La guerra costruita a tavolino che l'Iraq ancora paga
Claudio Monici
Avvenire, 29 aprile 2018. Sempre controcorrente, il quotidiano della Curia ricorda la ripugnante operazione programmata 15 anni fa dall'imperialismo Usa, e dai suoi sudditi europei, per impadronirsi delle risorse petrolifere altrui.  Ovviamente in nome della "democrazia".


Come fugge il tempo. Noi guardiamo avanti, mentre i molti che sono rimasti indietro appartengono già all'eternità. È il primo maggio del 2003, esattamente quindici anni fa. George Walker Bush, 43° presidente degli Stati Uniti d'America, figlio del 41° presidente americano, George Herbert Walker Bush (famiglia di petrolieri), dalla portaerei "Uss Abraham Lincoln", annuncia all'America che «la missione è compiuta». Certo, non conclusa. «La fase principale dei combattimenti» della Seconda guerra del Golfo, durata 42 giorni, alla ricerca delle «armi di distruzione di massa», e per deporre il presidente iracheno Saddam Hussein, «è terminata».

Bush senior, nel 1991, aveva comandato la Prima guerra del Golfo, "Tempesta nel deserto", per "punire" Saddam, perché nell'agosto del 1990 aveva fatto il passo più lungo della gamba, appropriandosi, invadendolo, del piccolo emirato dei "petrodollari" del Kuwait. Saddam sosteneva che quel pezzo di sabbia impregnato di petrolio apparteneva all'Iraq e, soprattutto, non voleva rifondere l'enorme debito contratto per la guerra contro l'Iran, fatta per conto e con il sostegno di Usa e monarchie del Golfo.

Torniamo nel 2003. Dopo le parole lasciate a cannoni e missili, «per la causa della libertà e della pace nel mondo», parole sempre di Bush junior, quel primo maggio doveva segnare la data d'inizio di una nuova era di ricostruzione e democrazia.Il tiranno era stato sconfitto, l'Iraq liberato, e «la nostra nazione – aggiungeva Bush junior – è più sicura».
Diciannove mesi prima c'era stato l'11 settembre, con l'attacco di al-Qaeda alle Torri Gemelle di New York e come risposta l'invasione americana dell'Afghanistan dei taleban, in cui era ospite la "mente" del terrore, Osama Benladen. Bush e i suoi generali ritenevano che Osama fosse anche in combutta con il regime iracheno. Versione, questa, come quella delle armi chimiche, rimasta sempre a secco di riscontri ufficiali. La "mente", tra l'altro, era sempre quell'Osama, a capo di una "legione musulmana" che gli americani, negli anni Ottanta, con i presidenti numero 39, Jimmy Carter, e 40, Ronald Reagan, avevano armato, con la connivenza del regime militare pachistano, contro i sovietici che occupavano l'Afghanistan. Che giri di valzer conosce la storia.

Sono passati quindici anni. Le conseguenze di quella guerra ancora si trascinano in una ragnatela di crisi e conflitti mediorientali, di jihadismo islamista suicida, a opera di una continua moltiplicazione di gruppi e gruppetti di fondamentalisti e di lupi solitari fioriti qua e là. Ma nati soprattutto nei centri di detenzione americani in Iraq, come Abu Ghraib e Camp Bucca. La libertà dell'Iraq, pagata con quattro milioni di sfollati, l'esodo di buona parte dei cristiani e centinaia di migliaia, se non un milione di vittime – e ancora, in Iraq, si continua a morire di attentati suicidi, di mine, di vendette –, doveva essere, ahimè, la "crociata" contro tirannia e terrore.

Papa Giovanni Paolo II lo profetizzò nel 1991, all'alba della Prima guerra del Golfo, in un messaggio colmo di preoccupazioni per le sorti dell'umanità: se sarà la guerra, «sarà un'avventura senza ritorno». La notte del 20 marzo 2003, il lamento funebre delle sirene dell'allarme aereo che attraversavano il cielo dell'Iraq, da Baghdad a Bassora, annunciava l'inizio della Seconda guerra...
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