La campagna elettorale nel nordest anticipa il futuro dell'Italia
Annalisa Camilli
Internazionale , 20 febbraio 2018. Un popolo che alberga ancora tanto colonialismo, razzismo, e soprattutto ignoranza della sua stessa storia difficilmente può non avere rigurgiti fascisti


“Quando pareva vinta Roma antica, sorse l’invitta decima legione, vinse sul campo il barbaro nemico, Roma riebbe pace con onore”. Le parole della marcetta della decima flottiglia Mas – un corpo militare della Repubblica sociale italiana (Rsi) – sono scandite da una trentina di reduci e simpatizzanti: sono tutti avanti con l’età e sono venuti nel municipio di Gorizia per celebrare il 73° anniversario della battaglia di Tarnova della Selva contro l’esercito jugoslavo. È la prima volta che gli è concesso entrare nella sala della giunta comunale.

È il 20 gennaio, un sabato mattina: è freddo, ma c’è il sole. Un gruppo di militanti di CasaPound in picchetto sotto al municipio è venuto a sostenere quelli della Decima Mas, mentre un centinaio di antifascisti che protestano contro l’evento sono tenuti a distanza dalle forze dell’ordine. “Onore a chi non ha tradito”, c’è scritto in fasciofont sullo striscione tenuto da alcuni ragazzi di CasaPound.

I cappelli grigioverdi da combattenti calzati sulla testa e in mano i vessilli dell’Rsi: una bandiera con al centro un’aquila che artiglia un fascio, all’apice un fiocco azzurro, il colore della Decima Mas. I reduci del battaglione fascista che collaborò con la Germania nazista sono accolti nel municipio di Gorizia dal consigliere di Forza Italia Fabio Gentile, famoso perché risponde all’appello del consiglio comunale alla maniera fascista: alzando il braccio destro.

L’epica neofascista
Il sindaco Rodolfo Ziberna, di Forza Italia, non assiste alla celebrazione, al suo posto c’è il vicesindaco Stefano Ceretta, della Lega, che intona l’inno della Decima Mas. “Gorizia è italiana perché la Decima l’ha difesa. I nostri caduti si sono sacrificati per la sua difesa”, dice Fiamma Marini, presidente dell’Associazione dei combattenti, durante la commemorazione.

Nell’epica della Repubblica sociale italiana, la battaglia di Tarnova ha un posto speciale: i fascisti sostengono che il battaglione della Decima Mas nel 1945 abbia difeso “l’italianità” di Gorizia dall’invasione dell’esercito jugoslavo, ma la ricostruzione è contestata da molti storici, perché all’epoca la città era occupata dai nazisti, che combattevano al fianco del battaglione fascista.

Il vicesindaco Ceretta ha risposto alle critiche sollevate sulla sua partecipazione alla commemorazione (che hanno portato anche a un’interrogazione parlamentare) dicendo che “i morti sono tutti uguali”. Per la storica Anna Di Gianantonio, presidente dell’Anpi di Gorizia, il fatto che le istituzioni locali abbiano commemorato con i reduci la battaglia di Tarnova è un affronto alla città che è stata medaglia d’oro della resistenza.

I reduci arrivarono al punto di inventarsi di sana pianta una battaglia

A Gorizia, soprattutto in provincia, il fascismo coincise con una violenta “italianizzazione”, che passò anche dalla persecuzione di migliaia di cittadini di origine slovena. Lorenzo Filipaz ha provato a sfatare il mito della battaglia di Tarnova e sul tema pubblicherà nel 2018 il libro Prigionieri del ricordo.

Su Giap, Filipaz ha scritto: “Per documentare il loro alquanto dubbio apporto alla difesa dell’italianità al confine orientale i reduci arrivarono al punto di inventarsi di sana pianta una battaglia epica contro gli ‘slavocomunisti’ – la presunta battaglia di Tarnova – non riconosciuta da nessun altro, mentre le proteste contro i comandi tedeschi per le scarse forniture di armi si tramutarono in prove incontestabili di opposizione al nazismo”.

La commemorazione in municipio è solo l’ultimo atto di un conflitto ideologico che ha come sfondo una città dalla memoria contesa. “Nei giorni in cui il presidente della repubblica nominava senatrice a vita Liliana Segre – una delle ultime sopravvissute ai campi di sterminio nazisti – a Gorizia si celebrava la Decima Mas con tanto di picchetto di CasaPound”, commenta Andrea Picco, consigliere comunale del Forum per Gorizia, mentre si avvia all’inaugurazione di una pietra d’inciampo dedicata a Elda Michelstaedter Morpurgo, un’ebrea goriziana deportata ad Auschwitz nel 1943.

Gorizia – città “maledetta” per il massacro di migliaia di soldati durante la prima guerra mondiale, estrema periferia orientale dell’Italia, feudo della destra – è una specie di museo a cielo aperto della storia del novecento. E forse proprio per questo rapporto conflittuale con la sua storia la città amplifica alcune tendenze visibili anche a livello nazionale: la strumentalizzazione elettorale dell’ostilità verso i migranti in un contesto di rapido spopolamento e invecchiamento della popolazione, la sensazione di abbandono di chi si sente in periferia, l’inquietudine prodotta dalle trasformazioni del mondo del lavoro, la costruzione artificiosa e continua dell’idea del confine, e la proliferazioni di miti legati alla difesa di una fantomatica identità nazionale.

Il polso del paese

Ali Hassan è un ragazzo pachistano di vent’anni: alto e slanciato. Gira spaesato per i negozi di via XX settembre, nel centro che sembra svuotato, tra i cartelli “vendesi” e “affittasi” appesi alle finestre dei vecchi palazzi. Indossa una giacca blu con il bavero alzato e ogni tanto si ferma a chiacchierare con gli amici. È tornato due settimane fa dalla Germania, dove gli è stato negato l’asilo perché il Pakistan è considerato un paese d’origine sicuro.

In Italia ha presentato di nuovo la richiesta e sta aspettando una risposta. Non pensa di fermarsi a Gorizia: appena avrà i documenti si sposterà più a sud per cercare lavoro, ma per ora dorme per strada o nella struttura termoriscaldata che all’inizio di dicembre è stata costruita da Medici senza frontiere in uno spazio dell’arcidiocesi. Il 20 febbraio però l’arcidiocesi ha annunciato che il tendone di 240 metri sarà smontato, in anticipo rispetto al previsto.

Nelle vie del centro i ragazzi pachistani sono tra i pochi passanti insieme ai pensionati. Più di un quarto della popolazione residente in Friuli-Venezia Giulia ha almeno 65 anni. A Gorizia è il 26,6 per cento (il dato nazionale è del 22,6 per cento). Il Friuli-Venezia Giulia e la Liguria sono le regioni d’Italia con più anziani – in particolare alcuni territori come Trieste e Gorizia – a causa di una diminuzione della natalità che non è compensata dall’immigrazione: i migranti che arrivano qui ci rimangono giusto il tempo di presentare la domanda d’asilo.

“Bisogna dire che a Gorizia non ci sono stati episodi di criminalità o particolari problemi dovuti all’ultima ondata migratoria, ma il sentimento generale verso gli immigrati è di ostilità”, afferma Adriano Ossola, libraio, editore indipendente, insegnante di lettere in un liceo della città e organizzatore del festival di storia, che quest’anno è dedicato alle migrazioni.

“In classe non propongo più da tempo temi sull’immigrazione, perché la maggior parte delle volte leggevo nei testi dei ragazzi odio e aggressività verso i migranti”, racconta Ossola, che ritiene responsabile della diffusa intolleranza il governo guidato dal Partito democratico. “Il Pd ha perso il polso del paese. La tendenza alla mobilità è connaturata nell’indole umana, ma oggi il pianeta è diventato troppo stretto e anche a causa della situazione economica. La migrazione si accompagna a sentimenti di paura sempre più acuta”.

Lui stesso ammette di aver cambiato atteggiamento nell’ultimo anno: “Nel 2015 ero rimasto molto colpito dalla morte di un ragazzo pachistano annegato nell’Isonzo, il fatto mi aveva davvero sconvolto e mi aveva spinto a scriverne, ma ora anch’io ho cambiato posizione e credo che gli arrivi si debbano in qualche modo fermare”. Ossola è convinto che la politica migratoria del Pd sia troppo permissiva. Un mese dopo le elezioni politiche, in Friuli-Venezia Giulia si voterà anche per rinnovare il consiglio regionale guidato da Debora Serracchiani, del Partito democratico.

Campagna elettorale perenne

A differenza di Ossola un’altra parte della popolazione goriziana, minoritaria ma tutt’altro che silenziosa, pensa che la questione dell’immigrazione sia stata strumentalizzata per scopi elettorali. “Prima ci sono state le amministrative, ora ci saranno le politiche e poi le regionali: siamo in una campagna elettorale perenne, che si è giocata tutta sul tema dell’immigrazione”, afferma Andrea Picco, consigliere comunale di Gorizia della lista civica di sinistra Forum, eletto a giugno del 2017.

Rodolfo Ziberna, un ex socialdemocratico entrato nelle file di Forza Italia, figlio di profughi istriani, ha raccolto sotto un unico ombrello otto liste – da Forza Italia alla Lega, fino a Fratelli d’Italia – e ha fatto una campagna molto aggressiva sull’immigrazione con lo slogan “Stop all’immigrazione incontrollata” e “Gorizia prima di tutto”.

Ziberna non ha vinto al primo turno per una manciata di voti, mentre al ballottaggio si è imposto sul candidato del centrosinistra Roberto Collini con il 59,7 per cento dei consensi. Il centrosinistra ha presentato cinque candidati rivali in un territorio considerato un bastione del centrodestra, e i cinquestelle non hanno avuto l’exploit di altri territori, fermandosi al 5,1 per cento.

“Ziberna non ha avuto bisogno di fare la campagna elettorale: ha semplicemente approfittato del fatto che Gorizia non è sufficientemente attrezzata e che i migranti in transito in attesa di una risposta dalla commissione territoriale dormivano in piazza Vittoria”, spiega Picco. “Spargendo messaggi di sospetto e di terrore e promettendo tolleranza zero ha vinto facile”, continua il consigliere comunale di opposizione.

Fino all’agosto del 2017 e per alcuni mesi i migranti che arrivavano a Gorizia dalla rotta balcanica dormivano all’addiaccio nel Parco della Valletta del corno oppure lungo le rive del fiume Isonzo nella cosiddetta jungle, poi sono stati sgomberati. Allora hanno cominciato a dormire davanti alla prefettura, nella piazza centrale di Gorizia, prima di rifugiarsi nella galleria Bombi: un tunnel pedonale sotto al castello della città.

L’articolo è tratto da “Internazionale", ed è  qui raggiungibile 

Vedi anche, su eddyburg, A proposito di un discorso monco

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