Capitalismo italiano
Eddyburg
“La classica storia di distruzione di capitale, industriale e umano”, negli articoli di Loris Campetti, Alessandro Braga e Mario Agostinelli. Sullo sfondo, la “valorizzazione immobiliare”.Il manifesto, 4 agosto 2009
Ferrovecchio da rottamare. Sono ferrovecchio tanto i macchinari quanto gli operai. E' difficile trovare una metafora più calzante per la storia della Innse, una fabbrica milanese passata attraverso mille traversie, vendite e svendite dai tempi in cui si chiamava Innocenti, poi Iri, poi Demag, fino all'ultimo passaggio che l'ha portata nelle braccia di un rottamatore. Parliamo di impianti pregiati per la costruzione di macchinari per l'industria e le infrastrutture che potrebbero ancora dare lavoro a una classe operaia altamente specializzata - quella dei simboli del boom italiano: dai mitici tubi Innocenti, alla Lambretta, alla Mini - ma che oggi vogliono buttare in un altoforno con i suoi operai. E contro chi ci lavorava fino a 14 mesi fa e da 14 mesi presidia i cancelli per evitare lo svuotamento della fabbrica, è intervenuta, per la seconda volta, la polizia.

La storia della Innse è dunque la classica storia di distruzione di capitale, industriale e umano. Una distruzione che avviene nell'area più ricca d'Italia, tra le più ricche d'Europa, nell'occhio della più spregiudicata speculazione edilizia e commerciale. L'idelogia postindustrialista che la governa si fonda sulla cancellazione di saperi, di culture, di una memoria collettiva del territorio. Se non servono a far soldi, le professionalità operaie, meglio rottamarle. Eppure servirebbero anche a far soldi. Sì, ma anche se così fosse non risponderebbero al progetto di rottamatori e speculatori, dunque avanti con le cariche poliziesche per spazzar via ogni residuo ostacolo novecentesco. Come se il Duemila potesse vivere seguendo le stesse regole che hanno costruito la più grave crisi finanziaria, economica e sociale dal lontano '29.

Questo giornale ha raccontato e oggi ripropone racconti di questi operai che non si accontentano di un salario ma difendono la loro professionalità e anche la qualità della vita del ricco (e attraente per i capitali speculativi che vogliono l'area libera e vendibile) territorio di Lambrate, in cui la loro fabbrica ha la sfortuna di trovarsi. Pensate, è a loro che si rivolgono i rom della zona per avere un po' d'acqua, e magari anche un piatto di risotto cucinato nella mensa improvvisata dai lavoratori. Ma se in quel cuore europeo del futuro postindustriale sono di troppo gli operai, figuriamoci gli «zingari», e con loro quegli scapigliati dei centri sociali che danno manforte agli uni e agli altri. Bisogna fare pulizia, anche con la polizia se necessario. Non è tempo di solidarietà, è tempo di Lega. E si racconta che il rottamatore abbia avuto l'appalto grazie alle sue frequentazioni con il ministro Castelli.

Lo sciopero di due ore di tutti i metalmeccanici milanesi indetto per oggi, in pieno agosto, dalla Fiom, è qualcosa di più di un momento di solidarietà di classe: è una tappa nella lotta per la difesa di un'identità collettiva, che vive nel territorio e nelle relazioni sociali tra le persone. E per un futuro vivibile per tutti. Settembre e l'autunno, quando l'emergenza sociale sarà il primo punto nell'agenda di una politica, se va bene distratta sennò nociva, non sono alle porte: iniziano oggi, con lo sciopero dei metalmeccanici per difendere il capitale umano e industriale della Innse.

La speranza, si sa, è l'ultima a morire. Se si mischia alla rabbia, alla forza di volontà, alla cocciutaggine di chi non vuole arrendersi alla rassegnazione di vedere scomparire il proprio mondo solo per l'ingordigia di uno speculatore, può diventare una miscela esplosiva. Di quelle che, a forza di insistere, la può avere vinta, anche contro i pronostici negativi che danno la battaglia ormai persa.

Gli operai della Innse Presse sono così, testardi fino all'inverosimile. Sanno di essere nel giusto, di avere ragione. E non mollano, nemmeno davanti ai manganelli della polizia: «Noi non ce ne andremo mai da qui - dicono tutti uniti - Abbiamo passato qui davanti 14 mesi e non è certo questo il momento di andarsene». Non si sono arresi quando il loro padrone, il «signor» Silvano Genta, ha dato loro un benservito collettivo, a fine maggio dello scorso anno. Si sono rimboccati le maniche, hanno autogestito la fabbrica per alcuni mesi. Perché alla Innse, alla faccia della crisi, non è il lavoro che manca. Le commesse ci sono, gli ordini arrivano. Ci sarebbe pure un compratore disposto a rilevare l'azienda. A mettersi di traverso, c'è solo la cupidigia di un padrone che vuole speculare per fare una palata di quattrini sulla pelle dei lavoratori. Ha già venduto i preziosi macchinari della fabbrica, guadagnando un paio di milioni di euro. Se si pensa che nel 2006, grazie alla Prodi-bis, aveva rilevato l'intera azienda con soli 700mila euro...

Ma i lavoratori non vogliono saperne di vedersi portar via sotto il naso i loro strumenti di lavoro. Da mesi, da più di un anno ormai, presidiano la fabbrica, giorno e notte. Con la solidarietà di altri lavoratori, dei cittadini del quartiere, dei sindacati. Ultimamente, almeno a parole, anche delle istituzioni locali. Solo pochi giorni fa il consiglio regionale ha approvato, all'unanimità, un ordine del giorno che parla della Innse come di un «patrimonio consistente» per cui bisogna attuare «tutte le iniziative utili per rilanciare l'azienda e salvarla». Era stato anche assicurato che si sarebbe fatto passare il mese di agosto prima di tornare a fare qualcosa, e invece...

E invece domenica mattina è arrivata una squadra di operai di altre ditte, scortata dalla polizia, per iniziare a smantellare la fabbrica, a smontare pezzo a pezzo i macchinari. I lavoratori della Innse non ci sono stati a questa «presa per il culo», con un tam-tam veloce hanno radunato altra gente, tutti lì, sotto il sole, a protestare. Quando hanno provato ad occupare la vicina tangenziale milanese si sono beccati pure le manganellate delle forze dell'ordine. Una giornata di tensione, fino a sera, quando è arrivata la rassicurazione che il giorno successivo ci sarebbe stato un incontro con il presidente della Regione Roberto Formigoni. Che ieri però se n'è bellamente lavato le mani. I lavoratori della Innse, insieme ai rappresentanti sindacali della Fiom, Giorgio Cremaschi e Maria Sciancati, si sono trovati davanti a dei semplici funzionari. Il governatore, dopo una conferenza stampa su tutt'altro argomento, ha pensato bene di andarsene al mare, lasciando tutti ad aspettarlo. Del resto, già il giorno prima aveva fatto capire che aria tirasse: «La Regione Lombardia ha fatto tutto il possibile, ma non si è arrivati a una conclusione». E ieri ha scaricato le responsabilità di quanto successo sulla magistratura: «Dopo lo sforzo messo in atto dalla sola Regione in questi mesi notiamo che l'intervento delle forze dell'ordine e il sequestro dei macchinari è stato disposto dalla prefettura in ottemperanza a una decisione della magistratura», ha fatto sapere in una nota. Nulla di più, Ponzio Pilato ha immerso le mani nella bacinella dell'acqua ed è scappato al mare.

Intanto però la solidarietà ai lavoratori della Innse si è ampliata. Alcuni parlamentari del Partito democratico hanno presentato un'interpellanza al ministro Maroni per avere spiegazioni sull'uso della forza da parte della polizia domenica. Ieri davanti ai cancelli della Innse, insieme ai lavoratori, c'erano esponenti delle forze di opposizione regionali, provinciali e comunali. E la Fiom al gran completo: la segretaria milanese Maria Sciancati, Giorgio Cremaschi e Gianni Rinaldini. A denunciare la vergogna di uno stato che «con un dispendio altissimo di soldi per il dispiegamento delle forze dell'ordine sta difendendo gli interessi di uno speculatore contro i diritti dei lavoratori».

Oggi tutte le fabbriche metalmeccaniche del milanese scenderanno in sciopero per due ore a sostegno della lotta degli operai della Innse. Che ribadiscono le loro intenzioni: «Non ci fermiamo, noi continueremo a lottare fino alla fine, siamo pronti anche a compiere gesti estremi per difendere il nostro lavoro». Sperano ancora, con rabbia e determinazione, di riuscire a ottenere qualcosa. Il presidio continua, i lavoratori fanno turni davanti alla fabbrica per impedire che si portino via i loro macchinari, quelli su cui si sono costruiti una professionalità nel corso degli anni, riconosciuta a livello europeo. Davanti a una tenacia così, non sarà facile averla vinta, neanche se si utilizzerà ancora la forza bruta.

Non c'era delegazione sindacale all'estero che non venisse confortata nelle sue visite ad impianti industriali del marchio Innse, sovraimpresso sulle grandi presse della Zastava a Kragujevec, della Volkwagen a San Bernardo, alla Krupp nella Ruhr, alla Lunakod a San Pietroburgo. Un segno dell'«eccellenza lombarda» - quella vera - fatta di orgoglio professionale, audacia tecnica, rispetto dell'impresa per il sindacato, garanzia dei diritti conquistati con le lotte.

Altro che l'«eccellenza» propagandata a piene mani da Formigoni, fondata sull'invasione del privato sul pubblico, sull'irresponsabilità dei nuovi padani, sull'ossessivo confronto non con le regioni di Europa in evoluzione, ma con un Sud devastato e ingiuriato per alimentare la cultura arrogante della Gelmini e dei Maroni approdati a Roma. Un sud che poi penetra da noi con le sue mafie e con impressionanti saldature con l'illegalità locale, senza rivolta nemmeno dell'opinione pubblica.

Questo gioiello dell'industria milanese, che ha tuttora ordini e mercato, è rimasto presidiato da oltre un anno, giorno e notte, da tutte le maestranze, unite tra di loro, ma isolate dalla classe dirigente milanese, dalla stessa cultura una volta ben più attenta, dall'umore di una maggioranza rancorosa che invade i territori fino negli strati popolari. Gli operai della Innse sono assediati dagli interessi immobiliari coperti dalla Moratti che non ha speso una sola parola per loro e dai liquidatori del territorio che si preparano per l'Expo 2015. Perciò sono diventati uno scandalo per Milano. Difesi dalle sole forze politiche della sinistra, dai centri sociali e dalla Fiom, segnalavano caparbiamente una potenzialità alternativa del lavoro organizzato, per riportare giustizia e orientare lo sviluppo.

Uno scandalo da rimuovere, ma non a viso aperto, in un pomeriggio della domenica dell'esodo di agosto, a fabbriche chiuse, come ben sa la destra che ha collocato perfino le stragi in quel limbo temporale. Una lezione da dare a consiglio regionale sospeso, dopo la disattenta approvazione all'unanimità di un ordine del giorno a difesa di una classe operaia a cui è stata tolta la voce. In questa vicenda emerge uno dei nodi dell'attuale regime, con tratti fascisti ormai così marcati da indurci a rimuoverli inconsapevolmente, per non precipitare nello sconforto. C'è la complicità di Maroni dietro lo sgombero vile e un clima antioperaio che purtroppo invade la magistratura e consiglia al prefetto di Milano di chiudere la partita con un colpo di mano.

C'è la rivincita dei costruttori, ringalluzziti dall'approvazione del «piano casa» che la giunta lombarda ha esteso ai centri storici. C'è l'incapacità di Formigoni di occuparsi di riconversione e specializzazione produttiva nella regione che ha tuttora 26 milioni di metri quadrati di aree dismesse senza uno straccio di politica industriale. I suoi interessi elettorali e i suoi legami con il mondo economico vanno infatti in tutt'altra direzione: quella della sanità ospedaliera, dell'edilizia, della scuola privata e delle grandi opere, come si può dedurre dalla sua inconsistente finanziaria approvata la settimana scorsa. E c'è quasi da credergli quando sostiene di aver cercato soluzioni per la Innse: ma i Rocca o i Tronchetti Provera a cui potrebbe rivolgersi sono assai più interessati a costruire cliniche private o a procurarsi affari immobiliari, che a rischiare in imprese di qualità!

C'è infine la Lega di Bossi che monopolizza il sentire popolare e che non tollera operai organizzati e con una visione generale e solidale, mentre li vuole impauriti dall'«invasione» extracomunitaria e alleati ai padroncini in una dimensione di privilegio territoriale escludente. Credo che per la sinistra la partita non debba proprio considerarsi chiusa. Anzi, la situazione deve giocarla a fondo. A partire da qui tutta la sinistra potrebbe provare a ricucire un pezzo della propria identità e a mettere un tassello da collegare ai mille altri, non solo per resistere, ma per dare speranza di uscire dalla crisi con la sconfitta di una destra fallimentare che si è impadronita del nostro futuro.

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