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Parco Ticino, Rapporto n. 1 – gennaio 1980/dicembre 1980, Presentato dal Presidente del Parco Lombardo della Valle del Ticino alla Assemblea del Consorzio in osservanza all’adempimento previsto all’articolo 11/e dello Statuto Consortile, 14 febbraio 1981

[...] 1980, l’anno dell’approvazione del P. T .C.

Il 1980 è stato caratterizzato dall’approvazione del Piano Territoriale di Coordinamento del territorio della Valle del Ticino (P.T.C.) con la Legge della Regione Lombardia n. 33 del 22.2. 1980.

È stata un’operazione di particolare impegno politico, tecnico e am- ministrativo, anche per i caratteri di novità che essa presentava.

L’avvio iniziale fu dato con la legge regionale n. 2/1974 istitutiva del Parco. Venne costituito il Consorzio delle 3 Province e dei 46 Comuni che ricevette incarico dalla Regione di procedere alla preparazione e formazione del piano territoriale.

Fu costituito un ufficio del piano, che si avvalse dell’apporto di consulenze scientifiche specializzate. Il lavoro di indagine conoscitivi e di progettazione fu svolto particolarmente negli anni 1976/1977. Progettisti incaricati del piano furono: arch. Maurice Cerasi, arch. Paolo Favole, arch. Empio Malara, arch. Roberto Rizzini. Fu fatta una indagine conoscitiva sufficientemente approfondita delle varie parti del territorio. La natura consortile dell’ente di pianificazione impose un continuo rapporto con gli enti locali, con le associazioni di categoria e con i cittadini coinvolti dalle previsioni di pianificazione. Furono svolte numerose riunioni di sub-area con la partecipazione dei rappresentanti di tutti i Comuni. Si ebbero incontri e approfondimenti di studio.con le associazioni sindacali, con le associazioni degli industriali, con le associazione degli operatori in agricoltura, con i rappresentanti delle associazioni venatorie.

Per assicurare il maggior apporto alla partecipazione degli enti locali associati, il Consorzio inviò a tutti i Comuni e alle Province consorziate, una “proposta preliminare di piano”. Raccolse, nella primavera del 1978, una serie di osservazioni espresse da vari Consigli comunali. Sulla base di questo materiale venne definita la proposta di piano adottata dall’ Assemblea del Consorzio all’unanimità, il l° luglio 1978.

Accanto all’impegno di tutti i membri del Consiglio Direttivo, la fase di progettazione del piano raggiunse un risultato positivo per l’opera instancabile del Presidente del Consorzio, dott. Alberto Semeraro e dei Vice-Presidenti sen. Ambrogio Colombo e avv. Italo Maggioni.

Il P.T.C. venne quindi adottato dalla Giunta Regionale il 28 novembre 1978 e pubblicato agli albi delle Province e dei Comuni consorziati, il 2 gennaio 1979. Fu data facoltà, a chiunque ne avesse avuto interesse, di presentare formali osservazioni. Ne pervennero n. 156, di cui n. 46 da parte dei Comuni consorziati sulla base di deliberazioni dei rispettivi Consigli comunali, e n. 110 da parte delle Associazioni di categoria e di privati cittadini.

Dopo attenta analisi, le controdeduzioni del Consorzio furono deliberate, ancora un voto unanime, dalle assemblee del 19 marzo e del 15 giugno 1979. Il progetto definitivo del P.T.C., formato da planimetrie e da norme di attuazione, venne quindi riadottato dalla Giunta regionale il 2 luglio 1979 e portato all’approvazione del Consiglio regionale nella seduta del 22 novembre 1979. In contradditorio con i rappresentanti del Consorzio vennero introdotte alcune modifiche alle norme del Piano nel corso dell’esame compiuto dalla VI e dalla VII Commissione del Consiglio regionale.

Essendo sopravvenute osservazioni da parte del Governo in merito alla formulazione di alcune norme, il testo definitivo del P. T .C. venne deliberato definitivamente il 22 marzo 1980 (legge regionale n. 33, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia i128 marzo 1980). Da quella data hanno preso efficacia le relative disposizioni.

All’impegno politico degli organi del Consorzio (assemblea, consiglio direttivo, ufficio di presidenza), e all’apporto collaborativo degli enti locali, e delle associazioni è da ascriversi principalmente il merito di aver portato all’approvazione del primo Piano Territoriale della Regione Lombardia.

Agli organi regionali va dato atto di aver seguito con interesse e cori impegno i lavori di redazione del P. T .C. e ai tecnici di aver svolto un proficuo lavoro di approfondimento.

L’attività di gestione del Parco è appena avviata. Il primo anno di esercizio sembra dimostrare che il Consorzio, avvalendosi della fattiva collaborazione degli Enti Locali associati è in grado di dare un contributo per migliorare le condizioni ambientali e naturali del territorio della Valle del Ticino.

Vi sono però molte difficoltà ed occorre un lavoro costante e tenace. I problemi sono molteplici e spesso difficili da risolvere anche per la novità dei compiti affidati al Consorzio e la necessità di esperimentare le adatte soluzioni.

La prospettiva di recuperare il degrado ambientale esistente e offrire alla gente che vi abita condizioni di vita migliori e più civili è un obiettivo rilevante ed è quello che giustifica e dà un senso precario all’azione del consorzio. Nessuno ha la bacchetta magica in mano, Sono necessari anni di paziente impegno.

[...] 5. Aeroporto della Malpensa

Si è ritenuto di particolare importanza insistere presso gli organi regionali perche venissero portate a compimento le quattro ricerche da tempo deliberate in merito alle prospettive future per l’ampliamento dell’aero- porto della Malpensa. È risultato chiaro, anzitutto, anche per la precisa dichiarazione acquisita in sede Ministeriale, che l’ipotesi di un “super aeroporto” non ha ragioni di essere di fronte alle previsioni di un modesto incremento del traffico aereo nel sistema aeroportuale milanese nei prossimi anni.

Si è anche insistito perché le scelte relative all’aeroporto della Malpensa fossero stabilite e coordinate con quelle relative ai lavori di ammodernamento dell’aeroporto di Linate.

Negli ultimi mesi dell’anno la British Airport Autority e la Italairport S.p.A. hanno consegnato i risultati delle loro indagini.

Il Consorzio del Parco si é riservato di esprimere il proprio parere allorché saranno conosciuti i dati relativi alle altre ricerche ancora in svolgimento ed in particolare quelle relative al.le zone interessate dall’inquinamento acustico in connessione con i nuovi tracciati stabiliti per le piste.

Il Consorzio ha tenuto un costante collegamento con i Comuni associati.

[...] 7. Servizio Urbanistico

Con l’entrata in vigore della legge regionale n. 33 del 24 marzo 1980, di approvazione del Piano Territoriale di Coordinamento, il Consorzio ha assunto una più chiara funzione di coordinamento e di gestione del territorio del Parco. Tale funzione ha comportato l’impegno ad approfondire e a dare continuità al processo di pianificazione avviato con il Piano Territoriale di Coordinamento, promuovendo, pur nel rispetto dell’autonomia comunale, una visione coordinata della tutela dell’ambiente, dello sviluppo dell’economia e della qualificazione degli aggregati urbani.

L’applicazione in concreto della normativa del Piano Territoriale di Coordinamento ha permesso, da una parte, una prima verifica del criteri generali adottati, e, dall’altra, l’avvio di studi specifici di settore, con i quali sarà possibile in futuro mettere a fuoco nuovi obiettivi particolari.

La gestione del Piano Territoriale di Coordinamento ha comunque permesso di approfondire l’esperienza del coordinamento sovracomunale.

Si può giudicare positiva la funzione che il Consorzio ha svolto nel tentativo di applicare i criteri, elaborati nella redazione del Piano Territoriale di Coordinamento, ai problemi reali che il Parco vive e che in genere, superano il contesto locale per avere appunto un’ampia rilevanza di ordine territoriale. Si pensi ad esempio al problema dell’accrescimento urbano a scapito delle aree agricole, del controllo qualitativo degli effetti deg1i insediamenti produttivi, della salvaguardia delle aree di pregio ambientale.

Commissione urbanistica speciale e servizio urbanistico

L’attività della Commissione Urbanistica, nell’arco del 1980 è consistita nell’esame di 435 pratiche “edilizie” e di 30 pratiche “urbanistiche”.

La Commissione Urbanistica è stata convocata 25 volte, cioè mediamente ogni 15 giorni circa. Il lavoro prepraratorio per l’esame degli strumenti urbanistici e degli interventi edilizi sottoposti al parere del Consorzio è stato svolto dal “Servizio Urbanistico “. L’Ufficio ha redatto l’istruttoria delle pratiche a partire dalla loro ricezione al protocollo sino all’invio del parere sottoscritto dal Presidente del Consorzio, effettuando, dove necessario, ispezioni o verifiche sul territorio e restando disponibile per illustrazioni e chiarimenti richiesti dalle Amministrazioni Comunali o dal pubblico.

Il compito di coordinamento urbanistico si è attuato non solo nei contatti con i Comuni, le Province e la Regione, ma anche nella partecipazione al lavoro svolto dal Consorzio in altri settori ed in particolare nella redazione del regolamento zootecnico, in materia di convenzioni, di cave e per il piano dei sentieri. È stata anche curata la redazione della cartografia a colori in scala 1:100.000 del Piano Territoriale di Coordinamento.

Strumenti urbanistici generali

I Piani Regolatori esaminati (5 Piani Regolatori Generali e 11 varianti a Piani di Fabbricazione), hanno riportato tutti un parere favorevole sebbene la congruità con il Piano Territoriale di Coordinamento non fosse sempre precisamente verificata. Ciò è dovuto al fatto che tali strumenti sono stati studiati in periodo precedente all’entrata in vigore del Piano.

Questi strumenti dovranno comunque essere revisionati entro 3 anni, limite posto dalle norme di attuazione del Piano Territoriale di Coordinamento per 1’adeguamento di tutti i piani comunali. Più evidente è stato il tentativo del Piano Territoriale di Coordinamento di definire gli aggregati urbani con perimetri continui evitando le conurbazioni, cioè lo sviluppo continuo dei centri edilizi.

Per quanto riguarda i centri numerati, la normativa ha aperto un problema che dovrà essere approfondito: esso riguarda la valutazione dei perimetri delle zone dette di “iniziativa comunale” che, in sede di Piano regolatore i singoli comuni possono proporre. Qualche difficoltà si è avuta, poi, riguardo all’individuazione dei perimetri dei centri storici, poiché spesso le Amministrazioni Comunali hanno ritenuto troppo ampio il perimetro individuato dal Piano Territoriale di Coordinamento.

Programmi attuativi

I programmi pluriennali di attuazione esaminati sono stati 7, e non sempre hanno riportato pareri di conformità con le indicazioni del Piano Territoriale, specie nei casi in cui tali programmi risultavano attuativi di previsioni contenute in Piani di Fabbricazione di “vecchia redazione”.

Il criterio, adottato dalla Commissione Urbanistica, di limitare le previsioni insediative di tali strumenti al 20% della popolazione residente, sebbene sia stato opportuno per questo primo periodo, va probabilmente rimesso in discussione per definire più puntualmente criteri qualitativi che si aggiungano alle valutazioni quantitative.

Piani esecutivi: Piani di lottizzazione, Piani di Edilizia Economica Popolare, Piani Particolareggiati

I Piani di questo tipo; pervenuti al Consorzio, sono solo 7 in quanto la legge n° 44/79 prescrive il parere favorevole del Consorzio solo nei casi in cui tali strumenti interessino aree esterne ai perimetri di Iniziativa Comunale orientata. In sostanza essi si riferiscono ai centri numerati. Si tratta in genere di centri abitati interessanti sotto il profilo storico-architettonico e dal fatto che tali centri sono circondati da un territorio di pregio ambientale, caratterizzato spesso da elementi di valore come il ciglio del terrazzamento, i Navigli, ecc.

Interventi di zona B (zona di riserva orientata) Gli interventi in zona B sono stati rilevanti e comunque si sono limitati ai casi previsti dalla normativa. Le uniche richieste non accolte sono state quelle relative al tempo libero, in attesa che vengano avviati i piani di settore.

Rilevanti sono invece stati gli interventi richiesti per l’attracco di pontili e barconi sulle sponde fluviali, ai fini di insediare attività legate al tempo libero. Il Consorzio ha respinto tutte le richieste per nuovi interventi presentate dopo l’entrata in vigore del Piano Territoriale in attesa della scelta dei Piani di Settore.

Interventi in zona C (parco agricolo-forestale) e G (zona agricola)

In queste zone gli interventi più massicci sono risultati quelli legati all’attività del settore primario (agricoltura). Le richieste di ampliamento di fabbricati di servizio all’attività agricola sono state 80 e ciò dimostra la forte tendenza in atto a sostituire le attrezzature edilizie esistenti con strutture più adeguate alle esigenze di livello tecnologico raggiunto.

Si è cercato in proposito di limitare gli interventi di demolizione dei fabbricati esistenti che spesso presentavano caratteristiche storico-architettoniche di rilievo e di controllare la qualità dell’accostamento delle nuove tipologie edilizie con i caratteri degli insediamenti rurali esistenti. Tuttavia, occorre un approfondimento di tale problematica.

Gli insediamenti rurali abbandonati, e spesso fatiscenti, sono stati oggetto anche di richieste di cambiamento di destinazione d’uso che, in base alla normativa attualmente vigente, il Consorzio non ha potuto accogliere.

Numerose sono state le richieste di ampliamento di edifici residenziali occupati nella misura non superiore ai 150 m c (29 domande).

La verifica dei requisiti richiesti dalla normativa ha permesso di controllare il fenomeno della “seconda residenza” che taluno potrebbe tentare di realizzare mediante tali interventi in contrasto con il Piano.

Nelle zone C (parco naturale agricolo-forestale) non si sono verificate richieste di introduzione di nuovi insediamenti produttivi secondari o terziari se non in un caso (Torre d’Isola), dove la risposta del Consorzio è stata negativa. Più numerosi del previsto (70) sono stati specie nella parte centro-settentrionale del Parco, i casi di ampliamento di attività produttive già esistenti. La verifica della compatibilità ambientale di tali insediamenti, affidata alla attestazione di esperti iscritti in competenti albi professionali, ha destato in alcuni casi qualche perplessità.

Infine va segnalata la notevole diffusione di richieste per la realizzazione di recinzioni (37).

Interventi in area di tutela speciale D3 (area di tutela ambientale e paesistica)

Nella zona D3 gli interventi sono stati abbastanza contenuti (7), e motivati in genere da esigenze specifiche di imprenditori agricoli. In alcuni casi sono risultati in contrasto con gli obiettivi che il Piano Territoriale di Coordinamento persegue in tali zone. Tuttavia il peso di tali interventi non appare rilevante.

Interventi nei “centri numerati”

Gli interventi edilizi nei centri numerati, al di fuori di Piani esecutivi citati al punto 3, non sono stati numerosi e non hanno evidenziato problemi di particolare rilievo. in quanto sono parsi effettivamente motivati da esigenze specifiche della popolazione residente, legate allo sviluppo naturale di tali centri. Non si sono cioè verificate rilevanti pressioni generate dal fenomeno della seconda residenza.

Interventi all’interno del perimetro IC (Iniziativa Comunale orientata)

Le richieste in queste zone (23) sono in generale relative ad interventi di ampliamento di attività produttive. I Comuni richiedono il parere del Consorzio sul certificato di compatibilità ambientale.

Interventi nei centri storici

Le richieste pervenute al Consorzio sono solo 9, ma le norme di attuazione del Piano Territoriale prescrivono il parere del Servizio Beni Ambientali della Regione Lombardia, per cui è probabile che i Sindaci abbiano rinviato le richieste di parere direttamente alla Regione.

Interventi dell’Enel

Numerose sono state le richieste dell’Enel (16) riguardanti l’allacciamento di nuove linee elettriche, in genere di bassa tensione. Con particolare riguardo si sono considerati gli attraversamenti delle zone di riserva orientata e del fiume.

Nota: per ovvi motivi di spazio, la serie completa degli estratti dai Rapporti è allegata di seguito in file PDF (f.b.)

Parco_Ticino_Rapporti_Eddyburg

Cronologia ragionata di “Malpensa 2000” dal 1982 al 2002

(a cura di COOMXP2000, Per la tutela dei diritti delle popolazioni locali alla vita, alla casa, alla salute e all’ambiente salubre: http://digilander.libero.it/coomxp2000)

1982

07 Aprile: La Giunta Regionale, con atto deliberativo n. 15872, approva il nuovo PRG aeroportuale elaborato dalla S.E.A.-ItalAirpot. La caratteristica principale del nuovo PRG è costituita dal fatto che ora la terza pista è ruotata di 21 gradi rispetto alle due attuali, con ciò incuneandosi ancor più in pieno Parco del Ticino. L’approvazione regionale è tuttavia subordinata alla necessità di effettuare alcuni approfondimenti sul progetto S.E.A. Le principali verifiche richieste (sempre a posteriori) sono relative agli aspetti ambientali, agli effetti indotti sul territorio ed al programma degli investimenti e dei meccanismi di finanziamento dell’opera nel suo complesso.

26 Aprile : la Gazzetta Ufficiale n. 125 dispone la pubblicazione, per 60 giorni consecutivi, presso gli uffici del comune di Osmate (Varese), delle mappe relative alle limitazioni delle costruzioni e degli impianti nelle zone circostanti l’aeroporto della Malpensa. Le mappe in questione aggiornano quelle già emesse nell’agosto del 1977, sempre presso il comune di Osmate, e definiscono: “... le zone soggette a limitazioni circostanti l’aeroporto di Milano-Malpensa giusto quanto previsto dall’art. 715 ter della legge 4 febbraio 1963 n. 58, che apporta modificazioni agli articoli dal 714 al 717 del Codice della Navigazione”. Entro il termine di 120 giorni, chiunque vi abbia interesse potrà, con atto motivato, produrre opposizione al Ministero dei trasporti e al DM 28 gennaio 1966 (G.U. n. 41) L’emissione di mappe ed informazioni sulla limitazione delle costruzioni nelle aree attorno a Malpensa, risale addirittura al settembre 1977 (G.U. 249).

29 Aprile: il Consorzio dei Comuni convoca una assemblea pubblica per decidere quale atteggiamento prendere nei confronti della decisione regionale di realizzare la “Grande Malpensa”. I Sindaci si trovano davanti a due alternative: la prima è quella di respingere il progetto di ampliamento aeroportuale e nel contempo di opporsi ad ogni aumento indiscriminato di traffico sulle due piste esistenti, la seconda è quella di accettare l’ipotesi di ampliamento solo a precise condizioni che la Regione dovrà garantire con una Legge Quadro. Le principali richieste, sempre le stesse da anni, sono:

-il completamento degli studi ambientali promessi; -la definizione dei limiti dell’ampliamento; -l’accertamento della compatibilità e valutazione dell’impatto ambientale di detto limite; -la definizione di una pianificazione urbanistica e territoriale esaustiva di quanto si intenda realizzare all’esterno dell’aeroporto.

A prevalere, nonostante la disillusione degli amministratori locali circa l’affidabilità regionale, è la seconda ipotesi.

28 Luglio: anche le ACLI (Associazione Cattolica Lavoratori Italiani) della provincia di Varese, prendono posizione su Malpensa con un documento di forte critica nei confronti della Giunta Regionale Lombarda. Nello scritto l’associazione evidenzia il comportamento scorretto della Giunta regionale che prima avvia uno studio di verifica sulla necessità o meno di ampliare l’aeroporto, e poi prende la decisione di dare il via libera al potenziamento di Malpensa, prescindendo dallo studio commissionato.

Luglio-Agosto: chiude per lavori di ampliamento e ammodernamento l’aeroporto di Linate. Di conseguenza tutto il traffico aereo viene trasferito su Malpensa. La regione Lombardia coglie l’occasione per promuovere una serie di studi ed indagini atti ad approfondire e a determinare le qualità e le quantità dei fenomeni indotti dall’ampliamento di Malpensa relativamente ai problemi di salvaguardia ambientale.

1983

20 Aprile : si parla di un imminente disegno di legge che il Governo si appresta a presentare per finanziare l’ampliamento della Malpensa. Immediata la reazione dei Comitati di Lotta che rilasciano alla stampa un comunicato che ribadisce la contrarietà alla realizzazione di una mega struttura senza la benché minima e preventiva verifica ambientale.

Maggio: il Consorzio dei Comuni, ormai apertamente allineato con il volere regionale, si appresta a preparare un Piano Regolatore Generale Intercomunale compatibile con il progetto S.E.A.-ItalAirport.

04 Giugno: secondo Convegno dei Comitati di Lotta contro l’Ampliamento della Malpensa. Dopo dieci anni di lotta i comitati di base fanno il punto della “situazione Malpensa” inserendola nel più generale contesto territoriale già degradato dalla presenza di impianti nocivi per l’ambiente e per la salute (Cave, discariche, inceneritori). Richiamando la precedente indagine sull’inquinamento atmosferico, viene presentata una indagine epidemiologica campione, svolta tra la popolazione residente attorno allo scalo aeroportuale, realizzata grazie alla operativa collaborazione del Gruppo Permanente di lavoro per la tutela della salute e del territorio del Consorzio Sanitario di Zona Busto Arsizio 2/est Castellanza. I dati che emergono sono allarmanti:

- il rumore rappresenta per la stragrande maggioranza della popolazione una fonte certa di rischi per la salute; -la causa di maggior rumore è individuata in modo inequivocabile nel rumore degli aerei; -tutti i disturbi più importanti denunciati sono direttamente riferibili al rumore.

E’ la dimostrazione della necessità di dare avvio ad una più compiuta indagine epidemiologica tra le popolazioni dell’area di Malpensa, come richiesto dalla mozione approvata nel convegno del 1979 ed anche dal voto unanime dell’assemblea del Consorzio Urbanistico dei Comuni nel luglio del 1982.

1984

27 Febbraio: viene consegnato ai Comuni del Consorzio il documento della Regione Lombardia contenente la proposta di un terzo P.R.G. di Malpensa senza l’ipotesi della terza pista. Il forte impatto ambientale con il Parco del Ticino e con l’ecosistema ivi consolidato, nonché l’aggressione di una significativa porzione di territorio vincolato a parco agricolo forestale, congiuntamente ad altre motivazione tecniche-aeronautiche, convincono la Regione a non realizzare più la terza pista. Terza pista sino ad allora definita “ecologica” dalla S.E.A. Il documento contiene inoltre le verifiche e gli approfondimenti che la Regione si era impegnata a compiere con la deliberazione di approvazione di massima del P.R.G. S.E.A.-ItalAirport, nel 1982. La verifica ambientale, incentrata sull’analisi dell’inquinamento atmosferico, acustico e sulla modificazione dell’ecosistema, è basata sui dati raccolti nel corso dei mesi di luglio ed agosto del 1982. Nella circostanza, la chiusura di Linate per l’esecuzione dei lavori di ammodernamento dello scalo, comportò il trasferimento di tutto il traffico aeroportuale su Malpensa che raggiunse i 300 voli giornalieri di media. A detta regionale ciò rappresentava una anticipazione, seppur temporanea, di quella che sarebbe stata l’attività aeroportuale futura di Malpensa, e quindi uno scenario adatto per il monitoraggio dei fenomeni ambientali. In realtà il periodo è troppo breve per poter osservare eventuali modifiche significative dell’ambiente naturale: ne consegue che i rilievi ottenuti non sono del tutto attendibili. Inoltre gli studi non comprendono una indagine epidemiologica soggettiva con la popolazione, per verificare la corrispondenza degli indici tecnici di misurazione del rumore con la situazione di benessere o disagio realmente vissuta dagli abitanti della zona. Manca altresì uno studio di valutazione dell’aumento dell’inquinamento prodotto dall’aeroporto rispetto alla situazione preesistente o tra prima e dopo il periodo in esame. Ciononostante, le considerazioni e le valutazioni emerse dagli studi in questione vengono accettate dalla Regione che così le riassume:

Inquinamento acustico. Sono stati rilevati i livelli di rumore sulle zone di sorvolo dei centri abitati più interessati, verificando condizioni di inquinamento acustico sostanzialmente diverse a seconda delle procedure e delle rotte di decollo e di sorvolo degli aeromobili impiegati. E’ stata accertata l’effettiva possibilità di costituire un sistema di monitoraggio a terra per il prelievo ed il confronto dei livelli di rumore al fine di identificare le modalità più idonee per la riduzione dell’inquinamento acustico e per la costruzione delle curve di isodisturbo relative ai vincoli territoriali di cui alla L.R. n.91/80.

Inquinamento atmosferico. Sono state rilevate le emissioni di gas combustibile durante le operazioni di decollo ed atterraggio degli aerei, la previsione di ricaduta di tali dispersioni, l’inquinamento medio al suolo, i confronti con altre forme di emissioni. I risultati hanno confermato una trascurabile incidenza degli scarichi aerei sul tasso di inquinamento globale della zona che rimane complessivamente modesto. Modificazioni ambientali dell’ecosistema. E’ stata compiuta una indagine sulla fauna che non ha evidenziato eventuali alterazioni o compromissioni a carico della popolazione animale imputabili all’incremento di attività aerea. Inoltre è stata compiuta una indagine su vegetazione e flora che ha permesso di accertare l’assenza di fatti manifesti ed immediatamente percepibili di alterazione, da imputare all’inquinamento atmosferico derivato dall’incremento di attività aerea.

Rumorosità dei vari tipi di aeromobili. Sono stati rilevati i livelli di rumorosità prodotti al suolo in fase di atterraggio, rullaggio e decollo dei vari aeromobili. E’ stato verificato come sia in atto effettivamente la tendenza alla riduzione del livello di emissione acustica (a parità di potenza installata) sugli aerei di nuova generazione. La verifica sugli effetti indotti territoriali e sull’accessibilità a Malpensa viene prevista attraverso tre iniziative regionali:

1. la formazione di un piano esecutivo d’area delle zone interessate dallo sviluppo aeroportuale;

2. l’approvazione del Piano Regionale dei Trasporti con il collegamento su rotaia alla nuova aerostazione;

3. la formazione di un Piano regionale della viabilità, che definisca precisi interventi di accessibilità su gomma da e per Malpensa.

Con i richiami al D.D.L predisposto dal Ministero dei Trasporti per gli aeroporti di Roma e di Milano, la Regione affronta anche il problema degli investimenti necessari alla copertura finanziaria del progetto del nuovo aeroporto. Come abitudine nazionale la copertura finanziaria è incerta. Solo un rimando a future iniziative politiche regionali e di parte S.E.A., potrà (forse) consentire il reperimento dei finanziamenti anche per lo studio ed il rilevamento dei fenomeni indotti sul territorio, comprese le conseguenti misure di tutela e prevenzione.

Maggio: il Ministero dei Trasporti approva in linea tecnica il collegamento ferroviario FNM tra Milano e l’aeroporto di Malpensa.

21 Giugno: il Consorzio dei Comuni risponde al documento regionale evidenziando la novità positiva della definitiva rinuncia alla realizzazione delle terza pista. Inoltre, nell’affermare la stretta connessione esistente tra dimensione aeroportuale e compatibilità ambientale, richiede il completamento degli studi sul territorio e la chiusura notturna dello scalo. Il tutto si conclude con il via libera alla S.E.A. per la stesura di un nuovo P.R.G. che tenga conto delle indicazioni regionali e dei Comuni. E’ il preludio alla terza revisione del P.R.G. aeroportuale: nasce “Malpensa 2000”.

Ottobre: l’Assessorato al Coordinamento per il Territorio della Regione Lombardia, licenzia un rapporto preliminare che contiene le linee di indirizzo per la formazione del Piano Esecutivo d’area di Malpensa. Vale la pena riportare alcuni passaggi della relazione di sintesi dello studio in parola proprio per dimostrare come i tentativi di pianificazione del territorio successivamente intrapresi hanno completamente ignorato le indicazioni contenute nel rapporto preliminare. Una ulteriore riprova dell’ennesima presa in giro ai danni delle popolazioni locali. “Rapporto preliminare Malpensa. Per la formazione del Piano Esecutivo dell’ambito territoriale interessato dall’aeroporto”.

1. Il significato del rapporto preliminare. E’ un rapporto di proposte e di previsioni di impatto da offrire agli enti interessati, alle forze politiche, sociali e culturali della Regione, affinché esprimano le loro valutazioni ed avanzino proposte che possano essere utili alla definizione ed alla riorganizzazione del sistema territoriale interessato prima che esso venga definito in atti formali, affinché i Comuni ed in particolare i cittadini direttamente investiti dagli effetti indotti partecipino alle scelte di piano facendo pervenire “osservazioni e opposizioni” prima e non dopo la adozione dei vari atti formali di intervento sul territorio. Nell’ambito del dibattito in corso esistono però alcune scelte che si presume non saranno più messe in discussione e possono quindi essere considerate alla stregua di “punti fermi”. Essi sono: 1. il ruolo di Malpensa come secondo aeroporto intercontinentale italiano e come aeroporto internazionale affiancato a Linate; 2. il dimensionamento della sua capacità (8 milioni di passeggeri/anno), basato sulle previsioni di traffico elaborate dalla BAI(British Airport International) e sulla capacità limite di Linate (ritenuta di circa 6/6,5 milioni di passeggeri/anno); Omissis ….

2. Gli obiettivi di pianificazione. Gli obiettivi che il Piano Esecutivo dovrà perseguire riguardano essenzialmente: la valutazione degli effetti ambientali degli interventi prendendo in esame proposte alternative;

Omissis ….

3. Individuazione dell’ambito territoriale oggetto del Piano Esecutivo. L’individuazione dell’ambito territoriale che dovrà essere oggetto del Piano Esecutivo Regionale è stata operata secondo due linee conduttrici fondamentali, che tengono conto dei due principali ordini di problemi: quello ambientale ed urbanistico e quello relativo alla struttura della mobilità. L’ambito territoriale così individuato comprende 19 comuni, appartenenti alle provincia di Varese e di Milano: il Piano Esecutivo interesserà quindi una superficie complessiva di 27.987 Ha e coinvolgerà circa 248.263 abitanti (dato censimento 1981). …

4. Soggetti e procedure. Il Piano Esecutivo investe un territorio più ampio del Consorzio Urbanistico Volontario e del Consorzio Parco del Ticino … per cui l’Ente territorialmente competente non può che essere la Regione Lombardia. … Dal punto di vista procedurale il ricorso al Piano Esecutivo regionale è previsto dall’art. 18 della L.R. n. 33/1980 in attuazione dell’art. 30 della L.R. 51/1975.

1985

26 Marzo: la Regione Lombardia formalizza con uno specifico atto deliberativo (n. 2031/85) i criteri ed i suggerimenti da fornire a S.E.A. per la redazione del un nuovo P.R.G. di Malpensa.

19 Aprile: partendo dai risultati delle verifiche effettuate, il Consiglio di Amministrazione della S.E.A. approva un nuovo P.R.G. aeroportuale denominato “Malpensa 2000”. Gli accertamenti ambientali, pomposamente richiamati in premessa al nuovo progetto aeroportuale, altro non sono che i già citati studi del luglio-agosto 1982. Questo consente alla S.E.A. ed alla Regione di affermare: “...di aver raggiunto la convinzione che lo sviluppo previsto per l’aeroporto di Malpensa è compatibile con il territorio limitrofo, anche senza considerare l’ipotesi di costruzione della terza pista”.

27 Giugno: mentre le questioni ambientali di Malpensa vengono trattate in modo così pressapochista, in Europa, dopo un dibattito durato anni, viene emanata la Direttiva CEE/337 sulla Valutazione di Impatto Ambientale.

22 Agosto: si procede ad una ulteriore legge di finanziamento parziale per Malpensa, attraverso l’emanazione della legge 449 “Interventi di ampliamento e di ammodernamento da attuare nei sistemi aeroportuali di Roma e Milano”. Sono 480 i miliardi che lo Stato destina per la realizzazione della Grande Malpensa.

23 Dicembre: con nota n. 212781 la Direzione Generale Aviazione Civile del Ministero dei Trasporti, trasmette alla Regione Lombardia la proposta di P.R.G. di “Malpensa 2000” per l’espressione del parere di competenza così come dettato dalla Legge 449/85.

1986

22 Aprile : La Giunta Regionale, con propria deliberazione n, IV/8121, trasmette gli atti relativi al P.R.G. di “Malpensa 2000” al Consiglio Regionale proponendo la formulazione di parere positivo sul progetto di ampliamento aeroportuale.

03 Giugno: il Consiglio regionale approva il P.R.G. di “Malpensa 2000” (Atto IV/274) stabilendo l’obbligo di realizzare, a cura della S.E.A.:

- uno studio di impatto ambientale comprensivo dei fenomeni indotti per ogni tranche di interventi finanziati o posti in esecuzione;

- il dimensionamento dello sviluppo aeroportuale a 8 milioni di passeggeri; subordinando ogni futura espansione alla piena operatività dello scalo di Linate;

- la redazione di un piano d’area ;

- la chiusura notturna dello scalo.

- L’attuazione di uno studio di impatto ambientale relativamente all’ambito territoriale attorno a Malpensa verrà successivamente affidato alla Provincia di Varese mediante l’attribuzione di specifica delega funzionale per la realizzazione del Piano Esecutivo d’Area.

08 Luglio: viene istituito il Ministero dell’ambiente e si comincia a dare attuazione alla Direttiva europea sulla VIA, la 337/85. L’art. 6 della L.349 impegna infatti il Governo a presentare in Parlamento un disegno di legge di attuazione della direttiva 337/85/CEE. L’impegno non verrà mantenuto e questo consentirà a Sea di sottrarre il progetto di ampliamento della Malpensa alle severe verifiche ambientali del protocollo previsto dalla normativa comunitaria.

Dicembre: in ottemperanza al disposto della delibera regionale 274 del 3 Giugno, Sea incarica la società Produzione Ambiente e Risorse (PAR) di elaborare uno Studio di Impatto Ambientale sulla richiesta di ampliamento dell’aeroporto della Malpensa. Il 16 del corrente mese, il ministero dei Trasporti approva la convenzione che regola i rapporti tra il ministero dei Trasporti e SEA per la realizzazione di Malpensa 2000

1987

13 Febbraio : il Ministero dei Trasporti, con decreto n. 903, approva definitivamente il Piano regolatore di Malpensa 2000 Marzo: Sea presenta i risultati finali dello Studio di Impatto Ambientale elaborato dalla società PAR. Pur non essendo ancora stata adottata a livello nazionale la normativa CEE n. 331/85 concernente la valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati, Sea e PAR dichiarano di aver comunque fatto riferimento alla direttiva comunitaria per l’elaborazione dello studio ambientale (Rapporto di sintesi - capitolo 1.3). In realtà non è così. La direttiva comunitaria viene disattesa nei suoi aspetti metodologici più significativi, a partire dall’elaborazione di scenari di sviluppo alternativi ivi compreso l’opzione zero.

13 Marzo: viene siglato il protocollo d’intesa tra Regione e Provincia di Varese per la redazione del piano esecutivo di Malpensa così come previsto dalla delibera regionale del giugno 1986. La Regione, attribuendo alla Provincia di Varese la delega alla pianificazione del territorio, per ovvie ragione di competenza territoriale, non può che limitare il campo d’impatto dello strumento urbanistico al solo ambito territoriale dei Comuni limitrofi allo scalo, vanificando in tal modo le sensate indicazioni di metodo contenute nello studio preliminare dell’ottobre 1984.

26 Novembre: Con deliberazione n. 262 la Provincia di Varese assegna alla società Techint Compagnia Tecnica Internazionale Spa di Milano, l’incarico professionale per la redazione del Piano Esecutivo d’Area Malpensa.

Dicembre: la Legge Finanziaria 1988 stanzia nel triennio 1988/1990 altri 480 miliardi per il progetto Malpensa 2000.

1988

La Regione Lombardia affida al Nucleo di valutazione degli Studi V.I.A. Pilota - struttura tecnica costituita nel 1984 - il compito di esaminare e valutare gli studi di Impatto Ambientale Sea/PAR relativi alla realizzazione dell’ampliamento dell’aeroporto di Milano Malpensa.

Maggio: mentre il CIPE delibera un finanziamento di 207,6 miliardi per una prima parte delle opere ferroviarie FNM di Saronno Malpensa, il Nucleo di valutazione degli Studi V.I.A. Pilota, con una propria relazione, evidenzia diverse carenze di metodo e di merito dello studio Sea/PAR e ravvisa la necessità di elaborare ulteriori studi specialistici che diverranno oggetto di uno specifico protocollo d’intesa Sea/Regione che verrà siglato il 3 novembre 1988. Alcuni passaggi della relazione del Nucleo di valutazione degli Studi V.I.A., sono particolarmente significativi nell’evidenziare i limiti e le carenze dello studio Sea/PAR. In particolare laddove si “ammette” che gli studi si sono dovuti adeguare al dato di fatto dell’esistenza di un progetto di ampliamento già deciso, venendo così meno al loro principale obiettivo: l’analisi preventiva degli impatti anche al fine di eventuali alternative progettuali.

26 luglio: con atto IV/35081 la Giunta Regionale approva la relazione del Nucleo VIA e predispone la bozza di protocollo d’intesa fra Regione e Sea, contenete impegni ritenuti “indispensabili” affinché i lavori dell’ampliamento possano prendere avvio.

25 Ottobre: il ministro dei Trasporti, Giorgio Santuz, con decretazione n. 093 e 093, approva i primi due progetti del pacchetto Malpensa 2000: “infrastrutture di volo e piste di raccordo” e “recinzioni e posti di guardia”.

03 Novembre: viene siglato il protocollo d’intesa Sea/Regione che prevede l’elaborazione degli studi indicati nella relazione del Nucleo Via e che hanno natura preventiva rispetto alla realizzazione degli interventi.

1989

07 Febbraio : con atto n. 39387 la Giunta regionale della Lombardia istituisce un gruppo di lavoro tecnico con l’obiettivo, entro fine anno, di formulare proposte di aggiornamento delle rotte di sorvolo, delle procedure di decollo e dell’uso del suolo nelle aree in prossimità dello scalo della Malpensa. La Commissione non giungerà a nessuna determinazione!

15 Febbraio: aderendo ad uno specifico ordine del giorno, presentato dal consigliere Zanatto (componente dei Comitati di Lotta), il Consiglio Comunale di Somma Lombardo prende in esame la relazione del Nucleo regionale V.I.A. sullo studio di impatto ambientale della Sea/Par e delibera: “di chiedere al fine di non vanificare definitivamente il lavoro V.I.A. fin qui prodotto, al Ministero dei Trasporti, al Ministero dell’Ambiente, di concerto con la Regione Lombardia, la sospensione dell’av vio dei lavori (nuovo assetto delle piste, recinzione - riferimento Piani Esecutivi, approvati dal Ministero dei Trasporti) fino all’esaurimento degli Studi suelencati”.

02 Giugno:con delibera del Consiglio Direttivo n. 5, il Consorzio dei Comuni di Malpensa (C.U.V.) approva una propria proposta di nuove rotte di decollo da sottoporre alla valutazione della regione Lombardia . Si stabilisce che le nuove rotte di decollo, in funzione delle piste, abbiano lo scopo di minimizzare il disturbo sui centri abitati e, pertanto, si rende necessario proibire il passaggio su tali zone o, in alternativa, sorvolare gli stessi oltre i duemila piedi. Il C.U.V. individua adeguate aree di decollo/atterraggio dove l’inquinamento acustico, con opportune procedure antirumore, assistite da specifica normativa, può essere accettabile. Inoltre il C.U.V. chiede la specializzazione delle piste: pista a Nord per i decolli, pista Sud per gli atterraggi. Ciò nell’ottica dell’attivazione finale dell’Aeroporto, così come previsto nella delibera regionale.

17 Luglio : la Provincia di Varese presenta il Piano esecutivo d’area di Malpensa. L’elaborato, che prende in considerazione un’area di 180 chilometri quadrati con 200 mila residenti, si basa su una previsione di sviluppo aeroportuale di 12 milioni di passeggeri, ed è articolato in dieci punti:

1. accelerare la realizzazione di Malpensa 2000 per evitare che si sviluppi e si consolidi la concorrenza degli altri scali europei; 2. cogliere l’opportunità aeroportuale per progettare una ristrutturazione urbanistica dell’area; 3. creare la “città di Malpensa”, ovvero un nuovo sistema urbano costituito dagli undici Comuni compresi nell’ambito del Piano; 4. valorizzare il posizionamento di Malpensa nell’area regionale e interregionale; 5. avviare un processo di crescita urbana nella fascia di territorio regionale che da Malpensa giunge sino a Bergamo, in prospettiva della futura realizzazione della Pedemontana; 6. creare il Parco della Malpensa come carattere strutturale del nuovo sistema urbano e in continuazione fisica del Parco del Ticino; 7. caratterizzare il modello insediativo con la prevalente conferma dei nuclei esistenti senza ulteriore impegno di aree libere; 8. creare una maglia viaria a reticoli che possa anche assolvere alle esigenze della mobilità locale; 9. puntare sull’innovazione nello sviluppo dei settori produttivi; 10. puntare sui caratteri della modernità e dell’internazionalità nell’habitat e nei sevizi.

Basta questo decalogo, in alcuni punti davvero mistificatorio, per vanificare i propositi dichiarati in premessa, ovvero la limitazione degli effetti negativi dell’insediamento aeroportuale. Infatti il Piano, costato un miliardo e 200 milioni, si presenta come uno strumento per stimolare gli appetiti speculativi dei Comuni, alcuni dei quali, ormai rassegnati all’ineluttabilità di “Malpensa 2000”, puntano ad utilizzare lo strumento del P.T.E.A., per privilegiare la soluzione-monetizzazione dei propri problemi territoriali. Il Piano, da strumento per la valutazione ambientale e la pianificazione esterna del territorio intorno all’aeroporto, si trasforma in un formidabile strumento di baratto con le Amministrazioni locali, ratificandone in modo acritico le scelte urbanistiche. La Grande Malpensa come “bastone” e il piano d’area come “carota” tanto per essere chiari !

Nota: la Cronologia completa è scaricabile da qui in formato PDF; sul tema di Malpensa e i suoi vari incroci con la politica e la questione ambientale, si veda qui anche l'estratto da un recente libro di Giorgio Bocca (f.b.)

Malpensa_Cronologia_Eddyburg

Il dibattito promosso dall’Associazione “Italia Nostra” e dalla Rivista “Città e Società”, tenutosi al Piccolo Teatro di Milano la sera del 9 aprile, ha dimostrato, per l’importanza degli argomenti addotti dalle interessanti relazioni che sono state presentate, per la vivacità stessa con la quale si è svolto, per l’eco che ha suscitato nell’opinione pubblica, la necessità di un ben più approfondito esame delle conseguenze che il progettato ampliamento dell’aeroporto di Malpensa può provocare. Al dibattito erano stati invitati, ed avevano garantito la loro partecipazione, i rappresentanti dei due Enti dai quali dipendono le decisioni su questo problema; la S.E.A. - Società Esercizi Aeroportuali - (della quale il Comune di Milano possiede 1’80% delle azioni), che ha predisposto il progetto di ampliamento, e la Regione, che ha la responsabilità del controllo e del coordinamento di tutte le iniziative che si svolgono sul suo territorio. L’assenza verificatasi all’ultimo momento di questi due fondamentali interlocutori, motivata con argomentazioni polemiche, pretestuose ed inaccettabili da una parte, evasive dall’altra, ha lasciato senza risposta gli inquietanti interrogativi emersi dal dibattito, concernenti soprattutto il metodo seguito fino ad oggi nell’esame dei problemi e nell’assunzione delle deliberazioni riguardo ad un argomento di tale rilievo.

Considerato che una decisione non sufficientemente meditata può provocare delle gravissime conseguenze, sia nei confronti degli 80.000 cittadini che oggi vivono all’interno dell’area influenzata direttamente dal movimento degli aerei, sia nei confronti della sopravvivenza della Brughiera del Ticino, una delle ultime risorse naturali della parte più congestionata dell’area lombarda, sia, infine, per tutti gli effetti indiretti di natura urbanistica che l’ampliamento dell’aeroporto può provocare, “Italia Nostra” e “Città e Società” ritengono che a quegli interrogativi debba essere data un’ampia e rasserenante risposta. In particolare risulta necessario chiarire i seguenti aspetti del problema:

● dato che la motivazione fondamentale addotta per giustificare l’ampliamento dell’aeroporto (con un incremento di passeggeri-anno dagli 800 mila attuali a 9 milioni e mezzo) è la necessità di attrezzare uno scalo aereo intercontinentale nell’Italia Settentrionale, si chiede se è stato svolto un approfondito studio, sul modello del “Roskill Report” inglese, dal quale risulti che in tutta l’area padana non esistono alternative più valide alla scelta di Malpensa;

● dato che gli effetti economici indotti da un simile ampliamento sono tali da ripagare i costi d’impianto e da incentivare l’insediamento attorno all’aeroporto di attività commerciali, industriali, di magazzinaggio e trasporto per almeno 30-40 mila nuovi posti-lavoro, si chiede se sia stato previsto ed avviato lo studio di un Piano urbanistico comprensoriale inserito in un valido e già accertato quadro di pianificazione regionale, in grado di prevedere quelle attrezzature per il territorio adeguate alle esigenze di un simile abnorme sviluppo; e se ciò sia compatibile con gli obiettivi di riequilibrio territoriale che la Regione si propone di raggiungere;

● dato che l’aeroporto di Malpensa è situato all’interno del comprensorio naturalistico costituito dalle Brughiere del Ticino e del Gallaratese, si chiede se sia stata verificata l’entità delle perdite che le opere progettate provocherebbero nella consistenza naturalistica della zona, con la conseguente inevitabile compromissione del costituendo “Parco della Valle del Ticino”;

● dato che a tutt’oggi non risulta che tali fondamentali verifiche siano state svolte, si richiede un deciso intervento da parte degli organi più direttamente responsabili, e in particolare del Consiglio Regionale Lombardo e del Consiglio Comunale di Milano (nella sua qualità di principale azionista della S.E.A.), affinché non vengano prese deliberazioni ne autorizzate opere di ampliamento fino a quando non saranno chiariti di fronte all’opinione pubblica i problemi sopra delineati. “Italia Nostra” e “Città e Società” ritengono quindi opportuno richiamare sul caso di Malpensa la personale attenzione di tutti i responsabili e di tutti coloro che sono interessati alla realizzazione di un corretto ed equilibrato assetto del territorio lombardo, nella fiducia che essi vorranno farsi promotori e partecipanti di quel sereno e meditato dibattito che si rende indispensabile come approccio :allo studio e come avviamento alla soluzione di un problema di tanta importanza e gravità.

Provincia di Milano

Parco del Ticino

A – PROPOSTE

1) Denominazione dell’iniziativa: Parco del Ticino.

2) Area interessata: superficie approssimativa: ha 8.550. Comuni interessati (n. 14): Nosate, Castano Primo, Cuggiono, Bernate, Boffalora, Magenta, Robecco, Abbiategrasso, Ozzero, Morimondo, Motta Visconti, Robecchetto, Besate; di cui complessivamente: di proprietà agricola: ha 2.550 circa; di proprietà privata (riserve): ha 6.000 circa.

3) Motivi per i quali si propone la tutela: Uno dei paesaggi più tipici per caratteri del fiume, vegetazione, tipi di insediamento storico ed artistico, interesse faunistico-ittico.

4) Caratteristiche degne di rilievo

● geomorfologiche: terreni alluvionali e fontanili;

● naturalistiche: pioppeti, bosco naturale tipico fluviale padano, lanche e stagni;

● paesaggistiche: brughiera a Nord (Nosate e Castano Primo) e da Boffalora a Morimondo ambientazione di complessi storici, di ville e chiese;

● monumentali, architettoniche: Ponte Vecchio di Magenta, tutte le ville 1400-1800 lungo il Naviglio Grande, Abbazia di Morimondo, Ville a Cuggiono;

● archeologiche: ritrovamenti preistorici, palafitticoli, da Turbigo verso Nord lungo il Ticino, tracce di focolari longobardi nella bassa di Morimondo;

● biotopi: garzaie di Morimondo; essenze principali: rovere, farnia, carpine e pioppo bianco.

Organismi: Enti locali ed Associazioni che hanno sostenuto e sostengono l’iniziativa: Ass. Forestale Lombarda, Ispettorato Forestale, Provincia, Associazione Comuni Est Ticino, Italia Nostra, Camera di Commercio, Amici del Po, W.W.F., T.C.I., Ente Provinciale Turismo.

B – VINCOLI IN ATTO

1) Stato di fatto della pianificazione urbanistica relativa all’area meritevole di tutele, per Comune:

a) Comuni di Besate, Turbigo, Ozzero, Motta Visconti, Cuggiono: P.d.F. approvato. Vincoli di piano per l’area tutelabile: verde agricolo; verde privato ed in minima parte vede pubblico, verde di conservazione forestale;

b) Comune di Magenta: P.R.G. adottato. Vincoli di piano per l’area tutelabile: verde agricolo; verde privato ed in minima parte vede pubblico, verde di conservazione forestale;

c) Comune di Robecchetto: P.d.F. adottato. Vincoli di piano per l’area tutelabile: verde agricolo; verde privato ed in minima parte vede pubblico, verde di conservazione forestale;

d) Comune di Abbiategrasso: P.R.G. in progetto. Vincoli di piano per l’area tutelabile: verde agricolo; verde privato ed in minima parte vede pubblico, verde di conservazione forestale;

e) Comuni di Nosate, Castano primo, Bernate, Morimondo, Boffalora, Robecco: P.d.F. adottato. Vincoli di piano per l’area tutelabile: verde agricolo; verde privato ed in minima parte vede pubblico, verde di conservazione forestale.

2) Vincoli esistenti:

f) vincoli idrogeologici: superficie ha 1.035 circa, localizzati nei comuni di: Besate, Morimondo;

g) vincoli monumentali, edifici protetti: in tutti i comuni per chiese, ville lungo il Ticino e Naviglio Grande, Abbazia di Morimondo, Sovraintendenza a i Monumenti;

h) riserve di caccia: superficie ha 6.000 circa, localizzate in tutti i 14 comuni;

i) colture forestali in atto: superficie ha 3.500 circa, localizzate in tutti i 14 comuni.

C – SITUAZIONE DI FATTO ATTUALE E VARIE

1) Stato di fatto delle opere e degli insediamenti, in atto o in progetto, che possono compromettere l’azione di tutela:

a) insediamenti industriali: Turbigo, Magenta, Robecco;

b) insediamenti di tipo civile: Turbigo, Magenta;

c) infrastrutture viarie e ferroviarie, impianti di risalita, strutture trasportistiche: tranne che nei comuni sopracitati ed in più nel comune di Bernate non si ritiene che l’attuale viabilità e la ferrovia possano suscitare insediamenti compromettenti il Parco. Ovviamente sarà da ristrutturare la viabilità interna primaria e secondaria e lo studio di una strada paesistica;

d) miniere, cave e torbiere: cave di ghiaia e sabbia recuperabili a terreno normale lungo il corso del fiume; circa 10 cave, escluse quelle lungo il letto.

2) Note e varie: La fascia a parco va riferita al più vasto comprensorio che fiancheggia il Ticino da Sesto Calende al Po. Si sollecita una ambientazione protettiva e turisticamente valida delle ville e gli abitati lungo il Naviglio Grande, Tangenziale al Parco Ticino e poi in particolare sarebbero da curare la riserva naturale di Motta Visconti, il parco lungo l’autostrada a Boffalora, le attrezzature sportivo-ricreative ad Abbiategrasso.

3) Bibliografia: Il futuro del Ticino, Ente Prov.le del Turismo; La difesa del Ticino, Sezione Pavese di Italia Nostra; Le Brughiere Lombarde, Assoc. Forestale Lombarda, 1966; Lo studio verde, Atti del Collegio Regionale Lombardo Architetti, 1964.

Milano, 14 maggio 1973. [...]

Provincia di Pavia

Comprensorio del Ticino

A – PROPOSTE

1) Denominazione dell’iniziativa: Comprensorio del Ticino.

1 - Area interessata: superficie approssimativa ha 17.000. Comuni interessati: Cassolnovo, Vigevano, Borgo San Siro, Zerbolò, Carbonara, San Martino Siccomario, Pavia, Travacò , Valle Salimbene, Bereguardo, Torre d’Isola, Gambolò.

2 - Motivi per i quali si propone la tutela: Protezione dell’area fluviale e delle zone boscose circostanti, nonché degli scorci panoramici ambientali ancora intatti, L’area costituisce un polmone verde per la città di Milano, Pavia e Vigevano.

3 - Caratteristiche degne di rilievo:

naturalistiche;

paesaggistiche;

monumentali, architettoniche;

● biotopi: Bosco dei Negri in comune di Pavia, Bosco di Zerbolò, Bosco di Bereguardo e della Zelata.

4 - Organismi, Enti ed Associazioni che hanno sostenuto e sostengono l’iniziativa: Comune interessato, Ente Turismo, Camera di Commercio, C.A.I., Italia Nostra.

B – VINCOLI IN ATTO

1 - Stato di fatto della pianificazione urbanistica relativa all’area meritevole di tutela, per Comune:

a) Comune di Cassolnovo : P.d.F. approvato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

b) Comune di Vigevano : P.R.G. adottato, P.d.F. adottato. Il Comune è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

c) Comune di Borgo San Siro : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

d) Comune di Zerbolò : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

e) Comune di Carbonara Ticino : P.d.F. in progetto. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

f) Comune di San Martino Siccomario : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

g) Comune di Pavia : P.R.G. approvato. Il Comune è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

h) Comune di Travacò Siccomario : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

i) Comune di Valle Salimbene : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

l) Comune di Bereguardo : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

m) Comune di Torre d’Isola : P.d.F. approvato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio;

n)Comune di Gambolò : P.d.F. adottato. Il Comune non è soggetto a P.R.G. obbligatorio.

2 - Vincoli esistenti:

a) vincoli paesaggistici, ai sensi della legge 29 giugno 1939, n. 1497, localizzati nei comuni di: Cassolnovo, Vigevano, Borgo San Siro, Zerbolò, Pavia, Travacò Siccomario, Mezzanino, Bereguardo, Torre d’Isola, Gambolò;

b) vincoli monumentali, edifici protetti: Castello Cassolnovo, Vigevano, Castello Zerbolò, Pavia, Chiesa Parrocchiale di Travacò, Castello di Bereguardo, Castello di Parasacco di Zerbolò, Palazzo Botta di Torre d’Isola, Villa Cavagna Sangiuliani a Zelata e Palazzo Moino in Bereguardo;

c) riserve di caccia: superficie ha 7.000 circa, localizzati nei comuni di: Cassolnovo, Vigevano, Borgo San Siro, Zerbolò, Bereguardo, Carbonara Ticino, Travacò, Torre d’Isola, Pavia;

d) colture forestali in atto, localizzate nei comuni di: Pavia, Zerbolò, Bereguardo, Borgo San Siro, Vigevano.

C – SITUAZIONE DI FATTO ATTUALE E VARIE

1) Stato di fatto delle opere e degli insediamenti in atto o in progetto, che possono compromettere l’azione di tutela:

a) insediamenti industriali: insediamenti e scarichi industriali in prossimità dei maggiori centri;

b) insediamenti di tipo civile: forti spinte insediative, specialmente nei comuni di Pavia e Torre d’Isola;

c) infrastrutture viarie e ferroviarie, impianti di risalita, strutture trasportistiche: nodo ferroviario a Pavia, ponti ferroviari sul Ticino a Pavia e Vigevano. Il perimetro è delimitato dalle strade statali dell’Est Ticino e dei Cairoli ed è solcato da una buona rete di strade provinciali e comunali bitumate;

d) miniere, cave e torbiere: cave di sabbia e ghiaia in Ticino e nel terrazzamento circostante.

Pavia, 1 giugno 1973.



Proposta di individuazione delle aree meritevoli di tutela naturalistica: area del Ticino (a cura dell’Ufficio Tecnico dell’Amministrazione provinciale di Pavia)

Quella del Ticino è la maggiore area fluviale a bosco tuttora esistente in Lombardia; la sua importanza è primaria sia sotto il punto di vista naturalistico sia da quello paesaggistico. La vasta bibliografia ormai esistente sull’argomento esonera dal dilungarsi, in questa sede, per illustrare quali siano i pregi specifici del vasto comprensorio che, adeguatamente tutelato, verrebbe ad assolvere ad una funzione sociale non facilmente surrogabile.

La superficie totale dell’area proposta è di circa ettari 16.920 ed interessa i comuni di Cassolnovo, Vigevano, Borgo San Siro, Zerbolò, Carbonara Ticino, San Martino Siccomario, Pavia, Travacò Siccomario e Mezzanino in sponda destra e di Bereguardo, Torre d’Isola e Pavia in sponda a sinistra.

Quasi tutti i comuni citati hanno la porzione del loro territorio rivierasco del Ticino sottoposta a vincolo paesaggistico da parte della Soprintendenza dei Monumenti per la Lombardia (presenza di castelli, cascinali, fattorie).

La perimetrazione grafica dell’area è stata desunta da elementi forniti direttamente dal prof. Vaccari ed è stata poi visionata ed approvata dai rappresentanti della Camera di Commercio, C.A.I, e Italia Nostra. [...]

Provincia di Varese

Considerazioni urbanistiche generali in merito alla identificazione di parchi naturali in Lombardia richiesta dalla Regione Lombardia

[...] Ci riferiamo per il Ticino alla sola sponda lombarda. La popolazione al 1 gennaio 1970 dei dodici comuni compresi nell’area era di circa 80.000 abitanti. Gli strumenti urbanistici vigenti al giugno 1970 prevedono una estensione edificata capace di contenere 900.000 abitanti. Molti comuni prevedono la edificazione fino sulla sponda del Ticino, moli prevedono l’insediamento di zone industriali a ridosso o lungo il fiume o nell’area del bacino.

Quasi tutti i comuni prevedono la privatizzazione totale dell’area boscata e delle sponde; le zone libere e comunque destinate alle attrezzature collettive sono irrisorie. Questa situazione proviene oltre che dalle pressioni locali sugli amministratori comunali, dalla mancanza di conoscenza del territorio da parte della Regione. I Comuni pertanto si trovano ad operare scelte assolutamente settoriali e miranti pur sempre ad utilizzare e consumare il territorio e il Fiume per scopi particolaristici.

Regione Lombardia, Legge Regionale 9 gennaio 1974, n. 2: Norme Urbanistiche per la tutela delle aree comprese nel piano generale delle riserve e dei parchi naturali di interesse regionale. Istituzione del parco lombardo della valle del Ticino (B.U. 10 gennaio 1974)

Titolo II – NORME SPECIALI PER LA SALVAGUARDIA DEL PARCO LOMBARDO DELLA VALLE DEL TICINO

Art. 8 – Piano territoriale del parco lombardo della valle del Ticino – Il parco lombardo della valle del Ticino è area compresa nel piano generale delle riserve e dei parchi naturali di interesse regionale […]

Art. 9 – Il territorio del parco lombardo della valle del Ticino è delimitato dai confini amministrativi del seguenti comuni:

Provincia di Varese: Arsago Seprio, Besnate, Cardano al Campo, Castrate Sempione, Ferno, Gallarate, Golasecca, Lonate Pozzolo, Samarate, Sesto Calende, Somma Lombardo, Vergiate, Vizzola Ticino.

Provincia di Milano: Abbiategrasso, Bernate Ticino, Besate, Boffalora Ticino, Cassinetta di Lugagnano, Castano Primo, Cuggiono, Magenta, Moribondo, Motta Visconti, Nosate, Ozzero, Robecchetto con Induno, Robecchetto sul Naviglio, Turbigo, Vanzaghello.

Provincia di Pavia: Bereguardo, Borgo San Siro, Carbonara Ticino, Cassolnovo, Gambolò, Garlasco, Groppello Cairoli, Linarolo, Mezzanino, Pavia, San Martino Siccomario, Torre d’Isola, Travacò Siccomario, Valle Salimbene, Vigevano, Villanova d’Ardenghi, Zerbolò.

La regione assume l’iniziativa di coordinare il piano territoriale del parco lombardo della valle del Ticino con le iniziative di pianificazione dell’area che verranno eventualmente avviate dalla regione Piemonte.

Art. 10 –Costituzione del consorzio tra gli enti locali interessati – I comuni indicati nel precedente Articolo 9, nonché le amministrazioni provinciali di Varese, Milano e Pavia, riuniti in consorzio provvedono a svolgere le funzioni previste […].

Art. 11 – Misure speciali di salvaguardia … fino all’approvazione da parte della regione del piano territoriale di coordinamento … i comuni dovranno rispettare le seguenti norme:

nelle fasce fluviali, per la profondità delimitata dalla allegata planimetria, che è parte integrante della presente legge, non è consentita alcuna edificazione ad eccezione dei nuclei abitati nelle perimetrazioni ex lege 6 agosto 1967, n. 765, debitamente approvate, del restauro e della ricostruzione degli edifici esistenti, dell’edificazione di attrezzature tecniche e residenziali strettamente necessarie all’esercizio dell’attività agricola e zootecnica, purché non inquinanti. Non saranno altresì consentite: l’apertura di nuove cave; le recinzioni delle proprietà se non con siepi a verde; la chiusura degli accessi al fiume, il mutamento del tipo di coltivazione e piantumazione in atto salvo le normali rotazioni agricole e la pioppicoltura.

2 - il rinnovo delle concessioni di cave in atto ed il loro ampliamento è subordinato al parere favorevole del consorzio […]

3 – La costruzione di strade ed infrastrutture in genere, sia pubbliche che private, anche se previste dagli strumenti urbanistici, dovranno essere autorizzate dalla regione, come pure le nuove richieste di utilizzo delle acque del Ticino:

nelle zone esterne al perimetro dei centri abitati, per i comuni sprovvisti di strumento urbanistico vigente, e nelle zone agricole o equiparate, per i comuni dotati di strumento urbanistico vigente, saranno consentite soltanto strutture edilizie strettamente pertinenti alla conduzione dei fondi agricoli con volumetria non superiore a 0,03 mc/mq;

nelle fasce fluviali, di cui all’allegata planimetria, è vietato l’esercizio della caccia, il rinnovo e il rilascio di nuove concessioni di riserve di caccia;

è altresì vietata la navigazione da diporto con natanti aventi motore di potenza superiore a 20 HP.

4 – i sindaci sono responsabili ai sensi dell’art. 32 della legge 17 agosto 1942, n. 1150 del rispetto delle speciali misure sopra indicate.

La proposta di legge regionale per la costituzione di un parco lungo la valle del Ticino (apparsa sul numero di aprile del Giornale della Lombardia e successivamente fatta propria da Italia Nostra e dal World Wildlife Fund), dal punto di emissione dal Lago Maggiore, fino alla confluenza col Po, ci rammenta che l’intervento pubblico su di un fiume può anche essere qualcosa di diverso dalla costruzione di centrali idroelettriche, o di ponti ferroviari e carrai. Si delinea così una filosofia della gestione pubblica degli elementi naturali ben diversa da quella, cui siamo abituati, che postula in essi unicamente vincoli e risorse per attività produttive, si tratta, da parte degli istituti che rappresentano la collettività, di istituire controlli, commissionare progetti, appaltare opere, per rispondere a una domanda in fondo non molto precisata e in gran parte da scoprire, e che solo in prima approssimazione possiamo chiamare “di uso del tempo libero”, “di fruizione del verde e della natura”, “turistica” e così via.

Uno dei compiti del Piano regionale di intervento urbanistico (strumento attuativo del Parco del Ticino, secondo la proposta di legge)dovrà essere, secondo noi, proprio quello di inventare e scoprire, attraverso un accurato vaglio di tutti i sintomi palesi o impliciti, i tipi di fruizione del territorio fluviale, le ragioni che spingono e potrebbero spingere verso il fiume gli abitanti delle fasce urbano rivierasche, compresa Milano, per arrivare a individuare così i tipi di intervento sulle infrastrutture e sulla forma fisica del territorio interessato congruenti con la domanda.

Non è, questa nostra rubrica, il luogo più adatto per entrare nel merito giuridico-urbanistico della proposta di legge.

Quello che qui ci interessa, è sottolineare l’occasione, che si presenta, di un intervento creativo su di un materiale geografico insolito per il nostro paese e per la nostra epoca, intervento mosso da soggetti e operatori altrettanto insoliti per questo compito. Infatti, anche se questa legge sembra soprattutto uno strumento protettivo (anti inquinamento, anti disboscamento, anti cave), non vorremmo per questo che sfuggisse ai lettori la principale ragion d’essere di un intervento pubblico di questo genere: la strumentalizzazione della accessibilità pubblica, collettiva, al territorio interessato.

Non ci importa qui contrapporci ai sacerdoti delle cattedrali ecologiche, con il loro “ odi profanum vulgum”, e con le loro puzze al naso. Nel nostro paese siamo bravissimi a creare false contrapposizioni, come quelle appunto fra la distruzione di risorse naturali e la loro intangibilità assoluta, ignorando ciò che è non ceto una via di mezzo, ma semplicemente il vero problema, cioè la fruizione collettiva di quelle risorse. Protezione e fruizione collettiva delle risorse naturali non sono termini in opposizione, mentre lo sono protezione e appropriazione privata. Solo una presa di coscienza collettiva dei valori della Valle del Ticino potrà dare alla collettività e quindi alle pubbliche amministrazioni la forza politica per proteggere tali valori.

Non si dimentichi che gli operatori primi nella costruzione del Parco sono, nella proposta di legge, le amministrazioni locali.

E come si può credere che si sviluppi una coscienza collettiva dei valori di certe risorse naturali, senza una presa di possesso collettiva di queste risorse, e una abitudine alla continua riscoperta collettiva di questi valori?

Ecco allora che gli interventi pubblici attraverso i quali si dovrà concretizzare la forma fisica del Parco del Ticino si devono pensare come i punti di appoggio di questa presa di possesso collettiva, e la forma fisica che scaturirà da essa sarà la traccia dell’uso collettivo (non si spaventino i sacerdoti delle cattedrali ecologiche, zone di intangibilità ci dovranno essere certamente, è solo un problema di regolamento); esattamente come i castelli del Reno sono stati il punto di appoggio e la traccia fisica di un possesso feudale per un uso militare.

Per questi motivi vogliamo qui ricordare la stimolantissima sventagliata di invenzioni tipologiche e formali posta a conclusione del già citato studio di Cerasi e Marabelli, con la quale gli autori intendevano prefigurare, al di là di un semplice elenco di attrezzature sociali e collettive, la presa di possesso civile del territorio fluviale.

Non deve sembrare fuori luogo questa anticipazione dell’immagine, quando ancora si deve avere la legge approvata, redatto il piano generale e i piani particolareggiati, e ancora devono essere compiuti gli altri passi di un iter per forza lungo e difficile: l’immagine è necessaria per aiutare a rendere più concreti gli obiettivi, e per non perderli di vista strada facendo.

Abbiamo detto che ciò che più ci interessa in questa proposta di legge è la prospettiva di una reinvenzione e ristrutturazione fisica di una risorsa maturale, compiuta da una categoria di operatori pubblici che è istituzionalmente la più vicina alla collettività, cioè dalle amministrazioni locali, sulla spinta di una forte domanda per l’utilizzazione collettiva non-produttiva di tale risorsa. Con questo, ci rendiamo conto di andare al di là della stessa proposta di legge, o almeno del suo testo inteso alla lettera. Se esso ha infatti il merito di essere concreto e realistico circa la possibilità di una sua attuazione, è, proprio per questo, condizionato da una serie di fattori al contorno, che vanno dal regime giuridico della proprietà dei suoli (la proposta si collega alla legge 865, cioè alla legge della riforma per la casa, come all’unico strumento possibile) al regime finanziario delle regioni (tenute a stecchetto dallo Stato).

Fra i due obiettivi, a nostro parere, lo ripetiamo, inscindibili, della protezione e della fruizione collettiva diretta, la proposta ripiega sul primo, nell’impossibilità di perseguire pienamente il secondo.

Il valore di questa proposta di legge sarebbe allora quello di configurare uno strumento intermedio: in attesa di tempi migliori, che permettano di aprire al pubblico i fondi chiusi e le sponde privatizzate, impediamo almeno che i proprietari lottizzino.

Tuttavia, per questo verso, anche tenuto conto realisticamente di tutti i condizionamenti di cui si è detto, il testo della proposta di legge secondo noi può essere migliorato: e vediamo come.

Anzitutto, nel primo articolo, là dove la legge dichiara il suo obiettivo specifico e le sue motivazioni essenziali, non devono apparire solo le ragioni conservativo-protezionistiche, come avviene nel testo attuale. Diciamo questo non perchè ci interessa un’etichetta più ricca di svolazzi, ma perchè sappiano che nelle vicende della applicazione di una legge è di aiuto poter richiamare i suoi obiettivi generali, se essi sono espressi con chiarezza.

Successivamente, il testo della proposta legge classifica tre tipi di territorio in scala decrescente di intangibilità. Di questi, solo il terzo tipo (zone di uso pubblico) ammette l’esproprio e conseguente controllo pubblico delle aree; e allo scopo si stanziano dei fondi. Di che controllo pubblico, però, si tratta?

Gli operatori sono i Comuni e consorzi di Comuni; lo strumento di acquisizione è l’esproprio per pubblica utilità, con indennizzo a prezzo agricolo; delle aree espropriate, però, una metà è ceduta in proprietà e l’altra in diritto di superficie.

A chi saranno cedute le aree?

Si dice che devono essere cedute per “uso pubblico”; d’altronde lo strumento giuridico a cui si fa riferimento è l’art. 27 della legge 865, là dove si descrivono i piani delle aree da destinare a insediamenti produttivi, e dove si specifica che gli impianti produttivi possono essere di carattere industriale, artigianale, “commerciale” e “turistico”.

Si può quindi presumere che i concessionari delle aree di uso pubblico saranno operatori commerciali e turistici, e quindi nella generalità dei casi, l’uso pubblico sarà subordinato al pagamento di una consumazione o di un biglietto.

Quello che manca allora nella proposta di legge è una previsione di costituzione di parchi pubblici veri e propri, in proprietà ai comuni e consorzi.

Eppure la legge 865 prevede chiaramente (art. 9) che l’esproprio a prezzo agricolo per pubblica utilità sia applicato anche per la realizzazione di parchi pubblici e di parchi nazionali, e gli stanziamenti previsti dalla proposta di legge possono ben servire anche a questo, oltre che a mettere in moto le operazioni di “valorizzazione turistica” della zona.

La differenza fra destinazione turistica e destinazione sociale è molto forte, non deve sfuggire a nessuno.

Nel mese di aprile del 1972 il periodico regionale edito a Milano Il Giornale della Lombardia si assumeva il compito di lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare per la costituzione di un “Parco della Valle del Ticino”. Lo Statuto della Regione Lombardia prevede infatti la possibilità che una proposta di legge venga avanzata da un’iniziativa popolare che deve concretarsi nella raccolta di almeno 5.000 firme autenticate da un notaio per poter essere ufficialmente presentata agli organi legislativi della Regione stessa, ai fini di una sua discussione ed eventuale approvazione da parte del Consiglio Regionale.

Si riporta qui di seguito il testo della proposta di legge per il suo indubbio interesse, sia da un punto di vista tecnico, per gli importanti contenuti attinenti a problemi di tutela di ambienti naturali, sia dal punto di vista della possibilità di una attiva partecipazione dell’opinione pubblica all’elaborazione di una politica nuova nel campo dell’assetto territoriale.

I - La regione lombarda ritiene che la valle del Ticino sia un bene del patrimonio culturale da tutelare per il suo notevole interesse pubblico a motivo delle caratteristiche morfologiche naturali ed estetiche, con particolare riguardo alla flora ed alla fauna.

Per provvedere alla conservazione della valle ed alla sua utilizzazione per fini sociali, culturali, turistici e di ricreazione dei cittadini lombardi, è istituito il Parco regionale della valle del Ticino. Il parco comprende i terreni interessati dal corso del fiume: da Sesto Calende sino alla confluenza col Po, con la larghezza media di m. 2.000 su ciascuna sponda, semprechè ricadenti nel territorio lombardo, con l’esclusione delle zone comprese nell’aggregato urbano, perimetrato ai sensi della legge 6-8-1967, n. 765. Il comprensorio comprende inoltre le zone di brughiera quale parte integrante sotto il profilo morfologico e naturalistico della valle del Ticino.

Con decreto del presidente della Giunta regionale, da adottarsi entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge, sentite le Amministrazioni locali interessate, la larghezza della zona del parco può essere ampliata o diminuita in relazione alle caratteristiche naturali dei territori interessati.

II - Il territorio del parco è oggetto di un piano regionale di intervento urbanistico che prevede le seguenti zone:

a) zone di “riserva integrale”, nelle quali il territorio è conservato nella sua integrità, fatti salvi gli interventi per opere di protezione e di miglioria degli elementi naturali;

b) zone di “riserva generale”, nelle quali è vietato costruire nuove opere edilizie, ampliare le costruzioni esistenti, eseguire opere di trasformazione del territorio. In queste zone può essere consentito utilizzare il terreno per boschi, coltivazioni agricole, a pascolo, e possono essere costruite opere di protezione e di miglioria degli elementi naturali;

c) zone di “uso pubblico” costituite da:

- poli di servizio nei quali sono concentrate le attrezzature di interesse turistico funzionali alle esigenze del parco;

- aree di autoparcheggio;

- percorsi pedonali per l’accesso al fiume;

- zone pedonali continue lungo le sponde del fiume.

III - Al piano è annesso il regolamento del parco con cui la regione provvede a disciplinare nel territorio del parco l’esercizio delle attività, l’uso dei boschi, la caccia e la pesca, lo smaltimento dei rifiuti nelle zone di uso pubblico; nonché ad escludere la coltivazione delle cave e miniere, la riduzione del regime delle acque, lo svolgimento di attività pubblicitarie, assicurando nel contempo la tutela della quiete, del silenzio, dell’aspetto dei luoghi.

IV - Il piano di intervento urbanistico è approvato dalla regione lombarda, sentite in conferenze di servizio le amministrazioni locali interessate, entro diciotto mesi dall’entrata in vigore della presente legge.

Il progetto di piano e le allegate norme regolamentari devono essere depositate nella Segreteria dei Comuni il cui territorio è interessato anche in parte dal parco, per la durata di trenta giorni consecutivi, durante i quali chiunque ha facoltà di prenderne visione. Fino a trenta giorni dopo la scadenza del periodo di deposito chiunque abbia interesse può proporre osservazioni sulle quali le singole amministrazioni comunali controdedurranno entro i successivi sessanta giorni, formulando anche le proprie osservazioni. Le determinazioni regionali in ordine alle osservazioni devono essere motivate.

Il piano regionale di intervento urbanistico ha vigore a tempo indeterminato e può essere variato seguendo le procedure fissate nella presente legge per la prima approvazione del piano.

I Comuni il cui territorio sia compreso in tutto o in parte nell’ambito del piano regionale di intervento urbanistico, sono tenuti a uniformare a questo il rispettivo strumento urbanistico (piano regolatore generale o programma di fabbricazione).

Presso la Regione è costituita la commissione dei parchi regionali lombardi composta da sette membri nominati fra gli esperti in ecologia, quattro dei quali da parte della Regione e gli altri tre da parte del CNR e delle associazioni naturalistiche.

V - Per gli interventi urbanistici di esecuzione delle previsioni del piano regionale, i Comuni si consorziano volontariamente ai sensi dell’art. 27 della legge 22 ottobre 1971 n. 865, procedendo alla formazione di piani particolareggiati di intervento.

I Consorzi dei Comuni saranno retti da statuti proposti dai Comuni stessi e da approvarsi dalla Regione. Gli statuti devono prevedere in ogni caso una rappresentanza per la Regione, per la provincia, e dovranno assicurare nella rappresentanza dei Comuni anche la presenza delle minoranze consiliari.

All’atto dell’approvazione, la Regione verificherà la rispondenza degli statuti ai fini istitutivi del parco, nonché l’ampiezza dei territori consorziati per assicurare una equa distribuzione fra i consorzi dei vantaggi e degli oneri che derivano dalla istituzione del parco.

Il piano particolareggiato di intervento, formato dal consorzio di cui al precedente articolo, disciplina l’uso dei suoli, nonché gli interventi per la gestione delle zone di uso pubblico, e ciò anche su deleghe dei poteri conferiti dalle Regioni e dai Comuni. Le zone riservate all’uso pubblico sono espropriate dai consorzi secondo quanto previsto dall’art. 27 della legge n. 865 del 1971. La autorizzazione della Regione alla formazione del piano particolareggiato di intervento è concessa soltanto ai Comuni consorziati ai sensi di quanto disposto dal presente articolo.

Il consorzio utilizza le aree espropriate per la realizzazione di zone di uso pubblico in misura pari al 50% mediante la cessione in proprietà e per la rimanente parte mediante la concessione del diritto di superficie. Sia nel caso di cessione in proprietà che di concessione del diritto di superficie, la aggiudicazione avverrà sulla base di progetti edilizi e gestionali attuativi delle indicazioni del piano regionale del parco e del piano particolareggiato di esecuzione.

VI - La Regione stanzia nei propri bilanci annuali, a partire dal primo esercizio, la somma di L. 150 milioni per la gestione ordinaria del parco. Nel primo esercizio una quota parte di tale somma sarà destinata alle spese di studio e progettazione del piano regionale e dei piani consortili di esecuzione. Stanzia inoltre la somma di L. 200.000.000 a favore dei consorzi dotati del piano particolareggiato di intervento per l’esproprio delle zone riservate ad uso pubblico. Stanzia ancora la somma di L. 150.000.000 quale contributo sui ratei di ammortamento e interessi dei mutui contratti per la realizzazione di programmi di iniziativa pubblica o privata nelle zone di uso pubblico.

Per le opere di sistemazione idrogeologica, per le necessità della lotta all’inquinamento e per ogni altro intervento attuativo della legge in vigore, la Regione svolgerà il necessario coordinamento con lo Stato o conb gli altri enti pubblici ai quali le leggi vigenti affidano competenze.

VII - Fintanto che non sarà decorso il termine previsto per l’approvazione del piano regionale, nel territorio del parco della valle del Ticino è vietata qualsiasi trasformazione di uso del suolo, per il detto periodo sono fatte salve le iniziative in atto.

Subito dopo la pubblicazione del testo della proposta di legge il Consiglio Regionale Lombardo di Italia Nostra, condividendone i motivi ispiratori e gli obbiettivi di fondo, decideva di appoggiare l’iniziativa e, in collegamento con altre associazioni naturalistiche e protezionistiche, indiceva una conferenza stampa nella quale veniva diramato il comunicato qui sotto riportato in cui, all’espressione della solidarietà nei riguardi dell’iniziativa specifica, veniva richiesto all’Ente Regione l’avviamento di una azione politica globale per la tutela della natura e per la creazione di parchi regionali in Lombardia.

L’Associazione Italia Nostra, l’Associazione Nazionale World Wildlife Fund, il Club Alpino Italiano, la Lega Mondiale contro la distruzione degli uccelli, la Federazione Italiana Pesca Sportiva e i sottoscritti cittadini,

considerato che le risorse naturali del territorio della Regione lombarda sono gravemente compromessa da una espansione urbanistica incontrollata, sotto la spinta di uno sviluppo economico erroneamente considerato unico fine della nostra società;

che la conservazione e la pubblica fruizione programmata dei superstiti beni naturali costituisce una delle fondamentali risorse per garantire ai cittadini un più civile livello di vita;

che con l’entrata in funzione delle Regioni i cittadini hanno acquisito la facoltà di intervenire direttamente nella determinazione del loro futuro anche per quanto riguarda l’utilizzazione del territorio ai fini sociali e di equilibrio ecologico;

che in questo quadro è già stata formulata dal Giornale della Lombardia una concreta proposta di legge di iniziativa popolare per la creazione di un parco sul fiume Ticino

dichiarano di appoggiare la proposta per il “Parco della Valle del Ticino” e

chiedono che la Regione, nell’ambito di una politica essenzialmente volta allo sviluppo dei servizi sociali, imposti e realizzi una rigida tutela del superstite patrimonio naturalistico del territorio regionale, in accordo con altre Regioni finitime. Più specificamente

chiedono



a)che venga sollecitamente approvata dal Consiglio regionale la proposta di legge relativa al “Parco della Valle del Ticino”;

b) che vengano avviati immediatamente contatti con la Regione Piemonte per l’estensione del Parco anche alla parte della valle ricadente nel territorio di quella Regione;

c) che successivamente siano realizzati analoghi Parchi lungo le sponde degli altri fiumi lombardi;

d) che, previo censimento di tutti i beni naturali, si adottino immediatamente le opportune norme di salvaguardia, in vista dei successivi provvedimenti tesi a stabilire un’organica e globale politica del verde;

e) che vengano annualmente stanziati nel bilancio regionale adeguati fondi per la realizzazione di tale politica.

Tale comunicato veniva poi considerato quale testo di una petizione da proporre alla firma dei cittadini lombardi e da presentare anch’essa, come manifestazione di partecipazione popolare, agli organi regionali.

Sia la proposta di legge che la petizione iniziavano subito il loro iter per la raccolta delle firme; agli inizi del mese di settembre, esso risultava già compiuto soprattutto per quanto riguarda la prima che aveva già ottenuto l’adesione, più che sufficiente anche per ottemperare al dispositivo statutario regionale, di oltre 7.000 persone.

Ai primi di ottobre, presentata la proposta alla Regione, avveniva un incredibile e doloroso colpo di scena i cui risvolti negativi non possono essere qui sottaciuti: l’Uffici di Presidenza del Consiglio Regionale Lombardo, competente per Statuto ad esaminare la legittimità delle proposte di legge di iniziativa popolare, decideva di respingere la proposta medesima in quanto talune delle sue disposizioni fondamentali, in contrasto con lo Statuto stesso della regione, “prevedono in modo diretto e immediato vincoli e restrizioni alla proprietà fondiaria nell’ambito di un territorio concretamente delimitato”.

La presa di posizione ha immediatamente suscitato fortissime reazioni contrarie a livello di organismi di ogni genere nonché della pubblica opinione: non sembrava credibile, infatti, che il primo tentativo di convogliare la partecipazione popolare sulla traccia di una proposta tendente a realizzare un migliore assetto territoriale attraverso la creazione di un Parco di salvaguardia naturalistica in una delle zone più paesisticamente interessanti della Regione, potesse essere così brutalmente bloccato per motivi, peraltro discutibili, di irregolarità formale.

Il Consiglio Regionale Lombardo di Italia Nostra, unitamente alle altre associazioni che avevano appoggiato l’iniziativa della proposta di legge, emettevano subito un comunicato stampa che qui si riporta integralmente:

L’Associazione Italia Nostra, l’Associazione Nazionale World Wildlife Fund, il Club Alpino Italiano

preso atto con sorpresa e disappunto che la proposta di legge di iniziativa popolare per la costituzione di un “Parco della Valle del Ticino”, a cui esse avevano dato il loro appoggio, è stata considerata inammissibile dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale Lombardo per ragioni di carattere giuridico-formale e procedurale,

denunciano il fatto che l’interpretazione data in ordine ai limiti dell’iniziativa popolare ai sensi dell’articolo 60 dello Statuto regionale rischia di compromettere ogni possibilità di iniziativa popolare legislativa in materia urbanistica e di tutela ambientale e paesistica,

chiedono che il consiglio Regionale Lombardo sia investito dell’interpretazione dell’articolo 60 dello Statuto, tenendo presente che la partecipazione dei cittadini alle scelte di governo del territorio rappresenta uno dei punti fondamentali dell’azione regionale,

propongono comunque che, al fine di superare l’ostacolo frapposto alla sollecita costituzione del “Parco della Valle del Ticino”, le forze politiche presenti in Consiglio Regionale ripresentino la proposta sottoscritta da oltre 8.000 cittadini nel testo originario, per sottolineare il rispetto della mobilitazione popolare manifestatasi in tale proposta, impegnandosi a mantenere nella discussione della legge i tempi previsti per le leggi di iniziativa popolare. In sede di Consiglio Regionale, come d’altra parte i promotori dell’iniziativa avevano preannunciato, potranno essere apportate tutte le necessarie modifiche migliorative al testo proposto.

Le predette Associazioni ritengono che soltanto così potrà essere dimostrata nei fatti concreti l’esistenza di una reale volontà di realizzare una politica di tutela e valorizzazione dell’ambiente in Lombardia.

Nonostante lo smacco subito, appare evidente che l’iniziativa deve ritenersi tuttora valida e proponibile; l’organo che ha effettuato la bocciatura meglio avrebbe fatto se avesse inviato comunque la proposta di legge al dibattito del Consiglio Regionale, dove ogni miglioramento tecnico del testo è naturalmente possibile ed auspicabile e la stessa Associazione è pronta a parteciparvi attivamente.

Ora, tuttavia, è opportuno che la proposta di legge venga ripresentata attraverso i canali normali, perchè possa realmente essere portata al vaglio di una discussione democratica dell’organo elettivo regionale al fine di non disattendere una richiesta che ha ottenuto l’avallo di una così folta rappresentanza della cittadinanza e perché non si perda altro tempo nell’avviare a soluzione il problema della tutela di una delle superstiti zone ancora naturalisticamente importanti della Lombardia.

(a cura del Consiglio regionale lombardo di “Italia Nostra”)

Giancarlo De Carlo - La vocazione del Ticino

La fascia di territorio che corre lungo il Ticino da Sesto Calende al Po costituisce uno dei paesaggi italiani più pregiati per i caratteri del fiume, i tipi della vegetazione, i variati modi di insediamento. Rappresenta un ecosistema del tutto particolare nella differenziata gamma del paesaggio nazionale e deve perciò essere considerato un bene culturale unico e quindi inalienabile. La sua alienabilità è confermata dalla funzione che questa fascia di territorio svolge nella intera area metropolitana milanese, soprattutto se si tiene conto di come questa funzione possa essere sensibilmente sviluppata sfruttando le possibilità della area in un coordinato programma urbanistico regionale.

Il primo e il secondo schema del Piano Intercomunale Milanese avevano suggerito infatti che tutta la fascia del Ticino fosse tutelata e destinata ad attività di tempo libero: cioè, ad attrezzature per la cultura e per lo svago al servizio della popolazione che, nell’area di influenza di Milano, lavora ed abita in una condizione di depressione ambientale sempre più deplorevole.

Tutelare la fascia del Ticino significa sottoporla ad un controllo normativo efficiente che dovrebbe vincolarla a “parco fluviale”, in analogia a quanto è stato fatto per i parchi nazionali del Gran Paradiso, dell’Abruzzo, dello Stelvio e del Circeo. Ma anche questo vincolo non potrebbe in alcun modo essere sufficiente se non fosse integrato in un sistema più generale di pianificazione territoriale.

La fascia del Ticino può essere salvata se la si protegge dalla distruzione, ma anche se allo stesso tempo si utilizzano al massimo le sue capacità vocazionali.

Proteggerla dalla distruzione significa impedire gli insediamenti indiscriminati, conservare il verde, tutelare i valori ambientali e soprattutto eliminare la folle distruzione che deriva dall’inquinamento delle acque fluviali. Utilizzare le sue capacità vocazionali significa dotarla di attrezzature per il tempo libero e la cultura, rigorosamente appropriate ai suoi caratteri, e integrarla per questa via in un nuovo sistema territoriale equilibrato, esteso a tutta le regione.

[...]

Proposte elaborate dalla Sezione pavese di Italia Nostra per organizzare e difendere il territorio del Ticino

L’ambiente naturale del Ticino, come ambiente da preservare e da organizzare per attività umane, può essere diviso in due fasce di territorio, la prima comprendente le rive e i terrazzi fluviali, la seconda più larga.La prima fascia, che fa tutt’uno col fiume anche da un punto di vista ecologico, costituisce un vero e proprio bene territoriale prezioso e insostituibile, che può restare al servizio degli uomini solo a patto di mantenere inalterate le sue caratteristiche naturali. Non può dunque servire che per un tempo libero condizionato da un rispetto assoluto per la natura, ivi compreso il silenzio.La seconda fascia, invece, deve essere destinata a funzioni tali: a) da non compromettere l’integrità territoriale della prima; b) da congiungerla armonicamente col resto del territorio. Queste sono, d’altra parte, le funzioni che la identificano.Per quanto riguarda la prima fascia, ne segue che, nel quadro di una politica generale e specifica di difesa della qualità delle acque, dei greti e dei fondali, si tratta di qualificarla giuridicamente in modo analogo ai parchi nazionali, ossia con la sola misura giuridica che attua un rispetto integrale della natura. A fianco di ciò, si tratta inoltre di apprestare degli accessi esclusivamente pedonali mediante sentieri di terra battuta, di creare, sul limite esterno, dei parcheggi automobilistici non visibili dal fiume né dalle strade esterne e di escludere ogni altra opera.I punti nei quali si accede già alle rive del fiume con strade automobilistiche di traffico che lo attraversano, non potrebbero essere facilmente sottoposti a una disciplina così rigida. Questi punti, già incalzati da un tempo libero del tutto indisciplinato, ove fossero accuratamente delimitati, potrebbero servire da utili valvole di sfogo.Per quanto riguarda la seconda fascia, ne segue che si tratta di escludere assolutamente l’insediamento di industrie e di destinarla invece: a) a residenze specializzate, che dovrebbero in linea di massima sfruttare adattandola, l’architettura spontanea del posto; b) ai soli servizi connessi con tale funzione. I mezzi politico-legislativi sono dunque, in questo caso, quelli del piano territoriale regionale dal punto di vista della localizzazione generale delle funzioni, e dei piani intercomunali comprensoriali, a carattere di tutela paesistica dal punto di vista della realizzazione pratica.

Risoluzione sulla difesa del Ticino votata da più di duemila cittadini liberamente convenuti al Teatro Fraschini la sera del 2 marzo 1967

I cittadini di Pavia, di Vigevano e degli altri Comuni rivieraschi del Ticino, riuniti in assemblea al Civico Teatro Fraschini di Pavia il 2 marzo 1967

presa in esame

la grave incombente minaccia di inquinamento delle acque e di distruzione dell’ambiente naturale del Ticino a seguito della costruzione dello scolmatore cosiddetto di nord-ovest;

affermano

che il Ticino per qualità e quantità d’acqua deve essere almeno conservato nelle condizioni attuali;

chiedono

alle Amministrazioni, agli Enti, ai parlamentari della regione:

1- di intervenire presso il Governo per ottenere la definitiva rinuncia al progetto di scaricare in Ticino le acque di magra dell’Olona e degli altri corsi d’acqua del Nord-Milano

2- di procedere alla nomina di una commissione di esperti che studi l’effettivo grado di inquinamento delle acque di piena dell’Olona, allo scopo di stabilire se anche il deflusso di tali acque in Ticino non sia da vietare

3 - di prendere in esame la possibilità di utilizzare il tratto di scolmatore già costruito per scaricare nel Ticino, in caso di acqua di piena, le acque del Naviglio Grande in luogo di quelle dell’Olona, ottenendo gli stessi effetti

4- di ottenere l’immediata sospensione della costruzione del II tronco dello scolmatore e del III tronco recentemente appaltato, e la interruzione della istruttoria relativa al tratto fra Olona e Seveso;

invitano

i parlamentari della regione ad adoperarsi per ottenere l’emanazione:

a) di una legislazione adeguata sulle acque che imponga la depurazione all’origine degli scarichi industriali, la distinzione tra fiumi non inquinabili come il Ticino e corsi d’acqua nei quali possono essere tollerati diversi gradi d’inquinamento;

b) di una legge che proibisca tassativamente l’uso dei detersivi non biodegradabili;

invitano

a) le Amministrazioni e gli Enti interessati a chiedere – come prima e parziale misura a breve termine – alla Sopraintendenza ai Monumenti che ponga il vincolo paesistico sulle zone rivierasche del Ticino;

b) “Italia Nostra” a formulare una proposta di destinazione della zona del Ticino a parco fluviale in quanto bene territoriale comune;

c) le Amministrazioni e gli Enti interessati a nominare un gruppo di lavoro che elabori tale progetto, da inserire, ad opera delle stesse Amministrazioni, nel programma del C.R.P.E. e nel piano territoriale della regione lombarda;

raccomandano

alle Amministrazioni e agli Enti interessati di chiedere la urgente convocazione del Comitato Provinciale di coordinamento delle acque.

[Indice completo dell’opuscolo - Tip. Fusi, Pavia 1968]

Mario Albertini (Presidente della Sezione pavese di Italia Nostra), Introduzione

Giancarlo De Carlo, La vocazione del Ticino

Mario Pavan (Direttore dell’Istituto di Entomologia Agraria dell’Università di Pavia), Difesa ad oltranza contro gli inquinamenti

Eugenio De Fraja Frangipane (Direttore dell’Istituto di Ingegneria sanitaria del Politecnico di Milano), Un programma per la tutela delle acque

Giuseppe Mariani (già Presidente della Sezione Idraulica del Consiglio Superiore dei lavori Pubblici), Le acque di rifiuto e la legislazione

Sergio Baratti (rappresentante del Collegio Ingegneri e Architetti della provincia di Pavia), Una soluzione alternativa al problema delle acque di piena del Nord-Milanese; L’inquinamento dell’onda di piena dell’Olona e del Severo

Proposte elaborate dalla Sezione pavese di Italia Nostra per organizzare e difendere il territorio del Ticino

Risoluzione sulla difesa del Ticino votata da più di duemila cittadini liberamente convenuti al Teatro Fraschini la sera del 2 marzo 1967

Siro Brambilla (Presidente della Sezione provinciale pavese della Federazione Nazionale Pesca Sportiva), Il parere dei pescatori

Oddo Carboni (rappresentante regionale lombardo della Federazione Italiana della Caccia), La voce dei cacciatori

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