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Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole ministro dei lavori pubblici, è purtroppo assai significativo che il Parlamento torni ad occuparsi di quello che anche in un documento ufficiale, qual è la relazione Martuscelli, viene definito “il saccheggio di Agrigento”, dopo che, nel mese e mezzo circa che è trascorso fra la conclusione del dibattito al Senato e l'inizio della discussione in questo ramo del Parlamento, l'opinione pubblica, le forze politiche, il Parlamento stesso hanno dovuto concentrare la loro attenzione sugli eventi dolorosi e drammatici che hanno sconvolto e ancora purtroppo sconvolgono intere regioni del paese. Le recenti calamità hanno fatto comprendere a tutti gli italiani, salvo forse al Presidente del Consiglio e al suo Governo, l'entità dei pericoli che minacciano la struttura fisica del nostro paese e la sopravvivenza stessa della fisionomia tradizionale di città come Firenze e Venezia, le quali, come Agrigento, rappresentano anelli insostituibili di un processo storico e culturale di fronte al quale non si dovrebbe essere insensibili se si è, non dirò dotati di coscienza nazionale, ma uomini civili e moderni, e cioè animati da quel senso della storia che all'uomo moderno è o dovrebbe essere proprio.

Ho detto che è assai significativo perché - nonostante i fatti di Agrigento pongano, come vedremo, anche molti altri e complessi problemi - vi è almeno un elemento comune che non può non apparire chiaro a chiunque si volga con l'occhio attento alla tragedia di Firenze e della Toscana, di Venezia e del Veneto e di Agrigento stessa: è il fatto che, per favorire un certo tipo di sviluppo economico nel nostro paese (tipo di sviluppo che non solo ad Agrigento ha assunto le forme di speculazione parassitaria che in questa città sono arrivate a una misura aberrante), si sono calpestati i diritti della natura e della storia, si sono volute ignorare le caratteristiche fisiche del nostro paese e le sue caratteristiche storiche, con la conseguenza da un lato di costruire il falso gigante dell'Italia moderna e industrializzata con i piedi di argilla (e qui mi appello alle parole pronunciate da un autorevole esponente della democrazia cristiana particolarmente competente di queste cose: il senatore Medici) e dall'altro di avere non solo inferto a centri urbani come Agrigento ferite - dice la relazione Martuscelli - difficilmente cicatrizzabili, ma di avere operato in questi centri urbani in modo tanto mostruoso (anche questo è un aggettivo del dottor Martuscelli), da far apparire la frana che, ha travolto un terzo della città dei templi come una reazione inevitabile, anzi coerente (è sempre la relazione Martuscelli che parla) della natura; allo stesso modo, in un certo senso, che una reazione inevitabile e coerente della natura di fronte al modo in cui le sue leggi sono state ignorate e calpestate ci può apparire il comportamento dell'Arno e di tutti gli altri fiumi straripati in Toscana, nel Veneto e in altre regioni d'Italia. Del resto, il Consiglio superiore dei lavori pubblici, in un documento che purtroppo, onorevole ministro dei lavori pubblici, anche il suo giornale non ha voluto presentare all'opinione pubblica in quel modo completo in cui sarebbe desiderabile che esso (credo che ella ne sia convinto) venga a conoscenza delpaese, perché è desiderabile che il paese comprenda questo...

[omissis]

Del resto, il Consiglio superiore dei lavori pubblici, in questo documento non a caso mi sembra, anzi con molta perspicacia, mette in luce il legame che passa fra difesa del suolo e sviluppo urbanistico delle città, non solo là dove sottolinea i limiti che ad un razionale sviluppo urbanistico e ad una razionale sistemazione del suolo sono imposti dalla necessità di rispettare fino all'assurdo i diritti della proprietà privata, ma là dove rivendica una sistemazione globale dei problemi dell'assetto territoriale del paese e la loro assoluta priorità nell'ambito della programmazione economica.

Ho voluto fare questa premessa per sottolineare, signor Presidente, come l'affare di Agrigento sia più che mai attuale, anche dopo e, anzi, soprattutto dopo i tragici eventi del 3, 4 e 5 novembre. Guai a noi se i responsabili dei fatti di Agrigento dovessero essere, onorevole Zaccagnini, “amnistiati per alluvione”, cioè dovessero beneficiare, oltre che del sistema di omertà, politica dal quale sono stati fin qui anche troppo favoriti, anche di una distrazione dell'opinione pubblica! Vorrei prendere a nome del mio partito l'impegno che, per quanto ci riguarda, questa distrazione dell'opinione pubblica non ci sarà. Guai a noi se non traessimo con maggiore energia, proprio dopo l'alluvione, tutta la lezione che dai fatti di Agrigento va tratta! E dico guai a noi, sebbene, purtroppo, nel modo con cui il Governo fino a questo momento ha mostrato di volersi muovere di fronte al fatto di Agrigento e di fronte alle questioni della difesa del suolo messe così tragicamente in luce dall'alluvione, sembra che siamo ancora ben lontani da una sia pur iniziale presa di coscienza della entità e della qualità del problema.

Ciò premesso, sono convinto che questa nostra discussione può non essere e, anzi, non deve essere una ripetizione di quella già del resto così autorevolmente svoltasi al Senato, ma deve prendere le mosse proprio da quelle conclusioni per vedere se gli impegni là assunti sono stati mantenuti, per vedere quali altri impegni è necessario assumere, e infine, e soprattutto, per controllare se si è manifestata nel Governo, nella democrazia cristiana e negli altri partiti di maggioranza la volontà politica di fare veramente giustizia, cioè di colpire, ora che la fase degli accertamenti è esaurita, i veri responsabili di quanto è accaduto ad Agrigento, e di iniziare ad Agrigento e in Sicilia la necessaria opera di risanamento politico e amministrativo dando, almeno là, un colpo esemplare non solo alla speculazione e alla politica di rapina delle nostre città, ma al malgoverno e alle connivenze politiche che tali speculazioni hanno tollerato, e favorito, alla omertà politica che tale malgoverno ha protetto e ha fatto prosperare.

Questo secondo aspetto è di vitale importanza perché, rappresentando certamente Agrigento un punto limite non soltanto del disordine edilizio ed urbanistico ma anche del malgoverno, della mancanza di giustizia nell'amministrazione, sarebbe veramente un fatto pieno di conseguenze drammatiche per le nostre istituzioni, per la Repubblica, per il costume del nostro paese, se proprio ad Agrigento e dopo Agrigento nulla dovesse accadere, come, a quattro mesi e più dalla frana e a due mesi ormai da precise rivelazioni in proposito, pressoché nulla sul piano delle responsabilità amministrative e politiche è accaduto.

Orbene, proprio perché la nostra discussione può e deve rappresentare, un passo avanti rispetto a quella svoltasi al Senato, debbo porre al ministro Mancini una questione pregiudiziale. Nel suo discorso al Senato ella, onorevole Mancini, ammise che nel dibattito erano state sollevate questioni politiche di carattere generale alle quali ella, pur riconoscendone la validità e la legittimità, non poteva dare una risposta, perché questa spettava a d un interlocutore più adatto per competenza istituzionale e politica.

Io penso che ella si riferisse all'uomo che, secondo la Costituzione, è il coordinatore e il responsabile politico del Governo: al Presidente del Consiglio. Ebbene, onorevole Mancini, ha ella avuto il mandato di rispondere di fronte alla Camera su queste questioni più generali? 0, se ella tale mandato non ha avuto (e non gliene faccio colpa), che cosa significa l'assenza del Presidente del Consiglio? Significa forse – vorrei richiamare su questo fatto anche l'attenzione del Presidente della nostra Assemblea – che alla fine di questo dibattito ci si verrà a dire (e, ripeto, non nefaccio un'accusa personale al ministro Mancini) che il ministro Mancini ci risponderà soltanto sugli aspetti edilizi ed urbanistici della questione?

Ho voluto porre la questione all'inizio della discussione (e per questo mi riferisco anche a lei, signor Presidente della nostra Assemblea), perché credo che il Governo debba decidere il suo atteggiamento e far sapere alla Camera qual è l'orientamento che di fronte a questa questione intende assumere prima della fine del dibattito.

Naturalmente, non posso non avvertire che già questo fatto fa pensare al nostro gruppo, come coerente sviluppo della posizione da noi presa – certamente tutti lo ricordano – il 4 agosto in questa Camera, che dovremo cercare altri sbocchi a questa discussione, sbocchi che consentano di toccare quelle questioni politiche che il Governo sembra qui deciso ancora una volta ad eludere.

Fatta questa pregiudiziale, riprenderò lo svolgimento del mio intervento secondo lo schema logico che avevo preannunciato, vale a dire partendo dagli impegni assunti dal Governo al Senato per verificare quali di essi siano stati mantenuti, quali non mantenuti e quali altri ancora noi sollecitiamo.

Il.ministro Mancini si impegnò allora (non riferisco questi impegni in ordine di enunciazione) in primo luogo ad emanare subito alcuni provvedimenti di emergenza volti a modificare e ad integrare le norme vigenti sulla legislazione urbanistica; in secondo luogo a presentare al Parlamento, entro il 30 novembre, Ia legge urbanistica.

Orbene, dopo un mese e mezzo il Consiglio dei ministri ha formulato, se non erro venerdì scorso, alcuni di questi cosiddetti provvedimenti di emergenza, che fin dall'inizio abbiamo riconosciuto positivi e sui quali non abbiamo sostanziali osservazioni da fare, salvo una: perché il Governo, che così spesso è stato solerte nell’adoperare lo strumento del decreto-legge quando poteva farne a meno, non lo ha adoperato per questi provvedimenti che, mirando ad integrare norme già vigenti nella legislazione, con il proposito evidente di frenare gli abusi, presentavano e presentano indubbiamente carattere di urgenza? Ha invece preferito un iter che, particolarmente per le questioni urbanistiche, sappiamo quanto lento, faticoso e difficile a concludersi sia stato e sia nel nostro Parlamento. Nel dire questo naturalmente è implicito un impegno preciso del nostro gruppo ad approvare al più presto, a tamburo battente, questi provvedimenti.

Inoltre: che cosa intendono essere questi provvedimenti? Qui la questione cambia. È molto strano che uno dei vicesegretari del partito socialista unificato abbia cominciato a parlare di “stralcio” di legge urbanistica. Capisco che l'onorevole Brodolini non è obbligato ad essere competente nella materia; è però una questione, onorevole Tanassi, così delicata, che bisognerebbe essere prudenti nel linguaggio. Questi provvedimenti, infatti, non riguardano affatto quello che deve essere l'oggetto di una legge urbanistica. Essi intervengono per cercare di frenare abusi nell'applicazione dei piani regolatori, mentre la legge urbanistica deve fissare i criteri, gli strumenti per determinare quale tipo di indirizzo urbanistico noi vogliamo imprimere allo sviluppo delle nostre città.

Quando sarà pronto il disegno di legge urbanistica, onorevole Mancini? Ella si era formalmente impegnato per la scadenza del 30 novembre scorso. Noi abbiamo seguito tutta la questione di Agrigento, non lesinando i riconoscimenti che alla sua attività devono essere dati: questo era anche uno dei motivi per cui al Senato non demmo un giudizio completamente negativo alla conclusione di quel dibattito.

Chiedevo: quando verrà dunque questa legge urbanistica? Uno dei suoi sottosegretari, l'onorevole de' Cocci, forse anche lui, onorevole Tanassi, imprudente nel linguaggio...

[omissis]

Non si tratta di terminologia, ma del fatto che l'onorevole d'e' Cocci, conversando con i giornalisti, ha detto che ormai bisogna approvare questi provvedimenti perché della legge urbanistica si potrà parlare solo nella prossima legislatura.

Se non mi inganno, siamo di fronte ad una delle questioni di politica generale che sarà inevitabile sollevare in questo dibattito. Si dice che in questi giorni si stia sviluppando tra i partiti della maggioranza una certa verifica, per lo meno per stabilire il calendario di applicazione del programma di Governo. Quale posto ha in questa verifica la legge urbanistica? La maggioranza, i partiti che ne fanno parte, il Governo, devono dire al Parlamento, nel corso di questo dibattito, la verità su questa questione fondamentale.

È venuto di moda, signor Presidente, negli ultimi tempi – ella lo avrà notato – il gusto di cercare di scaricare su tutta indistintamente la burocrazia italiana la colpa delle cose che non vanno nel nostro paese, dicendo che non abbiamo una burocrazia, ma una “lentocrazia”. Ma io penso, in verità, che almeno nel caso di Agrigento non siamo di fronte a una “lentocrazia”: funzionari dello Stato come il Di Paola, l'ufficiale dei carabinieri Barbagallo, il professar Martuscelli (nonostante le contumelie che contro di lui sono state scagliate), come l'ispettore dell'assessorato agli enti locali della regione siciliana, Mignosi (autore di una relazione d'inchiesta di cui parlerò di qui a poco), hanno ben meritato dell'opinione pubblica. Se ella, signor Presidente, presiedesse la Convenzione giacobina, io proporrei di decretare la corona civica per questi funzionari...

[omissis]

....per questi coraggiosi e onesti funzionari e per quel coraggioso e onesto ufficiale dei carabinieri, che hanno dimostrato, nel corso di tutta questa vicenda, sensibilità appassionata per la verità e per la giustizia.

[omissis]

Ad ogni modo, per quanto riguarda la legge urbanistica, può parlarsi di governo-lentocrazia, perché anche qui siamo di fronte a una precisa responsabilità dei governi (e, purtroppo, onorevoli colleghi della maggioranza e onorevoli colleghi socialisti, del centro-sinistra), i quali sono stati incapaci, durante questi quattro o cinque anni, da quando il centro-sinistra esiste, di avviare una discussione in Parlamento sulla legge urbanistica. è bene infatti chiarire che la responsabilità di questa inerzia risiede interamente nella mancanza di una precisa volontà politica del Governo e della maggioranza, mentre nessuna colpa può ascriversi al Parlamento (nonostante questo sia ormai d'uso da parte di alcuni uomini politici, non soltanto della democrazia cristiana).

Questo è tanto più grave in quanto, come ho detto prima (di qui il mio riferimento non occasionale, non retorico, alle alluvioni), i problemi della difesa del suolo, dell'assetto territoriale del nostro paese, sono oggi venuti in primo piano. Qui purtroppo devo dire, onorevole Mancini, che anche il suo due volte collega Pieraccini (in quanto ministro e in quanto membro del suo stesso partito) ha tanto parlato in.questi ultimi giorni di logica di piano, mia non ci ha spiegato bene come mai nella logica di piano, di un piano che deve essere attuato in un paese che ha le caratteristiche fisiche del nostro, il problema della pianificazione territoriale non sia concepito come il punto di partenza di tutto un programma di sviluppo. E quando parlo di pianificazione territoriale mi riferisco anche al problema degli squilibri laceranti esistenti, nella compagine del nostro paese, nella distribuzione delle forze produttive e all'accentuarsi di questi squilibri che, come sappiamo – se vogliamo ragionare con animo aperto davvero alla logica – sono alla base anche del disordine urbanistico, anche del dissesto così grave manifestatosi nel suolo.

Dunque, per quanto riguarda, onorevole Mancini, gli impegni assunti – meglio: per quanto riguarda le conseguenze da trarne sul piano edilizio ed urbanistico - ad un mese e qualche giorno dalla conclusione del dibattito al Senato noi siamo in una situazione tutt'altro che tranquillizzante quando già sono scaduti i termini che per l’ennesima volta il Governo aveva posto per la presentazione della legge urbanistica; siamo in particolare di fronte (mi riferisco qui a tutta la recente discussione sul piano di sviluppo economico) ad una visione dei problemi della pianificazione territoriale, dell'assetto territoriale del paese, che ci trova profondamente contrari e soprattutto ci lascia profondamente preoccupati: cosa diversa e grave, perché la nostra preoccupazione è molto sentita e purtroppo, riteniamo, giustificata dalla realtà dei fatti.

[omissis]

Noi abbiamo atteso già troppo: per questo alla fine di questo dibattito noi chiederemo impegni precisi in questo senso, oltre che sul problema che ho toccato nella prima parte del mio intervento, anche per quanto concerne la legge urbanistica. Qualora voi non ci deste una risposta precisa, sarà inevitabile porre di fronte al Parlamento il problema di un'inchiesta parlamentare. Noi abbiamo riluttato di fronte a questo, perché ci sembrava una inchiesta superflua dinanzi alla chiarezza della inchiesta Di Paola-Barbagallo e di quella Martuscelli. Ma se il Governo, se i partiti di governo non traggono le conseguenze politiche di quanto queste inchieste hanno posto in luce, bisogna che almeno sia posto di fronte al Parlamento (poi vedremo il risultato di questo fatto) il problema che sia il Parlamento stesso ad indicare le conseguenze politiche che dai fatti di Agrigento bisogna trarre.

[omissis]

Essa segnala “la gravità della situazione urbanistico-edilizia del paese, che ha trovato in Agrigento la sua espressione limite. E non può […] non auspicare che da questa analisi concreta parta un serio stimolo nel porre un arresto - deciso ed irreversibile - al processo di disgregazione e di saccheggio urbanistico”.

Un ampio dibattito si apre nel paese. A cominciare dal Parlamento, dove un memorabile intervento di Mario Alicata, autorevolissimo esponente del PCI, accende gli animi. Pochi mesi dopo l’esondazione dell’Arno a Firenze e l’alta marea a Venezia confermano, con la forza degli eventi, l’entità dei danni provocati da una gestione del territorio governata dalla miopia pubblica e dalla rapacità privata.

Governo e Parlamento corrono ai ripari: per iniziativa di Mancini viene approvata una legge (un “ponte” verso una più compiuta riforma) che rende un po’ più incisiva la pianificazione urbanistica. Il risultato fu ottenuto, allora, dall’incontro tra la commozione dell’opinione pubblica, la sensibilità dei mass media, l’intelligenza dei governanti. Una simile confluenza si è manifestata raramente negli anni successivi, mai in quella più vicini.

Improvvisi ed eccezionali accadimenti hanno scosso il paese tra luglio e novembre: la frana di Agrigento, l'allagamento di Firenze e Venezia, le frane e le alluvioni nell'alto e basso Veneto.

Alla radice di ognuno di essi sta, per certo, il cattivo uso del suolo, sotto forma sia di continuativo ed insensato disfacimento di antichi equilibrati ecosistemi naturali, sia di violento e pervicace sfruttamento intensivo del suolo a scopi edificatori.

In entrambi i casi, la natura, irragionevolmente sfidata, ha scatenato d'improvviso le sue furie terribili ed ammonitrici.

In entrambi i casi, alla radice è l'imprevidenza umana. E se, nell'imminenza del repentino maturare della tragedia, è mancata anche la più rudimentale forma di preavviso organizzato, alle origini giganteggia una ben più ampia e continuativa imprevidenza, che si concreta nel mancato uso razionale degli strumenti della pianificazione territoriale ed urbanistica.

Non è infatti pensabile l’istituzione ed il funzionamento di un sistema di costante controllo, capace di far scattare uno stato di allarme, senza la presenza di un quadro di riferimento generale, che, stabilite le regole interne di equilibrio fra i vari fattori, definisca le finalità delle singole azioni, d'intervento e d'uso, e fissi le soglie dello stato di pericolo. Senza piani territoriali ed urbanistici, seriamente studiati e coscienziosamente resi operanti, è dunque perfettamente inutile pretendere un efficace sistema di controlli per l'ultima ora: se in Olanda scatta l'allarme nel « polder » minacciato è perché l’intero paese è vigilato da una pianificazione territoriale attiva ed attenta, con strutture, responsabilità e tradizioni.

È proprio per questo motivo, per la stretta connessione fra le carenze di pianificazione ed i recenti dissesti territoriali, che questo fascicolo è doverosamente dedicato all’illustrazione e, nei limiti delle attuali possibilità conoscitive, all'esame urbanistico dei casi occorsi.

E cosi alla riedizione integrale della relazione Martuscelli si aggiungono alcuni profili sulla situazione di Firenze, di Venezia e del Veneto, durante e dopo il diluvio.

Ne si tratta soltanto di illuminare questi eventi di luce razionale, sottraendoli alle deformazioni emotive e recriminatorie, ma soprattutto di trarre sensate e tempestive conseguenze dagli avvertimenti della natura violentata.

Non a caso, le annose ostinate resistenze alla presentazione della nuova legge urbanistica, in tempo utile per esser ancora discussa ed approvata nella presente legislatura, sono cadute di fronte ai fatti di Agrigento. Non a caso sono stati presentati in Parlamento i provvedimenti di immediata modifica della legge urbanistica del ‘42, che dovrebbero divenire operanti in tempi brevissimi.

Urge infatti far presto, ricuperando, se possibile, il tempo perso in sterile attesa. Urge dar mano alla formazione dei piani per le città ed i territori che sono sprovvisti e rivedere dalle fondamenta una quantità di piani operanti, ma inefficienti, perché privi di chiara finalizzazione all'interesse pubblico, di coerenza interna e di strumentazione efficace, oltreché di coordinamento territoriale e di compatibilità economica e finanziaria.

Urge studiare e lavorare intensamente a tal fine, per formare nuovi piani e dotarli di capacità operativa. Ed è bene dire esplicitamente che a tal scopo non bastano le leggi che si stanno predisponendo con i loro attuali obiettivi. Anzitutto, perché le leggi ed obiettivi sono tutt’oggi ancorati agli accordi di governo del luglio '64 che riflettevano una interpretazione mediana di condizioni generali del paese ormai sostanzialmente mutate. Nell'estate del '64 era infatti ancora largamente diffusa l'illusione, e non solo nell'ambito degli operatori edili, nella ripresa del sistema economico che aveva prodotto dapprima il boom edilizio e quindi il suo arresto. Le opinioni dei partiti dellà coalizione governativa oscillavano, allora, tra gli assertori dell'esigenza di immediate riforme di struttura atte a modificare sostanzialmente il sistema, ed i fautori di una sostenuta ripresa del sistema stesso, da condizionare si a fini sociali mediante correttivi, ma solo successivamente alla sua rimessa in moto. Se allora prevalse la tesi moderata è perché, tutto sommato, vi era una maggioranza effettiva che ancora nutriva un'acritica fiducia nel sistema precedente.

Pienamente coerente con questa logica di fiducioso sostentamento della ripresa era la lunga casistica degli esoneri dall'esproprio, garantiti agli operatori edili ed ai proprietari di aree dagli accordi di governo del luglio '64.

Mal si comprende come questi esoneri, allora concessi nell'intenzione di sostenere la ripresa, possano ancora giocare, oggi, con qualche efficacia come stimolo all'edificazione, se nei 30 mesi trascorsi, in cui ha regnato il totale esonero da espropri, l'attività edilizia privata non è affatto rifiorita in virtù di tale libertà. È invece evidente che l'ampia casistica degli esoneri, se ancora mantenuta, agirà ormai soltanto più come remora alla messa in moto di una pianificazione operativa.

Occorrerà, dunque, che il Parlamento decida con chiarezza se sia logico coltivare ancora a lungo l'illusione in una ripresa automatica per forza endogena di incostanti e incoerenti iniziative private o se, dopo le recenti drammatiche esperienze, non sia preferibile agire più celermente nella direzione di interventi razionali e responsabili, progettati, discussi e decisi alla luce del sole. In questa seconda ipotesi, è ovvio che la casistica degli esoneri dovrà esser completamente riveduta.

Ma non basterebbe solo questo aggiornamento per garantire efficacia al processo di pianificazione, occorre rettificarne sensibilmente gli obiettivi per i tempi brevi del periodo transitorio, in attesa delle leggi regionali. Infatti, non si tratta più, oggi, di far fronte alle esigenze delle aree di « accelerata urbanizzazione » con semplici strumenti di razionalizzazione ad effetto immediato: questa esigenza nasceva dalle tumultuose urbanizzazioni originate dal boom del '60-'63 nelle aree metropolitane ed in quelle di interesse turistico. In tali zone, le finalità della nuova legge urbanistica dovrebbero esser chiaramente delineate, nelle disposizioni transitorie, rispetto alle situazioni attuali, più in funzione di una profonda ristrutturazione generale delle agglomerazioni urbane e del paesaggio, che non di semplice razionalizzazione dei margini esterni dell'onda espansiva.

E poiché su questa materia, estremamente seria le improvvisazioni non aiutano alcuno, il Parlamento trarrebbe giovamento ad avvalersi, durante l'iter di esame della nuova legge urbanistica, della consulenza di esperti e di pubblici amministratori, incaricati di riferire documentatamente, in tempi brevissimi ed anche, occorrendo, in contradditorio, sui recenti mali urbanistici di alcune città e località. I provvedimenti legislativi allo studio, sia per i tempi brevi, che per i tempi lunghi, assumerebbero cos1 maggior concretezza ed aderenza ai fatti, e si eviterebbero i pericoli, tutt'altro che remoti, di astratte e formali generalizzazioni giuridiche.

A questo proposito, l’indagine sulla situazione urbanistica ed edilizia di Agrigento è stata esemplare, essendosi consentito alla. Commissione, con l'accesso ai documenti di tutti gli Enti, di ricostruire la realtà sotto tutti gli angoli visuali e di ritrovare, nel succedersi ed intrecciarsi dei fatti, il filo conduttore delle singole azioni dei singoli protagonisti pubblici e privati. È un documento acquisito al Paese.

Ma analoghe indagini occorrono su alcune situazioni campione, comprensive di aree metropolitane di sviluppo e di zone ad elevato interesse turistico, dirette non tanto alla identificazione di responsabilità personali, quanto piuttosto alla ricerca delle cause dell'avvenuta degenerazione delle strutture urbanistiche del Paese. Un'indagine seriamente organizzata, mobilitando tutte le forze disponibili, anche a livello degli Istituti universitari e di CNR, dovrebbe, in non più di sei mesi, dare i suoi frutti. Sulla base di quelle risultanze anche l'introduzione di nuovi strumenti operativi per la pianificazione sarà, allora, più facile. Diventerà ad esempio evidente a tutti la necessità di dotare gli Enti, preposti all'attuazione dei piani, di strumenti non solo positivi, e cioè liberatori e suscitatori di iniziative pubbliche e private, ma anche contemporaneamente di quelli negativi, e cioè di vincolo, temporaneo o permanente, sulla edificabilità di talune aree. Senza, infatti, il doppio pedale dell'accelerazione e del freno, senza l'uso congiunto del si e del no, senza la delimitazione delle aree da urbanizzare con priorità e delle aree a temporanea sospensiva d'uso, è impossibile porre in moto una macchina veramente efficiente. Ecco perché i sia pur apprezzabili emendamenti legislativi per i tempi brevi, ormai all'esame del Parlamento e che riportiamo per esteso qui di seguito, rischiano l'inefficienza, se privati del progettato, ma non presentato, programma operativo dei Piani regolatori, in cui siano definite periodicamente le aree da urbanizzare e quelle di riserva.

Infine, il discorso non può chiudersi senza un accenno, ormai d'obbligo su queste pagine, alle strutture degli -uffici di progettazione e di gestione dei piani, a tutti i livelli.

Si rompano gli indugi e si parli finalmente della istituzione del Ministero della Pianificazione urbanistica.

Si riparli seriamente delle Regioni, e non solo sotto il profilo del loro costo d'impianto, ma anche dei benefici economici che potranno realizzarsi con l'effettivo incontro fra stato ed enti locali, mediante la pianificazione territoriale ed urbanistica, decisa a livello regionale, all'unico livello cioè, capace di sostanziare la programmazione economica.

Si guardi per tempo agli uffici tecnici comunali, attrezzati oggi in modo arcaico e per compiti di istituto, in cui la pianificazione urbanistica è quasi totalmente esclusa o mortificata. E si incominci ad edificare una efficiente struttura tecnico-amministrativa dell'urbanistica, dagli uffici di pianificazione locale, a quelli a livello regionale e statale.

Si obietterà che tutto ciò costa, ed è facile rispondere che una efficiente struttura di pianificazione urbanistica costerà alla collettività una piccola frazione dell'insieme dei danni provocati dall'assenza di tale struttura. Ma si può anche dare una risposta più precisa: stanzi per intanto lo stato quanto ha stanziato per riparare i danni del solo episodio di Agrigento, ma per finanziare, e subito, strutture e studi urbanistici, e si istituisca immediatamente il Ministero della Pianificazione Urbanistica come primo atto di volontà pianificatrice: tutto il resto verrà, e presto.

A meno di accettare fatalisticamente il cumulo, già enorme, di conseguenze negative della mancata pianificazione urbanistica.

[…] ecco l’avvenimento che ripropone drammaticamente l’intera “questione urbanistica”. Il 19 luglio 1966

“una frana di inconsuete dimensioni, improvvisa, miracolosamente incruenta, ma terribile nello stritolare o incrinare irrimediabilmente spavalde gabbie di cemento, ed impietosa, al tempo stesso, nello sgretolare vecchie abitazioni di tufo, in pochi istanti, ha buttato fuori casa migliaia di abitanti ponendo Agrigento sotto nuova luce e nuova dimensione”[i].

La frana è stata causata dall’enorme sovraccarico edilizio: ben 8.500 vani costruiti negli ultimi anni in contrasto con tutte le norme esistenti. Mancini, Ministro dei lavori pubblici, nomina una commissione d’inchiesta, presieduta da Michele Martuscelli. Nel settembre la “relazione Martuscelli” è resa pubblica.

“Gli uomini, in Agrigento, hanno errato, fortemente e pervicacemente, sotto il profilo della condotta amministrativa e delle prestazioni tecniche, nella veste di responsabili della cosa pubblica e come privati operatori. Il danno di questa condotta, intessuta di colpe coscientemente volute, di atti di prevaricazione compiuti e subiti, di arrogante esercizio del potere discrezionale, di spregio della condotta democratica, è incalcolabile per la città di Agrigento. Enorme nella sua stessa consistenza fisica e ben difficilmente valutabile in termini economici, diventa incommensurabile sotto l’aspetto sociale, civile ed umano”[ii].

L’impressione nel paese è enorme. Sotto accusa è la DC che amministra la città da vent’anni. Un aspro dibattito si accende nel Parlamento e nel Paese. Un accusatore implacabile è il deputato comunista Mario Alicata:

“Il dramma di Agrigento non pone problemi nuovi o straordinari. Ripropone il problema dello sviluppo democratico e civile della Sicilia e del Mezzogiorno, il problema del tipo di sviluppo economico e sociale, che è stato impresso a tutto il nostro paese, e, in questo quadro, il problema, oggi centrale, dei caratteri impressi all’urbanizzazione da un sistema di potere economico e politico fondato sulla speculazione e l’affarismo; ripropone il problema del monopolio politico della DC, come strumento, oltre tutto, degenerativo della vita pubblica del paese”[iii].

La DC fa quadrato intorno ai suoi uomini compromessi.

Gran parte della stampa conservatrice tenta di accreditare la versione dell’“evento naturale imprevedibile”. In questa tesi, in fondo, c’è del vero: la sordida connivenza tra amministratori e speculatori, che è all’origine della frana, non è una triste prerogativa di Agrigento; Agrigento riproduce in piccolo la generale situazione italiana, da Roma a Napoli, da Palermo a Mestre. Lo afferma la stessa commissione Martuscelli che

“nel rimettere agli atti, sente il dovere di segnalare all’attenzione del Signor Ministro, dei Parlamentari e di tutti i responsabili delle amministrazioni pubbliche e degli enti locali, la gravità della situazione urbanistico-edilizia del paese, che ha trovato in Agrigento la sua espressione limite. E non può, nel concludere, non auspicare che da questa analisi concreta parta un serio stimolo nel porre un arresto - deciso ed irreversibile - al processo di disgregazione e di saccheggio urbanistico. Il problema non può ovviamente, essere risolto che con una nuova legge urbanistica - la cui emanazione non dovrebbe essere ulteriormente rinviata - ; ma in attesa che tale legge entri in vigore e dispieghi i suoi effetti positivi e rinnovatori, appare indispensabile ed urgente l’adozione - eventualmente anche nella forma del decreto-legge - di alcune essenziali ed incisive norme di immediata operatività atte ad affrettare la formazione dei piani, ad eliminare nei piani e nei regolamenti le più gravi storture relative ad indici aberranti e a troppo estese facoltà di deroga e ad impedire i più vistosi fenomeni di evasione e di speculazione”[iv].

La “lezione di Agrigento” induce Mancini a correre ai ripari; “in attesa che la nuova legge urbanistica sia emanata e che i dispositivi da essa previsti producano i loro effetti positivi e rinnovatori, appare indispensabile ed urgente l’emanazione di norme intese a porre un freno all’attuale situazione di disordine urbanistico-edilizio”. Così inizia la relazione al d.d.l. governativo, che sarà approvato nell’estate del 1967 e sarà noto come “legge-ponte”.

Ad accelerare l’approvazione della legge concorsero anche, indubbiamente, i disastri del novembre 1966: le tragiche alluvioni di Firenze e Venezia, le frane e le alluvioni nel Veneto. Come scrive Giovanni Astengo:

“Alla radice di ognuno di essi sta, per certo, il cattivo uso del suolo, sotto forma sia di continuativo ed insensato disfacimento di antichi equilibrati ecosistemi naturali, sia di violento e pervicace sfruttamento intensivo del suolo a scopi edificatori. In entrambi i casi, la natura, irragionevolmente sfidata, ha scatenato d’improvviso le sue furie terribili ed ammonitrici. In entrambi i casi, alla radice è l’imprevidenza umana. E se, nell’imminenza del repentino maturare della tragedia, è mancata anche la più rudimentale forma di preavviso organizzato, alle origini giganteggia una ben più ampia e continuativa imprevidenza, che si concreta nel mancato uso razionale degli strumenti della pianificazione territoriale ed urbanistica”[v].

[i] Ministero dei lavori pubblici, Commissione d’indagine sulla situazione urbanistico-edilizia di Agrigento, Relazione al Ministra, on. Giacomo Mancini, Roma, 1966, p. 5.

[ii] Ivi, p 142.

[iii] M. Alicata, La lezione di Agrigento, Roma, 1966, pp. 29‑70.

[iv] Ministero dei lavori pubblici Commissione, cit., p. 142.

[v] G. Astengo, Dopo il 19 luglio, in “Urbanistica”, n. 48, dicembre 1966 p. 2.

Signor Ministro,

all'atto di consegnarLe i risultati di due mesi di intenso lavoro, pur riconoscendo che la brevità del tempo a disposizione e la complessità di eventi e situazioni, non le hanno consentito di spingere le indagini fino al completo esaurimento di ogni conoscenza, né forse di calare l'intera materia in equilibrate ripartizioni, la Commissione ritiene che il peso della consistente documentazione raccolta, dalla quale si son potute trarre considerazioni generali specifiche, sia tale da illuminare sufficientemente sulle situazioni di fatto e di diritto. sulla concatenazione storica degli eventi e sul comportamento dei soggetti. Una risposta ai pressanti interrogativi dell'opinione pubblica può essere ora data, ed è stata data dalla Commissione.

Gli uomini, in Agrigento, hanno errato, fortemente e pervicacemente, sotto il profilo della condotta amministrativa e delle prestazioni tecniche, nella veste di responsabili della cosa pubblica e come privati operatori. Il danno di questa condotta, intessuta di colpe coscientemente volute, di atti di prevaricazione compiuti e subiti, di arrogante esercizio del potere discrezionale, di spregio della condotta democratica, è incalcolabile per la città di Agrigento.

Enorme nella sua stessa consistenza fisica e ben difficilmente valutabile in termini economici, diventa incommensurabile sotto l'aspetto sociale, civile ed umano.

La città dei « tolli » non è piú l'Agrigento di un tempo.

Il volto urbano, sfigurato, potrà forse in parte essere ricuperato con generose piantagioni di verde, cui affidare la, cicatrizzazione delle ferite e la ricucitura dei tessuti, ma difficilmente, e certo con costi assai elevati, potrà assumere l'aspetto decoroso di una città umana: le ferite inferte, anche curate, resteranno a lungo.

Ma ancora piú delicato si prospetta il problema dei rapporti umani, che, con l'accertamento e la punizione di colpe, esige che sia posto fine alle sofferenze della popolazione agrigentina, a lungo vessata dall'arbitrio.

È per questi pro fondi motivi che la Commissione ritiene di aver assolto nel rispetto del vero, della legge e dei principi della umana convivenza, il proprio mandato e di aver fornito elementi per un sereno giudizio e per efficaci proposte.

La gravità dei fatti rilevati pone senza dubbio la situazione di Agrigento al limite delle possibili combinazioni negative dei molteplici fattori che concorrono alla formazione di una città, alla sua crescita ed alla sua guida.

E l'evento franoso, verificatosi in questa città, potrebbe dirsi in un certo senso coerente con questa aberrante situazione urbanistico-edilizia.

Ma la Commissione, nel rimettere gli atti, sente il dovere di segnalare all'attenzione del Signor Ministro, dei Parlamentari e di tutti i responsabili delle amministrazioni pubbliche e degli enti locali, la gravità della situazione urbanistico-edilizia del paese, che ha trovato in Agrigento la sua espressione limite.

E non può, nel concludere, non auspicare che da questa analisi concreta parta un serio stimolo nel porre un arresto - deciso ed irreversibile - al processo di disgregazione e di saccheggio urbanistico.

Il problema non può, ovviamente, essere risolto che con una nuova legge urbanistica - la cui emanazione non dovrebbe essere ulteriormente rinviata -; ma in attesa che tale legge entri in vigore e dispieghi suoi effetti positivi e rinnovatori, appare indispensabile ed urgente l'adozione - eventualmente anche nella forma del decreto-legge - di alcune essenziali ed incisive norme di immediata operatività, atte ad affrettare la formazione dei piani, ad eliminare nei piani e nei regolamenti le piú gravi storture relative ad indici aberranti e a troppo estese facoltà di deroga e ad impedire i più vistosi fenomeni di evasione e di speculazione.

Se, da un serio esame della situazione urbanistico-edilizia di Agrigento potranno emergere, con l'ampliamento dell'orizzonte e con una precisa volontà operativa, atti concreti di progresso urbanistico, la frana di Agrigento non sarà soltanto ricordata come un evento calamitoso, che ha posto in luce gravi patologiche locali, ma potrà aprire un nuovo capitolo nella storia urbanistica dell'intero paese.

Michele Martuscelli, Amindore Ambrosetti, Giovanni Astengo, Nicola Di Paola, Giuseppe Guarino, Bruno Molajoli, Angelo Russo, Cesare Valle

Roma, 8 ottobre 1966

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