Giovanna Marini nel paese «orrendamente sporco»
Gianfranco Capitta
 Il regalo di una donna che è «uno straor­di­na­rio monu­mento musi­cale del nostro tempo e della vita quo­ti­diana, senza alcuna reto­rica, e senza per altro alcun rico­no­sci­mento dalla cul­tura «uffi­ciale», o tanto meno di governo». Il manifesto, 14 marzo 2015


Era un canto, una bal­lata di rac­conto e di rifles­sione, una voce che rac­con­tava una sto­ria comune, sua e del pub­blico che come lei vedeva, capiva e lot­tava. L’Italia in lungo e in largo è l’attacco di una famosa com­po­si­zione di Gio­vanna Marini, vivida e pun­gente nono­stante l’apparente non­cha­lance con cui l’autrice pas­sava in ras­se­gna un paese pieno di con­trad­di­zioni, sof­fe­renze e anche invo­lon­ta­rio umo­ri­smo. Era come il film delle sue «tour­née», che erano veri viaggi di tenace mili­tanza fatti su pul­mini sgan­ghe­rati e treni ansi­manti e affol­lati. Quell’attraversamento di una con­di­zione, sen­ti­men­tale sociale e poli­tica (una sorta di inno nazio­nale alter­na­tivo allora, quando l’ascoltammo le prime volte) torna ora, dopo più di quarant’anni, a rac­con­tare un paese che nel pro­fondo non è cam­biato nelle sue sof­fe­renze, a dispetto delle molte tra­sfor­ma­zioni, spesso solo superficiali.

E torna anche, quell’attacco, a dar titolo a un cd (appena pub­bli­cato da Fini­sterre e distri­buito da Egea­mu­sic) in cui Gio­vanna Marini, assieme, in accordo o in con­tro­canto, con la più brava e solida delle sue allieve, Fran­ce­sca Bre­schi, rac­co­glie molti brani di que­gli anni e degli anni suc­ces­sivi, alcuni dive­nuti famo­sis­simi come I treni per Reg­gio Cala­bria, unica docu­men­ta­zione di una vera epo­pea libe­ra­to­ria, e altri rima­sti in una dimen­sione più intima come Lamento per la morte di Paso­lini o Ragazzo gen­tile. Can­zoni bel­li­sime tut­tora, Com­mo­venti fino alle lacrime, eppure ras­se­re­nanti per il fatto di essere sto­rica testi­mo­nianza di fatti molto importanti.

Gio­vanna Marini ha il dono della poe­sia, che non viene mini­ma­mente scal­fito dal pas­sare del tempo, e dei gusti e delle mode. È uno straor­di­na­rio monu­mento musi­cale del nostro tempo e della vita quo­ti­diana, senza alcuna reto­rica, e senza per altro alcun rico­no­sci­mento dalla cul­tura «uffi­ciale», o tanto meno di governo. Eppure il titolo di quella bal­lata, l’altra sera in una sala dell’Auditorium al Parco della musica romano, era ancora l’occasione di un viag­gio, pos­si­bile e luci­dis­simo, nell’umanità che que­sto paese è stato capace di ela­bo­rare e modu­lare. Una Ita­lia in lungo e in largo che aveva come cabina di comando le due can­tanti, con­sa­pe­voli e emo­zio­nanti, ma ha anche voluto assu­mere il corpo sto­rico e musi­cale di una comu­nità fem­mi­nile dav­vero fuori dell’ordinario, le donne di Giulianello.

Che è un pae­sino rurale in pro­vin­cia di Latina, dove però da sem­pre viene col­ti­vato il canto corale, e di ori­gine reli­giosa, che si allarga ad abbrac­ciare, e immor­ta­lare, ogni aspetto, biso­gno, spe­ranza della vita. Rac­conta la Marini che la prima volta che le incon­trò, tanti anni fa durante le sue inda­gini musi­cali sulla scia di Erne­sto De Mar­tino e Diego Car­pi­tella (cui la serata è stata affet­tuo­sa­mente dedi­cata), se le vide arri­vare su un car­rello trai­nato da un trat­tore, e can­ta­vano senza sosta. Il canto, per le donne di Giu­lia­nello, è una atti­vità a tutto campo, che quasi armo­nizza e rende pos­si­bili tutte le altre fati­che. La loro «lea­der» Lalla ha appena com­piuto 93 anni, ma non si nega vir­tuo­si­smi vocali di alto respiro. Con quel con­tral­tare vivente che dava spes­sore e radici alle loro voci, Gio­vana Marini e Fran­ce­sca Bre­schi hanno fatto bale­nare per una sera una Ita­lia che possa ancora oggi essere attra­ver­sata, nella pro­fon­dità del cuore, vin­cendo gli ammen­ni­coli e i sopram­mo­bili e gli orrori che che tante volte la ren­dono irri­co­no­sci­bile e orren­da­mente sporca.
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