Il capitale ha vinto ma è in declino
Carla Ravaioli
A sinistra cominciano a capire che per contrastare il capitale occorre fare la sintesi tra “rosso” e “verde”. Liberazione, 19 agosto 2008
“Il capitale ha vinto, ripartiamo da qui”. Questo titolo, nel fitto dibattito postcongressuale in corso su Liberazione, mi ha particolarmente incuriosito. Tornavo da isole dove i giornali erano cosa rara, e in maniera un po’ casuale e certo incompleta, cercavo di aggiornarmi. Tra interventi per lo più dedicati a rapporti interni a Rifondazione e alle vicende del congresso, quel titolo che coronava l’intervista a Maurizio Zipponi firmata da Frida Nacinovich (7-08), mi pareva promettere uno sguardo più largo del consueto e forse nuove proposte. Promessa in verità delusa da un’analisi ancora una volta limitata alla realtà italiana (Fiat Telecom Alitalia Cgil ecc.) e di fatto priva di proposte per una “ripartenza”.

Poi però il discorso si è andato arricchendo. “Noi siamo di fronte a una crisi organica del capitalismo e della globalizzazione neoliberista, una crisi che rende chiaro come il capitalismo non sia in grado di chiarire le proprie contraddizioni sociali, economiche, ambientali, che alimentano il rischio di conflitti globali”, dice ad esempio Alberto Bugio intervisato da Romina Velchi (9-8). A questo modo sia pure a gran velocità mettendo a fuoco una realtà mondiale in cui certo il capitale è vincente, ma lo è in modo tutt’altro che fiorente e solido. Di “crisi della globalizzazione”, anzi di “crisi di civiltà, amplificata a casa nostra dal governo Berlusconi”, parla anche il neosegretario di Rifondazione Paolo Ferrero (10- 08), in qualche modo rieprendendo il discorso svolto pochi giorni prima (manifesto 6-08) da Alberto Asor Rosa, che analizza la “decadenza crescente del pianeta Italia”, come prodotto di una “lunga, insistita fortunata pratica della corruzione”, connessa alla progressiva decadenza del sistema liberaldemocratico.

Ma il più ampio giro d’orizzonte sugli innumerevoli interrogativi contraddizioni discontinuità che agitano il mondo, e le insicurezze le iniquità i pericoli che vi incombono, è Rossana Rossanda a compierlo (il manifesto, 10-08). Dicendo la necessità di leggere e dare un nome alla mappa di questa intricata realtà; per affermare che questo nome è “capitalismo“, e che “la mappa è quella dell’intero pianeta”; per concludere che l’Italia è solo una tessera di questo panorama. Dunque domandando: come pensare di risolvere una situazione di tale complessità “con i conflitti sociali dal basso o con l’adunata dei renitenti al veltronismo?” Una lettura attenta di “che cosa questo capitalismo è diventato” - dice - è la necessaria premessa per affrontarlo, forse cambiarlo, forse batterlo. E qua Rossanda cita una serie di cose di cui sono molto convinta: non può una fabbrica da sola combattere la delocalizzazione; così come non può un paese da solo battersi contro la recessione; non bastano le riforme istituzionali per “salvare la baracca”, occorre “un’inversione di tendenza”, che ridìa spazio alla politica oggi totalmente subalterna all’economia…

Rossana parla anche di “decrescita”, sia pure solo con una veloce citazione nominando quello che costituisce il “cuore” della crisi ecologica; problema fino a ieri ignorato dalla politica di sinistra non meno che di destra, ma che ormai tutti, o quasi, almeno ricordano. Lo fa Burgio, indicandolo tra le possibili cause di conflitti globali. Lo fa Ferrero, soprattutto in riferimento alle “grandi opere” che la sinistra ritiene inutili quanto distruttive. Lo fa Asor Rosa, proponendo di “comporre in un quadro unitario ‘questione sociale’ e ‘questione ambientale”; come già altra volta aveva fatto, affermando che “la sinistra o sarà rosso-verde, o non sarà”, con una felice sintesi, su cui però non mi consta sia poi tornato a impegnarsi. Ed è un peccato. Proprio una seria riflessione su questa materia (e una consapevole presa d’atto di come sfruttamento del lavoro e degrado dell’ambiente, questioni tradizionalmente considerate configgenti, abbiano radice comune) credo sarebbe esigenza prioritaria per le sinistre alla ricerca di una base da cui “ripartire”, mediante una non indulgente analisi della propria storia e dei propri errori .

Le sinistre sono nate contro il capitalismo: contro quella che Galbraith definiva “una macchina formidabile per la produzione di ricchezza, ma assolutamente incapace di distribuirla decentemente”. Combattere questa contraddizione di fondo in sostanza dovrebbe essere ancora la loro ragione di esistere. Contraddizione insuperabile, e infatti insuperata, pur attraverso quella gigantesca trasformazione del mondo, consentita dal progresso scientifico e tecnologico (prontamente messo a frutto dal capitale), che ha dato luogo a una sorta di mutazione antropologica, e in qualche momento è parsa rimettere in causa, nella sua forma storica, anche il conflitto capitale-lavoro. La rapida affermazione della società del consumi, il benessere che in occidente poco o tanto raggiungeva tutti i ceti, entro un orizzonte economico che per qualche decennio è parso promettere ricchezza per tutti, ha finito per imporre il capitalismo come un sistema economico privo di alternative, verso cui la funzione dei movimenti operai si riduceva all’impegno di ottenere le migliori condizioni possibili per i lavoratori. Così che il buon andamento dell’economia (del capitalismo cioè) finiva per diventare auspicio indiscusso di tutti, e (accantonata la rivoluzione per dare spazio al riformismo) efficienza, produttività, competitività, crescita, pil, poco a poco anche tra le sinistre si imponevano come indiscusse parole d’ordine per il bene comune.

E lo sono ancora, quando le sorti del capitalismo sempre più appaiono lontane da quelle trionfali certezze, e la parola “crisi”, a lungo scaramanticamente taciuta, è ormai su tutti i giornali e su tutte le bocche. Lo sono ancora, paradossalmente (anzi per me incomprensibilmente) anche tra le sinistre. In effetti che altro chiedono i sindacati se non “ripresa”, mediante efficienza, competitività, crescita? E non è dell’ arresto della crescita che ci si preoccupa anche a sinistra? Certo, si può capire che di questo tenore siano le politiche di “pronto intervento” in una situazione di occupazione sempre più insicura, precarizzazione diffusa, redditi taglieggiati dall’inflazione, impoverimento, disuguaglianze crescenti. Ma ciò che riesce difficile capire è la mancanza di idee di più ampio respiro anche da parte delle sinistre più radicalmente critiche, di ipotesi che partano dalla considerazione di una realtà mondiale in cui, certo, il capitale ha vinto, ma ha vinto a prezzi non più oltre sostenibili: non soltanto per le classi lavoratrici di tutto il mondo, ma per la società tutta intera, e per lo stesso sistema capitalistico.

Proprio a questi interrogativi (mi si perdoni l’autocitazione) era dedicato un mio pezzo apparso su queste pagine nel luglio scorso. S’era appena concluso l’ultimo G8, che clamorosamente aveva dimostrato la totale inanità dell’attuale leadership mondiale. La quale, invece di affrontare, o almeno denunciare, non solo l’iniquità, ma lo sfacelo, l’enorme disordine, la totale irrazionalità del nostro esistere, con tenacia insiste nella medesima linea politica che di tutto ciò è responsabile. Di fatto perseguendo unicamente la logica e i valori dell’economia capitalistica, ciecamente adeguandosi alla necessità di continua accumulazione di plusvalore, senza cui non esiste capitalismo; e ignorando che tutto ciò fatalmente confligge con i limiti del Pianeta Terra, dell’agire capitalistico inevitabile teatro e materiale supporto. Non importa che i poli si sciolgano e si moltiplichino le alluvioni da 150mila morti, che il 30 per cento dei decessi sia da attribuirsi ai più diversi inquinamenti, che intere popolazioni vadano migrando per il globo, e dovunque le maggioranze diventino sempre più povere, purché il Pil cresca.

Non importa ai signori del G8. Ma può non importare alle sinistre (a quello che resta delle sinistre, che però continuo a credere potrebbero trovare seguito e risposta se si dedicassero ad altro che la rivendicazione dei simboli o la nostalgia della vecchia forma-partito)? E - per tornare dove s’era partiti - non sarebbe il caso di analizzare seriamente la “vittoria” del capitale, e con oggettiva lucidità mettere a fuoco le tante indiscutibili ragioni per cui la vittoria del capitale, nel momento stesso in cui si affermava, iniziava il proprio declino? Perché (chiedo scusa, ma sono costretta a ripetere cose dette più volte) le dimensioni della Terra sono quelle che sono. E poiché tutto quanto la gran macchina industriale capitalistica produce è “trasformazione di natura”, così come dalla natura proviene tutto quanto usa e consuma nella propria attività, risulta fisicamente impossibile la continuità del capitale, in quanto sistema fondato su una crescita produttiva esponenziale. La crisi energetica già lo denuncia. E’ questa insuperabile contraddizione a generare il multiforme continuo terrificante squilibrio degli ecosistemi, di cui (perché lo si dimentica sempre?) a soffrire soprattutto sono i poveri.

E’ vero, per chi non si occupi specificamente della materia, mettere a fuoco le fila di questi eventi nella trama complicata della politica mondiale non è facile. Ma nemmeno impossibile. Forse può servire soffermarsi un momento a considerare i comportamenti di (quasi tutta) l’informazione. E domandarsi ad esempio perché la notizia della tromba d’aria che giorni fa a Grado ha fatto due morti, una settantina di feriti, settecento sfollati, decine di alberi abbattuti, vaste coltivazioni distrutte, non ha trovato che brevi menzioni all’interno dei giornali e pochi secondi in coda ai Tg? Perché nemmeno alluvioni con centinaia di vittime trovano mai spazio sulle prime pagine? Perché i ripetuti incidenti nucleari verificatisi di recente, un paio in Usa, uno in Slovenia, uno in Francia, sono praticamente passati sotto silenzio? Se questi fatti avessero avuto l’attenzione dedicata al pericolo costituito da rom, lavavetri, massaggiatori cinesi, forse sorgerebbero dubbi sulla solidità della vittoria del capitale. E, passando ad altra materia, perché l’informazione, anche quella più libera, anche quella di sinistra, non si interroga sul fatto che negli ultimi decenni, mentre il Pil poco o tanto costantemente aumentava, aumentavano le distanze tra ricchi e poveri, addirittura con un distacco che in Usa va da 1 a 460? Se si insistesse su queste verità, ignorate dai più, forse la certezza (senza eccezione più o meno da tutti data per scontata) che presto o tardi a ognuno toccherà una parte della ricchezza prodotta dal capitale, incomincerebbe a vacillare.

Per limitarmi a due delle innumerevoli tragiche incongruenze che segnano e rendono sempre meno solida la vittoria del capitale. Soltanto due: una “verde” e una “rossa”.

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