Perché i borghi devono rinascere
Giangiacomo Schiavi
«Basta mettere le case in sicurezza? “No, non basta, in certi posti non c’è più nemmeno lo scheletro delle case. Accanto al vissuto bisogna ricostruire uno spirito, portare in questi luoghi segnati da abbandono, il lavoro, i giovani, internet, la modernità delle tecnologie intelligenti”». Corriere della Sera, 8 novembre 2016 (m.p.r.)


Vecchi che piangono. Che resistono. Che non si arrendono. Pazienti in transizione, li chiamano i medici. Hanno perso tutto, devono andarsene ma non se ne vorrebbero andare. La somma di quel che manca ai sopravvissuti del terremoto è enorme: case, odori, rumori, umori, la memoria del corpo e degli affetti, le pietre, l’erba calpestata, i rintocchi di una campana. «La distruzione è un dolore immenso, il sisma è come una guerra. Dopo bisogna ricostruire», dice la psicanalista Lella Ravasi. «Ma i traumi non sono una sconfitta, possono diventare storie, memorie, una spinta per andare oltre. In quelle case polverizzate c’è il senso della vita, l’impronta di chi ci è stato». L’anima dei luoghi.

«È questo amore, questo rispetto, questa dignità che evoca la gente anziana dei borghi. È per quest’anima che vogliono tornare. Dentro la sofferenza c’è uno straordinario messaggio di vita, contro la terra che sprofonda, contro ogni tipo di deportazione. È la speranza che risale dopo un lutto, la forza di gridare che non si può perdere il rapporto con il luogo che sentiamo nostro, è l’umanità che va difesa e salvata», spiega. Nel dramma si pesano le cose che contano. «Si torna ai gesti primitivi, al valore dei sentimenti veri. Nell’attaccamento che abbiamo visto, anche da parte dei giovani, c’è il tentativo umano di andare contro la morte, di recuperare frammenti di memoria che danno senso alla vita».

Amatrice, Arquata, Ussita, Preci, Visso, Castelluccio, Fiastra, Sarnano, Camerino. Quanto pesa il dolore per gli anziani che hanno questi luoghi dentro la pelle? «Un peso schiacciante», risponde il gerontologo Carlo Vergani. «Il borgo amico è l’ancora di salvezza dei vecchi, l’ambiente dove affondano le radici. È quel che resta di una vita soggetta a continue perdite, che configura la loro identità». Si può reagire, si deve reagire.

«L’anima dei luoghi evoca dentro di noi la forza dei primi tempi di vita, bisogna guardare avanti per non soccombere», dice Ravasi. Gli anziani sfollati devono aggrapparsi a qualcosa, aggiunge Vergani, studioso della nuova longevità: «Quando il borgo crolla e le radici vengono estirpate, anche la sfida adattativa viene meno. Se la difficoltà supera la forza residua subentra la desistenza. La resa». E ricorda uno studio dell’università di Boston sulle persone anziane sopravvissute al terremoto del 2011 in Giappone: «L’allontanamento dalle case e dai vicini non solo può provocare problemi di salute mentale come il disturbo da stress post traumatico, ma può anche accelerare il declino cognitivo in chi è vulnerabile».

La sfida adesso è la ricostruzione, tornare e recuperare quei sentimenti che creano comunità. Ma come e con chi? Basta mettere le case in sicurezza? «No, non basta», dice Carlo Ratti, docente al Mit di Boston, «in certi posti non c’è più nemmeno lo scheletro delle case. Accanto al vissuto bisogna ricostruire uno spirito, portare in questi luoghi segnati da abbandono, il lavoro, i giovani, internet, la modernità delle tecnologie intelligenti. Bisogna dare valore. Si può pensare al turismo, dare gli incentivi, restaurare i monumenti, ma la vera svolta viene dal lavoro, attività produttive legate alla terra, agricoltura bio, qualità delle filiere diffusa attraverso la Rete». Ratti, teorico della smart city, pensa alla robotica che ha fatto fare un salto di qualità ai trattori della New Holland («Si guidano da soli nelle zone impervie») e ricorda l’investimento di Google in Boston Dynamics, la società di ingegneria che ha creato il mulo meccanico per l’esercito Usa. «L’anima antica e l’anima del futuro in questi luoghi può essere saldata con la terra. È importante creare nuove opportunità con la tecnologia, rispettando la storia. Se muore la Civitas, scompare anche l’Urbs. Per questo, con gli anziani, devono tornare giovani e lavoro». Per salvare un patrimonio che fa parte di noi.
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