Planophobia
Maria Cristina Fabrizio; Gibelli Bottini
In Lombardia torna l'assalto alla pianificazione dei parchi, se non si riduce a sanzione burocratica di quanto deciso in altra sede. La chiamano "ambaradam". Fermiamoli
Dopo una breve pausa per le feste natalizie, il centrodestra lombardo ripropone con pochissime modifiche i cambiamenti alla legge urbanistica in particolare per quanto riguarda i residui spazi verdi regionali. Verrà ripresentato l’emendamento che consente, quando i sindaci decidano così, di ritagliare un pezzo di parco con procedura abbreviata, anche contro il volere dell’Ente parco. Si tratta di un intervento che va contro qualunque logica dell’ambiente naturale inteso come sistema. Un sistema che respira ampio, e non finisce col cartello che segna i confini comunali.
Oltre quel cartello, forse non si vota più per il medesimo sindaco, ma al cambio di circoscrizione purtroppo non corrisponde automaticamente e per decreto l’interruzione delle reti naturali, dei percorsi e sistemi di riproduzione della poca flora e fauna residua.
Naturalmente, anche la conservazione e tutela delle reti e dei sistemi diversi da quelli asfaltati, non è un oggetto sacro e inviolabile. Affatto. Esistono da decenni, e si evolvono continuamente, ampie ed elasticissime procedure per cercare di adattare la crescita delle attività umane (anche quelle metropolitane, industriali, le grandi infrastrutture …) alla natura. Si chiama, tutto questo, pianificazione territoriale: una cosa che da sempre piace assai poco ai sostenitori dello “sviluppo del territorio”.

Ha una storia moderna lunga almeno un secolo e mezzo, e per quanto riguarda le aree verdi urbano-metropolitane inizia a metà del XIX secolo col grande rettangolo del Central Park di New York, a interrompere l’edificato compatto e mastodontico di Manhattan, e continua di qua e di là dall’oceano, fino ai nostri giorni e alla ancora un po’ verde padania (quella con la p minuscola), ad esempio nelle fasce naturali della valle del Ticino, o nel vasto arco di verde agricolo del Parco Sud Milano. Quanto più sono grandi, tanto più la pianificazione territoriale dei parchi diventa complessa, e si allontana dall’idea del progetto di un giardino o di un’oasi naturale, per quanto ampia. Bisogna equilibrare sia le esigenze delle grandi reti della vegetazione, delle acque, che quelle delle attività umane, e delle amministrazioni che gestiscono quei territori per abitare, lavorare, far spesa, spostarsi. A questo serve il piano territoriale: a evitare che un solo interesse, o pochi interessi (che siano quello delle mucche, o delle autostrade, o dei boy scout) prevalgano indebitamente su quello generale.
Aggirare questa dimensione, come di fatto si vorrebbe fare istituendo un filo diretto (questo in sostanza prevede l’emendamento proposto alla legge urbanistica) tra la discrezionalità della Regione e le esigenze puntuali di singoli Comuni, significa avere un’idea quantomeno singolare dell’interesse collettivo: pura somma aritmetica, al massimo, di quelli particolari. Insomma l’esatto contrario di quanto prevedono i complessi meccanismi delle responsabilità e partecipazione caratteristici della pianificazione territoriale.

Contro questo tentativo, del resto coerente con altri programmi della medesima parte politica, in autunno si sono mobilitati migliaia di cittadini, molto consapevoli sia del valore ambientale dei grandi parchi, sia di quello sociale e partecipativo che si affianca alla delega del voto nel costruire una vera democrazia, in queste così come in altre questioni.
Evidentemente, chi rappresenta le istituzioni in questo momento non condivide in alcun modo questi valori, e preferisce appunto farsi arbitro e punto di equilibrio di interessi particolari, che dovrebbero (è l’unica ipotesi ragionevole) in teoria trovare composizione nella sterminata personalità degli amministratori regionali. Se c’è un’altra risposta, siamo qui ad aspettarla. Ma temiamo sia quella sbagliata. É già successo, e succederà di nuovo.

Per concludere (si fa per dire), un breve recentissimo estratto dal blog dell’assessore lombardo al territorio Davide Boni, che dovrebbe chiarirne ulteriormente il punto di vista:
“ho preparato una modifica di legge che riguarda la competenza dei comuni rispetto ai parchi.E qui apriti cielo,hanno iniziato a dirmi che voglio cementificare i parchi…so che parlare del mio lavoro di assessore non è simpatico,come nel penultimo post,ma almeno vorrei confrontarmi con voi rispetto alle politiche del territorio.
Vi faccio un paio di domande:sapete che i 20 parchi lombardi sono gestiti da consorzi che costano un sacco di soldi,nel senso che ogni parco ha un consiglio di amministrazione che el custa un sacc de danee…scusate i termini milanesi,ma andava detto. Questo c.d.a. non deve fare altro che far rispettare le leggi di tutela e vincoli imposti dalla regione e parlare con i Sindaci,se questi hanno intenzione di variare i loro piani regolatori,…quindi dico perchè tenere in pieni questo ambaradam se potremmo usare un persona (leggi direttore),che segue pedissequamente le norme impartite dalla Regione?
Last but not Least,avete visto con me sono spesso conciati i parchi?Non intendo quelli cittadini,quelli ne parleremo un’altra volta,ma quelli magari di cintura?

Insomma, pare che nella migliore tradizione di raffinatezza pianificatoria e culturale, si voglia far piazza pulita di un “ambaradam” (ci-ci-co-co?) che comprende tutto quanto al mondo non va a genio, tipo la democrazia, che quando non si tratta degli emolumenti degli assessori “la custa un sacc de danee”.

Firmiamo. Che quello non ci costa niente. E faremo felice anche Davide Boni. Lui non se ne accorgerà, ma sarà più felice.
Al sito www.piccolaterra.itdella Associazione “La Rondine”: troverete l’ avviso pulsante “ cliccate qui per aderire alla raccolta firme

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