Alla fine della fiera
Paola Somma
La nostra reporter ha seguito con particolare diligenza critica la Biennale architettura Venezia 2016 per l'interesse del tema e del programma. Concludiamo con una riflessione che introduce un tema cui continueremo a dedicare molta attenzione: il rapporto tra intellettuali e realtà.


Sul  "fronte" dell'esposizione si è avuta la conferma  del pauroso distacco degli intellettuali dalla realtà. Se il mondo va a rotoli è colpa anche, e in gran parte, del tradimento di quanti sarebbero deputati ad additare le vie per uscire dalla crisi: a raccontare la realtà quale è, a svelare le cause di ciò che è storto, e a proporre i modi per raddrizzarlo. Ma invece di svelare la realtà e raccontare "di che lagrime grondi e di che sangue", troppo spesso si impegnano e celebrare se stessi, e le proprie personali affermazioni (e.s.)

Durante la cerimonia conclusiva della quindicesima Biennaledi architettura, il presidente Paolo Baratta ha esibito i numeri checertificano il successo dell’operazione: oltre 258 mila visitatori e 135accordi con università che da tutto il mondo mandano gruppi di studenti inlicenza a Venezia e, come premio, erogano loro dei crediti di formazione. Nessunragguaglio è stato fornito circa i risultati qualitativi raggiunti in sei mesidi apertura al pubblico. Nessun cenno, inoltre, è stato fatto, né da Baratta nédal direttore Alejandro Aravena, ai casi nei quali gli obiettivi dichiarati sirivelano in stridente contrasto con la situazione sul campo, come dimostrano, perlimitarci a tre esempi, il padiglione della Germania, il progetto speciale un mondo di fragili parti e  la scuola diMakoko la cui replica è stata esposta all’Arsenale.


1. Making Heimat, iltitolo del padiglione della Germania, sintetizza l’aspirazione di trasformarele città tedesche da luoghi di segregazione a spazi di assorbimento eintegrazione dei nuovi arrivati. La decisione dei curatori di individuare il “fronte”nel modo di accogliere le migliaia di persone sradicate dalla loro terra e costrettea migrare è stata sviluppata con intelligenza, a cominciare dalla scelta dioccuparsi di città e non solo di edifici per mettere in luce che la sfida politica/progettualeè “cambiare la città per tutti” e non costruire cittadelle per rinchiudere chiarriva.

Succede, però, che mentre visitiamo il padiglione e ammiriamole gigantografie che spiegano le caratteristiche di Arrival City, al fronte si continua a combattere e non tutto va nelmigliore dei modi. Pochi giorni prima della chiusura della Biennale, infatti, èapparsa la notizia che a Monaco di Baviera è stato costruito un muro perseparare gli abitanti del quartiere di Neuperlach Sud da un ostello chedovrebbe ospitare 160 rifugiati, quasi tutti minori non accompagnati.

La vicenda ha avuto inizio nel 2014, quando sei persone residentivicino al futuro ostello hanno protestato per i “fastidi” che la struttura avrebbepotuto arrecare loro e, di fronte al rifiuto delle autorità comunali dicancellare il progetto, hanno intentato e vinto un’azione legale al terminedella quale la città ha dovuto costruire una barriera alta quattro metri emezzo. Non contenti, i residenti hanno anche preteso che il manufatto fosse “insormontabilee resistente ai giochi con qualsiasi tipo di pallone”. La soluzionearchitettonica, quindi, è un muro come quelli che si usano per mitigare l’inquinamentoacustico proveniente dalle autostrade, formato da gabbie di acciaio piene disassi.
“Donald Trump, vuole costruire un muro per separare la nazionedal Messico e noi non possiamo costruirne uno per tenerci al sicuro dairifugiati?,” ha detto uno dei cittadini di Neuperlach che ha poi aggiunto: ”nonabbiamo nulla contro l’ostello per rifugiati, la città in qualche modo deveriuscire a sistemare tutte le persone. Ma 160 ragazzi giovani faranno del rumoreconsiderevole e noi vogliamo continuare a vivere in pace. Mi sarei lamentato,anche se si fosse trattato della costruzione di nuovi campi sportivi”.

Altri abitanti di Neuperlach hanno dichiarato che, inrealtà, la principale preoccupazione è che il valore delle case possa crollarea causa della presenza del centro. Comunque, il muro è stato costruito e non èescluso che, essendo più alto di quello di Berlino, possa diventare  “un’attrazione” e, una volta ricoperto diedera e rampicanti, meriti di essere esposto alla prossima Biennale.

Ovviamente, i curatori del padiglione non hanno responsabilitàper l’accaduto. Forse, però, tenuto conto che in guerra la propaganda èimportante, ma alla fine quello che conta sono le conquiste sul terreno, riservareun angolo alle “cattive notizie” nulla avrebbe tolto all’efficacia didattica eall’ottimismo propositivo della loro installazione.

2. Un ben più grave livello di scollamento tra dichiarazioni diprincipio e realtà si riscontra all’interno del progetto speciale realizzatodal Victoria and Albert Museum di Londra, con il quale la Biennale ha siglatoun accordo per l’allestimento di una sezione/padiglione dedicata alle artiapplicate. Il tema di quest’anno, unmondo di fragili parti, intende affrontare la questione della “copia” d’artenon solo come strumento didattico, ma come modo per “preservare” opere che per varieragioni, “dai cambiamenti climatici alle guerre”, sono a rischio di distruzione.Anche a prescindere dai risvolti inquietanti di tale approccio (significa forseche una volta fatta la copia di un’opera d’arte possiamo bombardare l’originalee gli umani che le stanno vicini?) uno dei manufatti esposti è unaagghiacciante dimostrazione del cinismo con il quale istituzioni, che sidefiniscono culturali, si impadroniscono, per trasformarli in merce, dei drammie delle sofferenze delle persone reali.

Si tratta del calco in scala 1:1 di una baracca dellacosiddetta giungla di Calais, che è stata scansionata in 3D e riprodotta in verolith,un materiale a base di perlite.  Almomento della scansione, era il ricovero di legno, plastica e lamiera di DarAbu Said, un profugo dal Sudan che da quattro mesi vi abitava insieme a quattroegiziani. Tutti loro speravano di poter arrivare a Londra.
Secondo Sam Jacob, l’artista che ha ideato e realizzato ilcalco, l’installazione ha raggiunto due risultati. Da un lato, “portando lacrisi umanitaria e politica che colpisce il Medio oriente e l’Europa dentro la Biennale,ha aumentato la consapevolezza della crisi dei rifugiati”, dall’altro “usandomoderni strumenti digitali di salvaguardia e riproduzione, contribuisce aldibattito sulla riproduzione come forma di salvaguardia”.

Come è noto, prima della chiusura della Biennale,la giungla di Calais è stata rasa al suolo. Said non abita più lì e nullasappiamo di lui e dei suoi quattro coinquilini. Non risulta che il Victoria andAlbert Museum si sia attivato per procurare loro un permesso di soggiorno a Londrao che Sam Jacob abbia loro ceduto i diritti di autore per le foto dell’installazioneche “ha trasformato un alloggio di fortuna in una scultura monumentale”.

Nemmeno nella conferenza nel corso della quale ilcuratore del progetto Brendan Cormier, e Baratta hanno tracciato ilglorioso bilancio della collaborazione tra le due istituzioni e annunciatol’intenzione di proseguirla, è stato nominato Said, il cui ricordo si perderàfra i molti missing in action / dispersi in guerra. Ma, per nostra fortuna, ciresta il calco che porta il suo nome e che ormai ha lo status di opera d’arte.


3. Infine, la  scuola diMakoko,  un edificio di legnogalleggiante nella laguna di Lagos, le cui immagini sono riprodotte nelle piùprestigiose riviste di architettura del mondo, è l’emblema perfetto di unaBiennale i cui inviati speciali sembra siano stati dislocati ovunque, tranneche al fronte.
Il progettista, Kunlé Adeyemi, un architetto nigeriano chevive e lavora in Olanda, è stato insignito del Leone d’argento della Biennale che ha fatto arrivare viaacqua una copia in scala ridotta della struttura per ormeggiarla nel bacinodell’Arsenale.

In luglio, la scuola (quella vera, a Lagos) è statadistrutta dalle piogge torrenziali, in uno dei tanti disastri naturali cheflagellano gli insediamenti dei poveri. La stampa internazionale ha dato granderisalto al crollo,  nonché al fatto che lacomunità aveva ripetutamente espresso preoccupazioni per la tenuta degliormeggi e da tempo, non potendo affrontare la situazione con le proprie scarserisorse, non mandava i bambini a scuola, temendo per la loro sicurezza.

Solo la Biennale non si è accorta di niente. Il 24 settembrel’architetto Adeyemi ha partecipato ad uno degli “incontri del sabato”, nelcorso dei quali alcuni degli invitati parlano al pubblico del loro lavoro. Ilcoordinatore della cerimonia, Pippo Ciorra, che scrive di architettura su giornali“di sinistra”, si è profuso in elogi e complimenti per la genialità dellatecnica costruttiva, ma del  collassodella scuola  nessuno ha detto niente. Se  è chiaro che in ogniguerra, soprattutto se umanitaria, alcuni dispacci dal fronte non vengonodivulgati per non minare il morale delle truppe, nel caso di Makoko dire laverità non sarebbe stato una manifestazione di disfattismo. Al contrario,chiedersi se  il denaro speso perinstallare la replica nelle acque dell’Arsenale, al fine di  promuovere l’immagine del progettista e delladitta costruttrice, avrebbe potuto essere impegnato per la manutenzione e ilconsolidamento della scuola,  ci avrebbe  aiutato a non  distogliere l’attenzione dalla comunità dellalaguna di Makoko e dar voce al suo diritto a riavere la scuola per la qualeloro ed i loro bambini si sono già lasciati fotografare.


Il silenzio della Biennale, invece,  è una drammatica conferma dell’abisso che separai discorsi sulle opere di architettura, che riempiono riviste che mai gliutilizzatori di tale opere leggeranno, e il mondo reale. Un ben modestorisultato per gli organizzatori che hanno scelto come logo “la vecchia signorache in cima sulla scala guarda avanti a sé”. Forse la vecchia signora (e noicon lei) farebbe bene a  girarsi eguardare  indietro, in basso, a terra.
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