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Massimo Giannini
Come uscire dalla crisi che ha cambiato il mondo
8 Marzo 2011
Recensioni e segnalazioni
«Un saggio di Luciano Gallino sui meccanismi che hanno portato alla "tempesta perfetta" del 2007 suggerendo anche una via d’uscita». La Repubblica, 8 marzo 2011

La differenza fondamentale tra "la produzione" e "l’estrazione" del valore. Gli esseri umani ormai trasformati in robot o in esuberi dovrebbero ribellarsi al pensiero liberista dominante

Se dovessi scegliere il "romanzo della crisi" di questi anni di turbocapitalismo globale e letale voterei Sunset Park. Le prime pagine del libro di Paul Auster – in cui il giovane Miles Heller racconta il suo lavoro di "moschettiere della disgrazia", incaricato di ispezionare per conto delle banche le case abbandonate dagli inquilini morosi e di fotografare le innumerevoli "cose abbandonate" per sempre dalle famiglie espropriate – sono l’affresco letterario di un’epoca. La Spoon River di «un mondo che crolla, di rovina economica e di difficoltà assidue e crescenti» per milioni di persone sommerse dalla "tempesta perfetta" iniziata oltre tre anni fa. Ma ora esce anche il "saggio della crisi". Non che in questi mesi la titolistica sul tema sia stata avara. Ma il libro che vi suggerisco adesso è forse il più completo e il più scientifico di tutti quelli che mi è capitato di leggere. Sto parlando di Finanzcapitalismo, che Luciano Gallino ha appena dato alle stampe (sempre per Einaudi).

Quello di Gallino è il viaggio dentro i deliri cinici, e a volte addirittura clinici, del mercatismo. Un viaggio che parte da un trionfo egemonico: un sistema economico basato sull’azzardo morale e sull’irresponsabilità del capitale, sul debito che genera debito e sul denaro che produce denaro. E che ci conduce a un capolinea drammatico: la completa svalorizzazione del lavoro, la devastazione delle risorse industriali e naturali, la desolazione di una massa di donne e di uomini che ormai non sono più "ceto medio", ma "classe povera".

Quello che è accaduto, da quella drammatica fine estate del 2007, lo sappiamo. Quello che ancora mancava è un’analisi storica e sociologica, oltre che economica, del processo che ha cambiato i connotati del sistema. Gallino lo ricostruisce a partire dal concetto, teorizzato da Lewis Mumford, delle "mega-macchine sociali": quelle grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come "componenti o servo-unità". Kombinat di potere politico, economico e culturale che hanno generato "mostri" nell’arco dei millenni: dalle piramidi egiziane costruite col sangue degli schiavi all’Impero Romano, dalla fabbrica di sterminio del Terzo Reich nazista all’universo concentrazionario del comunismo sovietico. Ora siamo alla fase più "evoluta": il "finanzcapitalismo", "mega-macchina" sviluppata allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e potere, «il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli eco-sistemi».

E questa "estrazione di valore" è diventata il meccanismo totalizzante e totalitario che ormai abbraccia «ogni momento e ogni aspetto dell’esistenza». Dalla nascita alla morte: come il vecchio Welfare, arruginito e inservibile secondo la vulgata occidentale dominante, abbracciava un tempo l’individuo "dalla culla alla bara". Il salto di qualità è nel passaggio cruciale dalla "produzione" alla "estrazione" del valore. Si "produce" valore quando si costruisce una casa o una scuola; si "estrae" valore quando si impone un aumento dei prezzi delle case manipolando i tassi di interesse. Si "produce" valore quando si crea un posto di lavoro stabile e ben retribuito; si "estrae" valore quando si assoldano co.co.pro. mal pagati o si aumentano i ritmi di lavoro a parità di salario.

Se la "mega-macchina" del vecchio capitalismo industriale fordista aveva come motore l’industria manifatturiera, la "mega-macchina" del "finanzcapitalismo" ha come motore l’industria finanziaria. La prima "girava" grazie al lavoro, che generava reddito, diritti, cittadinanza. La seconda "gira" grazie al denaro, che genera altro denaro, e poi ancora denaro, e sempre e solo denaro. "Finanza creativa", abbiamo imparato a chiamarla in questa inebriante stagione di culto pagano per il dio mercato. Non ci siamo accorti che, nel frattempo, è diventata "finanza distruttiva". Per rendersene conto basta esaminare, con il sociologo torinese, l’inventario di tutto ciò che è andato distrutto in questi ultimi anni. Nell’immane falò della Grande Crisi sono bruciati gli "attivi" del mondo, cioè la ricchezza costituita da azioni, obbligazioni, derivati, case, edifici commerciali, impianti industriali, capitali e fondi. Un autodafé stimato da un minimo di 25-30 trilioni di dollari (la metà del Pil del pianeta) a un massimo di 100 trilioni (1,8 volte il Pil mondiale). Ma nel fuoco, con la ricchezza, sono "bruciate" persone in carne ed ossa: secondo l’Oil, oggi abbiamo 50 milioni di disoccupati in più, e 200 milioni di lavoratori precipitati nell’area della povertà estrema.

Al di là delle colpe, sulle quali Gallino non affonda più di tanto il coltello, c’è un immensa opera di riconversione che andrebbe tentata qui ed ora. Per le classi dirigenti, si tratta di uscire dal pensiero unico neo-liberale, che ha teorizzato le virtù del "finanzcapitalismo" e ha prosperato sulle sue follie. E di riformulare l’architettura finanziaria: con gli strumenti del narrow banking (la riduzione drastica delle dimensioni dell’attività creditizia), la revisione dei criteri di bilancio, la potatura del mercato dei derivati, il divieto delle cartolarizzazioni. Ma mentre enumera i rimedi possibili, e indica i tentativi finora falliti soprattutto in Europa (più interessanti quelli americani legati al Dodd-Frank Act) Gallino sembra suggerire anche la velleitaria inutilità delle "auto-riforme". E qui sta, forse, la debolezza e la forza del libro. La debolezza, mi pare, è nel vedere solo il "dark side" della finanza-ombra, e nel non concedere altre chance al capitalismo: quasi che nella sua ultima reincarnazione finanziaria si debba considerare esaurito il suo ciclo vitale. Sappiamo invece che, schumpeterianamente, il capitalismo è forse l’unico sistema che ha dimostrato di poter morire e rinascere infinite volte.

La forza, per ragioni uguali e contrarie, è nel fare appello alla coscienza degli uomini. Visto che Karl Marx ha fallito, nell’immaginare la nascita di una "classe antagonista" capace di imporre un modello di economia e di società umanamente e socialmente sostenibile, non resta che tornare a Karl Polanyi, che invoca «una reazione sociale e culturale, variegata e diffusa, al liberalismo economico e al mercato deregolato». Parlava del XIX e del XX secolo. Ma per Gallino l’idea polanyiana dei "contro-movimenti" tornerebbe utile anche oggi. Gli esseri umani, ormai trasformati in robot o in esuberi, dovrebbero ribellarsi. Se lo facessero, priverebbero la "mega-macchina" del "finanzcapitalismo" dei "servo-meccanismi" che la fanno funzionare. Dalla dimensione individuale a quella collettiva: la missione sarebbe quella di sconfiggere il "demone" della finanza con l’esorcismo della ragione. La più affascinante, ma purtroppo la più difficile delle "rivoluzioni".

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