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NEW YORK — «Mangiare la minestra con il coltello», così si intitola il capolavoro di tattica militare del tenente colonnello John Nagl finalmente lodato dallo stato maggiore Usa. Invocando una massima del mitico Lawrence d'Arabia, «Combattere contro i ribelli è lento e sporco, come mangiare la minestra con il coltello», Nagl — reduce di due guerre in Iraq — spiega che «ogni azione militare condotta senza analizzarne le conseguenze politiche, se va bene è inutile, se va male aiuta il nemico».A tre anni dalla caduta di Saddam Hussein, mentre il presidente Bush difende l'attacco a Bagdad e i suoi critici in parlamento chiedono una censura contro la Casa Bianca per le intercettazioni non autorizzate, la morale saggia di Nagl e Lawrence d'Arabia si applica a tutta la guerra al terrorismo: ogni azione lanciata senza riflettere sulle sue conseguenze lontane è imbelle o aiuta i sabotatori.

In nessun caso, né contro la guerriglia a Bagdad, né nei raid contro i Talebani, né nella caccia a Osama Bin Laden e neppure nel confronto con l'Iran, la filosofia di Nagl è provata come nella

débâcle americana sulla tortura. Gli abusi ai diritti umani, le vessazioni, le celle di rigore, avere cestinato la Convenzione di Ginevra dando mano libera a sergenti ottusi e generali ipocriti, costeranno agli Stati Uniti più di una campagna militare perduta, come si disse dell'Austria ai tempi delle «Mie prigioni» di Silvio Pellico.

Le rivelazioni del New York Times sulla Stanza Nera di Camp Nama, nell'aeroporto di Bagdad, confermano che le foto scandalo di Abu Ghraib non sono rimaste un caso isolato e che, per dare la caccia al famigerato terrorista Abu Musab al Zarkawi, la Task Force 6-26 ha usato vessazioni e sevizie proibite dal diritto internazionale e censurate dalla Costituzione e dal diritto Usa. Il presidente Bush ha giustificato la forza eccessiva con la necessità di strappare informazioni destinate a prevenire nuovi sanguinosi attentati. E lo stesso argomento è stato usato per impugnare misure di isolamento, dai controlli ai visti per gli studenti stranieri alle intercettazioni disinvolte.

E' difficile spiegare quanto la tortura sporchi l'immagine dell'America e quanto discredito crei, via Internet, tra quei musulmani il cui consenso è cruciale contro Al Qaeda. Perché è impossibile perseguire la strada — giusta — della diffusione della democrazia, della crescita della libertà come antidoto alla violenza, della pace come frutto di istituzioni e Paesi liberi, se poi Washington è vista come l'ennesimo Paese che tortura e incarcera senza processo.

A lungo la Casa Bianca e i suoi ministri hanno pensato di poter applicare un doppio standard, agitare la sacrosanta bandiera della giustizia e al tempo stesso lasciar lavorare i bulli, con tirapugni e calci nei fianchi, in buie cantine. La contraddizione è insanabile: i nemici dell'America la usano dai siti che reclutano i guerriglieri, gli amici dell'America si vedono in difficoltà in ogni conversazione.

E' utile ricordare che gli Stati Uniti non sono la Bielorussia di Lukashenko, che ogni giorno, a telecamere spente, dissidenti cinesi e russi le prendono di santa ragione, che i terroristi hanno decapitato e hanno ancora in pugno innocenti ostaggi tra cui una cara collega di un giornale cristiano, che molti Paesi arabi trattano i propri cittadini, ogni giorno, come a Camp Nama. E' utile, ma non basta: perché è evidente che il Paese leader, che basa la politica estera sulla libertà, non può riposare sugli standard ruffiani del «così fan tutti». Durante la seconda guerra mondiale i prigionieri in mano agli americani vissero meglio di qualunque altro europeo in zona di occupazione e la buona volontà seminò consenso e simpatie.

E' il giurista Jon Yoo, nel saggio « The powers of war and peace: the Constitution and foreign affairs after 9/11 », a tracciare la dottrina che copre gli abusi: in caso di guerra il potere del presidente è assoluto in politica estera e né Congresso né magistratura possono interferire. Su questa base Yoo scrisse il discusso memorandum del 1˚ agosto 2002 giustificando, in certi limiti, l'uso di violenze fisiche e psicologiche.

Non c'è bisogno di essere studiosi di diritto per capire che la dottrina Yoo stride con la Costituzione Usa e non c'è bisogno di essere Lawrence d'Arabia per capire che arruola terroristi, non li elimina. L'ex giudice della Corte Suprema Sandra Day O'Connor ha detto: «Ci vuole molta degenerazione prima che un Paese cada nella dittatura, ma occorre vigilare sempre, fin dall'inizio». Gli Stati Uniti non sono a rischio totalitarismo e Bush non è un tiranno: ma la strategia di diffondere la libertà non può convivere con la tortura e solo una radicale denuncia degli abusi da parte della Casa Bianca avvierà la faticosa uscita dalla camicia di forza della dottrina Yoo.

griotta@corriere.it

Titolo originale: Waiting for a Leader – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

George W. Bush ha pronunciato uno dei peggiori discorsi della sua vita ieri, e a maggior ragione visto il grado di tensione nazionale e il bisogno di parole rassicuranti e sagge. In quello che sembra essere un rituale per questa amministrazione, il presidente è comparso un giorno più tardi di quanto sarebbe stato necessario. Poi ha letto un testo di tipo più adeguato alla celebrazione dell’Arbor Day: una lunga lista della lavandaia, fatta di chili di ghiaccio, gruppi elettrogeni e coperte, consegnati alla Costa del Golfo disastrata. Ha ricordato ai cittadini che chiunque desidera essere d’aiuto può mandare soldi, ha sorriso, e poi ha promesso che tutto si risolverà, alla fine.

Naturalmente noi ce la faremo, e la città di New Orleans deve rinascere. Ma guardando ieri alla televisione le immagini di un luogo abbandonato alla violenza dell’alluvione, degli incendi e dei saccheggi, era difficile non chiedersi come potrà finire tutto questo. Proprio adesso, ci sono centinaia di migliaia di sfollati americani che ci chiedono comprensione e aiuto. Ci sono migliaia di persone che devono essere soccorse, in situazioni di pericolo imminente. Si devono mettere sotto controllo i pericoli per la salute pubblica, a New Orleans e in tutto il Mississippi meridionale. Bisogna dare agli automobilisti certezza sulla disponibilità di carburante, e controllare la speculazione in un momento in cui la televisione mostra lunghe file ai distributori, e si parla di prezzi che in alcuni casi hanno raggiunto un dollaro al litro.

Saranno necessari sacrifici, perché tutto ciò accada in modo ordinato ed efficiente. Ma questa amministrazione non ha mai chiesto sacrifici. E niente nella condotta del presidente ieri – tranquilla sino alla noncuranza – fa pensare che abbia compreso la profondità della crisi in corso.

Se la nostra attenzione deve ora concentrarsi sugli immediati bisogni della Costa del Golfo, a livello nazionale dovremo presto anche chiederci perché gli argini di New Orleans si sono dimostrati inadeguati. La stampa, dai giornali locali al National Geographic si è scagliata contro il cattivo stato della tutela dalle inondazioni in questa amata città, che si trova sotto il livello del mare. Perché abbiamo consentito ai costruttori di distruggere le zone umide e le isole barriera litoranee, che avrebbero potuto tenere a distanza la forza dell’uragano? Perché il Congresso, prima di andare in vacanza, ha tagliato il bilancio per rimediare ad alcuni buchi nel sistema di protezione dalle alluvioni?

Sarebbe consolante pensare che, come ha allegramente annunciato Mr. Bush, l’America “diventerà più forte” dopo aver superato questa crisi. Questo tipo di soddisfazione non basta, specialmente se gli esperti sono nel giusto quando ci avvertono che il riscaldamento globale potrà aumentare la forza degli uragani in futuro. Ma, visto che l’attuale amministrazione non riconosce l’esistenza del riscaldamento globale, le probabilità di iniziativa appaiono minime.

Nota: il testo originale al sito del New York Times

Titolo originale (CNN): First priority is to save livesTraduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

[ alla fine del discorso, un commento in un editoriale del New York Times]

WASHINGTON - il Presidente Bush ha parlato mercoledì alla Casa Bianca dopo un incontro col suo Gabinetto sul dopo Uragano Katrina. Quella che segue è una trascrizione del suo discorso:

Ho appena ricevuto un aggiornamento dal Segretario Chertoff e dagli altri segretari di Gabinetto interessati, sugli ultimi sviluppi in Louisiana, Mississippi e Alabama.

Mentre venivamo qui in aereo, oggi, ho chiesto al pilota di sorvolare la regione della Costa del Golfo per vedere direttamente effetti e dimensioni del disastro.

La gran parte della città di New Orleans, Louisiana, è sommersa. Decine di migliaia di case e attività sono irrimediabilmente distrutte. Molta parte della costa del Mississippi è stata completamente distrutta. La città di Mobile è allagata.

Siamo di fronte a uno dei più gravi disastri naturali della storia nazionale. Ed è per questo che ho convocato il Gabinetto.

La popolazione delle regioni colpite si aspetta che il governo federale collabori con quelli statali e locali ad una risposta efficace.

Ho nominato il Segretario per la Sicurezza Interna Mike Chertoff alla presidenza di una task force di gabinetto a coordinare tutto il nostro lavoro di assistenza da Washington.

Il direttore della FEMA [ Federal Emergency Management Agency n.d.T.] Mike Brown è responsabile di tutte le azioni a livello federale e delle operazioni sul campo.

Ho chiesto loro di lavorare in stretto contatto con i funzionari statali e locali, oltre che col settore privato, ad assicurare che ci sia un aiuto – non un intralcio – alle operazioni di soccorso. La ricostruzione richiederà un tempo lungo. Ci vorranno anni.

I nostri sforzi si sono concentrati su tre priorità.

La prima è salvare vite. Stiamo assistendo l’amministrazione locale di New Orleans nell’evacuazione di tutti i cittadini rimasti nella zona colpita.

Voglio ringraziare lo Stato del Texas, in particolar modo la Harris County, la città di Houston e i funzionari dello Houston Astrodome, per aver offerto alloggio ai cittadini che si erano rifugiati nel Superdome in Louisiana. Sono già in viaggio gli autobus che porteranno queste persone da New Orleans a Houston.

La FEMA ha attivato più di cinquanta gruppi di assistenza medica in tutto il paese, per aiutare chi opera nelle aree colpite. Sempre la FEMA ha dispiegato più di 25 squadre urbane di ricerca e soccorso, con più di mille persone, per salvare quante più vite possibile.

La Guardia Costiera degli Stati Uniti sta conducendo missioni di ricerca e soccorso. Lavorano insieme a funzionari e organizzazioni locali. La Guardia Costiera ha recuperato sinora circa 2.000 persone.

Il Dipartimento della Difesa sta impegnando ampie forze nella regione. Esse comprendono la nave Bataan impegnata in missioni di ricerca e soccorso, otto squadre di pronto intervento, lo Iwo Jima Amphibious Readiness Group con attrezzature specifiche per calamità naturali, e la nave ospedale Comfort ad offrire assistenza medica.

La Guardia Nazionale ha quasi 11.000 uomini allertati per assistere governatori e amministrazioni locali negli sforzi per i soccorsi e la sicurezza.

La FEMA e il Corpo del Genio lavorano 24 ore su 24 con i funzionari della Louisiana per riparare i cedimenti negli argini, in modo tale da bloccare l’allagamento di New Orleans.

La nostra seconda priorità è quella di assicurare adeguato cibo, acqua, alloggi e medicine per i sopravvissuti, i colpiti, gli evacuati.

La FEMA sta trasferendo forniture e attrezzature verso le aree maggiormente colpite.

Il Dipartimento dei Trasporti ha messo a disposizione più di 400 camion per muovere 1.000 carichi contenenti 5,4 milioni di pasti pronti da consumare, o MRE [ Meal Ready to Eat n.d.T.]; 13,4 milioni di litri d’acqua; 10.400 tende; 1,54 milioni di chili di ghiaccio; 144 generatori; 20 containers di materiali predisposti per l’emergenza; 135.000 coperte e 11.000 cuccette. E siamo solo all’inizio.

Ora ci sono oltre 78.000 persone in rifugi temporanei.

[Il Dipartimento della Salute e dei Servizi alla Persona] e i [Centers for Disease Control] collaborano con funzionari locali per individuare le strutture ospedaliere in modo da poterle sostenere, aiutare medici e infermieri ad offrire le cure necessarie.

Si stanno distribuendo materiali sanitari, e si sta attuando un piano di salute pubblica per controllare malattie e altri problemi sanitari che dovessero emergere.

La nostra terza priorità è quella di intervenire per una ripresa coordinata. Ci stiamo concentrando sul ripristino delle linee di corrente elettrica e delle comunicazioni, messe fuori gioco dalla tempesta.

Ripareremo le strade principali, i ponti, e le altre essenziali strutture di trasporto il più rapidamente possibile.

È molto, il lavoro che dovremo fare. Sorvolando la zona, ho visto molte grandi infrastrutture distrutte. Il loro ripristino, naturalmente, sarà una delle priorità chiave.

Il Dipartimento dell’Energia sta approvando prelievi dalla Riserva Strategica di Petrolio, per limitare i tagli alle forniture di greggio alle raffinerie. Molta della produzione di greggio è stata interrotta a causa della tempesta. Ho chiesto al Segretario [Samuel] Bodman di lavorare con le raffinerie, con chi ha necessità di greggio, per alleviare qualunque penuria attraverso i prelievi.

L’Agenzia di Protezione dell’Ambiente ha emanato una deroga nazionale per rendere disponibili più benzina e gasolio in tutto il paese.

Ciò aiuterà a contenere in qualche modo i prezzi dei carburanti, ma i cittadini devono comprendere che l’uragano ha scosso la capacità di produrre e distribuire la benzina.

Stiamo anche sviluppando un piano generale per assistere rapidamente i cittadini sfollati.

Comprenderà alloggi, istruzione, assistenza sanitaria e altre necessità di base.

Ho istruito i componenti del mio Gabinetto perché collaborino con le popolazioni locali, i funzionari, a costruire una strategia coordinata di ricostruzione delle città colpite. E ci sarà molto da ricostruire. Non vi posso descrivere, quanto devastati fossero quei luoghi.

Voglio ringraziare le città e gli stati confinanti che hanno accolto i vicini nel momento del bisogno. Molte persone hanno lasciato le aree colpite trovando rifugio presso amici o parenti. Vi sono riconoscente per questo.

Voglio anche ringraziare la Croce Rossa Americana, e l’Esercito della Salvezza, e la Catholic Charities e tutti i membri delle altre associazioni di solidarietà.

Credo che le persone colpite resteranno commosse quando sapranno quanti americani vogliono aiutarli.

A questo stadio dello sforzo nei soccorsi, è importante per chi vuole dare contributi in denaro: versate i contributi a un ente di vostra scelta, ma accertatevi di indicare che sono per i soccorsi alle vittime dell’uragano.

Potete chiamare lo 1-800-HELP-NOW o andare alla pagina web della Croce Rossa redcross.org. La Croce Rossa ha bisogno del vostro aiuto, e invito tutti i cittadini a contribuire.

La popolazione della Costa del Golfo avrà bisogno dell’aiuto di tutto il paese per molto tempo. Sarà un percorso difficile. Le sfide che abbiamo di fronte sono senza precedenti. Ma non ci sono dubbi nella mia mente sul fatto che ci riusciremo.

Ora, le giornate sembrano oscure per coloro che sono stati colpiti. Lo capisco. Ma confido che, col tempo, metterete di nuovo ordine nella vostra vita. Nuove città prospereranno. La grande New Orleans risorgerà. E l’America sarà più forte, per questo.

La Nazione è con voi. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per aiutarvi. Dio vi benedica. Grazie.

Nota: il testo originale di questa trascrizione del discorso di George W. Bush, al sito della CNN ; qui il commento (in italiano) del New York Times

Le pulci più spietate per il suo secondo discorso d'insediamento le ha fatte a George W. Bush il New York Times, nei giorni successivi alla parata di Washington. La distanza siderale e patente fra il manifesto «libertario», come addirittura s'è spinto a definirlo qui da noi il Foglio, e la politica effettiva del presidente ha dell'incredibile per qualsivoglia commentatore, come pure l'incredibile silenzio sulle due guerre in Afghanistan e in Iraq, ovvero sulla sostanza del primo mandato. Liberazione e democratizzazione, scrive David Brooks, saranno d'ora in poi i fantasmi presenti a tutti gli incontri internazionali: sarà difficile per gli Stati uniti continuare nella politica di sostegno agli «uomini forti» dell'America latina fatta per decenni, o continuare a frustrare l'indipendentismo ucraino, o non considerare Putin come una minaccia per la democrazia, o tacere sulle relazioni degli Stati uniti con la Cina e il Pakistan. Per non dire delle contraddizioni in politica interna: in tanto parlare di libertà Bush si è ben guardato dal nominare il Patriot Act e le restrizioni alle libertà costituzionali che esso comporta. Ma non è solo questione dello scarto fra detto e fatto, dichiarazioni d'intenti e politica reale. Il discorso di Bush merita considerazioni preoccupate anche se lo si esamina in sé e per sé, a prescindere dalla discrasia con gli atti politici. Lungi dall'essere la coerente prosecuzione della tradizione democratica americana, esso è il punto d'approdo della catena di sillogismi che hanno ispirato il presidente texano dall'11 settembre in poi. Lungi dall'essere un manifesto libertario, esso è la stazione finale di un progressivo slittamento del significato della parola «libertà» fra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo. In questa doppia chiave lo legge Orlando Patterson, docente di sociologia a Harvard e studioso del significato della libertà nella cultura occidentale e americana in particolare.

Ecco la catena di sillogismi. Primo: i terroristi sono tiranni che odiano la libertà; Saddam Hussein è un tiranno che odia la libertà; ergo, Saddam Hussein è un terrorista. Secondo: la tirannia genera terrorismo; la libertà è l'opposto della tirannia; ergo, promuovere la libertà è il modo migliore per combattere il terrorismo. Catena smentita dal fatto che non tutti i tiranni sono terroristi o protettori di terroristi, e non solo le tirannie generano terrorismo, anzi: le libere democrazie non sono da meno, vedasi la storia del Ku Klux Klan negli stessi Stati uniti, né sono da meno i paesi in transizione da assetti autoritari ad assetti democratici, vedasi la Russia di oggi.

Ed ecco lo slittamento del significato di «libertà» - già evidenziato dallo storico Eric Foner nel suo fondamentale studio di qualche anno fa sulla Storia della libertà americana (Donzelli, per chi volesse leggerlo in italiano). Nel Novecento, scrive Patterson, sono coesistiti negli Satti uniti due concezioni diverse del termine: quella basata su diritti civili, partecipazione politica e giustizia sociale; e quella basata sulla «privatizzazione» della libertà, intesa come affare pertsonale, opportunità di fare quello che si vuole, di andare dove si vuole, di ottenere il massimo potere e il massimo successo possibile. La «libertà fai da te» di Bush, ma anche di Berlusconi, che ha segnato il passaggio dal costituzionalismo democratico al liberismo de-costituzionalizzato.

Su questo crinale cruciale la storia politica delle due sponde dell'Atlantico torna a incontrarsi. Come pure il destino delle rispettive sinistre. Le quali non rivedranno la luce se non rimettendo le mani sulla concezione della libertà, per strapparla al campo avverso e rideclinarla all'altezza dei tempi. Passando per la critica della democrazia, che della libertà non costituisce evidentemente una garanzia, se ne produce due concezioni così sideralmente distanti.

Beh, come diceva mia nonna, almeno mi è rimasta la salute.

Inizio spesso i miei articoli ponendomi degli interrogativi. L´ho fatto anche ieri. Domanda: come mai non mi sono sentito totalmente a terra quando George H. W. Bush ha sconfitto Michael Dukakis, e neppure quando George W. Bush ha sconfitto Al Gore?

Perché invece ieri mattina mi sono svegliato profondamente turbato?

Risposta: quali che fossero le differenze che mi separavano da Bush senior, riguardavano l´impostazione politica. Ho finito per ammirare molto del suo operato. E quando George W. Bush venne eletto quattro anni fa sulla base di un programma di conservatorismo compassionevole, partendo dal centro, ho supposto (sbagliando) che lo stesso sarebbe valso per lui. Ma a turbarmi ieri è stata la sensazione che questa elezione è stata determinata da un fiume di consensi per George Bush espressi da persone che non si limitano a sostenere scelte politiche che non condivido, ma sostengono un´America del tutto diversa. Non solo non siamo concordi su cosa l´America dovrebbe fare, ma su cos´è l´America.

È un paese che non invade il campo delle preferenze sessuali degli individui e delle unioni matrimoniali che essi intendono stabilire? È un paese che consente ad una donna di avere il controllo del proprio corpo? È un paese in cui la linea di separazione tra chiesa e stato lasciataci in eredità dai nostri padri fondatori dovrebbe restare inviolata? È un paese in cui la religione non ha la meglio sulla scienza? E, cosa importantissima, è un paese il cui presidente mobilita le sue profonde energie morali per unificarci, invece che dividerci l´uno dall´altro e dal resto del mondo? Da un certo punto di vista questa elezione non decideva nulla. Nessuno dei problemi reali del paese è stato effettivamente dibattuto. Ma da un altro punto di vista, senza preavviso, è diventata decisiva per tutto. In parte è stato così per l´alto numero di seggi della Corte Suprema in gioco, e in parte perché la base di Bush esercita una tale pressione perché si legiferi su temi sociali e si estenda l´applicazione dei criteri religiosi che sembrava ci accingessimo a riscrivere la Costituzione, non ad eleggere un presidente. Pensavo di essermi registrato nelle liste elettorali ma mi è apparsa davanti la Convenzione Costituzionale.

Il risultato del voto lo ha confermato. A dispetto di un operato in Iraq all´insegna della più totale incompetenza e della stagnazione economica, Bush ha mantenuto il nucleo di stati conquistato quattro anni fa, come se nulla fosse accaduto. L´impressione è che la gente non abbia votato il suo operato, ma la propria squadra di appartenenza.

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Non è stata un´elezione, ma un´identificazione di posizione. Scommetto qualsiasi cosa che se le schede non avessero riportato i nomi di Bush e Kerry ma semplicemente la domanda: «Guardi Fox Tv o leggi il New York Times?» gli elettori si sarebbero divisi esattamente nello stesso modo. Ciò che mi disturba dei fondamentalisti cristiani pro-Bush non è il fervore spirituale o il fatto che io professi una fede diversa. È il modo in cui, insieme a Bush, hanno usato quel fervore religioso per incentivare divisioni e intolleranza in patria e all´estero. Rispetto il fervore morale, ma auspico che i Democratici riescano a trovare il modo di sfruttarlo a fini diversi.

«I Democratici hanno ceduto ai Repubblicani il monopolio sulle fonti morali e spirituali della politica americana», ha commentato il politologo della Harvard University Michael J. Sandel. «Non si riprenderanno come partito finché non disporranno nuovamente di candidati in grado di parlare a queste aspirazioni morali e religiose, indirizzandole però a obiettivi progressisti in politica interna e negli affari esteri».

Ho sempre avuto un motto molto semplice quanto alla politica: non metterti mai in una posizione per cui il tuo partito vinca solo a prezzo del fallimento del tuo paese. Non tiferò su queste colonne perché Bush fallisca, agevolando una rimonta democratica. La vittoria non dovrà essere per abbandono, perché il paese è precipitato nel caos, ma perché i Democratici hanno nominato un candidato in grado di vincere con un messaggio positivo che tocchi il cuore del paese. Intanto si parla molto del fatto che Bush ha un mandato per la sua politica di estrema destra. Sì, ha un mandato, ma ha anche un appuntamento - un appuntamento con la storia. Se Bush saprà recuperare la situazione in Iraq, fabbricare una soluzione per affrontare la crisi della nostra sicurezza sociale - il che è possibile solo attraverso un approccio bipartisan e una politica fiscale più equilibrata - se saprà migliorare la competitività americana, impedire che l´Iran acquisisca armi nucleari e trovare una soluzione ai nostri problemi energetici, la storia dirà che ha usato il suo mandato per un grande risultato. Se farà pressione per concedere ulteriori sgravi fiscali e non riuscirà a risolvere i nostri reali problemi, il suo appuntamento con la storia sarà assai sgradevole, qualunque mandato abbia in mano.

Traduzione di Emilia Benghi

John Fitzgerald Kennedy fu eletto presidente degli Stati uniti nel 1960con una percentuale di votanti del 63,06%. Da allora, con la sola eccezione dell'elezione di Clinton nel `92, quella percentuale è stata in costante calo, e quattro anni fa fu del 51,30%. Stavolta la stima della partecipazione al voto rasenta il 60%, un picco insperabile nella società leader della spoliticizzazione che da un paio di decenni contagia tutte le democrazie occidentali. Ha ragione chi vede in questo dato un segnale di rivitalizzazione democratica; ma ha avuto torto chi ha scommesso sui «nuovi votanti» (14 milioni, soprattutto giovani) come fossero un bacino garantito di consensi per Kerry. Non sempre la partecipazione porta acqua ai mulini di sinistra. Stavolta l'ha portata anche a Bush, garantendo una base di legittimazione larghissima a quello che nel suo primo mandato, a causa delle modalità più che controverse della sua prima elezione, era stato l'inquilino meno legittimato e meno legittimo della Casa bianca. Le prime analisi suggeriscono altresì che nemmeno il voto delle minoranze tradizionalmente ascritte all'«altra America» (neri, working class etc.) premia necessariamente il campo dei democratici. In attesa di maggiori elementi sulle nuove e impreviste linee di frattura che dividono il melting-plot, come ormai qualcuno ironicamente lo chiama, della società americana, vale la pena di interrogarsi sulla frattura principale che ce la mostra, col voto di martedì, verticalmente spaccata in due, e non su dettagli programmatici ma su valori e orientamenti di fondo come guerra o pace, sicurezza armata o interdipendenza disarmata, fede o laicità, famiglia o individuo, sessualità o castità, forza o diritto. Alcuni lustri passati a uniformare tutte le democrazie allo schema del bipolarismo politico che avrebbe dovuto semplificare il confronto programmatico all'interno di società cementate da valori condivisi, hanno partorito infine un inedito bipolarismo sociale frontale e incomunicante, in cui una metà della mela non condivide nulla dell'altra metà, non la decifra, non la conosce e non la riconosce. Non solo negli Stati uniti: de nobis fabula narratur, com'è evidente nell'Italia berlusconiana. All'inizio del terzo millennio, nelle democrazie eredi della politica moderna avanza e vince una secessione dalla modernità che cementa metà della popolazione su professioni e suggestioni di fede, identità, visceralità, emotività insensibili alla razionalità politica classica e alle élite intellettuali orientate a sinistra che se ne fanno portatrici. L'America profonda e viscerale di Bush e di Foxnews vince su quella non solo di Kerry, ma anche dei grandi giornali, dei campus universitari, di Bruce Springsteen e del cinema indipendente.

Senonché questo bipolarismo sociale radicalizza necessariamente il bipolarismo politico: anche in questo le elezioni americane acquistano un valore di annuncio. Il ritornello che da anni ci ossessiona, secondo cui nei regimi bipolari le elezioni si vincono al centro, da ieri non è più sostenibile. Durante la campagna elettorale americana qualcuno aveva profetizzato la vittoria non di chi avesse conquistato il centro, ma di chi fosse riuscito a trascinare alle urne tutto lo zoccolo duro del proprio schieramento. Aveva ragione: guidato dalla destra neo-conservative, il bipolarismo si è fatto estremista, mentre a sinistra ancora si sceglieva il candidato più commestibile per l'elettorato moderato.

Qui l'annuncio americano potrebbe diventare molto interessante. Nel dopo-'89 il gioco, in tutte le democrazie occidentali, è stato fra destre radicali e sinistre moderate. Le prime agiscono su un'emotività calda e regressiva e vincono, le seconde controbattono con una razionalità fredda e temperata e perdono. L'11 settembre ci ha messo un carico da undici, scatenando nella società americana e non solo comprensibili angosce e un senso della vulnerabilità a cui da destra si risponde con la forza e da sinistra non vengono risposte adeguate di altro segno. In ogni caso, quel gioco non funziona più. La sinistra europea farebbe bene a rifletterci. E forse a guardare con maggiore curiosità non al moderatismo di Kerry, ma al laboratorio di sperimentazione di pratiche e culture nuove che nella sinistra radicale americana si è aperto in questi mesi, fuori dai circuiti ufficiali della rappresentanza. Che fra i lasciti della sfida Bush-Kerry potrebbe non essere l'ultimo.

«Con buona pace di tutti, voto politico e comportamento politico hanno larga autonomia rispetto a interessi materiali e economici». Per Massimo Cacciari questa è l'indicazione di fondo da trarre dal voto presidenziale americano. Perché la sinistra si è convinta troppo in fretta «che la politica si fosse separata dal cielo o dall'inferno dei valori». Che invece si ripropongono «da destra». Tanto che l'automatismo secondo cui l'aumento della partecipazione favorirebbe le aree progressiste è brutalmente scardinato. Dalla «paura».

Il dato più clamoroso è stato che la maggiore partecipazione al suffragio, l'allargamento della democrazia, è andato a favore di Bush anziché di Kerry, come molti si sarebbero aspettati...

I numeri mi sembrano impietosi. La partecipazione più alta è coincisa con una vittoria nettissima di Bush. Tre milioni e mezzo di voti in più, per di più in presenza di un aumento di dieci milioni di elettori nel paese, significano che Bush ha mobilitato anche strati popolari e in modo più consistente di Kerry. Bisognerà vedere quali settori della popolazione sono andati a votare per Bush: probabilmente gli americo-latini, i polacchi... certamente non gli afroamericani. Questo deve comunque far riflettere. L'automatismo tra aumento della partecipazione e voto al centrosinistra non c'è più. E' ora di finirla con i discorsi puramente retorici o ideologici. Anche se dovremmo già essere vaccinati, visto che nel 2001 Berlusconi ci ha battuto proprio tra le classi deboli su un programma di destra ultraliberista.

E in fondo il fenomeno berlusconiano anticipa anche Bush...

Insomma: la capacità di una certa ideologia o certi slogan della nuova destra internazionale nell'acchiappare il voto anche popolare, laddove questo è in palese contrasto con gli stessi interessi materiali di chi vota, è fortissima.

Nel senso che qualcosa di immateriale travalica gli interessi materiali?

Quale interesse può avere un portoricano nella riduzione delle tasse per ricchi? Con buona pace di tutti, voto politico e comportamento politico hanno larga autonomia rispetto a interessi materiali e economici.

La paura invece no?

In questo caso certamente ha contato tantissimo. Su questo ha battuto Bush per tutta la sua campagna: «Io sono il capo». E ha aumentato la deriva plebiscitaria autoritaria. Siamo nel pieno di un'ondata di questo genere: la funzione del capo è sempre più determinante per le scelte politiche dell'elettorato. Questo vale alla grande negli Usa, ma anche qui ci sono esperienze simili. E un'altra cosa fondamentale, sempre con buona pace di tutti, sono i soldi. Averne tanti a disposizione è un'altra delle variabili determinanti: nel mobilitare l'opinione pubblica, nel reclamizzare le idee e renderle senso comune. E la capacità di spesa repubblicana è stata infinitamente maggiore. Ormai è assodato che la disponibilità finanziaria è decisiva. Il che significa una democrazia sempre più oligarchica, condizionata da potentati economici. E in cui di conseguenza l'immagine del capo diventa di nuovo essenziale. E' la paura che porta a esigere il capo e lui rimane tale finché alimenta la paura.

Significa che la paura diventa una contraddizione materiale, forse la principale, da sconfiggere per vincere?

Bisogna sapere in modo disincantato che se il centrosinistra mondiale e la sinistra europea vogliono giocarsela contro questa nuova destra, devono tener conto di questo elemento. La paura materialmente esiste, se è vero che sposta a destra il portoricano povero, il messicano immigrato, quelli che materialmente sarebbero nostri. Bisogna sapere che la politica si porta dentro questa roba. Ci muoviamo in questo mondo, ci piaccia o no. Anche rispetto alla guerra in Iraq dobbiamo aggiornare questo ragionamento, perché fa presa il messaggio «siamo in guerra, allarme arancione». Funziona. E noi dobbiamo rispondere a questa paura, non semplicemente snobbarla e tentare illuministicamente di razionalizzarla coi discorsi. E' un compito difficilissimo, perché la sinistra europea non ha nemmeno gli strumenti culturali per comunicare in questo modo. Neanche Kerry ce li aveva, ed era americano: infatti non è riuscito a battere Bush, ad apparire il capo.

Secondo alcuni Kerry ha perso dentro una radicalizzazione dell'alternanza, altri criticano invece la sua rincorsa sul terreno moderato. Schemi vecchi?

Sì. Ormai il centro è tutto. Dove stanno più gli estremi? Questa geografia politica degli estremi dove per vincere dovevi conquistare il centro, tutta interna allo schema ottocentesco e novecentesco, è sfasciata. Tutte le forze si muovono in un crogiolo che ormai si determina sulla base di occasioni particolari, delle emergenze determinate. E' tutto trasversale. Dov'è il centro negli Stati uniti? Kerry cosa sarebbe, un pericoloso sinistro? Il ragionamento da fare è un altro: come corrispondere a determinate sensibilità, anche psicologiche, dell'opinione pubblica, e rappresentarle. La situazione è in rapidissima trasformazione: non hai più elementi di riferimento di classe, ideologicamente permanenti. E' tutto un mordi e fuggi. Poi avrà giocato a favore di Bush anche un forte richiamo a un ordine valoriale, no? La mobilitazione nei settori evangelici è stata evidentemente formidabile. E' avvenuta sulla base del grande richiamo etico. Anche su questo noi abbiamo sempre una chiave illuministico-razionalistica. Noi diciamo: «Ragioniamo». Lui invece dice: «Credi e segui». Pare sia stato più efficace il suo modo. E' una riflessione che dobbiamo fare bene e con un po' di spregiudicatezza: la sinistra forse troppo rapidamente si è convinta che la politica si fosse separata dal cielo o dall'inferno dei valori. E adesso te li ritrovi tra le palle da destra.

Come il fatto che 11 stati su 11 martedì abbiano detto no ai matrimoni gay...

Questo dovrebbe farci riflettere, anche per venire alle cosucce di casa nostra. Su Buttiglione, ad esempio, credo che i laici di Strasburgo abbiano commesso un errore bestiale. Silurandolo abbiano fatto un enorme regalo all'ideologismo fondamentalista. Non perché dobbiamo inseguire, per carità, ma perché dobbiamo avere anche noi delle proposte di valore, capaci di dare senso. Facciamo sempre discorsi di razionalizzazione, messa a punto, tolleranza, riconoscimeto delle differenze. Mentre il grosso dell'elettorato chiede decisioni, vuol sapere da che parte stai. Forse uno degli elementi di forza di Bush è stato questo: si capiva dove stava. La sinistra è stata per 15 anni portatrice di una visione rassicurante e razionalizzatrice, calcolatrice e amministrativa. Non è questo il modo in cui fanno politica i Bush e nemmeno i Berlusconi.

Rispetto all'irrazionale caccia alle streghe bisogna cioè rispondere «viva le streghe» senza troppe ciance?

Dobbiamo contemperare le due dimensioni, la politica come commisurazione dei mezzi al fine e la sua dimensione di valore e immaterialità. Dobbiamo riconoscere la fondatezza anche della seconda. E' naturale che in una situazione di grande inquietudine ci sia una domanda di rassicurazione, soprattutto da parte dei ceti deboli. E in questa situazione il rischio che prevalgano dimensioni demagogiche popopulistiche aumenta. Ma bisogna sapere che hanno una fondatezza, ragioni oggettive. Non possiamo semplicemente essere quelli che hanno l'aspetto dell'educatore, del razionalizzatore. Può andare bene in epoche tranquille, non in epoche di assoluto casino come quella attuale. Dobbiamo anche decidere, apparire in grado di comandare. C'è poco da fare: l'elemento decisionistico in politica, la sinistra non l'ha mai voluto capire. Guardiamo anche le riforme costituzionali: ogni volta che scatta un'idea decisionistica la sinistra frena. Invece il decisionismo non va necessariamente assunto come deriva populistica. O fronteggiamo anche su questo piano la nuova destra oppure subiremo sconfitte durissime. Pensiamo alla guerra: dopo l'Iraq, dopo 1.500 morti americani, con tutta l'opinione pubblica europea contro, che succede? Che vedi come l'opinione pubblica europea non conti nulla. Lo vogliamo dire anche questo? Sarà un problema anche per noi o lo è solo per loro? Oppure diciamo «che bello che le due sponde dell'atlantico si dividano». E' una tragedia, sai? E dovrebbe indurci ad affrontare anche le questioni internazionali in un modo più attento. Non è un problema di rapporto con Bush, ma con il popolo americano.

Da questo punto di vista non c'è il rischio che la dialettica politica diventi geopolitica, ovvero che si approfondisca una frattura con gli Usa?

La politica con P maiuscola è già geopolitica. Qui si apre un altro problema, che riguarda cosa farà Bush. Ma secondo me non continuerà con l'unilateralismo: sul fronte dei rapporti israelo-palestinesi, ma anche con l'Europa, cambieranno i toni.

Tuttavia la portata del risultato rinfocola gli argomenti di un certo antiamericanismo generalizzatore...

E allora siamo spacciati. L'amministrazione Bush ha dimostrato essere in sintonia con la sua opinione pubblica molto più di quanto non fossimo noi. E allora: modestia e sangue freddo, perché le democrazie oggi corrono davvero il rischio di prendere le derive di cui abbiamo parlato. Quindi registriamoci anche noi prima che sia troppo tardi. Ricordandoci che nel 2006 si vota anche in Italia, per quanto può valere. E che qui abbiamo un esponente non proprio di quart'ultima fila del neoconservatorimso mondale.

Anche se la verifica dei voti sospesi nell'Ohio fosse stata favorevole a Kerry, resta che le elezioni presidenziali più appassionate e partecipate degli Stati uniti hanno dato a Bush la maggioranza dei suffragi. Non una vittoria sul filo di lana, o forse della frode, come l'altra volta: stavolta Bush ha raccolto oltre 3 milioni e mezzo di voti più del suo avversario e questo conta al di là del macchinoso e inceppato sistema elettorale stato per stato. Il presidente uscente ha prevalso nell'opinione dei suoi concittadini nonostante abbia portato il paese in guerra con la menzogna, abbia attaccato l'Iraq con ogni mezzo illecito senza riuscire a sottometterlo, non abbia affatto abbattuto il terrorismo fondamentalista, abbia isolato gli Usa dalla maggior parte del mondo e, sul piano interno, non abbia un bilancio né brillante né popolare. Bush ha vinto nonostante tutto questo o forse proprio per questo. Forse bisognava prevederlo. Inutile dirsi che se l'intellettualità più avvertita della politica, dell'università, del giornalismo, del cinema è contro Bush, il resto del paese, l'America profonda o contadina è informata poco e male perché i media, specie televisivi, hanno fatto campagna per il presidente uscente. E' evidente che essi hanno toccato una corda profonda, quella di un paese che l'attentato dell'11 settembre ha colpito nella sua certezza di invulnerabilità e non si è fermato a farsi delle domande, ha voluto e vuole soltanto abbattere il suo nemico o i paesi in cui crede di riconoscerlo. Il Patriot Act dell'ottobre del 2001 esprimeva questa reazione viscerale, alla quale sono sacrificate anche quelle libertà della persona che negli Usa apparivano più care. Non che sia la prima volta, ma certo i morti ammazzati nel medioriente e lo stillicidio di perdite statunitensi che li accompagnano non stanno sollevando il meglio del sogno americano, una reazione simile a quella della generazione del Vietnam. Al contrario. Né ha molto senso osservare che se Kerry fosse stato più netto nella sua denuncia e nella sua alternativa avrebbe pesato di più: è bastato che avanzasse le sue modeste critiche perché gente che da una vita non andava a votare uscisse di casa per disinnescare il pericolo che vedeva in lui. Hanno vinto l'insicurezza e l'arroganza.

Questa di Bush non è tutta l'America, anzi la divide in due, ma è quella che da oggi per quattro anni conterà. E' un'ondata di fondo, conservatrice, egoista, nazionalista, bigotta, dalla quale si salvano poco più che New York, Chicago e la California - isole in un mare repubblicano. E' un'ondata che viene da lontano e non investe soltanto gli States; si propone come modello mondiale, da affermare con ogni mezzo. Non solo la superiorità del sistema finanziario, produttivo, tecnologico rispetto alle possibilità del resto del pianeta, blocco gigantesco di interessi indifferente agli squilibri e alle miserie e alla protesta che provoca, ma anche ricorrendo alla guerra. Una guerra che rispetto ai secoli scorsi ha cambiato natura. Dalla fine dell'Unione sovietica in poi gli Stati uniti non hanno rivali in grado di tener loro testa, e questo ha incrudelito nel medioriente quella che è apparsa la sola reazione a portata di mano, il terrorismo che dissangua anche se stesso e nega ogni possibile umana motivazione. Guerra e terrorismo sono figure della crisi di civiltà e dei paradigmi politici nella quale è finito il secondo millennio e inizia il terzo.

I tempi non sarebbero stati semplici neanche se Kerry avesse vinto. I più abili opinionisti, specie se ex di sinistra, si affrettano a dire che no, un Bush più forte saprà recedere dall'Iraq e reimmettere gli Usa nel multipolarismo, primo interlocutore quell'Europa che hanno tenuto in gran disprezzo. Non lo crediamo. Non lo crede quella pur grande minoranza di americani che gli hanno votato contro, non lo crede gran parte dell'Europa, non lo crede un Oriente martoriato e spinto agli estremi. Bush vorrà una resa, ma l'Occidente resta diviso e lo scontro continuerà a essere acerbo. Meglio saperlo.

Ha sedotto le single ma non le security moms il candidato John Forbes Kerry. E le "mamme spaventate" hanno scelto la strada vecchia del "presidente di guerra", quello che dopo l´11 settembre ha saputo rassicurarle. Michael Walzer, filosofo della politica all´Institute for Advanced Study di Princeton, ha una voce insolitamente mesta.

Professore, c´era molto ottimismo nel campo di Kerry: cosa è andato storto?

«L´euforia proveniva dalla convinzione che i democratici fossero riusciti, grazie all´attivismo di gruppi come MoveOn, a registrare molti nuovi elettori. E così è stato. Ma i repubblicani, facendo leva sui volontari delle chiese - soprattutto cattoliche - hanno portato alle urne un numero ancora superiore di persone che altrimenti sarebbero rimaste a casa».

Con quali argomenti?

«Hanno giocato sulla paura del terrorismo. Bush è riuscito a offrire di sé un´immagine più protettiva, di garante della sicurezza. Una statistica lo mostra bene: le donne single hanno scelto Kerry mentre le sposate e ancor più quelle con figli hanno votato in massa per il Comandate in capo. Che poi la sua guerra renda meno sicuri i loro bambini anche in patria è un´altra questione».

E il richiamo alla religione?

«È stato cruciale. Viviamo, per la prima volta nella nostra storia, in una sorta di "democrazia cristiana", dove la paura ha rivitalizzato un sentimento religioso da crociata, molto a destra. Mi viene in mente un inno celebre, "Avanti soldati cristiani", che raffigura bene la situazione attuale. Bush è riuscito addirittura nel miracolo di tenere insieme cattolici ed evangelici. Più del video di Bin Laden gli ha giovato il referendum su gay, voluto e stravinto da lui. In questo quadro la sinistra rimane, prima di tutto, la titolare della laicità».

Cosa ha sbagliato Kerry?

«Probabilmente doveva rispondere prima e più incisivamente agli attacchi sul suo servizio militare in Vietnam e alle accuse di essere stato altalenante nei voti sulle tasse al Senato».

Peccati più gravi di una guerra con marine morti ogni giorno?

«Deve considerare che ai tempi del Vietnam ci vollero 50 mila morti prima che la protesta provocasse effetti in patria. Dodicimila vittime, evidentemente, non sono bastate. Tantopiù che la copertura mediatica del conflitto non è stata sempre onesta nella pancia del Paese, dove non si legge il New York Times o il Washinton Post».

Che legislatura si aspetta?

«In America una destra dura e ideologica che renderà la vita difficile ai sindacati con riforme regressive del welfare e delle tasse. Dal punto di vista di un social-democratico come me, un disastro. In politica estera un peggioramento delle relazioni con l´Europa».

E l´Iraq?

«Cosa pensino davvero i "burocrati imperiali" Rumsfeld e Cheney ancora non l´ho capito. Mi sembra impossibile che credano davvero che la guerra stia andando bene, ma la loro agenda è il potere. Le altre due anime della Casa Bianca sono gli ideologhi neocon che avranno più influenza e Powell, forse in uscita. La garanzia che non attacchino l´Iran o altri Paesi, però, è che non abbiamo soldati sufficienti. È poco, ma meglio di niente».

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