La nuova offensiva del Dragone in Africa
Giacomo Grison
Nigrizia, 26 aprile 2018. L'Africa continua a essere terra di conquista,  colonizzazione e sfruttamento. All'imperialismo  nordatlantica si aggiunge adesso quella della Cina, che ha imparato a usare le armi della cultura e quelle dell'economia meglio dei suoi concorrenti

«Il 2018 si è aperto all’insegna di un rinnovato impulso nei rapporti tra Cina e Africa. Energia e infrastrutture in testa, con la Nuova Via della Seta, ma anche settori emergenti che puntano a una maggiore diversificazione economica. Il tutto sotto l’occhio critico e impotente di Washington. Non mancano però i timori legati al crescente debito africano e alla concentrazione di poteri nelle mani di Xi Jinping».«Cina e Africa sono più vicine che mai, e il 2018 segnerà un’ulteriore passo in questa direzione». Con queste parole Huo Jiangtao, fondatore della Settimana economica e culturale sino-africana, ha inaugurato la prima edizione dell’evento, che si è tenuto a Guangzhou dal 20 al 26 aprile. L’iniziativa ha visto la partecipazione di ambasciatori provenienti da 10 paesi africani – tra cui Nigeria, Angola ed Etiopia – oltre a molti esponenti del mondo imprenditoriale e artistico cinese.

Scopo dell’evento, secondo gli organizzatori, è quello di approfondire il clima di mutuo interesse economico e culturale tra le due regioni in vista della settima edizione del Forum per la Cooperazione Cina-Africa (Focac), che si terrà a Pechino il prossimo settembre.

E se il 2018 si è aperto all’insegna di nuovi sviluppi nei rapporti sino-africani, con i leader di Camerun, Namibia e Zimbabwe recatisi in visita ufficiale a Pechino nell’ultimo mese, non sono però mancate voci critiche in merito a tali relazioni.

Crescente insofferenza Usa

In un discorso tenuto lo scorso mese alla George Mason University, in Virginia, l’allora Segretario di stato Usa, Rex Tillerson, aveva duramente criticato il modello cinese di sviluppo economico in Africa, definendolo un esempio lampante di espansione neocoloniale per espropriare il continente delle sue risorse.
La Cina, secondo Tillerson, destabilizzerebbe i governi africani tramite la concessione di «prestiti predatori», trascinandoli in una crescente spirale di debito estero e dipendenza da esportazione di materie prime. Una critica tagliente, quella dell’ex Segretario di stato, ribadita in occasione della sua visita ufficiale in Etiopia nei giorni successivi.

Dal canto suo, Pechino non è rimasta in silenzio. Lin Songtian, ambasciatore cinese in Sudafrica, ha definito il discorso di Tillerson «un deplorevole tentativo di voler insegnare ai governi africani come comportarsi, nonostante essi siano abbastanza maturi da poter scegliere da sé i propri partner commerciali».

A sostegno delle dichiarazioni di Songtian, il presidente della Namibia, Hage Geingob, ha di recente affermato che «non c’è alcuna istanza neocoloniale nei rapporti tra Africa e Cina. Nessun altro paese al mondo è stato in grado di dare un tale valore aggiunto ai nostri prodotti come la Cina. Pechino ha fatto molto in quanto a trasferimento tecnologico e creazione di nuovi posti di lavoro». Posizione, la sua, comune ad altri leader africani, tra cui quelli del Camerun e del Kenya.

Investimenti a tutto campo

L’Africa, con le sue abbondanti risorse naturali e una disperata necessità di sviluppo infrastrutturale, è da alcuni decenni un partner attraente per la Cina.

Tra il 2000 e il 2014, il commercio sino-africano è passato da 10 miliardi a 220 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, Pechino ha concesso oltre 86 miliardi di dollari in prestiti commerciali a paesi africani, circa 6 miliardi annui. Nel 2015, alla 6ª edizione del Focac, il presidente cinese Xi Jinping ha promesso di rafforzare ulteriormente il ruolo della Cina come più grande creditore della regione: il paese, secondo il rapporto Foresight Africa 2018, detiene oggi il 14% del debito di tutta l’Africa subsahariana.

Non c’è dubbio che la 7ª edizione del Focac porterà a un ulteriore incremento dei rapporti economici tra le due regioni, con la concessione di nuovi prestiti per progetti di sviluppo delle infrastrutture. Fra questi spicca la Nuova Via della Seta, il ciclopico investimento infrastrutturale intrapreso da Pechino per rilanciare il suo ruolo nei traffici globali dopo il rallentamento dell’economia cinese registrato negli ultimi due anni.

Il progetto coinvolgerà alcuni paesi dell’Africa orientale come il Kenya e Gibuti, dove la Cina ha già stanziato oltre 300 milioni di dollari in nuovi progetti tra cui ferrovie, porti e gasdotti. Ed è proprio a Gibuti che il gigante asiatico ha inaugurato la sua prima base militare sul continente africano, tra le proteste degli Stati Uniti che vedono intaccata la propria egemonia nel Corno d’Africa.

Uno studio condotto nel 2017 dalla società di consulenza finanziaria Kinsley rivela come, nel complesso, gli investimenti cinesi nel continente africano stiano avendo un impatto positivo di crescente rilevanza, contribuendo alla creazione di nuovi posti di lavoro e al trasferimento di expertise e tecnologie alle imprese locali nell’industria energetica, infrastrutturale e della manifattura. A questi si è aggiunta recentemente un’espansione verso nuovi settori, dall’agricoltura all’assicurazione bancaria e alle telecomunicazioni, che rafforza i tentativi di diversificazione economica intrapresi negli ultimi anni da molti governi africani per ridurre la dipendenza dall’esportazione di materie prime.

A fianco di quella economica, avanza al contempo anche la cooperazione culturale. Nel 2016, Pechino ha aumentato da 200 a mille le borse di studio per studenti africani, ora più presenti in Cina che negli Stati Uniti e nel Regno Unito insieme. Il Mandarino sta penetrando rapidamente nel sistema scolastico di molti paesi subsahariani, come ha sottolineato Franklin Asira, presidente dell’Associazione di scambio sino-africana lanciata quest’anno a Nairobi: «Imparare il cinese è un’opportunità enorme per un giovane africano che voglia aprirsi molte porte in futuro».

Lo spettro del debito e l’ombra di Xi Jinping

Nonostante le indubbie importanti prospettive di sviluppo economico e sociale, non mancano tuttavia alcuni timori legati alla penetrazione sempre più estensiva della Cina nel continente. Sul piano economico, questi riguardano in particolare il crescente debito estero accumulato da molti stati africani nell’accettare prestiti da Pechino per progetti infrastrutturali.

Mentre alcuni analisti ipotizzano l’adozione di misure per la cancellazione del debito, altri suggeriscono, invece, strategie volte a ridurre l’egemonia cinese nei rapporti bilaterali. In particolare, la Cina dovrebbe aprire le gare d’appalto alla competizione internazionale, anziché vincolare i prestiti commerciali a uso esclusivo di società cinesi con condizioni contrattuali spesso poco trasparenti. Ipotesi però confinate per il momento sul piano teorico, a fronte invece di un problema concreto sempre più allarmante.

Un altro timore prettamente politico è espresso in un rapporto pubblicato da Cobus van Staden del South African Institute of International Affairs. Esso riguarda le ripercussioni nei rapporti sino-africani che potrebbe avere la decisione, presa lo scorso mese dal parlamento cinese, di abrogare i limiti di mandato presidenziali, spianando la strada a una presidenza a vita per Xi Jinping.

L’uomo forte di Pechino, secondo van Staden, detiene oggi l’immenso potere di poter plasmare a suo piacimento le relazioni con il continente nero, almeno per il prossimo decennio. Ciò non giunge certo come un segnale positivo in un contesto politico, quello subsahariano, ancora fortemente segnato da personalismi e carenze sul piano democratico e partecipativo.

A questo si aggiungono le preoccupazioni in merito alla futura espansione militare cinese sul continente, a fronte di un incremento dell’8,1% del budget militare della Cina per il 2018 e di una sua sempre maggiore presenza nelle missioni di peacekeeping sul suolo africano. In rapida crescita, inoltre, è l’export di armamenti “made in China” che vede oggi due terzi dei paesi africani avere in dotazione armi cinesi, inclusi paesi non democratici come il Burundi e la Guinea Equatoriale.

Limitare gli effetti negativi di tali dinamiche è la grande sfida che attende il continente nei prossimi decenni. Ma una cosa sicuramente è certa: quello tra Cina e Africa è un matrimonio tutt’altro che in crisi con il quale il mondo, l’Occidente in primis, deve e dovrà continuare a fare i conti.
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