Un oceanico guastatore. L’annunciata mossa anti-Iran di Trump
Riccardo Redaellt
Avvenire, 9 maggio 2018. Inguaribilmente prigioniero d'una parossistica passione per la violenza bellica, capace di mentire spudoratamente più ancora dei suoi più bugiardi predecessori, Trump agita verso il mondo il manganello della guerra nucleare. 


Il Piano d'azione congiunto globale (in inglese Joint Comprehensive Plan of Action, acronimo JCPOA) è un accordo quadro tra l’Iran da un lato, e dall’altro lato i 5 paesi del Consiglio di sicurezza dell’Onu, cioè Cina, i, Russia, Regno unito, Stati uniti, più la Germania e l’Unione europea, riguardanti i limiti e le condizioni accuratamente stabiliti entro i quali l’Iran deve contenere e i suoi programmi di utilizzazione dell’energia nucleare. Per monitorare e verificare il rispetto dell'accordo da parte dell'Iran, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) avrebbe avuto regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani. In cambio del rispetto dei suoi impegni, l’Iran avrebbe ottenuto la cessazione delle sanzioni economiche precedentemente stabilite.
L'accordo è stato finora rispettato da tutti i contraenti. Il gesto folle dell’attuale presidente degli Usa di uscire unilateramente dall’accordo significa che, mentre il resto del mondo rimane vincolato a quell’accordo, solo l’Impero statunitense può agitare il manganello della guerra nucleare e utilizzarne i mortiferi strumenti. (e.s.)



Di seguito l'articolo di Riccardo Redaelli, da Avvenire del 9 maggio 2018, che abbiamo scelto tra i diversi commenti apparsi oggi sulla stampa italiana

E quindi se ne vanno. Come ampiamente previsto e temuto, Donald J. Trump ha annunciato che gli Stati Uniti si ritirano dal Jcpoa, il compromesso sul nucleare iraniano faticosamente siglato nel 2015 dall’allora presidente Barack Obama sotto l’egida delle Nazioni Unite con l’lran. Non sono bastasti gli appelli dell’Europa e dell’Onu, e neppure le dichiarazioni dell’Agenzia atomica internazionale che attestano come Teheran non stia violando i termini dell’accordo. Neppure l’ultimo tentativo di Londra di convincere Washington è servito, a dimostrazione di quanto si sia deteriorato – con questa amministrazione – anche lo storico "legame speciale" tra quelle due capitali.

Da tempo è già partita la grancassa retorica per giustificare la rottura: l’accordo (che, invece, era e rimane un compromesso ragionevole) è un disastro, non ha fermato i programmi missilistici né l’attivismo regionale iraniani. Discorsi strumentali, dato che il tema delle trattative da sempre era concentrato sulla questione nucleare, non su altro. In verità, sono diverse le ragioni di questo nuovo strappo con il sistema internazionale: le pressioni saudite e israeliane, l’ostilità contro Teheran che la destra statunitense ha sempre dimostrato, la forza persuasiva della lobby anti-iraniana che è fortissima nei palazzi del potere di Washington. Ma non va sottovalutata la fanatica determinazione con cui i falchi attorno al presidente sembrano voler smantellare ogni eredità degli otto anni della presidenza Obama, un uomo e un politico verso cui nutrono un’ostilità irriducibile.

E neppure la debolezza del Dipartimento di Stato, umiliato da pesantissimi tagli finanziari, privo da più di un anno di molti vertici tecnici mai nominati dal nuovo presidente, e con a capo un politico ruvido come Mike Pompeo, distante anni luce dallo stile e dal linguaggio della diplomazia internazionale.

Non si può non guardare con preoccupazione al crescendo di mosse unilaterali di Trump, il quale sembra voler sfuggire al crescente gossip "pornografico" interno, alle inchieste del Fbi, alla frustrazione di dover eternamente negoziare con un mondo istituzionale che fatica ad accettarlo, lanciando in continuazione il guanto di sfida alla comunità internazionale. Prima la denuncia dell’accordo sul clima, poi i dazi commerciali minacciati e a volte applicati per difendere «i posti di lavoro americani», a cui la Cina ha già risposto con perfida efficacia annullando contratti di acquisto di beni agricoli per miliardi di dollari, colpendo duramente proprio quegli stati del Midwest che hanno garantito la vittoria elettorale di "The Donald". Ora il nucleare iraniano.

In realtà, si vedrà solo nelle prossime settimane la reale portata di questo annuncio. Perché come sempre, al di là dei roboanti proclami, contano i dettagli tecnici. Di fatto, già Obama aveva disatteso nella sostanza, se non nella forma, alcune parti dell’accordo, non eliminando una serie di sanzioni finanziarie e commerciali. Tanto che qualcuno ha ironizzato dicendo che Trump uccide un accordo mai entrato veramente in funzione. Vedremo quanto gli americani vorranno giocare pesante con l’Iran e quanto saranno disposti a irritare gli europei re-imponendo nuove sanzioni contro chi commercia con il Paese degli ayatollah. È comunque indubbio che l’Unione Europea non possa rimanere in silenzio o piegarsi supinamente alle decisioni statunitensi. Già nel mondo noi europei siamo ormai considerati sostanzialmente irrilevanti nelle questioni politiche che contano. Se non reagiremo ai ventilati dazi commerciali e alle nuove sanzioni contro Teheran certificheremo una nullità politica.

Ma fondamentale sarà capire come reagirà l’Iran. Per il presidente moderato Rohani e per i riformisti iraniani, maggioritari nel paese ma marginalizzati politicamente dal regime, si tratta di una umiliazione che li indebolisce.

Per i conservatori, gli ultra-radicali e i pasdaran, che avevano digerito a fatica questo accordo, il ritiro statunitense è un aiuto insperato. Serve a loro per dimostrare che ogni intesa con l’Occidente è tempo e fatica sprecata, perché l’obiettivo non è accordarsi con la Repubblica islamica ma distruggerla. E che i moderati che vogliono negoziare, dal nucleare alle politiche regionali, sono o degli 'utili idioti' o dei traditori dei valori rivoluzionari. La speranza europea è che a Teheran ci si accontenti di qualche dichiarazione roboante, mantenendo intatta la sostanza dell’accordo. In ogni caso, un nuova pessima decisione presa Oltreatlantico, che allarga ancora la distanza fra le due sponde di questo oceano, che è stato per decenni un ponte saldo e protettivo fra le diverse anime dell’Occidente.



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