema urbanizzato non è rappresentata solo dalla densificazione degli insediamenti, dalla diversa proporzione tra pieni e vuoti: si tratta di entità affatto diverse. Una sempre più intensa e complessa integrazione di funzioni di rango metropolitano ci permette di sostenere che non si è più in presenza di un “dentro” e un “fuori” da ciò che chiamavamo metropoli e che ora si definisce, in termini più larghi, come area metropolitana o sistema metropolitano.

Esperienze di governo del sistema urbanizzato

L’area metropolitana osservata nel quadrante nord-ovest lombardo acquista oggi un significato nuovo che impone un approccio diverso rispetto alla rapporto città/territorio aperto di un tempo. Il ruolo delle aree di margine è mutato e non si misura più solo con la mobilità verso il centro, da un esterno ad un interno.

Un approccio che non è più centrato sul riscatto delle periferie, politiche differenziate per le aree di minor densità, l’insistenza su vuoti o pause dell’edificato. Tutti questi temi, beninteso, esistono ancora ma sono riassorbiti dentro una realtà urbana più vasta nella quale le parti hanno gradi di autonomia sempre più ridotta, stanno in un equilibrio precario in costante mutazione. Al margine dell’area che consideriamo è localizzato l’aeroporto intercontinentale di Malpensa.Lo scalo costituisce, sia territorialmente sia per la funzione specifica svolta, il terminale del sistema urbano milanese ed esemplifica il ruolo di “città-porta” richiamato nello schema di sviluppo dello spazio europeo (SSSE).

Tra lo scalo e il centro urbano si dipanano e si intrecciano funzioni disparate nelle quali è difficile rintracciare un disegno riconducibile ad una scala territoriale ampia. Su questo asse incontriamo, è bene ricordarlo, il polo fieristico Rho-Pero sul quale si gioca la partita di Expo 2015 con tutta la pirotecnica ragnatela di progetti a supporto di cui si occupano quotidianamente le cronache, non solo politiche.

Ma se riconosciamo una porta d’accesso ad un’area dovremmo anche definire i confini dell’area, ammettendo che da una porta si entra ed anche si esce. Fuori da astratti esercizi nominalistici di scarso interesse dobbiamo considerare che esiste un’entità che non è più città, e nemmeno metropoli, che vive una trasformazione nella quale si dissolvono i tradizionali pilastri della rappresentanza sociale e politica. In assenza di dimensioni territoriali riconoscibili con istituzioni rappresentative solide anche la cittadinanza lascia il posto ad una generica utenza.

Il caso che esaminiamo evidenzia proprio l’impossibilità di pianificare un territorio vasto con un minimo di credibilità ed efficacia senza definire adeguati livelli istituzionali, nuovi o riformati, a cui è affidata l’autorità di promuoverla, coordinarla e monitorarla.

Una breve rassegna del sistema pianificatorio che negli ultimi anni ha investito questi territori con obiettivi diversi può essere utile per capire meglio l’origine delle difficoltà organizzative incontrate.

Trascurando i livelli di piano canonici già definiti dalla legge lombarda per il governo del territorio – Piano Territoriale Regionale, PTCP provinciale, PTC del Parco del Ticino, PGT comunali – nell’area si sono intrecciati piani e programmi settoriali che fanno riferimento ad aggregazioni diverse.

Abbiamo conosciuto Patti territoriali (OGMA), PRUSST, Piano Strategico Area Varesina e molte altre esperienze che hanno in qualche modo anticipato l’esigenza di individuare una dimensione rappresentativa delle effettive ricadute territoriali del tema di volta in volta trattato.

Una speciale menzione dobbiamo riservare al Piano Territoriale d’Area di Malpensa, il piano certamente più strutturato per disposizione legislativa, per cogenza di previsioni e per attenzione al monitoraggio e aggiornamento.

Il Piano d’Area Malpensa e l’inversione delle priorità

Il Piano d’Area Malpensa rappresenta il primo atto di pianificazione territoriale che possiamo definire di “area vasta” adottato in Regione Lombardia. Aveva il compito di programmare interventi riassunti con il termine abusato di “strategici” in funzione dello sviluppo del sistema aeroportuale di Malpensa 2000.

La gestione durata un decennio (1999-2009) ha messo in risalto i limiti metodologici di un progetto territoriale che estrapola un’area da un contesto e stabilisce per essa una gerarchia di priorità di interesse sovraccomunale isolandole dal sistema della pianificazione diffusa.

Oltre agli obiettivi di livello regionale, legati allo sviluppo aeroportuale, hanno trovato spazio in questo piano le proposte di operatori e investitori privati di supporto. Il ruolo delle proposte degli enti locali, invece, è stato condizionato dalla frammentazione e dalla scarsa coesione che questi sono riusciti a costruire sul territorio. Con il risultato che i comuni, enti rappresentativi della democrazia locale, non sono stati in grado di formulare proposte di rilevanza “strategica” e, perciò, non hanno inciso sulle più importanti scelte di trasformazione del territorio che essi stessi amministrano. Il PTA, a sua volta, è apparso uno strumento sovrapposto alla realtà locale della quale ha assunto solo gli aspetti legati alla funzionalità dell’aeroporto ed è rimasto, invece, indifferente alle criticità e alle ricadute negative con le quali devono fare i conti le popolazioni e i loro rappresentanti locali.

Il PTA è stato costruito su un modello che premiava le scelte infrastrutturali al servizio dell’aeroporto e su queste ha selezionato progetti in grado di catturarne le opportunità.

In questa logica è rimasto poco spazio per l’eterogeneità dei problemi posti dai comuni in ordine sparso e a volte persino contradditori tra loro.

L’area è penalizzata, inoltre, dall’assenza di una chiara convergenza dei diversi livelli di pianificazione su obiettivi qualificanti. Le condizioni per una pianificazione inclusiva sono negate alla radice da scenari che hanno al centro investimenti per i quali la realtà locale è solo una fastidiosa pratica da evadere, tuttalpiù con qualche compensazione caritatevole.

Ci sarebbe voluto un piano multiscalare in grado di stabilire relazioni forti tra progetti di dimensioni diverse e contestualizzare programmi di competenza di enti istituzionali di diverso livello.

Gli esiti del PTA Malpensa segnalano l’urgenza di un ripensamento degli strumenti di intervento sul territorio a scala sovracomunale e non solo in aree su cui insistono infrastrutture di grande rilievo.

Se pensiamo alla miriade di studi e analisi (tanti studi disciplinari, tante VAS locali) sommate a quelli prodotti da altri enti (Regione, Provincia, Parco del Ticino etc.) in assenza di forti momenti di coordinamento a tutti i livelli ci rendiamo conto della dispersione di risorse professionali, economiche e di impegno di cittadini e associazioni senza riuscire a dare risposte ai fenomeni che si intendevano pianificare e, forse, neanche a conoscerli a fondo.

Un progetto al posto del piano

Il caso Malpensa è un paradigma, o un laboratorio se si preferisce, che ci propone sempre nuove frontiere per chi osserva la costruzione di un sistema territoriale e ci conduce dal piano senza coesione territoriale, di cui abbiamo detto, ad un progetto senza più il piano. In termini edipici “l’uccisione del padre”.

A PTA scaduto compare un Piano di Sviluppo aeroportuale di Malpensa (Master Plan) con l’intento dichiarato di aumentare le capacità di traffico passeggeri da 18.675.050 a 49.557.179 (+ 165%) e merci da 450.446 a 1.344.936 tonnellate (+ 198,58%). A nulla rileva il fatto che i dati sulla domanda effettiva segnalano un calo reale dei passeggeri.

Nel regno del libero mercato, si sa, basta la suggestione e non servono i fatti che hanno il pessimo vizio di presentare le cose come stanno ostacolando le pulsioni dei coraggiosi investitori.

Tanto meno conta il fatto che il potenziamento (alias ampliamento) sia stato predisposto da SEA, la società di gestione degli aeroporti milanesi, un soggetto privato, anche se controllato da enti pubblici come Comune e Provincia di Milano, che non ha competenze in materia di pianificazione territoriale. Per questa ragione il piano diventa progetto e sottoposto a Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) anziché a Valutazione Ambientale Strategica (VAS) come si dovrebbe per un piano territoriale.

Quindi siamo in presenza di uno strumento che si chiama Piano di Sviluppo, con connotati e ricadute senza alcun dubbio di area vasta, anzi vastissima, tant’è che si chiama “piano” ma viene sottoposto a un iter di verifica riservato ad un progetto. Un progetto che per sua natura presuppone un piano d’area che, però, non c’è! Bella contorsione non c’è che dire.

Riappare così l’ormai leggendaria “terza pista” (se ne parla da più di vent’anni) con corredo di nuove infrastrutture interne ed esterne all’area aeroportuale e, per condire il tutto, la sfacciata operazione immobiliare che prevede un “parco logistico” di ben 260 ettari, il 60% dell’intero ampliamento aeroportuale previsto.

Una pura e semplice speculazione edilizia che nulla ha a che vedere con le strategie di sviluppo del traffico aereo (ammesso e non concesso che ci sarà mai) ma molto con la quadratura del piano economico-finanziario dell’operazione. Il vero core businness come direbbero quelli che ci tagliano i servizi pubblici per il nostro bene.

Brevi conclusioni provvisorie

Le esperienze che abbiamo esaminato ci segnalano che siamo di fronte a:

Un territorio…
Troppo pianificato
Male pianificato
Inutilmente pianificato
Costosamente pianificato
con esiti di…
Carenza di coordinamento istituzionale
Debole integrazione territoriale
Non si percepiscono con chiarezza obiettivi e finalità
Sono confusi i livelli di responsabilità
Non si riconosce il ruolo del pubblico

Cosa c’è fuori dalla porta?

Definizioni come quella di “città-porta”, sono funzionali a mettere in luce attitudini o ruoli urbani prestigiosi, potenzialmente appetibili, lasciando in ombra molti aspetti legati alle trasformazioni che ne conseguono e al loro impatto su tessuti urbani complessi.

Abbiamo esaminato la porta del nord-ovest milanese con lo sguardo verso la città, il centro che ha costruito nel tempo questo legame che oggi ci appare così solido.Ma l’osservazione non è completa se non ci voltiamo e guardiamo alle nostre spalle. Forse ci può essere utile osservare quali flussi il nostro satellite (per restare ai termini aeroportuali) è destinato a connettere all’area urbana.

Il rapporto dell’area con i sistemi infrastrutturali e di collegamento internazionali

L’area che qui consideriamo si trova nel punto in cui il sistema metropolitano milanese interseca i flussi che si muovono lungo le direttrici europee in direzione nord-sud (Rotterdam-Genova) e in direzione ovest-est (Lisbona-Kiev o quel che ne resta). Naturalmente su questi su questi fatidici corridoi si sono riversate retoriche in dosi massicce, ma tanto fa. Quello che conta è la sfrenata corsa ad accaparrarsi qualche scampolo di opera pubblica, naturalmente “strategica”. Come per Malpensa, per Expo, per l’Alta Velocità basta esibire un progetto gigantesco, con consistenti apporti privati (sulla carta) e cominciare a raccogliere gli appetiti locali e non, nel tentativo di fornirgli un senso che non hanno.

Se allarghiamo lo sguardo verso le prealpi e più in là osserviamo una sequenza di cantieri di una ragnatela di infrastrutture che hanno l’obiettivo di movimentare le merci. La nuova ferrovia Arcisate-Stabio, il potenziamento della Luino-Gallarate si uniscono alle reti della grande viabilità della Rho-Monza, il nodo di Busto-Gallarate della Pedemontana, il collegamento del valico di svizzero di Gaggiolo con l’autostrada Milano-Varese.Le ricadute sul sistema di governo delle trasformazioni territoriali è di un’evidente gravità e mette in mora tutte le discussioni sulla potestà di gestione dei sindaci e anche di Provincia e Regione. Chi governerà e in che modo gli effetti delle scelte devastanti?

Oltre frontiera prosegue a ritmo serrato un’opera di enorme portata come l’AlpTransit, linea ferroviaria dedicata al trasporto delle merci, che attraversa da nord a sud tutto il territorio elvetico e riverserà una quantità impressionante di merci al nostro confine. Il 2019, anno in cui i lavori saranno completati, è dietro l’angolo e gli svizzeri sono solitamente puntuali.

L’impatto sarà ancor più pesante se si considerano i ritardi di adeguamento della rete ferroviaria italiana: la tratta Arcisate-Stabio è in ritardo e priva di copertura finanziaria, il collegamento tra Luino e il centro logistico Hupac (centro di smistamento tra i più importanti d’Europa, di proprietà svizzera) è di là da venire. La vera partita oggi si gioca sulla logistica, nuovo motore dell’organizzazione territoriale, che per sua natura, non conosce confini, ne nazionali ne continentali.

Ma il nostro punto di osservazione ha una sua precisa matrice, si estende su ben precisi territori appartenenti alla Repubblica Italiana e intrattiene strette relazioni con un’area vasta dotata di un ambiente unico come quello del Parco del Ticino con un tessuto socio economico denso e stratificato in continua trasformazione.

Lo stesso Ministero dell’Ambiente ha riconosciuto, nella nota della D.G. 21428 del 7.10.2010, “disastro ecologico nell’area adiacente a Malpensa in pieno parco del Ticino dovuto al sorvolo degli aeromobili in decollo dalla stessa” e due sentenze di TAR e Consiglio di Stato hanno condannato SEA a risarcire una estesa proprietà fondiaria adiacente l’area aeroportuale per i danni fito-sanitari patiti per oltre 5 milioni di euro.

Per tacere dello spregio degli interessi pubblici dimostrato dalla procedura di infrazione avviata dalla Commissione UE contro la Repubblica Italiana per non aver adottato le “opportune misure per evitare il degrado degli habitat naturali e degli habitat di specie nonché la perturbazione delle specie per cui il SIC della “Brughiera del Dosso” sempre nell’area di intorno all’aeroporto di Malpensa.

Tutte queste opere, ma sarebbe più appropriato dire saccheggi, non sono solo gravi perché destinate a stravolgere i connotati fisici del territorio che conosciamo ma, soprattutto, perchè disegnano uno spazio sempre più indeterminato, frammento di un insieme che sfugge alla comprensione prima ancora che alla capacità di governo delle istituzioni che ne sarebbero depositarie.

Come si può pensare di pianificare (nel senso di dare ordine) a uno spazio di cui non si definiscono i confini perché non ce ne sono o, al contrario, sono addirittura troppi? Un territorio attraversato da “flussi” eterogenei con origine e destinazione ignoti?

Qualcuno ci prova, anche vicino a noi. Il territorio svizzero non ci sono metropoli paragonabili a quelle che noi conosciamo, e tuttavia il problema delle politiche di area vasta si pone con molta forza e si procede ad aggregazioni con processi articolati di incentivi e penalizzazioni.

Si può pianificare senza e oltre i confini amministrativi?

Se il territorio, in senso urbanistico, è la rappresentazione spaziale che noi diamo alla soluzione dei nostri problemi la civiltà dei flussi (di merci e di informazioni soprattutto) ci propone nuove sfide.
Una condizione che possiamo utilizzare sperimentando ed elaborando modelli di piano inediti.

Le ipotesi di lavoro sono diverse e si rifanno spesso ad esperienze anche interessanti di altri contesti. Ognuna ha delle affinità che le avvicinano al nostro caso e delle particolarità che le allontanano. In questo ambito rinviamo ai contributi che Maria Cristina Gibelli, in particolare, ha fornito in più occasioni alla scuola di Eddyburg e altrove.

Emerge chiaro, però, il peso rappresentato dal gap politico-istituzionale nel nostro paese. Non abbiamo un quadro di riferimento politico-legislativo che accompagni e sostenga il rinnovamento del sistema di pianificazione territoriale. Il dibattito sulla legge urbanistica nazionale si è inabissato e non se ne parla più. L’accorpamento delle Province è un primo passo verso il loro smantellamento senza un piano di riordino delle istituzioni rappresentative a scala sovracomunale.

Senza un chiaro riferimento legislativo e istituzionale si enfatizza la debolezza e l’incoerenza delle pianificazioni di dettaglio dei comuni e questo va a tutto vantaggio delle grandi opere o, più prosaicamente, dei grandi affari che non devono confrontarsi con nessuna autorità pubblica trasparente e con nessuna procedura chiara di selezione, verifica e validazione.

Un insigne geografo come Franco Farinelli ci ha spiegato che il termine “territorio” trova la sua radice in “terrore” inteso come rappresentazione ed esercizio del potere su uno spazio ben definito. Una sovranità certa, chiara e univoca è la premessa per qualsiasi organizzazione del territorio. Non pensiamo certo a quella del tempo di Giustiniano ma a quella diffusa, democratica che vogliamo costruire anche per mezzo della pianificazione territoriale.

Qui il testo integrale con immagini, scaricabile in formato .pdf

Un utile intervento nella discussione aperta su eddyburg, oggi e domani, iniziatanell’ambito della seconda edizione dei Seminari di eddyburg. Con ampiapostilla
Mi scuso in quanto, per una sere di imprevisti, non ho potuto scrivereil mio contributo nella giornata di giovedì, come avevo annunciato nellaprecedente mail. Essendo una persona precisa mal sopporto il non rispettare gliimpegni assunti. Questa dilazione mi permette però di iniziare da due provocazionilanciate da Cervellati nel corso della presentazione dell'ultimo volume di DeLucia, tenutasi a Bologna due giorni fa (venerdì), ed alla quale hopartecipato.

La prima riprende una considerazione cui si è accennato anche alla tre giorni diSezano: il rapporto fra i cittadini e i diversi livelli amministrativi dellostato. In particolare con regioni e province. «E se si pensasse di mantenere leseconde ed abolire le prime?» Su questa domanda/affermazione Cervellati hasollecitato De Lucia a confrontarsi in una possibile futura pubblicazione. La seconda, una interpretazione un po' forzata (tanto da sorprendereVezio) del termine "dolente" riportato nel titolo, fatto discenderenon tanto da "dolore" bensì da "dolo". Punto di vista che,anche se non voluto o non ricompreso nelle tesi sostenute da Vezio nel suoscritto (cosa che posso presumere solo dalla sua reazione, non avendolo ancoraletto), non mi sento di contestare anzi, quasi mi vede solidale, soprattuttoalla luce della lettura (in corso) del tuo (di Eddy) Memorie di unurbanista.
Ho letto diversi libri che trattano l'argomento dell'evoluzione dellamateria urbanistica in Italia, ma tutti sono incentrati sull'analisi dellanormativa e presentano, come vizio di fondo, una limitatezza nella contestualizzazionedei provvedimenti legislativi e giurisdizionali all'interno della cornicepolitico-economica-sociale nella quale erano collocati e dalla quale eranogenerati. Il suo testo, che mi sta coinvolgendo come pochissimi altri libri nondi narrativa abbiano mai fatto, è esemplare nell'analisi degli accadimenti e,soprattutto, nel restituire lo spirito e le atmosfere che facevano da ambiente.Mi risultano ora molto più chiari certi passaggi, e ho trovato vari spunti dadover approfondire. Certo è, in mia opinione, che allora, come ai giorninostri, tanti sono stati gli sforzi e le pressioni da parte della classedirigente per attuare provvedimenti che indirizzassero verso comportamenti avolte in palese contrasto coi dettami costituzionali, in vari casi - perl'appunto - dolosi, o più in generale privi di rispetto nei confronti deicittadini e di tutto ciò che si può e si deve definire "pubblico".
La cosa che mi rattrista è che oggi, a differenza di allora, è per lo piùassente nelle compagini istituzionale e, ahimè, anche fra la gran parte deiprofessionisti, quel fermento che portava a dibattere in maniera ragionata deiproblemi che si dovevano affrontare. Ed è per questo che sono pienamented'accordo con Paula nel sostenere che le attività di eddyburg non debbanoessere finalizzate a una semplice informazione e distribuzione di opinioni madevono essere di stimolo per cercare di generare altro. In particolaresottolineo la necessità, che a quanto conosco dalle le mie fonti su internetsolo eddyburg è sensibile, che bene traspare nelle Memorie, e conla quale mi confronto quotidianamente nel mio lavoro, di un approcciopluridisciplinare alle tematiche in questione, sul quale bisogna insistere percontrobattere ad una sempre più pressate idea di settorializzare i problemi ele relative soluzioni.
Riprendendo proprio il sottotitolo del suo libro, L'Italia cheho vissuto, non mi è potuto venire in mente che il riferimento a"L'Italia che vorremmo" del "Resoconto". Per me è da lì che bisognerebbe ripartire nel "nuovo" corsodi eddyburg. Confidando nella formazione di una comunità composta dal"monocrate", dai "senatori" e dagli"apprendisti"; partendo dalle basi conoscitive e di commento sugliargomenti trattati nelle precedenti scuole; continuando il discorso avviatonell'ultimo seminario a Sezano; ipotizzerei (come per altro già contenuto nel"Resoconto") la formazione di gruppi di lavoro che si occupino didifferenti tematiche organizzate e contenute nel più ampio scenario de"L'Italia che vorremmo".

In ogni gruppo vedrei la presenza di uno o più dei"senatori" con maggior esperienza professionale nel campo oggetto distudio, con il compito di indirizzo e revisione; di un "coordinatore"che possa avere il polso della situazione rispetto all'andamento dei lavori, mache non si configuri né come "schiavista" né come"parafulmine"; di un numero adeguato (né troppi né troppo pochi) dipartecipanti, a libera adesione, secondo le capacità di apportare contributo algruppo e alla disponibilità di tempo da dedicare.
Eventuali sottotemi potrebbero essere assegnati a uno o più componentidei gruppi. Fra tutti i temi da affrontare si potrebbe valutare anche secercare di "risolverli" in ordine di priorità legate a scadenzeistituzionali o altro (attivando da subito solo alcuni gruppi), in modo daconcentrare gli sforzi e non disperdere energie e apporti su argomenti menoimpellenti.
Capisco che una tale organizzazione possa essere eccessiva, ma credoche impostando la struttura in questa maniera si riesca a capire in breve tempola reale disponibilità di partecipanti, competenze e tempo dedicato. Unastruttura troppo "libera" genererebbe l'inflazione di alcuni temirispetto ad altri che resterebbero poco approfonditi, e un laborioso lavoro disintesi di troppi contributi eterogenei.
Il coordinamento e l'individuazione di obiettivi comuni eliminerebbeinoltre il problema di non avere oggetti precisi su cui scrivere in tempistichenon ben definite.
L'attività dei vari gruppi, una volta che l'argomento è statoadeguatamente discusso, deve poi condurre alla proposta di organizzareincontri/seminari/scuole a seconda delle necessità riscontrate (approfondimentodi un problema, condivisione degli studi effettuati, necessità di un dibattito,...). Tali eventi potrebbero essere organizzati dal gruppo stesso che li hacurati in modo da non pesare sempre sulle stesse persone (Ilaria e Mauro), lequali potrebbero avere un ruolo di guida e supervisione. Così si eviterebbe direndere queste occasioni puramente puntuali e senza dare un seguito alpost-incontro, in quanto inserite come tappe intermedie di un percorso.
L'utilizzo del sito per lo scambio di opinioni e materiali è tanto piùnecessario affinché il "monocrate" abbia la possibilità di controllosenza doversi occupare in maniera diretta e costante di tutte le questioni,attività facilitata anche dalla presenza dei coordinatori con i quali avrebbeun rapporto diretto per il monitoraggio.

Anch'io valuterei attentamente (punto 6) la possibilità di rendere piùo meno visibili i contenuti delle discussioni sul sito a seconda del livello diapprofondimento interno e per evitare di aprire dibattiti futili su argomentiancora non ben declinati.
Trovo molto interessante il suggerimento di Dusana di cercare dioccuparsi anche degli accadimenti in seno all'Unione Europea, soprattutto invista delle prossime elezioni. Partecipando al recente festival della rivista"Internazionale" (che si svolge annualmente a Ferrara), ho appresocome negli altri Paesi il tema delle elezioni europee sia entrato nel dibattitonon solo politico, ma anche pubblico, già da diversi mesi. Invece, in Italia,siamo costretti a ruminare sempre le solite questioni (certo alcune non di pococonto e che dovrebbero essere risolte in maniera seria e definitiva). Questonon ci permette di capire cosa sta succedendo "fuori", un"fuori" che i nostri politici cercano in ogni modo di farlo apparirecome un castello kafkiano, ma di cui noi però siamo parte integrante e sulquale abbiamo diritto e dovere di esprimerci. Mi rendo perfettamente conto chele tematiche sono molteplici e complesse, ma credo che sarebbe giusto provaread alimentare il dibattito al fine di stimolare le persone a prendere coscienzadell'importanza della prossima scadenza elettorale. Anche se l'Europa nonincide direttamente sulla pianificazione urbanistica degli stati membri,diversi sono i settori in cui vengono varati provvedimenti che vanno adinfluenzare le scelte che lo Stato membro e le sue amministrazioni sottordinateeffettuano, con ricadute anche pesanti sulla pianificazione e gestione delterritorio.
Per la questione fondi non ho esperienza diretta. Ritengo interessantela possibilità di contattare fondazioni a cominciare, come proposto, dallaOlivetti; mentre trovo più difficile trovare sponsor affidabili. Sicuramenteprevederei delle "tasse di iscrizione", modulate sulla base dellalunghezza degli incontri organizzati, delle difficoltà organizzative e sullaeventuale possibilità di rilasciare crediti formativi.
Inoltre non sarebbe da scartare (almeno fino a quando si sia trovatoun finanziatore esterno) una autotassazione: nel sito avevo visto che era statafondata una associazione collegata a eddyburg fondata dai principalicollaboratori. Se fosse ancora attiva la si potrebbe utilizzare per associare ipartecipanti e incassare una quota sociale: ma ciò comporterebbe un po' diburocrazia e non sono a conoscenza dei fini di questa "struttura".Altrimenti, sempre che sia possibile, si potrebbe passare per "Zone".O, più semplicemente, attraverso un libera (ma concordata) donazione. Iopartecipo a una piccola associazione locale e, anche con una quota di solo 20euro annui, si riesce a fare comunque un po' di cassa.
Inchiusura confermo la disponibilità per la gestione del sito.

postilla
Tiringrazio molto delle tue osservazioni e proposte, le condivido quasi tutte, ecomunque ne rinvio l’approfondimento e le decisioni alla discussione neigruppi. Mi soffermo ora solo su un paiodi punti.

(1) Cancellare le regioni invece delle province? Mi sembra una questioneposta con la stessa superficialità semplificatrice di quella con cui ragionanoquanti vogliono sopprimere le province. La questione dell’ordinamentoamministrativo) (dei poteri pubblici) nell’Italia di oggi va vista secondo duepunti di vista: dal punto di vista economico (il migliore impiego dellerisorse) e quello politico (la democrazia). Sotto il profilo economico misembra che oggi c’è una quantità di sprechi di risorse che vanno enormemente aldi là dei risparmi derivanti dalla riduzione del numero di appartenenti alla“casta”: pensiamo al costo delle spese per le guerre, nostre o altrui, a quellodella catastrofi “naturali” provocate dall’incuria dei governi politica,all’asservimento ai mercati internazionali là dove le produzioni locali sarebberomigliori e meno costose, ai mille costi provocati dalla logica della “societàopulenta”. Dal punto di vista della politica la questione è: come organizzarela democrazia in modo efficace in una materia (l’organizzazione del territoriocome habitat dell’uomo e come patrimonio dell’umanità) tenendo conto che esistonodiverse “scale“ (diversi livelli territoriali) alle quali i problemi possonoessere affrontati e risolti e che,poiché il pianeta è uno, il sistema del governò deve avere il requisito della multiscalarità(altra questione emersa con forza dal seminario).


(2) concordo pienamente con te sulla necessità assoluta diguardare “fuori” dai confini della penisola. Non solo perché (oltre al paese,la città, la provincia, la regione, il continente) anche il pianeta è una dellenostre patrie, ma anche per la ragione elementare che altrimenti non sicomprendono i nostri stessi problemi di oggi. L’asservimento della politicaall’economia e dell’economia al cosiddetto Mercato, la dequalificazione dellavoro in quanto potere e diritto/doveredell’uomo, la distruzione dei beni attraverso la loro riduzione a merci, lasostituzione del privato al comune e del collettivo all’individuale, delpubblico al privato (insomma, dell’Io al NOI), tutti questi sono i portati diuna mutazione generale prodotta dalla globalizzazione capitalista. Per cercardi cambiare qualcosa di noi dobbiamo avere consapevolezza piena del contesto,storico e geografico, di cui facciamo parte.
Ciao, e ancora grazie dellatua reiterata dichiarazione di disponibilità (e.s.)

eddyburg in termini concreti e operativi

All’incontro di Sezano su eddyburg eravamo in pochi. Le giornate del seminario erano state molto interessanti e produttive ma faticose. Tuttavia è stata molto utile e fruttuosa. Alcuni avevano inviato dei messaggi, commentando e proponendo (Stefano Fatarella, Fabrizio Bottini, Paola Bonora, Dusana Valecic, Antonello Sotgia,

Prima dell’incontro, cui non avrebbero potuto partecipare hanno espresso la loro piena disponibilità a collaborare alle varie fatiche che eddyburg comporta molti dei giovani presenti al seminario, con cui abbiamo chiacchierato nel corso di giovedì, venerdì e sabato (Francesco Ranieri, Alessandro Ziglio, Anna Frascaroli, Anna Richiedei, Roberta Signorile, Pasquale Pulito, Chiara Ciampa, Matteo Lecis Cocco-Ortu). Alla riunione di sabato pomeriggio hanno partecipato in definitiva, oltre a Eddy, Ilaria e Mauro: Paola Somma ed Elisabetta Forni, che erano venute a Sezano apposta pur non essendo tra i docenti direttamente impegnati; Oscar Mancini, Carla Maria Carlini, Andrea Schiavone, Paula De Jesus, Danilo Andriollo e Norberto Vaccari, consolidati frequentanti della Scuola, e i “nuovi” Paolo Dignatici, Johnny Nicolis, Raffaele Pisani.

La discussione si è articolata su tre ordini di questioni, presentate nell’ultima parte del documento di base ( “ragioniamo insieme su eddyburg”: come aumentare l’efficacia di eddyburg; come affrontare ii problemi emersi nel passaggio dalla vecchia alla nuova piattaforma, come allargare la modestissima base finanziaria che consente la vita de eddyburg e delle sue iniziative.

Speriamo che i partecipanti all’incontro invieranno interventi che consentano di arricchire questo sommario resoconto il quale, per accelerare le decisioni maturate, vuole essere sintetico e rapido.

1. Tutte le operazioni da compiere (dal completamento e collegamento degli archivi alla partecipazione di redazione del sito) richiedono che un buon numero di persone si impadronisca della capacità di adoperare lo strumento Blogger e abbiano una buona conoscenza della logica interna del sito e dei suoi archivi, sia nella vecchia che nella nuova edizione. A tal fine abbiamo deciso che organizzeremo alcuni incontri nei quali Eddy aiuterà alcuni (Ilaria, Stefano, Francesco, Johnny, Alessandro, Raffaele, Paolo, …) tutti residenti al Nord e perciò con facile accesso a Venezia, a comprendere che cosa c’è dietro la homepage e come ci si lavora. Preliminarmente Eddy dovrà rivedere e completare la struttura dell’archivio del nuovo eddyburg e indicare le corrispondenze tra le vecchie e le nuove “cartelle”. A Ivan chiederemo di fornire un accesso di administrator a quanti vorranno collaborare (eventualmente a termine). A Ivan chiederemo anche di aiutarci a individuare e addestrare nel Continente qualcuno che possa aiutarlo a risolvere le questioni più urgenti nella gestione della struttura informatica del sito, a partire dal completamento del programma iniziale (Andrea ha già espresso la sua disponibilità).

2. Per rendere più efficace eddyburg e agevolare l’allargamento delle persone le quali, condividendo principi e obiettivi del sito, possano collaborare alla sua redazione si è convenuto sulla proposta di aumentare la sinergia tra il sito e la scuola. Nei dieci anni trascorsi la scuola (la costruzione di ciascuna delle edizioni e la “digestione” successiva per la formazione dei libri) ha preceduto il successivo lavoro del sito aiutando a individuare i temi ai quali dedicare il lavoro di ricerca e di preparazione dei testi da pubblicare. Nella discussione è emerso che che il lavoro post-scuola non ha prodotto quanto si poteva sperare: al di là della preparazione dei testi per la pubblicazione, pochi sono stati i successivi contributi.

3. E’ emersa la necessità di individuare un ‘progetto’ più circoscritto e con obiettivi più specifici con il quale stimolare contributi, discussioni, e attraverso il quale alimentare anche la scuola. E’ stato osservato da più persone (anche per email) che inviare degli scritti a eddyburg senza un tema/obiettivo preciso non sollecita a scrivere. Al tal fine si è avanzata la proposta, da applicare per ora in via sperimentale, di definire un progetto con un suo tema e obiettivi e un suo spazio preciso sul sito.

4. Ci si è anche chiesti, con lo stimolo di Paula, quale fosse l’obiettivo della scuola e di eddyburg. Cioè se la nostra produzione di conoscenza (critica, proposte, opinioni, etc.) abbia il solo obiettivo di essere condivisa e messa a disposizione di chi vuole, oppure se si voglia andare un po’ oltre e provare a far si’ che quanto prodotto possa in qualche modo produrre a sua volta delle ricadute: come è avvenuto, ad esempio, nella formazione e presentazione della “legge di eddyburg” in risposta alla legge Lupi e in seguito alla scuola sul tema del consumo di suolo . Abbiamo tutti convenuto che il secondo obiettivo sarebbe molto desiderato e che l’allargamento del lavoro comune e dei suoi attori è l’unico strumento che può consentire di trasformare il desiderio in un obiettivo concreto.

5. Da un ragionamento successivo all’incontro è nata nei sottoscritti l’idea, che qui proponiamo, di raggiungere gli obiettivi di cui ai precedenti punti invertendo il rapporto tra sito e scuola: individuato un tema (o più temi o sottotemi) ai quali dedicare le prossime attività della scuola, si potrebbe adoperare il sito come strumento per la predisposizione di articoli, raccolta di materiali, svolgimento di ricerche, dibattito interno ed esterno sulla cui base svolgere i seminari/scuole di eddyburg siano essi di breve durata (1-2 gg) o vere sessioni di scuola estiva (3-6gg). Per proseguire, come promesso, il lavoro sulla pianificazione d’area vasta si sono già individuate alcune persone in grado di lavorare e disponibili a farlo, sia tra i “vecchi” che tra i “nuovi”.

6. Per avviare la sperimentazione del progetto che si comincia a configurare progetto e di quello risolvere i problemi di cui al punto 1 si è convenuto di realizzare una specie cartella/sito, curata, redatta da e messa in pagina da un gruppo di redattori dotato di autonomia di decisione, cui affidare il compito di lavorare per la preparazione della iniziativa (o delle iniziative) sul tema prescelto. La cartella dovrebbe essere collocata nel nuovo archivio di eddyburg, nella “scatola” scuola di eddyburg, e dovrebbe raggiungibile, per ora, anche da un link nello spazio della HP “segnalazioni” (dove dovranno essere ripristinati i link ai siti Zone onlus e Mall, appena quest’ultimo sarà ripartito. [Eddy è in dubbio se dare la visibilità sulla HP a tutti i file prodotti per questa cartella, e propende per il no.]. Questa cartella potrebbe rappresentare un “focus” tematico da proporre di volta in volta e sul quale aprire un dibattito e invitare contributi mirati. A questo scopo andrebbe individuato il tema e una sua breve descrizione per definirne i confini e le questioni che si vorrebbero affrontare.

7. A proposito di contenuti abbiamo considerato che le nove edizioni della scuola legano in un’unica collana i temi nodali di un’analisi critica delle trasformazioni dell’Italia nel corso di un processo che nel suo complesso non ci piace. Dal consumo di suolo (2005), alla città pubblica (2006), al paesaggio (2007), agli spazi pubblici (2008), al rapporto tra urbanistica ed economia (2010 e 2011), ai movimenti (2012) all’area vasta (2013) abbiamo studiato e ragionato sulle questioni nodali dello sviluppo distorto del nostro territorio, sia come habitat della società che come patrimonio della civiltà umana. Ne abbiamo messo in evidenza, spesso in anticipo su altre componenti dell’intellettualità, le ombre e – sempre che è stato possibile – le luci: i germi di un possibile futuro. Ora è forse venuto il momento di tirare le somme del “nostro” decennio assumendo un’ottica propositiva, come abbiamo fatto in altre occasioni. Forse è il caso di porre il tema “l’Italia che vogliamo” e di esporre il nostro immaginario: magari approfondendo il lavoro dell’”area vasta” e allargandolo nelle due direzioni dell’interscalarità e dell’integrazione intersettoriale, come emerso dai workshop. Non abbandonando il saggio mix di strategia e tattica, di utopia e realismo, che deve essere presente in ogni ragionamento che voglia concorrere nella trasformazione del territorio.

8. Sulla questione finanziaria, molto noiosa ma essenziale per la sopravvivenza di eddyburg e l’avvio di qualsivoglia progetto, sono state avanzate e discusse proposte su cui è necessario lavorare, sulla base delle informazioni e degli indirizzi proposti nel documento di base e delle integrazioni fornite da Ilaria, sebbene non sia ancora chiaro chi ci lavorerà. Tra le proposte,
(a) ripristinare la scuola con tassa d’iscrizione, il che presuppone la collaborazione di qualcuno che si assuma volontaristicamente l’onere di occuparsi della parte amministrativa della gestione.
(b) anche a questo fine, esplorare la possibilità di registrare eddyburg/Zone onlus come ente di formazione, per poter fornire crediti formativi ai frequentanti della scuola
(c) individuare sponsor affidabili dal punto di vista della coerenza con i principi e gli obiettivi di eddyburg
(d) cercare molti piccoli (o meno piccoli) contributi volontari costituendo un gruppetto di persone che impieghino la loro creatività, e una parte del loro tempo, per affiancare Ilaria e Mauro nell’organizzazione e azione anche materiale di iniziative.

Eddy, Ilaria, Mauro
Sezano-Venezia, 21 ottobre 2013

PICCOLA STORIA DI EDDYBURG

La prima fase: dentro l’IUAV

L’inventore di servizi informatici dell’Iuav, Ciro Palermo, mi propose nel 1998 di utilizzare qualche pagina del sito che aveva appena predisposto per i docenti che avessero voluto cimentarsi con quel nuovo strumento di comunicazione. Fui tra primi che ci provarono. La struttura delle mie pagine era molto semplice: tre sezioni dedicate rispettivamente alla didattica, alla ricerca e alla riforma universitaria, e una di carattere personale: in quest’ultima inserivo tutto quello che trovavo in giro e che mi sembrava interessante, e che quindi mi proponevo condividere con i frequentatori del sito, fossero essi studenti, o docenti, o amici, od occasionali navigatori cascati nelle mie pagine. Quindi saggi e articoli di giornale, vignette e ricette di cucina – oltre a pagine e dossier dedicate ai miei lavori di pubblicista e di urbanista.

Ciro, la sua compagna Marina Migliorini e Pierre Piccotti, direttore dei servizi bibliografici e documentali dell’Iuav furono i miei primi maestri. A essi si affiancò poi Fabrizio Bottini, appassionato ricercatore universitario e responsabile di molte interessanti scoperte del patrimonio culturale dell’urbanistica internazionale (di cui spesso altri si impadronirono senza riconoscenza). Lavoravamo insieme a un’associazione internazionale di enti pubblici finalizzata alla costruzione e gestione di una rete di documentazione urbanistica, Urbandata, cui l’Iuav partecipava, soprattutto per l’impegno di Pierre Piccotti, come rappresentante delle strutture italiane coinvolte. Le ricerche di Fabrizio e i miei interessi confluirono nel costruire e dare spazio a due aree che considero ancora fondamentali per eddyburg: la raccolta i testi finalizzati al significato e all’evoluzione di termini chiave dei nostri interessi, quali “città”, “urbanistica”, “urbanista”, “rendita”, e la costruzione di piccoli dossier dedicati a momenti cruciali per l’urbanistica italiana, quali ….

Nasce “eddyburg”

La prima grande svolta fu nel 2003: anno di nascita di eddyburg. L’input me lo diede Ciro Palermo. Mi disse: “Guarda che le pagine personali sono diventate la parte più ricca, viva e interessante del sito; perché non pensi a rifare il sito sviluppando quella e assorbendo in una posizione subordinata le parti “ufficiali”?

La proposta mi sembrò interessante. Ne discutemmo, oltre che con Ciro e Marina, con Pierre Piccotti, con Fabrizio, con uno dei migliori studenti che aveva seguito i miei corsi, geniale nel campo dell’informatica (Ivan Blecic), e con Alesssandra Poggiani, che collaborava con la struttura informatica dell’IUAV e con grandissima pazienza ci aiutò a comporre la struttura e a disegnare il framework del nuovo eddyburg.

Molti mi chiedono perché decidemmo di dare al sito un nome così singolare. Il merito è di Fabrizio. Io volevo una testata che esprimesse due idee: che si trattava di un sito personale, e non coinvolgesse perciò nelle scelte e nelle opinioni la responsabilità di altri; e che avesse una connessione con la Città. Il minimalismo era un requisito al quale tenevo, poiché il mio sport preferito è l’understatement. Scelsi perciò il nomignolo col quale ero più noto, Eddy, e in alternativa al troppo ovvio “city” Fabrizio mi suggerì appunto di ricorrere al suo equivalente proto sassone burg. Il suo suggerimento mi piacque in maniera particolare perché si riallacciava al mio lavoro, pubblicato nel 1969 col titolo “Urbanistica e società opulenta” nel quale individuavo appunto nel borgo - più ancora che il germe - la prima forma della condizione urbana.

Eddyburg si sviluppò seguendo molteplici percorsi. Da un lato si arricchivano le componenti delle mie antiche pagine personali (le cronache di viaggio, le ricette mie e quelle che amici e frequentatori del sito cominciavano a inviarmi, nuove poesie, opere o testi d altro genere che mi sembravano interessanti). Alcuni settori, già presenti nella precedente edizione erano invece progettati da me o da Fabrizio o da altri assidui frequentatori e collaboratori del sito.

Un grande peso avevamo dato fin dal principio dato all’analisi delle parole, a formazione storica dei principi e delle pratiche dell’urbanistica nelle sue due facce della pianificazione e degli studi urbani (parte nella quale è stato particolarmente rilevante l’apporto di Fabrizio), nonché alla documentazione di alcuni momenti storici a nostro parere particolarmente decisivi per l’urbanistica italiana.

Contemporaneamente si estendeva la rassegna stampa. La lettura quotidiana dei giornali era diventata una prassi, nella quale mi aiutò e mi aiuta particolarmente Maria Pia Guermandi, intervenuta dal 1974 nel ruolo di vice direttore, affiancando Vezio De Lucia che era stato fin dall’inizio il mio “consigliere generale”. Un punto di riferimento essenziale – non solo per la parte giuridica e per quella politica – è stato Luigi Scano, fino alla sua scomparsa, che ancora rimpiangiamo.

Un numero consistente di altre persone (amici o appassionati frequentatori occasionali di eddyburg) collaborava dedicare al sito in modo differenziato a seconda delle disponibilità che il loro impegno primario o i loro interessi permettevano di dare. Alcuni hanno assunto il ruolo di redattori specializzati e costanti (come Dusana Valecic), altri forniscono quasi quotidianamente indicazioni, suggerimenti e testi che hanno scoperto nel vasto mondo della rete e che suggeriscono di pubblicare, altri ancora svolgono l’utilissima funzione di rispondere a richeste specifiche di parere su questa o quell’altra questione. . La scelta definitiva e non discutibile dei materiali da elaborare, editare e inserire è verticistica, e me ne assumo piena responsabilità.

L’unica categoria di persone che hanno il privilegio di pubblicare la loro opinione senza alcuna valutazione preventiva del loro testo è un limitato gruppo di opinionisti che ho scelto in relazione alla mia condivisione delle loro posizioni: si tratta, oltre che di Vezio de Lucia e Maria Pia Guermandi, di Piero Bevilacqua, Paolo Baldeschi, Carla Ravaioli, Giorgio Nebbia Giorgio Todde, cui si sono recentemente aggiunti Paola Somma, Maria Cristina Gibelli, Paolo Cacciari. E la cartella ”interventi è aperta a tutti gli amici di eddyburg e quella “posta ricevuta” a chiunque voglia, e scriva cose ragionevoli e brevi.

Gli “amici di eddyburg”

Ho tentato più volte di fare di eddyburg non l’espressione di una singola persona ma lo strumento di un gruppo organizzato di persone. Non solo né tanto per supplire all’assenza di associazioni esistenti, diverse da eddyburg, cui potessimo riferirci con piena identificazione (da qualche anno la storia dl mio gruppo di più stretti amici e collaboratori aveva avuto una netta divaricazione da quella dell’Istituto nazionale di urbanistica, in seguito alla vicenda che raccontai su Urbanistica informazioni), ma soprattutto per condividere la fatica, via via crescente, della gestione quotidiana del sito e per rendere più efficace la disseminazione dei suoi prodotti culturali: i suoi principì, conoscenze, critiche, proposte.

Tentai una prima volta nel settembre 2005: costituimmo formalmente un’ “associazione Amici di eddyburg”, con uno smilzo statuto del tutto generico ed aprimmo una piccola raccolta di fondi tra i frequentatori di eddyburg. Per aumentare la dimensione finanziaria de eddyburg avviammo la Scuola di eddyburg, su cui tornerò più avanti.

Passarono pochissimi anni e mi accorsi che avevamo sbagliato strada: Mentre la scuola aveva avviato il suo percorso e dato luogo a iniziative interessanti, utili e già coronate da successo, l’Associazione non aveva dato altri segni di vita, oltre alla prosecuzione del sito alla maniera di sempre. Non solo, ma il modo del tutto approssimativo in cui avevamo (più precisamente, avevo) gestito l’associazione mi ero trovato un debito personale di qualche migliaio di euro.

Con una lunga riflessione che trasmisi ai soci dell’associazione e ad alcuni altri amici (lettera del 17 settembre 2007) proposi di costituire una vera associazione, rispettando i criteri che la legislazione stabilisce per queste strutture e distribuendo responsabilità e compiti; la dimensione che il sito aveva raggiunto (in termini di contenuti e in termini di rete delle persone che vi facevano riferimento) meritava un impegno più collettivo e meglio organizzato. Nella lettera sottolineavo che la nuova associazione si sarebbe fatta «se ci sono le forze e gli impegni per farla». La riunione dei soci e degli altri amici per discutere e decidere in merito alle mie proposte si svolse nel corso della V edizione della scuola, a Corigliano d’Otranto, nessuno se la sentì di assumere impegni che andassero al di là del contributo che fino ad allora aveva dato e dell’associazione non si parlò più.

Per la prima volta avevo incontrato un limite che pesa fortemente su tutte le iniziative basate sul lavoro volontario. Si tratta – accenno solo alla questione per me sempre più importante – di uno dei limiti che tuttora riduce fortemente l’apporto che le tensioni sociali generate dalla crisi attuale potrebbero dare, anche sul terreno della “questione urbana” per la nascita di una nuova politica. E una questione, tra le tante, sulla quale mi piacerebbe riaprire una riflessione più generale sul ruolo e sul significato del lavoro dell’uomo: su quelli che ha nella società attuale, e su quelli che dovrebbe avere in una società migliore.

Di fatto gli “amici di eddyburg” sono oggi un’ampia galassia a geometria variabile, che oscilla tra i quasi tremila iscritti alla newsletter, che peraltro inviavo molto di rado, e l’inconoscibile universo dal quale emergevano i circa 2000 accessi quotidiani registrati dal contatore di eddyburg.it). Nell’incapacità di trasformare la galassia in qualcosa di diverso ho continuato perciò a gestire il sito in modo sostanzialmente monocratico, avvalendomi per periodi più o meno lunghi dell’apporto vicario di Maria Pia (oltre che della costante assistenza di Ivan per la gestione informatica e di quella di Fabrizio nei vari tentativi di costruire una vera e propria redazione.

Due gemmazioni

Nel frattempo da eddyburg sono nate due iniziative, del tutto diverse tra loro, che a mio parere meritano particolare attenzione perché indicano diverse prospettive di lavoro per il futuro. Mi riferisco a Mall e alla Scuola di eddyburg, nati in momenti diversi, con finalità e protagonisti diversi.

Eddyburg Mall

Mall è stato inventato, diretto e gestito da Fabrizio Bottini. La sua nascita è dipesa dal fatto che l’interesse culturale e le conoscenze di Fabrizio si sono particolarmente approfondite in un settore che, nella logica complessiva di eddyburg, e nell’equilibrio dei miei interessi, non riusciva ad avere lo spazio necessario.

Nato (da qui il nome) dalla decisione di specializzare e ampliare lo spazio limitato che eddyburg dedicava alle varie facce del rapporto tra commercio e città, Mall e diventato un vero e proprio sito caratterizzato da una visione più ampia, sempre più orientato verso un’attenzione internazionale alla letteratura urbanistica del passato e del presente. E’ un sito secondo me molto bello, utile e di grande interesse a chi sia interessato soprattutto all’urbanistica nell’ampiezza delle sua dimensione culturale. Ha anche uno sguardo internazionale - un requisito che eddyburg non è ancora riuscito a costruirsi in modo adeguato - e una grafica fin dall’inizio più ricca e accattivante di quella di eddyburg. Sarebbe bello se Fabrizio vi dedicasse più attenzione; glielo impedisce il suo cronico pessimismo, che lo porta a valutare la sua creatura dal confronto del numero di accessi a Mall a quelli, più alti, di eddyburg. Negli ultimi tempi poi Fabrizio ha avuto l’amara sorpresa di vedere scomparire l’antico Mall prima ancora che si riuscisse a far decollare il nuovo. Ma di questo parleremo più avanti.

La Scuola di eddyburg

Per la Scuola di eddyburg rinvio al testo inserito nel file “che cos’è eddyburg”, che vedete cliccando sulle analoghe parole in fondo alla homepage. Voglio limitarmi qui a sottolineare la vitalità e l’articolazione di quella iniziativa (i viaggi di “una città un piano”, i seminari, le presentazioni dei libri, le partecipazioni a incontri internazionali, le iniziative editoriali), e soprattutto due apporti che la scuola ha dato a eddyburg: il contatto diretto che la scuola ci ha consentito di avere con e tra molte decine (un paio di centinaia) di persone provenienti da diversi territori ed esperienza, e la possibilità di approfondimento di determinati temi. Mi sembra che grazie a Mauro e a Ilaria, e a tutti quelli che hanno collaborato (dai professori universitari agli amanti della città) la Scuola sia stata un po’ la prua di eddyburg. Ma non ci mancherà l’occasione di ragionare anche sulla scuola e sul suo futuro, sulla base degli appunti che concludono questo testo e dei contributi che daranno Mauro e Ilaria.

La riforma del 2012: perché e come

Dal 2003 eddyburg è stato gestito su una piattaforma (non chiedetemi che cosa significa) non commerciale, “open share”, cioè utilizzabile da chiunque; il suo nome è eZ publish, ed è un programma realizzato da una comunità virtuale di cui fa parte Ivan. Un sistema molto intelligente e comodo da gestire. Infatti hanno è stato facile insegnare a utilizzarlo non solo a Fabrizio, Maria Pia, Mauro e i pochi altri che con me inserivano i documenti, ma anche ad altre persone che volta per volta si sono dichiarate disposte a collaborare. Poi, tra il 2011 e il 2012, i programmatori di eZ, hanno attivato una nuova versione del programma che a noi è continuare a utilizzare è diventato impossibile: conflitti tra il programma e i browser che i nostri attrezzi ci consentivano di adoperare. Ivan tentò a lungo di organizzare una “migrazione dal vecchio al nuovo eZ (cioè al trasferimento integrale dei vecchi contenuti alla nuova piattaforma, ma l’impresa si rivelò impossibile.

Si giunse così alla soluzione attuale adoperiamo una nuova piattaforma commerciale (“blogger della Google), nella quale facciamo gli inserimenti del nuovo materiale. Il “vecchio” eddyburg, con il suo contenuto di quasi 20mila pezzi, rimane accessibile e consultabile, e ora è anche direttamente connesso con la nuova edizione. Il lavoro di costruzione del nuovo sito è ancora in corso.

DOMANI? VEDREMO

Gli obiettivi

Al di là delle modifiche che ho raccontato eddyburg ha avuto nel tempo un’evoluzione legata al modificarsi del contesto generale e a quello specifico del gruppo che più attivamente lavorava alla sua produzione. Sono entrati via via temi nuovi che hanno dato luogo a nuove “cartelle”. Da un po’ di tempo mi domando se non si debba ragionare su qualche cambiamento più profondo, legato ai nuovi contesti. Ma è opportuno enunciare prima di accennare al possibile domani- quali mi sembrino le costanti de eddyburg nell’esperienza del decennio della sua vita, e quindi anche i punti fermi cui non vorrei rinunciare nel futuro.

Gli obiettivi che eddyburg si è posto nell’ambito dei suoi dichiarati principi (vedi “che cosa è eddyburg” cliccando ai piedi della Homepage), e che hanno assunto un ruolo crescente sono stati, dopo e a partire dalla volontà di condividere ciò che sembrava giusto, bello, utile e interessante:

- in primo luogo quello di contribuire formazione di giovani, in primo luogo urbanisti, o comunque interessati alla città, ma più in generale a tutti in quanto cittadini, o semplici abitanti della città( nei limiti della possibilità di rendere comunicativi i nostri linguaggi);

assolvere questo compito iniziando dal fornire informazioni depurate, per quanto possibile, da quel tanto di pressapochismo, di superficialità, di unilateralità o di oscurità che prevalgono spesso nelle notizie e nelle tesi propalate dai mass media o dalla letteratura togata; un’informazione, quindi, orientata sia nella scelta dei testi che nella loro presentazione o commento.

- la volontà di fornire informazioni su ciò che avveniva nella città e nel territorio (la connessione tra l’una e l’altro sembrava sempre più stretta) era resa più necessaria per il fatto che l’informazione corrente era sempre più avara di attenzione sulla realtà profonda degli eventi, più interessata a dare spazio all’eccezione, all’emergenza, all’epifenomeno; più impegnata alla costruzione dello scoop che all’indagine.

- l’attenzione al quotidiano (ricordo che gran parte del lavoro per eddyburg è costituito dalla cattura, lettura scelta, riedizione, presentazione e inserimento di testi tratti dai media) non forniva però materia sufficiente per raggiungere quello che sempre di più mi sembrava dover essere l’obiettivo centrale e riassuntivo del lavoro; contribuire a far nascere e crescere nei nostri lettori un attrezzato spirito critico. Perciò non abbiamo mai perso di vista l’obiettivo di fornire testi, anche complessi, che aiutassero a comprendere ciò che c’è dietro i fatti e ciò che può aiutare a modificare un mondo che ci piace sempre meno.

Il domani di eddyburg

Nell’attesa, e la speranza, che da eddyburg scaturiscano altre vitali esperienze provo a indicare quali temi mi sembra necessario approfondire il lavoro di riflessione, documentazione.

Le condizioni sono radicalmente mutate dal tempo nel quale eddyburg affondò le sue radici. Sono mutate città e territorio, è mutata la società di cui la città è”la casa” e il territorio è l’habitat”, per richiamare due definizioni che mi stanno a cuore. E, cambiato, con la crisi della politica dei partiti, il rapporto tra cittadino e potere “Urbs, polis e civitas” per riferirmi a una triade i cui elementi sono per me indissociabili, sono cambiate nelle loro parti e nel loro insieme.

Abbiamo piena consapevolezza della situazione attuale e del degrado che essa rivela. Cogliamo tutti i disagi che essa provoca e le proteste che suscita. Concorriamo nello sforzo di denunciare tutto ciò che è strto e di cogliere tutti germi del nuovo. Ma mi rendo conto che la denuncia rischia di essere ripetitiva, e alla lunga sterili se non danno indicazioni capaci di incanalare l’indignazione nelle direzioni capaci di condurre al nuovo. Per conto mio sento il bisogno di riprendere la riflessione riassunta nel mio antico lavoro, Urbanistica e società opulenta affrontando in particolare alcuni temi.

Un primo tema ha a che fare con un termine per noi centrale: città. Guardando un poco al di là dei confini della nostra civiltà (quella che è nata nel Medio oriente, si è affermata in Europa si è consolidata sulle due sponde del nordatlantico, per poi dilagare ovunque con la globalizzazione capitalista), mi domando se non si debba guardare più a fondo in ciò che intendiamo per città, molto al di là della loro forma, funzione, formazione e ri-formazione, cercando il carattere di questa straordinaria invenzione della nostra civiltà non in queste sue connotazioni, non nel “modello” formale-funzionale che essa evoca, ma nei suoi contenuti essenziali ai fini della migliore e più piena esplicazione delle potenzialità dell’umanità. Se, insomma, non si debba riflettere più che alla città, alla condizione urbana e al miglioramento che la nostra storia della città ha provocato alla vita degli abitanti del pianeta.

Un terzo tema è quello del lavoro in una società (e un’economia) più equi, durevoli, umani. In una delle sessioni della Scuola ho accennato a questo tema in riferimento e ad apertura della lezione sulla rendita: ma è un tema che occorre riprendere più ampiamente anche a proposito dei molti conflitti nei quali si pongono in contraddizione le due esigenze e dei diritti dell’uomo: il lavoro e quella l’ambiente, esigenze e diritti tra i quali occorre trovare una sintesi che serva a risolvere i problemi che nascono nell’immediato (e che siano risolvibili con gli strumenti della tattica) ma che siano illuminati da una visione strategica radicale, cioè capace di affrontarne le cause alla radice.

Si tratta di temi che mi interessano personalmente. Non è detto che debbano necessariamente occupare la maggior parte dello spazio del sito e degli interessi che vi convergono, anche perché i saperi necessari per affrontarli in modo adeguato costituiscono un’area più vasta di quella delle competenze di cui eddyburg dispone.

LE URGENZE

Che discutere e decidere oggi

Sui temi che ho affrontato finora la discussione si può aprire oggi, in occasione dell’incontro del secondo seminario Se/ed. Ma non si conclude certamente oggi. Vorrei invece verificare se siamo in grado di fare qualche passo per migliorare la situazione e le prospettive del sito. Vorrei cogliere l’occasione di questo incontro per discutere con voi su tre ordini di problemi: (1) come completare il passaggio dalla vecchia alla nuova edizione del sito, informandovi sulle ragioni del passaggio e su alcuni problemi che dobbiamo risolvere; (2) in quale direzione (in quali direzioni) si può lavorare per rendere eddyburg più efficace e, per cominciare, per realizzare una migliore sinergia tra il sito e la scuola;(3) come si può lavorare per migliorare la piccola base finanziaria di eddyburg e della scuola.

Una premessa: Eddyburg è monocratico

Dal punto di vista del potere di decidere eddyburg è oggi, come era fin dall’inizio, l’espressione di una sola persona: lo dice, del resto, il suo stesso logo. Non è che io sia entusiasta di questo, ma lo accetto per due ragioni: perché, come diceva lo scorpione alla rana, “è nella mia natura”; perché, nonostante i miei tentativi, non siamo riusciti a costituire un gruppo che si assumesse tutte le responsabilità atte a gestire compiutamente quel sito. Poiché sono anche vecchio e stanco sarei anche disposto a contraddire la mia natura di scorpione se un’alternativa ci fosse ma mi sembra che, almeno per oggi non ci sia. Quindi, allo stato degli atti, le mie speranze sono nelle due uniche strade che sono state fruttuosamente percorse: la gemmas+zione di siti autonomi (vedi Mall) e il consolidamento della Scuola o di altre analoghe iniziative, analogamente autonome. Almeno nell’immediato edduburg.it rimarrà quindi un sito monocratico. Il cui direttore, essendo convinto con Zagrebelsky che «la verità esiste, nessuno la può afferrare completamente e però esistendo, non è insensato cercarla», pensa che essa va ricercata attraversi il dialogo, che sia però sempre fondato sugli argomenti e non sui pregiudizi e sulla consapevolezza della incompletezza della parte di verità che ciascuno di noi vede o privilegia.

Dalla piattaforma eZ alla piattaforma Blogger

Il passaggio dalla piattaforma eZ (che abbiamo adoperato dal 2003 al 2013) alla piattaforma Blogger è avvenuta per le ragioni che vi ho esposto poco fa. Forse in modo un po’ frettoloso e continuando ad aggiornare eddyburg giorno per giorno anche “a cantiere aperto”. Abbiamo potuto verificare che il sito funziona bene, l’inserimento è facile con qualunque provider, la grafica è gradevole. Ma abbiamo anche potuto verificare l’esistenza di alcuni problemi. Si pone perciò oggi la necessità di rivedere e aggiornare il programma iniziale e di concluderne l’attuazione.

Il problema più complesso è quello di sanare una frattura che è avvenuta nel passaggio dal vecchio al nuovo. Eddyburg, come sa chi lo conosce, è (per adoperare una metafora) come una pianta appariscente innestata su un complesso gigantesco di radici. La pianta è la Homepage (e la successione delle homepage utilizzabile dal lettore andando sul bottone sensibile a pie’ di pagina.

Ora il problema è che, nel passaggio, la parte recente dell’apparato radicale si è separato da quello antico. Oggi il nuovo archivio, raggiungibile dai menu (ancora incompleti) che si aprono sulla colonna a sinistra del sito dopo aver cliccato sulle “sezioni” (collocate sotto la testata) contiene solo l’elenco dei pezzi nuovi, cioè nati ed editati con Blogger. Nel breve periodo è possibile risolvere parzialmente il problema inserendo in ciascuna cartella, un file che rinvia sulle omologhe cartelle del vecchio sito. Ma è un lavoro lungo e noioso. C’è qualcuno che è disposto ad aiutarmi a farlo. Dopo che avrò completato il programma del nuovo archivio e costruito le corrispondenze?

Nel quadro del completamento del programma vorrei richiamare il problema della temporanea scomparsa di Mall, che ha, giustamente, angosciato Fabrizio e che è peraltro è in via di soluzione: Ivan ha recuerato il vecchio archivio di Mall, che sembrava scomparso, e Fabrizio ha deciso di ricostruire il nuovo Mall sulla piattaforma Blogger.

Un problema ulteriore legato al passaggio è la scomparsa dell’archivio delle immagini che c’erano sul vecchio sito. E’ possibile recuperarle?

Su questa e altre questioni continua a essere indispensabile l’apporto, ormai ultradecennale, di Ivan. Ma Ivan non è più in giovanottone molto acuto e un po’ spensierato, è un docente, ricercatore e organizzatore universitario molto impegnato, e con famiglia. Occorre assolutamente trovare qualcuno che lo aiuti e - se e quando è necessario - lo sostituisca soprattutto per le questioni che sono, o diventano, urgenti.

Vi domando di aiutarmi a trovare qualcun che possa aiutare in questa direzione. Non sarà difficile individuare i requisiti che una simile persona dovrebbe avere. Essi comprendono certamente la capacità tecnica di programmare e gestire informaticamente il sito su Blogger (Ivan potrà darci indicazioni più precise), ma dovrà anche impadronirsi della sedimentazione storica del sito e dei suoi archivi.

Come rendere eddyburg più efficace

Su questo punto mi augura che questa prima discussione sia ampia, ambiziosa ma al tempo stesso realistica: tenga cioè conto delle risorse disponibili tra di noi. Forse, tenendo conto della storia di eddyburg, la prima strada da percorrere è quella di utilizzare meglio le sinergie tra le diverse realtà che si manifestano nella parte del mondo che gravita su eddyburg: il sito eddyburg.it e la Scuola. Si tratta indubbiamente di un’opportunità da cogliere, ma anche altre strade possono essere proposte, discusse e magari anche praticate, se si troveranno le forze non solo per proporre ma, appunto, anche per praticare.

Del resto nel passato è proprio l’attivazione di risorse culturali e organizzative che siamo riusciti a suscitare attorno ad alcuni temi (penso ad esempio al consumo di suolo, alla “città pubblica”, agli “spazi pubblici”, alla pianificazione paesaggistica, ai rapporti tra urbanistica ed economia che ci ha permesso di presentarci come un interlocutore essenziale di chiunque voglia occuparsi di città e territorio. Non solo, ma che ha aperto dei capitoli che poi, nella quotidianità del sito, abbiamo seguito costantemente.

Come allargare la base finanziaria di eddyburg (e della sua scuola)

Qualunque direzione si voglia imprimere al futuro di eddyburg, e quale che sia il livello di volontariato che si voglia impiegare per gestire il sito e la scuola, sia pure nel modo spartano che abbiamo adottato, un minimo di risorse finanziarie è indispensabile.

Pagare gli abbonamenti alla stampa online e le altre modeste spese per la sua gestione nella rete, quelle sia pure modestissime per la gestione della scuola, quelle per le pubblicazioni cartacea tutto ciò è stato coperto con i contributi del 5 per mille, con i contributi volontari e, fino al 2010 con il residuo attivo della Scuola.

Dall’anno scorso per la frequenza della scuola non è più richiesta la quota d’iscrizione. Il contributo del 5 per mille, che otteniamo grazie a “Zone onlus” e i cui proventi dividiamo con questa associazione sono incerti nell’ammontare e arrivano con qualche anno di ritardo. Ilaria vi darà qualche informazione in proposito.

Sul tema del finanziamento occorre insomma lavorare. Nel passato, ai tempi delle edizioni in Val di Cornia abbiamo tentato la strada selle sponsorizzazioni, ma le offerte venivano da soggetti la cui attività contrastava con i nostri principi.

Se volessimo (altra ipotesi) ripristinare le quote per la scuola bisognerebbe domandarsi se ciò che offriamo può essere pagato dai nostri “studenti” con i loro attuali bilanci, e se il prezzo, per loro, vale la candela. Bisognerebbe forse esplorare ipotesi di collaborazione con strutture universitarie, che consentano ai nostri studenti di ottenere crediti universitari, o altri “ bonus”.
Insomma, c’è un lavoro di ricerca e di fantasia applicata” da fare. Ma, come sugli altri temi, da soli Mauro, Ilaria ed io non ce la facciamo a lavorare anche su questo fronte. E a chi chiedere aiuto in primo luogo se non ai frequentatori della nostra scuola e del nostro sito?

Appendice
I COMMENTI PERVENUTI VIA E-MAIL

Fabrizio Bottini
Micro-manuale per un sito gemmato di eddyburg.it

Ci si può aprire un sito da soli, costruendosi da zero una struttura di impaginazione e relativi intrecci tematici, sulla base dei propri interessi e orientamenti. Oppure collaborare a un sito accettandone l'impostazione, l'articolazione, e caratterizzando specificamente solo i propri contributi: il tipo di testi, i riferimenti, gli allegati, le immagini, i links. Un sito gemmato unisce molti aspetti sia dell'una che dell'altra opzione, e (opinione personale, ma non campata per aria) ad esempio consente di costruire una forte caratterizzazione personale, a partire da una struttura consolidata che funge più da cornice che da gabbia. Come funziona in pratica?

I siti sono fatti di forme e contenuti, aspetti indipendenti ma che al lettore arrivano inestricabilmente intrecciati. La cosa vale anche per chi li alimenta e arricchisce. Chi volesse sperimentarsi in un sito personale gemmato da eddyburg.it ha a disposizione una struttura base: il sistema a colonne, la composizione di massima di titoli, rinvii, sfondi e caratteri. Entrano già qui le varianti personali di alcuni colori base, il titolo della testata, il numero e titolazione dei temi. Ma si tratta già di scelte successive al primo approccio. Il primo passo infatti è del tutto diverso, è una specie di dichiarazione di intenti, che risponde alle domande: Chi sono io? Come e perché vorrei fare un sito tematico? Cosa mi va benissimo così com'è di eddyburg.it e cosa invece vorrei proporre di specifico e diverso nel mio sito gemmato?

Le risposte potrebbero essere tantissime, ad esempio da parte di una o più donne che già collaborano con articoli e altri contributi, che considerano soddisfacente solo in parte, non esaustivo l'approccio del sito alla città e alla politica, volendo esprimere una prospettiva diversa di genere per cui non trovano spazio sufficiente in interventi sporadici. La stessa cosa potrebbe valere per (cito un po' a caso) tagli disciplinari particolari, come le scienze dell'ambiente e della salute, o per una figura dalla personalità sfaccettata che mescola generi e approcci in modo ricco e tale da caratterizzare ben più di un articolo o una intera serie. Tutti questi soggetti, possono proporre, essenzialmente sé stessi, come base su cui costruire un sito gemmato, approfittando della cornice di massima. La proposta iniziale altro non è che una struttura a temi/archivi dove, nel modo già familiare ai frequentatori di eddyburg.it, si presenta un'articolazione simile e diversa.

Probabile che col tempo questa struttura e articolazione iniziale si modifichino, ma è importante concordarne una e seguirla iniziando a riempire le varie caselle di materiali. Ci penseranno poi il tempo ed eventualmente i riscontri di autore/autori e lettori (con le rilevazioni statistiche e con i Commenti) a suggerire aggiustamenti e correzioni. I vantaggi sono tantissimi, rispetto a partire da zero con la costruzione del tutto autonoma dalla piattaforma tecnica, e non solo perché si saltano i passaggi dell'impaginazione, dei caratteri, delle colonne, potendo contare su una grafica consolidata e familiare anche ai lettori. Ma perché si ha costantemente il confronto virtuale col sito mainstream, da cui eventualmente staccarsi, o a cui fare da complemento critico, a piacere. Il termine “complemento” non tragga in inganno: l'autonomia è totale, una volta accettato il patto iniziale di massima su struttura e temi di massima. Il resto è interesse e un po' di lavoro materiale per riempire e arricchire via via questa struttura, renderla particolare e riconoscibile, farla coincidere con un progetto esplicito e chiaro.

Stefano Fatarella
un contributo da manovale e consigli per i soldi

Caro Edoardo ho appena letto il tuo scritto. Anche se non potrò venire a Verona - per me è un troppo faticoso un impegno di poche ore e non me la sento di venire in treno - penso che potrei dare/proporre il mio piccolo contributo concreto come "manovale", ovviamente dopo un corso di aggiornamento adeguato da parte tua o altri. Si tratta del lavoro di collegamento tra il nuovo sito e il vecchio con l'inserimento nelle cartelle del rinvio alle omologhe cartelle del vecchio sito. Devi pensare al mio stato però. L'aiuto me la sento di darlo con passione ma devi considerare che non sono nelle condizioni di garantire una continuità quotidiana, serale per lo più. Parafrasando: slow job.

Per quanto riguarda il sostentamento finanziario pensavo che forse si potrebbe o battere cassa, o creare un rapporto aperto ma libero con alcune amministrazioni pubbliche disposte solamente a sostenere eddyburg in una visione liberale e di sostegno culturale-politico nel senso più sereno. Mi venivano in mente la Marson e la Puglia. Ma penso anche a fondazioni come la Olivetti. Capisco però che pecco di ingenuità o di visioni da boy-scout.

Paola Bonora
purtroppo sarò assente

ciao Eddy, non riuscirò a essere all’incontro del 19,[…]. Mi spiace perché continuo a ritenere eddyburg uno strumento formidabile di informazione, confronto e critica; i giovani ne sono i fruitori più entusiasti. Non so cosa tu abbia in mente, ma non cambiatelo troppo, le modalità comunicative e la sua stessa grafica sono consolidati e orami amichevoli, cambiamenti troppo importanti rischiano di alterare la positiva liaison con i lettori. Seguirò in remoto dai resoconti che pubblicherete.

Antonello Sotgia
Consigli e desideri, di sostanza

Ciao Eddy,

nel ricevere il tuo “ragionamento” su eddyburg penso che il mio contributo non possa che essere pensato all’interno del mio ruolo di lettore. Il tuo sito è, infatti, una delle pagine che seguo quotidianamente. Quei fogli che mi servono, oltre che a darmi notizie ed informazioni, ad interloquire, seppure in forma indiretta, con chi li propone ad iniziare, nel caso di Fb, dalla “selezione” degli articoli postati. A volte, così, mi domando perché non compaia un pezzo che magari ho letto pochi attimi prima sul “manifesto” o perché tu abbia trovato significativo riportare quell’articolo che io avevo deliberatamente “saltato” da La Repubblica. Insomma sono un lettore che, ponendosi questo tipo di domande, ricostruendo la tua quotidiana “cartografia” della notizia, riconosce innanzitutto il tuo ruolo di proponitore “monocratico”. Non essere altrimenti avendo scelto le voci, i “tags con cui intervenire nel grande mondo della comunicazione sociale. Il ragionamento di oggi tra l’altro costruisce il percorso di ricostruzione e animazione del sito. Grazie. Ora indichi tre punti di interesse (l’antinomia lavoro/ambiente, la città,il lavoro in una società più, perché più? e non tout-court equa, durevole e umana?) e al tempo stesso ci fornisci una chiave capace di tenerli tutti insieme parlando di “condizione urbana”. Da lettore - lo so è molto, ma ci hai abituato ad essere esigenti - ti chiederei di aiutarci a riflettere su questo tema che reputo essenziale per capire il nostro abitare nella crisi e, aggiungo, nella fase critica dell’egemonia neo-liberale.

Un tentativo potrebbe forse essere rappresentato dal trasformare, almeno per una serie di articoli e/o opinioni, scritti specifici) le tue “postille” in una sorta di un lungo titolo (mini-mini editoriale massimo dieci righe) in cui il “monocratico redattore” presenta la scelta del pezzo all’interno di un ragionamento continuo sulla condizione urbana. Questo potrebbe portare a raccogliere altri contributi dando vita ad una sorta di “talk” di discussione che magari oggi avviene, facendo rimbalzare opinioni espresse anche su eddyburg, in altri siti perdendo così inevitabilmente quel carattere continuativo di ragionamento proprio ad una comunità allargata come quella che sei riuscito a creare.

Nel ringraziarti per avermi mandato l tuoi ragionamenti e rendendomi conto della limitatezza delle mie osservazioni al lavoro tuo e dei tuoi collaboratori ed opinionisti, ti faccio i migliori auguri per la tre giorni della scuola che purtroppo per me coincidono con un paio di giornate “ romane” che anche con i temi da voi discussi interloquiscono. Un abbraccio e grazie

Dusana Valecic
più attenzione all’Europa

Caro Eddy, grazie per il documento. Esauriente sul passato, con proposte per il futuro, chiaro, "umano" e stimolante.

A Sezano non potrò esserci. E mi dispiace, perché affrontare il tema previsto è oggi più che mai necessario. Sovracomunità, aree metropolitane, una visione e una pianificazione di area vasta sono esigenze concrete, ormai ineludibili. L'Italia è in straritardo rispetto al dibattito internazionale e allo specifico contesto europeo. La percezione del problema si sta diffondendo, le istituzioni cominciano a porvi attenzione, ma spesso in modo distorto, limitato e comunque tra le tante confusioni e i vuoti del sistema legislativo e delle ipotesi per il futuro. Ottima quindi l'iniziativa, tanto più perchè portata avanti da chi, come te con Vezio, è da anni che segue la questione e ne conosce bene la storia.

Da parte mia, come sai, sono concentrata su quell'aspetto particolare dell'area vasta che riguarda i territori transfrontalieri, a partire ovviamente da Trieste con le aree contermini della Slovenia e della Croazia. E' qui che registro l'arretratezza culturale, la pigrizia e e l'incapacità politica a programmare e a fare, bene e sul serio. Qualcosa si muove, ma piano piano, con eccessiva timidezza, e spesso resta alle troppo facili enunciazioni di principio. Il prossimo Piano regolatore comunale ne sarà il banco di prova.

Per quanto riguarda Eddyburg, non sto facendo niente da un sacco di tempo. Perciò, esprimermi a proposito, imbarazza. Sulle tecniche informatiche, sono incapace di dire alcunché; sui contenuti, vedo il notevole impegno tuo, di Fabrizio, Maria Pia, Ilaria, Mauro; e, in considerazione di questo, criticare o aggiungere qualcosa (senza poter garantire di lavorarci personalmente) mi sembra fuori luogo e se non altro fastidioso.

Tuttavia - cogliendo il tuo accenno all'esigenza di un maggiore sguardo internazionale da parte di Eddyburg (oltre al già molto fatto da Fabrizio); considerata, tra le altre, la finalità formativa che si propone; dato il tanto parlare di Europa e spesso a sproposito; in vista altresì delle ormai vicine elezioni per il parlamento europeo (in una situazione di disinformazione diffusa nonché di crescente antieuropeismo) - ritengo che una voce del sito dovrebbe essere dedicata per l'appunto all'Europa, all'Unione europea, ai suoi compiti, a quanto si sta discutendo in quella sede con riguardo specifico al territorio, alla pianificazione (e alle decisioni comunitarie che, settoriali e non direttamente pertinenti, comunque vi incidono), ai sistemi di governance, a quanto infine viene fatto negli altri Paesi (esempi positivi, ma anche - ovviamente - con una valutazione critica sui risultati conseguiti).

Maria Cristina Gibelli e Camagni sanno molto; io, qualcosa (per il mio ambito di vita, la curiosità e simpatia per i luoghi di confine, per la connaturata avversione per le frontiere, anche quelle mentali, che la frequentazione con il Baden-Württemberg non fa che alimentare). Su questo mi posso impegnare (non in modo continuativo, ma tuttavia sulla base di un programma che possiamo definire).

Ti abbraccio e buon lavoro a tutti

Il tema metropolitano, o meglio del raggio d'influenza e interazione diretta di un nucleo rispetto ad un bacino territoriale locale, e viceversa, nasce in pratica contemporaneamente alla città moderna. Ma è solo con l'affermarsi del suburbio automobilistico-telefonico novecentesco che iniziano davvero a mescolarsi i fattori di efficienza economica, di identità dei cittadini, così come li conosciamo ancora oggi. E insieme a emergere le due questioni fondamentali di tendenziale coincidenza fra circoscrizioni amministrative e organi di programmazione e governo dei servizi e dell'assetto del territorio. In Italia, idealmente, possiamo anche fissare una data precisa a segnare questo avvenuto passaggio, dalla abbastanza netta distinzione fra città e contado, all'era dei flussi, dei bacini di pendolarismo contemporanei, dell'identità metropolitana. Il 21 settembre 1924 un corteo di auto guidato da quella del Re e della Regina, inaugura alla periferia nord-occidentale di Milano la prima autostrada nazionale, forse del mondo: corsie veloci riservate senza attraversamenti a livello, che consentono grazie al progetto dell'ingegner Puricelli ai pochi fortunati automobilisti dell'epoca di raggiungere in una manciata di minuti località che sino a quel momento richiedevano molto, ma molto di più.

Si tratterebbe a prima vista di un evento solo mondano, tecnologico, l'ennesimo primato nazionale destinato a far al solito brillare per un istante la classica creatività italiana, ma c'è molto di più di quanto non salti all'occhio. Lo sa cogliere benissimo un attento osservatore dei problemi della casa e del territorio come Alessandro Schiavi, da tempo attivo nel movimento per l'abitazione popolare e i quartieri giardino: con l'autostrada si rendono i borghi dell'ex contado raggiungibili non solo ai pochi signori dotati di automobile privata, ma anche agli interessi di cui sono rappresentanti. Se alla ferrovia ci sono volute generazioni per indurre un certo decentramento insediativo, con l'accoppiata automobile-arteria di scorrimento veloce territoriale nel giro di pochi anni potrà ripetersi, su scala e ritmi inauditi, la medesima proliferazione di case, impianti industriali, servizi, stavolta liberati anche dalla necessità di restare prossimi allo scalo, perché alla mobilità locale basta far conto sulle antiche strade campagnole, magari risistemate dai comuni (Cfr. “Autostrade e Urbanesimo”, La Casa, febbraio 1925). La parola sprawl non è stata ancora coniata, ma i presupposti ci sono tutti.

Schiavi è anche certo di aver abbastanza chiaro l'antidoto tecnico e istituzionale al problema della dispersione: un piano territoriale grande quanto l'estensione dei fenomeni, redatto e gestito da un ente di governo (presumibilmente di tipo provinciale) commisurato; oppure, in un percorso ascendente, una associazione di governi locali redige un piano regolatore intercomunale per il medesimo bacino, o per altri individuati, dal problema o dalla sola disponibilità di cooperazione. Si ispira ai comitati congiunti del primo Town and Country Planning Act 1922 britannico, ma anche in Italia la sovracomunalità inizia a muovere i primi passi anche nelle istituzioni. Ad esempio nel bando per il concorso del piano regolatore di Milano, redatto quando ancora assessore all'edilizia è Cesare Chiodi, nel 1925, si prescrive ai partecipanti di includere nell'elaborato anche uno schema regionale, redatto a partire da dati statistici e osservazioni su infrastrutture e insediamenti. Ancora, la legge sul turismo istitutiva delle Agenzie Locali di Soggiorno, accogliendo alcune istanze di conservazionisti e operatori economici, spesso animati dal Touring Club, introduce la possibilità veri e propri piani regolatori urbanistici sovracomunali, estesi su un bacino corrispondente a quello di fruizione turistica da tutelare in quanto tale, a regolamentarne le trasformazioni. Su questa base ad esempio verrà approvato quello per il Terminillo, località sciistica dei romani. Con criteri tecnici molto più evoluti, ma con obiettivi tutto sommato identici, a metà anni '30 un gruppo di razionalisti milanesi coordinati dal giovane Adriano Olivetti proporrà il cosiddetto Piano Regionale della Valle d'Aosta.

In assenza sia di una riforma degli enti locali (fa eccezione la breve parentesi del distretto speciale del Governatorato di Roma), sia di una legge generale urbanistica, le sperimentazioni devono restare nell'ambito dei convegni, dei concorsi, delle estemporanee proposte. Gli obiettivi parrebbero abbastanza chiari ad esempio a Gustavo Giovannoni, che in un breve saggio dall'asciutto titolo “Questioni Urbanistiche” (l'Ingegnere, gennaio 1928) ritiene assolutamente irrinunciabile la scala sovracomunale del piano, a cui devono informarsi poi tutte le scelte a scala cittadina e di quartiere. Quell'articolo di fatto costituirà poi la traccia su cui si costruiranno prima i bandi di concorso tipo del neonato INU per le città italiane almeno fino a fine anni '30, sia le linee di lavoro delle commissioni di forma della legge urbanistica.

Virgilio Testa è l'estensore materiale del primo progetto di legge generale urbanistica italiano, presentato e poi ritirato nel 1933 per motivi di equilibrio politico. L'esperienza di Testa come giurista, tecnico e amministratore, è già passata attraverso il citato Governatorato di Roma, e quindi gli risulta ben chiaro il rapporto fra ente di governo del territorio e pianificazione coordinata. Una rapida rassegna internazionale delle esperienze in corso in questo difficile campo gli consente in un lungo contributo di delineare la “Necessità dei piani regionali e loro disciplina giuridica” (Urbanistica marzo 1933), nonché di sottolineare quanto questa disciplina dipenda moltissimo dal contesto socioeconomico-politico in cui si collocano. Ovvero dal volontarismo a propulsione pubblico-privata del Regional Plan di New York, che aveva pubblicato la prima rassegna di studi da pochi anni, ai citati comitati congiunti della legge britannica, in corso di perfezionamento negli studi di Raymond Unwyn applicati alla Greater London, in via di definizione, al modello piramidale dello schema direttore per la regione parigina, e via dicendo.

Nè va dimenticato che in questi stessi anni la scuola sociologia di Chicago elabora le prime teorie identitarie di area vasta, che aprono a sviluppi straordinari per il futuro, come la Metropolitan Community (Roderick McKenzie, 1933) anticipatrice del futuro forse più noto agli urbanisti technoburb di Robert Fishman. Il dibattito urbanistico italiano però prosegue con le proprie idee del tutto autonome di bacino territoriale ideale. Chiarissima testimonianza di questo mancato incrocio fra gli aspetti gestionali e tecnico-scientifici, il caso della bonifica integrale pontina, riconosciuta anche a livello internazionale come caso emblematico di regional planning, che però non trova riscontro in quanto tale nella nostra pubblicistica di settore, forse perché gli incarichi professionali degli architetti-urbanisti INU riguardano i progetti delle città di fondazione, dalla Littoria di Oriolo Frezzotti alla elegante Sabaudia dei giovani razionalisti guidati da Luigi Piccinato. Per tutti gli anni '30, e oltre fino all'approvazione della legge del 1942 che introduce sia il piano territoriale che quello intercomunale, riflessioni e sperimentazioni disciplinari sembrano prescindere dal problema del bacino e dell'ente. Caso unico, quello del piano intercomunale elaborato da Luigi Dodi nello stesso 1942 per un bacino omogeneo nell'area delle Groane, a nord di Milano lungo il fiume Seveso: la definizione del gruppo di comuni è resa quasi automatica dalla loro appartenenza al medesimo organismo locale del Partito Fascista, che risolve così a monte eventuali conflitti fra le amministrazioni.

La vera novità arriva però da una proposta più organica e comprensiva, per quanto ancora solo teorica, nel momento di passaggio fra il decaduto stato autoritario e la futura repubblica democratica delle autonomie. Tutto inizia con alcuni studi dei giovani urbanisti piemontesi Giovanni Astengo e Mario Bianco, dedicati all'individuazione dei cosiddetti bacini alimentari locali, in fondo qualcosa di piuttosto simile a quanto oggi superficialmente definiremmo chilometro zero, anche se con un approccio assai più serio e sistematico. Il lavoro che pubblicano col significativo titolo Agricoltura e Urbanistica (Vigliongo editore, 1946) si inserisce in un progetto organico di redazione del cosiddetto Piano Regionale Piemontese, che vedrà la luce pubblicamente per la prima volta sulle pagine della rivista di Bruno Zevi, Metron (n. 14, 1947). Questo piano regionale, si badi bene elaborato per una regione che esiste solo com entità geografica e storica, affronta proprio prima di tutto la sua articolazione in bacini unitari dal punto di vista delle risorse, della società, dell'economia, dell'identità e rappresentanza. Bacini che, a partire dalla totale o parziale o potenziale autosufficienza alimentare, sappiano poi aggregare appunto aspetti di sviluppo industriale, di integrazione infrastrutturale, di partecipazione democratica alle nuove istituzioni che si vanno formando nell'Italia del dopoguerra. Si chiamano comprensori, queste unità territoriali, e il Piano Regionale Piemontese verrà proposto ai lavori della Assemblea Costituente, in corso. Con l'attenzione scarsa o nulla che il senno di poi ci suggerisce.

La stagione di dibattito successiva da un certo punto di vista ricalca la separatezza già notata negli anni '30, fra una certa vivacità nell'elaborazione teorica degli urbanisti, nel periodo dei grandi convegni INU, o dell'elaborazione ancora coordinata da Astengo, dei Criteri per la Redazione dei Piani Territoriali, promossa dal Ministero dei Lavori Pubblici (1952). Ma dal punto di vista delle riforme istituzionali a questa vivacità non pare corrispondere la dovuta attenzione, se in uno dei convegni ideologici che il partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, tiene periodicamente al Passo della Mendola, alcuni prestigiosi amministrativisti bollano la legge urbanistica del 1942 come “idea di alcuni architetti”. A rimarcare una sorta di vera e propria schizofrenia, quanto in buona fede non è dato di sapere.

Qualche spunto di sintesi in più sembra offrirlo l'antico “percorso complementare ascendente” già delineato da Alessandro Schiavi nel 1925, ovvero l'associazione delle amministrazioni locali per un piano intercomunale. Al convegno tematico INU convocato nel 1956, l'anziano Virgilio Testa proverà ad avvisare i partecipanti: attenzione, signori, che l'istituto previsto dalla legge nazionale altro non è che un modo per aggirare la complessa procedura di aggregazione dei comuni contermini. Ovvero, Testa non può che provare simpatia per i tentativi di volare alto della disciplina del piano, di stiracchiare di qua e di là l'articolo 12 della legge per supplire ad altre carenze, ma avverte del rischio di finire con un buco nell'acqua. Cosa che da molti punti di vista si verificherà puntualmente: la pur lunga stagione della cosiddetta pianificazione intercomunale produrrà una grossa mole di studi teorici, parecchi convegni, qualche gesto di buona volontà istituzionale. Ma nulla di più, se si esclude l'avvio di alcuni processi di monitoraggio sistematico delle dinamiche di certi territori metropolitani.

Si attraversa così tutta la fase della programmazione economico-territoriale conclusa con il varo delle Regioni a statuto ordinario, con incredibile ritardo rispetto alle decisioni della Costituente, e con esiti, almeno rispetto alle enormi aspettative, del tutto deludenti. Di lì a poco torneranno, stavolta istituzionalizzati, i comprensori, bacini territoriali omogenei o potenzialmente tali, che dovrebbero essere anche la traduzione delle antiche aspirazioni del dopoguerra, ma basta a stigmatizzare la realtà il breve commento di Giovanni Astengo nell'editoriale di Urbanistica 57 (1971): davanti alla indeterminatezza e disinvoltura di approccio “si è colti da capogiro”. Malessere destinato a prolungarsi negli anni successivi, come scopriremo.

Alcuni dei testi citati in queste note sono liberamente disponibili online nella sezione Glossario/Urbanisti Urbanistica Città di Eddyburg Archivio; altri ancora in Mall/Antologia

Il tema dell’intervento era: Quali risorse per lacittà pubblica in una dimensione di area vasta: punti fermi, ipotesi,alternative. Ecco un sommario dello svolgimento.

Le sfide per il sistema urbano poste dai documenti europei. Necessitàdi rilanciare investimenti pubblici e attenzione sulla città, necessariamentealla scala “pertinente”, cioè di area vasta. Il catalogo dei modi con i qualisi può pagare le spese di governo delle città, in generale e, in modoparticolare, nella dimensione di area vasta e metropolitane. La via maestra: la tassazione dei plusvalori derivantidalle trasformazioni urbane: un principio stabilito in modo significativo dalla Constitutiònspagnola del 1978, ampiamente motivato da ragioni d’ordine giuridico edeconomici applicato in modo del tutto marginale in Italia in modo moltovariabile da città a città. Le diverse strade possibili per distribuire trapubblico e privato i plusvalori. I fondi strutturali europei.Un modello dicalcolo del plusvalore recentementeapplicato che rivela i valori elevatissimi della rendita ottenuta, einteramente trattenuta, dagli immobiliaristi in tre casi di interventi“virtuosi” nell’area romana.

Allegato il file in formato .pdf.

1. Le regioni non risolvono tutto il problema dell’area vasta

Fabrizio ci ha condotto fino alle soglie dell’entrata in vigore dell’ordinamento regionale, avvenuto all’inizio degli anni 70 del secolo scorso. Previste dalla Costituzione del 1947 quali istituzioni della Repubblica, elettive di primo grado (cioè con organi eletti direttamente dai cittadini), sottordinate allo Stato e sovraordinate alle province e ai comuni, le regioni a statuto ordinario[1] furono concretamente elette solo nel 1970. Il trasferimento dei poteri e delle strutture pubbliche dallo Stato alle regioni avvenne negli anni successivi, e coincise con la fase statutaria delle singole regioni e con la successiva fase di lavoro delle neocostituite regioni, per concludersi – dopo un periodo di conflitto giurisdizionale tra Stato e regioni – con l’ultimo dei decreti delegati: il Dpr 616 del 1977.

Come sapete l’urbanistica è “materia” che la Costituzione affidava la competenza alla Regione (articolo 117). Cultura e politica erano concordi nell’attribuire alle regioni due responsabilità molto vicine tra loro: la pianificazione territoriale e la programmazione economica. L’una e l’altra in connessione molto stretta con la responsabilità e la competenza statale. Più precisamente, la programmazione economica regionale era sottordinata rispetto a quella nazionale, per la pianificazione territoriale era generalmente considerata una competenza regionale. Solo l‘articolo 81 del Dpr 616/1977 introdusse il criterio di un livello di pianificazione nazionale, affidato allo Stato, il quale avrebbe dovuto definire, anche prescrittivamente, “i lineamenti generali dell’assetto del territorio nazionale” [2]

Molte erano le speranze che cultura e politica attribuivano alla possibilità e capacità delle regioni di correggere le distorsioni che si erano prodotte nell’uso del territorio, e nell’impiego degli strumenti coordinati della programmazione economica e della pianificazione del territorio. Ma nella catena di comando che governa il processi di trasformazione del territorio i ruoli essenziali - sul versante del potere pubblico – spettano allo Stato, che decide sui grandi interventi infrastrutturali e sulla tutela del paesaggio e dei bani culturali, e al Comune, che regola le specifiche trasformazioni urbanistiche ed edilizie dei territori. Competenze solo residuali spettavano alla Provincia, quarta istituzione territoriale elettiva di primo grado prevista dalla Costituzione.

Già nella prima fase dell’attività delle regioni si comprese che molte ragioni (le drastiche trasformazioni dell’habitat dell’uomo in seguito ai grandi processi di trasformazione operato dalla distruttiva spontaneità del “mercato” negli anni Cinquanta e Sessanta, l’emergere di nuove esigenze e necessità nell’uso del suolo e nell’impiego del tempo dei cittadini, rendevano necessario) rendevano indispensabile individuare un livello di pianificazione intermedio tra la Regione e il Comune.

2. Il tentativo del Comprensorio

Vari tentativi furono compiuti, legati tra loro da un nome comune: il “comprensorio”. Con questo termine si intendeva un ambito territoriale nel quale era necessaria una pianificazione unitaria per raggiungere un adeguato livello di funzionalità nel soddisfacimento delle esigenze della popolazione (in quegli anni l’immaginario urbano egemonico era quello che oggi definiamo “la città dei cittadini”, e non quello della “città della rendita”: quest’ultima era denominata “speculazione”, senza riferirsi a quella dei filosofi). Ma la pianificazione come la si intendeva in quegli anni doveva essere non solo “pubblica”, ma anche “democratica”.

Quindi, dato che la democrazia, nonostante le ventate dei primi anni Venti e degli anni ’68-69, era considerata unanimemente quella delle istituzioni elettive, l’autorità cui doveva essere attribuita la responsabilità della pianificazione doveva fa riferimento al Comune o alla Regione. Furono tentate diverse strade. alcune esperienze (come ad esempio quella piemontese, gestita da Giovanni Astengo) vedevano il piano comprensoriale come emanazione delle regione, in altre regioni si tentò invece la strada del comprensorio come ente elettivo di secondo grado: cioè come istituzione eletta a sua volta dai singole istituzioni che erano comprese nel relativo ambito territoriale. Nel primo caso, i comuni non accettavano l’intromissione della regione in una loro storica competenza, nell’altro caso l’organo comprensoriale non si trovava mai un accordo, poiché ogni rappresentante si sentiva rappresentante degli elettori del “suo” comune, e non dell’intera cittadinanza dell’ambito territoriale comprensoriale.

Purtroppo non mi risulta che il dibattito di quegli anni sia stato analizzato e raccontato come Bottini ha fatto per il periodo da lui studiato. Occorre dire che è un compito reso particolarmente difficile per il problema delle fonti, che sono la base di ogni ricerca. La discussione, anche specialistica e di merito, nella quale maturavano le decisioni in quegli anni non riguardava solo in quegli anni, il livello accademico: la cultura delle università e degli istituti culturali dell’urbanistica o delle scienze politiche o giuridiche, a esso partecipava anche il mondo della politica vera e propria: delle amministrazioni pubbliche e dei partiti politici. Quindi è a un insieme più vasto di archivi quello cui bisognerebbe ricorrere – oltre che allo strumento delle testimonianze durette. Un lavoro che, se ne avessimo i mezzi, sarebbe bello intraprendere nell’ambito di eddyburg.

Per risolvere il problema della pianificazione d'area vasta, dato l'inscindibile nesso tra pianificazione e democrazia, la soluzione logicamente più ragionevole sarebbe stata la modifica della Costituzione e l’introduzione in essa, accanto al Regione, alla Provincia e al Comune di una quarta istituzione: il comprensorio. Questo termine, e i suoi contenuti tecnici, erano già presenti nel dibattito culturale, come del resto la possibilità di utilizzare la Provincia. Ma la strada della modifica costituzionale sarebbe stata lunghissima: allora, a differenza di oggi, tutti erano convinti, giustamente, che la modifica della Carta su cui si regge la nostra democrazia richiede molto tempo, molta ricerca, molto consenso.

Nel ragionare sull’argomento nell’ambito di Urbanistica informazioni (la rivista che avevo fondato e allora dirigevo) ci venne un’idea. Eravamo nella fase in cui il recupero edilizio e urbanistico era di moda. Ed era maturata, quasi contemporaneamente, una fioritura di suddivisioni del territorio in una serie di recinti amministrativi ciascuno dedicato a un determinato settore, o problema, o esigenza: dalla scuola alla salute, dalle bonifiche ai trasporri, dalla casa alle decisioni. comunali Era nata una grande confusione nel vasto campo delle decisioni nell’area tra la Regione e il Comune. Giulio Carlo Argan, sindaco di Roma, quando gli spiegarono la situazione esclamò: «Ho capito, l’Italia è diventata un gigantesco campo di decentramento. Era maturata d’altra parte la convinzione del fallimento dell’esperienza dei comprensori, in ciascuna delle formule tentate nella prima fase di lavoro delle regfioni. Perché non proponiamo – ci dicemmo nella redazione di Urbanistica informazioni - di tentare la strada del “recupero delle istituzioni esistenti? Demmo questo titolo a un articolo che scrisse Vezio De Lucia come editoriale del n. 39 della rivista. [inserire brani ]

3. Il recupero della provincia

Si aprì una discussione ampia, che condusse all’idea, entrata poi nella legge 142/1990, di recuperare la Provincia, istituzione, elettiva di primo grado, già prevista nella Costituzione, rivedendone con legge ordinaria le funzioni, le responsabilità e iconfini.

Anche ragioni spiccatamente territoriali spinsero allora in questa direzione. Ricordo che Gigi Scano insisteva spesso sui criterio in base al quale le province italiane erano nate e si erano conformate.

Negli ordinamenti di radice napoleonica, dai quali le province italiane sono nate, si era proceduto in questo modo. Tenendo conto delle tradizioni locali e dei variegati legami tra città e contado, si erano tracciati i confini delle province sulla base di ragionamenti che, letti con gli occhi del nostro tempo, appaiono squisitamente territoriali: la distanza che può percorrere in un giorno un signore che deve recarsi in carrozza al capoluogo per pagare le tasse, o uno squadrone di gendarmi a cavallo per ripristinare l’ordine turbato: Aveva contato anche il senso di identità che derivava dall’appartenenza della popolazioni abitante a un determinato “contado” o dal legame funzionale a un medesimo capoluogo.

Con la Costituzione repubblicana le province – fino ad allora emanazioni periferiche del governo centrale, erano diventate istituzioni rappresentative elettive di primo grado, e le loro funzioni si erano già arricchite in vari settori, dall’agricoltura alla gestione del selvatico, dalla salute alla scuola.

4. L’invenzione della Città metropolitana
Il lungo dibattito, aperto all’indomani dell’entrata in attività delle regioni, ebbe la sua conclusione nella legge 142 del 1990. I problemi di fondo che si affrontavano erano riducibili a due: (1) come dotare il livello intermedio della pianificazione (chiamamolo, se volete, pianificazione di area vasta) di un assetto democratico e di una reale capacità di “governo”; (2) come tener conto delle differenti situazioni territoriali nell’organizzazione territoriale dell’habitat dell’uomo. Ai due estremi: gli aggregati continui di aree urbanizzate ed edificate, unificati sia dalla continuità fisica e morfologica sia dalla ricchezza e complessità delle relazioni interne

I due problemi vennero risolti attribuendo nuovi poteri alle province a individuando alcuni ambiti territoriali nelle quali era necessario che alle province fossero assegnate anche alcune competenze fino ad allora appannaggio dei comuni: le Città metropolitane

Queste furono “inventate” appunto per tener conto delle differenti connotazioni territoriali delle aree più dense nei confronti di quelle quelle meno dense. Di assicurare insomma il governo in quelle che le scienze sociali e quelle territoriali hanno denominato “aree metropolitane” e nelle altre. Il problema appariva ed era complesso per più d’un motivo.

I poteri propri del governo d’area vasta in quelle parti più dense e attive del territorio non potevano consistere solo in una pianificazione “a maglie larghe”, né solo in una serie di decisioni prese in riferimento ad archi temporali ampi, dovevano estendersi al campo delle decisioni operative e di breve periodo: nella gestione. Occorreva quindi che l’istituzione d’area vasta avesse competenze e poteri più incisivi e diretti di quelli che si potevano attribuire a una provincia: dovevano assorbire anche una parte delle competenze fino ad allora attribuite al Comune.

Il legislatore decise allora di individuare alcune aree del paese nelle quali le condizioni di fatto, o il progetto di territorio che si voleva realizzare, rendevano necessaria un’azione più penetrante di decisione e di gestione di determinate politiche: un’azione fino ad allora affidata alla competenza della pianificazione urbanistica comunale. Nei comuni che ricadevano in questi ambiti territoriali si decise quindi di attribuire alle ex province la denominazione di “città metropolitane” attribuendo a esse, oltre ai poteri attribuiti alle province, anche una partire dei poterei dei comuni.

Vorrei sottolineare che nella stessa nomenclatura la legge distingueva due realtà diverse, una distinzione che invece fin da allora nelle discussioni dell’accademia non si riuscì a cogliere: le “aree metropolitane” (articolo 17), come ambiti geografici entro i quali era necessario applicare un particolare tipo di governo territoriale, e “città metropolitana” (articoli 18 e segg), come istituzione, come strumento cui affidare il governo[3].

5. Un’altra invenzione: le municipalità

La costituzione della CM come una nuova unità politico amministrativa sovraordinata ai comuni, che originariamente erano protagonisti del governo locale poneva però, o accentuava, un altro problema.

Nel caso della Provincia il rapporto tra l’ente sovraordinato e i comuni non era sostanzialmente modificato rispetto al passato, la pianificazione “a maglie larghe“ era sentita più come un ragionevole coordinamento che come un’ingerenza nell’autonomia comunale, e per di più c’era una storia che era servita spesso a definire una “identità” di quella parte di territorio.

Nel caso della città metropolitana invece una parte delle competenze comunali venivano spostate da comune alla C M. Una creazione artificiale, recente, priva di collegamento con le storie locali e quindi ancora priva di identità. Per di più si sarebbe pesantemente rafforzato lo squilibrio tra il comune capoluogo e gli altri comuni: i numeri, che in un regime democratico pesano molto, avrebbe reso dominante il peso del capoluogo nelle sedi decisionali.

La scelta che venne compiuta fu allora di partire dall’esperienza delle “circoscrizioni”[4]; quella cioèdi suddividere i comuni capoluoghi in più unità amministrative, i “municipi”, di denominare “municipi” gli altri comuni compresi nella CM. Di fatto, quindi, l’articolazione subregionale delle istituzioni territoriali sarebbe stata Provincia e Comune in alcune parti del paese, CM e Municipalità in altre parti.

6. Perché l’attuazione della riforma del 1990 si insabbiò?

Perché la riforma del 1990 è stata attuata solo per una parte, e per di più solo nella fase iniziale?

In effetti, le municipalità sono state costituite, credo in tutte le grandi città, e sarebbe interessante analizzarne il funzionamento. Molti piani provinciali sono stati redatti, adottati e approvati, e sarebbe utile farne un elenco e una schedatura critica, così come sarebbe utile approfondire le ragioni della mancata valorizzazione dei risultati raggiunti. Credo comunque che la causa principale sia individuabile nel generale processo di delegittimazione sia della pianificazione come metodo e strumento dell’azione pubblica sul territorio sia, più in generale, del ruolo dei poteri pubblici, un processo avvenuto in Italia a partire dagli anni Ottanta nel quadro del trionfo planetario del neoliberismo. .

La parte della riforma che non ha visto neppure l’inizio della sua attuazione è stata quella della città metropolitana: proprio quella delle aree dove un forte governo pubblico delle trasformazioni sarebbe stato più necessario. La mia opinione – certamente parziale - è che la politica, se aveva affrontato il problema nel verso giusto, nel suo versante legislativo, una volta definita la norma non era stata capace di attuarla. Di fatto istituire le città metropolitane avrebbe comportato una redistribuzione dei poteri locali nei partiti e tra i partiti, avrebbe turbato l’equilibrio collusivo tra gli interessi (di gruppo, di clan, di clientela, di corrente) raggiunto e consolidato. Il degrado della politica spiega forse anche il fatto che alcune parti della riforma (le municipalità e le province) nella prima fase sono state utilizzate: entrambe offrivano occasioni d’impegno (e d’impiego) per il personale politico-amministrativo che doveva essere rimosso dal suo precedente ruolo. La rottamazione dei membri dell’apparato che danno fastidio non è un’invenzione del giovane Renzi.

Così, mentre – non cogliendo le potenzialità del nuovo ruolo della provincia la politica ha visto questa istituzione come il luogo dove collocare gli amministratori e i legislatori di livello B, si è del tutto rinunciato ad affrontare il problema nelle aree più calde del paese: appunto, le aree metropolitane. La “stabilità” degli equilibri raggiunti era già divenuto un mantra, e non bastò l’inclusione della Città metropolitana nella Costituzione novellata del 2002 a svegliare la politica dal suo letargo.

Ma le esigenze che la realtà pone non sono eludibili. La necessità di un governo di area vasta non è cancellabile. Essa imporrebbe di rivedere l’intero assetto degli equilibri amministrativi. Ma è probabilmente divenuto pensiero corrente che le aree “deboli” possono essere abbandonate al loro degrado, le aree “forti” no. Si possono cancellare le province (non senza ragioni, visto l’uso che la classe politica ha saputo farne), ma le parti del territorio dove si addensano le ricchezze attuali e potenziali e più forti insorgono le tensioni sociali, lì no. Là si deve intervenire, subito. Come? Lo capiremo meglio quando Barbara avrà svolto il suo intervento. E meglio ancora domani, quando nella mattinata gli interventi di Chiara Sebastiani, Maria Cristina Gibelli e Roberto Camagni ci avranno chiarito gli altri aspetti del contesto, e quando nel pomeriggio saremo stati informati dei i temi emergenti a livello locale nelle “città metropolitane” obbligate dalla legge a partire.

7. conclusioni inconcludenti

Vorrei concludere enunciando qualche punto fermo che propongo di dare per acquisito e qualche tema su cui discutere oggi e nei prossimi giorni.

Punti fermi:

necessità della pianificazione d’area vasta

necessità di praticare la pianificazione come metodo di governo democratico, quindi in stretta connessione con gli istituti della democrazia, a tutti i livelli

necessità di affrontare il tema in una visione: a) interscalare; b) interdisciplinare

necessità di utilizzare sia la dimensione verticale che quella orizzontale della democrazia (cfr David Harvey)

necessità di non disgiungere il ragionamento e la proposta sul tema di fondo (il governo d’area vasta in una visione interscalare e interdisciplinare) e l’emergenza (l’agenda delle città metropolitane)

Alcuni punti da discutere:

è giusto mantenere la distinzione tra dimensione geografica (area metropolitana) e dimensione di governo (provincia, città metropolitana)? Secondo me si.

è meglio affrontare la questione privilegiando la strada normativa oppure quella sperimentale? Oppure (come mi sembrerebbe più utile) percorrendole entrambecontemporaneamente?

Come sviluppare il ragionamento /il lavoro di eddyburg sul tema complessivo (in questi giorni e prima dell’iniziativa del 23 novembre, in preparazione di altre iniziative di eddyburg)?

Come sviluppare il ragionamento /il lavoro di eddyburg sul tema d’emergenza (in questi giorni, prima dell’iniziativa del 23 novembre, in preparazione di altre iniziative di eddyburg)?

Soprattutto a quest’ultimo proposito, ricordo le tre aree tematiche in relazione alle quali costituiremo i gruppi di lavoro del workshop finale:

1. Il governo della città metropolitana [come assicurare rappresentatività e partecipazione in una dimensione territoriale alla quale non corrisponde alcuna tradizionale identità/patria]
2. L’agenda: dal consumo di suolo al riuso del già urbanizzato [come evitare il saccheggio dei beni comuni, garantendone usi sociali, e restituire dignità all’iniziativa pubblica]
3. Come attivare le risorse necessarie [rigorosa finalizzazione bilanci pubblici, prelievo del plusvalore delle trasformazioni, riattivazione di economie virtuose: come assicurare il funzionamento della città metropolitana]

ES 15 ottobre 2013



[1] Primaerano state istituite le regioni autonome a statuto speciale, dove peraccordi stipulati nel dopoguerra con glistati limitrofi (Alto Adige-Sudtirol, con l’Austria, Valle d’Aosta (Valléed’Aoste, con la Francia) dove per dareuna risposta positiva a spinte autonomiste (Sicilia e Sardegna)
[2] Il decreto del Presidente della Repubblica 616/ 1977 stabiliva che «Le funzioni amministrative relative alla materia urbanistica" concernono la disciplina dell'uso del territorio comprensiva di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonché la protezione dell'ambiente» (art.80). Il successivo articolo 81 prevedeva la formazione, da parte dello Stato, di un documento di definizione dei lineamenti fondamentali dell’assetto territoriale nazionale. L’articolo fu soppresso dopo le modifiche alla Costituzione del 2002. Il suo contenuto è stato ripristinato con l’articolo 145 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (modifiche del 2008) nel seguente testo: « La individuazione, da parte del Ministero, delle linee fondamentali dell'assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione, costituisce compito di rilievo nazionale, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di principi e criteri direttivi per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali».

[3] Fu per la confusione alle due differenti realtà significate dai due diversi termini che c’erano autorevoli studiosi che proponevano di istituire una città metropolitana comprendente tutto il territorio veneto che va da Venezia a Padova e Treviso)

[4] Le circoscrizionifurono introdotte nel 1975, come istituzionalizzazione delle esperienze deiConsigli di quartiere, introdotti in molte città italiane di media dimensionenei primi anni 60. Erano organismi elettivi di primo grado, con poteri delegatidai comuni.


Le città metropolitane tassello essenziale del governo pubblico del territorio


PREMESSA

Con il decreto legislativo DL 95/2012, convertito con legge 135/2012 le province dovrebbero essere “riordinate” dal governo secondo una complessa procedura nella quale dovrebbero concorrere stato e regioni. Nel frattempo, il 1° gennaio 2014, 10 province (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria) saranno abolite e sostituite da altrettante città metropolitane. Precisamente, le città metropolitane sostituiranno le corrispondenti provincie e assumeranno le funzioni fondamentali in materia di pianificazione territoriale, mobilità e servizi pubblici, oggi ripartite tra province e comuni.

Nell’eddytoriale 159 abbiamo ricordato le ragioni che hanno condotto ad affrontare, fin dai primi anni della formazione delle regioni (1971) il problema del governo d’area vasta e, in questo quadro, all’attribuzione di nuovi compiti alle province e all’invenzione delle “città metropolitane”. In tal modo si era riformato il sistema delle istituzioni democratiche e delle loro responsabilità nel governo delle trasformazioni urbane e territoriali approvando la legge 142/1990, poi largamente disapplicata. Quel disegno fondava il governo del territorio su due principi, fortemente condivisi: l’adozione del metodo della pianificazione urbanistica e territoriale (come nel resto dell’Europa e, dal 1942, anche in Italia) e la democraticità del processo di pianificazione, cioè che questo fosse affidato alla responsabilità e all’iniziativa pubblica e perciò attuato da istituzioni elette dai cittadini. Vogliamo aggiungere che nello stesso periodo si erano precisate le responsabilità delle regioni, quale cerniera tra la dimensione economica e quella territoriale dell’intervento pubblico e ci si era proposti di superare la settorialità nello stesso intervento dello Stato introducendo l’obbligo di definire le “linee fondamentali dell’assetto territoriale nazionale” (DPR 616/1977).

E’ passato un quarto di secolo dalla riforma di quegli anni. Un lungo periodo, durante il quale tutto è cambiato in Italia. Abbiamo attraversato, e definitivamente superato, un ciclo immobiliare di straordinaria lunghezza e intensità, sprofondando in una crisi strutturale che investe tutti i settori produttivi. La geografia delle aree urbane si è ulteriormente modificata, con la formazione di vaste conurbazioni – prive di confini e identità – in molte aree del paese. Il governo delle trasformazioni territoriali è stato travolto, innanzitutto dal velleitarismo federalista (inteso – con un’inversione semantica – come spinta alla separazione anziché all’associazione). Sono stati negati gli stessi presupposti sui quali si basava la riforma del 1990: gli slogan vincenti sono stati “meno Stato e più mercato”, “via i lacci e lacciuoli della pianificazione”, “ciascuno è padrone a casa sua”. Le stesse istituzioni della democrazia rappresentativa sono state deformate spostando il potere dalle sedi collegiali e pluraliste (i consigli e il Parlamento) a quelle di vertice, privilegiando la “governabilità” alla democrazia. Nel tempo stesso la trasformazione del sistema economico (l’affermazione del “finanzcapitalismo”) e la crisi della politica hanno devastato l’idea stessa del governo pubblico. In assenza di una regia pubblica autorevole e lungimirante, si sono sclerotizzati i problemi pregressi e sono rimasti senza risposta i nuovi bisogni sociali, lasciando che i cambiamenti nella struttura economica producessero i loro effetti senza che fossero comprese e valutate le ricadute di lungo periodo. È stato modificato il rapporto tra i diversi livelli istituzionali sostituendo il rapporto diretto Stato-comuni a quello filtrato e mediato dalle istituzioni intermedie, trasformando le regioni in mere agenzie di distribuzione delle sempre più scarse finanze pubbliche.

In vista delle iniziative istituzionali, è quindi necessario riaprire un dibattito ampio, profondo, documentato sulle finalità, le regole, i modi, gli strumenti e gli istituti per un governo democratico del territorio, che parta da una rigorosa analisi delle radici della questione, con particolare riferimento alla dimensione di “area vasta”.

È con questo tema che inauguriamo un nuovo ciclo della Scuola di eddyburg. Il primo passo in questa direzione è un seminario sul tema delle città metropolitane, quasi obbligato dalle scadenze istituzionali. Le città metropolitane sono oggi a un bivio della loro storia. Esse coincidono con le aree più ricche, più dense, più forti del paese e quindi potrebbero essere la prossima terra di conquista per i percettori delle rendite immobiliari e finanziarie. Oppure, potrebbero costituire un laboratorio nel quale muovere i primi passi in direzione opposta, restituendo vivibilità alla «casa della società», recuperando la sintonia perduta con il territorio e la propria storia e rispondendo più efficacemente ed equamente ai bisogni di tutti i cittadini.

DUE INIZIATIVE

Come nella precedente edizione, l’attività della scuola di eddyburg si articolerà in due iniziative. La prima, avente forma seminariale, della durata di tre giorni, avrà luogo a Sezano (VR), al Monastero del Bene Comune, dal 17 al 19 Ottobre.

A seguire, in data da confermarsi, le riflessioni scaturire dal seminario saranno presentate pubblicamente in una tavola rotonda organizzata in collaborazione con la rivista Meridiana, che all’argomento dedica il primo numero del 2014. Un gruppo di esperti e legislatori, saranno invitati a confrontarsi sul tema.

La partecipazione al seminario è gratuita e riservata a chi si iscrive entro il 30 settembre 2013 (o sino a esaurimento posti), secondo le modalità descritte nel modulo predisposto scaricabile da eddyburg.it. Le quote per il vitto e l’alloggio saranno regolate direttamente dai partecipanti con la struttura ospitante.

PROGRAMMA

Giovedì 17 Ottobre

13.30 / Pranzo
14.30 - 15.00 / Registrazione dei partecipanti
15.00 - 15.15 / Introduzione
Mauro Baioni, Ilaria Boniburini, Eddy Salzano
15.30 - 19.00 / Sessione I: Pianificare l’area vasta: il contesto // Interventi e dibattito -Coordina Ilaria Boniburini
La prima sessione ha l’obiettivo di inquadrare la questione delle città metropolitane nel contesto del governo di area vasta, delle modifiche legislative in corso e dei più ampi cambiamenti socio-politici ed economici che hanno trasformato l’Italia per comprendere la complessità e le sfide, anche sul versante della democrazia, del governo delle aree metropolitane. Agli interventi programmati seguirà un ampio dibattito. Intervengono:
Fabrizio Bottini: Sovracomunalità 1925-1970
Eddy Salzano: L’Italia a pezzi: quale pianificazione per ricomporla?
Barbara Nerozzi: L’approdo alla legge 135/2012.
19.30 / Cena

Venerdì 18 Ottobre

8.00 / Colazione
9.00 - 12.30 / Sessione II: Prospettive per pianificare l’area vasta // Interventi e dibattito - Coordina Edoardo Salzano

La seconda sessione ha l’obiettivo di esplorare alcuni concetti, approcci e strumenti per stimolare e orientare la pianificazione di aria vasta e il governo delle aree metropolitane. Agli interventi programmati seguirà un ampio dibattito. Intervengono:
Chiara Sebastiani: Le politiche urbane nel governo d’area vasta.
Maria Cristina Gibelli: Intercomunalità: contaminazione tra coordinamento istituzionale e cooperazione volontaria.
Roberto Camagni: Quali risorse per la città pubblica in una dimensione di aria vasta. Punti fermi, ipotesi, alternative.

12.30 - 13.00 Formazione dei gruppi di lavoro e presentazione degli obiettivi e modalità dei workshops che si terranno il giorno successivo.
13.00 – 14.00 / Pranzo
14.00 -18.00 / Sessione III: Governo, Agenda, e Risorse: Territori a confronto a partire dal caso dell’area metropolitana milanese. - Coordina Mauro Baioni

La terza sessione è rivolta a riflettere sullo stato dell’arte nell’area metropolitana milanese, presa come caso studio al fine di evidenziare come le specificità locali - in termini di problemi reali ed esperienze di pianificazione di area vasta - possono declinare concretamente concetti, approcci e strumenti. L’articolazione del caso milanese seguirà tre assi tematici principali, individuati dalla scuola di eddyburg, come critici per affrontare la questione della pianificazione della città metropolitana: il governo, gli obiettivi e le priorità individuate, e le risorse messe in campo. A partire dalle criticità emerse dal caso milanese si chiederà ai partecipanti di contribuire al dibattito portando a confronto esperienze, problemi e opportunità specifici di altri territori. L’obiettivo è di individuare per ciascuno dei tre assi tematici una serie di questioni chiave sulle quali approfondire la discussione durante il workshop della quarta sessione. - Intervengono:
Mauro Baioni: Storie e geografie: un’Italia, molti territori
Fabrizio Bottini, Serena Righini, Donato Belloni: Il caso studio dell’area metropolitana milanese

18.00 – 19.00 Aperitivo con Nairobi. Un’altra città metropolitana al bivio: un bivio Africano - di Ilaria Boniburini e Edoardo Salzano
19.30 / Cena

Sabato 19 Ottobre

8.00 / Colazione
8.45 - 13.00 / Sessione IV: Workshop - Le poste in gioco per la «città metropolitana dei cittadini»

L’istituzione delle città metropolitane potrebbe costituire un efficace strumento per restituire vivibilità alle principali aree urbane del paese, recuperando la sintonia perduta con il territorio e la propria storia e fornendo risposte adeguate ai bisogni sociali. Nella quarta sessione, attraverso il lavoro in gruppi, i partecipanti alla scuola metteranno a fuoco le questioni da porre all’attenzione del legislatore e degli amministratori locali, discutendo su tre aree tematiche:
1. Il governo della città metropolitana [come assicurare rappresentatività e partecipazione in una dimensione territoriale alla quale non corrisponde alcuna tradizionale identità/patria]
2. L’agenda: dal consumo di suolo al riuso del già urbanizzato [come evitare il saccheggio dei beni comuni, garantendone usi sociali, e restituire dignità all’iniziativa pubblica]3. Le risorse da attivare [rigorosa finalizzazione dei finanziamenti pubblico, prelievo del plusvalore delle trasformazioni, riattivazione di economie virtuose: come assicurare il funzionamento della città metropolitana]
Questa sessione del seminario è organizzata in sessioni parallele con un massimo di 10 partecipanti ciascuna. Ognuna sarà guidata da un documento di base sul tema preparato dai docenti e coordinatori che individua una serie di elementi da approfondire. L’obiettivo è di aprire una discussione e raccoglierne i risultati e le proposte in un breve documento di sintesi che verrà poi elaborato in funzione della tavola rotonda.

13.30 / Pranzo

15.00 -17.30 / Il futuro di eddyburg – riunione

Nel pomeriggio i collaboratori di eddyburg.it presenti, e chiunque altro intende partecipare, ragioneranno su eddyburg, per individuare i modi e gli strumenti capaci di garantirne il futuro migliorandone l’efficacia.


come raggiungere il Monastero degli stimmatini
© 2022 Eddyburg