Censimento, casa, consumo di suolo
Vezio De Lucia
Le approssimazioni giornalistiche che impediscono di leggere la realtà non aiutano a risolvere i problemi e forniscono alibi a chi lavora per aggravarli. Scritto per eddyburg, con postilla
Mi sembra che siano esagerati o sbagliati i titoli e i commenti di molti giornali a proposito dei primi dati del censimento 2011 relativi alla produzione edilizia. “L’Italia del cemento”, titola la Repubblica, e scrive che «una nuova cementificazione selvaggia ha violentato l’Italia». Non è così almeno per quanto riguarda la costruzione di nuovi alloggi. Anzi. Basta osservare che nel 2011 le nuove abitazioni sono aumentate del 5,8 per cento rispetto al 2001 mentre le famiglie sono aumentate del 12,4 per cento, cioè più del doppio degli alloggi.

La conseguenza è l’aumento del tasso di occupazione abitativa che passa dall’80,5 per cento del 2001 all’83,1 per cento del 2011. Nell’Italia centrale le abitazioni occupate da residenti raggiungono l’87,8 per cento e nell’Italia Nord-Occidentale l’85,5 per cento. Considera che venti anni fa il tasso di occupazione era in Italia del 79 per cento. Mi pare evidente un certo miglioramento, nel senso che l’innalzamento del tasso di occupazione significa una riduzione dello spreco edilizio.

D’altra parte, la persistenza, anzi l’aggravamento degli squilibri, è subito confermato dalle 71 mila famiglie (erano 23 mila nel 2001) che vivono in “altri tipi di alloggio” eufemismo per “roulotte-caravan, tenda, camper, baracca, capanna, grotta, garage, cantina, stalla” (definizione dell’Istat). Basta andare appena fuori della periferia storica di Roma per rivedere situazioni che pensavamo cancellate dagli anni del sindaco Petroselli.

Non traggo nessuna conclusione, ha ragione Michele Serra, le statistiche sono una lingua da tradurre con molta circospezione. Mancano i dati relativi all’edilizia non abitativa e i numeri relativi a non meglio specificati “edifici” non significano nulla. Dovremo approfondire l’analisi per ambiti ristretti, a partire dalle città e dalle aree metropolitane. Ma non possiamo per questo sottrarci ad avviare una riflessione sul tema. Intanto per due ragioni:
- per mettere in guardia dalla prevedibile onda revisionista, non so come chiamarla, di chi coglierà l’occasione della differenza fra l’aumento del numero delle famiglie e il minor aumento del numero degli alloggi prodotti per rilanciare le magnifiche sorti e progressive dell’espansione senza fine e per ripetere che solo il libero mercato edilizio può risolvere il problema. Mi sembra che si debba invece rilanciare l’urgenza di una politica abitativa dai forti connotati sociali, a tutte le scale, dal governo nazionale alle regioni ai comuni, una politica che da circa venti anni è uscita di scena;
- la seconda ragione è che seppure il numero delle abitazioni costruite è minore rispetto a quanto si poteva immaginare, non si è certamente ridotto il consumo del suolo urbanizzato, che anzi negli ultimi anni – come dimostrano tutti i dati di cui disponiamo, anche se parziali e difformi – è aumentato vertiginosamente. Secondo me la spiegazione sta soprattutto nel fatto che la più recente edificazione avviene a bassa, bassissima densità (a Roma si sono costruiti nuovi quartieri con 13 abitanti/ettaro, e nel Mezzogiorno abusivo non si raggiungono i 10 abitanti/ettaro). Non dovunque è così, e anche in proposito sono necessarie analisi approfondite e circostanziate. Ma non si possono fare passi indietro nell’opposizione netta e determinata al consumo del suolo.

Postilla

Le analisi imprecise conducono sempre a proposte inadeguate al problema. Così è stato nella fase iniziale del dibattito sul consumo di suolo, quando si sono confusi i dati delle diverse fonti (e si è assunta la riduzione della superficie delle aziende agrarie come la misura dell’aumentato del consumo di suolo) o si è ritenuto che la modernità tecnologica dello strumento di rilevamento (il Corine) garantisse la precisione del dato rilevato.
Una lettura attenta dei dati del censimento può essere l’occasione di aggiornare l’analisi della reale situazione del territorio in relazione ai bisogni che il territorio deve soddisfare. Solo in questo modo si potranno individuare le politiche giuste per raggiungere due obiettivi che devono sempre essere strettamente congiunti: risparmiare la sottrazione del suolo al ciclo biologico, e sodisfare i bisogni reali (socialmente e umanamente utili) che fanno del territorio l’habitat dell’uomo.
Da questo punto di vista mi sembra che anche una prima lettura dei dati del censimento confermi due tesi:
1) L’assenza di una corretta pianificazione urbanistica e territoriale è causa della devastazione del territorio e del crescente disagio dei suoi abitanti. Chi frequenta eddyburg sa che per corretta pianificazione intendiamo quella volta a realizzare la “città dei cittadini” e non quella della rendita.
2) Assumere il mercato come il meccanismo risolutore (il dominus) della soluzione dei problemi che la condizione urbana deve soddisfare è un errore analogo a quello che compie il medico che cura la malattia ammazzando il malato.
Queste tesi erano ampiamente condivise nei decenni che hanno preceduto i nefasti anni Ottanta. Abbandonarle e distruggere (o lasciar distruggere) gli strumenti che si erano predisposti per trasformarle in fatti è stato l’errore più grave che la cultura politica e quella urbanistica hanno compiuto.

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