«Stati Uniti nazione pirata. Con i dazi Trump si sottrae alle regole invece di farli rispettare
Joseph Stigliz
la Repubblica 9 maggio 2018. Federico Rampini intervista il premio Nobel per l'economia Joseph Stigliz, attento critico delle politiche economiche mainstream e animatore delle principali campagne contro il neoliberismo, sulla tendenza dominante nell'impero Usa e i suoi rapporti con la Cina

«La nuova globalizzazione rischia di essere un sistema che definirei il Wto meno uno: con gli Stati Uniti come nazione pirata, che si sottrae alle regole anziché farle rispettare».

Donald Trump ha una fissazione con i rapporti commerciali bilaterali, è una visione primitiva dell’economia. Un’altra sua ossessione riguarda il manifatturiero, gli scambi di merci, ma anche questo è anacronistico perché l’economia americana è forte nei servizi, come l’istruzione, noi siamo una nazione che esporta corsi di laurea universitari». Chi parla è stato uno dei primi e forse il più autorevole tra i pensatori critici della globalizzazione, Joseph Stiglitz, premio Nobel dell’economia, scrisse La globalizzazione e i suoi oppositori (Einaudi) in tempi non sospetti: nel 2002, quando aveva da poco lasciato l’incarico di chief economist della Banca Mondiale. 
È stato un punto di riferimento del movimento no-global, di Occupy Wall Street, degli anti-euro. Del suo libro uscirà fra un mese l’edizione italiana aggiornata all’èra di Trump. Perché adesso che un “no-global” siede alla Casa Bianca, Stiglitz si ritrova nuovamente all’opposizione, non condivide l’offensiva protezionista del presidente.

Lo incontro a New York assieme all’economista John Lipsky a una conferenza del China Institute, dove ovviamente l’attenzione è concentrata sulla tensione Usa-Cina. Ma sullo sfondo c’è la spallata che Trump sta sferrando all’architettura complessiva del commercio internazionale, incluse le relazioni con l’Unione europea.

Cominciamo dalla questione più generale: che cosa significa oggi essere anti globalizzazione nell’era di Donald Trump? 

«Bisogna prendere atto che le fondamenta dell’ordine internazionale traballano, oggi sono molto meno sicure. E questa crisi risale a prima dell’elezione di Trump. La vera linea di frattura, il momento chiave di questa crisi, è il 2008. Le regole della finanza mondiale imposte dagli Stati Uniti hanno contribuito a scatenare lo shock sistemico del 2008. E’ lì che si è rotto un modello, e la rottura è avvenuta a partire dagli Stati Uniti».

Trump e il suo consigliere sul commercio estero Peter Navarro dicono che la Cina bara al gioco, non rispetta neppure quelle regole del Wto (World Trade Organization, l’organizzazione del commercio mondiale) che pure continua a invocare. Non hanno tutti i torti, le violazioni cinesi sono note da tempo, no?
«E allora che l’Amministrazione Trump si muova per farle rispettare, quelle regole. Invece non lo fa, non sta appellandosi al Wto perché faccia valere le norme. Al contrario, in questo momento è la Cina che presenta più ricorsi al Wto. Ed è l’America che rischia probabilmente di essere colta a violare le regole del sistema che ha fondato.

«Washington ha bloccato perfino molte nomine di giudici nei tribunali del commercio mondiale. Per questo dico che rischiamo di avviarci verso un sistema del “Wto meno uno”, con gli Stati Uniti ai margini della legalità. Trump predilige i confronti bilaterali, perché è convinto che lì i rapporti di forze siano sempre favorevoli agli Stati Uniti. Prima ancora che arrivasse lui alla Casa Bianca, il Congresso a maggioranza repubblicana aveva bocciato importanti riforme del Fondo monetario e della Banca mondiale, che Barack Obama avrebbe voluto. C’è uno scetticismo generale della destra Usa verso tutto ciò che è multilaterale».

Ma l’America resta un grande mercato molto aperto, mentre altre economie non la trattano con reciprocità. L’America accumula disavanzi; Cina e Germania hanno attivi commerciali enormi.

«La fissazione con le bilance commerciali bilaterali nasce da una visione primitiva dell’economia. La Cina potrebbe risolvere la questione e dare soddisfazione a Trump, importando di colpo 100 miliardi di dollari di petrolio estratto negli Stati Uniti, per poi rivenderli subito ad altri paesi, in una partita di giro. Noi non avremmo risolto nulla. In quanto ai dazi sull’acciaio: è evidente che qui lo scopo è tutto politico, Trump li ha scelti per fare un favore alla sua base elettorale, alla Rust Belt. Ma il peso della siderurgia, o del settore minerario, o del manifatturiero in generale, sta declinando nel mondo intero, Cina inclusa. Trump sembra non rendersene conto».

Resta il fatto che la Cina deruba di know how tante imprese straniere, americane e non. Impone a chi investe sul suo territorio (almeno in alcuni settori) di creare una joint venture con un socio cinese e trasferirgli il sapere tecnologico, la proprietà intellettuale. Furto di proprietà intellettuale.

«Quando il Wto venne negoziato, non includeva regole sugli investimenti. Ma anche se la Cina impose le joint venture e il trasferimento di tecnologie, molte multinazionali americane decisero di andarci. Nessuno le obbligava. Furono spinte dall’avidità, dall’attrazione di quel mercato enorme. Quando la Cina entrò nel Wto nel 2001 fu vista come una miniera d’oro. Ora molte cose sono cambiate, le imprese cinesi sono divenute delle formidabili concorrenti, e certi benefici per le aziende americane si sono attenuati.

«Comunque il reddito pro capite dei cinesi rimane un quinto di quello americano. Devono avere il diritto di svilupparsi. Le nazioni emergenti sono in una situazione diversa rispetto a noi, una piena reciprocità e una totale simmetria non possiamo pretenderle. Se noi avessimo un’Amministrazione ragionevole, ci sarebbe spazio per un buon accordo su molti terreni».

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