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Luigi Bonanate
E se vincesse la Democrazia?
10 Febbraio 2007
Articoli del 2006
Una riflessione aperta alla speranza per la Palestina dopo la “seconda morte di Arafat”. L’Unità del 27 gennaio 2006

Hamas ha vinto le elezioni: i terroristi hanno sconfitto la democrazia con le sue stesse armi, quelle elettorali, oppure la democrazia elettorale ha saputo convincere anche chi non le credeva? È ovvio che soltanto il tempo ci darà una risposta certa, ma quel che oggi possiamo già dire è che la prima risposta - quella che si attesta sul pericolo che Hamas porti il terrorismo in Parlamento - è tutt’altro che fondata. Per una serie di motivi: se non credi alle elezioni non vi partecipi; se vi partecipi vuol dire che poi seguirai le logiche parlamentari.

E poi: se non le seguirai perderai il sostegno popolare ottenuto così largamente; se violi le regole democratiche, non potrai più evocarle per difenderti dai soprusi altrui.

Si potrebbe dire che addirittura il mezzo trasforma chi lo utilizza: o Hamas chiude il Parlamento (ma allora perché ha voluto entrarci?), o il Parlamento atrofizza il terrorismo.

Una nuova grande sfida sorge nella storia del rapporto tra Israele e Palestina: la democratizzazione di Hamas sconvolgerebbe tutte le aspettative più consolidate e Hamas potrebbe scoprire che la democrazia paga più che un attentato. Ma se si incomincia subito con la sferzante alzata di spalle: terroristi erano e tali restano anche dentro un Parlamento, allora è chiaro che non ne potrà venire nulla di buono, a incominciare dal giudizio ingeneroso e aprioristico che daremmo sulla società palestinese: ha scelto Hamas perché è terrorista, oppure perché spera che porti nella lotta politica parlamentare tutta la forza del suo programma indipendentistico?

Non dovremo, poi, disprezzare la forza delle istituzioni: Hamas non ha vinto le elezioni con un programma di azioni terroristiche, e non potrà usare il terrorismo né per organizzarle né per giustificarle. La democrazia infatti, tra le sue virtù, ha anche quella di avere una funzione promozionale, spinge cioé chi utilizza le sue istituzioni a comportarsi secondo le loro regole. Le responsabilità di governo trasformano chi se le assume. Ma non accadrà invece (credo di sentir dire) che i meccanismi democratici saranno piegati e distorti a vantaggio dei terroristi, e che proprio le elezioni, uno dei più sacramentali riti della vita democratica, siano violentate da un movimento che ammantatosi da agnello per vincere le elezioni poi ridiventa lupo cattivo?

Ovviamente nessuno di noi conosce il futuro, ma oso ipotizzare che gestire del potere politico potrebbe fare di Hamas un partito di governo più che di lotta e che ciò costituirebbe il miglior viatico per la ripresa di un vero processo di pace con Israele. L’ultimo Sharon non ha preso decisioni che parevano contrarie alla sua politica? Y. Rabin, da militare, fu un combattente spietato, ma da politico divenne un abilissimo diplomatico: essi fecero non tanto ciò che era nelle loro corde emotive, ma ciò che politicamente era più vantaggioso e in entrambi i casi li aveva portati vicinissimi alla pace. Potremmo dunque ribaltare gli allarmi pessimistici ipotizzando che il processo di pace potrà riprendere più facilmente tra interlocutori rappresentativi della reale posizione dei rispettivi paesi e vincolati a procedure di tipo democratico: pace e democrazia sono l’una la conseguenza dell’altra e avanzano soltanto insieme. Se è vero che l’Autorità nazionale palestinese del passato non era democratica, ora che il suo governo è stato eletto, Israele per la prima volta avrà un interlocutore affermatosi con le schede elettorali e non il fucile.

Un curioso dilemma si apre di fronte alla politologia occidentale: dopo le elezioni in Iran, in Egitto, in Iraq, ora in Palestina, continueremo a pensare che i risultati che vi si ottengono non sono (ancora) democratici, oppure finalmente incominceremo a dirci che, insomma, quella elettorale non è tutta la democrazia, ma ne è almeno un buon inizio?

Oppure, perché mai le vorremmo in Iraq e non altrove? Perché le elezioni in Afghanistan devono essere state democratiche (chi ne ricorda i risultati?), e quelle in Palestina no? Qui entra in gioco una delle scommesse fondamentali alla teoria democratica lanciate dagli Stati Uniti quando sostengono che la democrazia si esporta non con l’esempio ma con la forza, come in Iraq. In certi stati l’esempio può bastare, in altri ci vuole un risoluto intervento che ponga fine alla dittatura? La risposta è semplice: chi la democrazia la subisce, non ne diventerà, appena possibile, un nemico?

La democrazia è un costume che si forma dentro di noi, come può svilupparsi mentre intorno sentiamo sibilare i colpi di fucile?

Non possiamo decidere quali elezioni siano buone e quali no, chi sia giunto democraticamente al potere e chi no. Sappiamo che lo strumento migliore per combattere il terrorismo non è il contro-terrorismo (che ne è altrettanto violento), ma la democrazia.

Se la popolazione palestinese sta incominciando a impratichirsi con lo strumento elettivo della democrazia, le elezioni, perché non apprezzarlo e confidare che, come gli elettorati occidentali, riuscirà a raffinarlo sempre di più?

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