L’Italia blocca i migranti, ma finanzia i trafficanti
Guido Rampoldi
L'ENI coinvolta negli ignobili traffici degli schiavisti e dei capibanda della criminalità internazionale. Scenario, i «fetidi lager africani dove i migranti arrestati ridiventano manodopera quasi gratuita a disposizione dei loro carcerieri». il Fatto Quotidiano, 30 agosto 2017


«5 milioni di euro - I soldi erogati alle milizie coinvolte anche nella sicurezza degli impianti Eni. Ed è un accordo solo provvisorio»

Questione di punti di vista. La linea del governo sull’immigrazione piace alla Merkel e a Macron, non dispiace in Italia all’opposizione ed entusiasma la nostra stampa, che ne canta i numeri: sbarchi calati del 72%, scafisti in ritirata, Guardia costiera libica arrembante e adesso perfino umanitaria, avendo trasferito ben diecimila migranti intercettati in mare in “campi di accoglienza”. Vista dalla Libia la situazione quantomeno sconta un problema di traduzione.

Lì sono invece chiamati “campi di detenzione”, trattandosi in effetti di fetidi lager africani dove i migranti arrestati ridiventano manodopera quasi gratuita a disposizione dei loro carcerieri. E la “lotta agli scafisti” in arabo più o meno suona come una formula sarcastica, tipo “comprare una breve tregua dagli scafisti, e dopo chissà”, che potrebbe corrispondere ai misteriosi accadimenti recenti sulla costa tra Sabrata e Zawiya.

Lungo un centinaio di chilometri a ovest di Tripoli, quel tratto di litorale è in relazione con l’Italia per due motivi: ospita il terminal Eni ed è il principale pontone degli scafisti, quello da cui parte il maggior numero di imbarcazioni dirette alla Penisola.

Queste due funzioni si intersecano – ricavo da un puntiglioso reportage pubblicato da Middle East Eye e non smentito dagli interessati. Infatti la Mellitah Oil and Gas (una joint-venture tra Eni e Noc, la compagnia statale libica, che gestisce concretamente le attività in loco) ha affidato la guardiania del terminal e dell’annesso compound alla milizia di Ahmed Dabbashi; quest’ultima sarebbe da anni nel traffico di esseri umani, al pari di un altro contractor di Noc, la milizia di Mohammed Kashlaf, anch’essa nel giro delle guardianie petrolifere. Il terzo mammasantissima è il comandante al-Bija, capo dei guardacoste, citatitissimo nei rapporti di Human Right Watch e della missione Onu al Consiglio di sicurezza.

Intorno a queste tre figure si serra la razionalità dell’economia locale. Le milizie arrestano e depredano i migranti arrivati sulla costa, sistematicamente i neri, e li stipano nei centri di detenzione, statali o “privati” (un luogotenente di Kashlaf, l’ex colonnello Fathi al-Far, fino a ieri controllava il lager di Zawiya). Prigionieri e alla fame, per racimolare i soldi necessari a pagare il viaggio in Europa i migranti sono costretti ad accettare le condizioni dei loro custodi, che li affittano come lavoratori-schiavi spesso al settore petrolifero. Questo calvario può durare anni. Al termine i migranti ottengono il diritto a imbarcarsi, per un prezzo che include tanto la traversata quanto la mazzetta per il comandante al-Bija, altrimenti implacabile nell’intercettare natanti non autorizzati (da lui).

Perché d’improvviso milizie e guardacoste ora sorvegliano la costa e impediscono le partenze (non tutte)? Sono arrivati medicinali per l’ospedale di Sabrata. Ma soprattutto, spiega Middle East Eye, l’Italia ha accordato incentivi alle milizie, pare per 5 milioni di euro. La milizia di Kashlaf avrebbe chiesto ai nostri servizi segreti un hangar per custodire l’autoparco e per gli uffici: l’ha avuto.

Come insegna l’Afghanistan, i miliziani puoi affittarli per un po’ ma non comprarli per sempre. Sulla costa si dà per certo che l’accordo reggerà un mese, grossomodo fino alle elezioni tedesche. Magari la tregua durerà un po’ di più, ma finirà.

Nel frattempo pare improbabile che gli europei si affanneranno a permettere all’Alto commissariato per i rifugiati di accedere ai campi di detenzione e valutare il diritto di ciascun prigioniero a ottenere protezione internazionale: sia perchè quegli sventurati in Europa nessuno li vuole, sia perchè le milizie potrebbero reagire male se le privassimo di un’altra fonte di reddito.

Potremmo pagare per compensare i mancati profitti: ma quanto e per quanto? Avendo capito come butta, con un giornalista suo estimatore, il generale Haftar si è detto disponibile a risolvere il problema di flussi e migranti in cambio di 20 miliardi di euro, venti volte quello che Erdogan finora ha incassato dall’Ue. Nei territori controllati dai suoi lanzichenecchi Haftar fa torturare a morte gli oppositori e protegge un suo luogotenente ricercato dalla Corte penale internazionale.

Per tutto questo non è affatto escluso che la linea intrapresa dal governo produca un disastro umanitario made in Europe. Il ministro dell’Interno Marco Minniti finora si è dimostrato abile (e spregiudicato, anche se non credo che la figura dello sceriffo law and order gli corrisponda). Ha riattivato la politica estera italiana in Libia, per giunta adesso finanziata dalla Ue; ridotto il numero degli affogati; arginato flussi migratori che qualsiasi al-Sisi del Mediterraneo poteva usare per ricattarci. Ma né Minniti né alcuno in Europa sa come risolvere due problemi enormi: come estrarre dalla Libia 150 mila migranti, come stabilizzare un Paese prigioniero delle milizie. Su questo scacco forse dovremmo iniziare a riflettere piuttosto che raccontarci balle.
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Avvenire.it, 22 agosto 2019. A oltre settant'anni dalla dichiarazione universale dei diritti umani (10 dicembre 1948), la società nord-atlantica, che si proclama paladina dei diritti della persona, continua a calpestare sistematicamente il valore e la dignità degli esseri umani. Siamo di fronte non solo a un deterioramento giuridico ma anche a quello della cultura civile di un'intera società. (a.b.)
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