Radicioni-Mottini: due modi alternativi di vedere l'urbanistica dal PCI
Edoardo Salzano
Per ricordare all’indomani della sua scomparsa le posizionidi Raffaele Radicioni e la forza dei suoi argomenti riprendiamo il raccontodella polemica che si aprì all’interno del Pci e sulla sua stampa negli anni incui Raffo diede il meglio di sé. 



Il nuovo tema che si affacciavanei dibattiti sull’urbanistica era quello della “urbanistica contrattata”. Ilprimo episodio rilevante fu una polemica sull’Unità, nell’estate del 1982,tra due assessori, entrambi comunisti, entrambi eletti in due grandi città:Maurizio Mottini, a Milano e Raffaele Radicioni, a Torino.

Mottini partiva dallaconsiderazione che «era emersa negli anni più recenti una critica diffusa,talvolta una insofferenza, nei confronti del concetto stesso di pianocome strumento del potere pubblico per affrontare e risolvere problemi diinteresse generale»; osservava correttamente come questo atteggiamento criticofosse un sintomo della più generale tendenza «al riflusso nel ‘privato’, allariscoperta dei valori e dei problemi dell'individuo», e come fosse collegato alfatto che «sul versante politico e ideologico siassiste al rilancio di un neoliberismo, che non di rado si tinge deicolori di una volontà di rivincita dei valori della conservazione o megliodella restaurazione» [M. Mottini, Urbanista, cambia piano, in «l'Unità», 18 agosto 1982].

Indubbiamente, le primeavvisaglie dei tentativi di “liberare” le decisioni sul territorio dai vincolidi regole dettate dall’interesse comune avevano radici nel più vasto processodi riflusso verso l’individualismo e il privatismo, nelle nuove ideologie chesi affermavano e nella ripresa di potere degli interessi economici di nuovodominanti. Mottini individuava però anche a sinistra segnali che andavano nellastessa direzione: è significativo, afferma, che «nell'ambito stesso dellacultura di sinistra il tema delle libertà individuali, come presupposto di unasocietà dinamica, venga additato come via d'uscita ai fenomeni di sclerosidelle forme realizzate partendo da una lettura consolidata e ortodossa dellalezione marxista».

Da queste premesse Mottinipartiva per esprimere una critica all’urbanistica: «Il piano urbanistico, comenormativa che regola il comportamento dei soggetti che decidono, ha prodottotroppo spesso disegni mai realizzati o realizzati in piccola parte»; «ciò che èin crisi - aggiungeva - non è il concetto di piano urbanistico, ma il concettodi gestione pubblica del piano urbanistico». La ricetta che proponeva è disostituire la gestione pubblica col governo pubblico, dovegovernare significa «utilizzare i meccanismi di mercato, indirizzandoli con unaserie di incentivi e disincentivi alla soluzione dei problemi di interessegenerale. Alla politica del vincolo occorre sostituire la politica dell'usopubblico dell'interesse privato».[ibidem]

Pianificazione territoriale eprogrammazione concertata tra pubblico e privato divengono momenti di un solodiscorso, «non più un prius definito eimmobile cui seguirà una sia pur complessa gestione di attuazione». In altreparole, il piano non è autonomo rispetto agli interessi economici, non delineaa priori le scelte necessarie per risolvere i problemi dal punto di vistadell’interesse collettivo, ma è un insieme di scelte che si concertano(contrattano) con gli interessi economici. Stupisce nel ragionamento diMottini il fatto che trascuri completamente di domandarsi quali siano gliinteressi economici con i quali il pubblico dovrebbe “contrattare” il destinodella città. Sembra ignorare che questi interessi non siano quelli legati alsalario e al profitto, al lavoro e all’impresa, all’attività economica voltaalla produzione di ricchezza da immettere sul mercato, ma semplicemente quelli,parassitari da ogni punto di vista, della rendita immobiliare.

Il contrasto all’appropriazioneprivata della rendita immobiliare è invece al centro dell’intervento criticodell’altro assessore all’urbanistica, Raffaele Radicioni.[R. Radicioni, Anche per l'urbanista il '68 è lontano, «l'Unità», 3 set. 1982.Dopoun’ampia illustrazione dei difetti costituzionali rilevati nella legislazioneurbanistica e dei tentativi fallimentari dei parlamenti di sanarlicompiutamente (dalle sentenze costituzionali del 1968 alla proposta governativadi riconoscere pienamente la rendita immobiliare a valori di mercato),afferma che riconoscere, in caso d’esproprio o di vincolo, il valore di mercatodei suoli significherebbe optare «definitivamente a favore del potere diedificare congiunto inscindibilmente con il diritto di proprietà e per questavia [riconsegnare] alla proprietà privata, attraverso una leva economicairrefrenabile (il valore dei suoli), il potere e il diritto di decidere come,quanto, in che modo, trasformare la città». «Ma ciò che più preoccupa -prosegue l’assessore torinese - è constatare la distrazione con la quale negliultimi anni questa vicenda viene seguita dalle forze riformatrici, fra cuideterminante è il ruolo esercitato dal nostro partito». L’argomento «non èstato oggetto di agitazione e scarsi sforzi sono stati compiuti per suscitaresia il confronto politico che l'approfondimento culturale, assolutamentenecessari nel momento in cui leggi troppo sommarie o affrettate rivelano di nonreggere al vaglio della Corte Costituzionale».

«Per altro non passa occasione che nel nostro partito autorevoli e valenti compagni ci ricordino giustamente come ritardi e sconfitte, registrati dal movimento riformatore sui temi della casa, del governo della città sarebbero imputabili in ampia misura ad una frattura manifestatasi in alcuni periodi fra idee di riforme illuministe, patrimonio di intellettuali, ed esigenze, aspirazioni, di larghe masse popolari. Bene, io mi domando se dalla vicenda che ho richiamato si debba concludere che il tema del controllo sulla acquisizione della rendita (che penso costituisca uno degli strumenti principali del governo della città, se non il principale) sia da considerare ideologico o comunque fuori dalle possibilità di unità fra esigenze popolari per la casa, per la città, per l'equilibrio del territorio e gli orientamenti, le denunce, le esperienze di intellettuali ed amministratori».

«C’è una sola strada per usciredalla crisi della città, conclude Radicioni, «rilanciare nel Paese, fra lemasse popolari, nei luoghi di cultura, negli enti locali e ovviamente inparlamento una convinta battaglia con al centro il nodo della acquisizione allacollettività della rendita, come strumento fondamentale per il governo dellecittà». Ma le orecchie del Pci erano aperte ad altre musiche. Lo comprendemmomolto presto».

Da: Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista. L’Italia cheho vissuto, Corte del Fòntego editore, Venezia 2010, pp.116-117





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