All'ombra del disastro
Ari Kelman
Questione sociale e questione ambientale, nella ricostruzione di New Orleans, non sono contrapposte, ma complementari. The Nation, 2 gennaio 2006 (f.b.)
Titolo originale: In the Shadow of Disaster – Traduzione di Fabrizio Bottini

L’inondazione è stata vorace: ha inghiottito interi quartieri e messo fine a centinaia di vite. Ma gli argini danneggiati sono stati riparati. Si ergono ancora fra New Orleans e la catastrofe, tenendo sotto controllo il Mississippi e il lago Pontchartrain. Anche il vecchio sistema di drenaggio, è ancora in piedi. Ogni goccia d’acqua che cade in città, ogni lacrima versata, alla fine scorre via attraverso i canali sin quando viene pompa al di sopra degli argini dentro il lago. Questo è il modo in cui è stata congegnata New Orleans: controllare le acque ribelli, marcare il confine tra la città e ciò che la circonda.
È stata una battaglia persa. Eppure, per quanto suoni particolarmente strano dopo l’uragano Katrina, tutto lo sviluppo della città si basa sull’idea che la natura la favorisce. Dalla fondazione di New Orleans alla bocca del Mississippi nel 1718, la città ha investito sulla geografia per costruire la propria grandezza. Molto prima che le tecnologie potessero superare i capricci della geografia, i suoi cantori affermavano che avrebbe regnato su un impero commerciale. Ma l’ambiente locale ha raramente collaborato a queste visioni imperiali. Lago e fiume incombono sulla città. La maggior parte di New Orleans giace sotto il livello del mare, e non ha drenaggio naturale. Le epidemie fioriscono, nel delta fumante. Gli studiosi definiscono questo uno scollamento fra “sito” – lo spazio reale occupato dalla città – e “situazione” – i vantaggi relativi di un’area urbana su altre. New Orleans, col suo accesso al fiume e al golfo, gode di una situazione quasi perfetta. Ma ha un sito quasi perfettamente orribile.
Il geografo Peirce Lewis la riassume così: New Orleans è “impossibile” e pure “inevitabile”. Intende dire che se la situazione di una città è sufficientemente buona, la gente migliorerà il sito: non importa quanto costa. Gli abitanti di New Orleans storicamente hanno fatto ciò segregando gli spazi: in un primo tempo non da punto di vista socioeconomico o razziale, ma da quello ambientale. A New Orleans ci sono spazi per la natura: al di fuori degli argini o nei canali che si dipartono dalla città. E ci sono spazi per le attività umane: dentro la città. La gente qui, la natura lì. L’idea è semplice, la realizzazione impossibile.

Per adesso, l’acqua in città sembra di nuovo sotto controllo, tornata nei posti dove la gente la vuole: nelle docce per grattar via lo sporco che attacca, nel caffè nero, e confinata dietro gli argini. Ma c’è ancora pericolo. Di fronte alla sfida della ricostruzione, New Orleans sembra bloccata nel fango: non semplicemente impantanata in quello che incrosta la città, ma anche intrappolata da secoli di errori di strategia, specialmente quello di fantasticare sulla separazione da quanto la circonda. Questa idea è stata tanto distruttiva quanto la peggiore alluvione, e altrettanto difficile da evitare.
I responsabili della ricostruzione di New Orleans sembrano incantati da questo miraggio. Partecipano alle varie commissioni – quella dei sindaco Ray Nagin e del governatore Kathleen Blanco – che hanno compiti sovrapposti e dubbia autorità. Ma nonostante le rivalità, le commissioni sono d’accordo almeno su un punto: la priorità assoluta sono gli argini. Scott Cowen, preside della Tulane University e componente della commissione di Nagin, ritiene che senza migliori argini altre proposte – “un’istruzione pubblica di livello mondiale” case migliori, un rilucidato “ambiente culturale” cittadino – saranno senza senso. Andy Kopplin, direttore esecutivo del gruppo del governatore, concorda: “Dobbiamo per prima cosa ricostruire gli argini, così che le persone si sentano al sicuro”. A chiunque abbia familiarità con la storia ecologica della città, questo suona come una ricetta per nuovi disastri.
Sin dall’inizio, gli abitanti di New Orleans hanno innalzato argini. I progetto si sono accelerati dopo che un’inondazione del 1849 aveva lasciata inzuppata la città per mesi. Le autorità federali, allarmate dall’inattività del porto più importante del paese, sostennero due studi sul fiume. Il primo auspicava un controllo delle acque su vari fronti: argini, scolmatori e “riserve”, ovvero distese di aree umide ad agire come spugne. Il secondo, steso da un futuro capo del Genio Militare, era più gradito in un’epoca in cui le zone umide venivano considerate discariche. Iniziò così una strategia nota come “solo argini”. Entro il 1900 New Orleans aveva argini più alti della case vicine. Fiume e lago erano scomparsi dietro a montagne in miniatura.
Solo un problema: non funzionava. Il fiume divenne più pericoloso, e New Orleans meno sicura. Con l’acqua intrappolata dagli argini, il Mississippi saliva più in alto che mai. Ma non lo si poteva dire agli abitanti di New Orleans. Nemmeno l’enorme inondazione del 1927 gli fece cambiare completamente idea. Quell’anno la città fece saltare con la dinamite un argine venti chilometri a valle della corrente, facendo calare il fiume ingorgato e distruggendo le frazioni di Plaquemines e St. Bernard. La città si era comprata la salvezza sacrificando i suoi vicini più poveri (un evento che ha alimentato voci nella zona della Ninth Ward, dove alcuni abitanti ed evacuati credono che l’argine di fronte al loro distretto sia stato distrutto dopo Katrina per proteggere zone bianche più ricche).

Eppure, gli argini sono ancora cresciuti dopo il 1927, nonostante le inchieste federali dove i conservazionisti testimoniarono che la diminuzione delle zone umide aveva esasperato gli effetti del disastro. Il Genio Militare rifiutava ancora di aggiungere le aree umide al proprio arsenale. Invece, costruì per New Orleans uno scolmatore per deviare parte del fiume nel lago Pontchartrain: e per tutti gli anni ’50 continuò a sollevare gli argini.
Contemporaneamente, la città si lanciò in una sbornia edilizia favorita dal sistema di drenaggio realizzato all’inizio del ventesimo secolo. Per 200 anni New Orleans era stata intrappolata: una città lunga e magra su una stretta striscia di terreno relativamente alto sul fiume. Il Mississippi su un lato, e un’area umida di cipressi, la “ backswamp” sull’altro. Ma dopo il 1900, la città iniziò a bonificare terreni e a espandersi su zone più basse. Entro gli anni ’60 la backswamp era stata sostituita da quartiere Lakefront, dalla Lower Ninth Ward e da altri insediamenti. I limiti ecologici avevano ancora ceduto di fronte all’ambizione di una città prigioniera della propria situazione. Con gli argini torreggianti e le aree umide sparite, la segregazione dei paesaggi sembrava completa.
Dividere spazi generava altri due prodotti collaterali. Primo, altra segregazione: stavolta razziale e socioeconomica. Prima degli anni ’50 New Orleans era una città mista. Ricchi, poveri, bianchi e non-bianchi, erano tutti vicini. Non era per scelta, ma per necessità; con l’edificazione confinate nelle zone più elevate vicino al fiume, non c’era spazio per chiudersi dentro énclaves di segregazione sociale. Ma quando i costruttori iniziarono a realizzare lottizzazioni di casette sui terreni prosciugati, in città e nei suburbi, gli abitanti di New Orleans si stratificarono, coi più poveri e di colore spesso concentrati nelle zone basse, e i bianchi agiati ad occupare tipicamente le aree più elevate, o i “borghi”.
Seconda conseguenza: il controllo della natura divenne più difficile. Le paludi scomparivano, sia a causa delle bonifiche urbane, sia perché gli argini facevano diminuire le aree umide impedendo alle acque la ricarica dell’ecosistema. Le ricerche petrolifere causavano l’erosione delle coste, che si mangiava migliaia di ettari di aree paludose. Ogni metro in più di altezza degli argini, rendeva più difficile pompare l’acqua fuori dalla città. Alla fine, New Orleans iniziò a sprofondare quando le sue fondamenta d’acqua furono rimpiazzate da terreni bonificati spugnosi che si compattavano sotto il peso della città. L’anello di retroazione urbano-ambientale replicava i medesimi problemi che gli abitanti di New Orleans avevano tentato di allontanare con la tecnica dalla città per secoli.

In questa situazione, atterra Katrina. L’ondata di tempesta è troppo per gli argini. L’acqua ne scavalca qualcuno; altri crollano. Le pompe non riescono a mantenere il ritmo, e New Orleans si riempie d’acqua. Soprattutto poveri, gente di colore, malati e anziani, sono lasciati indietro. Molti muoiono, sulle terre basse. La Brookings Institution riporta che 38 su 49 dei quartieri più poveri nell’area metropolitana di New Orleans si sono allagati. Nella città vera e propria, l’80% dei quartieri allagati sono a maggioranza non-bianca. La segregazione – ambientale, socioeconomica e razziale – produce sofferenza segregata.
Ora, è prevedibile la richiesta di migliorare gli argini. Joe Canizaro della commissione del sindaco si preoccupa perché nessuno ritornerà finché non si “sentirà al sicuro”. Ha ragione. Ma cosa succede se ci si sente al sicuro e non lo si è? Prima di Katrina, l’amnesia dei disastri e la loro negazione ha consentito alla gente di ignorare il pericolo. Gli eventi del passato, dice l’ingegnere Robert Bea dell’Università di Berkeley, sono stati “campanelli d’allarme, ma New Orleans ha continuato a spegnere la suoneria”. Ora la città deve ripensare al governo delle acque.
Come la maggior parte degli ingegneri, Bea è sicuro che si possano realizzare argini che sopportino una tempesta di Classe 5. “È solo un problema di volontà politica e finanziamenti” dice. Ma i finanziamenti non sono spiccioli; il progetto richiede miliardi. Nessuno sa da dove potrebbe venire quel denaro. Anche se il Presidente Bush ha promesso che il governo federale pagherà le riparazioni degli argini, non ha fatto la medesima promessa per quanto riguarda i loro miglioramenti. E se si trovano i soldi, la volontà politica deve durare per quindici anni, il tempo necessario per costruire argini con uno standard di Classe 5.
E anche se alla fine si costruiranno, non funzioneranno, da soli; gli ingegneri dovranno imparare a collaborare con una particolare ecologia urbana anziché tentare di dominarla. “Le zone umide devono essere una parte della soluzione” dice Bea. Se non si reintroducono gli acquitrini, le ondate di tempesta supereranno anche i migliori argini. E se gli oceani continuano a salire e New Orleans a sprofondare, la città annegherà di nuovo.
Craig Colten, geografo alla Louisiana State University, concorda. Insiste sul fatto che le zone basse della città non vengano ricostruite. La sua proposta è molto discussa, coi residenti allontanati che invocano il proprio “diritto al ritorno”, e la maggior parte dei membri dei comitati per la ricostruzione riluttanti a reintegrare le zone umide in città, dopo che il sindaco Nagin è rimasto scottato per aver suggerito che si potesse non ricostruire la zona Ninth Ward. Ma Colten crede ancora che si possa far filtrare un po’ di backswamp dentro a determinate zone basse. Un metodo equo, ritiene, sarebbe quello di “prendere superfici da molti quartieri – Lakefront, Ninth Ward, Gentilly – e ricollocare ricchi, poveri, ceto medio, in zone più dense su terreni elevati”. La “Nuova Nuova Orleans” di Colten così assomiglierebbe a quella vecchia, dell’epoca prima della scomparsa degli acquitrini. Eliminerebbe anche le lotte su quali quartieri abbandonare.

Danielle Taylor, decana di discipline umanistiche alla Dillard University, è sicura che il risultato di queste lotte sarà a favore dei potenti. Restituire aree urbane all’acquitrino, sostiene, distruggerà il tessuto urbano, facendo a pezzi le comunità che hanno reso la città quello che è. Riecheggia il punto di vista degli abitanti della Ninth Ward, i quali pensano che le élites urbane abbiano visto le onde della tempesta come le prime di un processo di rinnovo urbano. Senza case popolari, la ristrutturazione non lascerà spazio ai poveri e alla gente di colore, dice la Taylor. New Orleans diventerà un centro commerciale sterilizzato – e bianco – col Quartiere Francese a fare da anchor. Colten simpatizza con questo punto di vista, ma dice che consentire alla gente di tornare nelle zone basse sarebbe “irresponsabile”.
Quello che è certo, è che gli spazi segregati non hanno funzionato. Come dimostra Katrina, è impossibile separare le questioni ambientali e sociali in questa città. New Orleans non è solo un artefatto umano. E naturalmente non è nemmeno del tutto naturale. È entrambe le cose: una rete di umano e non umano mescolati, che dondola sul limite natura/cultura. La città si deve ricostruire su fondamenta più solide: la comprensione del fatto che non lasciar spazio alla natura è sia controproducente che improbabile da realizzare.
Un approccio nuovo potrebbe produrre spazi urbani sostenibili e giustizia ambientale. Ma ciò richiede scelte drastiche, poco probabili da parte delle commissioni. È triste, ma New Orleans sembra destinata a ritrovarsi dove è sempre stata: sulla strada del pericolo.

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