La coscienza sporca dell’Europa
Raffaele K. Salinari
Un' ulteriore degenerazione della cooperazione internazionale ormai destinata alla gestione dei flussi migratori. Sparita anche la retorica della sradicazione della povertà e della sostenibilità. L'Occidente si rivela per quello che è: rapace. il manifesto 31 agosto 2017 (i.b.)


Gli accordi di Parigi sulla gestione dei flussi migratori nei Paesi del nord Africa sancisce una nuova cornice geopolitica. Nell’ambito del lungo periodo della Guerra fredda, in cui gli Stati africani ottennero o si conquistarono l’indipendenza dal giogo coloniale, nacque la cosiddetta Cooperazione allo sviluppo, uno strumento geopolitico sostanzialmente volto a coprire, con la retorica sviluppista, la necessità dei due blocchi di spartirsi le risorse africane, e non solo, imponendo, al posto delle tanto decantate democrazie, i «loro figli di puttana», secondo la celebre definizione che Roosevelt diede del dittatore nicaraguense Somoza. Un caso tra tutti, il più emblematico perché poi riprodotto serialmente con la copertura ed il sostegno sia dell’Est sia dell’Ovest, è quello del Congo, in cui l’assassinio del giovane ed indipendentista Primo ministro Lumumba segnò l’avvento della lunga e sanguinaria cleptocrazia di Mobutu, inaugurando i termini reali del paradigma di «sviluppo» che si voleva imporre.

Eppure, in quel contesto, proprio per affermare la supremazia del modello occidentale contro quello del socialismo reale sovietico, e viceversa, si arrivò ad investire nel sostegno alle popolazioni africane sino allo 0,5% del Pil, con risultati certo deludenti dati gli obiettivi chiaramente neocoloniali, ma anche con la creazione ed il sostegno, in special modo da parte delle Ong di sviluppo, allora ci si definiva così, di una società civile africana consapevole del proprio ruolo nel Continente e nel mondo. Basti ricordare l’altezza di leader come Kenyatta, Nyerere, Sankarà, e dei dibattiti che allora si confrontavano sulle loro idee, come pure analizzare le cifre, irrisorie, degli spostamenti di popolazione africana nei decenni dagli anni Sessanta agli Ottanta. Poi, con il crollo del muro di Berlino, l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo venne meno perché il nemico sovietico era stato sconfitto e non c’era più bisogno di convincere ma semplicemente di vincere.

Si entra così nella fase in cui nasce il WTO contro l’Onu, ed il libero commercio mondiale diviene il nuovo paradigma universale. Le conseguenze delle disparità tra ricchi e poveri, tra inclusi ed esclusi, cominciano ad acuirsi ed i flussi di popolazioni ad aumentare. Si arriva poi ai giorni nostri in cui il bioliberismo, cioè la biopolitica come forma costitutiva del liberismo, dopo aver normalizzato i movimenti sociali e messo in crisi le esperienze alternative latino americane, cerca di dare la spallata finale alle idee socialiste acuendo una divisione internazionale del lavoro di enormi proporzioni. È questo che sta condannando l’Africa, non a caso il continente con maggiori diseguaglianze e assenza di Diritti umani, ad essere sempre più un fornitore netto di materie prime strategiche, dal coltan al petrolio, dagli esseri umani al legno. Qui giocano oramai indisturbati, al riparo da movimenti sociali di una qualche forza, gli Usa, la Cina, quel che resta dell’Europa e le elites locali.

Ecco allora che a Parigi, Francia, Italia, Germania, cercano di riprendersi una fetta di influenza imponendo politiche para-coloniali e paramilitari a governi inesistenti come quello libico, o lasciando indisturbati quelli «amici» che non hanno nessuna intenzione di rispettare i Diritti umani, ma solo di assicurarsi il mantenimento di quel potere che hanno conquistato a suon di repressone e mazzette occidentali. Il solo evidenziare che gli accordi di Parigi siano stati in primis gestiti dai ministri degli Interni e che la cooperazione allo sviluppo, o quello che ne rimane, sia una componente chiaramente accessoria e residuale, inaugura una fase in cui gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, approvati all’unanimità dalle Nazioni Unite nell’ormai lontano 2015, e che prevedevano l’impegno dello 0,7% del Pil a sostegno di target quali l’eradicazione della povertà, il sostegno ai Diritti umani, la parità di genere, l’accesso all’acqua per tutti, alla salute e all’istruzione in un quadro globale di rispetto dell’ambiente, non vengono neppure nominati. Una regressione culturale e politica grave dunque, in cui gli interessi di una parte, quella già ricca della popolazione europea ma anche africana, vengono fatti prevalere su quella, maggioritaria, destinata a restare fuori dal supermercato globale o, alla meglio, ad entrarci solo come merce.

Siamo in realtà in una lunga campagna elettorale europea in cui Stati e governi in difficoltà crescente sperano di riacquistare crediti imponendo muri sempre più distanti, affinché i problemi legati alla migrazione, all’integrazione, ai cambiamenti culturali e climatici, all’esclusione sciale, restino fuori dalla percezione dell’opinione pubblica o vengano attribuiti all’invasione dei migranti. Eppure, in queste giornate calde, devastate da incendi e da scarsità di acqua, dovrebbe essere chiaro che tutto è collegato e che soprattutto, respingendo i profughi economici, oltre a quelli politici, non si fa che mettere la cenere sotto un tappeto oramai logoro e sporco, sporco come le coscienza dei leader che si stringono le mani creando così ponti di interessi che sanno essere in contrasto anche tra loro, perché così facendo si brucia e consuma, oltre all’ambiente, un’altra risorsa cui non si può rinunciare: la solidarietà umana.

* L’autore è Presidente Terre des Hommes
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