I figli degli immigrati e l'identita negata
Vladimiro Polchi
«La discrasia in cui vivono le seconde generazioni tra volersi sentire uguali agli altri e avere invece minori opportunità, viene aggravata dalla mancata riforma della cittadinanza, che tratta ancora come stranieri i ragazzi che vivono nel nostro Paese». la Repubblica, 6 aprile 2017
«Siamo una generazione al bivio. Non totalmente italiani, né pienamente marocchini o egiziani o bengalesi. Siamo alla ricerca di una nuova identità, che concili le tradizioni delle nostre famiglie con i valori del Paese in cui siamo nati e viviamo ». Nadia Bouzekri, studentessa 24enne di Reggio Emilia, prima donna presidente dei Giovani musulmani d’Italia, fotografa così la «difficoltà, o meglio la sfida » che vivono oggi i figli e ancor più le figlie di immigrati. 
«Sulle seconde generazioni si gioca il futuro del nostro Paese — conferma Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli — anche per questo è grave che la riforma della cittadinanza sia finita nel dimenticatoio parlamentare ». Oggi in Italia i ragazzi figli di immigrati sono più di un milione, e tre su quattro sono nati qui. A scuola, gli alunni stranieri sono oltre 814mila, per la metà ragazze. Ed è proprio tra i banchi che si gioca gran parte della partita per l’integrazione. Stando all’ultima indagine Istat, il 38% si sente italiano, il 33% straniero e poco più del 29% non è in grado di rispondere. Gli alunni originari dell’Asia e dell’America Latina sono quelli che più frequentemente si dicono stranieri (il 42,1% dei cinesi). All’opposto, i romeni che si sentono italiani sono il 45,8%. 
«Gli studi — scrivono i ricercatori Istat — attribuiscono ai ragazzi con background migratorio una condizione di sospensione tra la cultura di origine e quella del Paese di accoglienza». Più “integrati” gli studenti stranieri, ma nati in Italia: 47,5% si sente italiano e 23,7% si considera straniero.Le performance scolastiche spesso ne risentono: il 23% degli studenti stranieri è stato bocciato (contro il 14,3% degli italiani). «Le maggiori difficoltà scolastiche sono infatti vissute dai ragazzi di prima generazione, che sono 12 volte più a rischio bocciatura dei coetanei italiani — spiega Gavosto — la loro è principalmente una difficoltà linguistica, non tanto per l’italiano parlato, che imparano mediamente in sei mesi, quanto per la scrittura e ancor più la lettura dei libri di testo.

Tra le seconde generazioni, nate in Italia, il problema non è invece la lingua, quanto la difficoltà di avere le stesse aspirazioni degli amici italiani, ma avendo alle spalle famiglie con minori strumenti culturali e mezzi materiali per garantirgli pari condizioni». E qui entrano in gioco i conflitti con le famiglie. «La fedeltà alle tradizioni familiari può entrare in contrasto con il volersi sentir parte del gruppo dei compagni di scuola — racconta Nadia Bouzekri — ma l’equilibrio sta nel capire che integrarsi non vuol dire assimilarsi o annullare i propri valori e che si può essere facilmente buoni italiani e bravi musulmani».

Le più esposte rimangono comunque le ragazze, soprattutto nelle famiglie musulmane. «In effetti, se parli con genitori marocchini o egiziani — conferma Stefano Molina, dirigente di ricerca della Fondazione Agnelli — sono loro stessi a identificare il problema delle seconde generazioni con quello delle loro figlie, alle prese coi pericoli della modernità. Ma il bivio tra famiglia e compagni di scuola non è per forza lacerante, spesso è una ricchezza perché sempre più le ragazze sanno gestire la contraddizione di un doppio registro comportamentale ». 
«Il problema è che alcune famiglie, come quelle pachistane o bengalesi, cristallizzano modelli e valori del loro Paese d’origine — sostiene Mara Tognetti, docente di Politiche migratorie alla Bicocca di Milano — con casi estremi di ragazze che vengono costrette a lasciare scuola, attività sportive o ludiche, molto prima dei loro fratelli maschi. In generale, però, nei conflitti con le famiglie intervengono più fattori, come la criticità tipica dell’età adolescenziale e la presenza di genitori isolati, non preparati al ruolo, senza reti di sostegno ».

Il “passaporto italiano” è una delle sfide: «Le vecchie norme sulla cittadinanza — prosegue Tognetti — accentuano il senso di insicurezza di questi ragazzi, non dandogli orizzonti certi». Sulla stessa linea, Gavosto: «La discrasia in cui vivono le seconde generazioni tra volersi sentire uguali agli altri e avere invece minori opportunità, viene aggravata dalla mancata riforma della cittadinanza, che tratta ancora come stranieri i ragazzi che vivono nel nostro Paese».
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