Centri commerciali e outlet stanno invadendo il territorio
Francesco Erbani
Illustrazione di “una ricerca su come sono cambiati i non-luoghi”, promossa dalla Provincia di Bologna. Da la Repubblica del 31 ottobre 2007, con un’ampia postilla


C’erano una volta i non-luoghi. Adesso i non-luoghi sono diventati super-luoghi. Stazioni ferroviarie, aeroporti, ma soprattutto centri commerciali e outlet hanno perso da tempo le caratteristiche di contenitore anonimo e senza identità, di zona vuota di senso e di storia, e si sono trasformati in oggetti architettonici che dominano il territorio in cui sorgono, invadono il paesaggio, spesso lo aggrediscono. Questo passaggio di stato è avvenuto nel corso del tempo - e di tempo ne è trascorso da quando il sociologo francese Marc Augé nei primi anni Novanta definì il non-luogo - e riguarda l’architettura, l’urbanistica, ma anche la sociologia urbana e il vasto mondo della tutela (dalle soprintendenze alle associazioni e ai comitati di cittadini). La civiltà dei superluoghi viene ora raccontata in una mostra che si è aperta a Bologna, presso la Galleria Accursio, e da un volume che raccoglie una ricerca promossa dalla Provincia e dal Comune e curato da Matteo Agnoletto, Alessandro Delpiano e Marco Guerzoni, tre giovani urbanisti (Damiani, pagg. 203, euro 20).

L’indagine si sofferma anche sui super-luoghi italiani. Richard Ingersoll, storico dell’architettura californiano, che da anni insegna a Firenze, ne esamina a fondo alcuni, l’Interporto di Bologna, l’Ipercoop di Montevarchi, l’Ikea del capoluogo toscano, l’Outlet Village di Serravalle Scrivia. Sono lo scenario, dice Ingersoll, nel quale trasportare un’ipotetica versione italiana di American beauty. L’Interporto è grande quanto la metà del centro storico di Bologna, ma è frequentato solo da Tir che scaricano e caricano merci. L’Ipercoop riproduce, nota Ingersoll, la "fantasmagoria" che Walter Benjamin rintracciò nei passages. È un’immensa scatola di cento metri per lato, con parcheggi all’aperto e sotterranei. Accanto è sorta una multisala, sempre a forma di scatola, che ha fatto fallire i cinema dei tre paesi vicini. Tutt’intorno sfilano strade e svincoli che il Comune di Montevarchi ha fatto costruire per evitare che il traffico impazzisse. «L’Ipercoop esiste ormai da quindici anni ed è considerato un luogo con una propria storia», annota l’architetto americano. «Il corso e le piazze di Montevarchi sono state abbandonate dai suoi cittadini e ora sono frequentate solo da immigrati». All’Ipercoop ci vanno tutti, i prodotti sono ottimi, i prezzi pure, c’è lavoro per tanta gente. Intanto, però, altri scatoloni si progettano e così lo sfruttamento del territorio diventerà intensivo e travolgente.

Da Serravalle Scrivia partì, nel 2000, la stagione degli outlet italiani. Il prototipo di Serravalle è il più grande d’Europa, si estende su quasi quattro ettari e, nonostante sia in provincia di Alessandria, simula l’architettura di un centro storico veneto, con la piazza e le barchesse, gli edifici con alte arcate delle ville del Brenta, adibiti a rimesse, stalle e depositi alimentari. È visitato da tre milioni di persone ogni anno, più degli scavi di Pompei. La riproduzione, il kitsch, l’assemblaggio di stili - il finto borgo medievale, la finta Roma antica, la finta città rinascimentale, il finto country - saranno poi la cifra di tutti gli outlet italiani, ormai alcune decine, senza contare quelli che si progettano (ad essi ha dedicato uno studio Fabrizio Bottini: si intitola I nuovi territori del commercio, edito da Alinea).

I super-luoghi hanno una forte potenza simbolica, scrivono i curatori della mostra. Persino Wal Mart, grande catena di distribuzione americana, segnala il sociologo Giandomenico Amendola, ha scoperto gli architetti e sta abbandonando l’idea di capannoni "a scatola da scarpe". «Non sono più semplici contenitori, ma prodotti essi stessi», commenta Amendola. Sono l’emblema della città che si disperde nel territorio, il centro che di solito manca in essa: vorrebbero rappresentare quello che erano le piazze italiane e, nelle piazze, la scalinata del duomo e persino il monumento ai caduti. E infatti ecco che le imitano. Sono degli irresistibili attrattori, spazi prediletti del tempo collettivo, della socializzazione e dell’autorappresentazione. Calamitano pubblico, ma anche altro cemento. Impongono al territorio circostante di adattarsi. Rappresentano «il just in time dell’urbanistica, il prêt-à-porter dell’architettura», consumano suolo e fanno crescere di valore il suolo che c’è intorno. Seguono disinvoltamente solo le leggi di mercato e spesso sono occasioni d’oro per chi specula e campa di rendita immobiliare. Secondo l’urbanista Edoardo Salzano, raffigurano uno dei punti in cui meglio si misura lo squilibrio oggi in Italia fra l’impresa commerciale e immobiliare (fortissima) e le amministrazioni pubbliche (debolissime).

I super-luoghi, si domandano Agnoletto, Delpiano e Guerzoni, sono nuova città? Il quesito percorre tutti i contributi al volume e disegna un’ampia gamma di risposte, dall’accettazione con riserva fino al ripudio più secco. I tre curatori si muovono come equilibristi su un filo e si chiedono come sia possibile governare questo fenomeno, piuttosto che rifiutarlo. Come tenere agganciati alla città questi insediamenti evitando che diventino altre periferie inospitali e, comunque, tutelando paesaggio e qualità architettonica. Guido Martinotti, sociologo urbano, invita a comprenderli e a visitarli «con l’atteggiamento intelligente del flaneur». Perché è vero, che si tratta di «spazio pubblico mercificato», ma è anche vero che è «spazio eterogeneo, democratico nel senso di popolare, accessibile a tutti, non aristocratico».

Diverso il parere di un urbanista, Giancarlo Consonni, e di un architetto, Vittorio Gregotti. Per Consonni, i super-luoghi sono «rinuncia alla città»: «Ancora mezzo secolo fa il mondo umanizzato era fatto di luoghi e di paesaggi concepiti per accogliere la vita individuale e sociale: teatri che avevano il carattere di interni a cielo aperto. Questa condizione è ora progressivamente erosa. E per mitigare l’inospitalità dei contesti metropolitani si predispongono dei simil-luoghi e delle simil-città. Quel che basta per dare una parvenza di libertà alla simil-vita». Come anti-città li interpreta anche Gregotti, che denuncia «l’insensato consumo del bene finito del territorio», e «i costi infrastrutturali molto alti». È un’anti-città, conclude l’architetto, «che si è talvolta cercato di ribaltare sulla stessa città consolidata con risultati grotteschi, ma purtroppo permanenti».

Parla Augé Cosa resta dei miei non-luoghi

«I superluoghi sono il sintomo di un cambiamento di scala in un tessuto urbano tendente a un progressivo decentramento». L’antropologo francese Marc Augé è stato il primo all’inizio degli anni novanta a parlare di nonluoghi. Da allora, ha continuato a seguire con attenzione l’evoluzione dello spazio urbano. «I superluoghi rappresentano un’intensificazione del concetto di nonluogo, vale a dire di quegli spazi – centri commerciali, aeroporti, ecc. – isolati dalla realtà cittadina e caratterizzati da un’assenza di scambi sociali», spiega l’autore di Nonluoghi (Elèuthera), che di recente ha pubblicato Tra i confini. Città, luoghi, interazioni (Bruno Mondadori) e Il mestiere dell’antropologo (Bollati Boringhieri). «Alcuni di questi nonluoghi sono diventati degli snodi importanti del tessuto urbano, sono molto frequentati, ci si va in gruppo e in famiglia, magari per passarci l’intera giornata. Trasformandosi in superluoghi, i nonluoghi ridiventano almeno in parte spazi di scambio sociale. Sempre però nell’ottica del consumo, dato che si tratta quasi sempre di realtà strettamente dipendenti dalla società dei consumi».

I superluoghi indicano un’evoluzione di fondo delle città?
«Sono il sintomo di un tessuto urbano che tende a decentrarsi. Spesso, il centro storico si riduce ad essere un luogo turistico, mentre le attività si sviluppano nei centri direzionali e commerciali posti all’esterno dei confini tradizionali delle città. Senza dimenticare le vie di comunicazione, gli aeroporti, le stazioni. Insomma, il respiro della città sfrutta sempre più spesso polmoni esterni. Di conseguenza, le nozioni di centro e periferia cambiano».

La realtà dei superluoghi è diversa dalla periferia tradizionale?
«Sì, perché da un certo punto di vista i superluoghi sono i nuovi centri della città allargata. Sono il sintomo dell’estensione del tessuto urbano che caratterizza la crescente urbanizzazione del mondo. L’architettura è quasi sempre poco curata e caratterizzata soprattutto dal kitsch e dall’imitazione, per creare l’illusione della città o del villaggio. In futuro gli sforzi per un’architettura più originale diventeranno forse più marcati, magari dando luogo a una nuova estetica modernamente barocca».

Postilla

I pareri di Consonni e Gregotti colgono certamente l’aspetto centrale della questione, quando dicono che “i super-luoghi sono la rinuncia alla città”, o addirittura “un’anti-città, che si è talvolta cercato di ribaltare sulla stessa città consolidata”. Sono giudizi totalmente condivisibili. Ma occorrerebbe fare un ulteriore sforzo di analisi, cercando di andare al di là di quelle apparenze che possono far definire “superluoghi” oggetti che rimangono inevitabilmente “non luoghi”, nonostante il loro successo commerciale.
Occorrerebbe riconoscere che quei “non luoghi” sono, a un tempo, espressione e strumento di una profonda trasformazione del mondo (e dell’umanità), che è promossa e azionata da quel complesso di poteri che trova del neoliberismo la sua ideologia-non ideologia. Una trasformazione che sta riducendo ogni bene a merce, ogni cittadino a consumatore, e ogni diverso a nemico. Non a caso i due requisiti più apprezzati dalle “cento piazze” delle ferrovie e degli aeroporti, e dalle outlet factories vestite da finti paesi o da baracconi da fiera (non si sa quale più orribile), sono costituiti da dallo shopping e dalla sicurezza.
Certo, all’intellettuale che frequenta anche altri luoghi e può fruire di altri beni può essere concesso visitarli “con l’atteggiamento intelligente del flaneur”, suggerito da Martinotti. Ma parlare di spazio democratico” significa dimenticare che democrazia significa (dovrebbe significare) anche essere padroni del proprio destino, mentre la “gente” che affolla i non luoghi assomiglia più alle folle del film Metropolis di Fritz Lang: massa di soggetti schiavi di un potere che, benché invisibile e impersonale, non è meno autoritario di quelli del passato.
Bisogna “governare” i superspazi. Giusto, ma che significa? Per farlo occorrerebbe in primo luogo occorrerebbe rendersi conto che essi, oltre a essere l’espressione di quella trasformazione del mondo, ne sono anche lo strumento. Favorirne la crescita, renderli più accattivanti, significa accrescere la potenza d’uno strumento di per sé malevolo.
Governarli potrebbe (e dovrebbe) significare invece riprendere e rinnovare gli strumenti del controllo pubblico delle trasformazioni, a cominciare dalle utilizzazioni delle diverse parti della città e del territorio: arricchire di spazi comuni e di luoghi aperti dello scambio (non solo mercantile) le periferie; restituire a tutti, alla complessità e alla ricchezza sociale della vita urbana, gli spazi pubblici; ripristinare in ogni parte della città quella mixitè che ne è l’attributo più rilevante. Privilegiare, in una parola, gli obiettivi sociali del governo della città su quelli mercantili.
Nella speranza che i cittadini, grazie a una democrazia rinnovata, siano più potenti della WalMart, dell’Ikea e delle altre multinazionali, le quali pianificano e progettano la città di un orribile domani.

Sullo stesso tema
Un intervento di Marc Augé e un articolo di Fabio Tonacci uniti da un denominatore comune. La, 1 ottobre 2012, postilla. (f.b.)
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