I profughi esclusi dal campo di calcio
Diego Degan
Il razzismo dei "non siamo razzisti". «La rivolta dei genitori forza la decisione dell’Asd Pegolotte. La motivazione è per ragioni di igiene e sanità pubblica». la Nuova Venezia, 20 gennaio 2017

CONETTA. «Per ovvie ragioni di igiene e sanità pubblica, è stato sospeso l’accesso a questo impianto sportivo a tutte le persone accolte nel campo base di Cona che sono in attesa di essere sottoposte ai previsti controlli sanitari e vaccinazioni».

L’avviso è stato affisso lunedì per decisione della società Asd Pegolotte, ai muri degli spogliatoi dello stadio “don Mario Zanin” su richiesta dei genitori dei bambini, i quali hanno minacciato la società di ritirare i loro figli se i profughi avessero usato gli impianti, per paura di contagi.

L’Asd sostiene di non aver avuto scelta. Due notti prima un ragazzo bengalese di 19 anni, ospitato a Conetta, era finito in ospedale per sospetta meningite. Una diagnosi che, nelle ore successive, era stata precisata come encefalite virale non contagiosa. La disposizione è ineccepibile ma l’effetto è andato oltre il contenuto letterale.

Adesso due giovani profughi, tesserati con il Pegolotte, non possono più giocare nella squadra e un’altra squadra, il Campo Cona (interamente formata da profughi), una ventina, che milita in un campionato amatoriale, non può più giocare in quello stadio che, prima, era quello “di casa”. Nessuno di questi giocatori è malato. Sono tutti in regola con le vaccinazioni.

Si interrompe così un’esperienza di integrazione che dura quasi da un anno e mezzo, da poco dopo, cioè, l’arrivo dei primi profughi al campo di Conetta. In quei giorni, chi visitava, incuriosito, la ex base militare, poteva vedere spesso i giovani profughi giocare a pallone negli spazi verdi attorno alla caserma.

Ma qualcuno di loro faceva di più: andava a vedere gli allenamenti delle squadre locali, fino a Codevigo, in bicicletta, andata e ritorno, con qualsiasi condizione atmosferica. A notarli è stato un padovano, Gino Mez, con la passione del calcio che, una serata di pioggia, li ha caricati in macchina e riaccompagnati al campo.

Da lì è nato un rapporto e un lavorio di contatti, che ha permesso a sei giovani profughi di tesserarsi con il Pegolotte e ad altri 25 di dare vita alla squadra amatoriale. Percorsi diversi giunti alla stessa meta: praticare uno sport e farlo, da pari a pari, con i giovani italiani, compagni o avversari.

I trasferimenti in altri campi hanno ridotto gli organici: da 25 a 21 per il Campo Cona e da 6 a 3 per gli altri, uno dei quali è in infortunio, per un piede rotto, e non finirà il campionato. Gli altri due, invece, hanno giocato fino a domenica, in campo con i ragazzi italiani del Pegolotte. Ma da lunedì è tutto finito.
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