Italo Insolera, urbanista "ideologo"
Vezio De Lucia
La commossa e vibrante commemorazione di Italo Insolera, tenuta oggi a Roma nell’iniziativa svolta a Palazzo Massimo. 28 agosto 2012 (m.p.g.)
So di dover resistere alla tentazione che la commozione e il dolore per la perdita di un amico prevalgano sul dolore e la commozione per la scomparsa del grande urbanista, intellettuale, storico, studioso di città. Sui giornali di oggi firme autorevoli – Paolo Berdini, Vittorio Emiliani, Francesco Erbani, Paolo Fallai, Grazia Pagnotta, Walter Tocci – e tanti altri sui blog e sui siti informatici – Ella Baffoni, Edoardo Salzano, Sauro Turroni – ricordano le cose fondamentali della sua vita di piemontese innamorato di Roma e che ha dedicato alla capitale le sue straordinarie attitudini. Aggiungo qualche disordinata riflessione. Ci saranno altre più meditate circostanze per ricordare compiutamente la sua figura e la sua opera.

Prima di ammalarsi Italo ha completato la nuova stesura di Roma moderna, il suo capolavoro, il più importante libro sulla storia urbana della capitale. Fu presentato nel novembre dell’anno scorso presso l’istituto francese di piazza Navona da Renato Nicolini, altro grande eretico, prestigioso esponente della cultura antiaccademica che ci ha lasciato da pochi giorni. La novità più rilevante dell’ultima edizione di Roma moderna, alla quale ha collaborato Paolo Berdini, riguarda l’inizio del racconto, spostato all’indietro, al 27 luglio 1811, data in cui Napoleone I firmò il decreto imperiale per “l’embellissement de Rome”. Insolera scrive nella premessa che la Rivoluzione francese “ha un carisma storico-culturale ben maggiore dei ministri e dei generali della modesta dinastia sabauda, incerta se allearsi con Garibaldi, sicura di avere in Mazzini un nemico”, e perciò è giusto attribuire ai francesi il merito di aver dato inizio a Roma moderna.

Il racconto di duecento anni di urbanistica romana – dal 1811 al 2011 – è la storia di un massacro, e dovrebbe indurre alla disperazione, la conclusione dovrebbe essere che hanno vinto i portatori degli interessi fondiari e speculativi.

Ma Italo Insolera non si arrende. Il suo amore per Roma lo induce all’ottimismo, proponendo per Roma moderna una prima conclusione riferita all’Appia Antica come “un auspicio per un futuro migliore”. L’Appia Antica – lo sappiamo – è una parte essenziale della vita di Insolera.

Ma a questa prima, forse scontata, aggiunge una seconda sorprendente conclusione: “Roma multietnica”. Si intitola così l’ultimo capitolo del libro che racconta della recente immigrazione. La capitale è sempre stata multietnica, da Adriano in poi gli imperatori provenivano dalle terre conquistate. Così anche le legioni che formarono nuovi nuclei familiari. E lo stesso è per la Chiesa cattolica con la presenza di religiosi provenienti da tutto il mondo.

Oggi a Roma vivono circa 600 mila immigrati ma continua a prevalere un atteggiamento di diffusa chiusura. Insolera racconta drammatici episodi generati dalla negazione dell’accoglienza e la tragica sorte dei Rom sui quali “si scaricano i pregiudizi e il latente razzismo della popolazione romana”.

Ma nonostante tutto l’integrazione va avanti e il quartiere di piazza Vittorio è diventato il simbolo della trasformazione. Proprio da piazza Vittorio prende nome l’orchestra formata da musicisti provenienti da ogni parte del mondo: Argentina, Brasile, Cuba, Ecuador, India, Mali, Senegal, Stati Uniti, Tunisia e Ungheria. Un insieme di sensibilità, strumenti e suoni che “getta alle ortiche la difesa di ormai inservibili identità culturali e religiose. Meno male che a Roma c’è l’Orchestra di Piazza Vittorio”: scrive Insolera. Non poteva esserci una più appropriata, convincente e conclusiva dichiarazione d’amore per Roma.

La prima edizione di Roma moderna del 1962 raccoglieva lunghi e documentati articoli scritti alla fine degli anni Cinquanta per la rivista «Urbanistica» che, allora, ai tempi di Adriano Olivetti e Giovanni Astengo, era la più importante rivista del mondo in materia di città e di territorio. A Torino, nella redazione di «Urbanistica» conobbe Annina, giovanissima, ma che già aveva alle spalle una bella storia, e poco nota, di staffetta partigiana, che da quel momento, schiva e silenziosa, ha seguito passo dopo passo con competenza e intelligenza il lavoro e la vita di Italo, la sua libertà intellettuale. E di questo, sapendo di interpretare il pensiero di quanti hanno conosciuto e stimato Italo, voglio ringraziarla, con tutto il cuore.

Torno a Roma, città che non ha ricambiato l’amore irriducibile di Italo. Mi riferisco alla Roma ufficiale, alle istituzioni rappresentative che hanno sempre accuratamente evitato di avvalersi della sua competenza. Talvolta chiamando in causa il suo brutto carattere. Prima o poi si dovrà scrivere la storia dei delitti commessi con il pretesto di scansare i portatori di temperamenti non accomodanti. Il brutto carattere di Insolera è una bugia, era solo rigoroso, e chi lo ha conosciuto, chi ha lavorato con lui sa quanto fosse illimitata la sua disponibilità all’ascolto e alle ragioni degli altri, al farsi carico dei problemi della pubblica amministrazione, quanto fosse trascinante la sua ironia, quanta insospettata dolcezza ci fosse anche nei rapporti professionali.

Il punto è che Italo aveva idee chiare e chiaramente le esponeva. Cito qui una sua intervista a l'Unità sull'esperienza delle giunte di sinistra in Campidoglio cominciata nel 1976 e stancamente finita nel 1985. “Non voglio dimenticare nulla, né la sparizione delle borgate, né le estati romane. Ricordo tutto e lo apprezzo (...). Dico che mancò una filosofia complessiva del cambiamento, non si cambia nel profondo se si insiste nell'abbandono di ogni ideologia come ispiratrice dei fini e dei mezzi. E se qualcuno sostiene che la pianificazione non occorre sono costretto a ricordargli che non occorre alle classi dirigenti, ma alle altre sì”.

E in un'altra intervista al Corriere della sera che gli chiede a quali condizioni Roma può rinascere, Insolera risponde: "Quando tornerà l'ideologia". E a una successiva domanda sull'utilità di un nuovo piano regolatore, risponde che sarebbe utile "solo se avesse un obiettivo ideologico, se puntasse a realizzare una grande idea. Se andasse oltre i metri cubi".

Era questa chiarezza d’idee, non il brutto carattere, era la sua concezione che l’urbanistica non può essere acriticamente asservita alle idee di chi esercita il potere che ha impedito ai mediocri esponenti della politica romana di passare alla storia lavorando con Insolera.

Insomma, Roma con Italo è stata matrigna. Ha studiato le vicende di Roma per oltre mezzo secolo (e non da erudito anodino ma da appassionato e fattivo elaboratore di idee ed i proposte): il mezzo secolo durante il quale sono stati formati due piani regolatori, un numero sconfinato di varianti, di studi, di progetti. Mentre Insolera continuava a essere inascoltato.

Vittoria Calzolari e Walter Tocci sono stati gli unici assessori del comune di Roma che hanno chiesto la sua collaborazione, Vittoria per il restauro degli alloggi di San Paolino alla Regola, Walter per la mobilità e soprattutto per il ritorno del tram. Quest’ultima esperienza, Insolera, Tocci e Domitilla Morandi l’hanno raccontata in un libro Avanti c’è posto, fra i più utili per comprendere le recenti vicende dell’urbanistica di Roma.

Diversa è la storia con la soprintendenza archeologica di Roma, e per essa intendo Adriano La Regina e Rita Paris, che hanno stabilito un duraturo e vitale rapporto di collaborazione con Insolera. Ripetuti e continui i contributi che in varia forma Italo ha dato all’Appia Antica. E posso appena ricordare la mirabile intesa che si stabilì fra La Regina, Antonio Cederna, Insolera, Leonardo Benevolo al tempo del sindaco Luigi Petroselli, quando sembrava che il progetto Fori fosse davvero fattibile, quando si credeva che la storia, anche quella più remota, potesse agire da protagonista della città moderna. E poi Tormarancia. Si deve allo studio condotto da Insolera se quella spettacolare porzione di campagna romana non è finita sotto il cemento e l’asfalto e oggi è integrata nell’Appia Antica.

Allora non è un caso se il luogo in cui siamo oggi, dove Roma saluta Insolera, è un’espressione della storia e dell’archeologia.

Insolera non si è occupato solo di Roma. Ha insegnato a Firenze, Venezia, Ginevra. Ha lavorato per tante città. Qui mi pare importante ricordare che fu progettista – insieme a Leonardo Benevolo, Carlo Melograni, Tommaso Giura Longo e altri – dei piani coordinati di Cecina, Castagneto Carducci, San Vincenzo, Sassetta, Bibbona, comuni della Maremma livornese. Un’esperienza eccezionale dovuta ad amministratori illuminati che raccolsero le idee e le proposte di Italia Nostra contro “il mare in gabbia”. Si deve a quei piani se nella Maremma livornese – nonostante più recenti cedimenti – sopravvivono tratti di costa sottratti all’edificazione e spazi pinetati aperti a tutti.

Italo se n’è andato – lo hanno ricordato in molti – nello stesso giorno in cui sedici anni fa ci lasciò Antonio Cederna. Il sodalizio Cederna – Insolera è stato quello più detestato dai nemici del genere umano, come Cederna usava definire speculatori e associati. Fra le tante virtù che li affratellavano mi pare importante ricordare il saldo e indiscusso rapporto che entrambi ebbero sempre con le associazioni ambientaliste e culturali, e più in generale con il mondo della partecipazione popolare, dei comitati, della protesta.

È questa – di saper stabilire un rapporto fecondo fra l’alta cultura e i fermenti autentici e profondi della società – l’eredità più difficile che dobbiamo raccogliere.

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