Roma laboratorio d'Italia
Piero Bevilacqua

C'è una contraddizione troppo grande ed estesa alla base del terremoto...

C'è una  contraddizione troppo grande ed estesa allabase del terremoto che sta investendo i partiti politici italiani alla provadelle recenti elezioni siciliane e delle campagne elettorali in corso.Terremoto, va ricordato, che dirigenti politici e commentatori con la testagirata all'indietro, tentano di esorcizzare con vecchi rituali, definendolo frutto del populismo, dell'antipolitica, della demagogia,ecc. Un vecchio e   impotente armamentario propagandistico.Troppo estesa, infatti,  è diventatal'informazione, lo spirito critico, la consapevolezza  dei cittadini a fronte della opacitàcrescente del potere, della chiusura oligarchica del ceto politico, delrestringimento generale della democrazia. E' un fenomeno generale che haportato cospicue avanguardie cittadine nelle strade e nelle piazze di Roma, diMadrid, Londra, New York. E il montante disagio sociale rende sempre menosostenibile tale contraddizione, perché appare sempre più evidente la preminenteresponsabilità del ceto politico nell'esplosione della Grande Crisi e il suotentativo di uscirne indenne, cavalcando la politica del rigore antipopolarechiesta dai grandi poteri capitalistici. In Italia essa appare poiintollerabile mano a mano che i privilegi castali che i partiti si sonoritagliati all'interno dello spazio pubblico appaiono immodificabili, mentreintorno milioni di persone, interi ceti sociali precipitano all'indietro, nellecondizioni di alcuni  decenni fa.

Anche Roma mostra oggi segni diinsofferenza democratica crescenti. Segni destinati a ingigantirsi nei prossimimesi, quando le politiche di austerità in corso getteranno altro sale sulleferite recenti e i problemi cronici della città – come quelli dei rifiuti –assumeranno forme incontenibili. Ho avuto una prova recente di tale sentimentodiffuso all'assemblea del 27 ottobre, tenutasi alla Facoltà di Ingegneria dellaSapienza, su cui è già intervenuto Antonio Castronovi ( Manifesto dell'1/11)E'bastato l'appello de La Roma che vogliamo per richiamare una massaconsiderevole di romani, rappresentanti di circoli, associazioni, comitati,tutti attratti non dalla notorietà dei proponenti, ma dal suo messaggiosemplice e dirompente: prima i problemi della città, i bisogni e le domande deiromani, dopo  il nome del leader. Partiredal leader equivale a confermare la logica oligarchica dominante che asfissiala vita politica del nostro paese. Chi designa il leader, infatti, non fa checalare dall'alto un deus ex machina senza alcuna consultazione dei cittadini, iquali sono chiamati ad applaudire una scelta fatta nel chiuso di una qualchesegreteria. Com'è noto, e come si fa finta di non sapere, i partiti non sonopiù il luogo in cui si organizza ed  esprimela volontà popolare. In questa visione i cittadini continuano ad essere passiviconsumatori di messaggi politici preconfezionati, il cui unico protagonismo siconsuma con  un segno di matita  apposto su una scheda. Ma la stessaossessione della ricerca del nome del candidato da incoronare, da indicare alleimprobabili folle osannanti, fa parte di una vecchia e ammuffita cultura di cuinon riusciamo a liberarci.  Esso esprimeuna divinizzazione dell'individuo, la ricerca del capo, del comandante che dovrebbeda solo guidare le truppe, risolvere eroicamente i problemi di tutti. El'individuo deve avere le caratteristiche del grande comunicatore – adatto almezzo televisivo, che è il linguaggio della politica corrente – secondoi canoni consunti della società dello spettacolo. Si tratta di una concezioneantidemocratica, il distillato della cultura politica neoliberista affermatesinegli ultimi trent'anni, dilagata anche nella sinistra e  diventata ormai senso comune dominante.

E' evidente che la popolarità delcandidato a sindaco costituisce un fattore importante per il successoelettorale. Ma io credo che sia necessario, per incominciare a capovolgerela  logica oligarchica, porre  in evidenza soprattutto le caratteristichedella” squadra possibile”  destinata adaccompagnare l'azione del sindaco. Le competenze professionali, i saperi, ilprofilo intellettuale e morale di donne e uomini che di concerto si dovrebberomettere  al lavoro  per il governo della città, sono da mettereal primo posto, come segno di una inversione democratica dell'operare politico.Ricordo che i partiti di massa sorti nel dopoguerra erano retti non da un capo,ma da gruppi dirigenti. La politica è per eccellenza un'opera collettiva,altrimenti è tatticismo, tran tran, sopravvivenza da ceto politico,coltivazione di interessi individuali, affarismo.

Dunque, il ripristino el'allargamento della democrazia è uno dei punti programmatici e insieme dimetodo del gruppo che promuove La Roma che vogliamo. Credo che questocorrisponda a una esigenza sempre più avvertita dai cittadini romani.  Ma per realizzarlo occorre essere consapevolidei deficit, delle manchevolezze della democrazia rappresentativa, oggi ridottaa un simulacro.  Occorre prendere attoche non è più possibile affidare una delega così ampia e  temporalmente così lunga agli eletti delpopolo. Perché tutti sappiamo che gli uomini e le donne elette, così presenti epieni di zelo durante le campagne elettorali, una volta eletti, scompaiono allavista per tutta la durata del loro mandato. Salvo a rendersi visibili incircostanze che costituiscono occasioni di visibilità mediatica, perrinfrescare la loro popolarità presso gli elettori dimentichi. Ebbene, io credoche questa esperienza non possa più essere replicata. Propongo di inserire nelprogramma de La Roma che vogliamo l'impegno di sindaco e giunta aincontrare ogni  6 mesi i cittadiniromani, tramite le loro varie rappresentanze istituzionali e sociali, per darconto dell'attuazione del programma e delle questioni sul tappeto. Potrebberoprendervi parte associazioni, corpi intermedi, singoli rappresentanti – comegià avviene in alcuni comuni - e dar vita così alla fusione della democraziarappresentativa con quella deliberativa e associativa. I cittadini devonoessere informati sul governo cittadino, devono essere resi consapevoli del lorodiritto ad avere informazione da coloro i quali essi hanno mandato al governodella città. Democrazia è trasparenza, informazione, ma anche partecipazione.La partecipazione, tuttavia, non può essere costante e permanente – come spessosi illudono tanti generosi giovani e non giovani dei movimenti, in Italia efuori d'Italia – perché la società civile è assorbita nei propri ruoli dilavoro e di organizzazione familiare e sociale e solo occasionalmente puòimpegnare il suo tempo nell'esercizio della cittadinanza. Questo tempooccorrerà farlo crescere in futuro, dimezzando la giornata lavorativa diognuno, ma per il momento si può incrementare la partecipazione con una piùampia trasparenza e informazione, oggi resi possibili dallo sviluppo dellatecnologia informatica. Penso alla possibilità di trasmettere  via rete e in qualche canale di TV locale leriunioni dei  consigli comunali  impegnati su questioni rilevanti  e di far partecipare gruppi organizzati dicittadini tramite le piattaforme telematiche oggi a disposizione. Ma questo nonbasta. Occorre sottoporre i governanti alla vigilanza costante etecnicamente  attrezzata dei governati.Io credo che si possa proporre la costituzione di un organismo esterno per ilcontrollo sistematico del bilancio municipale, da affidare a giudici contabili,che informino correntemente i cittadini dell'andamento dei flussi di entrata edi spesa. Su questo essi potrebbero intervenire tempestivamente. Far sentire laloro  voce.  La vigilanza della Corte dei Conti  non è sufficiente, essa arriva tardi e nonpuò intervenire nel merito politico delle scelte. Questo dovrebbe esserecompito dell'opposizione politica, ormai sempre meno agguerrita.  Oggi siamo al punto che i romani non sannoquale ammontare di debito l'indimenticabile giunta Alemanno lascia loro ineredità. D'altra parte, il bilancio di una grande città costituisce uncomplesso groviglio di voci a cui la grande maggioranza dei cittadini fatica adaccedere. Una esemplificazione comunicativa da parte dei tecnici, che sitrasforma in  costante informazione viarete, coinvolge l'attenzione e la partecipazione generale, ma al tempo stessomette gli atti dei governanti sotto il grande faro del controllo pubblico.

Dunque, Roma potrebbe davverocostituire un laboratorio di nuova democrazia - utilizzando esperienze già incorso altrove - fornire un  messaggioall'Italia intera. Perché una trasparenza così piena e istituzionalizzata degliatti di governo non rappresenta solo la via maestra per una moralizzazionedella condotta dei partiti, per  farsoffiare un nuovo vento di pulizia nella vita pubblica.  Essa  costituirebbe una componente strategicaimportante per ridurre gli spazi di manovra dei gruppi affaristici e dellacriminalità vera e propria, che del potere politico ha bisogno come i pescidell'acqua.  Ma c'è un altro nodoimportante, che tale modello di trasparenza viene a toccare. Una indicazione divalore più generale. Esso può incominciare a incidere i legami tra i partiti eil potere finanziario. E' qui, in effetti, che oggi si gioca la grande partitastrategica per la sinistra e le masse popolari. Debbo ricordare che il  punto di vulnerabilità sistemica del capitaleè il controllo del potere politico? Spezzare i legami della politica  con  leforze economiche dominanti, significa restituirla alla sua autonomia esovranità, grazie non a prediche moraleggianti, ma a un più  ampio e sistematico controllo delle massepopolari.

Roma può diventare laboratorioanche per altri contenuti del programma, ma di questo in altra occasione. 

laromachevogliamo_@googlegroups.com. Questo articolo è invuato contemopraneamente anche a il manifesto.


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