Bauman: «Al bivio tra sopravvivere o disgregarsi Per questo serve una Confederazione
Paolo Valentini
Nell'intervista "sul tamburo" allo studioso della "società liquida" le ragioni e i limiti della dimensione europea oggi. Corriere della Sera, 20 ottobre 2012
»ROMA — «L'Europa è a un crocevia. Non è la prima e non sarà l'ultima volta. La sua intera storia è un'avventura infinita. Giovedì sono stati fatti piccoli passi verso una sorta di integrazione finanziaria, attraverso la creazione di una vigilanza bancaria comune. È promettente, ma ci sono grossi punti interrogativi: il diavolo si nasconde nei dettagli. E questo è solo l'aspetto economico, che in fondo è quello affrontato con più attenzione. Ma la speranza che l'integrazione politica seguirà quella economica è infondata, potrà farlo come potrà non farlo. Gli interessi delle diverse aree d'Europa sono troppo contrastanti».

Zygmunt Bauman è il teorico della società liquida, il filosofo che ha individuato e descritto l'essenza proteiforme e instabile della modernità, orfana delle grandi narrazioni metafisiche delle ideologie e strutturalmente precaria. Ma per essere filosofo e sociologo, Bauman è anche molto attento ai processi politici concreti e in particolare a quelli dell'Europa, che per lui, ebreo polacco fuggito dall'occupazione sovietica, vissuto in Israele e Inghilterra, è il grande progetto del Ventunesimo secolo.

Bauman è a Roma, dove oggi terrà una «lectio magistralis» in apertura di InNovaCamp, seminario a più voci organizzato dall'Associazione ItaliaCamp, in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense, dal titolo «Salvezza o dannazione — proposte e soluzioni anticrisi». All'evento partecipano anche i ministri della Giustizia e del Lavoro, Paola Severino e Elsa Fornero, oltre al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà.

Per Bauman, l'integrazione politica europea è «questione di vita o di morte, di sopravvivenza o disgregazione». A fargli soprattutto paura è la «discrepanza tra l'immensità della sfida e la mediocrità dei mezzi a disposizione». «Quando ero giovane — spiega — la domanda era: che fare? Oggi è chiaro cosa fare, ma la vera domanda è: chi lo farà? Allora tutti pensavano che una volta individuate le cose da fare, il governo onnipotente se ne farà carico. Oggi il governo è l'ultima istituzione che ci aspettiamo le faccia. Fino a quando questo gap non sarà colmato, siamo nei guai».

Perché è così importante l'unificazione politica?

«Perché senza una qualche forma di Confederazione, con organi decisionali comuni che decidono sulla politica economica e finanziaria, estera e di sicurezza, non credo che i vantaggi che l'Europa è in grado di offrire ai suoi membri possano diventare realtà. La casa europea non va a detrimento delle culture nazionali, ma provvede a una sorta di tetto comune a tradizioni, valori, differenze locali. E il paradosso è che ogni singolo Paese è molto più a rischio di perdere la sua identità specifica, se si espone senza protezione, cioè senza questo scudo europeo, alle forze globali, che sono violentemente e spudoratamente sovranazionali, ignorano i temi e le specificità locali».

Come si può colmare il deficit democratico dell'Europa?

«Lo Stato moderno per emergere ha dovuto combattere, spesso anche in modo violento, contro gli interessi locali. Ci sono voluti cento anni perché questo processo venisse a compimento: ma non furono i poteri locali che rinunciarono a pezzi di sovranità, al contrario questa venne loro tolta poco alla volta, spesso contro una resistenza feroce. Sta succedendo di nuovo, abbiamo 27 nazioni e vogliamo organizzare una nuova organizzazione superiore. Ci vuole tempo e temo che andrà così anche con l'unificazione politica dell'Europa. Non sarà semplice ricreare vere istituzioni democratiche a livello europeo».

Ma cosa dire alla gente per averne il consenso?

«Che l'Europa è la sola chance che hanno di difendere e proteggere la loro identità nazionale. Dobbiamo ripensare le istituzioni europee in modo completamente nuovo. Dovranno avere l'abilità a condensare e unificare un volere popolare europeo altrimenti sparso e diversificato. Esattamente ciò che fanno i Parlamenti locali: far emergere un interesse nazionale da spinte diverse. Solo così possiamo colmare il deficit democratico, che nasce dal fatto che le attuali istituzioni politiche non godono più della fiducia popolare. C'è uno scarto tra la natura generale dei nostri problemi e quella individuale delle nostre soluzioni».

La Rete può aiutare a colmare il deficit democratico?

«Non c'è nulla di specifico che ne faccia strumento naturale per la democrazia, potrebbe anche essere strumento di un regime totalitario. Quindi, invece che in favore dell'unificazione dell'Europa, potrebbe lavorare in favore della sua separazione. Non credo nel determinismo tecnologico. Conta ciò che noi facciamo con la tecnologia. Spostare verso la Rete i compiti che sono nostri, quelli di promuovere democrazia e libertà, è molto pericoloso. Perché ci deresponsabilizza».
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