Piani regionali (1933)
Eugenio Fuselli
Lo scritto di Eugenio Fuselli “Urbanistica di Mussolini: il Piano Regolatore Nazionale”, pubblicato su Quadrante, novembre 1933, propone (contemporaneamente al primo progetto di legge in proposito) piani regolatori “vasti quanto i problemi da risolvere”, ovvero la scala regionale della pianificazione. Nove anni più tardi la proposta di Fuselli diventaterà il “Piano Territoriale di Coordinamento” nella legge urbanistica del 1942.
Dopo che i rappresentanti italiani al recente Congresso del Comitato internazionale per l’architettura razionale, tenuto ad Atene e dedicato alla città funzionale, hanno avanzato l’idea di studiare non solo piani regolatori per le città e per le regioni, ma piani regolatori estesi a tutto il territorio delle varie nazioni, non sarà inopportuno riprendere e sviluppare questo concetto, già enunciato due anni or sono a Berlino, in occasione del XIII Congresso internazionale dei piani regolatori, e che sotto vari aspetti viene oggi considerato non soltanto dai tecnici ma dagli economisti e dagli uomini di governo dei diversi paesi.
Il tema è di attualità: anche al 25° Congresso americano dei piani regolatori, svoltosi a Baltimora ai primi di ottobre, esso ha formato oggetto di una relazione.

Problemi attuali

In anni di assestamento economico, di riforme politiche e sociali, di protezionismo a oltranza ed in contrasto con la enorme evoluzione scientifica e industriale della civiltà contemporanea, i problemi dell’avvenire dei popoli vengono esaminati non più soltanto nelle tradizionali forme politico-legislative, ma anche secondo nuovi orientamenti di natura tecnica ed economica.
Quest’ordine di idee caratterizza storicamente il nostro tempo; raggiunta e consolidata la compagine unitaria, maturati gli orientamenti legislativi e costituzionali, i grandi Stati detentori della civiltà occidentale traversano un periodo di valorizzazione territoriale e di attrezzamento tecnico.
Il sorprendente contributo recato all’attività umana dai progressi della tecnica, e la facilità delle iniziative, hanno fatto sì che quest’opera di organizzazione e di attrezzamento ha potuto procedere solo sotto l’impulso delle forze spontanee, eccedendo in alcuni campi le reali possibilità di applicazione; dove ciò è accaduto, è subentrata la dolorosa reazione della crisi industriale.
Ecco dunque iniziarsi la revisione, sorgere dei nuovi problemi e rifiorire programmi proposti all’imponente intraprendenza degli uomini; ma soprattutto emergere, dalle esperienze compiute, la coscienza di un ordine, la necessità di coordinar gli sforzi, di regolare e dirigere ad un fine prestabilito le varie iniziative e le varie attività.

Città, regione, nazione

Il mezzo tecnico che prestabilisce lo sviluppo dei lavori e la valorizzazione di un territorio più o meno vasto ai fini del benessere sociale, è un piano regolatore. Poiché nel passato l’attività civile si è concentrata nelle città, per esse si è determinato il bisogno di disciplinare quelle forme di sviluppo che più da vicino interessavano il benessere della collettività e la libertà dei singoli, vale a dire le vie di comunicazione e lo sviluppo edilizio e perciò si sono studiati per primi i piani regolatori delle città. Nell’avvenire la civiltà ed il lavoro saranno talmente propagati sulla superficie della Terra, che uguali necessità nasceranno per territorii e si studieranno piani regolatori i cui limiti potranno essere segnati soltanto dall’estensione dei problemi da risolvere.
Le condizioni della vita italiana, la nostra organizzazione politica e civile ci portano oggi a considerare questi tre successivi stadii di sviluppo: la città, la regione, lo Stato.
Ritenuto che il concetto urbanistico di città, e conseguente piano regolatore, sia ormai sufficientemente noto, sarà conveniente esporre alcuni concetti intorno alla “regione” come premessa indispensabile di quella maggiore compagine politica che è lo Stato.
La regione è una nuova unità di natura geografico-economica nata dalla nostra organizzazione civile. Essa si estende ai territori dove certe affinità di ambiente e di lavoro hanno imposto un regime alla vita degli abitanti e dove le condizioni della economia richiedono che il progresso sociale si sviluppi con direttive unitarie.
Hanno contribuito alla sua formazione il rapido addensamento della popolazione in determinati punti e l’incessante sfruttamento delle risorse naturali e di posizione: le hanno conferito i caratteri della modernità, l’organizzazione industriale e l’impiego estensivo delle macchine a ogni mezzo di trasporto e di comunicazione, che hanno permesso alle azioni individuali e collettive di spaziare in campi sempre più vasti, in tempi sempre più brevi.
In opposizione alle tradizionali suddivisioni territoriali la “regione”, come oggi si intende dal punto di vista urbanistico, prescinde dai vecchi confini dei Comuni e delle Provincie, e tende a stabilirne dei nuovi, in base a leggi puramente economiche.
E’ per questo che, mentre per il passato non conoscevamo se non problemi cittadini, e abbiamo studiato piani regolatori per le nostre città, oggi dobbiamo affrontare problemi più complessi, i problemi regionali, e prepararci ad applicare dei piani regolatori a delle intere regioni: l’urbanista vede oggi aprirsi alla sua esplorazione degli orizzonti sconosciuti e, pur nel travaglio della continua esperienza, deve ampliare i propri compiti in rapporto ai progressi della vita sociale.
Se per le loro caratteristiche di natura e di cultura sono da studiarsi anche le ragioni prettamente industriali e quelle rurali, negli ultimi anni la nostra attenzione è stata rivolta a quel tipo di regione che ci presenta col maggiore rilievo i problemi più gravi, perché assomma in sé i diversi caratteri industriali, residenziali e di traffico: la regione “urbana”, cioè il territorio circostante alle grandi città, che comprende le zone della loro influenza diretta.
Il piano regolatore regionale, dato che la regione urbana si estende il più delle volte ben oltre i confini amministrativi del Comune principale, si trova di fronte a una prima gravissima difficoltà, quando si tratta di riunire gli interessi e la buona volontà di diversi enti locali agli scopi unitarii del comune benessere.
In Italia si è opportunamente ricorso al sistema delle annessioni dei piccoli comuni al maggiore; così il territorio di una città veniva ad ingrandirsi fin dove lo richiedevano le esigenze della sua espansione edilizia, mentre i numerosi piccoli comuni circostanti rinunciavano di buon grado a una autonomia più formale, oramai, che reale, essendo stati da tempo assorbiti nell’orbita economica della grande città e vivendo del suo stesso respiro.
Le annessioni hanno portato inoltre agli abitanti dei cessati comuni il beneficio di molti servizi pubblici che le esigue risorse dei bilanci locali non avrebbero mai consentito, e le grandi città hanno veduto finalmente aprirsi il varco a una più libera, disciplinata espansione.
Tra le città italiane che raggiungono un milione di abitanti, vi è Napoli, che negli ultimi anni si è aggregata 9 comuni, e Milano che ne ha aggregati 11; Roma per condizioni speciali ha intorno a sé spazio più che sufficiente per i suoi futuri ampliamenti; Genova, che conta quasi 700.000 abitanti e per la posizione sulla costa montuosa è stata sempre ristretta tra il mare e il monte, si è aggregata ben 19 comuni, estendendosi sul litorale per quasi 30 km.; e Venezia, pur non superando i 300.000 abitanti, si è aggregata 7 comuni per formarsi un entroterra commerciale e industriale, uscendo dal secolare raccoglimento delle sue isole.
La politica delle annessioni, mediante una serie di provvedimenti legislativi, ha portato dunque le nostre maggiori città a realizzare il primo passo verso il piano regolatore regionale; ad esse è ormai consentito un esame sereno e sistematico delle proprie risorse e delle proprie possibilità, mentre gli studi dei tecnici gli sono indirizzati alla visione complessiva del problema regionale.
Ma come la città, col processo di espansione, ha trovato nella regione il proprio entroterra, così i mutui rapporti che sorgono dalla vita delle diverse regioni ci inducono a riflettere su problemi anche più vasti e complessi di quelli che abbiamo studiato finora; la tendenza dello Stato a regolare le varie manifestazioni della vita nazionale con unità di scopi e organicità di metodi, ci porta analogamente a vedere nell’avvento dei piani regolatori regionali una fase di preparazione al piano regolatore nazionale.

Esigenze della vita collettiva

Siccome gli inevitabili sviluppi del progresso sociale rendono sempre più imperiose le esigenze della vita collettiva, è necessario cercare nella disciplina urbanistica delle azioni comuni la migliore salvaguardia della nostra personalità, la migliore tutela delle libertà individuali: come la nostra attività si svolge generalmente nell’ambito della vita cittadina, regionale e nazionale, così l’indagine e la organizzazione tecnica dovranno essere rivolte a questi tre campi di azione.
Il piano regolatore nazionale poggia su principi molto generali di economia e di politica e comprende nelle sue vaste maglie i piani regionali: questi rappresentano l’elemento intermedio, il più esatto al grado attuale della civiltà e della mobilità umana, e sono teatro della esperienza odierna, i piani regolatori dei centri urbani rappresentano infine l’elemento più piccolo, ma certamente il più evoluto, del sistema complessivo.
Sarebbe errato immaginare il piano nazionale come una estensione dei piani regolatori delle città, come oggi li conosciamo, con la rigida struttura dei vincoli e la conseguente tassativa disciplina regolarmente: esso deve intendersi come un programma di grande massima dello sviluppo nazionale, dotato della necessaria elasticità per secondare le diverse esigenze locali e adattato a seguire di tempo in tempo gli inevitabili mutamenti delle finalità collettive.
Il piano regolatore nazionale, nella sua più semplice espressione, ha per oggetto di determinare gli usi più appropriati da assegnare alla terra e alle risorse naturali, col dovuto riguardo per le tendenze e i fatti antecedenti (già, in Germania gli schemi dei piani regolatori regionali vengono chiamati “piani economici”).
La complessità dei problemi richiede la collaborazione di tutte le iniziative e la previsione delle conseguenze che un determinato ordine di provvedimenti potrà avere rispetto ai bisogni dell’avvenire. L’esperienza compiuta nello studio dei piani regolatori delle città porta a concludere che in passato si è generalmente peccato di imprevidenza; un esempio tra i molti basta a provarlo: lo sviluppo degli impianti ferroviarii, non coordinato con i piani regolatori delle città, complica oggi enormemente i problemi urbanistici e obbliga ad adattamenti onerosi, molti dei quali avrebbero potuto essere risparmiati se a suo tempo le prerogative ferroviarie fossero state armonizzate con i prevedibili ampliamenti delle città.
Ogni coordinamento di programmi e di opere compiuto con finalità unitaria, rientra quindi nel quadro di un piano regolatore nazionale e perciò sarà da assegnarsi a un unico rodine di idee tanto l’impianto di aeroporti o di campi di fortuna, la sistemazione di una rete stradale, lo spostamento di un tronco ferroviario e l’apertura di un canale navigabile, quanto la sistemazione idraulica e forestale di un bacino montano, o la creazione di una nuova borgata rurale, o la soppressione di una casa che deturpi il paesaggio di un località di valore turistico e panoramico.

Organizzazione unitaria

E’ interessante osservare che in Italia il piano regolatore nazionale si delinea fin d’ora attraverso alcuni aspetti caratteristici della nostra organizzazione tecnica e legislativa, mentre l’opera del Regime tende ad accentuare sempre più questi caratteri unitarii del lavoro e della struttura organizzativa nazionale.
Mentre infatti la nostra rete ferroviaria è stata da tempo unificata, da qualche anno la rete delle maggiori arterie stradali è stata unificata, e posta sotto la gestione di un solo organo statale che estende il suo controllo e la sua opera a tutto il territorio nazionale.
Ma anche più convincenti e significativi ci sembrano i diversi provvedimenti adottati dal Governo Fascista per frenare l’inurbamento delle popolazioni rurali, la Legge per la bonifica integrale e il programma di emigrazione interna, oggi in piena attuazione: convincenti perché in essi vediamo applicati con pieno successo quei principii di distribuzione demografica, di economia territoriale, di bene inteso sfruttamento delle risorse naturali, che sono fondamento del piano nazionale, ai fini superiori della prosperità economica e del progresso civile dell’intera Nazione.
Gli organi e i servizi di questo movimento sono operanti nella vita italiana e fanno capo a un solo centro: lo Stato.
L’Azienda Autonoma Statale della Strada, compirà quest’anno il primo sessennio di attività con 6.000 chilometri di sistemazioni e pavimentazioni stradali, oltre alla manutenzione dell’intera rete e la costruzione delle case cantoniere; per quanto riguarda la soppressione di passaggi a livello, nei soli primi due anni di gestione, sono state predisposte le opere necessarie per 60 di tali lavori.
La politica agraria del Regime per la valorizzazione della terra e la maggiore coscienza della vita rurale, raggiunge il massimo sforzo con la Legge sulla bonifica integrale, che prende il nome dal Duce (Legge Mussolini - 24 dicembre 1928): gli organi di questo poderoso congegno sono il Sottosegretariato per le Bonifiche ed i Comitati tecnici provinciali - che, unitamente ai Consorzi, realizzano l’armonica coesistenza della funzione pubblica e dell’interesse privato.

Coordinamento di opere

Oltre che il risanamento delle terre palustri, la costruzione dei canali irrigui, di strade, di acquedotti, di fabbricati rurali, questa organizzazione assicura la sistemazione dei bacini montani, il rimboschimento, il miglioramento dei pascoli e in genere la trasformazione fondiaria delle zone di più arretrato progresso agricolo: vera e propria “zonizzazione”economica in attuazione per ogni plaga d’Italia.
La funzione di regolare la distribuzione demografica nel territorio nazionale è affidata al Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna, dipendente direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’esuberanza di popolazione, specialmente agricola, nell’Italia settentrionale, la chiusura degli sbocchi alla emigrazione all’estero e la necessità di riequilibrare all’interno la richiesta e l’eccesso della mano d’opera hanno fatto sorgere il Commissariato, la cui eccezionale importanza sarà accresciuta nei prossimi anni con la continua attuazione della Bonifica Integrale.
L’opera del Commissariato si esplica nel cercare i territorii da colonizzare, nello scegliere le famiglie fisicamente e organicamente adatte alla migrazione e alla colonia, nello stipulare condizioni di lavoro favorevoli ai nuovi colonizzatori, nel trasportare delle famiglie nei fondi bonificati o trasformati a nuove culture, nell’Agro romano e pontino, in Campania, nella Maremma toscana, in Sardegna, nella Libia. Inoltre il Commissariato distribuisce premi per la costruzione di case coloniche, dà sussidi e sovvenzioni alle famiglie migrate: l’Opera Nazionale Combattenti e il Sottosegretario per le Bonifiche cooperano con il Commissariato in quest’opera.
Se questi sono da considerarsi i capisaldi del piano regolatore nazionale, altri aspetti potranno anche scorgersi nell’attività e nelle provvidenze del Regime nei varii campi, dai provvedimenti prefettizi, che limitano l’accrescimento della popolazione residente nelle città. (Legge 24 dicembre 1928) alle cure rivolte dalla Milizia Forestale al mantenimento del patrimonio montano, per frenare la tendenza allo spopolamento della montagna, alle previdenze per la protezione della maternità e dell’infanzia e alla campagna demografica, tutrice dell’avvenire della razza.

Gli anni avvenire ci mostreranno a qual punto possano arrivare le conseguenze di questa immensa opera di costruzione nazionale, cui tutti diamo il nostro contributo: per ora guardino, specialmente i tecnici, all’avvenire e comprendano la vastità del compito che li attende: ingegneri, architetti, agronomi, economisti, giuristi.
Mussolini ha indicato le mete e ha promosso il piano regolatore nazionale: ha rivolto all’interno le correnti emigratorie, ha denunciato i pericoli dell’inurbamento, promosso il ritorno alla terra, migliorate le condizioni della vita rurale: le bonifiche, le comunicazioni, l’edilizia, i nuovi centri sono la conseguenza.
Ma non dimentichiamo che la condizione indispensabile di tutto ciò era uno Stato forte: questa è stata la prima base della restaurazione fascista, e oggi vediamo che sull’esempio dell’Italia altre nazioni mirano a una nuova fase di lavoro e di organizzazione economica incominciando dalla restaurazione dei poteri centrali.

Bibliografia:

Mussolini - Scritti e discorsi sulla politica agricola e sulla campagna demografica. Discorso inaugurale di Littoria.
Franklin D. Roosevelt - Looking forwards. 1933.
Atti del XIII Congresso Internazionale dei piani regolatori - Berlino 1931.
Arthur C. Comey - What is National Planning? in City Planning oct. 1933.
Cyrus Hehr - A Nation Plan - N.Y. 1926.
What about the year 2000? An economic summary - Harrisburg 1930.
Quadrante 5 - Milano, settembre.

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