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Un esperto della fragilità delle nostre terre e di cò che va fatto per ridurne i rischi critica il chiacchiericcio delle proposte mainstream e indica le vie della saggezza e dell'esperienza. Associazione Bianchi Bandinelli online 9 settembre 2016

Ancora una volta, dopo la tragedia di Amatrice, la TV e la rete sono sommerse di dichiarazioni del giorno dopo da parte di autorevoli fonti del governo e della politica sull’intenzione di mandare a definitiva soluzione il problema del “rischio simico”. Di fronte al piglio risoluto, decisionista, ormai consueto, con cui è proposto l’impegno, i cittadini sparsi lungo la penisola – ai quali l’ultimo disastro ha ricordato che dalle loro parti il terremoto tira – non possono che aprire una partita di credito.

Ennesime delusioni? Probabilmente sì se si dovesse dar retta ai primi spartiti suonati sugli organi d’informazione: il libretto del fabbricato e il programma Casa Italia al quale un numero imprecisato di generazioni si dovrà dedicare per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio italiano, ma anche affrontare il problema delle periferie, degli impianti sportivi e del risparmio energetico.

Per rendere meno catastrofici i terremoti che verranno si ritiene sufficiente promettere un po’ di soldi all’anno per tanti anni da spalmare su tutto il territorio nazionale e su un coacervo di temi. Soldi che le regioni si divideranno, che poi ciascuna distribuirà tra i comuni e qualche altro centro di spesa. Finanziamenti della cui stringente finalizzazione nessuno sarà più davvero consapevole, così come nessuno sarà responsabile del loro monitoraggio e controllo.

Sembrano proposte che vengono da un paese senza memoria, che non corregge le ragioni degli insuccessi, dove il Governo una volta preso l’impegno di distribuire risorse, in un clima di solidarietà, ritiene di aver fatto la sua parte per intero. Al di là del merito delle soluzioni prospettate, suscita poca fiducia l’approccio impulsivo ad un tema molto complesso.

Ogni terremoto, ogni emergenza, ogni ricostruzione ha impartito una lezione di cui chi ha governato avrebbe dovuto tener conto, con la forza e la determinazione necessaria. Dal Belice nel ’68 fino alla scossa del 24 agosto, con in mezzo il Friuli, l’Irpinia, l’Umbria-Marche, San Giuliano, L’Aquila, l’Emilia e tanti altri eventi solo un po’ meno severi, sono stati spesi 150 miliardi di Euro per ricostruire e, soprattutto, è stato pagato un altissimo tributo di vite umane.

Nei giorni luttuosi di Amatrice, Accumoli e Arquata, si è detto di tutto sulla necessità di trovare una soluzione alla irrisolta fragilità di case, scuole, caserme, strade, chiese, ospedali; ma da quelle parti, dove si sapeva davvero bene che il terremoto tira, sembra che nessuno si sia posto, almeno dopo L’Aquila distrutta nel 2009, il problema di individuare quante e quali criticità sarebbero drammaticamente emerse se un terremoto simile a quelli del passato si fosse ripetuto; e nemmeno che distanza vi fosse in quei luoghi dai livelli di accettabilità del rischio, e non solo per la violenza della scossa ma piuttosto per la irrisolta estrema vulnerabilità di case, scuole, ospedali, fabbriche, caserme, chiese e ponti.

Allora bisogna chiedersi perché, dopo tante promesse formulate e mai mantenute, non sia possibile, il giorno dopo, parlare di inevitabili perdite piuttosto che di inaccettabile strage. Il patrimonio edilizio si è dimostrato fragilissimo; la lunghissima applicazione della normativa sismica non ha dato quel che non poteva dare, ovvero la protezione dei centri storici, ma non ha nemmeno conseguito il risultato atteso: la protezione della vita umana negli edifici più recenti o sui quali si era recentemente intervenuti per migliorarli.

Le macerie di Amatrice, tuttavia, mostrano anche l’inefficacia degli altri strumenti di protezione messi in campo negli ultimi decenni, che stentano a raggiungere il loro obiettivo: la concessione di incentivi per la riduzione della vulnerabilità delle abitazioni, gli interventi sugli edifici strategici e sensibili, e poi l’irrisolta fragilità delle infrastrutture di collegamento viario essenziali in emergenza. Insomma, una sconfitta completa. Le analisi e le indagini che saranno fatte, anche dalla magistratura, spiegheranno perché tutto questo è successo. Dimostreranno probabilmente che la responsabilità non è della qualità degli strumenti messi in campo ma piuttosto del come sono stati utilizzati o del perché non sono stati utilizzati.

Ma la sostanza del problema, a fronte del fatto che l’inefficacia di quegli strumenti non è episodica ma sistematica, non cambia di molto: il paese resta enormemente vulnerabile, incapace di assorbire l’impatto di terremoti che si possono ripetere in alcune aree con intensità anche superiori di quella registrata a L’Aquila o ad Amatrice. C’è un enorme squilibrio tra la limitatezza delle risorse che possono essere impegnate e quelle necessarie per ridurre il rischio a cui sono esposte le popolazioni, i beni e il patrimonio storico, artistico e culturale del paese.

Sembra proprio il caso di sottoporre la strategia di riduzione del rischio sismico (ammesso che se ne sia mai perseguita una) a una verifica, e chiedersi se non si possa fare anche qualcosa di più e magari di diverso. Essendovi una certa urgenza, tenuto conto della frequenza con cui i terremoti distruttivi si manifestano, se i soldi sono pochi e le esigenze tante, il buon senso suggerirebbe di utilizzarli dove il rischio è maggiore. Più che continuare con logiche d’intervento su tutto il territorio nazionale, a pioggia, affinché tutti abbiano la loro parte, sarebbe consigliabile farsi guidare da scienza e conoscenza, operare delle scelte a costo di correre il rischio di non centrare sempre il risultato, ma con maggiori garanzie di non sprecare risorse. D’altronde quello di fare delle scelte, di assumersi responsabilità, è il compito di chi governa. Nelle strategie di riduzione dei tanti rischi che incidono su una comunità, in base alla loro dimensione, frequenza ed incidenza, è necessario scegliere come distribuire le poche risorse rispetto alle tante esigenze.

Ciò che è emerso nel dibattito post Amatrice è la riproposizione di interventi a tutto campo e, tra questi, anche un po’ di prevenzione sismica di durata secolare, confidando nella continuità dell’azione politico-amministrativa, senza considerare che nel frattempo un terremoto distruttivo ogni 5-6 anni colpirà il paese, (quasi) certamente dove è già passato. In due generazioni o in settanta anni ci saranno probabilmente una mezza dozzina di forti terremoti. Quando capiteranno qualcuno dirà agli impauriti cittadini superstiti che l’azione di prevenzione avviata dopo il lontano terremoto del 2016 ad Amatrice continua indefessa e che prima o poi il paese sarà salvo.

Lo Stato centrale, i governi che si succederanno, reperite le risorse riterranno di aver assolto alle proprie responsabilità. Spesso a voler promettere troppo si rischia di non ottenere nulla. Il piano Casa Italia che ha preso forma nei salotti buoni televisivi è certamente troppo ambizioso se confrontato con le dimensioni e la natura dei temi che si vogliono risolvere; troppo semplice ritenere che sia sufficiente diluire nel tempo un intervento molto complicato; ma anche troppo facile rispetto ai livelli di responsabilità che ci si deve assumere di fronte al ripetersi di eventi a carattere catastrofico. Se ritornano alla mente le parole del presidente Mattarella oggi, ma anche e soprattutto a quelle di Pertini ai tempi dell’Irpinia, si percepisce l’invito allo Stato, ai governi di ritagliarsi un proprio livello di responsabilità nell’azione di prevenzione dai terremoti, nell’indirizzamento, finalizzazione, controllo di legittimità e qualità dell’utilizzo delle risorse.

Ci si dovrebbe forse concentrare su quella stretta e lunga macchia più scura nelle carte di pericolosità riportata il giorno dopo Amatrice da tutti gli organi di informazione, che parte dal nord-est, corre lungo l’appennino e passa lo Stretto di Messina, fino a dilatarsi attorno all’Etna. Al suo interno sono circa 3000 i comuni a maggior rischio sismico; presi a gruppi accomunati dallo stesso destino rispetto al terremoto potrebbero diventare l’obiettivo di un diverso modo di promettere maggiore sicurezza: lo sviluppo delle conoscenze, la straordinaria evoluzione delle tecnologie di acquisizione, organizzazione e analisi dei dati, potrebbero certamente concorrere a realizzare una piccola rivoluzione.

Si potrebbe pensare che la previsione, la prevenzione e la pianificazione dell’emergenza non siano azioni da tenere separate come lo sono state finora. La previsione non è certo quella del quando un evento si verificherà, ma quella del dove può colpire e che cosa lì potrà accadere; un’azione di prevenzione diversa sarà proprio quella indirizzata dai risultati, limitati ma preziosi, di questa previsione. Sarà efficace una prevenzione che utilizzi gli strumenti di riduzione delle vulnerabilità in modo più incisivo, con interventi mirati e ordinati per priorità e su “oggetti” individuati. Infine la pianificazione dell’emergenza deve sviluppare scenari in grado di prefigurare un quadro dettagliato delle criticità che, un attimo dopo l’evento, debbono essere affrontate e risolte.

Amatrice è in un’area caratterizzata da una delle sismicità più elevate dell’Appennino centrale, non è ammissibile che possa rimanere isolata perché nessuno dei ponti che le garantiscono la raggiungibilità è sufficiente protetto dal terremoto; non è accettabile che a nessun livello di responsabilità si sia pensato a garantire le infrastrutture strategiche per il soccorso. Nel manifestarsi del terremoto diviene critico ciò che era già vulnerabile. Il piano d’emergenza può divenire uno strumento di individuazione puntuale della vulnerabilità, e uno strumento utile a definire, anche sul piano delle priorità, gli interventi di prevenzione.

L’utopia della “messa in sicurezza dell’intero patrimonio edilizio, ci volessero cent’anni”, sulla quale sono stati intrattenuti dai teleschermi i cittadini impauriti dall’ultimo disastro, potrebbe confrontarsi con la possibilità di adottare un approccio più circoscritto, concentrando le risorse nelle aree note a maggior rischio, attraverso programmi nazionali definiti, monitorati e verificati a livello centrale, attuati attraverso le regioni interessate e alimentati dal livello comunale. La prevenzione non si eserciterebbe più solo attraverso prescrizioni normative da applicare a porzioni di territorio accreditate di un determinato livello di sismicità, ma piuttosto attraverso una puntuale verifica di vulnerabilità di “oggetti” individuati dallo scenario di piano: non solo edifici e infrastrutture, ma anche sistemi, reti e funzioni di servizio.

Una scelta coraggiosa, fatta in modo innovativo in un paese che ha problemi diversi da tutti gli altri: la necessità di proteggere le sue popolazioni e al contempo di conservare integra la sua storia meno recente fatta di straordinari paesi appesi ai versanti, pieni di preziose testimonianze, di cultura e tradizioni. Nel momento in cui il dopo terremoto ripetutamente si consuma nella tragedia e genera la comprensione e la solidarietà del mondo, è forse legittimo trovare nuove strade, soluzioni diverse per ridurre la straordinaria vulnerabilità del paese, per cambiar verso davvero all’Italia rispetto ad uno dei suoi più gravi problemi.

Anche la Sardegna vive i fenomeni che portano alla distruzione dei patrimoni storici su cui poggiano le identità dei popoli. In Sardegna con una velocità maggiore che altrove, per le caratteristiche delle aree interne e le politiche dissennate sulle coste, prima e dopo la parentesi del governo Soru. La Nuova Sardegna, 30 agosto 2016

Mi capita d' estate di andare dalla costa occidentale dell'isola a quella orientale attraversando paesi, uno in particolare. Malinconico tour spinto dalla curiosità pure quest'anno, sotto Ferragosto. Speranzoso di ritrovarla, a metà mattina, quella riunione di anziani all'ombra di un un fico in uno slargo nel percorso. Da un paio d'anni non si vede (quasi) più nessuno lì nei pressi. Facile immaginare che quel gruppo in bianco e nero si sia sciolto. D'altra parte quel paese è quasi vuoto, chiuso e non per ferie, abbandonati i palazzetti più rifiniti, vessilli di un impegno civico orgoglioso. Lo so che un terremoto è un terremoto. Ma fa impressione pure la fine lenta di un paese, vedere la svalutazione progressiva di ogni sua parte, l' inutilità di tutto ciò che lo ha reso vivo, come quel riparo dal sole, minimalista, ma che ha ospitato più dibattiti del centro congressi di Alghero. Impressionante, più della diagnosi dei demografi sulla crisi di oltre 200 paesi sardi. Una settantina stanno peggio, la metà destinata a svuotarsi nel giro di 15-30anni. 0ltre un terzo del territorio coinvolto.

E si sa, la percezione del declino accelera lo spopolamento, specialmente di chi non ce la fa a sopportare disoccupazione + isolamento, “poca vita, sempre quella” è la sintesi di Lucio Dalla. E a poco servono gli appelli a “fare sistema”, tottumpare tutti insieme per risparmiare sui servizi.

L'allarme è stato lanciato da anni. Nell'indifferenza verso un troppo piccolo bacino elettorale. E per quanto sia un comune su cinque ad esaurirsi in tempi brevi, nessun tentativo di soccorso: la fine data per scontata come nella profezia del romanzo di Garcia Marquez, “il futuro non esiste, né mai è esistito sotto il cielo di Macondo”.

Succede anche altrove; ma è peggio in un'isola povera che si spopola anche nelle città, e dove le crescite sono spesso controsensi. Altro che due velocità! In realtà c'è una Sardegna che arretra per sparire. E un'altra dove lo sviluppo edilizio produce insediamenti invivibili, e non solo perché la terra si scioglie sotto i piedi quando piove più forte.

In fondo la sorte della Sardegna ha a che fare con questa schizofrenia, spiegata dal mercato immobiliare, un terrazzo di pochi mq sul mare che può costare quanto qualche ettaro di campagna a una trentina di chilometri verso l'interno.

Per questo vorremmo saperne di più su contenuti e progressi della strategia delineata nella delibera del governo regionale (marzo 2015), obbiettivo “un'inversione del trend demografico”. Vedremo com'è il programma per creare occupazione – lì e ora –, perché senza lavoro non ci sono ragioni che possano trattenere gli abitanti di quei paesi o attirarne di nuovi.

E poi i tempi, perché il tic tac del conto alla rovescia comincia a sentirsi. E se non si agisce finché c'è ancora qualche forza residua in quelle aree, credo che sarà complicato dare senso a vuoti incustoditi, a disposizione di incendiari e per scorrerie postmoderne, nel solco di quelle degli speculatori dell'energia.

Inimmaginabile la Sardegna senza i suoi paesi (il cui valore lo capisci dalla volontà dei terremotati marchigiani a ricostruirli dov'erano). Ed è ragionevole attendersi un impegno straordinario dello Stato (magari annunciato da un tweet di Renzi #lasardegna.nelcuore). E un impetuoso andirivieni tra Roma e Bruxelles delle autorità dell'isola, decise a farsi sentire, il piglio di chi raccoglie la sfida, tipo Al Pacino nel film, “dico quello che penso e faccio quello che dico”. Perché nessuno creda che ci basti un ripiego, che so, l'itinerario attrezzato delle ghost town per i turisti nei giorni no-mare.

Insomma servirebbe un capitolo dedicato allo spopolamento in ogni dossier riguardante l'isola. Pure in quello presentato a Sassari a luglio. E quindi un progetto, dove sia scritto chiaro quali risultati ci possiamo aspettare ed entro quanto tempo. Se non possiamo contare sulla passione, in €, che si mette per salvare una banca, dobbiamo pretendere che almeno si ristabilisca una dignitosa proporzione. In fondo si tratta di paesi, una storia che non può finire.

Nell'icona una foto di Gianni Berengo Gardin ripresa, a Carloforte

«L’apporto dei migranti può essere significativo proprio rispetto a quella cura del territorio e a quella preservazione del paesaggio culturale, che appaiono i requisiti fondamentali per uno sviluppo montano sostenibile in zone soggette a rischio idrogeologico». Informazione sostenibile, 19 luglio 2016 (p.d.)

1. Introduzione

Sviluppo del turismo e immigrazione straniera sono due fenomeni tra di loro in relazione da tempo in molte località delle Alpi italiane: in quelle più rinomate la presenza dei “migranti economici” è ormai consolidata, dal settore alberghiero alla ristorazione, dalle pulizie ai servizi alla persona, fino alla costruzione e manutenzione degli impianti di risalita. In anni più recenti, poi, i migranti hanno raggiunto anche le località montane meno note, ma connotate comunque da qualche forma di turismo, spesso caratterizzato per numeri contenuti di ospiti e dimensione slow dell’accoglienza: in questi luoghi gli stranieri trovano impiego in misura più ridotta nel comparto turistico, mentre perlopiù lavorano nel settore primario (agricoltura, taglio del bosco…), nell’edilizia, nel commercio (Dislivelli.eu, n.64/2016).

A questo fenomeno, ormai consolidato, si aggiunge da qualche tempo una novità di rilievo, che viene di fatto ad interfacciarsi con la dimensione turistica alpina: una seconda categoria di stranieri, i rifugiati, comincia infatti a popolare alcune di queste località montane “minori”, in conseguenza di politiche nazionali di smistamento e ricollocazione dei richiedenti asilo su tutto il territorio italiano.

Era dunque facilmente prevedibile che, da più parti, si sarebbe individuato nel fenomeno dei rifugiati una minaccia per il turismo alpino, in un periodo già connotato da perdurante crisi economica e calo delle presenze nelle strutture ricettive: sebbene ancora limitate, già da un paio d’anni si segnalano proteste in diversi comuni montani (di solito organizzate da forze politiche xenofobe) contro la collocazione degli immigrati sul territorio, anche laddove si tratti di piccoli gruppi, alloggiati in strutture dismesse o sotto-utilizzate.

L’arrivo dei rifugiati nell’arco alpino pone dunque nuovi interrogativi rispetto al nesso – già in atto e potenziale – tra immigrazione straniera e turismo: questa nuova popolazione di immigrati, che appartiene più che mai alla categoria dei “montanari per forza” (essendo normativamente costretti a vivere temporaneamente in montagna), viene infatti ad insediarsi in zone in cui spesso si vanno investendo risorse e aspettative per il mantenimento (o la costruzione) di identità montane “per scelta”, funzionali (almeno in parte) alla preservazione o invenzione di determinate immagini turistiche, nell’ambito di economie locali decisamente dipendenti dal mondo urbano. La dialettica tra costrizione e scelta rischia allora di assumere le forme della contrapposizione tra economia turistica (basata sull’offerta ai cittadini di beni culturali, come il paesaggio, e di servizi ad alto contenuto simbolico, come quelli ricettivi di tipo “sostenibile”) ed economia dell’accoglienza (legata invece alla sopravvivenza materiale in loco degli stranieri ospitati, con una caratterizzazione materiale e simbolica di segno ben diverso).

Come discuterò in questo articolo, non sono pochi i casi in cui questa contrapposizione potenziale si va risolvendo tuttavia in qualche tipo di relazione positiva, laddove l’inserimento sociale dei rifugiati diventa occasione per il rilancio innovativo, così come per la gestione ordinaria, di alcuni aspetti del turismo montano nelle località in cui gli stranieri sono stati accolti.

Nel suo complesso, la presenza straniera nelle Alpi italiane è cresciuta significativamente negli ultimi 10-15 anni: si tratta essenzialmente di soggetti che provengono dai Paesi extra UE a forte pressione migratoria o da quelli neo comunitari dell’Europa orientale. E’ questo un fenomeno da lungo tempo connesso alla cosiddetta “migrazione economica” (quella di chi è mosso dalla ricerca di migliori condizioni di vita, in senso lato, a partire dalla dimensione lavorativa) ma, in anni recenti, va assumendo un peso significativo anche la componente migratoria costituita dai richiedenti asilo e protezione umanitaria, in fuga da guerre e da condizioni di miseria intollerabili: migranti economici e rifugiati sono oggi ampiamente presenti, dunque, nell’arco alpino italiano, anche se con connotazioni assai diverse tra loro. Questa presenza variegata investe un territorio che si caratterizza storicamente per la sua vocazione turistica, rispetto non solo alle località più note e di grande afflusso, ma anche, in diversi casi, a quelle “minori”, interessate oggi in modo crescente da forme di turismo sostenibile, promosso e praticato da popolazioni urbane di amenity migrants e di rural users.

Nelle località turistiche principali da tempo i migranti economici sono arrivati per la disponibilità di offerte di lavoro a cui molto spesso gli italiani non rispondono, dando luogo spesso alla creazione di “nicchie etniche” rispetto a determinate professioni. Ma i migranti economici si vanno diffondendo sul territorio alpino anche, e oggi soprattutto, al di fuori dei poli turistici più attrattivi, nell’ambito di un più generale movimento di persone (non solo straniere, perché non sono pochi gli italiani tra i “nuovi montanari”) innanzitutto verso la bassa e media montagna, verso le zone meno lontane dai poli urbani di pianura e maggiormente accessibili; un movimento che, in lenta progressione, va raggiungendo anche alcune “aree interne” e località a quote più elevate, laddove siano presenti occasioni di lavoro, disponibilità di immobili a basso costo, e una certa rarefazione sociale, favorevole all’inserimento dei nuovi abitanti (Membretti, 2015). E’ il caso, per esempio, della comunità rumena di Pragelato, comune posto a 1.500 metri di altitudine, nelle “Valli Olimpiche” torinesi: qui, in una località turistica non di primo piano e da tempo in crisi demografica – riscoperta temporaneamente grazie ai Giochi Olimpici Invernali del 2006 – il 25% circa dei residenti sono oggi stranieri (quasi tutti della Romania). Inizialmente richiamati per le realizzazione delle infrastrutture sciistiche, gli immigrati hanno continuato a lavorare nel territorio anche dopo che l’evento sportivo si era concluso, trovando collocazione in diversi settori lasciati scoperti dalla manodopera locale (edilizia, servizi, ma anche commercio) e procedendo quindi ai ricongiungimenti familiari, con un impatto positivo sulla demografia e sull’economia locali.

Se dunque i migranti economici sono da tempo presenti in svariate località turistiche alpine, negli ultimi 2-3 anni una seconda categoria di stranieri, i rifugiati, comincia a popolare, almeno temporaneamente, alcuni di questi territori montani o le zone ad essi limitrofe. In relazione alle politiche del governo nazionale, finalizzate a distribuire sul territorio italiano questi soggetti (cercando di evitare la loro concentrazione al Sud e nelle aree urbano-metropolitane), un certo numero di richiedenti asilo va trovando collocazione (per periodi di tempo solitamente di 6 mesi/1 anno, in attesa di compiere l’iter legato al riconoscimento o meno dello status di rifugiato) nelle aree montane del Nord Italia: questi cittadini stranieri sono ospitati in grandi centri di accoglienza (CAS e CARA), in certi casi situati nelle città pedemontane, oppure in strutture più piccole e diffuse, nell’ambito del modello di accoglienza dello SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati).

La presenza dei rifugiati nelle Alpi italiane, al di là dell’effettiva consistenza numerica del fenomeno (amplificata dai media e da alcuni soggetti politici di matrice xenofoba), è dunque oggi un dato di fatto: considerata la caratterizzazione turistica di questi territori (reale o anche solo a livello di immaginario collettivo, laddove le Alpi sono spesso rappresentate tout court come un grande parco naturale ad uso urbano), era facilmente prevedibile che, da più parti, si sarebbe individuato in questo fenomeno una minaccia per il turismo alpino. In questo articolo, tuttavia, non mi occuperò delle proteste o delle campagne mass-mediatiche contro la presenza dei rifugiati in zone montane (una tra tante, nel 2014, la manifestazione, ribattezzata “lago nostrum”, sulle sponde del lago d’Iseo, che ha visto un gruppo di attivisti dell’organizzazione neofascista Casa Pound gettare in acqua dei manichini neri da una barca). Non mi occuperò neppure della collocazione forzosa dei migranti presso strutture alpine in alta quota (ex caserme, ostelli in disuso, in qualche caso anche bunker della seconda guerra mondiale), lontane da qualsiasi località abitata (turistica o meno), nell’intento evidente di isolare la presenza straniera dal resto del territorio.

Il focus di questo articolo è piuttosto sulla relazione positiva – già in essere o potenziale – tra l’arrivo dei rifugiati e la dimensione turistica montana: il tema sarà inquadrato a livello più generale, partendo dal fenomeno dell’immigrazione straniera nell’arco alpino italiano, per poi essere trattato con riferimento ad alcune buone pratiche di inclusione sociale dei migranti, sviluppatesi in località delle Alpi in cui sono presenti forme di turismo slow e non di massa, correlate alla promozione del territorio nel suo insieme e alla cura e preservazione dei paesaggi culturali delle terre alte.

Considererò dunque dapprima il nesso tra immigrazione e possibile inversione dei trend di spopolamento e di abbandono che da decenni caratterizzano vaste aree montane. Analizzerò quindi più nel dettaglio l’apporto che i rifugiati, in particolare, possono dare rispetto a questi territori, non solo in termini di cura degli stessi (funzionale alla preservazione dei paesaggi culturali verso cui si indirizza un certo tipo di turismo sostenibile) ma, almeno in prospettiva e per una parte di questi soggetti, anche rispetto al ruolo che potrebbero avere nel favorire il ripopolamento delle terre alte, fermandosi a vivere nei luoghi in cui hanno trovato accoglienza. In questa analisi muoverò pertanto da domanda di fondo, che tornerà anche nelle conclusioni, ovvero: da “montanari per forza” è possibile che, perlomeno alcuni degli stranieri accolti nelle Alpi, diventino infine “montanari per scelta”, contribuendo così alla rinascita di quelle località alpine oggi in crisi?

2. Il ruolo dei migranti economici nel neo-popolamento alpino

Dopo decenni di fortissima crisi, in cui la capacità di resilienza dei popoli alpini è sembrata venire meno, schiacciata tra l’emorragia da spopolamento e la colonizzazione (simbolica oltre che socio-economica) operata dai popoli di pianura, oggi sappiamo, da diversi studi e ricerche, che le Alpi sono (di nuovo) in trasformazione (Demochange, 2012). Il mutamento è in atto, e sicuramente uno dei suoi aspetti più rilevanti è proprio quello demografico: la popolazione è tornata a crescere in molte aree (i dati per l’Italia indicano innanzitutto gli assi di Val d’Aosta e Val d’Adige, i comuni periurbani e più prossimi alla pianura, i principali centri sciistici, ma anche alcune “aree interne”), cambiando gli equilibri al ribasso che lo spopolamento e lo “scivolamento a valle” avevano creato. Il tasso medio annuo di incremento della popolazione alpina tra il 2003 e il 2013 è stato pari infatti a +0,49%: sebbene non si tratti di un valore elevato, esso rappresenta comunque un indicatore rilevante rispetto alle dinamiche in corso, la cui caratteristica è quella di manifestarsi tuttavia a “macchia di leopardo” sul territorio; a livello disaggregato, infatti, la situazione è molto variegata ed emergono aree in cui lo spopolamento rappresenta tuttora un grave problema, laddove il 42,1% dei comuni dell’arco alpino italiano presentano tassi di crescita della popolazione nulli o negativi.

Dove presente, l’incremento registrato non è comunque di tipo endogeno – la maggior parte dei comuni alpini mostra un tasso di crescita naturale stabile o negativo – quanto piuttosto di tipo esogeno, ovvero dovuto a quel fenomeno migratorio che riguarda quella categoria che è stata chiamata dei “nuovi montanari”. All’interno di questa ampia e variegata popolazione di nuovi abitanti alpini, è interessante allora indagare il peso numerico e il ruolo che stanno avendo, o potranno avere, nei processi di trasformazione in corso, coloro i quali provengono da ambiti etno-culturali molto distanti, geograficamente ed antropologicamente, dalle terre alte italiane.

Quasi 350.000 stranieri, provenienti in gran parte da Paesi extra-UE (dell’Europa Orientale, del Nord Africa e dell’America Latina, principalmente), risultano residenti, a gennaio del 2014, nei 1.749 comuni italiani il cui territorio è ricompreso nella Convenzione delle Alpi. L’incidenza della popolazione straniera su quella totale appare addirittura superiore, nelle Alpi italiane, rispetto al valore medio nazionale: al 1° gennaio 2013 essa era pari al 78,6 contro il 73,5 per mille, mentre solo in 31 comuni alpini non risultava a tale data risiedere neppure un cittadino straniero (ISTAT e Convenzione delle Alpi, 2014). Secondo le elaborazioni effettuate dalla Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), nei comuni montani del Nord Italia gli stranieri residenti (esclusi dunque i richiedenti asilo e i rifugiati, così come, ovviamente, quelli irregolarmente presenti) arrivano, nel 2013, a quasi 400.000 unità.

Saldi migratori positivi con l’estero si sono rilevati nello scorso decennio nella gran parte dell’area alpina italiana, laddove, con riferimento alla cittadinanza, si osservano concentrazioni di alcune nazionalità in particolari porzioni di territorio, spesso in relazione a determinate attività produttive, di servizio o di trasformazione, in cui gli immigrati trovano occupazione, all’interno di economie che si fondano innanzitutto sul lavoro straniero.

Soggetti portatori di culture, progetti di vita, valori e pratiche che risultano frequentemente agli antipodi di quell’etichetta di staticità residuale, che viene spesso applicata alla montagna, gli immigrati (non solo stranieri, naturalmente, ma anche italiani) sono probabilmente il principale fattore di innovazione presente oggi nell’arco alpino, con il portato di potenzialità e di rischio che ciò comporta per territori fragili, da lungo tempo in crisi e oggi interessati da ambiziose macro-strategie europee di rilancio, quali EUSALP.

Da una recente ricerca, promossa da Dislivelli (Corrado et al., 2014), si evince come tra i “nuovi montanari” siano numerose le provenienze direttamente dall’estero (Romania, Albania, Marocco, tra i primi), le quali risultano più consistenti nei comuni montani più urbanizzati, in quelli più turistici o con particolari specializzazioni produttive (ad es. settore estrattivo, edilizia, artigianato industriale) e nelle fasce periurbane; tra i fattori di attrazione per gli stranieri, si rilevano innanzitutto la disponibilità di alloggi a prezzi contenuti, il minor costo della vita, la possibilità di fuggire il caos delle metropoli (spesso si tratta di persone che provengono in origine da contesti rurali e che ricercano ambienti simili per far crescere i propri figli.

Per quanto concerne il nostro Paese nel suo complesso, al 1° gennaio 2015, in base ai dati forniti dal Ministero dell’Interno, erano regolarmente presenti 3.929.916 cittadini non comunitari (vale la pena di ricordare che la Romania, tra i primi paesi di provenienza degli immigrati stranieri, è da tempo parte dell’Unione Europea: i suoi cittadini quindi non rientrano in questo computo). A livello nazionale, l’incidenza dei soggiornanti non comunitari sul totale della popolazione residente è pari dunque al 6,5% (mentre gli stranieri in totale sono intorno all’8%), ma con una distribuzione territoriale tutt’altro che omogenea: secondo ISTAT, la presenza straniera tocca infatti il suo massimo in Emilia-Romagna (10,6%) e in Lombardia (10,3%), mentre è decisamente più ridotta nelle regioni meridionali. Più in generale, per 13 province, tutte nell’area del Centro-Nord, i soggetti non comunitari sono oltre il 10%. Il Centro-Nord si conferma quindi area privilegiata di presenza di questi cittadini: in particolare, quasi il 36,5% dei soggetti regolarmente presenti ha un permesso di soggiorno che è stato rilasciato o rinnovato nel Nord-Ovest, ovvero in una delle aree del Paese in cui ricade il territorio alpino.

Sempre secondo ISTAT, tra il 2014 e il 2015 il numero di cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia (è aumentato di circa 55mila unità (+1,4%): i paesi più rappresentati sono: Marocco (518.357), Albania (498.419), Cina (332.189), Ucraina (236.682) e Filippine (169.046). I minori stranieri rappresentano ben il 24% dei cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti: il dato è particolarmente rilevante, specie considerando l’elevato invecchiamento della popolazione italiana, che colpisce in particolare proprio le aree montane. L’Italia senza gli immigrati sarebbe infatti un Paese con 2,6 milioni di giovani under 34 in meno e sull’orlo del crack demografico: gli immigrati, come è noto, sono mediamente più giovani degli italiani e mostrano una maggiore propensione a fare figli. Le nascite da almeno un genitore straniero in Italia fanno registrare un costante aumento: +4% dal 2008 al 2015, a fronte di una riduzione del 15,4% delle nascite da entrambi i genitori italiani (CENSIS, 2016).

Infine è utile evidenziare come, anche se si manifesta un forte turn over degli immigrati (acutizzato da un lato dalla crisi economica che ha investito il nostro Paese e, dall’altro, dal peso numerico che sta avendo in tempi recenti il fenomeno dei rifugiati), la quota di soggiornanti di lungo periodo sia cospicua e continui a crescere: si passa infatti da 2.179.607 nel 2014 (il 56,3% sul totale) a 2.248.747 nel 2015 (57,2%).

A fronte di questi dati sul fenomeno migratorio verso il nostro Paese, è utile parallelamente ricordare come il numero degli emigrati italiani all’estero, pari nel 2015 ad oltre 4.600.000, stia raggiungendo quello degli immigrati stranieri in Italia, stimati nel complesso in circa 5 milioni: se l’Italia non si sta spopolando (nelle terre alte come in pianura e nelle città), è ormai dunque solo e unicamente in virtù dell’apporto di popolazione connesso all’immigrazione dall’estero (Dossier IDOS, 2015).

3. Rifugiati e richiedenti asilo nelle Alpi: l’accoglienza nei piccoli comuni di montagna

Se ormai si è consolidato il fenomeno dell’immigrazione cosiddetta “economica”, l’Italia negli ultimi anni è sempre più terra di arrivo di una nuova ondata migratoria, composta innanzitutto da soggetti in fuga da guerre, catastrofi naturali e condizioni socio-politiche intollerabili. Secondo UNHCR, nel corso del 2015, sono sbarcati sulle nostre coste più di 150.000 migranti e sono state ricevute quasi 90.000 richieste d’asilo. Tra la fine del 2015 e i primi mesi del 2016, al fenomeno degli sbarchi si è poi aggiunto quello dei nuovi arrivi via terra, in particolare dai valichi montani al confine con la Slovenia, in virtù dell’apertura del cosiddetto “corridoio balcanico” dalla Grecia. Tra questi nuovi arrivi, si registra un’impennata nelle richieste d’accoglienza indirizzate ad ottenere lo status di rifugiato: al 1° gennaio del 2015, secondo dati ISTAT, gli immigrati presenti in Italia, con regolare permesso di soggiorno rilasciato per motivi umanitari, d’asilo o protezione, erano 100.138 maschi e 17.682 femmine (sono esclusi dal conto i soggetti con permessi di lungo periodo, carte di soggiorno e i minori non accompagnati).

A fronte di questi dati, si rileva già dal 2014 una forte contrazione nel numero dei nuovi permessi di soggiorno per motivi di lavoro (-27.500), che scendono da oltre il 33% del totale nel 2013 al 23% del 2014; parallelamente, come era prevedibile, sono risultati in calo anche i flussi per ricongiungimento familiare (-3.844). Per contro, si è appunto verificata una rilevante crescita dei permessi per asilo e protezione umanitaria (+28.727), che sono più che raddoppiati dal 2013 al 2014, arrivando al 19,3% dei nuovi ingressi.

E’ noto agli operatori del settore come – con l’intenzione governativa di diminuire le concentrazioni presenti nel Sud e nelle grandi aree urbane in genere – una quota non indifferente di questi richiedenti asilo sia stata indirizzata negli ultimi 12-24 mesi verso le aree montane e pedemontane del Paese, e in una certa misura verso i territori alpini e subalpini delle regioni del Nord: qui i migranti sono stati accolti in parte nell’ambito di progetti che fanno riferimento al sistema reticolare dello SPRAR e, in misura maggiore, nei grandi centri definiti con le sigle di CARA (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) e CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria). Appare difficile però fare una fotografia realistica dell’attuale distribuzione di questi soggetti nei territori in questione: infatti i dati ISTAT sugli stranieri regolarmente presenti, in base al tipo di permesso di soggiorno in loro possesso (nel nostro caso, quello per ragioni umanitarie/di asilo/protezione) sono relativi al comune di registrazione del permesso stesso; successivamente il migrante può spostarsi o essere ricollocato in altro luogo e, per i successivi 1-2 anni, non viene di nuovo censito il suo comune di residenza: per conoscerne l’effettiva ubicazione, servirebbe dunque incrociare le informazioni di diverse banche-dati – quali ad esempio quelle degli enti previdenziali o socio-assistenziali – con quelle in possesso delle varie prefetture ed enti locali.

Non mi è finora stato possibile effettuare questo tipo di ricerca (né mi risultano ad oggi ricerche condotte da altri sul tema), motivo per cui mi limito intanto a quantificare la presenza di permessi di soggiorno per ragioni umanitarie nelle regioni che hanno territori alpini, al 1/1/2015 (dato di stock fornito da ISTAT): nel Nord-Ovest si tratta di 24.053 unità e nel Nord-Est di 17.892 unità (escludendo dal computo i permessi di lungo periodo, le carte di soggiorno e i minori non accompagnati), per un totale dunque di 41.945 persone, in grandissima parte di sesso maschile.

Come più sopra anticipato, per chi fa domanda di asilo o protezione internazionale, è prevista l’accoglienza sia nel sistema territoriale diffuso SPRAR, sia, in grandissima parte, nei CARA e nei CAS, grandi (e molto criticate) strutture, destinate a tutti quanti i soggetti che non si riescono ad inserire nelle prime due modalità di accoglienza. Secondo l’Ufficio Pastorale Migranti, nel 2015 sono risultate circa 105.000 in tutto le persone accolte regolarmente in Italia nei tre circuiti SPRAR, CARA e CAS: di queste, 8.000 sono state collocate negli 8 CARA esistenti, 23.000 nella rete SPRAR (che coinvolge 450 degli 8.000 comuni italiani, in base alla libera adesione degli enti in questione). I restanti (ovvero la gran parte, pari ad oltre 70.000 persone) sono nei CAS, centri nati in base a un accordo tra Stato e Regioni e destinati, come da denominazione, ad una forma di accoglienza che dovrebbe essere “straordinaria”, ma che risulta invece ormai consolidata e di lungo termine. Il numero complessivo degli ospiti nelle strutture di prima e seconda accoglienza è in forte crescita, essendo passato dai 22.118 del 2013 ai 123.038 al 6 giugno 2016, con un aumento del 456% (CENSIS, 2016).

I richiedenti asilo hanno una previsione di attesa della risposta per il riconoscimento della protezione da parte delle Commissioni territoriali di circa 12-18 mesi (il tempo equivalente di permanenza dunque nei vari centri di accoglienza): vale la pena qui di ricordare come nel 2014 siano state accolte positivamente solo il 60% circa delle domande presentate, dato in calo nel 2015 e che pone seri interrogativi sulla destinazione finale di quanti vedono rifiutata la propria domanda di asilo.

Nell’ambito del sistema SPRAR, l’accoglienza dei rifugiati nei piccoli comuni alpini è oggi una realtà significativa, non solo a livello numerico, ma rispetto alla sfida che l’arrivo dei migranti pone ad un territorio dove coesistono – con una distribuzione a macchia di leopardo – innovazione e tradizione, connessione montagna-città e profonde sacche di marginalità “interna”, turismo di massa e turismo sostenibile di nicchia, spopolamento cronico e tendenze verso il neopopolamento (secondo i dati di Fondazione Montagne Italia, tra il 1951 e il 2001, 2.283 Comuni italiani hanno subito una perdita di potenziale insediativo: di questi, 1.678 sono in montagna). Come è stato affermato in occasione della Presentazione del primo Rapporto di Fondazione Montagne Italia (Ottobre 2015):

“I progetti migliori d’accoglienza nel territorio nazionale vengono dai piccoli Comuni di montagna, perché i numeri ridotti rendono la situazione più facilmente affrontabile rispetto alle realtà metropolitane (..). Il processo di diluizione della presenza antropica in montagna può essere sopperito in parte dalla presenza di immigrati che lavorano e richiedono servizi. Servono programmazione e strategie. I Comuni non devono agire da soli, ma le politiche sono da attuare a livello sovracomunale”.

De Menech, Presidente Intergruppo Parlamentare per la Montagna

Il modello di accoglienza che mi interessa in questa sede considerare è dunque quello che offre più possibilità per un inserimento effettivo (temporaneo ma anche, in alcuni casi, con prospettive di insediamento stabile) degli stranieri nei contesti locali, in rapporto poi, in particolare, alla dimensione turistica (e, più in generale, di sviluppo) dei territori alpini in questione: si tratta dunque del modello attuato dalla rete SPRAR, articolata nel 2014, a livello nazionale, in 432 progetti, in cui sono coinvolti 381 enti locali (comuni, unioni di comuni e altri enti sovracomunali): nell’ambito di questa rete, si segnala appunto l’attivismo dei piccoli comuni montani, soprattutto nel Nord-Ovest del Paese.

Con riferimento alle provincie del Nord Italia, il cui territorio è almeno in parte alpino (dalla Liguria sino al Friuli Venezia-Giulia), le permanenze complessive degli immigrati nel sistema SPRAR sono state nel 2015 pari a 2.820. Nel 2016 i posti disponibili nel sistema sono pari invece a 1.723, considerando che ogni posto, nel corso dell’anno, può essere occupato da più di una persona, in turn over (fonte: Cittalia).

Se andiamo invece ad estrarre solo i comuni prettamente montani, classificati come alpini dalla Convenzione delle Alpi, il dato viene fortemente ridimensionato, così come si evidenzia che non tutte le regioni con territorio alpino hanno attivato progetti SPRAR in ambito montano.

A fronte di 473 posti disponibili nelle strutture, i comuni alpini hanno dunque registrato nel 2015 quasi 800 presenze di richiedenti asilo: in termini assoluti, così come relativamente al totale degli arrivi, il numero non è molto elevato, specialmente se pensiamo alla grande disponibilità di spazi ed edifici non utilizzati, diffusi in ambito alpino, in contesti spesso caratterizzati da elevata rarefazione sociale e da abbandono di ampie porzioni di territorio. Tuttavia è un dato interessante, in primo luogo perché segnala come al fenomeno storico dell’immigrazione economica si stia aggiungendo quello dell’accoglienza dei rifugiati in un’area geografica che, da un lato, è investita da fenomeni socio-demografici complessi (tra spopolamento e neopopolamento) e, dall’altro lato, si caratterizza per una dimensione turistica articolata e in mutamento (tra turismo di massa e nuove tendenze sostenibili). In secondo luogo, è interessante perché sappiamo che il sistema SPRAR è ancora del tutto minoritario (ma considerato come eccellenza anche dal governo nazionale) rispetto ai grandi centri di accoglienza che insistono in prossimità dell’area alpina, verso la quale, plausibilmente, si apriranno in futuro sbocchi sempre più consistenti, nell’ambito di politiche di ricollocamento dei migranti al di fuori di ampie concentrazioni di persone, difficilmente gestibili sul medio-lungo termine.

I comuni coinvolti nei progetti SPRAR in ambito alpino sono tutti caratterizzati per la presenza di qualche forma di turismo, solitamente non di massa e spesso caratterizzato da un’offerta rivolta a chi è in cerca di paesaggi culturali, di modalità lente di fruizione del territorio, di una dimensione montana più raccolta e attenta alla qualità del soggiorno. In Piemonte i territori montani e pedemontani interessati sono quelli del Val di Susa (da sempre sviluppata turisticamente, in stretta relazione con Torino), della Val Sacra (connotata dalla diffusa presenza di siti di interesse religioso), della Val Pellice (parte delle valli valdesi, coinvolte in circuiti turistici storico-culturali) e infine della Provincia di Biella (culla dell’industria laniera e oggi interessata da progetti di turismo sostenibile e culturale, a partire dal locale ecomuseo del biellese). In Lombardia, invece, le aree interessate sono in Provincia di Sondrio, con particolare riferimento alla Valchiavenna e alla Valtellina (sviluppate turisticamente, con la presenza anche di località molto note, quali Livigno, e con le vette più alte della regione); nelle Prealpi bresciane (dove la produzione di vino attira forme di turismo slow e agriturismo) e in Valcamonica (dove è sviluppato il turismo montano nel gruppo dell’Adamello, oltre a quello archeologico, inerente i siti camuni, e a quello più di massa, sul lago d’Iseo); in provincia di Lecco, nella Comunità montana della Valsassina, Valvarrone, Val d’Esino e Riviera (luoghi di interesse turistico tra monti e lago di Como, comprendenti il Parco della Grigna Settentrionale). In Trentino i comuni aderenti alla rete SPRAR sono in Provincia di Trento (e da soli accolgono circa 1/3 di tutti i richiedenti asilo arrivati nel 2015 nei comuni alpini italiani), in un’area che è all’avanguardia rispetto allo sviluppo del turismo sostenibile, mentre in Veneto sono interessate le Prealpi venete, in Provincia di Vicenza (che attraggono innanzitutto turismo locale). Infine, per quanto riguarda il Friuli Venezia-Giulia, sono coinvolti, in Provincia di Udine, il comune di Cividale (l’antica Forum Julii, città longobarda e poi medievale, ricca di risorse turistiche e affacciata sulle Valli del Natisone) e la provincia di Gorizia (terra di confine con la Slovenia, anch’essa meta di turismo).

4. Quando i rifugiati favoriscono il turismo: tre buone pratiche a confronto

Nell’ambito dei contesti territoriali appena considerati si collocano tre esperienze di accoglienza dei rifugiati (tra di loro assai diverse per territorio in cui sono ubicate, attori che le hanno promosse, tipo di interventi previsti) la cui caratteristica comune è quella di aver favorito l’inserimento sociale degli stranieri ospitati tramite la loro attiva partecipazione alla cura del paesaggio culturale e alla promozione turistica delle località montane di destinazione.

Alpi Marittime: il “Parco solidale”

In provincia di Cuneo, in un’area delle Alpi a grande valenza paesaggistica e caratterizzata da uno spopolamento di lunga data, si colloca il Parco Naturale del Marguareis; qui, nel comune di Chiusa di Pesio, il commissario del Parco ha promosso nel 2015 (basandosi solo su fondi propri dell’ente), il progetto “Parco solidale”: 20 richiedenti asilo (provenienti da Kenya, Costa d’Avorio, Nigeria, Gambia e Senegal, e di età compresa fra i 18 e 30 anni), sono stati accolti come volontari per lavorare, per un periodo di 3 mesi, alla manutenzione e alla promozione turistica del territorio protetto, tramite un accordo con la Prefettura di Cuneo e con l’accompagnamento di una parallela azione di sensibilizzazione nei confronti della comunità locale ospitante.

Durante l’estate gli immigrati (ospitati in due agriturismi della zona) sono stati dunque impegnati nelle attività di pulizia e riordino dei sentieri dell’area protetta, nella manutenzione delle aree attrezzate fra la Certosa di Pesio ed il Piano delle Gorre, ma anche in supporto ai servizi di accoglienza turistica (informazioni ai viandanti, apposizione di segnaletica, ecc.), rivolti ad escursionisti e famiglie. La loro attività di cura del territorio si è anche svolta nelle Riserve Naturali di Crava-Morozzo e di Benevagienna, così come in Alta Val Tanaro (dove hanno soggiornato per un periodo in una baita di montagna) e nella Riserva Naturale dei Ciciu. L’Ente Parco si è occupato di fornire una formazione di base ai migranti che hanno aderito al progetto (attivando in tal senso i propri operatori) e di dotarli delle adeguate calzature, della maglietta che li identifica come volontari del “Parco solidale” e dell’idonea strumentazione di lavoro e antinfortunistica.

I risultati si sono visti non solo sul piano della cura del territorio, ma anche su quello dell’inclusione sociale e dell’accettazione dello straniero; come spiega infatti Andreino Ponso (medico e assessore di Chiusa di Pesio), «i nostri cittadini hanno superato molte diffidenze e oggi guardano quelle persone in modo diverso. Hanno capito che non sono un pericolo come qualcuno con molta demagogia voleva fare credere. Certo, non è stato semplice, non tutti hanno compreso. Ma abbiamo visto mutare l’atteggiamento della gente».

Alpi Biellesi: “Sent-ieri, oggi e domani”

A Pettinengo, località nota come “il balcone del biellese” e fino a pochi anni fa connotata dalla presenza di lunga data dell’industria tessile legata ai maglifici (oggi tutti chiusi), Pacefuturo ONLUS (attiva da anni nel settore dell’inclusione sociale dei “soggetti svantaggiati”) ha dato vita al progetto “Sent-ieri, oggi e domani”. L’iniziativa, che ha origine nel 2008 dalla collaborazione con l’Amministrazione Comunale e che vede il coinvolgimento fin da subito della comunità locale, è stata finalizzata a riportare alla luce oltre 10 km di vecchi “sentieri operai”, valorizzando nel contempo i boschi e il paesaggio culturale da essi segnati; in questo modo, si è inteso dare vita alla trasformazione responsabile di un territorio in crisi socio-economica e identitaria, coniugando crescita culturale, valorizzazione turistica e solidarietà sociale. Nel territorio comunale, infatti, si diramano camminamenti, oggi ignoti ai più, che collegavano le cascine e le varie frazioni più alte del paese (da cui provenivano i contadini-operai, nel loro pendolarismo lavorativo quotidiano) ai siti degli opifici oggi dismessi, tra cui spicca l’ex Maglificio Bellia (famoso per il marchio Liabel).

L’obiettivo di questa azione è quello di promuovere un modello partecipativo di valorizzazione e di gestione del paesaggio, da un lato creando degli itinerari turistici legati alla pratica di attività outdoor ed alla fruizione di percorsi culturali, e, dall’altro lato, contribuendo alla salvaguardia dell’ambiente dal degrado e dal rischio idrogeologico, dovuti all’abbandono. Allo stesso tempo, l’intervento mira a favorire la riscoperta delle radici identitarie locali, attraverso il recupero delle testimonianze storico-artistiche presenti (sentieri operai, archeologia industriale, cappelle votive, ecc.), restituendone così alla memoria collettiva gli antichi saperi.

Nell’ambito di questa progettualità, dal 2014, l’associazione Pacefuturo, in convenzione con la Prefettura di Biella, ha iniziato a dare accoglienza, a partire dalle proprie strutture (tra cui una villa storica e alcune depandances), ad un gruppo di Richiedenti Protezione Internazionale di origine africana, arrivando nel 2016 ad ospitare a Pettinengo oltre 100 profughi, di diverse nazionalità. Un buon numero di questi soggetti sono stati progressivamente inseriti nel progetto di recupero della sentieristica e dei manufatti architettonici rurali (grazie ad un accordo quadro sul volontariato dei rifugiati, firmato tra Enti pubblici e soggetti gestori), venendo iscritti come soci alla ONLUS e contribuendo, con lavoro volontario, alla cura e manutenzione dei percorsi, nonché alla loro promozione turistica (apposizione di segnaletica, ecc.). Nel contempo, diversi rifugiati sono attivi in modo continuativo nella pulizia del bosco, nella raccolta di legna da ardere (che viene poi consegnata gratuitamente agli anziani del paese) e in altre attività socialmente utili, finalizzate tanto a sostenere il turismo locale, quanto a favorire la permanenza in montagna dei residenti più fragili, specialmente nei mesi invernali. Il progetto è tuttora in corso e vede allargarsi progressivamente il numero degli stranieri coinvolti nelle attività previste.


Val Camonica: “La valle accogliente”
La Valle Camonica, in provincia di Brescia, è oggi un territorio in trasformazione, a cavallo tra economia industriale (siderurgica, tessile, di sfruttamento delle risorse idroelettriche), oggi parzialmente in crisi, e dimensione turistica (in parte ancora da sviluppare e da rendere più sostenibile), legata ai suoi siti archeologici e alle località montane, a partire dal Parco dell’Adamello e dai comprensori sciistici del Passo del Tonale e dell’Aprica. Dal 2011 si è andata costruendo in valle una rete SPRAR (composta da provincia di Brescia, Comunità Montana di Valle Camonica e da 46 comuni della zona), che ha portato sul territorio i primi cento richiedenti asilo, distribuiti in numerose località, solitamente in piccoli gruppi: a gennaio 2016 i soggetti stranieri presenti erano 353, secondo un un modello di accoglienza decentrato e diffuso, riconosciuto come buona pratica in diversi studi e ricerche del settore (Erba, Pennacchio & Turelli, 2015).

Il progetto SPRAR “La valle accogliente” costituisce una risposta bottom-up alla prima azione di collocamento dei migranti sul territorio, avvenuta sempre nel 2011 ma con modalità top-down, quando un centinaio di richiedenti asilo (nell’ambito della cosiddetta “’Emergenza Nord Africa”) erano stati insediati a Montecampione (a 1800 metri di altitudine), in una struttura alberghiera da tempo abbandonata, con modalità di accoglienza del tutto inadeguate (mancanza dei servizi essenziali, lontananza dai centri abitati, affollamento abitativo, ecc.). Tra i promotori più attivi del nuovo progetto si segnala da subito la cooperativa sociale K-Pax, che opera a Breno, comune montano di circa 5000 abitanti, posto in media Val Camonica e principale centro amministrativo della zona. Nonostante il clima sociale inizialmente contrario all’accoglienza (con gravi episodi di intolleranza razzista, fomentati da forze politiche xenofobe), la cooperativa dà vita alla ristrutturazione e alla riapertura di un albergo da tempo dismesso, l’Hotel Giardino, unica struttura ricettiva presente nel comune. L’intervento ha favorito la riscoperta della vocazione turistica del territorio, creando posti di lavoro per alcuni residenti italiani e, nel contempo, inserendo attivamente altrettanti rifugiati stranieri, come personale alberghiero, ma anche in attività di promozione turistica e, parallelamente, di informazione sul tema delle migrazioni (anche tramite l’organizzazione del Festival “Abbracciamondo”, rassegna di eventi interculturali, diffusa su tutto il territorio della valle).

L’albergo, ristrutturato e interamente rinnovato, è diventato così l’Eco-Hotel socio-culturale “Il Giardino”, una struttura (unica in Val Camonica) che punta a valorizzare l’utilizzo dei prodotti a Km zero, promuovendo nel contempo le visite guidate agli alpeggi della zona, l’organizzazione di eventi culturali per residenti e turisti, i corsi di cucina, ma anche i servizi di bike-sharing e di book-crossing, sempre nel segno dell’interculturalità, legata al coinvolgimento dei migranti nelle varie attività del previste, i cui ricavi sono interamente investiti in progetti di housing sociale rivolti ai rifugiati.

5. Conclusioni: turismo sostenibile, cura del territorio e neo-popolamento alpino

Le buone pratiche più sopra discusse ci insegnano qualcosa di importante rispetto al nesso possibile tra l’immigrazione straniera – con un riferimento particolare all’accoglienza dei rifugiati – e il turismo montano: innanzitutto, l’apporto dei migranti può essere significativo proprio rispetto a quella cura del territorio e a quella preservazione del paesaggio culturale, che appaiono i requisiti fondamentali per uno sviluppo montano sostenibile e turisticamente attrattivo, in zone soggette a rischio idrogeologico e caratterizzate spesso da significative risorse ambientali e culturali da preservare.

In secondo luogo, l’inserimento lavorativo dei rifugiati può rappresentare un fattore importante nel rilanciare attività ricettive e di servizio eco-turistiche, la cui sostenibilità sia basata sulla logica dell’impresa sociale (a cavallo tra agire nonprofit e creazione di utili), piuttosto che su quella del mercato puro (spesso inadeguata allo sviluppo di iniziative turistiche ed economiche in contesti montani “minori”)..

Ma i rifugiati rappresentano anche una risorsa potenziale per favorire la resilienza di comunità di montagna in crisi economica e identitaria: la sfida socio-culturale posta dagli stranieri (laddove la loro presenza sia gestita con accortezza rispetto al loro numero e alle modalità del loro inserimento) può infatti rappresentare un’occasione per il ripensamento di identità locali altrimenti a rischio di “museificazione folkloristica”. Come ci ricorda Montandon: "Lo straniero evidentemente viene a sconvolgere le cose, l’immobilità, la stagnazione, l’inerzia, il marasma, il torpore, l’abbattimento, la letargia che regnano nella piccola società. Egli introduce un movimento, una turbolenza […] Lo straniero ha un ruolo rivelatore". Ripensare queste identità territoriali in una direzione innovativa e inclusiva delle diversità, può anche avere un impatto turistico, come ci mostra il caso (agli antipodi delle Alpi) di Riace Calabro, che ha sviluppato un “turismo dell’accoglienza”, centrato proprio sull’inserimento intelligente dei migranti nel tessuto socio-economico locale.

Non da ultimo, la permanenza durante tutto l’anno dei rifugiati nei comuni alpini ad offerta turistica può contrastare quella desertificazione sociale, tipica della “stagione morta”: i migranti possono costituire un presidio del territorio che può valere dal punto di vista del controllo del dissesto idro-geologico, dell’offerta di servizi ai residenti storici (spesso anziani) e, più in generale, dell’antropizzazione di luoghi altrimenti a lungo spopolati.

Se dunque le Alpi tornassero ad essere “terra d’asilo”, come storicamente sono state tante volte rispetto ai “forestieri”, non è insensato ipotizzare che, in prospettiva, alcuni di questi stranieri, oggi “montanari per forza”, potrebbero divenire in futuro “montanari per scelta”, contribuendo a quel ripopolamento delle terre alte, senza il quale non possono esistere né identità locali vive, né tantomeno alcun sistema turistico attivo e sostenibile.

Andrea Membretti è Dottore di Ricerca in Sociologia, insegna Sociologia del Territorio all’Università di Pavia. Studia le dinamiche socio-demografiche legate all’immigrazione e al neo-popolamento nei territori montani. Cura la rubrica “Montanari per forza” sulla rivista Dislivelli.eu

Riferimenti bibliografici essenziali:

Convenzione delle Alpi (2015), Cambiamenti demografici nelle Alpi. Quinta relazione sullo stato delle Alpi. Rapporto sulla situazione demografica odierna nell’arco alpino, sui principali mutamenti avvenuti e sui trend in atto.
Corrado, F., Dematteis, G. e Di Gioia, A. (a cura di) (2014), Nuovi Montanari. Abitare le Alpi nel XXI secolo, F. Angeli, Milano. Volume dedicato al fenomeno dei nuovi abitanti delle Alpi, italiani e stranieri.

Demochange (2012), Cambiamenti demografici nelle Alpi: strategie di adattamento per la programmazione e lo sviluppo regionale. Rapporto sul mutamento demografico nell’arco alpino e sulle strategie per attrarre nuovi abitanti.

Dislivelli.eu, n.64 (febbraio 2016). Numero speciale (a cura di M. Dematteis e A. Membretti), intitolato “Montanari per forza” e dedicato all’immigrazione straniera nelle montagne italiane.
Erba P., Pennacchio E., Turelli S. (2015), La valle accogliente, Emi. Volume in cui si presenta e analizza il caso del sistema di accoglienza dei rifugiati in Valle Camonica.
Membretti, A. (2015), “Immigrazione straniera e innovazione sociale nelle Alpi italiane”, in Dislivelli, n.54, febbraio 2015. Articolo in cui si discute il possibile ruolo innovativo dei migranti rispetto allo sviluppo delle terre alte.
Montandon, A. (2002), Désirs d’hospitalité, PUF. Saggio sull’ospitalità e sui suoi molteplici significati, per come trattata in letteratura, da Omero a Kafka.

«Il cemento usato come gomma per cancellare il passato, l'alta percentuale di migranti, le arance che un tempo davano ricchezza, i dintorni desolati. Un luogo intenso come pochi altri che almeno una volta nella vita bisogna visitare». Il manifesto, 3 giugno 2016 (p.d.)

Rosarno è un vassoio di cemento in mezzo alle arance. Non importa che adesso al posto delle arance hanno messo i kiwi, la piana è famosa per le arance.

Non sapevo nulla di questo paese, non sapevo che fosse leggermente rialzato dal piano come una torta nuziale. Ci sono stato poco. Non conoscevo questo paese e non credo di averlo incontrato. Ho visto qualcosa, qualche scena. Una sensazione di un film un po’ mesto, vagamente polveroso. C’era un cielo grigio che attenuava l’urlo delle cose. Ho visto un paese che si muove in macchina anche per spostamenti millimetrici. Hanno pensato a consumare il suolo, ma hanno cura di non consumare le suola.

C’è una piazza dove i vecchi stanno in mezzo e guardano la strada che gira intorno. Mi hanno detto che è la piazza centrale del paese. A me quando ci sono arrivato è sembrata una piazza di periferia.

Sono stato due giorni in un senso di grigiore e la cosa è strana nella luminosa Calabria. Il grigio delle nuvole e il grigio delle case non dipinte. La differenza è tra quelle che hanno solo l’intonaco grigio e quelle che hanno solo i mattoni. Qualcuno prova ad aggiungere qualche fregio, ma il tentativo di bellezza qui è riservato all’interno. È davvero singolare la differenza tra le facciate spoglie e gli interni sospesi tra il barocco e il kitsch. Comunque non ha molto senso parlare di bellezza e di bruttezza. Qui c’è un’intensità, sia dentro che fuori. Rosarno è uno dei posti da conoscere assolutamente. Si può dire che ha una sua unicità. È anche il luogo d’Italia con la più alta percentuale di stranieri. Gli africani li vedi subito. Ed è abbastanza facile riconoscere anche le badanti polacche. Più difficile accorgersi che esiste una foltissima comunità di bulgari. Ci fanno perfino un mercato con la merce che viene dalla Bulgaria.

Non so dare un ordine a questo testo, mi piace procedere alla rinfusa. Penso alla cena a casa di Pasquale Reitano. Mi ha raccontato la sua vita. L’emigrazione in Germania, i lavori nei campi. In questo paese si è sempre lavorato tanto. Non è una comunità di accidiosi. I pilastri del non finito calabrese prima che di cemento sono composti di lacrime e sudore.

La voglia di parlare delle persone. La signora che al museo mi aspetta sulle scale, sorpresa della brevità della mia visita. Il museo è bellissimo. Non ci sono insegne per dire dove si trova. Se uno arriva a Rosarno non lo capisce che il paese di adesso viene da un luogo molto antico. Il cemento usato come gomma per cancellare il passato.

Quando si ha tanta bellissima natura intorno viene quasi voglia di intaccarla. E poi qui c’è l’azione congiunta dei cittadini e dello Stato. Verso il mare si vedono le gru del porto di Gioia Tauro. La visita al porto è stato il punto più basso del mio passaggio calabro. Mi sono disteso sulla spiaggia. Mi è piovuta addosso una grande tristezza. Gioia Tauro è uno dei più grandi fallimenti della politica italiana. Il pescatore davanti a me dice che non sta pescando niente. Io ho dato un poco del mio panino a un cane. Le case davanti alla spiaggia mi commuovono per la loro bruttezza. Ecco il pericolo di questa zona: la sindrome di Stendhal alla rovescia.

Ho parlato con poche persone. La conversazione più lunga l’ho avuta con un calzolaio. Una brava persona. Ho avuto l’impressione che le persone parlano volentieri con i forestieri. Vogliono raccontare dei bei tempi passati, i tempi in cui le arance davano ricchezza. Sono le arance ad aver partorito tutto questo cemento. Ora il paese se ti metti in ascolto non può che raccontarti il suo disagio.

Non so cosa mi avrebbero detto se avessi parlato con gli stranieri. Prendono venti euro al giorno, cinque se li prendono i caporali. Notizie attinte a cena. Non ho svolto ulteriori indagini. Non sono un giornalista e credo che il paese sia stato raccontato fin troppo dai giornalisti ai tempi dello scontro tra gli africani e le persone del posto.

Girare per il paese e invece di prendere appunti entrare in un negozio che vende prodotti per l’igiene. Comprato un dentifricio per denti sensibili, due confezioni di bagno doccia al profumo di mirra. Prima avevo comprato la bomba calabrese anche se so che a casa già ne abbiamo molta.

Non ho preso nessun appunto, ho visto molte donne in macchina. Ho visto alcuni africani in bicicletta alle cinque del mattino. Ho visto poco.

Uno dei ragazzi che mi ha invitato a Rosarno è marchigiano. Architetti giovani con buone idee, ma i progetti li fanno gli altri. Questi ragazzi arrivano quando tutta l’edilizia che si poteva fare è stata fatta. Ora si parla di cuciture, rigenerazione. Sono architetti di questo tipo che mi invitano alle loro iniziative, non quelli che fanno girare le betoniere, quelli che sanno come convincere i sindaci.

Per capire Rosarno mi sono mosso anche nei dintorni. Sono arrivato fino a Vibo Valentia. Ho cercato paesi desolati e li ho trovati. Non mi sono segnato il nome di questi paesi, non ho denunce da svolgere. E poi a chi dovrei indirizzarle? In uno di questi paesi c’era un signore non anziano fermo sul ciglio della strada. Seduto su una sedia a rotelle. Era solo, e l’ho ritrovato allo stesso posto anche un’ora dopo, fermo a guardare se passava qualcuno. I paesi ci sono, vedi qualche macchina parcheggiata, ma qui in Calabria il senso di vuoto si mischia col senso di disordine, desolazione e incuria.

Cerco consiglio a un ragazzo per il mio telefonino. Armeggia senza molta convinzione, alla fine ci riesco da solo a risolvere il problema. Lui è qui, ma ogni tanto parte, va a fare il cameriere al Nord. Non mi ricordo il suo nome. Paesologo svogliato.

Volevo andare al Comune e non ci sono andato. Quando la giovane giornalista mi ha accompagnato il primo giorno in giro per il paese io ero un poco perso nelle mie ansie. Più che ascoltare in certi giorni preferisco guardare le scene della vita. Ecco una donna che stira, il signore che telefona, due persone che parlano di malattia su una panchina, un piccolo branco di adolescenti. I gesti della vita quotidiani sono abbastanza simili in qualsiasi posto. Io devo parlare di questo paese, chi mi ha invitato immagina che io posso scrivere qualcosa di interessante. E invece mi pare di zampettare nell’ovvio, forse l’unica soluzione è che l’ovvio sia almeno lucente, non abbia aloni e offuscamenti.

A cena i figli di Pasquale mi sono sembrate brave persone e anche la madre, e anche il cibo. La sera prima avevamo cenato in uno di quei ristoranti in cui ci puoi passeggiare dentro. E ci hanno dato del vino in una bottiglia così brutta che ci è sembrato brutto anche il vino: potenza della confezione.

Non ho nulla da dire sulla criminalità. Girando per strada non si vede né quella piccola né quella grande. Io ho guardato i muri, i balconi, ho guardato gli angoli delle strade, le carte per terra, non riesco a costruire discorsi su come potrebbe essere questo luogo. Ho provato una sincera simpatia per i ragazzi che mi hanno invitato. Abbiamo avuto anche una bella conversazione appena sono arrivato, peccato che è durata poco.

Se fossi uno del posto proporrei di chiamare Rosarno col suo nome antico: Medma. Ripartire dai primi abitanti del luogo, arrivare di un soffio ai giorni nostri, ribaltare l’idea di essere un problema, Rosarno deve immaginare di essere una soluzione.

La cosa che mi ha colpito è stata scoprire che Salvatore Settis è di Rosarno. Non so che rapporto abbia col paese. Immagino non sia un rapporto facile. I suoi concittadini hanno fatto tutto il contrario di quanto lui vorrebbe. E comunque ho la sensazione che qui il problema non è economico. Se l’economia riparte è facile immaginare che riparte anche il cemento. Allora la faccenda è sistemare la Calabria, decementizzarla. Bisogna portare qui non tanto i soldi ma un gusto estetico più semplice e asciutto. Molta gente si dissangua per riempire le proprie case di oggetti orrendi.

Il paese non ha bisogno che siano nuovamente pavimentate le sue piazze. Bisogna togliere le buche dall’asfalto.

Non seguo un filo. Ora mi viene in mente che mi hanno accompagnato da un’anziana donna che vede se hai il malocchio. Rimanenze dell’arcaico. Ci sarebbe un lungo discorso da fare su come l’arcaico oggi è l’unico futuro che ci resta, ma ora ho un po’ paura di imbarcarmi in teorie e congetture. Ci sono dei luoghi che muovono la lingua e altri che la paralizzano. Posso dire che sono contento di aver visto Rosarno e ci tornerò volentieri. È sicuro che è uno dei posti che non si dimenticano. Consiglio a tutti di andare almeno una volta nella vita a Rosarno. In Italia ci sono pochi posti che hanno la stessa intensità.

«La morte, purtroppo, sembra scelta con cura, decisa a tavolino da amministrazioni inefficienti, stabilita dall’ignavia o dalla mediocrità o soltanto dalla incompetenza (comunque colpevole) delle classi dirigenti». Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2016

Cadono come foglie morte in autunno. I paesi che vanno scomparendo, afflitti da un abbandono che sembra non avere fine, supereranno, a dicembre 2016, la triste soglia di 1650. È un quinto dei comuni italiani che è in cammino verso il nulla, un sesto della superficie nazionale che viene colpita dall’abbandono e lasciata inselvatichire. Il quattro per cento della popolazione migrerà e due sono le destinazioni possibili: o il cimitero oppure i grandi centri urbani. Due anni fa, in un bel rapporto curato per Confcommercio da Legambiente su dati del Cresme, furono definite ghost town, città fantasma, le mille piazze sempre più desolate e afflitte, le case vuote, le mura sbrecciate, campanili cadenti. Comunità colpite al cuore che lentamente, e nella più assurda e colpevole distrazione collettiva, si avviano all'eutanasia.

Gli studiosi lo chiamano “disagio”, anzi “l’Italia del disagio”. Poco alla volta chiudono i battenti i servizi elementari ed essenziali. Naturalmente prima gli ospedali, trasformati in lunghi e penosi comparti di geriatria, poi le scuole, con l’accorpamento delle distinte classi elementari e la sistemazione delle medie in luoghi distanti anche dieci chilometri dalle poche abitazioni in cui vivono ragazzi in età scolastica, poi l’ufficio postale.
L’anno scorso le Poste hanno iniziato a “razionalizzare”: un grande programma di ammodernamento che toglierà ai cittadini italiani che ancora si attardano a voler campare nei paesi che li hanno visti crescere, le essenziali relazioni civili ed economiche. Nei municipi il segretario comunale è già a “scavalco”, nel senso che si presenta al lavoro a giorni alterni, coniugando le funzioni in due o più uffici. Così anche il tecnico, in genere l’unico geometra o ingegnere di cui è dotata la pianta organica. Le chiese da tempo sono lasciate senza parroci perché la fede è grande ma i preti si fanno sempre più piccoli nel numero.
Questa è l’Italia che se ne va. Naturalmente va scomparendo di più, molto di più al Sud, massimamente nelle aree interne del Mezzogiorno con segni acuti nelle isole; di meno, molto di meno al Nord. In un rapporto fondamentale e accurato su Paesaggio e patrimonio culturale l’Istat ha raccolto una imponente mole di informazioni, le ha stese per iscritto (ma al governo le leggono?) e ha spiegato che non esiste un destino obbligato. La morte, purtroppo, sembra scelta con cura, decisa a tavolino da amministrazioni inefficienti, stabilita dall’ignavia o dalla mediocrità o soltanto dalla incompetenza (comunque colpevole) delle classi dirigenti.
I soldi sono importanti certo, e la massa di finanziamenti che si dirige in alcune porzioni d’Italia sono assai più cospicue rispetto ad altre. Ma i soldi non spiegano tutto. In Italia c’è una montagna che produce benessere, come le rocce altoatesine e quelle trentine, e per affinità le bellunesi e le lombarde, e una montagna che invece mangia la vita. La catena dell’Aspromonte è selvaggia, lussureggiante e spettacolare quanto il profilo alpino. Eppure è morente, prossima all’inselvatichimento, all’abbandono “per erosione”. E come l’Aspromonte l’appennino lucano, le Serre di San Bruno in Calabria, il cuore del Gennargentu in Sardegna, la vasta, bellissima piana nei dintorni di Enna.
Ma perfino nel Sud, scrive l’Istat nel rapporto di cui la geografa Alessandra Ferrara è una delle curatrici, c’è un altro Sud, sistemi locali persistenti e resistenti, a volte vincenti, attività produttive che danno prova di avere una capacità, un mercato, un futuro perché sono oggetto di un piano, hanno ottenuto attenzione e cura da parte di chi governa quei territori. Prima di stilare la lista delle croci, i nuovi cimiteri dentro i quali sarà purtroppo sepolta la metà del territorio italiano, riguardiamo la tabella preparata da Legambiente che offre la dimensione della progressione. Nel 1996 il “disagio” riguardava 2.830 comuni, imponendo una migrazione prospettica alle nuove leve della popolazione residente, pari a cinque milioni. Nel 2001 i comuni divengono 3.292, nel 2006 fanno 3.556, nel 2011 sono già 3.959, quest’anno si arriverà alla cifra record di 4.395.
Sono quattordici milioni gli italiani che vivono in luoghi carenti nei servizi, con prospettive di occupazione più modeste, e una resistenza nelle case che li hanno visti nascere assai più fragile. Partiranno, e se non partiranno accetteranno, dove sarà possibile, un regime di vita e un trattamento sociale iniquo. Sennariolo, nel cuore della Sardegna, è lì lì per morire. Conta 183 abitanti e chiuderà i battenti tra non molto.
Poche settimane fa l'associazione Nino Carrus che tiene il conto dei morituri ha organizzato un convegno e illustrato ai politici regionali la situazione. Entro il 2050 166 paesi saranno vuoti, foglie morte in terra, nei prossimi quattro anni una prima trentina si accomietarà definitivamente. Nell’ultimo decennio 16 mila abitanti hanno fatto le valigie, nei prossimi tre anni, se le proiezioni non barano, altri quattromila saluteranno amici e parenti. L’Unione sarda ha elencato i cari futuri estinti: Bortigiadas, Padria, Giave, Montresta, Sorradile, Nugheddu San Nicolò, Baradili, Soddì, Ula Tirso, Martis, Armungia, il paese di Emilio Lussu.

L’Istat ha invece aggregato i territori per tematiche affini. In quelle abbandonate per erosione ha individuato una piccola capitale. Le comunità siciliane che gravitano intorno a Prizzi (Palermo) hanno perso negli ultimi tre anni il 13,3 per cento degli abitanti. Paesi dai nomi dolcissimi come Contessa Entellina, Campofiorito, Roccamena, Ficuzza vanno incontro alla sepoltura e neppure tanto lentamente. E in Calabria nell’area intorno a Chiaravalle Centrale, appena sopra l’istmo, la popolazione è diminuita del 15 per cento. Che ne sarà di Acquamammone, di Pirivoglia, di San Pietro? Nei pressi dell’ultimo cantiere della Salerno Reggio Calabria, a Mormanno, la flessione è stata del 12,4 per cento.

Tra dieci anni ritroveremo Castelluccio al suo posto? Salendo lo Stivale il baratro demografico si fa ancora più profondo e raggiunge un punto di non ritorno. Stigliano è la capitale di un territorio che dal 2011 al 2014 ha perso quasi il 22 per cento dei residenti. È una fuga amara, ingiusta. Morrà il paese di Carlo Levi, Aliano? Ce la farà Accettura? Nella Daunia pugliese il buco è pari al 16,9 per cento. Castelnuovo, Colletorto, Celenza, Casalnuovo Menterotaro. Nomi che scorrono, campanili che finiscono a terra, piazze conquistate dai cani randagi. Sono pezzi del nostro cuore, segni dell’identità e della civiltà contadina. Nelle campagne in cui si faceva il grano nasce l’ortica, gli ulivi rinsecchiscono, i fiumi conquistano gli orti, le strade statali, oramai senza più manutenzione, si trasformano piano piano in mulattiere. Ponti cadenti, guard rail arruginiti, terrapieni sbrecciati, frane dappertutto.
Il volto ingiusto di un’Italia che spinge sulla costa, si assiepa davanti al mare e lascia il suo cuore, il centro appenninico, vuoto, desolato, inutile. Come un barcone di immigrati, ci sistemiamo tutti ai bordi. Le città si allungano e continuiamo a costruire, mentre esiste un patrimonio abitativo disponibile e accessibile, oltre ogni ragionevole ipotesi, pochi passi più in là. Sono 18mila gli edifici costruiti nelle zone a vincolo, aree di inedificabilità assoluta, e in questi anni di recessione gli abusi, realizzati soltanto per sottrarsi alle tasse, sono raddoppiati. Siamo giunti al principio del fifty-fifty: per ogni nuova casa edificata con licenza, una realizzata all’impronta e senza titolo.
Nell’Italia che muore esiste però la speranza di un altro Paese che resiste e anzi avanza. Ci sono aree, distretti, territori anche al Sud in cui l’economia tiene. Nell’Irpinia, con Sant’Angelo dei Lombardi e Ariano Irpino, a Fonni e San Teodoro in Sardegna, Amantea e Belvedere Marittimo in Calabria, Cassino e Sora nel Lazio, Lauria in Basilicata. La montagna o la collina dà benessere, e invece i soldi, solo i soldi, non bastano a cambiare vita. La via nera del petrolio in Lucania è un caso esemplare. Corleto Perticara è una delle capitali estrattive, dei centri propulsori di una economia texana che ha concesso in royalties ai comuni interessati un miliardo di euro. Eppure gli indicatori non danno speranza, la migrazione verso altri luoghi continua malgrado (o, forse, a causa?) del petrolio. E quanti soldi in fondi europei le aree interne (molte al Sud, ma alcune anche al centro nord) hanno ottenuto nel’ultimo quindicennio? Almeno cento miliardi di euro. Spesi come? Infine una nota estetica. Dove l’impianto urbanistico è meglio tenuto, si fa più attenzione, si è più partecipi e più indisponibili ad accettare il brutto. Il brutto si cura solo con il bello e l’Istat conferma.
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