Spazi-spazzatura a misura postmoderna
Lucia Tozzi
Che significa se i “non luoghi” diventano “superluoghi”? Perplessità su una iniziativa inquietante a Bologna. Da il manifesto del 23 ottobre 2007


Sono ormai decenni che architetti e urbanisti non riescono a parlare d'altro che di luoghi del movimento e luoghi del commercio. Di tanto in tanto emerge timidamente un rigurgito di interesse per l'abitare, il monumento, le carceri, lo spazio del lavoro, ma nel giro di pochissimo tempo ogni discorso viene ricondotto ai fatidici outlet, centri commerciali, stazioni e aeroporti, i contenitori per eccellenza degli stili di vita contemporanei. Sostenitori e denigratori si muovono costantemente dentro lo stesso quadro logico: alcuni dicono che questi luoghi sono prodotto ed espressione del postmoderno, sono gli elementi che disfano materialmente e concettualmente la città compatta; altri sostengono che consumano suolo, sono privi di qualità architettonica, sono il frutto della deregulation urbanistica. In sostanza, è vero che questi luoghi modellano e alimentano il predominio del suburbano sull'urbano.

Ai primi, lontani apprezzamenti di Robert Venturi, Charles Moore o Rayner Banham, intenti a demolire pezzo per pezzo il dogma modernista, si sono sovrapposti nel tempo infiniti commenti, chiose, provocazioni, polemiche. Alla fine del XX secolo le definizioni più autorevoli del problema, se così lo si vuole intendere, hanno coinciso con i celeberrimi «non luoghi» di Marc Augé e con il junkspace di Rem Koolhaas. In entrambi i casi l'entusiasmo veniva fortemente ridimensionato a favore di una cupa descrizione dello stato di fatto, e tuttavia la forza dell'argomentazione derivava ancora dall'attacco nei confronti dell'utopia novecentesca, dall'evidenza di una realtà che è lì, davanti agli occhi di tutti, e che è inutile nascondersi.

Il catalogo della mostra bolognese La civiltà dei superluoghi (a cura di Matteo Agnoletto, Alessandro Delpiano, Marco Guerzoni, Damiani 2007) si situa esattamente sul filo di questa tradizione: con un nuovo nome, connotato in maniera positiva dal prefisso «super», si sancisce per l'ennesima volta il successo (soprattutto in termini numerici) di questi luoghi del contemporaneo, e si ribadisce la necessità di inglobarli nelle politiche cittadine.

Non a caso, nel corso del dibattito che ha affiancato la mostra, Vittorio Gregotti ha parlato di «estetica della constatazione»: senza troppe circonlocuzioni, schierandosi a favore della città finita, del vivere associato, del piano regolatore, ha lanciato un energico appello contro questa condanna alla passività. Incredulo rispetto al lunghissimo trascinarsi della animosità rivolta (ormai senza costrutto) contro l'autoritarismo e le contraddizioni della Carta di Atene o delle linee rette di Le Corbusier e Mies van Der Rohe, poco più che ricordi sbiaditi nella pratica odierna, Gregotti si è chiesto come sia possibile insistere ancora su quel disimpegno che è stato prima teorizzato in nome del cinismo edonista anni '80, poi rivendicato in forma di denuncia contro i fantasmi del politically correct. Un discorso di chiarezza esemplare, quasi impossibile da respingere.

La resa dell'architettura all'esistente

A parte i pochi fanatici che ancora provano il brivido della trasgressione entrando in un Mac Donald o al Serravalle Outlet, la matrice vessatoria, repressiva, coattiva di questi spazi e del genere di vita che inducono è evidente a chiunque abbia un minimo di buon senso. Centinaia di film, saggi, romanzi di Ballard e della quasi totalità degli scrittori americani sotto i quarant'anni raccontano in tutte le possibili varianti gli effetti collaterali di questi territori postmoderni. Eppure, nelle argomentazioni di Gregotti è contenuta anche la chiave del fallimento in pectore di una chiamata alle armi: quello che sembra definitivamente impossibile accettare è che la soluzione provenga dall'architettura. Un ritorno alla qualità del progetto, a larga come a piccola scala, per quanto auspicabile non ha la minima possibilità di influire su un processo di matrice economica, sociale e politica che consiste nella appropriazione dello spazio pubblico, inteso nel senso più ampio, come effetto del macrosistema della rendita immobiliare.

L'equazione tra spazi commerciali (che in definitiva comprendono sempre di più anche tutte le stazioni, gli interscambi, e i luoghi del trasporto) e sistemi non pianificati è una contraddizione in termini. Il real estate pianifica in maniera molto più rigida e pervasiva di quanto qualsiasi sistema pubblico si sia mai sognato di fare, e il fenomeno non è certo limitato alle aree periferiche delle metropoli.

«È strano come si parli ancora di successo della città diffusa come sistema di villette unifamiliari e grandi scatoloni commerciali, quando almeno in Italia le statistiche ne mostrano il declino già da qualche anno - diceva Stefano Boeri, anche lui presente al dibattito. Molto più sensato sarebbe preoccuparsi di un fenomeno prettamente urbano, che per fortuna non ha ancora preso molto piede da noi, come le catene commerciali, fondate su un sistema di monitoraggio - ai limiti della violazione della privacy - delle abitudini dei consumatori e sulla installazione di negozi superstandardizzati in pieno centro, calibrati al centimetro sui profitti calcolati a monte. È il dispositivo che ha plasmato praticamente tutti i centri urbani nordeuropei e nordamericani».

La forza monumentale del tessuto storico delle nostre città non è, ormai appare chiaro, un vaccino contro questo genere di politiche, ma anzi contiene in sé la polpetta avvelenata che spalanca tutte le porte: il turismo. La soluzione è altrove.

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