Profeta Rodotà
Stefano Rodotà
«I migranti. Le identità. Il razzismo. Un articolo di 27 anni fa  anticipava i problemi di oggi.  Pubblichiamo  ampi stralci di un suo articolo uscito sull'Espresso del 1990». L'Espresso, 23 luglio 2017 (c.m.c.)



Una società multietnica multiculturale, multirazziale, pluralista... È solo un ritornello, una giaculatoria rassicurante, o dietro questa formula sta nascendo davvero la cultura necessaria per affrontare un problema grandissimo, forse il più impegnativo e decisivo tra i molti che, oggi, si affollano e annunciano ovunque un cambiamento d'epoca?

La manifestazione più appariscente, e drammatica, è sicuramente quella che definiamo razzismo, che riappare in molti luoghi. Se però il razzismo è il fenomeno più noto, l'orizzonte da contemplare è ormai quello di società nelle quali la difficile ricerca di valori comuni e la necessaria coesistenza tra valori diversi rompono la trama degli abituali criteri di riferimento. Le nostre società non sono abbastanza forti né per assimilare l'"altro", né per respingerlo.

Respingerlo non possono, quando si tratti di un profugo o, più semplicemente di un lavoratore indispensabile a colmare vuoti. Assimilarlo non vogliono, non ne hanno i mezzi e la forza: o, spesso, è proprio l' "altro" che chiede un riconoscimento, non l'assimilazione. Chiede di violare il santuario della scuola laica portando il suo chador. Conserva magari l'antropologica propensione a fissare violentemente il rapporto tra i sessi, si porta dietro pratiche antiche e tremende, come l'infibulazione. E malgrado ciò (o proprio per ciò), esige poi diritti e eguaglianze che non stanno nei vecchi schemi, anzi ne rivelano le crepe, le debolezze.

Sono così proprio i nostri modelli più abituali e rassicuranti - la tolleranza, l'eguaglianza, il "melting pot" - ad apparirci bisognosi di ripensamento. È indispensabile vedere se essi sono in grado di comprendere una dinamica dei conflitti che va ben al di là della discriminazione più o meno violenta. Un esempio per tutti. Oggi si propone, giustamente, l'estensione agli immigrati di una serie di diritti civili, sociali, politici. Questa è una via sacrosanta, l'unica a poter impedire almeno le forme più brutali e formali di discriminazione. Ma, superato questo conflitto, se ne profila uno più difficile da risolvere. L'esperienza di molti paesi ci dice che proprio il riconoscimento di una pari cittadinanza agli immigrati scatena reazioni nei gruppi sociali che, socialmente o culturalmente, si sentono minacciati da questa maggior vicinanza di gruppi che escono da qualcuno dei ghetti in cui erano stati confinati. La parità - dovremmo saperlo - spesso annuncia nuovi conflitti.

Ma è la stessa nozione di eguaglianza a esser messa in discussione. La rinuncia alle identità irriducibili al modello prevalente appare la condizione stessa dell'eguaglianza, che si configura così in forme che ammettono un vero pluralismo solo in occasioni e casi determinati. È lo stile dell'America del "melting pot", dove l'essere riconosciuto come eguale dipendeva proprio dalla capacità di omologarsi. Ma è pure uno stile che, in nome di valori dominanti ed esclusivi, ha negato o ritardato il riconoscimento dei diritti delle minoranze.

Da qui il paradosso di una concezione dell'eguaglianza che custodisce il germe della discriminazione. Da qui la necessità di muoversi verso una concezione dell'eguaglianza fondata sul riconoscimento pieno delle identità diverse, che diviene così il fondamento del diritto alla identità, del diritto alla differenza. Da qui lo scolorirsi dell'immagine del "melting pot", sostituita da quella del "salad bowl". Non il crogiuolo nel quale ogni elemento si fonde, perde la sua identità e diviene irriconoscibile. Al suo posto, una "insalatiera" nella quale la mescolanza è possibile, in cui i diversi elementi rimangono riconoscibili.

Lungo questa strada c'è un rischio che viene reso esplicito da chi dice che il riconoscimento del pluralismo non può portare con sé la legittimazione delle idee più arretrate, di simboli di barbarie, di violazione di valori essenziali della civiltà. Ecco, allora, la domanda più generale: la regola del pluralismo è incondizionata o ammette eccezioni? E, se sì, secondo quali criteri? Le risposte sono difficili, e sono il segno della vera difficoltà che s'incontra quando si cerca di convertire l'antirazzismo in accettazione convinta di una prospettiva sociale segnata dalla presenza di diverse culture.

Questo non significa negare o mettere tra parentesi il fatto che sono stati faticosamente costruiti grandi valori comuni, quelli in cui s'identifica (o dovrebbe identificarsi) la nostra civiltà. Quel che si mette in discussione è l'esistenza di una cultura dominante, da accettare senza alcun preventivo confronto e senza ammettere la possibilità che questo confronto possa arricchire lo stesso quadro di valori e di criteri di riferimento nei quali ci siamo finora riconosciuti. In ciò sta la differenza tra assimilazione e integrazione. E quello che oggi ci appare un arduo ostacolo da superare può divenire l'occasione per la nascita di una organizzazione sociale dove proprio la fatica del confronto può far rinascere il senso della comunità. Non è un processo facile. Richiede un apprendimento collettivo, non esclude conflitti.

Né può essere affidato soltanto al fluire delle cose, alla buone volontà. Esige le sue regole, istituzioni, scelte, le sue "forzature". Servono politiche capaci di incidere sulla sostanza della loro condizione, e quindi investimenti in informazione, formazione, strutture, "azioni positive". Integrazione e costruzione di valori comunitari camminano insieme. E il senso di appartenenza a una comunità nasce e si sviluppa solo se si partecipa effettivamente alla sua vita, ai momenti nei quali la comunità si costruisce.
Il vedere l'"altro" insediarsi stabilmente nel proprio territorio produrrà spaesamenti, rifiuti, conflitti. Non c'è dunque una via rapida di pacificazione. Ma non ce n'è una diversa.
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