“Mussolini urbanista” e il pensiero di Cederna
Mauro Baioni
Nella postfazione al libro di Antonio Cederna (Mussolini urbanista, Corte del Fontego editore, Venezia 2006), che rivede la luce dopo un lungo letargo, la storia del “Progetto Fori”, delle sue speranze e del suo tradimento
Antonio Cederna, Mussolini urbanista. Lo sventramento di Roma negli anni del consenso, Corte del Fontego editore, Venezia 2006, 290 p.,23 €. Qui: Mauro Baioni, Postfazione in formato .pdf

"Mussolini urbanista" è una condanna senza appello dell’urbanistica romana durante il regime fascista, ma sbaglieremmo se pensassimo che è soltanto questo. Nonostante l’accuratezza della ricerca e l’ampiezza della documentazione storica1, chi volesse leggere quest’opera come una ricostruzione delle vicende di quell’epoca si troverebbe a disagio. Ad una prima lettura

“il libro di Antonio Cederna può apparire così pregno di faziosità, unilaterale nella sua più completa condanna dell’operato del periodo fascista, da dare in parte anche fastidio, [...] una vera epopea alla rovescia della stupidità e dell’incultura di quel periodo”2.

Se invece inquadriamo il libro nell’opera più complessiva di Cederna comprendiamo perché abbia deciso di utilizzare la stessa prosa secca e pungente dei suoi articoli, ricorrendo all’ironia e al sarcasmo come in un vero e proprio pamphlet3. Non è il racconto del passato fine a se stesso ad interessare l’autore. Piuttosto, il «suggestivo pantagruelico felliniano quadro che ha tracciato del periodo fascista» è funzionale «alla denuncia che quella stessa incultura è ancora tra noi, pronta a farsi valere, se non siamo vigili nel riconoscerla e nel ricacciarla»4.

1. Roma prima e dopo il ventennio

Per comprendere le ragioni dei giudizi perentori espressi da Cederna, è utile ampliare lo sguardo fino a riconsiderare le vicende urbanistiche della capitale italiana, prima e dopo il periodo trattato. Gli episodi testimoniati costituiscono il tassello centrale di un processo di radicale trasformazione, che in poco più di cent’anni ha mutato profondamente le dimensioni e il volto di Roma5.

Già prima del fascismo, il centro storico aveva subìto numerose alterazioni: diradamenti, apertura di strade, inserimento di nuove costruzioni e, soprattutto, lottizzazione di numerosi parchi e giardini che, posti a corona del centro antico, si frapponevano tra questo e le mura aureliane e, più in là, si protendevano verso la campagna6. Sotto questo aspetto, il regime di Mussolini non cambia le cose, se non per il fatto che permette «di realizzare in maniera più macroscopica quelle che erano le stesse aspirazioni urbanistiche» dell’epoca precedente7. «La continuità è nei fatti»8 anche nei confronti del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, quando la città cresce a dismisura – in modo repentino, sregolato e privo di qualità – e alle manomissioni del patrimonio storico e archeologico operate nel cuore della capitale si sommano le distruzioni di complessi archeologici, edifici e manufatti antichi posti nelle aree di espansione9.

La rinuncia a pianificare lo sviluppo della città è una costante che accomuna le vicende dell’urbanistica romana del Novecento. Anche quando – faticosamente – si perviene all’adozione di un piano regolatore, esso «funziona anzitutto come sanatoria di irregolarità precedenti e si propone di omogeneizzare una serie di elementi eterogenei, prodotti nel periodo precedente»10. Quanto agli effetti dei piani, questi sono di fatto vanificati dal patto scellerato tra speculazione fondiaria e azione amministrativa: si moltiplicano le lottizzazioni intensive, si tollerano gli insediamenti abusivi e l’iniziativa pubblica – comunque minoritaria – viene ostacolata da difficoltà burocratiche, tecniche o finanziarie. Roma cresce perciò in tutte le direzioni, priva di un disegno compiuto, così come delle più elementari dotazioni di infrastrutture, verde e servizi.

“Si è calcolato che tra il ‘45 e il ‘60 mentre la popolazione di Roma aumentava di ottocentomila abitanti, ogni nuovo romano ha avuto in appannaggio 0,04 metri quadrati di verde, qualcosa come mezzo foglio di carta protocollo”11.

È questa la «Roma sbagliata» contro la quale si batte tenacemente Cederna12.

2. Per una diversa cultura urbanistica

Essendo questo il contesto, possiamo sostenere che Mussolini urbanista sia soprattutto una condanna senza appello della mancanza di cultura urbanistica imperante nel nostro paese. Le vicende della capitale nel ventennio non sono dunque altro che lo specchio, deformato e ingigantito dall’importanza della città e dalle aberrazioni, tragiche o grottesche, indotte dal fascismo, di ciò che è avvenuto e avverrà per molto altro tempo, in molte altre città d’Italia.

Attraverso i suoi scritti, Cederna si batte innanzitutto per affermare una diversa cultura urbanistica, nella quale la difesa del patrimonio storico e ambientale, della storia e della bellezza, siano poste a fondamento della costruzione del presente e del futuro, affidando alla pianificazione il compito di «impedire che il vantaggio di pochi si trasformi in danno ai molti, in condizioni di vita faticosa e malsana per la comunità»13. L’introduzione a I vandali in casa, scritta nel 1955, costituisce una sorta di manifesto del suo pensiero. Questi i titoli di alcuni paragrafi: «Le vili ragioni della distruzione dei centri storici», «Perché la cultura moderna ci impone di conservare l’antico», «Centri storici e pianificazione urbanistica, contro la macchia d’olio della speculazione», «Come combattere i distruttori d’Italia». La decisa opposizione ad ogni ulteriore alterazione dei centri storici, accompagnata dalla spiegazione delle ragioni culturali che motivano questo rifiuto, costituisce pertanto la premessa di un ragionamento volto al presente e al futuro.

“La questione della salvaguardia dei centri storici e delle bellezze naturali rientra così nel piano regolatore, diventa finalmente un fatto urbanistico. [...] La salvaguardia effettiva di quei valori che stanno a cuore a tutte le persone civili ... è frutto di coscienza civica, dipende dalla pianificazione, cioè da una politica urbanistica a largo respiro, che sappia prevedere, programmare, controllare e coordinare tutti i fenomeni, tra loro interdipendenti, delle trasformazioni del nostro territorio. Non si salva Venezia se non si stabiliscono le premesse del suo sviluppo economico sulla terraferma, non si salva il centro di Roma se non si sviluppa economicamente Roma verso i Colli, evitando di accerchiarla bestialmente come si fa da anni con cinture compatte di cemento e di asfalto. [...] Possiamo ben dire che la salvaguardia dell’antico e realizzazione del nuovo sono le due operazioni fondamentali di ogni pianificazione moderna e illuminata, e che l’una dipende strettamente dall’altra”14.

Ulteriori passaggi del pensiero di Cederna meritano di essere sottolineati. In seguito alla «soluzione di continuità» che si è determinata con la rivoluzione industriale, «attribuire le complesse funzioni della vita di oggi a tessuti urbani nati per soddisfare esigenze di vita del tutto diverse» costituisce «un’assurda pretesa», come testimoniano gli esiti negativi degli innumerevoli esempi di inserimento, diradamento, ambientamento. Semmai sarebbe opportuno agire in senso contrario, adattando le forme di intervento «al progresso della cultura»15, allo stesso modo in cui si deve rinunciare alla «crescita illimitata», basata su un indiscriminato e dissennato sfruttamento delle risorse naturali, in favore di un nuovo paradigma di sviluppo16. In ogni caso, la salvaguardia dell’antico richiede una concezione urbanistica della conservazione, assente negli interventi dell’epoca fascista così come in quelli del dopoguerra. «L’attività di conservazione si è esercitata in modo selettivo, frammentario, settoriale, rapsodico, limitandosi ai monumenti maggiori, alle “cose” e agli oggetti di “particolare” interesse»17. Una siffatta impostazione “antologica e gerarchica”18 conduce necessariamente a selezionare le parti da proteggere, isolandole e cristallizzandole, da quelle su cui intervenire pesantemente, per ragioni igieniche, estetiche, funzionali, di prestigio, attraverso uno stillicidio di interventi grandi e piccoli che si sommano l’uno all’altro. Viceversa il centro storico, considerato come organismo unitario e come parte integrante della città, deve essere oggetto di un’accorta pianificazione urbanistica che sappia determinare quali funzioni sono compatibili con il tessuto antico e quali debbano essere collocate nelle parti di nuovo impianto, da progettare con la medesima attenzione19.

3. La questione dell’impegno civile

L’altro fondamentale aspetto dell’attività e del pensiero di Cederna è l’impegno civile. La superficiale attenzione e, talvolta, l’idiosincrasia verso la pianificazione e le sue regole, il perverso intreccio di interessi tra amministratori e speculatori immobiliari sono accettati passivamente o di buon grado da larghi strati della cultura, accademica e professionale, nella sostanziale indifferenza della stampa. Per Cederna, tutto ciò è particolarmente intollerabile.

“Da tempo immemorabile i vandali trionfano anche per il silenzio delle persone ragionevoli, per l’assenza di una forte posizione moralistica: in attesa di tempi migliori, è bene servirsi dei mezzi a disposizione, quali la incessante campagna di stampa, la polemica acre e violenta, la protesta circostanziata e precisa, lo scandalo sonoro. Simulatori ed ipocriti i vandali tengono molto alla propria privata rispettabilità: giova schernirli e trattarli per quello che sono, malintenzionati cialtroni. Abituati a intimidire e corrompere, si trovano sconcertati di fronte all’inflessibile denuncia: la loro potenza è fatta di viltà altrui. Abituati a violare, impuniti, la legge e a spacciare per “esigenze tecniche” la loro avidità, non sanno che fare contro chi svela pubblicamente i loro raggiri: può capitare che perdano la testa e passino a vie legali, nelle quali, allibiti, si rompono le corna. Sostenuti da una complicata rete di omertà, lo scandalo li può intimorire, scompigliare i loro piani, far rientrare i loro capricci. Occorre sfondare il sipario di complice riservatezza in cui operano, dilatare le loro colpe sul piano più ampio possibile, ridicolizzarli, screditarli, perseguitarli, processarli nelle intenzioni, mettendo in evidenza la sostanziale matta bestialità che li muove. Denuncia, protesta, polemica, scandalo, persecuzione metodica e intollerante: in un Paese di molli e di conformisti, la rivolta morale può essere almeno un elemento di varietà”20.

Bersaglio prediletto di Cederna è l’indifferenza, l’ignavia e la sostanziale accondiscendenza con la quale troppi esponenti della cultura, della borghesia e del ceto politico assistono alla trasformazione del paesaggio e dell’ambiente e alla realizzazione di periferie tanto squallide quanto invivibili. Ecco perché si scaglia con particolare veemenza contro archeologi, architetti, storici dell’arte che risultano troppo accomodanti con gli amministratori e i potenti di turno. Ed è in questa prospettiva che meglio si comprendono le ragioni e – soprattutto – lo stile di Mussolini urbanista. Sebbene i fatti narrati risalgano ad un’epoca precedente, il legame con quanto avviene nel presente è troppo stretto per utilizzare una prosa distaccata, come confermeranno le vicende relative all’area dei Fori Imperiali.

I Fori e l’urbanistica di Roma alla fine degli anni Settanta

1. L’urbanistica del ventennio torna d’attualità

Mussolini urbanista viene pubblicato in un momento particolare per Roma, nel quale storie passate, cronache del momento e destini della città si intrecciano nuovamente21. Luogo di incontro è il Foro Romano, la cui sistemazione impressa in epoca fascista con la costruzione della via dei Fori Imperiali22 è direttamente chiamata in causa allorché, il 21 dicembre del 1978, i giornali riprendono un appello del soprintendente ai beni archeologici, Adriano La Regina, riguardante le «gravissime condizioni» in cui versano i monumenti dell’area archeologica centrale.

L’incipit dell’appello è memorabile:

“Una serie di accurati rilievi e controlli sui monumenti del centro di Roma hanno dimostrato che, senza ombra di dubbio, nel giro di pochi decenni, perderemo tutta la documentazione della storia dell’arte romana”23.

La corrosione dei marmi antichi è la conseguenza diretta dell’inquinamento dell’aria dovuto alle industrie, al riscaldamento delle abitazioni e ai gas di scarico delle automobili. Per capire come si era giunti ad una tale situazione, occorre ricordare che le sistemazioni dell’epoca fascista avevano mutato radicalmente l’assetto dell’intera città. Via dei Fori Imperiali era divenuta nel secondo dopoguerra l’apice di una consistente direttrice d’espansione e l’area dei fori, da periferica qual’era nel 1870, si era venuta a trovare al centro di un nuovo grande quadrante urbano, sempre più soffocato dal traffico e perciò inquinato. Negli anni in questione si calcola che oltre 50.000 veicoli, lo stesso numero di automobili che oggi interessa l’autostrada del Sole nel tratto fra Bologna e Firenze, percorrano quotidianamente via dei Fori Imperiali, aggirando il Colosseo, ridotto a gigantesco spartitraffico24.

“Via del Mare e via dell’Impero [oggi via dei Fori Imperiali, ndr]... due strade che hanno rovesciato tutto il traffico dei quartieri meridionali di Roma, dai colli e dal mare, su piazza Venezia, allora scambiata per ombelico del mondo e quindi sul corso Umberto (cioè su una strada tracciata venti secoli prima), congestionando tutto il centro di Roma fino alle inverosimili parossistiche condizioni attuali di completa paralisi della circolazione”25.

L’allarme del soprintendente è raccolto immediatamente da Cederna, in un articolo pubblicato sul «Corriere della Sera».

“Stiamo dunque pagando, come era da aspettarsi, la nostra lunga incuria e la nostra tenace indifferenza per la conservazione del patrimonio storico-artistico e per i problemi dell’ambiente in generale”26.

Il rammarico per ciò che è accaduto prelude, come d’abitudine, ad un’indicazione sul diverso indirizzo che deve essere impresso alle politiche urbanistiche, nazionali e locali.

“È un problema che coinvolge tutta la politica nazionale, stato regioni comuni, purché ci si renda conto che la salvaguardia del nostro patrimonio storico e artistico può essere garantita solo da un governo del territorio, dell’ambiente che sia finalmente nell’interesse pubblico”27.

Nel concludere l’appello, il soprintendente è altrettanto esplicito: la conservazione dell’area archeologica non richiede una semplice opera di salvaguardia, bensì una più complessa modifica dell’assetto urbano.

“Il problema fondamentale non è tanto quello dei fondi per il restauro dei monumenti, perché ciò che costerà enormemente sono gli interventi di riorganizzazione della città”28.

Torna così d’attualità la proposta, nata nel secolo precedente, di costituire un grande parco archeologico che comprenda l’intera area dei Fori, tra il Campidoglio e il Colosseo e si protenda verso la campagna romana, lungo il tracciato della via Appia29.
Il grande cuneo Campidoglio-Fori-Appia Antica taglia in due l’intero settore sud della città e costituisce una vera e propria pausa di silenziosa e immutata bellezza nella sterminata e caotica periferia costruita negli anni Cinquanta e Sessanta. È il cosiddetto progetto Fori: non una specifica proposta di piano, bensì un complesso di idee, studi e proposte progettuali presentate a cavallo tra il 1979 e il 1985 riguardanti l’area archeologica centrale di Roma compresa tra il Campidoglio e il Colosseo e le sue connessioni con la sistemazione più generale della città.

Rispetto all’originaria ideazione, il «parco archeologico più grande e più importante del mondo»30 acquista necessariamente un significato più ampio: elemento di attrazione per turisti e visitatori da tutto il mondo, museo di se stesso, possibile luogo di incontro per i romani, area verde di incommensurabile valore per una città priva delle dotazioni minime, elemento unificante il centro storico, la periferia e la campagna circostante.

Gli interventi principali riguardano:

“- lo smantellamento graduale dell’ex via dell’Impero e quindi l’esplorazione archeologica per riportare in luce le antiche piazze imperiali, creare il parco unitario Fori Imperiali-Foro Romano, ampliando il centro storico e arricchendo Roma e i romani di un incomparabile spazio per la cultura, la contemplazione, il riposo, per tacere del contributo che lo scavo stratigrafico darà alla conoscenza della storia della città;
- il riassetto ambientale della zona tra il Colosseo e le mura aureliane [...];
- la creazione del gran parco dell’Appia Antica, prosecuzione extra-moenia del parco archeologico centrale”.31

Lo smantellamento della via dei Fori Imperiali32 e di parte delle strade circostanti il Colosseo mette in discussione l’assetto viario a scala urbana, sollecitando un deciso decentramento delle funzioni attrattrici di traffico, dal centro storico verso il settore est della città, in un’area appositamente dedicata dal piano regolatore33. La portata del problema e i termini della sfida travalicano di gran lunga l’archeologia e la conservazione dei beni culturali e richiedono un ripensamento complessivo e una forte azione di governo della città.

Alla guida del governo cittadino, per la prima volta nel dopoguerra, c’è un’amministrazione di sinistra, guidata da Giulio Carlo Argan, storico dell’arte. Argan, e ancor più il suo successore Luigi Petroselli, funzionario del partito comunista, percepiscono la possibilità di mutare il volto della capitale attraverso il progetto Fori. Roma si può affrancare dalla sua immagine degradata, al centro come in periferia, per proporsi al mondo ed essere vissuta dai propri cittadini in modo completamente diverso, realizzando così una sintesi tra la sua connotazione popolare e il rango di metropoli internazionale cui essa aspira. Nei giudizi di alcuni dei protagonisti delle vicende di allora, si coglie l’ampio respiro delle proposte.

Così si esprime Antonio Cederna:

“Col grande parco da piazza Venezia all’Appia antica, la cultura, l’archeologia diventano determinanti per l’immagine di Roma: l’urbanistica moderna riscopre la funzione strategica dei vuoti, degli spazi liberi dell’ambiente paesistico”34.

Così l’urbanista Italo Insolera:

“Il progetto Fori propone una sintesi ambiziosa quanto inedita tra il patrimonio archeologico e il tessuto urbano che lo circonda: l’antico non vi è più inteso come “monumento” né come quinta evocatrice di illustri memorie, ma come parte storica potenzialmente equiparabile ad altre parti storiche – medievali, rinascimentali, barocche – che la città non ha mai smesso di usare”35.

Così il soprintendente Adriano La Regina:

“Il grande parco archeologico compreso entro il perimetro delle Mura aureliane di fatto esiste già... e occorre solamente organizzarlo diversamente. Occorre in primo luogo sottrarlo alla sua condizione di spazio utilizzato per l’attraversamento veicolare e, in alcuni ambiti, come riserva di esclusivo interesse turistico. [...] Si dovranno nuovamente rendere agibili gli spazi già in antico destinati all’uso pubblico: le piazze quali luoghi di sosta e di attraversamento, le strade come viabilità ordinaria pedonale”36.

Così l’assessore alla cultura Renato Nicolini:

“Tutto al contrario di quello che credono i superficiali e i dogmatici, la difesa attiva del patrimonio storico e dell’identità culturale di una città, può coincidere con la sua affermazione come metropoli. [...] Questo è, secondo me, il senso vero del progetto Fori, almeno nella forma che aveva assunto per la giunta Petroselli. Al centro di Roma, proprio a rendere evidente la trasformazione della città, da città burocratico-industriale in qualcosa d’altro, città di servizi, metropoli postindustriale, non ci debbono più essere i ministeri, ma il grande parco archeologico che partendo dall’Appia Antica arriva fino al Campidoglio”37.

Il sindaco Luigi Petroselli, il principale protagonista della vicenda per Cederna, Insolera e De Lucia, è colui che più di tutti coglie l’importanza della posta in gioco e comprende «la ricerca e la possibilità di conquista e di riconquista di una nuova identità cittadina e insieme [...] di unificazione della città intorno a nuovi valori»38.

2. Dalla discussione all’abbandono della proposta

Per quanto ampia, l’adesione di urbanisti, archeologici, storici dell’arte, architetti e altri uomini di cultura non si rivela tuttavia sufficiente per costruire il necessario consenso attorno alla proposta39.

Mentre il degrado dei monumenti aveva acceso lo sdegno di tutti e favorito un altrettanto unanime consenso sulla necessità di intervenire urgentemente, né il progetto di sistemazione dell’area archeologica, né tanto meno l’idea di trasformazione della città ad esso legata vengono compresi appieno e condivisi. Al contrario, un lungo e acceso dibattito accompagna l’elaborazione dei progetti.

Lo smantellamento della via dei Fori Imperiali, perno dell’operazione, diventa ben presto il punto attorno al quale si coagula il dissenso. Nonostante il successo della chiusura domenicale al traffico, avvenuta per la prima volta il 1° febbraio 1981, il dibattito sul destino della strada aperta da Mussolini prende una piega indesiderata: la demolizione è ritenuta un provvedimento troppo radicale, inessenziale al recupero dei monumenti e foriero di conseguenze indesiderabili sul traffico e sulla vita quotidiana della città40. A nulla valgono le considerazioni dei due sindaci, né l’opinione di Giulio Carlo Argan, che aveva coniato l’espressione «o i monumenti o le automobili», né quella di Petroselli, che si era domandato retoricamente:

“si devono accettare i livelli e le condizioni del traffico e della circolazione come dati immutabili ai quali piegare la vita dei cittadini, o piuttosto la vita dei cittadini si deve organizzare finalizzando le condizioni e i livelli del traffico ... ad un nuovo rapporto tra sviluppo e progresso civile che costituisce il terreno privilegiato della sfida sulla modernità di Roma?”41

Comincia ad insinuarsi l’idea che la rimozione della strada nasconda una sorta di rivalsa o di accanimento nei confronti di quanto realizzato sotto il fascismo42. Il quotidiano «Il Tempo» lancia una campagna di forte opposizione, dando risalto alle polemiche sollevate da alcuni studiosi che si richiamano al Gruppo dei Romanisti43.

“La chiusura della ex via dell’Impero e la restituzione del tracciato degli antichi Fori fu, ne convengo, soltanto l’indizio di un organico disegno urbanistico: era senza dubbio opportuno, per alleggerire la congestione del centro, chiudere quello che Cederna chiama, giustamente, un tronco di autostrada nel cuore di Roma, com’era senza dubbio opportuno ridare ai Fori l’antica spazialità mutilata. Ma Petroselli, che ideò l’operazione, vi annetteva un senso politico: cancellare un macroscopico segno della retorica fascista che con quella via destinata alle parate militari s’immaginava di ricalcare la via dei trionfi imperiali. Che la progettata chiusura di quello scenario di maccheronica romanità implicasse un’idea politica si rese conto l’amministrazione pentapartita, che s’affrettò a bloccarla e a restituire quel condotto stradale al fasto delle parate militari. Un brutto, ma eloquente, segno”44.

Non sorprende, dunque, che il governo centrale neghi ogni sostegno economico a proposte che eccedano la mera conservazione dei monumenti45.

Non è solo la diatriba ideologica ad alimentare il dissenso. Altrettanto decisivi sono il mancato appoggio del mondo della cultura e il sostanziale disinteresse della politica nazionale. L’acme del dibattito si raggiunge nei primi mesi del 1981, in concomitanza con alcune iniziative di grande significato prese dall’amministrazione comunale che fanno presagire un’accelerazione degli eventi in favore della costituzione del parco e della rimozione di via dei Fori imperiali: nel dicembre del 1980 si dà inizio allo smantellamento di via della Consolazione e si approva la chiusura parziale di piazza del Colosseo; nel febbraio, come detto, comincia la chiusura domenicale di via dei Fori Imperiali. Diversi archeologi, storici dell’arte, architetti e giornalisti esprimono le proprie perplessità46. Bruno Zevi e Paolo Portoghesi contestano l’idea di città sottesa al progetto Fori. Mario Manieri Elia, Vittorio de Feo, e Carlo Aymonino chiedono più tempo per discutere le priorità e i contenuti delle proposte: «Nessuno deve montare in cattedra: un’idea di città, oggi, la si può costruire tutti insieme e in un tempo non breve»47. Anche nel mondo politico le proposte non trovano la necessaria sponda: come ricordato, il governo nazionale è contrario e lo stesso partito comunista, che pure guida l’amministrazione comunale, guarda con «sostanziale disinteresse» al dibattito sulla questione dei Fori48. L’improvvisa morte di Petroselli, nell’ottobre 1981, costituisce lo spartiacque per l’avvenire del grande progetto urbanistico legato alla sistemazione dell’area archeologica e l’inizio del suo abbandono.

La nuova amministrazione guidata da Ugo Vetere si muove inizialmente in sostanziale continuità con la giunta precedente, ma gradualmente si fa strada l’idea che sia preferibile ricondurre il progetto Fori nell’alveo strettamente conservativo assicurando, grazie ai finanziamenti statali, gli interventi di manutenzione del patrimonio archeologico e rimandando tutte le altre operazioni ad un tempo successivo che non verrà mai. Le proposte della Soprintendenza e del Comune divergono progressivamente: il percorso congiunto si conclude con il Progetto per la valorizzazione dell’area dei Fori imperiali e dei Mercati Traianei, elaborato nell’ambito del Coordinamento settore archeologico, presentato pubblicamente dal sindaco Ugo Vetere il 12 gennaio 198349.

La Soprintendenza prosegue lo sviluppo dell’idea iniziale. Incarica un gruppo di esperti coordinati da Leonardo Benevolo di elaborare una proposta definitiva. Benevolo si avvale della collaborazione dei funzionari della Soprintendenza, coordinati da
Francesco Scoppola, nonché di progettisti di eccezionale valore: lo studio Gregotti per la parte più strettamente architettonica, Guglielmo Zambrini per la parte trasportistica, Ippolito Pizzetti per il verde. Cederna e Insolera sono esplicitamente ringraziati da Benevolo per la «lunga consuetudine di lavoro comune». Contestualmente Italia Nostra promuove la redazione di una proposta di Piano per il Parco dell’Appia Antica, curata da Vittoria Calzolari. Le due proposte vengono presentate al pubblico ma rimangono prive del necessario sostegno amministrativo e urbanistico: per la loro realizzazione infatti devono essere finanziati e coordinati interventi statali e comunali, raccordando tra loro politiche dei trasporti e pianificazione urbanistica50.

L’amministrazione comunale, impegnata su un numero impressionante di fronti (lavori pubblici, periferie abusive, case popolari, completamento della metropolitana), prende tempo.

Si consolida la posizione di quanti negano che la trasformazione dell’area archeologica centrale sia l’indispensabile premessa per una riqualificazione complessiva della città. L’assessore al centro storico Aymonino ritiene che la «complessità culturale e le difficoltà di gestione» del «più importante problema di scienza urbana che si sia presentato in Italia dal dopoguerra» rendono indispensabile un tempo lungo51. Piero e Roberto Della Seta sottolineano il sostanziale ripensamento:

“Il progetto Fori abbandona i binari di una incisiva iniziativa politica, che lo aveva caratterizzato all’inizio, per acquietarsi in una stanca attività burocratica, in cui man mano si smarrisce”.52

A conti fatti, la lentezza con cui si procede si rivela esiziale.
Il Comune sceglie la strada di un concorso internazionale di idee, ma la giunta cade prima che sia indetto il concorso e, alle elezioni, viene sconfitta53.

3. Gli sviluppi successivi

Nei vent’anni che ci separano dagli avvenimenti sopra ricordati, nessun amministratore ripropone il progetto Fori al centro della politica urbanistica comunale. Non lo fanno i sindaci delle giunte a guida democristiana (Signorello, Giubilo) e socialista (Carraro), né quelli di centro-sinistra (Rutelli e Veltroni, attualmente in carica). Con il passare del tempo si consolida la convinzione che «l’utopia di una renovatio urbis»54 basata sul progetto Fori sia destinata a rimanere tale, per le troppe resistenze che essa incontra e per l’impegno, economico e amministrativo, che essa richiede. Non è un caso isolato: a Roma come in tutto il resto d’Italia, con rare eccezioni, si registra il

“progressivo appannarsi di ogni «progetto per la città»: inteso questo non come disegno redatto a tavolino o sommatoria di singoli progetti, ma come idea generale capace di assommare le singole volontà e mobilitare al meglio le varie spinte particolaristiche, come insieme di norme comportamentali fissate per assicurare un migliore uso dell’aggregato urbano e sole capaci di dare contenuto al concetto stesso di convivenza”55.

Liberata dall’abbraccio “fatale” con la trasformazione urbanistica immaginata nel progetto Fori, la sistemazione dell’area archeologica prosegue il suo corso, seppure con grande lentezza.
I finanziamenti sono assai modesti e i tempi di realizzazione non seguono la tabella di marcia prevista. Nel 1988 il programma iniziale viene finanziato nuovamente ma, come lamenta Cederna, le risorse sono ridotte56. Vengono avviati i primi sondaggi archeologici nel Foro di Nerva che preludono al successivo scavo, iniziatosi nel 1995, con il quale si dà concretamente avvio al progetto per la realizzazione del Parco archeologico dei Fori Imperiali, inserito nell’ambito del Piano per il Giubileo del 2000, e proseguito con gli scavi dei fori di Traiano e di Cesare. Si interviene anche per migliorare la fruizione pubblica dell’area, altro elemento qualificante delle proposte nate alla fine degli anni Settanta. Sono presi alcuni provvedimenti significativi, in particolare dalla giunta Veltroni, le cui iniziative possiedono una certa continuità con il programma dell’«Estate romana» ideato da Renato Nicolini57. L’apertura gratuita della via Sacra, avvenuta nel 1997, che permette tuttora una magnifica promenade dall’Arco di Tito al Campidoglio, può essere vista come il primo passo per restituire al Foro quella funzione urbana ipotizzata vent’anni prima dal soprintendente
La Regina58.

“È stato il modo di restituire al Foro una funzione veramente urbana. Questo è un modello di ampliamento di cui tenere conto per l’assetto futuro, mettendo a tacere chi vuole sempre e comunque mercificare tutto”.

È in questa prospettiva che la Soprintendenza ripresenta, nel 2005, una nuova proposta di sistemazione, affidata all’architetto Massimiliano Fuksas. Diversamente dal passato, non si prevede l’eliminazione della via dei Fori Imperiali, tuttora presente e utilizzata dalle auto, sebbene crescano di anno in anno le limitazioni alla circolazione a causa dell’inquinamento atmosferico59. Come aveva ipotizzato anche Cederna, gli scavi sono potuti proseguire per anni senza creare alcun problema, e questo ragionevole compromesso avrebbe lasciato aperta ogni soluzione, se il Ministero per i beni e le attività culturali, il 20 dicembre 2001, non avesse apposto un vincolo di tutela all’insieme delle sistemazioni viarie operate durante il fascismo tra piazza Venezia e le mura aureliane, riconoscendovi un valore culturale. Quali ragioni hanno portato a conferire al simbolo della «maccheronica romanità» un valore storico, al pari di molte altre realizzazioni della prima metà del Novecento che certamente lo possiedono, considerandolo come un elemento intangibile da restaurare e curare con attenzione? Certamente hanno avuto un peso coloro che riconoscono un valore all’insieme delle opere realizzate nel ventennio, giudicate il tentativo di conferire a Roma «il volto di una capitale»: capitale laica per Giorgio Ciucci, politica, morale e culturale (sic!) per Vittorio Vidotto60. Un’importanza non secondaria deve essere anche attribuita al fatto che, sebbene nata come «macabra scenografia», via dei Fori Imperiali si è trasformata nel dopoguerra in un importante teatro di manifestazioni pacifiche e democratiche61. Probabilmente, più di ogni altra cosa, ha prevalso un certo spirito di conciliazione con il passato, lasciando in secondo piano le considerazioni urbanistiche, una volta di più incomprese o ritenute inessenziali62.

La conclusione di questa vicenda lascia un velo di amarezza. La politica e la cultura non hanno compreso il messaggio contenuto in Mussolini urbanista. È stato abbandonato progressivamente, senza nemmeno un esplicito rifiuto, il progetto che più di ogni altro poteva trasformare il volto della capitale attraverso la pianificazione urbanistica in modo esemplare per il resto della nazione. Tuttavia, se è vero che «non c’è futuro senza memoria del passato» e «nulla di peggio dell’assuefazione agli errori commessi», i moniti e i ragionamenti, i sarcasmi e le proposte di Cederna continuano ad essere un riferimento, tanto attuale quanto indispensabile.



NOTE

1 Mussolini urbanista è costantemente incluso fra i testi di riferimento per lo studio della storia dell’urbanistica romana nel periodo fascista, anche da parte di autori in disaccordo con le opinioni di Cederna. L’importanza delle illustrazioni a corredo del libro è stata sottolineata da Italo Insolera, curatore di Roma fascista nelle fotografie dell’Istituto Luce. Con alcuni scritti di A. Cederna, Editori riuniti, Roma 2001. Nella pubblicazione di Insolera sono contenuti alcuni estratti di Mussolini urbanista corredati dalle fotografie recentemente messe a disposizione dall’Istituto Luce.

2 L. Quilici, Considerazioni sulla Roma d’oggi in margine al libro di A. Cederna, Mussolini urbanista, «Bollettino di Italia Nostra», 195-196 (1981), p. 21. Le tesi esposte in Mussolini urbanista e, più in generale, i giudizi espressi da Cederna sull’urbanistica romana durante il fascismo sono stati criticati molto duramente. All’autore si rimproverano un eccessivo schematismo e un antifascismo “manicheo”. Cfr. in particolare M. Manieri Elia, Roma Capitale: strategie urbane e uso delle memorie, in A. Caracciolo, Le Regioni dall’Unità d’Italia a oggi: Il Lazio, Einaudi, Torino 1991 e V. Vidotto, La Capitale del fascismo, in Roma capitale, a cura di V. Vidotto, Laterza, Roma-Bari 2002.

3 Nello Ajello descrive così la prosa di Cederna in Via degli obelischi, uno dei primi articoli scritti sul «Mondo»: «Quello che uscì dalla sua penna era un intervento critico. Ma era soprattutto un’invettiva. Accorata. Sdegnata. Furente. [...] Gli anatemi del giovane archeologo toccavano nervi scoperti dell’intellighenzia italiana. Agivano su una minoranza, ma in profondità. Comunicavano sdegno. Creavano allarme nei colpevoli». Cfr. Hanno scritto di lui, in Beni culturali, urbanistica e paesaggio nell’opera di Antonio Cederna, 1921-1996, Roma 1999 (Ministero per i beni e le attività culturali, Centro di documentazione Antonio Cederna), p. 41.

4 Quilici, Considerazioni sulla Roma d’oggi,p. 22.

5 Secondo il censimento della popolazione, Roma nel 1871 ha poco più di 240.000 abitanti. Cento anni dopo gli abitanti sono oltre 2.700.000. La superficie urbanizzata subisce un incremento ancora più consistente: l’area compresa entro le mura aureliane è di circa 1.500 ettari, molti dei quali nel 1870 erano liberi da costruzioni; oggi la superficie urbanizzata è di circa 40.000 ettari, venticinque volte più estesa. Per i dati al 1870 cfr. P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma. Uso e abuso del territorio nei cento anni della capitale, Roma, Editori Riuniti, 1998, p. 15-19. I dati sull’espansione edilizia tra il 1951 e il 1981 sono stati raccolti in una ricerca condotta da Filippo Ciccone e Vezio De Lucia i cui esiti fondamentali sono riportati in F. Ciccone, Il sabato mattina, se non piove, «Urbanistica informazioni», 78 (1984). I dati sulla superficie e popolazione attuale, messi a confronto con le previsioni del nuovo piano regolatore sono contenuti in C’è troppo consumo di suolo nel nuovo piano regolatore di Roma, 17 settembre 2002 (Comitato per la bellezza, Associazione culturale Polis e Wwf); cfr. anche V. De Lucia, Il nuovo piano regolatore di Roma e la dissipazione del paesaggio romano, «Meridiana», 47-48 (2003), p. 289.

6 Tra gli scritti di Cederna dedicati alle trasformazioni del periodo post-unitario, cfr. in particolare A. Cederna, Prefazione in R. Lanciani, L’antica Roma, Laterza, Roma-Bari 1981 (or. Ancient Rome in the light of recent discoveries, 1888), p. ix-xxxviii. Sulla distruzione delle ville che circondavano il centro antico cfr. A. Cederna, È sempre emergenza per le ville storiche, «Bollettino di Italia nostra», 265 (1989), p. 26-27; A. Cederna, Roma la capitale del Duemila, «Bollettino di Italia nostra», 322 (1995), p. 21. Lo stesso argomento è ripreso dall’autore in molti articoli dedicati alla cronica carenza di verde pubblico a Roma e ai tentativi di lottizzazione edificatoria perpetrati fino agli anni ’60: cfr. La capitale d’Italia in A. Cederna, Brandelli d’Italia, Newton Compton, Roma 1991, p. 285-346.

7 Quilici, Considerazioni sulla Roma d’oggi, p. 22.

8 Così scrive Cederna nell’introduzione a Mussolini urbanista. Piero e Roberto Della Seta leggono nel secondo dopoguerra una degenerazione rispetto all’epoca precedente, venendo a mancare ogni politica di controllo della rendita fondiaria e della speculazione edilizia e, conseguentemente, ogni proposta sullo sviluppo della città. Cfr. P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma e V. De Lucia, Se questa è una città, Donzelli, Roma 2005, p. 6.

9 Una parte consistente delle nuove costruzioni è realizzata in modo illegittimo: tra il ’62 e il ’76 sono stati lottizzati, in aree destinate a verde o all’agricoltura, ben 12.000 ettari di terreno. Negli insediamenti abusivi vivono tra le 500.000 e le 700.000 persone. Nel denunciare in consiglio comunale la gravità di queste trasformazioni, il consigliere del partito comunista Aldo Natoli parla di un nuovo “sacco di Roma” (A. Natoli, Il sacco di Roma, Roma, Tipografia Lugli, 1954). L’espressione sarà utilizzata successivamente da molti e, in un’occasione ufficiale, perfino dal sindaco Argan, nell’indirizzo di saluto al pontefice rivolto in occasione della visita di quest’ultimo al Campidoglio il 3 gennaio 1977: «La condizione è sventuratamente tale che s’è parlato e si parla, anche fuori dall’Italia, del terzo sacco di Roma; non più perpetrato da torme di Lanzichenecchi, ma da mercanti avidi e senza scrupoli, non nella momentanea furia di un saccheggio, ma nel metodico e pervicace sfruttamento del suolo urbano». P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma, p. 165.

10 L. Benevolo, Città in discussione. Venezia e Roma, Laterza, Roma-Bari 1979, p. 149.

11 A. Cederna, L’erba di Roma, 1972, ora in Brandelli d’Italia, p. 342.

12 Come fondatore e attivista di Italia Nostra e come giornalista, Cederna ha dedicato un impegno specifico per contrastare il distorto sviluppo urbanistico di Roma. Alle cronache del periodo 1957-1965 è dedicato in particolare Mirabilia Urbis, Torino, Einaudi, 1965, in cui sono raccolti gli articoli di Cederna pubblicati sul «Mondo», divisi per argomento (piano regolatore, centro storico, verde pubblico, Appia Antica) e ordinati cronologicamente. Il libro si apre con una raccolta di 31 fotografie della periferia romana costruita in quegli anni, assai eloquenti per comprendere la portata e le conseguenze della speculazione edilizia. Anche le altre pubblicazioni di Cederna (I Vandali in casa, Bari, Laterza, 1956, ora 2006, La distruzione della natura in Italia, Torino, Einaudi, 1975, Brandelli d’Italia) contengono una sezione dedicata agli articoli scritti in relazione alle vicende della capitale. Un’ulteriore raccolta di scritti su Roma è contenuta nel Cd-rom allegato a Beni culturali, urbanistica e paesaggio nell’opera di Antonio Cederna. Particolarmente vicine alle posizioni di Cederna, e costantemente citate nei suoi scritti, sono le ricostruzioni delle vicende urbanistiche della capitale effettuate da Leonardo Benevolo (in part. Roma da ieri a domani, Roma-Bari, Laterza, 1971) e Italo Insolera (in part. Roma moderna, Torino, Einaudi, 1993). L’espressione «Roma sbagliata» è contenuta nel titolo di un ciclo di seminari, promosso da Italia Nostra, sulle condizioni di degrado della città nei primi anni settanta. Cfr. Roma sbagliata: le conseguenze sul centro storico, Roma, Bulzoni Editore, Roma 1976 (Italia Nostra).

13 Cederna, Prefazione, a I vandali in casa ora in Brandelli d’Italia, p. 44-45.

14 Cederna, Mirabilia Urbis, p. 457. Sullo stesso argomento cfr. A. Cederna,
M. Manieri Elia, Orientamenti critici sulla salvaguardia dei centri storici, «Urbanistica», 32 (1960), A. Cederna, Salvaguardia dei centri storici e sviluppo urbanistico, «Casabella» 250 (1961) riportato anche in Cederna, Mirabilia Urbis, p. 451 e seg.; A. Cederna, I centri storici nella città contemporanea in Italia Nostra 1955-1995. Quarant’anni dalla fondazione. I centri storici nella città contemporanea. Atti del conve-gno , Roma 1995.

15 Citazioni tratte da Cederna, Manieri Elia, Orientamenti critici sulla salvaguardia dei centri storici, p. 69-71.

16 Cederna può essere annoverato, a buon diritto, anche tra i precursori dell’ambientalismo italiano ed è stato tra coloro che per primi hanno capito la necessità di integrare politiche urbanistiche e ambientali. Cfr. in particolare A. Cederna, Prefazione, a Guida della Natura d’Italia, a cura di G. Farneti, F. Pratesi, F. Tassi, Mondadori, Milano 1971 e G. Berlinguer, G. Sacco, A. Cederna, F. Pistolese, L’ecologia alla conferenza di Stoccolma, «Politica ed economia» 4 (1972) e A. Cederna, Presentazione in E. Tiezzi, P. degli Espinosa, I limiti dell’energia, Garzanti, Milano 1987. Cfr. anche la prefazione alla seconda edizione del libro di V. De Lucia, Se questa è una città, che Cederna conclude spiegando perché «è necessario che la sinistra impari a fare i conti ecologici».

17 A. Cederna, Una cultura indifferente al nostro passato, «Corriere della Sera», 28 giugno 1975, ora in In nome del Bel paese.Scritti di Antonio Cederna sull’Emilia Romagna (1954-1991), a cura di G. Gallerani, C. Tovoli, Bologna 1998 (Istituto per i beni artistici, culturali e naturali dell’Emilia Romagna), p. 71.

18 Ibidem.

19 Sebbene sia ricordato soprattutto per le sue battaglie in difesa del patrimonio storico e naturale, Cederna ha dedicato uguale impegno a promuovere l’affermazione della pianificazione urbanistica, illustrando realizzazioni straniere e, più raramente, italiane da portare ad esempio (cfr. «L’Europa», selezione di articoli riguardanti città europee in Beni culturali, urbanistica e paesaggio nell’opera di Antonio Cederna), occupandosi a più riprese come giornalista, come parlamentare della legislazione urbanistica e come “urbanista operativo”. Secondo De Lucia, le proposte per lo sviluppo di Roma contenute nella relazione alla proposta di legge per Roma capitale, presentata nell’aprile del 1989, costituiscono «una vera e propria lezione di urbanistica moderna» (V. De Lucia, Cederna, Petroselli, il progetto dei Fori, «Carta qui», 4, 2006).

20 Cederna, Prefazione, a I vandali in casa, ora in Brandelli d’Italia, p. 56.

21 Il principale testo di riferimento per la comprensione delle vicende accadute tra il 1978 e il 1983 e delle cronache relative al dibattito allora suscitato è I. Insolera, F. Perego, Archeologia e città. Storia moderna dei Fori di Roma, Laterza, Roma-Bari, 1983. Gli avvenimenti sono sintetizzati con grande efficacia anche in De Lucia,
Se questa è una città, p. 121-127. Il punto di vista dell’amministrazione comunale e le iniziative assunte tra il 1983 e il 1985 sono descritti in R. Panella, Roma Città e Foro. Questioni di progettazione del centro archeologico monumentale della capitale, Officina Edizioni, Roma 1989 e in C. Aymonino, Progettare Roma Capitale, Laterza, Roma-Bari 1990. Una riflessione di segno opposto a quello di Cederna, Insolera e De Lucia, è formulata in Manieri Elia, Roma capitale: strategie urbane e uso delle memorie.

22 Originariamente via dell’Impero. Le vicende relative alla sistemazione di piazza Venezia e delle aree attorno al Campidoglio sono descritte nel capitolo terzo di Mussolini urbanista. Alla costruzione di via dell’Impero è dedicato il capitolo quinto.

23 Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 212. L’agenzia trova un’ampia eco sui giornali di allora: ne parlano il 21 dicembre stesso il «Corriere della Sera» (I monumenti di Roma vanno a pezzi, articolo di Cederna) e «Paese Sera» (La lebbra del marmo uccide i monumenti); il 23 dicembre, «La Stampa» (Fra vent’anni avremo solo le foto dei preziosi monumenti dell’antica Roma); il 31 dicembre, «L’Unità» (Lo smog cancella il passato e ipoteca il futuro). Cfr. Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 213 e seg. «Ritengo che molti di noi serbino il ricordo persino delle parole che aprono il comunicato» (Manieri Elia, Roma capitale, p. 551).

24 A. La Regina, Roma: continuità dell’antico, in Roma, continuità dell’antico. I fori imperiali nel progetto della città. Electa, Milano 1981, p. 11.

25 Cederna, Mirabilia urbis, p. 455.

26 Cederna, I monumenti di Roma vanno a pezzi.

27 Ibidem.

28 Insolera, Perego, Archeologia e città,p. 212.

29 Gli scavi dell’area archeologica centrale, promossi da Pio vii agli inizi dell’Ottocento, proseguiti sotto l’amministrazione napoleonica e, dopo il 1871, dal governo italiano, avevano portato ad ipotizzare una passeggiata archeologica intorno alle rovine romane e ad un grande parco, esteso dal Campidoglio alla via Appia. Scrive Insolera: «Non se ne farà nulla, ma l’idea era posta, e durerà per sempre». (Insolera, Perego, Archeologia e città, p. xviii). Cederna ricostruisce le vicende relative alle sistemazioni di fine Ottocento nella relazione alla proposta di legge n. 3858, 26 aprile 1989, «Interventi per la riqualificazione di Roma Capitale della Repubblica», riportata in Il parco archeologico più grande e più importante del mondo, «Bollettino di Italia Nostra», 265 (1989), p. 21 e nel Cd-rom allegato a Beni culturali, urbanistica e paesaggio nell’opera di Antonio Cederna. Ricostruzioni storiche del periodo postunitario sono contenute anche in Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 1-30 e in
La Regina, Roma: Continuità dell’antico, p. 54-94. Cfr. anche L. Barroero, A. Conti, A. M. Racheli, M. Serlo, Via dei Fori Imperiali.La zona archeologica di Roma: urbanistica, beni artistici e politica culturale, Marsilio, Venezia 1983.

30 Cfr. nota precedente. L’area della zona monumentale individuata nel 1887 è di 227 ha; il comprensorio dell’Appia Antica interessa oltre 2500 ha.

31 Cederna, Interventi per la riqualificazione di Roma Capitale della Repubblica.

32 L’eliminazione di via dei Fori Imperiali consentirebbe di ampliare l’area di scavo archeologico, poiché sotto il suo sedime (la carreggiata è larga più di venti metri, che in alcuni punti diventano cento con le sistemazioni a verde ad essa circostanti) sono collocati parte dei fori di Traiano, Augusto e Nerva, ricostituendo l’unitarietà dell’area archeologica, tuttora tagliata in due dall’asse stradale. L’ipotesi di soppressione è avanzata pubblicamente da La Regina nell’aprile del 1979. Nel luglio successivo il sindaco Argan conia, in una lettera aperta all’Ordine degli ingegneri, lo slogan “o i monumenti o le automobili”. Pochi giorni dopo, La Regina precisa la proposta mediante un’agenzia di stampa e raccoglie l’immediata adesione, pubblicamente espressa, del sindaco e degli assessori della giunta comunale Calzolari e Nicolini. Cfr. Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 219 e 233-35.

33 Si tratta del comprensorio noto come Sistema direzionale orientale (SDO). «Trasferendo nello SDO alcuni milioni di metri cubi di attività direzionali, a cominciare dai ministeri, si alleggerisce il centro, si pone un argine alla sua terziarizzazione selvaggia e si possono recuperare immobili alla residenza» (A. Cederna, Tra critica e proposta, «Bollettino di Italia Nostra», 265, 1989, p. 5). Occorre dire che è avvenuto l’esatto contrario di quello che ipotizzava Cederna: il progetto SDO è stato abbandonato, i ministeri non sono stati decentrati, il centro storico ha perso drammaticamente popolazione.

34 Cederna, Tra critica e proposta, p. 7.

35 Insolera, Perego, Archeologia e città, p. xvii.

36 La Regina, Roma: continuità dell’antico, p. 14. Per il soprintendente è essenziale conferire ai Fori la loro originaria funzione di luogo di incontro, eliminando la separazione tra area archeologica e città e restituendo tali spazi all’uso dei cittadini.

37 R. Nicolini, Introduzione a C. Aymonino, Progettare Roma Capitale, p. 7.

38 Seconda conferenza cittadina sui problemi urbanistici, Roma 1982 (Comune di Roma), p. 217, riportato in De Lucia, Se questa è una città, p. 122. Cederna, commemorando Petroselli su «Rinascita» del 16 ottobre 1981, parlerà dello “scandalo” prodotto dalla determinazione del sindaco nel sostenere il progetto Fori e nell’avviare le prime iniziative concrete.

#39 Sul «Corriere della Sera» del 14 marzo 1981 è pubblicato un appello sottoscritto da 240 studiosi, italiani e stranieri. Il testo integrale e le firme sono riportate in Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 341. Cfr. anche De Lucia, Se questa è una città, p. 124.

40 Le voci del dissenso sono raccolte in particolare dal quotidiano «Il Tempo». Timori relativi alle ripercussioni della chiusura della via dei Fori Imperiali sul traffico ricorrono anche negli interventi degli storici dell’arte, tra i quali Federico Zeri che interviene con alcuni articoli su «La Stampa»nel febbraio del 1981.

41 L. Petroselli, [Presentazione], in Roma: continuità dell’antico, p. 9.

42 Bruno Palma su «Il Tempo»dell’11 agosto 1979 apre la polemica domandandosi retoricamente se l’idea della soppressione della strada si debba a cultura urbanistica o a «rabbia politica».

43 Il Gruppo dei Romanisti è un movimento culturale fondato negli anni ’20, al quale sono appartenuti alcuni dei protagonisti delle vicende di allora, come Ojetti, Muñoz e Giovannoni. Nel febbraio del 1981 viene pubblicato da «Il Tempo» un appello dei Romanisti contro la rimozione della via dei Fori Imperiali, giudicata una «gravissima perdita difficilmente giustificabile», con Cederna è guerra di penna. Cfr. in particolare l’articolo di Cederna pubblicato sul «Corriere della sera» del 6 febbraio 1981 e le successive repliche in Insolera, Perego, Archeologia e città, p. 324-332.

44 G. C. Argan, Prefazione, a P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma, p. 11.

45 Il governo si era dichiarato disponibile a finanziare gli scavi: nel gennaio 1979, poco tempo dopo l’appello del soprintendente, era stata istituita una Commissione nazionale di studio, presieduta dallo storico dell’arte Cesare Gnudi (1910-1981). Conclusi i lavori della commissione, con un parere determinato sull’urgenza di provvedere alle opere di riparo dei monumenti, ma decisamente vago sui provvedimenti urbanistici, nel maggio del 1980 era stato assegnato per decreto un finanziamento straordinario di 180 miliardi di lire per attuare gli interventi ritenuti indispensabili e urgenti dalla commissione, convertito l’anno successivo nella Legge 23 marzo 1981, n. 92 «Provvedimenti urgenti per la protezione del patrimonio archeologico della città di Roma». Nei due anni intercorsi tra la nomina della commissione e l’approvazione della legge era montata la polemica contro la demolizione di via dei Fori Imperiali, cosicché mentre il precedente ministro, Biasini, aveva avuto un atteggiamento possibilista, sia pure tra mille tentennamenti, il nuovo ministro, Vernola, aveva preso subito posizione contro la rimozione.

46 Agli inizi del 1981 il «Messaggero», il «Corriere della Sera» e l’«Unità» pubblicano il resoconto di una serie di tavole rotonde, nelle quali i principali esponenti della cultura accademica esprimono la loro opinione. Parallelamente vengono organizzati incontri pubblici di dibattito a palazzo Braschi (3 marzo 1981) e alla Casa della cultura (6 febbraio e 28 maggio). Dal 26 al 29 marzo si tiene la Seconda conferenza urbanistica cittadina, promossa dall’amministrazione comunale.

47 Retrospettivamente Manieri Elia assume una posizione nettamente contraria alle proposte urbanistiche, giudicando «arbitrario e incoerente» lo slittamento di prospettiva dal programma di restauri alla «proposta di una sterminata operazione di trasformazione urbana» (Roma capitale, p. 554).

48 V. De Lucia, Peccato capitale, Edizioni Il Manifesto, Roma 1993, p. 20.

49 I lineamenti della proposta sono descritti in Tutto il progetto Fori, «Bollettino di Italia Nostra», 219 (1983), p. 49-63, con scritti – tra gli altri – di La Regina, Aymonino, Insolera, Quilici, Rossi Doria. L’intervento del sindaco è pubblicato in Piano per il Parco dell’Appia Antica, Roma 1984 (Italia Nostra, sezione di Roma).

50 I primi studi e orientamenti programmatici della Soprintendenza sono presentati al pubblico in due mostre nella Curia al Foro Romano nel 1981 e nel 1985. Cfr. rispettivamente Roma: continuità dell’antico e Forma. La città antica e il suo avvenire, Catalogo della Mostra itinerante, 1985-1987, De Luca, Roma 1985. Cfr. L. Benevolo, Roma, studio per la sistemazione dell’area archeologica centrale, De Luca, Roma 1985. Sulla proposta di Piano per l’Appia Antica cfr. il Piano per il Parco dell’Appia Antica. Successivamente la Soprintendenza commissiona uno sviluppo del progetto relativo all’area dei Fori con approfondimenti relativi sia alla fattibilità economica, sia alle iniziative di inquadramento (assetto della viabilità, formazione del nuovo PRG, decentramento dei ministeri) che richiedono il coordinamento di altri soggetti pubblici. Cfr. L. Benevolo, F. Scoppola, Roma, l’area archeologica centrale e la città moderna, De Luca, Roma 1989 con scritti, tra gli altri, di De Lucia (Le esigenze di Roma capitale) e Cederna (Distruzione e ripristino della Velia).

51 C. Aymonino, Un tema grandissimo di scienza urbana, «l’Unità», 8 marzo 1981, ripreso in Archeologia e disegno urbano, «Casabella» 482 (1982). Aymonino ritiene con ciò di superare «una semplicistica vendetta dell’urbanistica radicale». Anche per Manieri Elia occorre «evitare gli estremismi» e «resistere alle tentanti semplificazioni e ai roboanti schematismi». Le difficoltà operative sono sottolineate da Raffaele Panella: «i grandissimi risultati conseguiti praticamente a costo zero con i pochi ma incisivi interventi di ricongiunzione del Foro al Campidoglio e al Colosseo, ... le iniziative dell’Estate romana e la chiusura domenicale di via dei Fori non potevano ripetersi ed estendersi senza compiere un salto di scala. Anzitutto in termini di investimenti». Cfr. R. Panella, Roma città e Foro, p. 49.

52 P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma, p. 259.

53 Gli atti propedeutici al concorso sono formalizzati in una serie di delibere della giunta comunale (8 maggio 1984 e 27 dicembre 1984) e del consiglio comunale (10 luglio 1984). Cfr. R. Panella, Roma Città e Foro, p. 382-385.

54 Così definita da La Regina in Roma: continuità dell’antico, p. 13.

55 P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma, p. 265. L’abbandono progressivo della pianificazione generale in favore di una serie di singoli interventi di trasformazione urbana, dettati dalle opportunità del momento senza curarsi del loro inquadramento complessivo, costituisce la mutazione più evidente dell’urbanistica italiana degli ultimi venti anni. Cederna, assieme a Edoardo Salzano e Vezio De Lucia, può essere a buon diritto annoverato tra i pochi che hanno giudicato negativamente e avversato la crescente deregulation. Sulle conseguenze nella capitale, cfr. P. Berdini, Il Giubileo senza città, Editori riuniti, Roma 2000 e, per un punto di vista opposto, M. Marcelloni, Pensare la città contemporanea: il nuovo piano regolatore di Roma, Laterza, Roma-Bari 2003. Sul dibattito nazionale, cfr. gli scritti degli autori citati in eddyburg.it.

56 Cederna sottolinea la differenza tra i fondi destinati nel decennio precedente al restauro dei monumenti romani e quelli spesi per la costruzione di autostrade, 24 contro 18.000 miliardi di lire. A. Cederna, Il parco archeologico più grande e importante del mondo, in «Bollettino di Italia Nostra», 265 (aprile-maggio 1989), p. 21.

57 Il 25 agosto 1977 il cinema si accende nella basilica di Massenzio dando inizio all’Estate romana, programma di spettacoli estivi all’aperto che si è svolto ininterrottamente dal 1977 al 1985, in una serie di luoghi significativi della città, nel centro e nella periferia.

58 Le proposte sono presentate in una mostra al Colosseo che si è tenuta dal luglio 2004 al gennaio 2005. Cfr. Forma: la città moderna e il suo passato, a cura di A. La Regina, M. Fuksas, D. O. Mandrelli, Electa, Milano 2004.

59 Fuksas immagina la strada come «un nastro sostenuto da ponti sotterranei» ipotizzando l’estensione della sua pedonalizzazione per «almeno sei mesi l’anno». Cfr. F. Giuliani, Ponti sotteranei, passerelle e l’antica Roma torna a vivere, «La Repubblica», 30 giugno 2004. Va ricordato che con l’amministrazione Rutelli sono riprese anche le domeniche pedonali.

60 Cfr. G. Ciucci, Relazione storica sugli interventi architettonici e urbani a via dei Fori Imperiali, allegata come parte integrante del provvedimento di vincolo ai sensi dell’art. 2 del Dlgs 29 ottobre 1999, n. 490 apposto con decreto del Ministero per i beni e le attività culturali; Vidotto, La capitale del fascismo, p. 405-406.

61 Questa tesi è sostenuta ad esempio da Manieri Elia.

62 Un perfetto esempio di travisamento è contenuto nella citata relazione di G. Ciucci che motiva il provvedimento di vincolo monumentale. Ciucci sostiene che «l’avvio della questione Fori Imperiali nel 1982 ha come obiettivo finale l’eliminazione di via dei Fori Imperiali, senza porsi il problema della sua storia, della sua funzione urbanistica, della sua immagine consolidata: l’interesse è concentrato solo nello scavo archeologico» [corsivi nostri].



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